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:: Lucca 2016, non solo fumetti, a cura di Elena Romanello

26 ottobre 2016

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Un autunno non è tale senza Lucca Comics and Games, che torna anche quest’anno nel ponte di Ognissanti, per riempire la storica città toscana capitale della fantasia dei mille colori dell’immaginario tra fumetti, libri, giochi di ruolo, film, telefilm, videogames, cosplay e tanto altro.

Quest’anno è una data importante, perché Lucca festeggia i suoi primi cinquant’anni e di strada se ne è fatta davvero tanta: dal 28 ottobre al 1 novembre ci sarà la fiera vera e propria mentre sono già in corso le mostre temporanee. Si diceva quindi tutto quello che riguarda l’immaginario, libri compresi, anche se ormai di fumetti si parla sempre più spesso in termini di graphic novel, e quindi non esiste più una contrapposizione che per troppo tempo ha diviso i sogni su carta stampata.

In particolare gli editori di libri sono concentrati nel padiglione Carducci, appena fuori dalle mura e nel padiglione del Giglio e Napoleone, senza dimenticare editori come Kappalab nella ormai celeberrima Japan Town dedicata a manga, anime e tutto il mondo ad essi collegati. Poi, girando per Lucca, si possono scoprire le sue bellissime librerie, fumetterie e bancarelle, con offerte davvero interessanti, il tutto senza dimenticare lo spazio di corso Garibaldi dedicati a fumetterie e librerie da tutta Italia, reali e virtuali.

Tantissimi gli ospiti tra cui molti legati al mondo dei libri: Paolo Barbieri, illustratore delle copertine di vari libri fantasy tra cui quelli di Licia Troisi che presenta la sua nuova fatica Zodiaco, il letterato a tutto campo Stefano Benni, il decano del fantasy Terry Brooks, tornato alla ribalta con la serie tv su Shannara, l’illustratore Ciruelo Cabral, Paolo Bacilieri con Palla, Silvana de Mari con il nuovo capitolo della saga di Hania, Virginia de Winter che presenta il fantastorico La spia del mare, Steven Erikson con la saga di Malazan, Lavinia Petti autrice del successo Il ladro di nebbia, Cecilia Randall che parlerà della saga di Hyperversum, Philip Reeve con il fantascientifico Capolinea per le stelle, Brandon Sanderson autore di Elantris e di altri complessi e affascinanti universi fantasy, Alessia Mainardi che presenterà le sue incursioni nello steampunk e ovviamente l’immancabile Licia Troisi.

Per quello che riguarda i fumetti, non si possono non citare i nomi del nostrano Zerocalcare, autore anche del poster di quest’anno, di Charlie Adlard con The walking dead, Bruno Bozzetto, John Cassaday con il suo lavoro su Star Wars, Gabriel Hernandez Walta, autore di punta della Marvel, il veterano Milo Manara, il mostro sacro Frank Miller, Kaoru Mori mangaka autrice degli interessanti Emma e I giorni della sposa, Leo Ortolani con il suo Rat-man, Teresa Radice che parlerà dei suoi prossimi progetti dopo Il porto proibito.

Tra le mostre, da ricordare il tributo di sette artisti a Tolkien e la personale di Zerocalcare. Moltissimi gli incontri e eventi, da segnalare lunedì 31 la tavola rotonda sul fantasy al femmnile e il 1 novembre l’incontro con Terry Brooks e Steven Erikson. Il programma completo è nel sito http://www.luccacomicsandgames.com/it/2016/programma/

:: Giovani, carine e bugiarde – 4 libri in 1 di Sara Shepard, (Newton Compton, 2016) a cura di Micol Borzatta

25 ottobre 2016

12Alison, Aria, Spencer, Emily e Hannah sono cinque studentesse di seconda media che vivono a Rosewood. La loro vita passa tra banchi di scuola e riunioni pomeridiani a turno di una di loro a rotazione. Sembra una vita tranquilla da ragazze se non fosse che Alison ha un vizio: fare scherzi abbastanza pesanti a chi non le piace. Proprio a causa di uno dei suoi scherzi le ragazze rischiano di mettersi seriamente nei guai, infatti una sera Alison spara un petardo nella casetta sull’albero del suo vicino per punire il ragazzo, Toby, che continua a spiarle, ma purtroppo colpisce la sorella, Jenna, accecandola. Alison però ha subito un piano pronto per non finire nei guai, dice a Toby di prendersi la colpa altrimenti lei avrebbe detto a tutti il suo segreto.
Toby infatti si prende la colpa e Alison dice alle ragazze che ora che hanno un segreto in comune la loro amicizia sarebbe durata in eterno.
Purtroppo le cose non stanno così, infatti qualche settimana dopo, durante un pigiama party nella depandance di Spencer, Alison esce di corsa dopo una litigata con la padrona di casa e sparisce nel nulla.
Passano tre anni, le ragazze si sono perse di vista e la loro amicizia è scemata quando, ognuna per un motivo diverso, si rincontrano. Di Alison non c’è ancora nessuna notizia, ma ognuna di loro riceve un messaggio da una certa A che le minaccia di svelare segreti del passato e del presente.
Tutte pensano che sia l’ennesimo scherzo di cattivo gusto di Alison, tornata da chissà dove, ma quando viene rinvenuto il suo cadavere i messaggi non smettono di arrivare, anzi diventano sempre più pericolosi. Inizialmente minacciano, poi iniziano a mettere nei guai le ragazze con le famiglie tramite pubblicazione di foto o lettere, fino ad arrivare a investire Hannah.
Chi è questa A misteriosa e perché si sta accanendo su loro quattro? E cos’è successo ad Alison quella notte? Chi è il suo assassino?
Raccolta dei primi quattro volumi della serie, il romanzo risulta essere scorrevole e avvincente anche se molto lungo.
Rispetto alla serie TV, dove le ragazze vengono descritte come quattro viziate piene di soldi, teppiste, che passano la vita a ubriacarsi, fare sesso con i professori, fregandosene della legge, permettendosi di fare irruzione nelle proprietà private rubando documenti senza che nessuno si accorga mai di nulla, nel romanzo le cose sono completamente diverse.
Partiamo dall’argomento più forte di tutto il libro, l’omosessualità di Emily. Se nel telefilm lei si è già dichiarata gay davanti a tutti e vive la sua omosessualità tranquillamente alla luce del sole senza nessuna ripercussione, come se fosse normale che la società accetti la cosa, specialmente in un paesino piccolo come Rosewood. Nel romanzo, invece, l’argomento viene affrontato in modo più realistico e completo. Emily deve ancora accertarsi di essere gay, infatti lei sta frequentando un ragazzo quando si accorge che in realtà lui non le fa provare nulla, mentre si sente smuovere dentro tantissime emozioni diverse quando incontra Maya. Da quel momento inizia il vero travaglio sia psicologico, in cui lei prende consapevolezza della cosa, e la battaglia con la famiglia e la società, che appena saputa la sua diversità iniziano ad accanirsi contro di lei. A scuola infatti i compagni di scuola le parlano alle spalle, le fanno scherzi e la trattano come se fosse un fenomeno da baraccone, a casa invece la considerano addirittura malata e pretendono che lei guarisca da questa assurda malattia. Quando però Emily decide di seguire la sua natura i genitori la cacciano di casa, spedendola come un pacco postale a casa degli zii in Iowa, dove vivrà in una fattoria e verrà seguita da un docente a domicilio.
Il tema dell’omosessualità viene trattato approfonditamente, con uno stile narrativo leggero, adatto a degli adolescenti, ma realisticamente, dando modo a chi legge il romanzo, e dovesse trovarsi nella stessa situazione, di capire cosa dovrà affrontare realmente, ma nello stesso tempo realizzare quanto sia importante essere sempre se stessi e accettarsi per quello che si è.
Altro tema molto forte è legato ad Hannah. Ragazzina obesa che veniva sempre presa di mira, anche dopo essere entrata nel gruppo di Alison le cose non sono cambiate molto, anzi spesso era Alison stessa a darle del maialino o a prenderla in giro, decide così, dopo la sparizione della sua amica, di dimagrire e diventare come tutte le altre ragazze della scuola. Il problema è come avviene questa trasformazione. Hannah infatti inizia a vomitare tutto quello che mangia, fino a iniziare a soffrire di bulimia. Disturbo che purtroppo non supererà mai totalmente, infatti appena iniziano gli SMS di A ricade subito nel giro.
Anche questo argomento viene trattato dal lato psicologico della ragazza, dando molto peso a quello che pensa, a come si vede e alle emozioni che scatenato il tutto. Molte sono le descrizioni in cui lei, pur essendo magrissima, passando davanti a uno specchio si vede grassa, oppure le sembra di vedere che alcune parti del suo corpo si ingrossino, per poi tornare a vedersi com’è realmente. Giochi della mente che la riportano a capofitto nel tunnel della bulimia.
Poi c’è Aria, la ragazzina che non si trova a frequentare i suoi coetanei, a cui le piace la letteratura impegnata e che inconsapevolmente inizia una storia con il suo professore, e che decide di continuarla anche quando scopre che Ezra è il suo docente. Comportamento causato anche dal fatto che Aria è stata costretta a crescere troppo in fretta. Infatti dopo aver scoperto che suo padre tradiva la madre con una sua studentessa, le è stato imposto da padre stesso di stare zitta e non riferire nulla. Questa cosa l’ha fatta crescere molto, così se già di suo preferiva la compagnia di gente più grande e chiudersi nei romanzi classici, dopo quell’evento la sua voglia di essere adulta è cresciuta. Il peggioramento totale avviene quando la madre di Aria, scopre della tresca del padre grazie a una lettera di A e scopre anche che la figlia sapeva tutto da tre anni. La reazione è quella di cacciare il marito, dire alla figlia che non riesce più a guardarla in faccia e cacciare di casa anche lei che finirà per vivere prima a casa di un compagno di scuola che sta frequentando e poi del professore.
L’argomento del divorzio, della separazione e dei rapporti genitori e figli viene trattato in modo approfondito sia tramite i pensieri e i sentimenti di Aria che di quelli di suo fratello minore Mike. Trattati in maniera diversa dai genitori, hanno reazioni completamente diverse che creano anche problemi nel loro rapporto e di conseguenza quello con gli amici e la scuola.
L’ultimo argomento trattato, sempre molto importante per gli adolescenti, è legato a Spencer. Spencer vive in una famiglia dove la cosa più importante di tutto è apparire e portare a casa trofei di ogni genere. La competizione è continua per tutto, sia tra le due sorelle, Spencer e Melissa, che tra i genitori. Purtroppo Spencer è sempre seconda rispetto alla sorella maggiore, non riesce a raggiungere gli stessi traguardi che lei aveva raggiunto ai suoi tempi, e quelle poche volte che riesce a superarla non viene comunque considerata. Lo stress provato è enorme e tutto si ripercuote anche sul rapporto con la gente. Infatti Spencer darà l’unica del gruppo che litigherà sempre con Alison, come se fossero due galli nello stesso pollaio, e successivamente cercherà, inconsapevolmente, di prendere il suo posto come leader del gruppo quando lei sarà morta.
Tutti questi argomenti importanti sono alla base di tutta la storia e hanno ruoli fondamentali, e sono i motivi per cui la serie di romanzi risulta essere molto interessante, coinvolgente e psicologicamente stimolante, diventando così una lettura quasi didattica per certi versi, a differenza della serie TV che è totalmente diseducativa.

Sara Shepard nasce a Filadelfia nel 1978.
Diplomata alla Downingtown West High a Downingtown in Pennsylvania si è laureata alla New York University.
Ora vive a Filadelfia con il marito e il loro figlio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

:: La ‘anomala normalità’ de “La vertigine del caso”. Intervista a Vanessa Chizzini, a cura di Irma Loredana Galgano

25 ottobre 2016

unnamedBuongiorno Vanessa. Lei si forma al Dams di Bologna e poi sceglie di lavorare in campo editoriale in un percorso che l’ha condotta, quasi per caso, alla ideazione di un ampio progetto di cui La vertigine del caso rappresenta il primo movimento. Qual è lo scopo che si è prefissata di raggiungere?

Non so se a questo progetto sono davvero arrivata “quasi per caso”. A me sembra faccia piuttosto parte di un percorso coerente, in cui l’interesse per la scrittura (mia e altrui) ha sempre avuto un ruolo centrale, tant’è vero che ho scelto di lavorare nell’editoria e in tempi abbastanza recenti ho scritto un testo teatrale, Le nuvole nel piatto… E poi è arrivato questo progetto. Sì, in questo senso è successo “quasi per caso”, perché non è stata una decisione presa a tavolino. È come racconto nel libro a proposito delle idee che ci vengono, a volte come un fulmine a ciel sereno: «     Le idee in qualche modo vanno al di là della nostra volontà, lo so, sembrano seguire percorsi loro. Eppure sono nostre perché sono fatte della nostra vita. Noi poi possiamo ricostruire quel loro percorso e dire: “Ah, vedi, ho avuto quell’idea per questi motivi…” .»

Però non ho uno scopo ben preciso, ho semplicemente trovato congeniale la voce narrante di Mic (con Sam come spalla), così come l’angolo di osservazione della realtà che mi consente di avere. Mi piace il pensiero di andare a fondo, di disseminare i testi di spunti che piano piano verranno approfonditi, stratificandosi e arricchendosi via via di nuovi elementi e personaggi. Ad esempio, L’eleganza matta (il primo dei due racconti di cui si compone il primo movimento del mio progetto) presenta come personaggi principali Mic e Sam, con la signora Adriana che si affaccia alle loro spalle, ma poi in Vertigini e stravedimenti (il secondo racconto di questa prima tappa) la signora Adriana non solo torna ma diventa coprotagonista a tutti gli effetti.

Lei ha paragonato il primo movimento del suo progetto a un LP nel quale lato A e lato B si assomigliano e si completano. In realtà, leggendo il suo libro, si ha più l’impressione di osservare in sequenza i fotogrammi, dritto e rovescio, di una TAC della mente e dei comportamenti umani. La sua scrittura nasce dall’osservazione di ciò che la circonda?

Sicuramente, ma non solo dall’osservazione. Dall’osservazione e dall’immersione. Trovo che il punto di vista di chi si pone al di fuori delle cose rischi di essere sterile e velleitario. Nel libro c’è un momento in cui Mic, dopo aver osservato con un certo disprezzo un gruppetto di persone che fanno confusione in spiaggia, si riconosce suo malgrado in loro. E questo è anche il mio punto di vista. Non di chi si tira fuori ma di chi è bene in mezzo, anche se a volte – purtroppo o per fortuna – si sente un estraneo, ed è da questa prospettiva che non smette di osservare se stesso e gli altri e di farsi domande.

Mic e Sam sembrano, agli occhi di chi legge, dei lui, ma potrebbero anche essere delle lei. Perché ha scelto di giocare con questa evanescenza nelle figure dei protagonisti?

Perché ci sono delle cose in questi personaggi che non mi interessano e non mi paiono rivelanti. Il sesso biologico o l’identità di genere, l’età, la professione, la descrizione fisica… Non hanno importanza per le storie che voglio raccontare e per come le voglio raccontare. A lei sembrano dei “lui” però riconosce che potrebbero essere delle “lei” e questo è per me un dato molto interessante. Capita in effetti che alcuni lettori si accorgano che non viene specificato se si tratti di maschi o femmine, e invece altri lettori riempiono inconsapevolmente i buchi da me lasciati e si creano i loro Mic e Sam, che a volte sono entrambi maschi, a volte entrambe femmine, a volte uno maschio e una femmina, senza contare che uno o entrambi potrebbero essere gender fluid… Mi piace molto la parola che lei ha usato, “evanescenza”, perché è proprio così, un “vedo e non vedo”. Quel che non vedo e quel che non viene detto lo immagino. Non dovrebbe funzionare anche così con la letteratura e l’arte in genere?

La vertigine del caso ruota intorno all’idea delle “cabine spalma-crema”. L’immagine dei vacanzieri intenti a cospargersi di crema per proteggersi dai raggi ultravioletti è solo una delle tante a cui la mente rimanda leggendo i suoi racconti. Sono queste i simboli della eleganza matta che ci circonda?

L’eleganza matta, così come viene definita nel libro, ha a che fare con colpi di testa, quando si sovvertono equilibri e prudenze, e prevale un istinto vitale sulla logica. L’arte è indubbiamente “eleganza matta”. Ma naturalmente non solo. Lo sono anche le cabine spalma-crema, che possono sembrare un’idea folle, ma hanno tutte le caratteristiche che le possono portare a concretizzarsi (tanto è vero che, nella vita reale, sono diventate un brevetto per invenzione industriale).

La voce narrante è Mic, in vacanza con Sam per il weekend. Attraverso lui il lettore riesce a visualizzare le scene narrate. Situazioni tipiche di una vacanza qualsiasi nelle quali si inseriscono le scene finalizzate alla concretizzazione del suo progetto, come il legame con la signora Adriana e l’incontro con l’inventore islandese delle cabine spalma-crema. «Tutto d’un tratto mi sento islandese» dice Mic. E allora il lettore si chiede perché lei ha scelto di figurare nel libro nei panni di un uomo di origine islandese?

Be’, è vero che anch’io ho brevettato nella realtà le cabine spalma-crema come nel libro ha fatto l’inventore islandese, ma non era mia intenzione presentare in lui un mio alter ego. Caratterizzare l’inventore come islandese mi aiutava ad amplificare la perplessità iniziale di Mic, che a differenza di Sam si avvicina alle cabine con grande scetticismo e continua a chiedersi a chi sia potuta venire un’idea del genere. L’eleganza matta è anche un viaggio nelle idee (Mic a un certo punto dice: «Il percorso che porta dalla nascita dell’idea alla sua realizzazione è uno dei miei viaggi preferiti»), un’indagine che cerca di risalire indietro, al punto di inizio, e il fatto che quest’idea sia venuta a un inventore nato e residente in Islanda, paese dove la protezione solare non è certo un’esigenza pressante, allunga per così dire il percorso, aggiunge un altro punto di domanda, è una curiosità in più su cui Mic si interroga.

Le cabine spalma-crema descritte in L’eleganza matta ritornano anche in Vertigini e stravedimenti ma nella forma di una installazione in mostra alla Biennale. La visita all’installazione viene vissuta da Mic come un rituale di passaggio. Cosa ha voluto realmente rappresentare con questa descrizione?

Già ne L’eleganza matta le cabine spalma-crema, oltre a essere un guscio trasparente che ricorda un piccolo autolavaggio, assumono diverse forme a seconda dell’esperienza che ne fa Mic: all’inizio sono semplicemente un dispositivo che applica la crema solare, poi le loro spazzole finiscono per ricordare un orsacchiotto, successivamente sono un luogo in cui rientrare in contatto con la parte più vera di sé… In Vertigini e stravedimenti in fondo avviene un’altra trasformazione, questa volta di stampo artistico, che decontestualizza le cabine e così facendo sposta ulteriormente l’esperienza. C’è anche una sorta di rovesciamento, perché in qualche modo la cabina presente nell’installazione diventa il luogo in cui si lascia qualcosa, e dunque assume i contorni di un luogo della nostalgia. Si entra comunque in contatto con se stessi, ma si tratta di un sé che ci si è lasciati alle spalle. Per Mic diventa soprattutto un ammonimento.

Venezia, il suo Lido e tutta la laguna in genere sono associati, nell’immaginario collettivo, ai canali, ai palazzi, alla bellezza e all’eleganza. Le comparse di Vertigini e stravedimenti sembrano “sporcare” tutto ciò con il caos, come del resto i personaggi secondari de L’eleganza matta sembrano farlo nello stabilimento balneare che occupano. È anche questa la degenerazione del mondo moderno?

Be’, è la classica domanda da un milione di dollari… I pochi abitanti rimasti a Venezia probabilmente le direbbero che sì, il caos portato dai tanti turisti che ogni giorno affollano la città è una degenerazione del mondo moderno. Ma in Vertigini e stravedimenti Mic, Sam e la signora Adriana cercano di tenersi il più possibile alla larga dalle rotte più battute. La sua domanda mi ha fatto piuttosto pensare a un altro tipo di caos, che Mic descrive così: «    Mi piacciono i percorsi che hanno un orientamento, un passo dopo l’altro, quando le novità non spuntano dal nulla, ma si cominciano a scorgere in fondo alla strada e piano piano prendono forma. Mi inquieto quando ci vedo tutti lì con le bende sugli occhi come se fossimo in un enorme cortile, ancora bambini, a giocare a mosca cieca. Anche se non siamo più bambini e non c’è più nessun cortile». Che poi questa sia una peculiarità del mondo moderno o una caratteristica dell’essere umano è un altro discorso…

Veniamo ora alla scrittura. Il suo stile è secco deciso colloquiale. Sembra quasi che non voglia lasciare spazio a pentimenti, risentimenti. Un taglio netto. È questo che rappresenta per lei l’intero progetto, una sorta di svolta in cui ha deciso, in un certo qual modo, di mettere a nudo la sua anima?

Non so se sia possibile scrivere senza mettersi a nudo, in un modo o nell’altro. Il che non significa che quanto si va scrivendo abbia un’impronta autobiografica. Ma se la voce di Mic mi è congeniale, sicuramente lo è anche perché esistono svariati punti di contatto tra me e il personaggio. Dopodiché non c’è solo Mic. La signora Adriana e Sam sono due figure ben diverse. Mi colpisce e mi coglie anche un po’ alla sprovvista quello che lei dice a proposito del fatto che il mio stile sembra non voler lasciare spazio a pentimenti e risentimenti. Sicuramente c’è una presa di posizione, un modo preciso di stare al mondo, uno sguardo ben delineato. Però io ho cercato di raccontare questo stare al mondo anche attraverso l’evocazione, senza appiattirmi sulla realtà nuda e cruda. Le cabine spalma-crema nascono come invenzione letteraria, e la nuotata nei canali veneziani è una pratica che quasi tutti sconsiglierebbero vivamente. Non per niente quest’ultimo è un elemento su cui nel libro Mic, Sam e la signora Adriana scherzano molto, ma poi la nuotata di Mic va oltre il dato di verosimiglianza, è un pretesto che permette alla narrazione di raggiungere un altro livello.

Il ‘viaggio’ viene simbolicamente visto come una metafora della vita. In un passaggio del testo si legge che uno dei sei artisti sul treno d’epoca, lo scrittore di Treviglio, vorrebbe «saltare giù, arrampicarsi verso una finestra, sedersi a tavola. È sera, fuori inizia a fare buio e noi non abbiamo ancora cenato». È un’immagine che rimanda all’idea di qualcuno che vorrebbe cambiare la situazione che sta vivendo in quel momento magari perché in cerca di una normalità che verrebbe vissuta come tranquillità. Cosa cerca davvero lo scrittore in quelle case dalle finestre basse fin quasi da poterci saltare dentro?

Probabilmente tutte le vite che non vive, non ha vissuto e non vivrà, ma su cui fantastica. L’immagine dell’edificio così vicino ai binari al punto che ci si potrebbe quasi saltare dentro è però presto sostituita dalla scoperta di cos’è in realtà quell’edificio, vale a dire una piscina. La piscina è un’altra forma di normalità, per tornare alla sua domanda, dentro ci sono le persone che nuotano e fanno lezione, ma è allo stesso tempo un mondo a parte, racchiuso da quelle mura, separato dal resto. È una normalità un po’ anomala. Ecco, forse è questo che mi piace raccontare, o una delle cose che mi piace raccontare: una anomala normalità.

Ma la locomotiva che ha accompagnato Mic e suoi compagni di avventura nasconde anche altri simboli da interpretare. Un viaggio nel tempo che rappresenta più un’ispezione nei meandri della mente umana o un’esplorazione accurata delle età della vita?

La locomotiva d’epoca che si blocca sui binari fuori Venezia, venendo in tal modo alla ribalta della cronaca e diventando centrale nella storia di Mic, Sam e della signora Adriana, rientra nel progetto di un festival, che ha deciso di farle percorrere la pianura padana con a bordo sei artisti appartenenti a diversi ambiti. Il tema di questo progetto è “Un viaggio nel tempo e nell’identità” e su questa suggestione i sei artisti devono produrre uno scritto. Ma è una questione che percorre tutto il libro: la riflessione sul tempo e sull’identità si mescola a quella sulla scomparsa (e di nuovo su tutte le vite che potremmo vivere), l’installazione alla Biennale di Venezia offre nuovi spunti con domande sulle stagioni e le diverse età della vita, che non sempre corrispondono ai dati anagrafici. Alla fine mi sembra che il vero filo rosso sia rappresentato proprio dal tema dell’identità.

La simbologia dell’elemento acqua è molto vasta ma una interpretazione ricorrente è il collegamento al liquido amniotico, al grembo materno, alla rinascita. Mic sembra ricercare questa sicurezza “dentro Venezia”, un luogo dove sembra che «tutto potesse rimanere sospeso. Sarà che non esistono momenti giusti o sbagliati». La nuotata lungo i canali di Venezia, eccezionalmente aperti ai bagnanti e chiusi alla navigazione, è per Mic la giusta occasione per una espiazione e una “rinascita”?

È soprattutto la giusta occasione per uno stravedimento. «Lo stravedimento è un passo dell’andare / Quando vediamo le montagne dentro il mare» scrive un altro dei sei artisti della locomotiva d’epoca componendo il testo di una canzone. Ed è esattamente quello che fa Mic: nuota nei canali veneziani in un continuo saliscendi tra tuffo e risalita che dà una sensazione “di montagna” e raccoglie dentro di sé l’esperienza di questo weekend, dall’installazione della Biennale con la cabina spalma-crema alle parole di Sam e della signora Adriana, dagli scritti dei sei artisti al fantasma di Ettore Majorana, e guarda dentro la sua e la nostra vita. «E allora vedremo dentro la nostra vita / In piedi sulla barca a farci ombra con le dita / Tra poveri gesti e grandi slanci / In bilico a un soffio dai crepacci / Paure dissolte in due respiri / Nell’aria tersa dei desideri.». E in fondo le paure dissolte in due respiri lasciano spazio all’eleganza matta dei colpi di testa…

Dove pensa che condurrà il lettore il secondo movimento del suo progetto?

A Milano, in un palazzo di ringhiera, a fare la conoscenza di nuovi personaggi…

Vanessa Chizzini: Nata a Udine. Laureata al Dams di Bologna. Lavora in campo editoriale. Ha fondato una casa editrice specializzata in cinema e teatro. Autrice di testi teatrali e racconti. Detentrice dei diritti sul brevetto industriale della “Cabina di fotoprotezione con spazzole rotanti”. Ha scelto di autoprodurre “La vertigine del caso”, il libro che raccoglie il primo ‘movimento’ del suo progetto.

Nota: autopubblicazione disponibile su Amazon.

:: Un’ intervista con Silvia Pareschi

24 ottobre 2016

i_jeans_di_bruce_springsteen_la_coverBenvenuta Silvia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Faccio la traduttrice, ma questo lo sapete. Lo faccio da tanti anni, dal 2001, e per fortuna mi diverto ancora. Probabilmente perché traduco spesso libri belli. Tradurre un libro brutto è esasperante, mentre lo fai continui a pensare “ma perché gliel’hanno pubblicato, ma dov’era l’editor, ma tu guarda se devo anche sistemargli le magagne…” Tradurre un libro bello è invece un grande piacere, significa vedere all’opera un bravo scrittore, entrare nei meccanismi della sua scrittura, nelle pieghe dei suoi pensieri… Ma sto divagando. Traduco letteratura angloamericana, scrittori contemporanei come Jonathan Franzen, Zadie Smith, Amy Hempel, Denis Johnson, Junot Díaz, Jamaica Kincaid, e ho tradotto anche Don DeLillo, Cormac McCarthy e E. L. Doctorow. Ho sposato uno scrittore e artista americano, Jonathon Keats (di cui ho tradotto Il libro dell’ignoto per Giuntina), e vivo per metà dell’anno a San Francisco e per l’altra metà nel mio paese d’origine, sul lago Maggiore.

Sei per vocazione e talento essenzialmente una traduttrice. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro tuo? Un’esigenza interiore, una sfida con te stessa, l’amore puro per la scrittura?

Una sfida con me stessa prima di tutto. Mi piace provare cose nuove, quando mi propongono qualcosa in genere accetto, anche se poi magari me ne pento. C’era anche un’esigenza interiore, sì, nel senso che ora avevo finalmente qualcosa da dire. Dopo tanti anni passati a rispondere “no” a chi mi chiedeva “non vuoi scrivere un libro tuo?”, proprio perché sentivo di non avere niente da dire, l’essermi ritrovata a vivere in un posto interessante come San Francisco mi ha fornito il materiale e anche la voglia di scrivere.

Reportage, racconto, saggio sociologico, cosa prevale in I jeans di Bruce Springsteen?

Alcuni racconti del libro, come per esempio Il palazzo del porno e la prima parte di Dimmi come mangi, sono nati come reportage per riviste online, in questo caso Nazione Indiana e Rivista Studio. Sull’impianto del reportage ho poi innestato una parte narrativa, che in alcuni racconti è più forte e in altri lo è meno. In molte storie poi c’è anche una componente autobiografica, e infatti prevale la narrazione in prima persona. L’intreccio di queste forme si avvicina molto, in questo caso, alla definizione di autofiction, perché il mondo che descrivo viene filtrato attraverso la mia esperienza.

Oltre agli scrittori da te tradotti, quali altri autori hanno influenzato la tua scrittura, che autrici principalmente?

Dopo aver trascorso gli anni dell’università a studiare principalmente la letteratura russa classica, dopo la laurea in russo mi sono spostata decisamente verso gli scrittori angloamericani. È difficile dire chi abbia influenzato la mia scrittura al di là degli autori che ho tradotto, perché questi ovviamente, per ragioni di “intimità”, fanno la parte del leone. La mia aspirazione sarebbe quella di unire la limpidezza calviniana allo stile essenziale di Grace Paley alla forza evocativa di Toni Morrison e alla comicità di Douglas Adams. Può bastare?

Lo spazzare via la classe media ha creato un mondo brutalmente diviso a metà tra ricchi e poveri. Ne parli in Dimmi come mangi. Quali sono i segni più evidenti, che si incontrano per strada sfacciatamente, anche se si vuole ignorare il problema. Barboni, folli, dormitori pubblici sovraffollati, mense per i poveri?

San Francisco è la seconda città americana per percentuale di senzatetto: secondo una statistica recente ne avrebbe 795 persone ogni 100.000 abitanti, superata in questa infelice classifica solo da New York, che ne ha 887. E se è vero che alcuni di questi arrivano in città perché attratti dal clima relativamente mite e dalla politica di aiuti fornita dalla municipalità progressista, la realtà è che il 71% degli homeless di San Francisco viveva già in città quando ha perso la casa.
San Francisco è la città con il mercato immobiliare più caro degli Stati Uniti, dove la classe media è stata spazzata via e dove sono rimasti solo i ricchissimi e i poverissimi (io e mio marito ci siamo finora salvati perché abbiamo un appartamento ad affitto controllato, come la protagonista di Misofonia). E i poverissimi sono dappertutto, spesso malati che dovrebbero essere in un ospedale o in una clinica psichiatrica, e invece sono per la strada perché gli ospedali sono solo per chi può permetterseli e le cliniche psichiatriche pubbliche sono state chiuse definitivamente da Reagan negli anni Ottanta.

Alcuni racconti sono brevissimi e surreali come Lavanderia a gettoni (tre pagine) ma con una propria spiccata identità. Nel breve o brevissimo ti trovi più a tuo agio? Leggi Short Fiction? Ti piace? L’hai mai tradotta?

Leggo moltissimi racconti, e mi piace anche tradurli. Ho tradotto maestri del racconto come Amy Hempel, Nathan Englander, David Means, Annie Proulx, T.C. Boyle, Phil Klay. Non ho preferenze quando si tratta di tradurre racconti o romanzi, ciascuna delle due forme ha i suoi piaceri e le sue sfide. Le uniche cose che non mi piace tradurre, come ho già detto, sono quelle scritte male. Quanto ai miei gusti di lettrice, nel caso dei racconti leggo forse più scrittrici donne, non so se sia un caso oppure no. Oltre alla mia adorata Grace Paley, amo molto Alice Munro, Edna O’Brien, Lorrie Moore, Lydia Davis… Fra gli italiani, oltre a un intramontabile classico come Buzzati, ultimamente ho amato particolarmente i racconti di Michele Mari e Daniele del Giudice.

Il racconto Katrina ci porta nella New Orleans dell’uragano dell’agosto del 2005. Come è nato? Narra di un esperienza personale di tuoi amici, una vivida testimonianza di quei giorni. L’America non è nuova a uragani, inondazioni, bufere di neve epiche. Questo cambia la gente, ne accentua il fatalismo?

Poco dopo la catastrofe dell’uragano una mia amica originaria di New Orleans scrisse un’email a tutti gli amici per raccontare la terribile avventura capitata ai suoi genitori. Non ho mai dimenticato quella storia, soprattutto la parte della traversata a nuoto di quelle acque fetide, l’incubo peggiore che potessi immaginare, io che ho il terrore dell’acqua scura. Pochi mesi dopo, nel febbraio del 2006, sono stata ospite dei genitori della mia amica, la Ellen della storia, che mi hanno portata in giro per una città ancora devastata, dove i fondi per la ricostruzione stentavano ad arrivare. Anni dopo, per prepararmi a scrivere Katrina, sono tornata a New Orleans a trovarli e mi sono fatta raccontare la storia per filo e per segno, prima di soccombere all’ospitalità alcolica di quei due anziani e raffinati signori che trangugiano vino d’annata come fosse acqua fresca.
Quanto al fatalismo, sì, forse non c’è altra spiegazione. Perché gli abitanti di San Francisco continuano a vivere lì, aspettando il Big One? D’altronde anch’io non posso fare altro che sperare che, se proprio deve succedere, almeno succeda quando sono in Italia!

Raccontaci il tuo processo di scrittura. Scrivi di getto? Fai molte stesure? Hai vezzi o tradizioni scaramantiche, tipo bere dalla stessa tazza, usare la stessa penna, mettere un disco sul giradischi?

Il mio processo di scrittura richiede innanzitutto che esista del tempo per scrivere, cosa che non è sempre scontata. Forse anche per questo mi considero più una scrittrice di racconti, perché la forma narrativa breve è quella che più si adatta al mio tempo spezzettato. Un tempo che è così non solo per esigenze esterne, ma anche perché la mia capacità di concentrazione, quando si tratta di scrivere, è molto ridotta, due, tre ore al massimo, mentre quando traduco posso andare avanti per molto più tempo (per fortuna, altrimenti sarei già morta di fame). Non ho particolari rituali, se non quello di scrivere solitamente al mattino, quando la mente è ancora fresca e non appesantita dalle pagine tradotte durante la giornata. Di solito rimugino per giorni su quello che voglio scrivere, e così la prima stesura è spesso già vicina alla versione definitiva. Detesto il caos sulla pagina, quando traduco come quando scrivo, mi crea ansia, e l’ansia è la mia migliore alleata e anche la mia peggiore nemica, dipende da quanto riesco a usarla a mio vantaggio. L’ansia mi permette di essere puntualissima in tutto quello che faccio, che è un’ottima cosa, ma nello stesso tempo mi impedisce di dormire se ho una scadenza troppo ravvicinata. Solo il tempo e l’esperienza mi hanno insegnato come tenerla a bada.

Cosa apprezzi di più della letteratura femminile, o perché no femminista contemporanea? Il processo di emancipazione è ancora in divenire?

Emancipazione? Quale emancipazione? A me sembra che i progressi siano molto lenti, e che la vecchia mentalità venga semplicemente nascosta sotto il tappeto, per poi riemergere alla prima provocazione. Basta guardare la quantità di misoginia che ha portato allo scoperto la candidatura di una donna alla Casa Bianca. A me però annoiano le etichette, sono femminista ma non leggo “letteratura femminista” in quanto tale: leggo la letteratura che mi piace. Margaret Atwood, per esempio, mi piace moltissimo, ma perché è una grande scrittrice, non perché è una scrittrice femminista.

L’America vera, la gente che incontri per strada, la gente che va alle fiere del trattore, nelle librerie o nei reading poetici di San Francisco, che mangia cibo da strada per le vie di New York, sta per Trump, o per Hillary Clinton? Come cambierà l’America se dovesse vincere l’uno o l’altra? Come questo cambierà te, e la vita degli italiani in America?

Sai, io degli Stati Uniti conosco bene solo le due coste, e solo zone a maggioranza democratica. Non conosco nessuno che vota per Trump, e se lo conoscessi non credo che lo frequenterei. Questa campagna elettorale, da quando ne è uscito Sanders, è diventata sempre più brutta, e sono d’accordo con quello che si sente dire spesso: i problemi veri cominceranno dopo l’elezione del presidente, quando il paese si ritroverà non solo spaccato in due, ma anche avvelenato dal clima creato da Donald Trump e dalla sua campagna.

Tu hai tradotto autori che non sfigurerebbero per il Nobel, De Lillo soprattutto. Queste domande le ho scritte prima di giovedì 13 ottobre, ora probabilmente si sa chi ha vinto il Nobel per la Letteratura 2016. Tu chi avresti voluto che vincesse?

Quello che ha vinto. Non lo credevo possibile, sono stata veramente felice.

:: Don DeLillo a Torino

23 ottobre 2016

ficSe Maometto non va alla montagna… dai perdonatemi la facile battuta, ma mi è proprio sorta spontanea. Don DeLillo domani sera, lunedì 24 ottobre, alle 21,00, sarà qui a Torino al Circolo dei Lettori, Via Bogino 9, a parlare di sé e del suo nuovo libro Zero K (Einaudi, trad. Federica Aceto). Non potevo evitare di parlarne e di dedicare un post alla notizia, di per sé incredibile. Certo ci sono altre tappe qui in Italia (Roma, Genova), ma è l’idea stessa che DeLillo lasci New York, prenda un aereo, e arrivi a Torino, beh lasciatemelo dire, mi emoziona. Questo post dunque è dedicato ai miei lettori che risiedono a Torino o nelle strette vicinanze. Diamogli una felice accoglienza. Partecipare all’incontro non sarà facilissimo, più che altro per la ressa, e per il fatto che non ci sono posti prenotabili. Insomma chi prima arriva avrà il magico tagliandino e potrà accomodarsi nella sala, fino a esaurimento posti. Ci saranno anche a disposizione delle sale videocollegate sempre ad esaurimento posti. Il firmacopie non ve lo posso garantire, ma già che ci siete portatevi anche un suo libro, (l’ultimo è meglio) non si sa mai. L’ingresso è gratuito, se non piove anche la fila non dovrebbe essere troppo disagevole. La pioggia è prevista per mercoledì. Ah, a partire dalle 20, 00 distribuiranno i tagliandini, quindi arrivate in tempo. Odia essere fotografato, quindi niente telefonini, selfie o via dicendo. Cos’altro? Io il suo libro l’ho comprato appena uscito in lingua originale, spero di poterlo leggere e recensire, sempre che il mio inglese me lo consenta. Dunque chi riuscirà a partecipare torni qui a raccontarci la sua esperienza. Ci conto!

:: L’età delle certezze fragili, Giorgia Primavera (Edizioni clandestine, 2016) a cura di Olimpia Petruzzella e Elisa Costa

23 ottobre 2016

unnamed2Recensione di L’età delle certezze fragili
(a cura di Olimpia Petruzzella)

Quello di Giorgia Primavera è un libro allo stesso tempo sacrilego e delicato, che affronta senza remore né censure la crisi di mezza età in una donna. Un argomento di solito poco trattato e, quando cioè avviene, affrontato in maniera banale e sommaria, in quanto la letteratura e il cinema preferiscono concentrarsi sulla crisi maschile, inseguendo una serie di stereotipi che vanno dal viagra all’amante giovane, dai tradimenti alle auto costose e così via.
Eppure parlare di donne e di donne mature non è – o non dovrebbe essere – un tabù. Raccontare con dovizia di particolari la menopausa (una parola di solito sussurrata come fosse una vergogna o una parolaccia e non una condizione normale a cui noi donne arriveremo a un certo punto della nostra vita), il calo del desiderio sessuale, le perdite di urina, dovrebbe essere ormai comune.
Invece lo stereotipo della donna perfetta, alla Angelina Jolie – che, gente, io ve lo dico, arriverà anche lei alla menopausa un giorno, eh! – fa di L’età delle certezze fragili un romanzo unico nel suo genere e in un certo senso innovativo. Non perché racconta la storia di una donna normale, forte e fragile, decisa e insicura, coraggiosa e codarda, insomma complessa e contradditoria come qualunque altro essere umano, ma perché lo fa mettendo nero su bianco in maniera impietosa i segni dell’età che avanza.
Viola, la protagonista, ha da poco passato i cinquanta, è in menopausa da due anni e da allora non ha più voglia di fare l’amore con il compagno. Così finge, e nel frattempo si scambia messaggi in chat con Aidan, un aitante sessantenne scozzese, che rappresenta la fantasia di una vita diversa, nuova, libera, lontana. Una vita diversa da quella che Viola ha adesso, alle prese con pazienti che riescono a malapena a pagarla e a cui deve fare sconti, e un uomo che non ama ma con cui vive perché le è stato accanto dopo il suicidio del marito, affetto da disturbo bipolare.
Insomma, una vita difficile, quella di Viola, la quale tuttavia cerca di non farsi imbruttire anche l’anima dall’età e cerca qualcosa di diverso, qualcosa che possa permetterle di vivere e non solo di sopravvivere. E Aidan tiene viva questa speranza. Almeno finché non scopre la verità su di lui…
Anche gli altri personaggi sono ritratti con sapienza, dai comprimari alle semplici comparse: tutti hanno uno spessore e una veridicità profondi, tanto da avere l’impressione che, se solo ci si recasse a Massa, potremmo incontrare i nostri eroi per strada, intenti alle loro faccende quotidiane.
Quotidiano che è essenziale in questo romanzo, perché è da qui che si parte per raccontare una storia che a tratti può sembrare quasi incredibile (ma capitano tutte a lei?) eppure sempre condita da un verismo schietto. Schietto come lo stile semplice, privo di fronzoli, che tiene il lettore letteralmente incollato alle pagine, a porsi domande sulla storia fino ad arrivare all’inaspettato epilogo.
Insomma, un romanzo assolutamente da non perdere, a prescindere dal se siate uomini o donne. Perché anche se affronta la crisi di mezza età da un punto di vista femminile, questo non è affatto un ‘libro per donne’.

Intervista a Giorgia Primavera
(a cura di Elisa Costa)

Ciao, Giorgia! Siamo qui per fare due chiacchiere a proposito del tuo ultimo romanzo, “L’età delle certezze fragili”. Cominciamo?

L’argomento principale del libro sono i cambiamenti: fisici, emotivi, mentali. Tu come hai vissuto e vivi i cambiamenti importanti? Ti infondono ansia oppure li consideri eccitanti?

Entrambe le cose. E poi dipende dal tipo di cambiamento che uno si trova ad affrontare. Sulle prime mi causano ansia, non lo nego, poi riesco a razionalizzare e vedere tutto in una prospettiva più ampia. Quando ho iniziato a scrivere L’età delle certezze fragili, ero rimasta colpita da un’indagine del Daily mail, che mostrava l’istogramma della felicità diviso in fasce d’età. La felicità, lungo l’arco di vita, si dispone a formare una curva che tocca il picco d’infelicità nel periodo che va dai 50 ai 54. Le spiegazioni sociologiche avanzate da alcuni per spiegare il fenomeno – come l’essere la generazione 50 – 54 cosiddetta “sandwich”, ovvero schiacciata da figli ancora in casa e dai genitori anziani – mi lasciavano perplessa. Possibile, mi chiedevo, che poi la curva della felicità riprendesse il volo dopo i 54? Che risposta davo io a quel senso di malessere che avvertivo forte, come altri miei coetanei? Mi sono pertanto chiesta se questo picco all’ingiù non fosse dovuto anche a una realtà rilevante del campionamento, ovvero la presenza delle donne di quella fascia di età, donne che stavano andando o erano già in menopausa.

La protagonista del racconto lavora come psicoterapeuta, però a un certo punto è proprio lei ad avere una sorta di crisi d’identità: credi sia possibile aiutare gli altri a stare meglio, se non ci si sente in pace con se stessi?

Più che crisi d’identità, Viola soffre di depressione con tratti bipolari. Ritengo che psicologi e psichiatri si ammalino al pari di altri e, come spesso accade, talvolta ne sono inconsapevoli. Per rispondere alla tua domanda, ritengo che i conflitti personali irrisolti non consentano di svolgere al meglio le professioni d’aiuto.

La storia ruota attorno a una donna, ma ci hai presentato anche diversi personaggi maschili interessanti. Per esempio, Ernesto è una figura che nonostante tutto ispira tenerezza, sei d’accordo?

Sì, Ernesto è uno sbruffone che si trova a fare i conti, forse più di Viola, con il crollo di un mondo di certezze nel quale si muoveva sicuro. E quindi è tenero, non c’è dubbio.

E invece Aidan? Il suo ruolo nei confronti di Viola è quello di un aiutante oppure di un antagonista? O magari entrambi?

Aidan ha entrambi i ruoli. È il cantico del cigno, l’illusione amorosa che ti aiuta ad andare avanti, ma che poi si trasforma in un incubo.

Veniamo ora a Rachele, la figlia della protagonista. Per caso questa ragazza rappresenta l’egoismo, e a volte la crudeltà, della giovinezza?

Sì, hai colto bene. Rachele rappresenta l’ego ipertrofico della giovinezza, che talvolta sorvola con leggerezza sul vissuto dei genitori o delle persone più anziane.

Viola ha una determinata opinione circa il concedersi qualche “ritocchino” chirurgico per migliorare il suo aspetto fisico. Tu che ne pensi? Ritieni che vedersi più belli allo specchio sia positivo per l’autostima, o rischi piuttosto di diventare un placebo?

Ad avere i soldi… Scherzi a parte, credo che ognuno debba sentirsi bene con se stesso. Certo, abbiamo visto molte attrici esagerare e trasformarsi in maschere grottesche. In quel caso un invecchiamento curato ma naturale è preferibile. Penso, ad esempio, a Isabella Rossellini. Insomma la via di mezzo è sempre la migliore. Ritocchino sì, disastro no!

Credi che le signore di una certa età possano essere addirittura più vivaci e intraprendenti delle ragazzine, come fa Carolina?

Sì, penso proprio di sì in alcuni casi. Dipende però da tanti fattori: il vissuto precedente, magari la comparsa di un nuovo amore o anche l’assunzione di ormoni. Però, a mio avviso, non è la regola.

Adesso vorrei porti un paio di domande delicate, e spero vivamente che tu non ti offenda! La prima riguarda il tuo rapporto con Viola: ho notato che siete più o meno coetanee… C’è qualcosa di autobiografico nel romanzo?

Ahi, me lo aspettavo. Con il mio editore avevamo concordato il tema (la menopausa) e, di conseguenza, mi sono informata com’era doveroso, frequentando a lungo gruppi Facebook dedicati al tema. Sono rimasta sorpresa da quanto le donne soffrissero in silenzio, per caldane e altri disturbi, e non volessero esternare i loro problemi ai familiari. Ad esempio era quasi tabù il calo del desiderio avvertito dalla maggioranza, anche per il timore di perdere il marito. Però, questo è certo, non è il mio vissuto. Se avessi dovuto scrivere la mia storia, sarebbe stata ben altra, visto che ho sofferto di endometriosi con dolori lancinanti per decenni e ho sempre dichiarato che avrei stappato una bottiglia di champagne una volta passato il Rubicone. Ma è diverso. Io ero malata e la menopausa rappresenta la cura elettiva per l’endometriosi, tanto che alcune pazienti vengono mandate in menopausa chimica per qualche mese anche a trent’anni. L’autobiografia è invece presente, come spesso accade, in aspetti minori, nelle intercapedini del testo. Si dice spesso “scrivi di ciò che conosci” (o altrimenti informati bene!). Dunque, quando si è reso necessario, ho narrato la morte dei miei genitori, fondendola, entrambi vittime di tumore al polmone. È stata la parte più difficile da scrivere: ricordare i deliri di mio padre sotto morfina e l’agonia infinita di mia madre dietro a un paravento.

E infine, come ti aspetti che il pubblico reagisca al tuo libro? É una storia particolare e immagino che gli stessi elementi che la rendono unica possano lasciare perplessi i lettori più tradizionalisti. Ti sei sentita coraggiosa a descrivere con tanto realismo la vicenda di Viola?

Molti tabù accreditati dal veterofemminismo stanno crollando, per fortuna. Mi piace molto l’outing schietto della cantante Fiordaliso: «Non ho più voglia di fare sesso e non sono mai stata più felice». E invece l’idea che la menopausa sia l’inizio di una nuova vita erotica, più intensa e piena di quella che l’ha preceduta, è appannaggio di numerose femministe storiche, a partire da Erica Jong con Fear of dying alla scrittrice nicaraguense Gioconda Belli con L’intenso calore della luna fino addirittura ai chick lit, l’ultimo di Helen Fielding, l’autrice de Il diario di Bridget Jones, con il suo nuovo Un amore di ragazzo. Tutti questi libri equiparano la menopausa a una nuova era, fatta di chirurgia plastica, toy boy a volontà e sessualità esplosiva. È davvero così? Mah! Io preferisco Fiordaliso.

Ti ringrazio infinitamente per il tempo e l’attenzione, e ti auguro che “L’età delle certezze fragili” ottenga il successo che merita!

Grazie 🙂

:: La maledizione di casa Foskett – M.R.C. Kasasian (Newton Compton), a cura di Micol Borzatta

23 ottobre 2016
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Londra, 1882. March Middleton, dopo essere rimasta orfana e presa sotto l’ala protettiva del suo tutore Sidney Grice, collabora con lui per risolvere casi di omicidio, un po’ allo stile di Watson e Holmes.
Ed è proprio durante questa loro collaborazione che un giorno del 1882 arriva a casa loro un cliente che li vorrebbe ingaggiare per indagare sulle morti del gruppo di cui fa parte, la Last Death Society. Una società formata da sette membri che hanno deciso di donare la loro eredità all’ultimo di loro che sopravviverà, e per escludere che le morti possano essere tutt’altro che naturali vogliono il migliore detective. Specialmente visto che uno di loro è già morto.
Il caso vuole, però, che mentre il cliente rivela i vari dati a Grice, muore proprio nel suo studio, avvelenato. I due detective devono così risolvere un caso molto delicato, che si fa ancora più intricato quando si scopre che una componente della società è la baronessa Foskett, l’ultima erede di un casato definito maledetto a causa di morti inspiegabili che colpirono tutte le generazioni.
Ottimo romanzo giallo che nasce seguendo le tracce del grande scrittore Doyle e del mitico Sherlock Holmes.
Infatti ritroviamo anche qui una coppia di investigatori, di cui la spalla scrive e racconta le avventure del detective, sempre ambientato a Londra tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, e i casi vengono tutti risolti da intuizioni che nascono dall’utilizzo eccezionale di tutti e cinque i sensi.
Un altro legame con le opere di Doyle è la citazione del racconto La lega dei capelli rossi, quando viene accennato a un caso risolto dove i colpevoli erano una banda di ragazzi con i capelli rossi.
Le similitudini però non sono solo queste, anche lo stile di scrittura e di narrazione sono molto similari a quelli usati da Doyle, con trame intrecciate che se srotolate svelano che sono tutte legate fino a formare una sola storia continuativa.
Oltre alla storia viene data molta importanza anche al periodo storico. Infatti siamo nell’epoca vittoriana di una Londra che sta vivendo molti cambiamenti, ma che nello stesso tempo sta cercando di rimanere legata alle vecchie tradizioni e ai vecchi costumi. Ritroviamo così la dura battaglia di una donna che vuole dimostrare il suo valore in un mondo esclusivamente maschilista.
Un romanzo che sa unire il fantasioso e la storia con colpi di scena e un finale brillante.

R. C. Kasasian è cresciuto nel Lancashire, passa da un lavoro all’altro fino a diventare uno scrittore affermato. Passa l’estate nel Suffolk e l’inverno a Malta. Al suo attivo ha tre libri, tutti della saga dei due detective di Gower St.

Provenienza: dono dell’editore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Exodus, Don Alemanno, (Magic Press, 2016), a cura di Elena Romanello

23 ottobre 2016
jenus

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Torna il personaggio di Jenus, al secolo Gesù, un Gesù decisamente diverso da quello che si conosce, ideato da Don Alemanno, in una nuova avventura, Exodus, che propone in chiave divertente un qualcosa di molto attuale e che non manca di far riflettere.
Per varie peripezie, il nostro eroe si trova infatti su una di quelle tante navi profughi che affollano il Mediterraneo, incontrando un destino difficile e non perdendosi d’animo, e facendo emergere tra una battuta e l’altra, tra un paradosso e l’altro, le contraddizioni del nostro mondo oggi.
Con quest’opera Don Alemanno si conferma come un autore ironico d’eccezione, capace di ideare un fumetto su alcuni dei nodi ancora irrisolti persino qui in Occidente, con al centro un’icona religiosa modificata nel corso dei secoli dalle varie dottrine, su cui si basa il credo cristiano e cattolico in particolare, senza essere comunque offensivo e facendo pensare su cosa può ancora dire questo Gesù vagamente mangofilo al pubblico contemporaneo.
Gesù viene rispedito dalla sua gente, gli alieni Elohim, sulla Terra tra la gente di oggi e vive le sue avventure, con una strizzata d’occhio alla storia originale e richiami all’attualità che in Exodus raggiungono uno dei punti più felici.
Ci si diverte leggendo questa nuova fatica di Don Alemanno, così come con le sue altre opere, per non parlare delle sue mostre temporanee che ormai allietano spesso le fiere del fumetto, ma non si può non pensare a tante cose, tipo come si possa raccontare il dramma dei profughi, presente anche se sotto il sorriso e la parodia, dall’esterno e dal punto di vista di chi, nato nella parte fortunata del mondo, non sa che cosa voglia dire rischiare tutto per arrivare in Occidente, insieme ad un Gesù smemorato che non ricorda chi è e crede di essere un profugo.
L’interesse delle opere di Don Alemanno è quello di coniugare riso e pianto, divertimento e riflessione sulla realtà, e di parlare di tragedie di oggi non in toni impegnati ma magari un po’ pesanti, ma con leggerezza, che non vuol dire superficialità. Per realizzare Exodus Don Alemanno si è documentato sul campo, andando a Lampedusa e parlando con tanti di quei ragazzi fuggiti da guerra e fame in cerca di un avvenire migliore, che racconta in un’opera buffa ma non certo stupida, con echi del lavoro parodico su religioni e miti che ha fatto un grande recentemente scomparso come Dario Fo.

Don Alemanno è lo pseudonimo nel mondo dei fumetti di Alessandro Mereu, classe 1981, che oltre a realizzare le strisce di Jenus di Nazareth, è un blogger e cantante con il gruppo Holy Martyr. Le strisce di Jenus hanno vinto il Macchia Nera Award e sono state pubblicate prima on line e poi in volumi da Magic Press.

Source: omaggio della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa di Magic Press.

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:: Il forte della vendetta, Gordon D. Shirreffs (Corriere della Sera, 2016)

22 ottobre 2016

gftCredo che il più famoso scrittore di westerm (della letteratura, almeno) fu Holly Martins, personaggio non secondario de Il terzo uomo, e suo malgrado al centro di una piccola e divertita diatriba letteraria (un inside joke di Greene) che poneva la letteratura alta (di cui Holly Martins ne sapeva poco o niente) accanto alla letteratura di genere (di cui a tutti gli effetti il genere western, o più in senso lato il genere avventuroso, fanno parte). Holly Martins era un mediocre scrittorucolo senza ambizioni certo, ma è divertente vederlo scambiare per un autore di prestigio da una platea di sconcertati lettori convenuti per un reading. Che molta letteratura western sia dozzinale e standardizzata e soprattutto veicoli un immaginario forse superato e per certi versi reazionario (ci ha pensato la cinematografia degli anni 70 in poi a dare giusta dignità agli indiani per esempio e un giusto contesto storico, sempre più realistico) è pur vero, ciò non toglie che anche la peggiore è divertente e rilassante, insomma capace di intrattenere senza troppe fisime o snobistiche pretese intellettualistiche. Quando ho voglia di rilassarmi, e non riflettere sui massimi sistemi, insomma un buon western fa al caso mio, con buona pace di chi la ritiene letteratura spazzatura. Ed è così che quando mi è giunto tra le mani Il forte della vendetta (Fort Vengeance, 1957) di Gordon D. Shirreffs, tradotto da Alda Carrer, in una edizione speciale per Corriere della Sera, su licenza di Meridiano Zero di Odoya, l’ho letto con piacere. Lo stile è semplice, scorrevole, quasi ipnotico, i personaggi simpatici, l’ambientazione tipicamente western: l’Arizona selvaggia tra pini messicani, robinie e fichi d’india, fiumi e altipiani del 1870. (Non dimentichiamoci che Shirreffs scrisse anche il celebre Rio Bravo (1956), e per la sua vasta produzione è considerato a tutti gli effetti uno dei maestri del genere). Sarà che per me il western cinematografico ha il faccione sornione di John Wayne, mi è difficile non dare ai personaggi del romanzo le sembianze dei tipici attori western hollywoddiani anni ’50, ma lascio a ognuno di voi di sceglierli, se diverte anche voi questo gioco. Il forte della vendetta ha per protagonista il maggiore Dan Fayes, inviato quasi per punizione (ha un passato alquanto turbolento) a Fort Costain, uno sperduto avamposto della Frontiera, in cui i soldati invece di vivere in un regime di ordine e severa disciplina si lasciano andare alle più estreme (per l’epoca) dissipatezze: alcool, donne e gioco d’azzardo. Mettere un barlume di ordine è insomma il suo compito principale, e Dan Fayes lo prende molto seriamente, anche se diventa subito l’oggetto delle avance della seducente Melva sorella del medico militare. Anche Harriett, la figlia del padrone dello spaccio vicino al Forte, è molto gentile ed educata, insomma beato tra le donne si direbbe. Ma invece il nostro insospettito dal comportamento di alcuni soldati ha altro a cui pensare, e pian piano inizia a sospettare che ci sia davvero qualcosa di losco sotto. Infatti gli Apache di Vento Nero sono troppo aggressivi, muniti di troppe armi. Forse qualcuno all’interno del Forte li rifornisce? Dan con l’aiuto di una guida indiana, e dopo molte peripezie, (come di pragmatica), scopre cosa c’è sotto. Dunque una trama semplice e lineare, per un onesto romanzo di avventura. Buona lettura.

Gordon D. Shirreffs (Chicago 1914 – Granada Hills, Los Angeles 1996) È uno dei più celebri scrittori western, con oltre 100 romanzi all’attivo, spesso trasposti in pellicola, oltre che autore di polizieschi e romanzi di avventura per ragazzi che in qualche caso firma con diversi pseudonimi. La sua passione per il genere si sviluppò mentre militava nell’esercito, di stanza a Fort Bliss. Ben 60 dei suoi lavori trovano ambientazione nell’assolato Sudovest. Per Meridiano Zero ha pubblicato anche Troppo duro per morire (2015).

Source: acquisto personale.

:: La famiglia Fang, di Kevin Wilson, (Fazi editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

22 ottobre 2016
famiglia

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«È solo una bambina», rispose Camille.
«È un’artista, proprio come noi; solo che non lo sa ancora».
«È una bambina, Caleb».
«È una Fang» rispose lui. «Questo viene prima di qualunque altra cosa».

Chi sono davvero i Fang? Una famiglia strampalata o degli abili performer che hanno fatto dell’arte la loro linfa vitale?  Lo racconta lo scrittore americano Kevin Wilson, in La famiglia Fang, edito da Fazi.  Caleb e Camilla, sono marito e moglie e si guadagnano da vivere facendo performance artistiche coinvolgendo i due figli Annie e Buster, da loro chiamati semplicemente A e B. I ragazzini, loro malgrado, diventano parte integrante di scenette, più o meno comiche o drammatiche, nelle quali vengono ribaltati in modo completo i cardini della normalità. Il tutto ha il fine di stupire e scuotere le persone comuni e la loro quotidianità. Per capire l’irriverenza e la volontà di mettere in crisi le regole da parte di Caleb e Camille, basta leggere il primo episodio (Delitto e Castigo 1985), per scoprire come un centro commerciale e un negozio di dolci colmo di colorate caramelle possano diventare per i Fang una forma d’arte irriverente. La narrazione è costruita con repentini salti temporali tra presente e passato, utili al lettore per ricostruire le esistenze di tutti e quattro i componenti di questa istrionica famiglia che vive di arte e per l’arte. Crescendo Annie comincia a capire che il mondo del cinema e fare l’attrice sono la sua vera aspirazione, mentre Buster, giornalista un po’ imbranato, si rende conto che scrivere e insegnare agli altri a farlo, è un’attività che gli dà soddisfazione. Proprio quando i due ragazzi sembrano avere compreso ciò che vogliono dalla e nella vita, i loro genitori spariscono. Per i figli, quel lasso di tempo troppo ampio del silenzio della madre e del padre è una tremenda preoccupazione, tanto che ad un certo punto A e B, credono che i genitori siano morti. Poi, però, esasperati dal modo in cui i mamma e papà li hanno cresciuti e “usati” per i loro teatrini artistici, i due fratelli cominciano a sospettare che, forse, Caleb e Camille hanno davvero inventato l’ennesima messa in scena. Con la Famiglia Fang, Wilson realizza un romanzo familiare e, allo stesso tempo, psicologico, dove si analizza il complicato rapporto tra genitori e figli. La cosa interessante che si riscontra durante la lettura del libro di Wilson è che Annie (A) e Buster (B) quando diventano adulti decidono di seguire quello che più preferiscono per avere una vita stabile e con quelle certezze esistenziali che non hanno mai avuto. I loro genitori interpretano tale gesto come una sorta di affronto e di rifiuto della loro esistenza incentrata sull’arte e sulle performance. Per tale ragione decidono di compiere un gesto dimostrativo nei confronti dei figli. Caleb e Camille, da questo punto di vista dimostrano un’immaturità egoistica nei confronti di Annie e Buster, perché non accettano che i figli vogliano vivere in modo diverso da come hanno sempre fatto. Kevin Wilson ne La Famiglia Fang, non si limita ad indagare le vite dei quattro personaggi o i conflitti generazionali, l’autore americano analizza quanto a volte il confine tra vita vera e arte sia labile a tal punto da impedire a chi vive tra arte e realtà (Caleb e Camille) di  individuare la linea di demarcazione che separa nettamente la dimensione famigliare da quella artistica. Traduzione Silvia Castoldi.

Kevin Wilson è nato e cresciuto nel Tennesse. Ha esordito nel 2009 con la raccolta di racconti Tunneling to the Center of the Earth, tra i migliori dieci libri dell’anno, mentre l’uscita del suo primo romanzo, La famiglia Fang, è stata accolta come un evento letterario da tutta la critica americana. Nicole Kidman ne ha opzionato i diritti cinematografici.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa Fazi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il gioco del male, Angela Marsons (Newton Compton, 2016) a cura di Giulietta Iannone

22 ottobre 2016
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Prima di parlare della trama e dei personaggi di Il gioco del male (Evil Games, 2015), secondo romanzo, dopo Urla nel silenzio, di Angela Marsons, (tradotto dall’ inglese da Erica Farsetti e Angela Ricci), con estimatori entusiasti e vagamente insospettabili, come Antonio D’Orrico che dalle pagine della Lettura arriva a definire la Marsons diretta erede di Patricia Cornwell (di cui comunque continua a rimpiangere i tailleur), volevo spendere qualche parola sull’ambientazione, e su quanto incide sul mood di tutto il romanzo. La Black Country, area delle Midlands Occidentali, (che per intenderci va da Birmingham a Wolverhampton) merita qualche riflessione. Innanzitutto partiamo dal nome, erede e vestigia di un tempo in cui la zona era davvero la culla della Rivoluzione industriale, (c’erano concentrate così tante fabbriche, che l’aria aveva una consistenza quasi solida, per i vapori esalati dalle ciminiere, tra il nerofumo e la polvere di carbone). La ricchezza del periodo d’oro finì di colpo alla fine degli anni 70, quando iniziò l’era postindustriale,  e gli scontri vivacissimi (a base di scioperi e rappresaglie) tra Margaret Thatcher (fu leader del Partito conservatore britannico, dal 1975 al 1990) e i sindacati affatto entusiasti della riforma del diritto del lavoro da lei voluta (drammatici gli scontri tra la polizia a cavallo britannica e i minatori). Di queste lotte sociali, danni ambientali e povertà ormai diffusa, la Marsons fa trasparire le conseguenze.

La Black Country era la terza zona del paese con la concentrazione più alta di disoccupazione, non si era mai veramente ripresa dal declino dell’industria del carbone e dell’acciaio che aveva attraversato il suo momento di gloria nel periodo vittoriano. Le fonderie e le acciaierie erano state demolite per fare spazio a grandi complessi industriali e residenziali.

Conseguenze che si riflettono sugli umori della gente, gente dura, povera, abituata a vivere con gli assegni sociali, a entrare e uscire di galera, ad essere assistita da assistenti sociali e poliziotti sottopagati, sempre più oberati di lavoro tra violenze domestiche, violenze sui minori, e veri casi di omicidio. Disoccupazione, povertà, violenza, malattie mentali, sembrano lo scenario perfetto per un thriller e infatti da questo contesto sociale esce il personaggio della detective ispettore Kim Stone, anche lei entrata negli ingranaggi del sistema fin da piccola, separata dalla madre schizofrenica e data in custodia a una serie di famiglie affidatarie, che in fin dei conti non hanno fatto un cattivo lavoro crescendola così com’è. Se il passato e i traumi infantili sono un pesante bagaglio per le spalle della Stone, (anaffettiva, introversa, quasi asociale), non da meno lo sono per il suo esatto opposto la psichiatra Alex Thorne, ricca, bella, affermata, inserita nel contesto sociale come un membro autorevole e rispettato. Angela Marsons rende chiaro fin da subito che lo scontro tra le due sarà il filo conduttore del romanzo. E qui entrano in gioco le sfumature, le sottotracce, la capacità dell’autrice di giocare sull’ambiguità e l’oscurità che entrambi i personaggi si portano dentro. Uno scontro impari, venato di attrazione e di odio, tra un ligio tutore dell’ordine e una sociopatica (del tutto priva di coscienza e di sensi di colpa), di cui la Marsons declina tutte le fasi della sua sociopatologia. Non c’è redenzione per la psichiatra Alex Thorne, che fino all’ultimo userà la sua abilità per manipolare, ferire, distruggere tutte le persone che il suo capriccio le pone davanti. Due casi paralleli percorrono la trama. Il caso di un pedofilo, Leonard Dunn, che abusava delle sue figlie, senza che la moglie si fosse accorta di niente, e il caso di una ragazza, vittima di stupro, che accoltella a morte il suo stupratore. Due casi diversi, separati, che non porteranno a sovrapposizioni come molto spesso accade nei thriller, ma non privi entrambi di colpi di scena e effetti imprevedibili. Il libro inizia infatti con l’irruzione in casa di Leonard Dunn (da parte di Kim Stone della sua squadra) e il suo conseguente arresto. Ma soprattutto una seconda persona sembra essere stata presente agli abusi. Trovarla sarà compito della squadra (e dell’intuizione di Kim Stone). Il secondo caso è invece più corposo, e ricco di implicazioni. E non sarà il primo, ma tutta rientrerà nel piano di una mente manipolativa che vuole dimostrare che la mancanza di coscienza e sensi di colpa è una dimensione naturale dell’essere umano. La Marsons si è ben documentata da un punto di vista psichiatrico, tra sociopatologia, sindromi post-parto e schizofrenia, il tutto venato da una sottile diffidenza verso la reale possibilità di effettuare diagnosi e dispensare cure, quando anche coloro che sono preposti a farlo sono spesso vittime di traumi e debolezze psicologiche. Bello il personaggio di Dougie, l’ospite autistico di Hardwick House, che intuisce quanto Alex Thorne sia pericolosa, prima di tutti gli altri. Buona lettura.

Angela Marsons ha debuttato nel thriller con Urla nel silenzio arrivando a vendere un milione e mezzo di copie nel mondo. In Italia è arrivato ai primi posti delle classifiche. Urla nel silenzio è il primo, fortunato capitolo della serie che vede protagonista la detective Kim Stone, che prosegue con Il gioco del male. Angela vive nella Black Country, in Inghilterra, la stessa regione in cui sono ambientati i suoi thriller. Per maggiori informazioni, visitate il suo sito: www.angelamarsons-books.com.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Kill the Granny 2.0. Finché morte non li separi, di Francesca Mengozzi e Giovanni Marcora, (Dentiblu, 2016) a cura di Elena Romanello

21 ottobre 2016
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Dentiblù edizioni, che da alcuni anni si è fatto conoscere come editore di fumetti spassosi e dissacranti, riprende una vecchia storia precedentemente uscita altrove in un nuovo formato e quasi come antefatto con Kill the granny 2.0 Finché morte non li separi di Francesca Mengozzi e Giovanni Marcora.
I due autori, noti nell’ambiente fumettistico come I Tatini, raccontano la storia di un gatto all’apparenza coccolone e simpatico, ma in realtà in preda ad un furore vendicativo perché la sua anziana padrona l’ha fatto castrare. Per questo motivo il micio stringe un patto con il diavolo, per riavere i suoi attributi ucciderà la sua convivente umana Evelina, venendo rifornito di nove vite per portare a termine la sua missione.
Le cose non andranno come aveva pensato, perché Evelina si dimostrerà un osso decisamente duro e saprà sopravvivere ad attentati e pericoli, man mano le vite del gatto verranno meno e ci sarà anche un diabolico colpo di scena finale.
Tra humour nero e satira, Kill the granny 2.0 si distingue come un fumetto che non lascia indifferenti, realizzato con tavole in colori pastello con richiami alla grande tradizione di illustratori anglosassoni e qualcosa dei manga nella caratterizzazione coccolona dei gatti. Il tema del doppio, buono e cattivo nello stesso personaggio, è al centro della storia, così come quello del patto con il diavolo, topos della narrativa romantica da Goethe a Wilde qui riletto in chiave felina.
Il risultato è una storia dissacrante e abbastanza irresistibile, autoconclusiva ma ci potrebbero essere anche altri sviluppi, sul rapporto tra gatti e umani e in particolare tra gatti e donne non più giovanissimi, ma non solo, con un forte elemento fantastico ma anche tante gag che richiamano l’età d’oro dei Looney Tunes in animazione. Un modo per rileggere in un nuovo formato un fumetto che aveva convinto già qualche anno fa ma che poi purtroppo era diventato di difficile reperibilità.

Francesca Mengozzi e Giovanni Marcora si conoscono alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze, dove si diplomano. I loro lavori si basano su una totale intesa creativa: sebbene Francesca si concentri principalmente su storie e colori e Giovanni sui disegni, ogni fase dei loro progetti è sviluppata a quattro mani.
Il concept di Kill the Granny, presentato nel 2006 all’esame di fine corso della scuola di fumetto, colpisce l’editore Vittorio Pavesio e diventa la loro prima graphic novel. Al primo seguono altri quattro volumi e numerose presentazioni alle principali fiere con un numero crescente di fan in Italia e Francia.
In seguito collaborano come coloristi con Ankama Editions, RCS (Corriere della Sera), Progetto Radium e come character designers con Kinder Ferrero. Nel 2012 intraprendono il percorso dell’insegnamento, dando vita a due corsi di fumetto per il comune di Prato, mentre dal 2015 tengono workshops alla Scuola Internazionale di Comics di Firenze.
Oggi Francesca e Giovanni sono disegnatori e coloristi per Disney Italia, Disney America e Dupuis, ma coltivano alcuni progetti personali che presto vedranno la luce.
Recentemente hanno ripreso in mano il loro primo progetto, reinterpretandolo e concentrandosi sui suoi punti di forza, per dar vita a Kill the Granny 2.0.

Source: omaggio della casa editrice, si ringrazia l’Ufficio stampa.

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