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:: Un’intervista con Eugenio Di Rienzo a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2015

conflitto russo-ucrainoBenvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. È docente di Storia moderna alla “Sapienza” di Roma e direttore della Nuova Rivista Storica oltre che membro del comitato scientifico di Geopolitica. Ci parli del suo libro, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, un testo breve se vogliamo ma denso di concetti e riflessioni. Ha sentito la necessità di fare chiarezza su un conflitto ancora in atto, nonostante la tregua, alle porte dell’Europa. Pensa abbia similitudini con la Guerra civile nell’Ex Jugoslavia?

Ormai purtroppo le similitudini sono evidenti. Siamo di fronte ad un conflitto intestino che si sviluppa in una delle aree-chiave dell’Eurasia. Una guerra fratricida aggravata dall’ingerenza di altre Potenze: Federazione Russa, Usa, Canada, il fronte nord-est dei Paesi Nato (Polonia, Repubbliche Baltiche, Danimarca, Norvegia), Regno Unito, e ora anche, potenzialmente, Nazioni non integrate nell’Alleanza atlantica, come Svezia e Finlandia. Una guerra civile che ha visto il prepotente ritorno sulla scena del combattente irregolare: guerrigliero, foreign fighter, contractor, terrorista. Una guerra che, come tutte le guerre civili, si è trasformata in una “guerra ai civili”, nel silenzio del sistema dei media occidentali.

La rivoluzione di Majdan Nezaležnosti evidenzia senza mezzi termini il tentativo degli Stati Uniti di spingere l’Ucraina verso la Nato, questa è la tesi che sostiene nel suo saggio, pensa che questo modo di agire sia vitale per gli USA e soprattutto condiviso all’interno dell’establishment governativo statunitense?

Il comportamento di Washington, per parafrasare una famosa frase di Talleyrand, è “peggio di un crimine”, è un “errore” che sarà fatale soprattutto all’Europa. Il tentativo di erigere un ordine mondiale unipolare, sbarazzandosi di un potenziale antagonista, come la Russia, prima di arrivare alla resa dei conti finale con la Cina, sembra l’unica ratio che guida l’amministrazione Obama. Si è ottenuto però l’effetto contrario: costringere Mosca ad un’innaturale alleanza con Pechino.

La deposizione del presidente filorusso dell’Ucraina Victor Janukovyč viene considerata senza mezzi termini da Putin un colpo di stato. Insomma rientra in un più ampio atto di aggressione contro la Russia da parte europea e americana. Crede possibile un ripristinarsi delle condizioni che hanno dato origine alla Guerra Fredda? A chi converrebbe davvero che si ripresentassero?

Con il sempre più forte processo di riarmo portato avanti dalla Nato, ormai in gran parte succube della strategia aggressiva degli Usa, e dalla Federazione Russa siamo ritornati apparentemente a una nuova Guerra fredda. Dico apparentemente, perché ora, diversamente che nel passato, Stati Uniti e Nato sono all’attacco, mentre la Russia è in difesa.  L’ingerenza russa nei fatti ucraini, incluso l’invio di militari “senza stellette”,  per appoggiare le milizie del Donbass, è un fatto indiscutibile ma si è trattata comunque di una reazione comprensibile e legittima, direi. Un’offensiva tattica che nasconde una difesa strategica (pensiamo al peso geostrategico della Crimea). Perché la Russia, dal crollo dell’Urss, è indubbiamente sulla difensiva nella politica mondiale. Troppo facile è accusare il revanscismo di Putin o l’imperialismo russo. A innescare il circolo vizioso della crisi e precipitare l’Ucraina in un conflitto fratricida è stato l’espansionismo occidentale. Quest’espansionismo, ingiustificato e animato più da hybris che reali necessità strategiche, rischia di portare il mondo a uno scontro tra Potenze nucleari. Cui prodest tutto ciò? A nessuno direi, e neppure all’incontrollata volontà di potenza americana. Non certo all’Europa che pagherà l’isolamento economico e diplomatico dalla Russia a un prezzo altissimo.

Uno dei punti nodali del suo saggio è l’estrema debolezza della politica estera dell’Unione Europea, ancora troppo condizionata dagli interessi e dalle decisioni USA. Si arriverà mai a un totale affrancamento, e soprattutto alla creazione di una reale politica estera condivisa, (ora sembra che la cancelleria di Berlino sia l’unico portavoce) ci sono tentativi in merito?

Esiste un fronte dialogante con Mosca, all’interno dell’Unione Europea e della Nato, costituito da Francia, Germania e Italia, che potrebbe attirare nella sua orbita anche altri Paesi dell’Eurozona (Spagna, Grecia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca), se solo Berlino si decidesse a prendere, di fatto, la guida dell’Unione. C’è urgente bisogno di un nuovo Bismarck che dica, a voce alta: “Mai contro la Russia!”. Purtroppo il ricordo dell’avventura nazista pesa ancora troppo sulla coscienza tedesca perché questo avvenga, mentre Parigi e Roma possano aspirare solo a ricoprire il ruolo di junior partner di Berlino.

L’epigrafe del libro, la citazione all’inizio del saggio, riporta le parole di Vladimir Putin espresse il 18 marzo 2014 sulla necessità di “rifiutare la retorica della Guerra Fredda” e soprattutto di considerare che la Russia  “ha i suoi propri peculiari interessi che devono essere tenuti nel debito conto e rigorosamente rispettati”, lamentandosi del comportamento di Stati Uniti e l’Europa occidentale che costringono le organizzazioni internazionali (vedi ONU) a “emettere risoluzioni che ne giustifichino le azioni, ma se queste non agiscono in loro favore, essi semplicemente ignorano le decisioni”. Affermazioni abbastanza esplicite, secondo lei quanto c’è di verità, oltre la retorica politica?

Molta più verità che propaganda.

La politica delle sanzioni in che misura danneggia realmente la Russia, o sono più le ripercussioni negative sulla gia affaticata economia europea? Gli USA da questo, secondo lei, ne traggono vantaggio?

Il crollo dell’economia russa, a causa delle sanzioni, non è avvenuto e anzi queste e le ritorsioni economiche russe hanno gravemente danneggiato l’Europa (in particolare Italia e Germania). Ciò detto, bisogna aggiungere che l’economia russa, ancora troppo dipendente dalla vendita di gas e petrolio, arretrata e sofferente nel settore agricolo e in quello dei beni di consumo, resta fragile. Per tornare ai danni subiti dall’UE a causa della politica sanzionista, è evidente che un’Europa debole, messa in stato di scacco e ostacolata dallo sviluppare tutto il suo immenso potenziale economico, da Lisbona a Vladivostok,  non può che convenire a Washinton.

La crisi ucraina è divenuta ora anche la crisi del fronte euro-atlantico, della lunga entente cordiale tra Vecchio Continente e Stati Uniti” dice in una recente intervista, può esplicitare meglio questo concetto?

Credo che i più forti e autorevoli partner politici e militari degli Usa, con l’eccezione di Londra, non abbiano nessuna voglia di “morire per Kiev”, dopo aver visto i loro uomini morire invano per Bagdad e Kabul. In Francia e in Italia, l’insofferenza degli ambienti militari per l’avventurismo statunitense è ormai è palpabile.

Nel suo saggio cita spesso Kissinger e la sua visione pragmatica e realistica dei rapporti internazionali.  Secondo il suo pensiero l’avventata profezia della “morte della storia” formulata da Francis Fukuyama si è rivelata senza fondamento ovvero la nascita di un “nuovo ordine mondiale”, improntato ai principi di una governance planetaria, democratica e partecipativa”, non si è avverata. Anzi ci orientiamo verso “un’ evoluzione della carta politica del pianeta in ‘sfere d’influenza’ egemonizzate da Stati diversi e da diverse forme di governo, ai cui margini ciascuna sfera sarebbe tentata di testare la sua forza contro altri soggetti ritenuti illegittimi”. Concludendo che c’è una differenza insopprimibile tra un ordine mondiale ‘eversivo dello status quo internazionale’, promosso oggi dal Global Democratic Revolutionary Power statunitense, e uno ‘legittimo’ che trova la sua ragion d’essere nel ripudio dell’uso della forza e che agisce nello spazio e nel tempo del possibile segnato dalla realpolitik, in nome del rispetto degli obblighi condivisi. Pensa che il suo pensiero sia tenuto ancora in debita considerazione almeno in qualche frangia dell’amministrazione Obama?

Kissinger, purtroppo, è per l’amministrazione Obama solo una fastidiosa Cassandra. A Washington sembra prevalere la lezione dei Falchi neoconservatori, troskisti in gioventù, che ora hanno rimodulato il dogma della “rivoluzione permanente” sotto il segno dell’interventismo democratico. Nell’imbroglio ucraino, me lo lasci, dire, solo i conservatori, nel campo intellettuale, hanno conservato un minimo di lucidità… e penso alle posizioni di Franco Cardini e Sergio Romano. Su quello politico di grande ragionevolezza e coraggio sono state le posizioni di Berlusconi, Napolitano, Prodi. Onore al merito!

Nel 2016 terminerà l’amministrazione Obama, si affaccia l’ipotesi Hillay Clinton. Se vincesse le elezioni pensa ci sarebbero le premesse per un reale mutamento della politica estera? O gli interessi USA sono troppo legati a un indebolimento della Russia? Che prospettive per la risoluzione della crisi russo-ucraina?

La politica Usa, come quella di tutte le Potenze imperiali, è sempre eguale a se stessa, a prescindere dagli attori che si muovono sul palcoscenico della politica internazionale. Detto questo, io temo che l’ascesa della Clinton possa portare a una politica estera ancora più assertiva di quella di Obama. D’altra parte la politica estera democratica è solo un mito, uno specchietto per le allodole inventato dalla parte più forte.

Recensione a “Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale“, Eugenio Di Rienzo (Rubbettino, 2015) qui

:: Caligola Impero e follia, Franco Forte, (Mondadori, 2015) a cura di Laura M.

7 giugno 2015

3Se pensiamo che Io, Claudio di quel genio eclettico che era Robert Graves, uscì nel 1934 e ci presentò un Caligola fedele alla figura maledetta tramandata dai classici (pensiamo solo a Le Vite dei Cesari di Svetonio, e agli scritti di Dione Cassio), e che forse solo Camus dedicò a Caligola un’ opera teatrale, sempre condizionata da questa quasi indelebile damnatio memoria, non sono molte le opere letterarie dedicate o che anche trattano anche solo fuggevolmente la storia di questo sfortunato terzo imperatore della dinastia Giulio Claudia (morì a soli 29 ucciso da una congiura di pretoriani che portarono al potere lo zio Claudio) famoso forse più per aver fatto senatore il suo cavallo che per campagne militari, costruzioni di acquedotti o leggi o donazioni a favore degli strati più poveri della popolazione.
Ma dopo tutto aveva il suo bel daffare, come vedremo, per restare vivo, tra intrighi di corte, lotte di successione e vendette varie. In tempi più recenti giusto La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori dell’italiano Andrea Frediani ne ha parlato, ma anche qui è solo un personaggio tra i tanti descritti.
A sanare questa anomalia ci ha pensato Franco Forte con il suo Caligola Impero e follia, edito da Mondadori collana Omnibus Italiani, finalmente un’opera dedicata interamente a questo imperatore e narrata in terza persona ma dal suo punto di vista. Dandogli voce insomma e cercando di rendergli giustizia dopo tutti questi secoli, seguendo l’onda della storiografia ufficiale che sta cercando di scavare più a fondo analizzando le fonti (a dir vero poche, la damnatio memoria aveva anche questo inconveniente) con occhio critico soprattutto soppesando le reali motivazioni che spinsero Svetonio a descrivere Caligola come un pazzo sanguinario odiato da nobiltà e senato.
Un po’ come successe con i film western, all’inizio gli indiani erano brutti e cattivi poi si scoprì che qualche ragione ce l’avevano per cercare di difendersi dagli Yankee e che la loro cultura, lingua, religione aveva una dignità che andava rispettata e anche i film iniziarono a trattarli con sfaccettature più umane.
Si sa il romanzo storico è un ottimo veicolo di cultura e insegnamenti e se è messo in buone mani, e quelle di Forte lo sono, può dare vita a opere interessanti e anche storiograficamente accurate. E Forte ama scartabellare vecchi archivi, comparare documenti, aggiungendo poi alla narrazione quel tocco di fantasia che non guasta e invoglia alla lettura.
Ha inoltre uno stile di scrittura classico, apparentemente semplice (frutto di anni di studio, la semplicità non è mai semplice), privo di barocchismi, e questo è sicuramente il segreto che rende di facile lettura anche opere decisamente corpose e complesse.
Caligola Impero e follia è dunque un buon romanzo storico, ben strutturato, che copre una vasta parte della vita del personaggio, dall’infanzia alla morte.
Gaius Iulius Caesar Germanicus, soprannominato Caligola, (dai soldati di suo padre per l’uso fin da piccolo dei tipici calzari militari detti caliga), fu il più giovane di figli di Germanico e Agrippina Maggiore. Come risucì a sopravvivere alla sua famiglia è una storia avventurosa, che Forte ci narra con dovizia di particolari. Caligola sopravvive infatti ai suoi fratelli e all’amata (incestuosamente) sorella Drusilla, a suo padre, avvelenato quando lui ha sette anni, e a sua madre suicida in un’isola dove era stata confinata. Sopravvive per la sua astuzia, che o fa ascoltare tutti i corrotti di Roma quando è ancora ragazzino, e lo mette in guardia da tutte le cospirazioni che decimano la sua famiglia fino a essere eletto imperatore.
Sopravvive ad un avvelenamento e dopo aver visto morire avvelenata Drusilla capisce di non potersi più fidare di nessuno, e non potendo più nascondersi, (non è più un ragazzino che può passare in secondo piano) per sopravvivere utilizza metodi durissimi contro la nobiltà e il Senato e naturalmente fare questo a Roma è come firmare la propria condanna a morte.

Nato a Milano nel 1962, Franco Forte cura le collane da edicola Mondadori (Il Giallo Mondadori, Segretissimo, Urania) ed è considerato uno dei più importanti autori italiani di romanzi storici. Molti dei suoi romanzi sono stati pubblicati da Mondadori. Tra questi i due titoli della serie ‘Il romanzo di Roma’ Carthago (2009) e Roma in fiamme (2011), i gialli storici con protagonista il notaio criminale Niccolò Taverna Il segno dell’untore (2012) e Ira Domini ‘ Sangue sui Navigli (2014) e Gengis Khan ‘ Il figlio del Cielo (nuova edizione 2014). Ha inoltre lavorato per la televisione, come autore delle serie ‘Distretto di Polizia’ e ‘RIS: Delitti imperfetti’ e dei film TV ‘Giulio Cesare’ e ‘Gengis Khan’.

:: Dimmi di che segno sei, Alessia De Luca, (Rizzoli, 2015) a cura di Elena Romanello

6 giugno 2015

3L’espressione chick lit porta con sé essenzialmente due icone, anche se non più recentissime: da un lato Bridget Jones, giornalista londinese in cerca del grande amore tra diete e serate con gli amici e dall’altro Carrie Bradshaw, stesso lavoro ma a New York, a caccia di uomini con le migliori amiche in Sex and the city.
Ma negli anni sono emersi nuovi personaggi, anche in casa nostra, nelle nostre città che si scoprono altrettanto spumeggianti che Londra e New York. Come la Roma riscritta da Alessia De Luca, in una miniserie di quattro romanzi dove amore, sesso, party, segni zodiacali sono gli elementi di una ricetta che funziona, in corso di pubblicazione per Rizzoli e già opzionati per un adattamento televisivo.
L’eroina della situazione è Francesca, tornata nella sua città natale, la Città eterna, dopo una delusione d’amore, pronta a rinnamorarsi ma anche a incasellare le persone in base al segno zodiacale, dopo che lei, Scorpione, è stata delusa da un Bilancia. Ovviamente le cose saranno anche più complesse, in una serie di avventure in cui la nostra eroina si confronta con Marianna, del Toro, sua amica di sempre che come lei adora Roma, Massimo La Notte, forse una Bilancia, affascinante direttore di una rivista di moda, il redivivo ex Gianni della Bilancia, il bellissimo Lorenzo, vicino di casa di Francesca e dell’Acquario, il buon partito Stefano del Toro che abita nella stessa casa dei genitori di Francesca, l’astrologo Gabriele dello Scorpione, i due musicisti Jack (dell’Ariete) e Claude (dei Pesci), il principe Alessandro del Leone e altri ancora.
La serie è composta da Dimmi di che segno sei e Un segno dal destino che sono già usciti e gli imminenti Nel segno di una passione e Il segno perfetto. Quattro romanzi che presentano una via italiana ad un genere non certo solo di appannaggio della narrativa anglosassone, mescolando il tutto con elementi tutti nostrani quali la passione per l’oroscopo e l’esaltazione di Roma.
Senz’altro divertenti per gli amanti, o si dovrebbe dire le amanti del genere, e curiosi per i nomi nostrani e le atmosfere, da cui emerge l’amore per Roma, città che per decenni fu vista come un simbolo pop, aspetto che andrebbe recuperato.

Alessia De Luca è di Roma come la sua Francesca, ma vive e lavora a Roma, dove tra le altre cose scrive oroscopi per il portale Alfemminile.com.

:: Osso di maiale e mani di lebbroso, Mostafa Mastur (Ponte33, 2011) a cura di Lorenzo Mazzoni

5 giugno 2015

coUn anonimo condominio, storie di inquilini che si incrociano, si ignorano, si osservano. Un’intrigante umanità che vive (a volte sopravvive) a Tehran, antica e al contempo moderna capitale iraniana, descritta con una scrittura minimale e cinematografica da Mostafa Mastur nel romanzo breve Osso di maiale e mani di lebbroso (Pubblicato in Italia da Edizioni Ponte33 e tradotto dal persiano da Bianca Maria Filippini).
Utilizzando la scrittura come una macchina da presa, l’autore esplora la quotidianità palpitante di un condominio di Tehran, megalopoli metafisica nella quale si coagulano le contraddizioni irrisolte di un’intera società. Decine di appartamenti di un grattacielo ultramoderno, angusti come celle o risplendenti di uno sfarzo desolante come le vite dei proprietari, costituiscono il fondale di uno spettacolo nel quale il lettore si trasforma in spettatore di un mondo in frantumi, in cui le fondamenta di qualsiasi fede stanno crollando.
Porte e finestre si aprono e si chiudono lasciando filtrare tracce di quella sostanza amara che è la vita. Nonostante i continui riferimenti religiosi, i personaggi di Mastur sono in preda ad un’assoluta mancanza di certezze, scaraventati nel caos della vita fino a sfiorare talvolta il baratro della pazzia. Ad ogni pagina, il lettore viene trascinato in un vortice dove Susan, Nowzar, Malul, Bandar e tutti le altre monadi angosciate di questo microcosmo simbolico di un Iran che non riesce a trovare se stesso, si agitano freneticamente alla ricerca della fortuna come una terra promessa o una patria perduta.
Vincitore del premio come miglior romanzo al Festival di Isfahan nel 2005, Osso di maiale e mani di lebbroso è un breve ma denso romanzo di una delle voci più originali della letteratura contemporanea d’Iran.
Mostafa Mastur è nato ad Ahvaz nel 1964. Ha pubblicato il suo primo racconto nel 1991 e la sua prima raccolta nel 1998. A partire dal 2000, grazie a un crescente successo di pubblico e di critica, testimoniato da numerose ristampe delle sue opere e dall’attribuzione di diversi premi letterari, Mastur viene considerato tra gli scrittori iraniani più interessanti della generazione arrivata alla letteratura seguendo gli ideali della rivoluzione.
Sperimentando forme narrative e linguaggi diversi, Mostafa Mastur si inoltra nei più diversi campi della cultura, passando dalla filosofia, al cinema, al teatro. Fine traduttore, ha fatto conoscere in Iran le opere di Raymond Carver. Da una profonda riflessione sul senso di fallimento dell’uomo rispetto alla vita come esperienza dell’altro, di sé e di Dio, Mastur ha elaborato storie di autentica umanità, ritraendo personaggi complessi e pulsanti che, dibattendosi tra ansie e interrogativi insistenti, raccontano di un Iran vivo e multiforme.

Mostafa Mastur, nasce ad Ahvaz nel 1964. Pubblica il suo primo racconto nel 1991 e la sua prima raccolta nel 1998. A partire dal 2000, grazie ad un crescente successo di pubblico e di critica, testimoniato da numerose ristampe delle sue opere e dall’attribuzione di diversi premi letterari, Mastur viene considerato tra gli scrittori iraniani più interessanti della generazione arrivata alla letteratura seguendo gli ideali della rivoluzione.
Sperimentando forme narrative e linguaggi diversi, Mostafa Mastur si inoltra nei più diversi campi della cultura, passando dalla filosofia, al cinema, al teatro. Fine traduttore, fa conoscere in Iran le opere di Raymond Carver. Da una profonda riflessione sul senso di fallimento dell’uomo rispetto alla vita come esperienza dell’altro, di sé e di Dio, Mastur elabora storie di autentica umanità, ritraendo personaggi complessi e pulsanti che, dibattendosi tra ansie e interrogativi insistenti, raccontano di un Iran vivo e multiforme.

:: Via Ripetta 155, Clara Sereni – (Giunti Editore, 2015) a cura di Lucilla Parisi

5 giugno 2015

6Non mi importava del freddo, non mi importava della fame che ancora, soprattutto a fine mese, mi faceva sognare un panino col tonno o col prosciutto. Non mi importava di niente, non mi preoccupavo di niente: direi che ero felice, benché la parola suoni anche a me eccessiva. Ero piena di me. Poter dire casa mia. E poi lì, a via Ripetta, la strada dove avevo trascorso il primo Capodanno adulto, di scoperta e di politica […]. Il futuro era un cantiere aperto, molte e grandi cose da fare. Senza timore di infortuni.

Questo è uno di quei libri che sanno farti star bene. Sì, perché finalmente in un’epoca di individualismo imperante e di totale assenza di partecipazione, che altro è dalla condivisione del tutto e a ogni costo sui social network, si ritorna a parlare di quando davvero si era parte di qualcosa. Di quando le idee erano la base, il punto di partenza – almeno nelle intenzioni – del cambiamento, perché le cose si potevano ancora cambiare; di quando la lotta non era il fine, ma il mezzo per affermare, contestare, abbattere, sovvertire, creare. In cui i luoghi di riunione e confronto erano reali e non virtuali e dove si guardava al presente proiettati al futuro. E forse pensavamo che nulla sarebbe accaduto comunque, di nuovo quel senso di stare dalla parte giusta, di invincibilità.

Ritrovarsi a Roma mentre leggevo il nuovo libro di Clara Sereni è stata una piacevole coincidenza. Ho guardato la città oltre il peso di quei ridicoli addobbi e lustrini che la ricoprono come una vecchia baldracca, cercando di riconoscervi l’aspetto che poteva avere ben oltre quarant’anni fa. Ho provato a ritrovarvi i segni lasciati da quella tensione positiva che la rendeva viva e pulsante.

Con l’autrice è stato bello ripercorrere un decennio significativo della nostra storia – dal ’68 al ’77 –, anni in cui, poco più che ventenne, Clara Sereni scoprì in via Ripetta 155, l’indirizzo della sua nuova casa: il luogo del riscatto da una famiglia ingombrante e l’inizio della sua crescita umana e politica. Via Ripetta al civico 155 non è ancora via della Scrofa ma è a cinque minuti a piedi da Piazza Navona dove tutto succedeva, ci si incontrava si discuteva si cantava.

Gli eventi più significativi di quegli anni fanno da sfondo all’autobiografia di un’intera generazione in movimento, spinta dalla incontenibile forza delle idee e dalla necessità di rivoluzione.

Lotta continua aveva cominciato la sua battaglia contro il commissario Calabresi: delle colpe della polizia eravamo certi, non solo Piazza Fontana ma Pinelli e anche Valpreda erano ferite che non potevano rimarginarsi. E tutti gli altri morti ammazzati nelle manifestazioni e negli scioperi, una lunga teoria di lapidi. […] La vittoria del referendum sul divorzio era ancora calda, presente. Alla manifestazione per ricordarla non andai, avevo un lavoro urgente da finire. Poi la polizia di Cossiga sparò, morì Giorgiana Masi a ponte Garibaldi, poco lontano da casa mia dove io me ne stavo tranquilla: mi sentii in colpa. […] la rabbia per Giorgiana Masi ci toglieva ogni timidezza.

I cortei, le riunioni, le proteste erano la forma più naturale di confronto: erano momenti significativi di aggregazione, capaci di avvicinare i più giovani ai meno giovani, per condividere pensieri che erano più che sogni e trovare insieme le modalità per dare loro concretezza, nonostante tutto.

Scioperi e scioperi. Le manifestazioni di piazza […] i cortei improvvisati nei reparti. Dunque malgrado le minacce la lotta non si fermava, gli operai non erano mai stati così forti. […] Insomma era chiaro, da ogni parte provavano a fermare le lotte, il progresso, il mondo.

La storia personale di Clara Sereni è solo il pretesto per raccontarci molto più di un pezzo di vita: si tratta di dieci anni di storia saturi di eventi e occasioni mancate, soprattutto per chi poi è rimasto a guardare il crollo di ideali che sembravano non poter fallire e ad assistere all’imbruttimento e impoverimento umano e politico di un Paese che non ha più niente da dire.

Tornando verso via Ripetta la luna splendeva sul Gianicolo e illuminava tutta Roma, stesa davanti a noi che sembrava di poterne toccare ogni via, ogni palazzo, ogni chiesa: la città l’avevamo già presa, ora la speranza concreta era nel sorpasso del Pci sulla Democrazia cristiana alle elezioni politiche. […] C’era la convinzione che l’Italia potesse cambiare, anzi che fosse già cambiata, e che del mutamento fosse ora possibile cogliere i frutti. […] Solo che il sorpasso non ci fu: di fronte al pericolo comunista gli italiani si tapparono il naso, e la Democrazia cristiana si confermò, seppure di poco, il primo partito. […] La piccola borghesia affilava le unghie senza più vergogna di sé, e ancora ci raccontavamo di una rivoluzione possibile.

Non ci sono giudizi in questo libro, non ci sono recriminazioni o prese di posizione. Ci sono i fatti così come raccontati da chi li ha vissuti in prima persona. In quegli anni tutto era possibile e necessario. Insomma, erano i tempi in cui bastava essere sull’agendina di qualcuno perché polizia e carabinieri costruissero sospetti di congiure, di terrorismo. […] La polizia massacrava alla stazione Termini quelli che tentavano di ripartire con il treno, ma massacrati eravamo tutti da quella svolta violenta che non avevamo voluto, e che ci travolgeva. Non con lo Stato, non con le Brigate rosse, non con l’Autonomia, non con i provocatori quali che fossero: soli con noi stessi. […] Discutevamo poco, non trovavamo più le parole. Dubitavamo ormai di tutto, delle parole dei dirigenti come di quelle dei giornali.

Camminando su via Ripetta ho alzato lo sguardo al 155 e mi è sembrato che qualcosa ancora ci fosse da vedere. Forse i quattro piani di scala a chiocciola o il soffitto a cassettoni dell’appartamento, il tinello o lo scaldabagno montato in orizzontale anziché in verticale per via della scarsa pressione dell’acqua, o qualche incontro interessante.

Elegantissimo nel lungo soprabito imparato a Londra […], per grazia o per smemoratezza Mario Monicelli mi chiamava Esmeralda; Nanni Loy si scelse come nuova compagna una mia amica; con Sergio Amidei ebbi l’unico scontro verbale da cui – in tutta la mia vita – sia uscita vincitrice […]. Attraverso di loro amavo il cinema, anche quello più difficile, accanto a loro mi indignavo per gli interventi della censura, attraverso i loro racconti entravo nei meandri delle commissioni culturali del Psi e soprattutto del Pci: […] la mia formazione culturale e politica veniva da lì.

C’è questo e altro nel libro di Clara Sereni: si parla anche di amori, di cinema, di figli e di non-matrimoni. Soprattutto si parla di Roma in un modo che molti di noi non ricordano neppure. E’ un viaggio lungo le sue strade di allora che non sono più quelle di oggi, ma in cui – come un tempo – è bello soffermarsi a guardare e a pensare.

Un’alba limpidissima e rosata, attraversando il Gianicolo per scendere da Monteverde a via Ripetta, regalò una vista lunga verso i Colli, ancora senza smog: ci stringemmo forte, un momento di pace solitaria in cui una grande futuro era a portata di mano. Ci sentivamo a buon diritto dentro le magnifiche sorti e progressive.

Clara Sereni è nata a Roma nel 1946 e vive a Perugia. È una delle più importanti scrittrici italiane contemporanee. Da anni impegnata nel mondo del volontariato, è stata per oltre un decennio presidente della Fondazione “La Città del Sole” – Onlus, che costruisce progetti di vita per persone con disabilità psichica e mentale. Ha pubblicato: Sigma Epsilon (1974), Casalinghitudine (1987), Manicomio primavera (1989), Il gioco dei regni (1993), Eppure (1995), Taccuino di un’ultimista (1998), Passami il sale (2002), Le Merendanze (2004), Il lupo mercante (2007) e Una storia chiusa (2012). Ha curato anche le raccolte di testimonianze intorno al tema della disabilità e della diversità: Mi riguarda (1994), Si può! (1996) e Amore caro (2009). Dirige per l’editore Ali&no la collana “le farfalle”.

:: Le memorie di Talarana – L’ombra del Tiranno, Alessandro H. Den (Smashwords Editions, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 giugno 2015

pIl signor Olton, Sovrintendente del Commercio Transoceanico dell’impero di Selthon, durante uno dei suoi viaggi naufraga. Ormai convinto che la sua vita sia alla fine si lascia andare per seguire il destino dei suoi compagni di viaggio, ma Dalagoth, creatura magica e genio delle acque, ha altri programmi per lui. Infatti dopo averlo salvato e portato alla presenza degli Dei, gli affida un bambino, ancora in fasce, con l’ordine di crescerlo come se fosse suo figlio e prepararlo per il compito a cui è destinato; per fare ciò Olton deve promettere che farà studiare la magia al bambino.
Gli anni passano e il bambino, che Olton ha chiamato Greg, crescendo inizia a dimostrare capacità magiche e una curiosità per la conoscenze formidabili. Olton però, pur avendo fatto una promessa a Dalagoth, non vuole per nessun motivo che il figlio si avvicini alla magia, ma pretende che segua le sue orme nel settore marittimo. Greg però non si lascia convincere e di nascosto inizia a prendere lezioni di magia con i suoi amici da Maestro Dovan.
La vita sembra trascorrere tranquilla fino a quando un complotto non mette a rischio la pace tra i due grandi imperi, Selthon e Naren e viene rubata una pietra magica importantissima viene rubata per far sì che i Demoni possano riprendere il possesso della Terra, dopo che millenni prima gli Angeli li avevano relegati nel sottosuolo.
Primo di una saga di sei romanzi rientra nel classico fantasy: un bambino orfano predestinato, un destino segnato, la nemesi cattiva, la battaglia tra Angeli e Demoni, l’imposizione del padre che tenta di non far avverare il destino e il cambiamento dell’eroe predestinato che prende coscienza del suo ruolo.
L’ambientazione non è molto classica, infatti l’autore mischia la classica ambientazione in stile medievale con elementi ultratecnologici, alcuni dei quali sono quasi fantascientifici anche per la nostra epoca. Questo aspetto però invece di rovinare l’effetto del libro è l’unico che lo rende un po’ innovativo e diverso dal solito senza accentuare il déjà vu descritto sopra.
Le descrizioni degli ambienti sono molto particolareggiate e portano il lettore a immaginarsi i paesaggi realisticamente, come se in un lontano passato abbia avuto l’opportunità effettiva di visitarli. Non si può dire lo stesso dei personaggi. O meglio, la presentazione dei personaggi è fatta molto minuziosamente sia a livello fisico che mentale e sentimentale, è l’evolversi che viene tralasciato, specialmente per quanto riguarda il protagonista che passa da bambino ribelle e quasi infantile a eroe predestinato nel giro di nemmeno due righe lasciando il lettore un po’ sdubbiato.
Altra piccola parte che lascia un po’ di amaro in bocca è quando l’amica di Greg, Lisa, viene posseduta da un Demone che la manovra come una marionetta. Oltre a essere molto e troppo simile alla serie televisiva Supernatural il lettore si sente preso in giro quando Lisa, una volta liberata dal Demone, inizia a domandarsi se effettivamente il malvagio sia lui o qualcun altro, magari proprio Greg. Dubbio che non torna con la storia narrata.
In conclusione un ottimo romanzo fantasy nel suo insieme, specialmente vista la moda del momento a raccontare di creature più leggendarie come licantropi e vampiri, che però vista ormai l’eccessivo sfruttamento di questo filone riporta troppi riferimenti e déjà vu.

Alessandro H. Den nasce e cresce a Firenze. Fin dai tempi dell’asilo dimostra una grande passione per la scrittura iniziando i primi scarabocchi, passando poi ai tempi delle elementari ai primi raccontini e continuando con romanzi negli anni successivi, lasciando prove di questo anche sui banchi di scuola oltre che sui vari fogli.
Appassionato a troppe cose sceglie come linea di studio un corso poliedrico e decide di frequentare la Facoldtà di Design.
Il primo libro della saga scrive a sedici anni, però riesce a consegnare la copia definitiva per la pubblicazione solo anni dopo, quando lo ha già cestinato e riscritto almeno cinque volte.
La sua passione è così forte che al momento pur essendo impegnato a frequentare il secondo anno della laurea magistrale in Architettura, sta scrivendo il quarto romanzo della saga Le pietre di Talarana e il secondo romanzo breve della saga Le memorie di Talarana.

:: La scimmia di Hartlepool, Wilfrid Lupano – Jérémie Moreau (Tunué, 2015) a cura di Federica Guglietta

3 giugno 2015

hartlepool0La paura del diverso, spesso e volentieri, induce a compiere azioni disonorevoli. Ieri come oggi. Il pregiudizio, l’ignoranza intesa prevalentemente come non conoscenza dell’altro più che qualcosa legata al proprio grado di istruzione o ambiente in cui si vive insieme possono diventare una combo mortale.

Avrei potuto cominciare questa recensione parlandovi direttamente del cattivo sangue che scorre da secoli tra inglesi e francesi, spoilerandovi così mezzo libro e anche di più (ops…), ma facciamo un passo indietro poiché è tutto più narrativamente complicato e intrigante di ciò che potrebbe sembrarvi.

Ci troviamo in Inghilterra, più precisamente nella parte nord – est, ad Hartlepool, città portuale nella Contea di Durham. Ebbene, in questa città che anni ed anni fa era un villaggio c’è una statua.

Chi raffigurerà mai?

Sarà un re? Un capitano a cavallo? Il padre fondatore del posto?

Niente di tutto questo.

La leggenda vuole che, durante il periodo delle guerre napoleoniche, proprio qui, in questo villaggio che si affaccia sul Mare del Nord, sarebbe stata impiccata una scimmia. Stando al racconto, infatti, un pescatore avrebbe trovato l’animale dopo essersi avvicinato ad una nave da guerra francese alla deriva. Come potrete ben immaginare, l’uomo non aveva mai visto dal vivo né un francese tantomeno una scimmia e, avendola trovata a bordo totalmente sola, la scambiò per un essere umano. Per uno di loro. Non pensò minimante di poterla trarre in salvo, si trattava pur sempre di uno straniero, un francese, loro acerrimo nemico per definizione.

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Proprio per questa ragione, dopo un processo molto sbrigativo e alla buona (neanche per la peggior ipotesi di Legge del Taglione), impiccò la povera e malcapitata scimmia.

Questa leggenda deve aver influito molto sull’immaginario collettivo, tanto che i tifosi della squadra di calcio locale vengono chiamati Monkey hangers, ossia impiccatori di scimmie.

Non solo.

nTramandata di bocca in bocca, la storia della scimmia impiccata dal pescatore è arrivata fino alle orecchie di Wilfrid Lupano, spingendolo a scrivere una storia ispirata a questo fatto verosimilmente accaduto e poi magnificamente illustrato da Jérémie “Morrow” Moreau, disegnatore giovanissimo, capace di ricreare con la sua matita atmosfere cupe ed esilaranti allo stesso momento e di caratterizzare i propri personaggi donando loro un’aria caricaturale molto simpatica, da un lato, e di forte impatto emotivo dall’altro.

Col suo insieme di trama tragicomica e illustrazioni in pieno stile cartoon e grotesque, La scimmia di Hartlepool (titolo originale Le Singe de Hartlepool), è un graphic novel pubblicato in Francia nel 2012 dalla Delcourt, mentre in Italia è uscito lo scorso febbraio per la casa editrice Tunué.
Mai come di questi tempi c’è bisogno di leggere, rileggere e consigliare libri di questo genere. Sì, anche a fumetti. Per riflettere, sia sulle azioni degli uomini che sulla ripetitività della Storia e non si può negare che le illustrazioni comunichino più delle parole, nella maggior parte dei casi.

Una storia, questa di Lupano e Moreau, che sembrerebbe raccontata con leggerezza, ma che, a fine lettura, lascia l’amaro in bocca e una ferita profonda.

Un racconto storico, per essere più precisi, per nulla pesante. Al contrario, possiamo notare: tratti per niente discontinui, colorazione tenue che si fa accesa nei momenti di maggior pathos, narrazione scorrevole e che non lascia nulla al caso. Non per niente, queste sono le caratteristiche che hanno permesso ai due autori di essere premiati al Gran Prix di Angouleme.

Come nella leggenda, siamo nel 1814. Una nave francese va a picco. Sopravvivono solo la scimmia – mascotte dell’equipaggio e un ragazzino di nome Charly, cresciuto da una balia inglese. Vi ricorda qualcosa il diminutivo Charly? Niente? Sicuri? Il riferimento storico è latente, ma non del tutto estraneo alla conoscenza collettiva, in quanto potrebbe trattarsi (anzi, togliamo pure quel potrebbe) di un personaggio ispirato a Charles Darwin.

Il motore delle azioni degli abitanti del villaggio è la paura del diverso, il terrore nei confronti di quell’altro da sé catapultato sotto i loro occhi nelle sembianze di una scimmia in divisa francese che è diventa, quindi, emblema e capro espiratorio di tutta la popolazione nemica. Prima di agire, si “difendono” verbalmente dallo sconosciuto con espressioni che non lasciano niente all’immaginazione: «Brutto verme ingoia merda di gallina, sporco mangia trippe di ratto», oppure «Maledetto figlio di una cagna ingravidata dal demonio travestito», e ancora «Sporco aborto di pantegana rabbiosa», tanto per fare qualche esempio.

La nostra povera protagonista sarà condannata a morte dalla giustizia popolare, reo di essere una spia napoleonica.

Il ragazzino, invece, è l’unico a riuscire in qualche modo a stabilire un contatto con i suoi coetanei di Hartlepool. Unico spiraglio di speranza in una storia dominata da odio ed incomprensione.

Wilfrid Lupano, classe 1971, scrittore e sceneggiatore. Già autore di molte opere, ad esempio: Alim le Tanneur, la satira Les Aventures de Sarkosix, il western L’Homme qui n’amait pas les armes à feu, il polar (diminutivo francese che indica il genere poliziesco – noir) Ma Révérenc, ma è nel 2012 con La Singe de Hartlepool che raggiunge il successo.

Jérémie “Morrow” Moreau, classe 1987, premiato come giovane talento ad Angouleme nel 2012, nel 2005 vince il Premio BD scolaire e poi inizia la sua carriera anche nel mondo dell’animazione. Oltre a La Singe de Hartlepool ha pubblicato anche un’altra opera dal titolo Max Winson, questa volta da autore completo.

:: Mediorientarsi – Il silenzio e il tumulto, Nihad Sirees, (Il Sirente, 2014), a cura di Matilde Zubani

30 Maggio 2015

72Le due strade che si intersecano all’angolo del mio palazzo sono letteralmente gremite di gente, prese d’assalto da una marea umana che scivola e sussulta, sormontata da centinaia di ritratti del Leader che fluttuano come onde marine al di sopra delle teste. (…) lascio l’appartamento nella speranza di fuggire alla calura e al tumulto: fuori, però, è l’inferno sulla terra.

Il racconto prende vita in una città, di cui non si saprà mai il nome, schiacciata dal caldo e dal frastuono, tappezzata dalle immagini di un Leader, anch’esso senza nome. In queste circostanze vive Fathi Shin, uno scrittore ormai da tempo emarginato e considerato un traditore della patria, perché non iscritto al partito unico.

Fathi ci racconta, con pungente ironia, la fatica di vivere in un Paese in cui perfino la musica si è trasformata in un’arte patriottica, con l’unico scopo di suscitare l’ardore della folla. Una rapida successione di aneddoti, come l’inchiesta aperta dai servizi segreti a suo carico per un “caso di vaffanculo”, solletica la nostra immaginazione, tingendo l’oppressione di assurda comicità. Nel caos che lo circonda il protagonista conduce una ricerca quasi mistica del silenzio, in cui captare le voci e i suoni più tenui. Un silenzio che gli viene costantemente negato, perché mentre la calma e la tranquillità inducono le persone alla riflessione, attirare periodicamente le folle in questi cortei tumultuosi è indispensabile al fine di lavare il cervello e di impedire di commettere l’orrendo crimine del pensare. Perché il pensiero è un’autentica calamità, pari all’alto tradimento nei confronti del Leader.

La vita di Fathi è resa meno dura dall’amore che prova per tre donne (profondamente diverse tra loro): c’è Lama, la sua amante e compagna, a cui lo lega una passione che rappresenta la loro personale risposta al regime e il sesso, l’unico modo per riappropriarsi della vita. C’è poi la sorella Samira, dal buonumore permanente, che grazie all’indifferenza a tutto e a tutti si conquista a colpi d’ironia uno spazio di libertà nel matrimonio infelice. Infine la madre, rifugiata in un’esistenza di ostentata superficialità, che con le sue vicende amorose finirà per mettere il figlio di fronte a un temibile bivio.

In questo libro non c’è solo la storia di Fathi, ma il desiderio di raccontare la vita sotto dittatura. Il parallelismo con la Siria, terra natale dell’autore, sorge spontaneo. In poche righe, Sirees trova l’occasione per una digressione sulla divinizzazione del Leader, che suona quasi come un’autocritica. Risalendo fino alla conquista della Persia da parte di Alessandro Magno racconta: i Persiani avevano l’abitudine di prostrarsi davanti alo loro re (…) Alessandro si era messo in testa di importare quel rituale in Grecia, ma si era scontrato con l’opposizione dei Macedoni. Mentre ad Atene si trattava di rapporti tra governo e cittadini, in Oriente era piuttosto una questione di dominio esercitato dal re-dio sulle sue creature. Anche gli Arabi erano stati vittime di questo assolutismo importato dall’Oriente ma, contrariamente ai Macedoni, non avevano manifestato troppe obiezioni.

Secondo lo scrittore siriano Shady Hamadi, questo libro denuncia parte della società siriana che ha accettato di scendere a compromessi con il potere, in cambio di benefit elargiti ad alcuni dal regime. Spetta quindi agli arabi, e ai siriani in particolare, riuscire a liberarsi dal Presidente-Dio, per una società della partecipazione nella quale l’individuo riprenda il suo valore originale.

Il silenzio e il tumulto è un libro asciutto e colloquiale, in cui spesso l’autore si rivolge direttamente al caro lettore, quasi a volersi confidare. E’ un atto di coraggio scandito da un ritmo perfetto, merito anche della traduzione di F. Pistono. Più volte ho pensato che la scelta di alcune parole fosse particolarmente azzeccata, rendendo al meglio la vivace ironia dello scrittore.

Consiglio a tutti, senza esitazioni, questo romanzo: un inno alla libertà e alla superiorità dell’intelletto, che non può essere messo a tacere, nemmeno dal tumulto più assordante. Traduzione dall’arabo di Federica Pistono.

Nihad Sirees è nato ad Aleppo nel 1950. Laureato in Ingegneria civile, è autore di sette romanzi e di diverse sceneggiature per il teatro e la TV. Dal 2012 Sirees si è ritirato all’estero, in un esilio auto-imposto dovuto alla situazione politica siriana.

Breve storia della SiriaPer circa 400 anni il territorio siriano è stato parte dell’Impero ottomano. Con l’insorgere della Prima guerra mondiale ci fu un breve tentativo di dar vita ad una monarchia indipendente. Tentativo subito stroncato dalle forze armate francesi, che diedero il via ad una stagione coloniale durata oltre venticinque anni (1920-46) e conclusa soltanto “grazie” al patto stretto con un altro potente attore occidentale, la Gran Bretagna. L’accordo prevedeva la creazione di due stati indipendenti: la Siria e l’Iraq, che sarebbero dovuti restare divisi, così da poterli controllare meglio. Da questa spartizione nacque in Siria, indipendente dal 1946, la coabitazione tra una maggioranza sunnita e minoranze cristiane, druse, curde e sciite di rito alawita. A seguito dell’indipendenza si ebbe un periodo di instabilità, costellato da numerosi cambi di governo e tredici colpi di Stato. Nel 1963 salì al potere il partito Ba’th e nel 1970 un golpe interno al partito affermò alla guida del paese Hafiz al-Asad, a cui è succeduto nel 2000 il figlio, Bashar al-Asad. Dalla decolonizzazione erano state le coalizioni delle minoranze ad aggiudicarsi la supremazia politica e quando le primavere arabe hanno portato la maggioranza sunnita nelle strade della Siria, per chiedere a gran voce la libertà, si è scatenata una cieca repressione sfociata nel feroce conflitto che tutt’ora insanguina il Paese.

:: Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere, Franco Forte, (ed. Cento Autori, 2015) a cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2015

fuga_d_azzardo_libroUna valigia piena di soldi e una donna in fuga si sa da chi, ma non  bene il  perché. Kimberly bella, bionda, figlia di papà è in realtà una ragazza ribelle che abbandona la sua vita di benessere per seguire il suo uomo, Mirko Sladek. Lui è l’uomo di fiducia di La Cocca, il potente boss che ha il controllo assoluto dello spaccio di droga sulla Costa Ovest degli Stati Uniti. Durante la compravendita di una costosa partita di droga la ragazza si intrufola nella trattative e non perde occasione di fuggire con il malloppo. Entrambi sono i protagonisti del nuovo romanzo si Franco Forte, Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere (ed. Cento Autori). Dall’America, la narrazione si sposta in Italia, a Cremona, una cittadina tranquilla pacata dove la ragazza è sicura che i suoi sicari inseguitori non la troveranno mai. Peccato che questa certezza si rivelerà per Kimberly una mera illusione. Il motivo? I suoi inseguitori la troveranno, ma sulle sue tracce si metterà anche la polizia italiana, e per la giovane comincerà una nuova fuga e una vera e propria lotta alla sopravvivenza. Nel nuovo libro di Forte la suspense è a fil di lama, pagina dopo pagina è un crescendo di situazioni che tolgono il fiato a chi legge, con colpi di scena spesso inaspettati. Ci sono personaggi che credono di essere giustiziati per i propri errori, ci sono brutali carnefici che ricompiano sulla scena, dimostrando che di non essere morti come qualcuno avrebbe voluto. Ci sono tradimenti, ripicche e intrighi che raccontano la delinquenza nascosta dietro all’apparente ordine del mondo nel quale i protagonisti vivono. Nel thriller di Franco Forte riecheggiano i film e la letteratura pulp, atmosfere crude alla Tarantino, ma anche scene di estremo pericolo e violenza fisica e psicologia alla quale tutti i personaggi presenti sono sottoposti dalla penna dello scrittore. Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere è molto vicina alla letteratura hard boiled per l’elevato tasso di suspense, tensione e senso di rischio incombente, che aleggia dalla prima all’ultima pagina. Quello che accade a Kimberly, e a chi cerca di catturarla e eliminarla, è la testimonianza che la fuga non è sempre la via migliore da scegliere per avere salva la vita. In Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere, Franco Forte spiazza il lettore fino all’ultima pagina, a dimostrazione che anche chi sembra avere una possibilità di redenzione, forse ha sbagliato troppo per ottenerla.

Franco Forte è giornalista professionista, traduttore, sceneggiatore e consulente editoriale. Ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi bestseller Carthago (Mondadori, 2009), La Compagnia della Morte (Mondadori, 2009), Operazione Copernico (Mondadori, 2009), i cui diritti di traduzione cinematografica sono stati acquistati da Dino De Laurentiis, La stretta del Pitone (Mursia, 2005), Il figlio del cielo e L’orda d’oro (Mondadori, 2000) – da cui ha tratto uno sceneggiato TV su Gengis Khan prodotto da Mediaset – China killer (Marco Tropea/Il Saggiatore, 2000). Tra gli altri libri: Roma in fiammeIl segno dell’untore (2013) e Ira domini. Sangue sui navigli(2014) e Caligola. Impero e follia (2015).
Sempre per Mediaset ha scritto la sceneggiatura di un film tv su Giulio Cesare e ha collaborato a serie televisive quali RIS – Delitti imperfetti, Distretto di polizia e Intelligence. Per la RAI ha scritto alcune puntate della fiction Alpha Cyber. Il suo esordio come narratore risale al 1990, con il romanzo Gli eretici di Zlatos (Editrice Nord). Direttore responsabile della rivista «Writers Magazine Italia» (www.writersmagazine.it) ha pubblicato Il Prontuario dello scrittore, un manuale di scrittura creativa per gli autori esordienti.
Ha curato antologie per Mondadori, Stampa Alternativa, Editoriale Avvenimenti e ha tradotto i romanzi Aristoi e Metropolitan di Walter Jon Williams (Mondadori), Meglio non chiedere di Donald E. Westlake (Marco Tropea Editore) e, dal tedesco, Q come Caos di Falko Blask (Il Saggiatore).

:: Cucciolo d’uomo – La promessa di Mila, Matteo Strukul (E/O, 2015)

28 Maggio 2015

CULa violenza iperrealista del pulp si unisce alla poetica melanconica dei sentimenti nel nuovo capitolo (conclusivo?) della saga di Mila Zago, Cucciolo d’uomo – La promessa di Mila, del padovano Matteo Strukul. Direte voi: mai connubio fu più stridente. E in effetti è esattamente la prima impressione che si prova avvicinandosi a questo personaggio di bounty killer dagli occhi verdi e dai vistosi (e coreografici) dreadlocks rossi. Un personaggio che sembra nato per il fumetto a cui l’autore, vistosamente innamorato della sua creatura, dona uno spessore che solo la letteratura di impegno civile sa dare, pure con le leggi ferree del pulp: frasi brevi, dialoghi sovrabbondanti, scene d’azione chiassose e sopra le righe. Ma se il pulp noir ha connotazioni americane, Strukul cambia registro e ci inserisce come scenario il suo Veneto e sfumature mitteleuropee, (retaggio della sua cultura e formazione), e ciò che genera è decisamente anomalo e senz’altro unico nel panorama noir italiano, pieno anche di pessimo noir di importazione e imitazione. Può non piacere il genere, ma è indubbio che va apprezzato il coraggio di questo autore di tentare queste contaminazioni su direttive prestabilite e proporre una sua voce. La sua eroina (femminista) scopre l’istinto materno e reagisce naturalmente a modo suo: difendendolo come una belva feroce difende il suo cucciolo da tutti coloro che vogliono fargli del male. Parlavo di impegno sociale, e qui è evidente il ruolo della violenza mai fine a se stessa ma utilizzata come strumento di rottura per stigmatizzare un certo tipo di crimalità globalizzata, la “McMafia”, capace di infiltrarsi negli strati più sani della società e che non ha scrupolo di usare i più deboli, i bambini, per traffici illeciti che vanno dalle adozioni illegali, alla schiavitù sessuale, al trapianto di organi. E Mila in viaggio verso Berlino con il suo prezioso supertestimone deve vedersela anche con nemici interni all’ organizzazione per cui lavora. Chi è la talpa? Chi è il traditore? A un certo punto la violenza sarà troppa pure per Mila? Per esserne sicuri lo chiederemo all’ autore, prossimamente su queste pagine.

Matteo Strukul è stato scoperto da Massimo Carlotto, ha pubblicato per la E/O Edizioni, La ballata di Mila (vincitore del Premio speciale Valpolicella 2011 e semifinalista al Premio Scerbanenco 2011), e Regina nera. La giustizia di Mila. Ha anche scritto la sceneggiatura del fumetto Red Dread (Lateral Publish 2012), basato sulle avventure dell’eroina del suo primo romanzo, Mila Zago, disegnato da Alessandro Vitti e vincitore del Premio Leone di Narnia 2012 come miglior fumetto seriale italiano. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti, collabora con Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre e La Tribuna di Treviso. È inoltre ideatore e fondatore di Sugarpulp, movimento letterario veneto che ha ricevuto la benedizione di Joe R. Lansdale e Victor Gischler, nonché direttore artistico dello Sugarpulp Festival. Dirige Revolver, nuovo marchio editoriale di Edizioni BD dedicato al noir. Vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova e Berlino.

:: La porta dei morti, Sibyl von der Schulenburg, (Il Prato, 2015)

28 Maggio 2015

LaScrittrice bilingue, vissuta in ambiente multiculturale tra Germania, Svizzera e Italia, Sibyl von der Schulenburg è autrice di alcuni romanzi definiti psicoromanzi, per le loro dinamiche psicologiche e introspettive. La porta dei morti, edito da edizioni Il Prato, è il suo quarto romanzo di questo particolare sottogenere della narrativa e ci porta in Toscana, raccontandoci una storia di solitudine, dolore e riscatto, non priva di elementi parapsicologici. Il romanzo inizia in modo molto crudo, quasi con venature horror, ci presenta il disturbo mentale della protagonista, Giulia Regazzoni, un’ anziana cittadina svizzera che vive in un casale isolato vicino a Verdalmasso, sulle colline toscane. Giulia soffre di un disturbo denominato animal hoarding che la spinge a raccogliere nella sua abitazione una grandissima quantità di animali facendoli vivere in condizioni insalubri e inadeguate. A rompere il suo fragile equilibro arriva sua nipote, Lucia, un’ adolescente sovrappeso portata dalla madre in Toscana e affidata alle cure della nonna. Tutto si svolge in modo molto drammatico e le reazioni della nipote all’incontro con la nonna sono senz’altro di disagio se non di disperazione.(Come primo pasto la nonna consegna alla nipote una lattina con un pasticcio di carne, e per un attimo ho pensato che fosse cibo per cani). Quando poi arriva una psicologa, Valeria Zorzi, per valutare le sue condizioni, la storia si dipana tra realtà e irrealtà, in un percorso di autoguarigione che se vogliamo porterà rafforzarsi il rapporto tra nonna e nipote, in una chiave anche terapeutica. Leggende etrusche, poteri medianici, si aggiungono a colorire una storia di per sè già ricca di spunti narrativi. Senz’altro i temi centrali del romanzo sono la morte e la perdita e cosa ruota nella mente delle persone che li affrontano il più razionalmente possibile. La paura della morte o meglio la paura del morire vengono esorcizzate da complesse derive mentali e soprattutto il senso di perdita e di distacco e di colpa può generare mostri, e così capita alla nostra Giulia, finchè non trova la forza nella nipote per guarire. Lo stile dell’autrice è davvero piacevole, piano e immediato e aiuta a seguire questa vicenda che non risparmia i lati più negativi di una patologia davvero invasiva. La descrizione delle carcasse di animali morti, i liquami, le immondizie abbandonate, creano senz’altro nel lettore un forte stato di disagio, che si accentua scavando sempre più a fondo nella psiche di Giulia, ma si avvicina la festa di san Giovanni, quando i morti e i vivi possono entrare in contatto. Realtà? Frutto solo della mente dei personaggi? Quello che è certo è che i sentimenti hanno un potere curativo ed è senz’altro questo il messaggio positivo del romanzo.

Sibyl von der Schulenburg  dopo un esordio in saggistica, si dedica a storie di persone in condizioni psichiche conflittuali. É autrice dei psicoromanzi “Ti guardo”, “I cavalli soffrono in silenzio” e “La porta dei morti”.

:: I trasfigurati, John Wyndham, (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

28 Maggio 2015

i_trasfiguratiLa fantascienza è ben lontana dall’essere scomparsa, malgrado quello che si può pensare in certi momenti, e il filone che da anni va per la maggiore, complici riproposte ma anche nuove storie, come il solo all’apparenza adolescenziale Hunger Games, è la distopia, il futuro negativo, in cui le cose sono andate nel modo peggiore che si poteva immaginare.
I trasfigurati di John Wyndham, best-seller di alcuni decenni fa, si inserisce in pieno nella distopia, presentando la fobia, oggi forse in parte scomparsa dopo la fine della Guerra fredda, del mondo post atomico, in una società in cui tutto si è riformato intorno a piccole comunità dominate da un fanatismo religioso che ha ripreso alcuni inquietanti elementi dall’eugenetica.
L’eroe di questo mondo allo sbando è David Strorm, un adolescente che vive a Waknuk, in un punto non precisato degli ex Stati Uniti d’America, figlio di uno dei tanti predicatori nati in questo zelo religioso. L’imperativo di questi nuovi integralisti è la lotta e lo sterminio di ogni mutante, persone o animali con deformità più o meno evidenti (verrebbe da dire fisiologiche dopo un disastro nucleare), ma David sarà il primo a ribellarsi a questa disumanità quando incontrerà Sophie, una bambina giunta per caso nella sua comunità, con sei dita nei piedi, e quindi secondo suo padre ed altri assolutamente da eliminare.
David dovrà trovare la sua strada e una nuova prospettiva, in un mondo che scoprirà diverso da quello in cui credeva, dopo i Mutanti stanno diventando sempre di più una realtà e dove stanno emergendo anche comunità diverse da quella in cui lui è cresciuto.
I trasfigurati è un romanzo di grande interesse, e non solo per chi ama la fantascienza sociologica, che offre tantissimi spunti. La metafora della ricerca di una propria strada e della storia di formazione è eterna e sempre efficace, mentre l’idea di una società futura dominata da integralismo religioso e fanatismo non sarà nuovissima ma in questo momento storico è particolarmente inquietante. L’odio per il diverso, specchio deformato di tutti gli odi per i diversi di cui è piena la storia è sempre un qualcosa su cui riflettere, perché nella paura verso l’altro si definiscono i limiti di una società, in questo caso un mondo ristretto terrorizzato dalle ovvie conseguenze degli errori umani.
Una storia quindi interessante e avvincente, con vari livelli di lettura, capace di creare inquietudine in chi legge ma anche di far riflettere sui limiti della società, su fobie, estremismi, pericoli, perché in tanti angoli del mondo ci sono dei David che lottano contro l’oscurantismo e il bigottismo per un mondo migliore, un mondo in cui tutte le Sophie che ci sono non siano discriminati. E il tutto è raccontato con uno stile asciutto, senza retorica, come nella grande letteratura. A questo punto c’è da sperare che vengano proposti altri libri di Wyndham, che in passato, non con I trasfigurati, ispirò il cinema fantascientifico in una delle sue stagioni migliori.

John Wyndham è uno degli scrittori inglesi più noti della seconda metà del Novecento. Dai suoi libri sono stati tratti alcuni celebri film come L’invasione dei mostri verdi di Steve Sekely e Il villaggio dei dannati del maestro dell’horror John Carpenter.