:: Un’ intervista con Amélie Nothomb, a cura di Elena Romanello

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aLibri non spessi come pagine, ma pieni di contenuti, autobiografici ma universali, storie al femminile ironiche e surreali: tutto questo è la letteratura di Amélie Nothomb, un’icona della narrativa europea, di cui è uscito recentemente in italiano Petronille, mentre al cinema c’è Il fascino indiscreto dell’amore, ispirato al suo romanzo Né di Adamo né di Eva.
Amélie viene ogni tanto in Italia e l’abbiamo incontrata in una di queste occasioni, alcuni mesi fa.

Come nasce il rapporto tra Amélie e la casa editrice italiana Voland?

Daniela, la titolare di Voland, ha scoperto i miei libri in una libreria francese e mi ha contattata, ho 45 editori nel mondo che pubblicano i miei libri, ma lei resta la mia preferita, ho avuto offerte da altri in Italia, nomi grossi, ma io voglio restare con Daniela e la Voland.

Nel romanzo Petronille si parla di un’amicizia tra due autrici dove lo champagne è la cosa più importante…

Quando sono arrivata come giovane scrittrice a Parigi ho capito l’importanza di bere champagne, e che non si può bere da sole ma nemmeno con chiunque. Per cui diventa importante pensare con chi si può bere lo champagne. Il personaggio di Petronille esiste veramente, e penso che sì, si possa anche avere un’amica con cui non si beve champagne insieme, ma se lo si fa è meglio.

Quando hai capito che la tua passione per lo scrivere sarebbe diventata un lavoro?

È una risposta lunga. Scrivere per me è una cosa che viene da lontano, io appartengo ad una famiglia di letterati e amante della letteratura, e questo può essere anche un handicap. In casa mia gli scrittori sono sempre stati visti come dei. Per anni ho scritto senza pubblicare, mentre facevo altro, a 21 anni ho lavorato in una grossa azienda giapponese in cui in pratica pulivo i gabinetti. Poi ad un certo punto ho sentito di fare il grosso passo.

Nei libri citi opere di autori come Mishima, Stendhal, Marguerite Duras: quali letture ti hanno influenzato?

Ho passato la mia adolescenza a leggere, e tutti i libri che ho letto sono stati importanti. A 13 anni Mishima, con il suo Il padiglione d’oro mi colpì e mi fece stare male, parla di bellezza e bruttezza in maniera sublime. Ma potrei dire anche di altre letture.

Come autrice, sappiamo che hai un metodo di lavoro ferreo. Ce lo puoi raccontare?

Per me la disciplina è importante, in questo sono rimasta molto giapponese. Scrivo tutti i giorni dalle 4 alle 8 del mattino, ogni anno completo tre o quattro libri e poi scelgo quale di questi pubblicare. Scrivo su quaderni e non sul pc, e metto i manoscritti inediti in scatole da scarpe che poi conservo nel mio appartamento di Bruxelles. Sono entrati più di una volta i ladri in casa, ma non hanno toccato le mie scatole con manoscritti.

La scrittura è una vocazione o una disciplina?

Entrambe. Jacques Brel diceva che il talento non esiste, il talento è aver voglia e bisogna imporsi una disciplina. Non credo all’ispirazione dell’artista romantico, bisogna essere tiranni con se stessi, quando non scrivo sono tutta risate e champagne, ma quelle quattro ore sono per me ferree.

Come fai a non essere ripetitiva nelle tue storie?

L’argomento comune dei miei libri sono i rapporti tra gli esseri umani, e c’è sempre qualcosa di nuovo da dire in tema.

Nei tuoi libri torna molto il tema della solitudine. Come la vivi?

Dai 10 ai 20 anni sono stata molto sola e solitaria, e la cosa positiva è che ti confronti in continuazione con te stessa. La scrittura poi non ti fa sentire sola, e comunque il successo che ho avuto con i miei libri mi ha fatto integrare in Europa, continente dove sono arrivata dopo vari giri.

Petronille sei tu?

Petronille esiste, non sono io, e sia io che lei ci siamo ribellate al nostro ambiente, io avrei dovuto fare la diplomatica come la mia famiglia e sposarmi, mentre Petronille, che si chiama Stephanie in realtà, ha fatto la borghese dopo essere nata in una famiglia comunista e proletaria. Del resto, capita che fin da bambino non ti riconosci nei valori della tua famiglia, io fin da piccola sapevo che non avrei avuto figli e non avrei fatto quello che facevano i miei genitori.

Ma non hai mai avuto paura di fallire con la scrittura?

Tutti i giorni ho paura di non riuscire a scrivere, ma tratto il mio corpo come una macchina per scrivere. E i lettori per me sono come specchi, mi piace che mi dicano che li ho resi felici.

Quali sono i tuoi punti di riferimento tra letteratura e altri media?

Leggo di preferenza i classici, sono reduce da una maratona di Balzac, ho letto tutto quest’ultimo anno. Come registi adoro Hitchcock, ogni tanto mi dicono che sembro un personaggio di Tim Burton, e devo dire che trovo i suoi universi mostruosi, fantasiosi, gradevolissimi. Non seguo mode, nemmeno nel vestirmi, e questo manda sempre in crisi la mia editrice francese. E lo champagne con le bevute in compagnia mi ricarica poi per le mie ore di disciplina a scrivere.

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