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:: L’imperfetta meraviglia, Andrea De Carlo (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

21 ottobre 2016
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Circoscrizione di Fayence, dipartimento del Var, regione Provence-Alpes-Cote D’Azur.
Mercoledì 18 novembre 2015. Un blackout colpisce tutta la circoscrizione creando gravi danni a tutti i negozianti. Una di loro è Milena Migliari, proprietaria di La Merveille Imparfaite in rue Saint-Clair.
Milena è di origine italiane, ma da quando ha conosciuto Viviane, la sua compagna, ha deciso subito di lasciare tutto per seguirla in Francia, dove lei fa la massaggiatrice e sta scrivendo un libro, e di aprire una gelateria. Viviane l’ha sempre supportata molto, ma ultimamente sembra non credere più alla passione di Milena, sminuendolo a un semplice hobby.
Milena infatti non è una semplice gelataia, la sua passione per la creazione dei gelati le arriva dall’anima, le piace creare nuovi gusti e sempre con prodotti di stagione e freschi e tutti i sui gusti sono artigianali, portandola a passare molto tempo fuori casa.
Milena è in ansia, questa mancanza di corrente porterà i suoi gelati a perdere la giusta consistenza, il giusto sapore, ma per fortuna le arriva un ordine improvviso di dieci chili.
L’ordine arriva dalla casa di Nick Cruickshank, un musicista famosissimo, ma per Milena è un semplice sconosciuto. È questo che lo colpisce subito, il fatto che lei non lo tratti come una star, non si mette a tremare o ballare sul posto per l’eccitazione, ma gli parla come a una persona normale.
Proprio dopo quell’incontro e aver assaggiato il suo gelato a Nick iniziano a sorgere moltissimi dubbi inerenti alla sua vita. Infatti ha due matrimoni falliti alle spalle e il terzo, che dovrebbe iniziare a breve, non sembra molto diverso dagli altri, infatti Aileen è identica alle sue ex mogli.
Anche Milena inizia a farsi delle domande. Il suo rapporto con Viviane si è raffreddato, e la sua imminente voglia di maternità le fa aumentare ancora di più i dubbi. E poi c’è quella cosa che sente quando parla con Nick, non ha mai provato quelle sensazioni, né quando frequentava i suoi ex ragazzi e nemmeno quando ha iniziato la sua storia con Viviane.
A complicare tutto c’è anche la passione di Nick per il lavoro di Milena, l’unico a capire realmente la passione che lei ci mette, a riconoscere tutti i gusti e a capire perfettamente l’amore che lei mette in ogni sua creazione.
Cosa stanno facendo delle loro vite? Davvero stanno realizzando i loro sogni costruendo qualcosa nella loro vita?
Un romanzo introspettivo e profondo che sonda a fondo i sentimenti più puri e veri dei protagonisti. Pensieri sulle loro relazioni e sulle loro vite. Valutazioni sulle proprie realizzazioni e sui propri fallimenti.
Un romanzo romantico, riflessivo e stravolgente che porta il lettore a pensare seriamente alla propria vita facendogli fare un approfondito esame di coscienza.
Il tutto condito da descrizioni minuziose di ambienti spettacolari e poetici che fanno da sfondo alla storia più incredibile che si sia mai raccontata.

Andrea De Carlo nasce a Milano nel 1952.
Laureatosi in storia contemporanea decide di iniziare a viaggiare per l’Europa, finendo poi a vivere per lunghi periodi negli Stati Uniti e successivamente in Australia.
Il suo primo romanzo, Treno di panna è stato pubblicato con un’introduzione di Italo Calvino.
Scrittore e musicista ha pubblicato sia vari romanzi che inciso cd di successo.
I suoi romanzi sono tradotti in ventisei paesi.

Source: ebook inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mr. Tambourine Man non risponde

20 ottobre 2016

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People are crazy and times are strange
I’m locked in tight, I’m out of range
I used to care, but things have changed

Dunque, ricapitoliamo.
In questi giorni, dopo l’annuncio del conferimento del Nobel per la letteratura 2016 dato a Dylan, è successo letteralmente di tutto.
Beh, forse di tutto no, ma insomma più del solito.
Nessun Nobel per la letteratura è mai del tutto indolore, nessun Nobel per la letteratura trova tutti concordi.
Già, comunque è divertente che in questo ambito abbiano tutti voce in capitolo, diritto di parola, quando già l’Accademia di Stoccolma è un’entità misteriosa, (dopo 50 anni sono rese pubbliche le carte dei dibattiti che hanno portato alla scelta) e di solito i premiati sono geni, (sì anche Dylan lo è, si accetti o meno la pertinenza e l’opportunità del premio a lui dato).
Noi che parliamo geni non siamo, almeno io per certo so di non esserlo, quindi dicevo è abbastanza divertente tutto quello che sta succedendo.
Oltre alla gente comune che dibatte sui social network, anche personaggi più o meno illustri, più o meno competenti (e su questo argomento ci torneremo) si sono schierati pro o contro.
Insomma il corollario delle polemiche è come dire parte del pacchetto completo, ma quest’anno c’è altro. Intanto le polemiche non si placano, né tra i fan accaniti di Dylan e suoi detrattori, (che esistessero detrattori di Dylan infatti è per me una novità quasi assoluta, ma ci sono, e trovano legittimità per il semplice fatto che c’è diritto di parola per tutti, almeno nel mondo libero e democratico che sogniamo essere quello della letteratura e dell’arte. Un universo e un mondo molto migliore di quello reale), né nel versante più istituzionale che vede fallire i tentativi dell’Accademia di Stoccolma di parlare con Dylan, direttamente e avere da lui una sorta di grazie.
Esatto Dylan si nega, parla tramite i suoi collaboratori (educatissimi). Ma lui di persona, tace. Tace ai concerti, tace con la stampa, tace pure con gli amici. (E se non tace con gli amici, non sapremo mai bene cosa si dicono).
Tacerei anche io, al suo posto.
Anche se a questo silenzio si sono date miriadi di interpretazione.
Non è Dylan ad avere bisogno del Nobel, ma è il Nobel ad avere bisogno di Dylan. Le polemiche l’hanno offeso, e per non insultare pesantemente Norman Mailer, Irvine Welsh, Jason Pinter, e compagnia bella preferisce tacere. Perché Dylan è al di sopra delle polemiche. Lui è Dylan. Perché semplicemente non gli interessa, né il Nobel, né la gloria e la fama (il destino l’ha già servito), né ricevere una medaglia dal re di Svezia. O forse, dato che qualche sorrisino l’ha fatto e l’abbiamo visto tutti, la cosa l’ha immensamente divertito, giudicandola un simpatico scherzo.
Detto fra noi, per me il 10 dicembre Dylan ci andrà a Stoccolma, vestito di nero, elegantissimo, con il volto truce, non si perderà l’occasione di dire al mondo della cultura la sua. L’ha capito persino Obama come è fatto, come giudica tutto quello che gli capita e capita nel mondo.
Finiranno le polemiche?
Non credo proprio ma intanto in queste ore, in questi giorni, molti si stanno avvicinando alla sua musica, alle sue canzoni. E ce ne sono così tante che sfido io qualcuno le conosca tutte. Neanche i saggi dell’Accademia, presumo. E qui torniamo al punto cruciale di chi detiene la competenza necessaria non dico per criticarlo, ma anche solo per giudicarlo. Forse solo i fan, che antepongono il sentimento alla logica. Il suo pubblico insomma. Che gli ha permesso di non cantare le sue infinite canzoni in pub fumosi, o per quattro ubriachi nel buio di una stazione ferroviaria.
Lui che ha iniziato con pochi cent in tasca, senza uno straccio di prospettiva, come molti eroi delle sue canzoni. Sì se non hai niente hai davvero niente da perdere.
C’ero anche io tra coloro che ci sono rimasti male alla notizia del Nobel a Dylan, ma è durata poco. E soprattutto mi ha permesso di riscoprire e riavvicinarmi a questo artista, di conoscere canzoni che prima non conoscevo, di studiare le fasi della sua carriera piuttosto tormentata, tra varie morti e rinascite, e poi ormai “Things Have Changed” non mi esce più dalla mente.
E c’è ancora molto da scoprire.
Ecco quello è davvero il bello, vada o non vada a Stoccolma il 10 dicembre.
Se il compito del Nobel è avvicinare la gente, anche comune, non solo gli intellettuali, ai libri, alla poesia, alla letteratura, beh il Nobel, quest’anno, lo merita proprio l’Accademia.

:: Bookteen – Un’ intervista con Giorgio Fontana, a cura di Lucrezia Romussi

20 ottobre 2016

ghjGiorgio Fontana, l’autore di best seller come ‘’Babele 56’’ o ‘’Morte di un uomo felice’’, il vincitore di svariati concorsi letterari tra i quali il premio Racalmare – Leonardo Sciascia 2012 e il trofeo Campiello 2014, lo scrittore di articoli su diverse testate nazionali ed internazionali fra cui “Il manifesto’’ e “Wired”, il codirettore dal 2005 al 2010 del pamphlet letterario “Eleanore Rigby”, lo sceneggiatore di storie per il settimanale “Topolino”, l’insegnate di scrittura creativa, il collaboratore de “IL”, “TuttoLibri”, il domenicale del “Sole 24 ore” ma soprattutto l’uomo che funge da esempio pratico a tutti i giovani che credono nella scrittura e nel potere che essa cela e custodisce in sé si è prestato gentilmente a rispondere alle domande che seguono.

Nel mondo di oggi nel quale ci sono gravi difficoltà economiche, culturali e sociali secondo te la scrittura e la lettura che ruolo hanno? Possono agevolare l’individuo?

La lettura e la scrittura aiutano a pensare meglio. Educare a entrambe mi sembra importantissimo; un’alfabetizzazione pienamente funzionale è l’unico modo per fronteggiare e decifrare una società così complessa, e così basata sulla parola scritta. Questo in generale. Ma tali considerazioni non dovrebbero farci dimenticare che la lettura è anche e innanzitutto un piacere.

Qual è il tuo libro preferito tra quelli che hai scritto? E tra quelli che hai letto?

Fra quelli che ho scritto: credo “Morte di un uomo felice“. Fra quelli che ho letto: uno solo? E’ davvero difficilissimo rispondere a questa domanda. Il mio scrittore preferito è Kafka, ma se devo scegliere un singolo romanzo allora forse direi “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov. C’è dentro tutto.

Quali tra i tuoi libri consiglieresti ai ragazzi? Perché?

Forse “Babele 56“. E’ un po’ datato (2008), ma ancora abbastanza attuale.

Potresti, per favore, descriverne brevemente la trama?

Sono otto storie vere di persone immigrate a Milano da paesi diversi (Ucraina, Tunisia, Cina…): raccontano com’è cambiata la mia città, e quali sono le loro aspettative o i loro sogni. Probabilmente per i ragazzi più giovani la multietnicità della società è un dato acquisito – o almeno così spero: ma forse queste storie possono ancora essere interessanti.

Mario Vargas LLosa diceva ‘’uno scrittore non sceglie i suoi argomenti, sono questi ultimi a sceglierlo’’ cosa ne pensi al riguardo?

Capisco cosa intende Vargas Llosa, e in un certo senso sono pienamente d’accordo: quando una storia si impone è quella, e quella soltanto. Ma messa così può sembrare che da parte dell’autore ci sia un controllo quasi nullo sulla materia. Non è così.

Che consigli ti senti di donare a persone che vorrebbero fare il tuo stesso lavoro?

Leggete tanto e con attenzione. Imparate a buttare ciò che non vi soddisfa e soprattutto a riscrivere. Sviluppate rapidamente una buona capacità autocritica. Imparate ad accettare i rifiuti e i fallimenti. Sopportate la solitudine. Perseverate. E soprattutto: scrivete quel che vi pare, quel che vi dà gioia, quel che vi sembra necessario; non quello che pensate vi porterà alla pubblicazione.

Ringraziando ancora una volta Giorgio Fontana per la disponibilità sempre dimostrata concludo questo articolo con un aforisma del Grande e Immenso Umberto Eco il quale recita: ‘’Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’ indietro.’’

:: Il rumore della pioggia, Gigi Paoli (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

20 ottobre 2016
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Firenze, giorni nostri. Via Maggio. In un negozio di antiquariato di proprietà dell’economato della Curia viene trovato il cadavere del commesso, Vittorio Stefani anni 68, da Padre bruno Martelli, capo economato.
Il generale Nigro chiama subito il migliore a indagare, così anche se normalmente il colonnello Lion non si occupa di omicidi, deve fare uno strappo alla regola e ubbidire agli ordini.
Anche un’altra persona si troverà a fare un’eccezione ai suoi normali incarichi, il giornalista Carlo marchi, incaricato normalmente della cronaca giudiziaria, che dovrà seguire da molto vicino tutte le indagini.
Iniziano così le investigazioni a 360°, arrivando ai massoni, antiche sette sataniche, gruppi omosessuali e Curia compresa, ma i misteri e i segreti sono più torbidi di quanto Lion e Marchi possano mai immaginare. E molto più pericolosi di quello che sembrano.
Un romanzo tutto all’italiana, coinvolgente, che sa far ambientare il lettore, anche non conoscendo la città grazie alle descrizioni ben fatte e molto minuziose, sempre dal punto di vista della voce narrante, che è in prima persona, così che il lettore abbia l’impressione di vedere lui direttamente la scena che ha davanti.
La storia sa perfettamente tenere l’adrenalina sempre al culmine e l’attenzione sempre attiva, con una narrazione piena di effetti e colpi di scena che non calano nemmeno alla fine del romanzo dove l’ultimo colpo di scena sarà quello che stordirà il lettore completamente.
Il personaggio principale, Carlo Marchi, sembra molto la impersonificazione dell’autore, infatti per tutto il romanzo si ha la certezza che chi scrive lo faccia perfettamente con cognizione di causa, maturata non solo grazie a ricerche e studi sul campo, ma proprio da anni di servizio.
Grande spazio lo trovano anche i sentimenti, specialmente quando si parla del rapporto padre-figlia, molto travagliato a causa degli orari di lavoro di lui e delle classiche crisi adolescenziali causate dalla giovane età di lei.
Un romanzo che sa come conquistare e un nuovo personaggio di cui innamorarsi e di cui seguire gli sviluppi nelle prossime narrazioni.

Gigi Paoli nasce a Firenze nel 1971, giornalista.
Dal 2001, per 15 anni, ha ricoperto il ruolo di responsabile della cronaca giudiziaria della redazione fiorentina del giornale La Nazione.
Da marzo 2016 è diventato caposervizio della redazione di Empoli.
Vive a Prato con la figlia e una gatta e Il rumore della pioggia è il suo primo romanzo.

Source: ebook inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: L’enigma della zizzania. Il metodo Puglisi di fronte alle mafie, Vincenzo Bertolone, (Rubbettino, 2016), a cura di Daniela Distefano

19 ottobre 2016
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Scriveva Corrado Alvaro nel suo romanzo Ultimo diario che

<< la disperazione  più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile>>.

Il percorso di vita di Don Pino Puglisi – cristiano in combattimento – è stato indirizzato verso un superamento, una liberazione da questa invasata convinzione.
Cos’è la Mafia? Cos’è <<L’onorata società>>?

Un arcipelago dell’orrore organizzato, una multinazionale del crimine,  vera sterpaglia  cresciuta in mezzo al grano buono del Sud Italia.

Questo libro ricorda le ultime dolorose ore di Don Pino Puglisi, assassinato
in odium  fidei –  da un mafioso come da ordine della cupola di Palermo perché prete scomodo.
Quel giorno la vittima compiva cinquantasei anni.
Ci si sbatte la testa sui muri da molto tempo oramai, però un metodo efficace per  frantumare questa granitica iattura non è stato ancora elaborato.
Ma Don Pino Puglisi aveva escogitato un modus operandi contro la pula mafiosa, un sistema vincente anche  e soprattutto dopo il suo sacrificio.
Da dove cominciare? Forse dalla constatazione che la mala pianta non attecchisce da sola: non solo  deve essere seminata, ma deve trovare un terreno idoneo ed essere innaffiata dalle piogge e baciata dal sole.

Se la mafia non è un cancro proliferato  per caso su un tessuto sano, ma anzi vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, bisogna convincersi dell’esistenza di un terreno di coltura comune.

Intelligente, perforante, illuminante punto di partenza.
Per  “il martire della Chiesa”, occorre passare dalla denuncia alla proposta.
Se un ragazzo o un padre di famiglia non ha di che mangiare e soltanto la malavita offre qualcosa, che cosa farà?
Diamo fiducia al domani, mettiamoci nel canale di quello che di buono rimane, anche se ancora attaccato al fondo del bicchiere: rimescoliamo tutto, solo così la medicina avrà effetto sul male inguaribile di Cosa Nostra.
Don Pino Puglisi, parroco a Brancaccio, incrocia il suo sicario, Salvatore Grigoli, uno dei killer più spietati chiamato << il cacciatore>> che lo uccide e dopo inizierà un suo cammino di conversione nel ripensamento del gesto efferato.
Battaglia vinta dalla Mafia,  guerra trionfante per la vera Fede.
Spesso il mafioso si professa a parole credente, però porta nel cuore la negazione di Dio, è un pagano che si considera devoto del “Signuruzzu” .
Chi aderisce alle mafie non solo è da ritenersi un apostata, è un vero e proprio scomunicato.
Il malavitoso prende indebitamente in prestito dalla istituzione ecclesiastica le sue parole, le intorbida per fidelizzare gli adepti, per veicolare il messaggio subdolo di un capo che giudica e può anche condannare, << nel nome di Dio >>.
Siamo nel burrone del peccato che non ha contrappasso adeguato all’Inferno.
Don Pino Puglisi –  profeta e divulgatore degli insegnamenti del Vangelo  – criticava gli eccessi della ricchezza, denunciava i crimini,  lavorava  ogni giorno  perché migliorassero le condizioni  di vita dei fedeli, dei più giovani nel nome dell’obbedienza messianica  di Cristo.
Tra lui e chi lo ha eliminato dal mondo c’è un abisso che solo Gesù un giorno potrà spiegare: gli uomini non accettano la morte di un giusto per dimostrare che il Male può solo uccidere il corpo, dell’anima si fa carico Dio e la sua misericordia.

Nota: La prefazione è affidata a Santi Consolo; la postfazione a Enzo Bianchi.

Vincenzo Bertolone è arcivescovo di Catanzaro-Squillace dal 2011, postulatore della Causa di canonizzazione di Don Pino Puglisi.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

:: Le strisce di Little Norby, a cura di Elena Romanello

19 ottobre 2016

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Gli animali, più o meno antropomorfi, sono da decenni amati dagli autori di fumetti e di strisce disegnate: tra di loro, ha un ruolo fondamentale come icona il gatto, con personaggi ormai celebri come Isidoro, Garfield e il giapponese Michael, giusto per citarne solo alcuni.
La giovane ma già molto attiva casa editrice di fumetti e graphic novel ManFont ha ideato una sua icona felina, Norberto, gattone nero protagonista di storie tra realtà e fantasia, a cui si sono affiancati i due volumetti (per ora) delle strisce di Little Norby, che raccontano le avventure paradossali di Norberto da piccolo.
Keep calm and purr (letteralmente stai calmo e fai le fusa) racconta alcune esilaranti spaccati di vita quotidiana, mentre Quando il gatto è in vacanza è incentrato su una trasferta al mare di Norberto. Gli albi sono formati di tavole con vignette a colori, con storie autoconclusive quasi sempre di una pagina con due o quattro immagini, dove interagiscono fantasia e realtà, con le imprese di Norby che sembra che avvengano in chissà quale universo fantastico quando in realtà sta combinando guai e cose buffe proprio nella camera da letto della sua convivente umana.
Il richiamo a personaggi storici come Garfield e Isidoro c’è tutto, ma Norby non è un loro clone, e possiede una sua individualità, tra umanizzazione e aspetti caratteristici che chiunque ha un gatto sa riconoscere, con un disegno che mescola suggestioni occidentali a quelle dei manga giapponesi con una sua grande pecularietà e originalità.
I due volumi (e altri seguiranno) di Little Norby sono letture perfette per ogni età, immancabili e imperdibili per ogni felinofilo che si rispetti, storie sia per chi ha amato le strisce dei gattoni del fumetto classico sia per chi è giovane e conosce il disegno di oggi. Una testimonianza dell’interesse e dell’attivismo del fumetto indipendente e giovane in Italia, dove si sperimentano vari generi guardando ai classici ma sapendo inventare qualcosa di nuovo.

Marco Daeron Ventura, diplomato alla Scuola di Comics di Torino, lavora da diverso tempo nel settore dei fumetti, è autore di varie opere come Milite Ignoto, Sex and the thrones e Arcana Mater Apocrypha e cura anche incontri nelle scuole torinesi sui fumetti oltre ad essere una delle menti dietro alla Manfont.

Jessica Ferrero ha studiato al Liceo Artistico Bianchi di Cuneo e all’Accademia Pictor di Torino in illustrazione, fumetto e cinema d’animazione. Ha collaborato a varie pubblicazioni della Manfont e spazia su vari generi di illustrazione. Corre voce che Norby sia il suo gatto reale.

Liana Recchione lavora per la Scuola di Comics di Pescara e collabora a varie iniziative editoriali, alcune legate anche a fiere importanti come Lucca Comics. Per Norby si è occupata in particolare della colorazione.

Ai due volumi hanno anche collaborato Jolie Carbone, diplomata all’Accademia delle Belle Arti di Bologna e fondatrice dello studio di animazione NEM, Giulia Chiarle, grafica e impaginatrice, e Federica Zancato, editor e autrice del saggio Cartoon ladies, sulle donne del fumetto italiano.

Provenienza: acquisto del recensore. I libri di Little Norby e gli altri della ManFont sono ordinabili in fumetteria, reperibili alle fiere più importanti e acquistabili nel sito http://www.manfont.it

:: La donna della cabina numero 10, Ruth Ware (Corbaccio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2016
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Inizia piuttosto in sordina il nuovo claustrofobico thriller di Ruth Ware, (al secondo romanzo dopo L’invito, sempre edito da Corbaccio) dal titolo abbastanza neutro e inoffensivo, La donna della cabina numero 10. Subito la Ware ci presenta una donna, giovane, bella, inglese, single (con un compagno a dire il vero, ma sempre lontano per lavoro), in carriera (è una giornalista di viaggi), vittima di un’ aggressione in casa. Un ladro viola il suo spazio vitale, ferendola leggermente al volto. Più che fisicamente, comunque è l’aggressione psicologica che la destabilizza. Tanto da rimanere così scossa da vagare per Londra sotto la pioggia, sentendosi più al sicuro lì che in casa, e spaccare addirittura una lampada in faccia al fidanzato, scambiandolo per un intruso. Credo che questo preambolo londinese serva all’autrice per avvisarci dello stato dei nervi della protagonista (scopriremo un poco più avanti che fa largo uso di farmaci contro l’ansia, oltre a bere davvero troppo) e ispirarci l’atmosfera di tensione e inquietudine, che poi ci seguirà per tutto il resto del romanzo, ambientato quasi interamente su una nave da crociera, nel bel mezzo del Mare del Nord.
Dicevo claustrofobico, perché in effetti lo spazio chiuso di una nave è sicuramente un luogo, (non luogo) ideale per scatenare l’ansia e l’angoscia che la Ware è così brava a ispirarci. Il mare è di per sé una forza oscura, un ambiente ostile, l’isolamento è completo (specie se internet non funziona), è impossibile scappare, ancora di più quando non si sa di chi fidarsi e un presunto assassino si aggira per corridoi, sontuose suite e sale mensa, invisibile e indisturbato, soprattutto perché solo Lo, la nostra protagonista, crede alla sua esistenza.
Ma andiamo con ordine. Laura (Lo) Blacklock da una decina d’anni giornalista da copia e in colla per Velocity, giornale di viaggi, finalmente sembra ottenere l’occasione che aspettava da una vita, andare al posto del suo capo in crociera su una modernissima nave di lusso, di proprietà di un importante tycoon educato a Eton, Lord Richard, (anche lui ospite della nave, insieme a sua moglie, Anne, lei davvero ricchissima e molto malata). Si sa il modo migliore per entrare in contatto con gente importante, che le potrà essere utile una volta tornata a Londra. La gente si conosce, si scambia numeri di telefono, mail, si possono ricevere anche proposte di lavoro dalla concorrenza. Altre colleghe ucciderebbero per essere al suo posto. Il fatto che abbia i nervi a pezzi, non dorma da giorni, rischi da un momento all’altro crisi di panico (oltre a non essere ben certa se il suo fidanzato l’ha lasciata o meno) non deve influenzare in nessun modo la sua certezza che quel viaggio le sia necessario, un’ occasione che potrebbe insomma non più ripetersi.
La nave, anche se quasi in miniatura, è di per sé una meraviglia, perlomeno i piani alti dove risiedono le suite e gli ambienti degli ospiti (altra questione gli alloggi del personale di bordo, ma anche ai tempi del Titanic era così). Gli ospiti sono viziati in ogni modo, con hostess e steward scandinavi a loro disposizione giorno e notte, per soddisfare ogni loro minimo desiderio, ogni capriccio. Comodità, lusso, tecnologia, cibi sopraffini, spa, massaggi shiatsu, fanghi termali, insomma immaginatevi tutto quello che i soldi possono comprare per un parterre di vip sfaccendati e eccentrici, ben lontano dalle possibilità della gente comune e normale. Il Paradiso, certo cercando di ignorare che basterebbe una falla nello scafo per essere invasi dall’acqua e annegare in quella grigia e immensa massa d’acqua.
Comunque Lo ha da tessere i suoi rapporti sociali, cercando di ignorare la presenza a bordo di un ex fidanzato, Ben, (che in un’altra vita l’ha lasciata), e tanti altri piccoli dettagli fuori fuoco che messi insieme non sono così innocui come sembrano a prima vista. Poi prima della cena di inaugurazione si accorge che ha perso il rimmel, (era nella borsa che il ladro di cui ho parlato prima, le aveva portato via), fatto banale di per sé, ma che invece mette in moto tutta la storia. Bussa alla porta della suite accanto, e chiede alla ragazza che ci abita se glielo presta. La ragazza un po’ sbrigativamente glielo regala e Lo torna ignara di tutto alla sua cena.
Naturalmente è lei la donna misteriosa della cabina 10 del titolo, la donna che poi nella notte Lo si immagina (sente il tonfo in acqua e vede una traccia di sangue che poi scompare) sia uccisa e buttata in acqua. E’ l’inizio dell’incubo. Come in Il mistero della donna scomparsa, romanzo del 36 di Ethel Lina White, (ero quasi convinta fosse di Agatha Christie) portato sullo schermo finanche da Alfred Hitchcock, o più recentemente nel film con Jody Foster Flightplan – Mistero in volo, la ragazza della cabina 10 sembra non essere mai esistita, svanita nel nulla, e tutti gli indizi che portano a lei sembrano scomparire, uno dopo l’altro, come il mascara, la foto che la ritrae o la frase minacciosa scritta sulla condensa di uno specchio che ordina a Lo di farsi gli affaracci suoi.
Lo lo farà? Ma soprattutto perché nessuno sembra aver visto la ragazza? E perché nessuno le crede a partire dal capo della sicurezza della nave, (anche se Lord Richard sembra prenderla molto sul serio)? Lascio a voi naturalmente scoprire cosa succederà dopo. Cuore della suspense con cui è intessuto il libro. A me questo libro ha fatto passare ore piacevoli, forse certo non sarà un capolavoro del genere (diranno i puristi), ma il suo lavoro di tenerti incollata alla pagina chiedendoti dove l’autrice vuole andare a parare, lo fa e bene. Lo stile della Ware è semplice e diretto oltre che scorrevole e perché no piacevole, funzionale insomma a un romanzo di suspense che non necessita di digressioni poetiche. Forse la protagonista non è Miss Simpatia, ma dopo tutto non è strettamente necessario in un thriller, anzi a volte è quel particolare in più che da spessore alla trama. Molto spesso i personaggi antipatici, non so se avete notato, sono i meglio caratterizzati. Cos’altro dire di questo romanzo? Leggetelo e mi raccomando non andate a leggere subito l’ultima pagina. Tanto anche se lo faceste non capireste molto. Traduzione di Valeria Galassi.

Ruth Ware è il «nome de plume» di una scrittrice inglese, nata nel 1977 e cresciuta a Lewes, nel Sussex. Dopo essersi laureata all’Università di Manchester si è trasferita a Parigi, e quindi a Londra, dove attualmente vive con il marito e i suoi due figli. Ha lavorato come cameriera, libraia, insegnante di inglese e infine nell’ufficio stampa della Vintage Publishing. Dopo una giovinezza trascorsa a leggere Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Josephine Tey, non è sorprendente che abbia deciso di fare la scrittrice di gialli. Oltre alla «Donna della cabina numero 10», Corbaccio ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, «L’invito», che è entrato nei bestseller del «Sunday Times» e del «New York Times», e diventerà un film con Reese Witherspoon. Ruth Ware vive a Londra con la famiglia.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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:: Il vento delle ore, Ángeles Mastretta (Giunti, 2016) a cura di Micol Borzatta

17 ottobre 2016
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Siamo a Puebla. Àngeles è ritornata nel paesino in cui è cresciuta e molti ricordi le risalgono alla mente.
Rivive molti momenti della sua infanzia. Partendo da quando sua madre litiga con la sorella, Zia Catita, per il suo lavoro. Catita infatti è una medium e prevede il futuro. Inizialmente lo faceva quasi per gioco per i vicini, poi piano piano ha iniziato a diventare sempre più famosa e farlo sempre più seriamente, fino a ricevere fra la sua clientela persone ricche e iniziare a ricevere dei compensi. La lite tra la madre e Zia Catita è causata dal fatto che la madre di Àngeles non crede affatto nel paranormale e quindi nelle capacità della sorella. Una lite fortissima che sconvolgerà molto Àngeles, e sarà uno degli eventi che marcheranno la sua crescita.
Un altro ricordo molto forte è la volontà di essere magra per poter essere normale, magra come le ragazze dei Beatles, questo è il suo continuo pensiero che per realizzarlo passava intere settimane senza mangiare assolutamente nulla, però poi cedeva e si riabbuffava di nuovo, per poi rincominciare tutto dall’inizio.
Il ricordo molto più doloroso però è quello della lite avuta con la madre a causa della sua scelta di andare a convivere invece di sposarsi. Sua madre, molto religiosa e tradizionalista, pretendeva che anche la figlia seguisse il volere del Supremo, e quindi rispettare i comandamenti e i sacramenti, e il fatto che la figlia non seguisse i suoi voleri non lo accettava.
Un romanzo particolarmente profondo che sviscera attraverso i ricordi i sentimenti e i dolori della Mastretta.
Con uno stile molto semplice e di facile lettura l’autrice si apre completamente con il lettore, toccando temi molto importanti per la crescita di una bambina, come l’amore, la perdita, l’odio, i primi disagi adolescenziali e il distacco dalla famiglia, pur mantenendo sempre vivi i valori insegnatole.
Argomenti che sono sempre molto odierni, perché come la Mastretta, anche oggi i bambini e le bambine vivono le stesse identiche situazioni, anzi oggi ancor più che allora, perché la società impone certe regole d’immagine ancora più esagerate.
Un romanzo che ha molto da insegnare e fa riflettere, arrivando subito al cuore del lettore che non deve necessariamente essere di un target adulto, ma sarebbe ideale anche per un target più giovane.

Àngeles Mastretta nasce a Puebla nel 1949. Dopo essersi laureata in Comunicazione presso la facoltà di Scienze Politiche e Sociali all’università Nazionale Autonoma del Messico, ha iniziato a alvorare come giornalista.
Nel 1974, grazie a una borsa di studio, frequenta il Centro Messicano Scrittori, dopo il quale pubblicherà una raccolta di poesie. Dopo la quale iniziò la sua carriera di scrittrice.
Nel 1977 vince il Premio Ròmulo Gallegos.

Source: ebook inviato al recensore dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Le notti sull’isola, Robert Louis Stevenson (Bordeaux Edizioni, 2016) a cura di Giulietta Iannone

16 ottobre 2016
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Se Robert Louis Stevenson è maggiormente conosciuto per i suoi romanzi (L’isola del tesoro, su tutti, ma anche Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, Il signore di Ballantrae, La freccia nera, tra i tanti altri) non da meno scrisse una pregevole quantità di racconti, che ben testimoniano il suo talento più profondo: quello di narratore di storie.
E non a caso proprio questo titolo onorifico (quasi sacro e regale) si conquistò nelle isole dei Mari del Sud, tra le popolazioni native, che sulla sua tomba lasciarono una brevissima epigrafe: Tusitala.
Narratore di storie, appunto.
Parola magica che evoca brezze gentili, collane di fiori, profumi esotici. Per lui, proveniente dalle fredde brume scozzesi.
Che sia stato considerato (e lo sia ancora) un autore per l’infanzia è una faccenda piuttosto curiosa, che andrebbe approfondita, se non altro per la dimensione limitativa che questo ha comportato.
Il fantastico, l’immaginario, l’utopia, sono ancora dimensioni precluse agli adulti? Forti, razionali, prosaici. Gli adulti non leggono romanzi per ragazzi, questo è il subdolo messaggio, o meglio (o peggio) il fantastico è un genere relegato all’infanzia (non una metafora, anche morale, del nostro vivere comune).
Su questo ci sarebbe naturalmente da discutere, e certo questo non è il luogo nè il tempo adatto, ma quanto dico serva a introdurre un concetto molto semplice: incasellare la letteratura in generi e schemi rigidi e inviolabili, non è la scelta più saggia. Si perde molta parte della bellezza in cui la creatività spazia.
Non che ci sia niente di male ad essere uno scrittore per l’infanzia, sia chiaro, ma Stevenson non fu solo questo e la raccolta Island Nights’ Entertainments, sembra tornare a ricordarcelo con una certa urgenza e precisione. La stessa che Stevenson usava per scegliere le parole da incastonare nei suoi testi.
Tra le tante edizioni, Le notti sull’isola, questo il titolo scelto per le edizioni Bordeaux, ci portano in quelle isole che ospitarono gli ultimi anni della sua vita, e ci raccontano quei luoghi, quella gente, come ci raccontano la sensualità, le bassezze, le leggende, i tabù, e soprattutto la figura che fece l’uomo bianco, portatore di civiltà e di progresso (almeno nelle sue ambiziose e temerarie intenzioni). Temi, converrete con me, non esattamente adatti a bambini e ragazzi.
L’amore per il mare, i viaggi e l’avventura portò Stevenson sull’isola di Samoa (morì in un piccolo villaggio montuoso nel distretto di Tuamasaga dove aveva fatto costruire la sua casa), e questo amore e rispetto (profondo rispetto per gli indigeni) traspare dalle pagine che andrete a leggere se vi avventurerete in questo sottile libro, nella mia edizione curato da Dario Pontuale, con prefazione di Ernesto Ferrero.
Island Nights’ Entertainments raccoglie tre racconti (non concepiti per apparire in un unico volume, e ve ne accorgerete subito per quale motivo): uno lungo, La spiaggia di Falesà, (tradotto da Agnese Rollo) e due brevi, Il diavolo nella bottiglia e L’isola delle voci, (entrambi tradotti da Massimo Biondi).
La raccolta pubblicata a Londra per la prima volta nel 1893, per Scribner & Cassell, con illustrazioni di Gordon Browne e William Hatherell, è dunque un saggio dell’impegno (civile) che animò Stevenson, (per lo meno il primo racconto, il più, ai suoi tempi, osteggiato).
Sebbene ci parli di tabù, spiriti, e addirittura magia (principalmente negli ultimi due) è il realismo (puramente strumentale, non abbracciò mai tale scuola letteraria, o per lo meno non ne ebbe il tempo) a primeggiare, prima psicologico, poi paesaggistico e comportamentale.
Il primo racconto ci parla di una guerra privata, combattuta senza armi, da due mercanti inglesi: Mr Wiltshire, (voce narrante) che sogna di aprire un pub una volta tornato in Inghilterra, e Mr Case, infido, spietato, bieco (e decisamente razzista) emblema dell’uomo bianco prevaricatore (e la critica sociale qui è talmente incisiva e velenosa che ben si spiegano le titubanze del suo editore).
Quando Mr Wilshire incidentalmente mette gli occhi su Uma, bella e dolce indigena, Mr Case escogita il suo piano diabolico: organizza un matrimonio, fasullo come se stesso, con tanto di contratto, (tutta colpa dei missionari sono loro che hanno introdotto queste barbare usanze, prima l’uomo bianco prendeva quante donne indigene voleva e le lasciava a piacimento).
Mr Wilshire si sente un po’ in colpa a ingannare così Uma, (della quale nel frattempo si è sinceramente innamorato) ma prima di far pace con la sua coscienza (e rimediare) si accorge che qualcosa non va. Nessuno entra nel suo emporio, tutti lo isolano, come se fosse tabù.
Lascio a voi scoprire come continua, un briciolo di suspense non guasta, (e Stevenson la sa costruire bene), quello che mi preme raccontare, al di là della trama, è la delicatezza della penna di Stevenson, la sua leggerezza nel descrivere un amore autentico e innocente, (specchio del suo stesso amore per quella gente e forse per sua moglie Fanny) e condannare le autorità coloniali e mercantilistiche, corollario di quell’imperialismo rapace, di cui si fa nemico.
Se in La spiaggia di Falesà si parla di tabù, Il diavolo nella bottiglia, ha un taglio più fantastico. E’ un racconto di quelli da raccontare accanto al fuoco, la notte, sotto un cielo nero, splendete di stelle. Si parla di una maledizione, di una specie di lampada di Aladino che avvera i desideri ma in cambio esige l’anima di chi è tanto sprovveduto dal comprare la bottiglia (del titolo). Qui il taglio è realistico solo psicologicamente, mentre la bottiglia è davvero dotata di poteri magici. Quindi prevale quel senso del fantastico che ben si addice alla tradizione orale delle isole. Protagonista è Keawe, un abitante dell’isola di Hawaii. Per 50 dollari comprerà la bottiglia, e poi nel tentativo di salvare l’anima, sua ed di sua moglie, vivrà la sua avventura.
L’ultimo racconto, L’isola delle voci, ci riporta alle Hawaii, e come il secondo è narrato in terza persona ed ha un tono più spiccatamente fantastico. Qui maghi e cannibali si fronteggiano e un giovane, Keola, lotta per la vita.
Borges citando André Gide, dice di Stevenson: “Se la vita l’ubriaca, lo fa con uno champagne leggerissimo”, e sembra che lo champagne scorra a fiumi in questi racconti, critici, poetici, evocativi, magici. Se vi chiedete perché Stevenson sia piaciuto tanto a Borges, bene leggendoli avrete modo di scoprirlo.

Robert Louis Stevenson, nato a Edimburgo nel 1850, figlio unico di un ingegnere edile specializzato nella costruzione di fari, ha cominciato a viaggiare fin da giovanissimo, trasformando in scrittura le proprie esperienze filtrate dalla sua “leggendaria” fantasia evocativa e avventurosa. Da questa abilità sono nati alcuni capolavori indiscussi della moderna narrativa occidentale, come i romanzi L’isola del tesoro, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde e Catriona. È morto nel 1894 nelle Samoa Occidentali, dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita immerso nelle atmosfere pure e incorrotte di quelle isole.

Dario Pontuale, studioso di letteratura dell’Otto-Novecento (Serra, Montale, Buzzati, Svevo, Pessoa, Salgàri e Stevenson) collabora con diverse riviste di critica letteraria. Ha pubblicato tre romanzi: La biblioteca delle idee morte (2007, secondo al premio Soldati), L’irreversibilità dell’uovo sodo (2009, vincitore del premio della critica Le Muse) e Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno (2013, secondo al premio letterario nazionale Mondolibro). È coautore del documentario indipendente su Pier Paolo Pasolini P.P.P. Profezia di un intellettuale.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ Ufficio Stampa Bordeaux.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Erano due bravi ragazzi, Emiliano Scalia e Mattia Giuramento,(Newton Compton, 2016)

15 ottobre 2016
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Dopo Gomorra di Saviano, con le sue luci e le sue ombre, (romanzo ormai pubblicato nel lontano 2006 da Mondadori) e un certo sdoganamento di temi e argomenti che prima non si trattavano, la Camorra è diventato insomma un argomento al centro di fiction televisive e romanzi, anche di un certo valore, capaci di portare la cronaca che tutti i giorni ci assale dalle pagine dei quotidiani, o dalle notizie in loop delle tv dedicate all’informazione, all’attenzione del lettore, filtrata dalla fiction certo, ma attenta a riflessioni economiche, sociali, per certi versi politiche più profonde. Non sorprende quindi che proprio due giornalisti di Sky Tg24, abbiano attinto proprio dalla realtà della loro vita di redazione il materiale per il loro romanzo Erano due bravi ragazzi, edito da Newton Compton. Emiliano Scalia e Mattia Giuramento, hanno appunto scritto a quattro mani un romanzo che parla di Camorra, povertà, disagio giovanile, connessioni sempre più strette tra fenomeni mafiosi, e società civile, in cui i traffici economici sono un buon punto di svolta. La scelta di prendere una ragazzo della Napoli bene, e farne un camorrista, penso non sia priva di implicazioni critiche che trovano riscontro nella brutalità della cronaca di tutti i giorni. Se nel passato anche all’interno di codici mafiosi spietati, esistevano leggi e principi (non toccare donne e bambini, non commerciare in droga) oggi sono stati spazzati via e l’unica legge sembra essere il profitto e l’avidità. E la violenza è in un certo senso ormai priva di limitazioni. Si può uccidere chiunque, torturare chiunque, tradire, svicolare dai vecchi codici che definivano l’uomo d’onore. Tutto oggi è lecito, in quel sottomondo sempre più abbrutito e degradato. E questo ritratto sociale è ben rappresentato nel romanzo che andrete a leggere. La soppressione della moralità, o di ogni vincolo etico è totale. Il desiderio di conquista, di potere, l’eccitazione per una vita ai limiti sembra quasi collegarsi agli stessi fenomeni che spingono giovani europei, di prima o seconda generazioni ad abbracciare credi estremisti e usare il terrorismo come unica arma di affermazione. Fabrizio de Julio e Andrea Imbriani ben rappresentano questi giovani, incapaci di frapporre norme morali alle loro più feroci aspirazioni. E’ la società che ne crea le condizioni? Sono le famiglie che non ne immettono gli anticorpi? E la crisi economica, etica e culturale, la ragione ultima? Avessero scelta, intraprenderebbero nuove strade? Sono tutti interrogativi che incontriamo quando riflettiamo su questi argomenti. Come il principio che la società tutta si sta imbarbarendo, e la violenza non sia più l’unica discriminante tra società civile e società criminale. Anche la società civile si sta mafiosizzandosi, passatemi il termine? Naturalmente così non è, i giovani al centro di questo romanzo non sono destinati a trionfare, non sono destinati a conquistare il loro sogno disperato. C’è una morale naturalmente in questo, la violenza, l’illegalità non pagano, non trionfano. «Un viaggio all’inferno senza ritorno» chiosa Giancarlo De Cataldo e in effetti non c’è affermazione migliore per descrivere questo romanzo. Scritto bene, ben congegnato, interessante. Buona lettura.

Nota: Per un profilo dei personaggi vi rimando a questa tappa del blogtour che facemmo a settembre: qui.

Mattia Giuramento, pugliese di nascita e di elezione, vive a Bisceglie – dove abitano moglie e figli – ogni volta che può, ma lavora a Roma ogni volta che deve. Giornalista a Sky Tg24, legge da sempre moltissimo.

Emiliano Scalia, romano, legato a Napoli dall’amore. Sua moglie è del quartiere Chiaia, ma lavora con lui nella redazione di Sky Tg24. Giornalista, fotografo, quattro figli e tanti libri. Una vita impegnativa.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Liberi Junior – Ely e Bea. Il mistero a Pancake Court (Gallucci 2016) A cura di Viviana Filippini

15 ottobre 2016
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Il mistero a Pancake Court è il decimo volume della serie di libri per ragazze creata dalla scrittrice americana Annie Barrows con protagoniste Ely e Bea. Le avventure delle due amiche per la pelle sono note al pubblico italiano grazie all’editore Gallucci, che ha stampato i volumi in questi anni. Come vuole la tradizione, nella trama le principali protagoniste saranno Ely, bionda, tranquilla e riflessiva che ama deliziarsi con la lettura di libri e, accanto a lei, la moretta Bea, più energica e pestifera dell’amica di sempre. Bea vive nel quartiere di Pancake Court e sua madre le permette di vedere due film a settimana, nei quali non devono comparire parolacce. Bea è attratta dalle avventure in bianco e nero dell’investigatore Al Seven. Ciò che la colpisce di Al è la sua abile capacità di addentrarsi in ogni singolo anfratto per scoprire i misteri che caratterizzano il mondo filmico del quale è protagonista. La piccola dai capelli scuri è così eccitata dalla visione dei vecchi film da mettersi in testa di essere l’investigatore di tutta Pancake Court e, assieme alla sua inseparabile amica Ely, sarà pronta a risolvere tutti i misteri che aleggiano nel suo luogo di residenza. Ancora una volta Annie Borrows riesce a creare una trama nella quale il divertimento, la suspense e la curiosità sono le caratteristiche che animano le vite di Ely e Bea, questa volte alla prese con atmosfere poliziesche nelle quali le due si immergono per gioco. Bea vuole però fare le cose in modo serio e riesce anche crearsi anche un ufficio con targhetta sulla porta e poltrona, recuperando l’occorrente nella vecchia cantina di casa. Le due amiche metteranno in campo tutta la loro astuzia per scoprire, per esempio, cosa si nasconde sotto il tombino in giardino, o perché il postino si è addormentato e la ciabattina è sparita. Ad un certo punto le due amiche dovranno capire perché una corda si allunga da sola e per trovare la soluzione, Ely e Bea coinvolgeranno gli amici dei caseggiati vicini. Le storie con protagoniste Ely e Bea sono di piacevole lettura grazie ad uno stile asciutto che porta l’attenzione sulle azioni delle due bambini, le quali coinvolgono amici e conoscenti, e noi lettori compresi, nelle loro mirabolanti avventure. A rendere ancor a più apprezzabile agli occhi del lettore la storia delle due amiche, le immagini lineari e ordinate dell’australiana Sophie Blackall. Traduzione Mazzarelli P.

Annie Barrows è un’editrice e scrittrice americana famosa per la serie di libri per bambini con protagoniste le due inseparabili amiche Ely+Bea (Ivy & Bean nella versione americana), ma è anche autrice di libri per adulti. La Barrows ha sempre avuto forte empatia con i libri tanto che ha lavorato in una biblioteca quando andava a scuola, ha studiato letteratura inglese all’università e poi è diventata editor. Ha cominciato a scrivere libri per bambini dopo la nascita delle sue due figlie e si è ispirata proprio a loro per creare i personaggi di Ely e Bea.

Sophie Blackall è australiana, ma vive ormai stabilmente a Brooklyn. Le sue illustrazioni hanno vinto diversi premi e sono apparse anche su vari giornali, tra cui il “New York Times”.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Marina Fanasca Ufficio stampa Gallucci.

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:: Pre-blogtour Recap “Cronache delle Giungle della Pioggia”, di Robin Hoob

15 ottobre 2016

Eccoci giunti alla quarta tappa del Recap dedicato questa volta alle Cronache delle Giungle della Pioggia di Robin Hoob. La serie comprende: Il custode del Drago, Il rifugio del Drago, La città dei draghi e il conlcusivo e inedito in Italia Blood of Dragons. Lascio la parola a Davide Mana che vi parlerà (senza spoiler) di questa interessante quadrilogia fantasy:

֎ Recap Cronache delle Giungle della Pioggia ֎

Il ciclo delle “Rains Wilds“, piovose terre selvagge che in italiano vennero tradotte come Giungle della Pioggia è costituito da quattro volumi scritti dall’autrice americana Robin Hobb (pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden, che ha anche pubblicato come Megan Lindholm), e pubblicati fra il 2009 e il 2013.
Ispirati vagamente al lavoro di Anne McCaffrey, i volumi si inseriscono nel Ciclo degli Elderlings, che la Hobb ha pubblicato lungo un periodo di oltre vent’anni, e che si compone di cinque sottocicli più o meno indipendenti, ambientati all’interno di uno stesso universo narrativo.
Il ciclo delle Giungle della Pioggia si configura come seguito diretto della trilogia dei Liveship Traders (in italiano, ahimè, “I Mercanti di Borgomago” – cinque volumi anzichè tre perchè noi valiamo).
Nella trilogia iniziale, l’azione ruota su una comunità  di mercanti che sono in qualche modo in sintonia con le proprie navi viventi.
Il mistero dell’origine delle navi viventi viene svelato alla fine della trilogia, e dà  l’avvio alla tetralogia delle Rain Wilds.
Nei quattro romanzi che compongono il ciclo – Dragon Keeper, Dragon Haven, City of Dragon City e Blood of Dragons – un cast tanto variegato quanto ben delineato (la Hobb è sempre magistrale nello sviluppare i propri personaggi) si ritrova invischiata nel tentativo di riportare all’antico splendore la stirpe dei draghi, la cui esistenza è strettamente legata alle navi viventi che sono indispensabili per il commercio.
Nel corso di quattro volumi, ci vengono offerti viaggi, esplorazioni, intrighi, tradimenti, antichi misteri e città  perdute.
In generale i volumi dispari della serie (Keeper e City) risultano più soddisfacenti, mentre i volumi pari tendono a rallentare, e l’azione lascia spazio a lunghe descrizioni e complicate vicende, rischiando forse di stancare, e alcuni critici hanno spesso visto nella serie una trilogia allungata a tetralogia più per motivi commerciali che per motivi narrativi.
Il giudizio del pubblico è stato comunque positivo, essendo la serie estremamente popolare – e di fronte alla popolarità , qualunque criterio critico passa in secondo piano.
La prosa della Hobb d’altra parte è scorrevole e piacevole, e tali e tanti sono i colpi di scena, i cambiamenti e le trasformazioni subiti dai personaggi, e gli eventi che vanno ad accumularsi, che è davvero difficile non lasciarsi trascinare dalla corrente, perdendosi in un mondo vividamente descritto.
Resta per i lettori italiani il disappunto per la mancata traduzione di Blood of Dragons, il volume conclusivo del ciclo (uscito in Italia per i tipi di Fanucci); è estremamente frustrante, avendo seguito il vasto labirinto di relazioni, inganni, scontri e confronti per oltre millecinquecento pagine, vedersi negare la conclusione, nella quale i nodi vengono al pettine, i segreti svelati.
Ma quello del rispetto per i lettori è un discorso che esula, naturalmente, da questa breve ricapitolazione.

 ֎  Il calendario del pre – blogtour ֎

recap

NB: Commentate tutte le tappe, anche queste del pre-blogtour, per vincere nel giveaway finale una copia della nuova versione de Il ritorno e dell’inedito La vendetta, che uscirà per Sperling & Kupfer il 29 novembre. Che i draghi siano con voi!