
Archivio dell'autore
:: Predrag Matvejevic (7 ottobre 1932 – 2 febbraio 2017)
2 febbraio 2017:: Fine turno, Stephen King (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Giulietta Iannone
2 febbraio 2017Dopo Mr Mercedes e chi Perde paga, chiude la trilogia Fine turno, (End of Watch, 2016) edito in Italia sempre da Sperling e Kupfer e tradotto da Giovanni Arduino, con una dedica niente di meno che a Thomas Harris. Piuttosto impegnativa direte voi? Concordo e rilancio soffermandomi sulle ragioni che hanno spinto il Re a giocare coi generi e tentare qualcosa che inevitabilmente scontenterà alcuni e deluderà altri: unire l’ hardboiled classico all’ horror (certo molto sfumato, ma presente). Insomma non un gioco da ragazzi. Però c’ era da aspettarselo che Stephen King ci avrebbe provato, è da lui, rientra appieno nella sua “poetica”, nella sua costante evoluzione personale, prima che artistica. Fine turno chiude un cerchio, dà compimento a una storia che poteva avere due derive: una prettamente razionale, riportando tutto ciò di apparentemente soprannaturale a una spiegazione, certa e scientifica; l’altra di stampo nettamente contrario dando alla fantasia campo libero, lasciando il soprannaturale prevalere a costo di deludere chi in un hardboiled vuole i duri fatti della vita, narrati senza ornamenti superflui o trucchi. Dunque che fa King? Prende questi due opposti e ci gioca, lasciando aperta l’eventualità che la tecnologia raggiunga e ottenga cose che apparentemente la ragione ci dice siano impossibili. Il potere della mente è ancora inesplorato, il potenziale che davvero racchiude ancora un mistero, venato dalla consapevolezza che ne usiamo solo una parte, sia nel bene che nel male. Quindi un cattivo come Brady Hartsfield una certa inquietudine la crea per i fenomeni di telecinesi che scatena, la sorta di invasione nelle psichi altrui, la sua capacità manipolativa, ampliata (forse) da medicine sperimentali date a lui come cavia non sappiamo quanto inconsapevole. Ho visto di recente un film Limitless, a sua volta tratto da un romanzo, Territori oscuri, dello scrittore irlandese Alan Glynn, e sicuramente chi li conosce sa di cosa parlo, quando mi accosto alle suggestioni fantasiose di sostanze che alterano i normali processi celebrali ampliandoli o distruggendoli. E ammettiamolo la materia affascina e spaventa, più degli omicidi mascherati da suicidi di cui il romanzo abbonda. Per non parlare degli Zappit, console portatili, porte del male, veicolo di messaggi subliminali letali, sotto le innocue apparenze di giochini elettronici. E il fatto che molti giovani e adolescenti (ma anche adulti) siano schiavi di smartphone, telefonini, tablet e quant’altro, non è fantascienza e quasi King sembra metterci in guardia. A modo suo, con le sue tortuose spire. Nelle note finali ci piazza anche il numero da chiamare per la prevenzione del suicidio, male reale, causa di innumerevoli morti ogni anno, e non solo mero pretesto per trovare materiale per un libro di paura. Come la malattia di cui soffre il protagonista, un’altra piaga inguaribile della nostra società, sempre più evoluta, sempre più tecnologica. Cioè ragioni per cui questo libro ci faccia realmente paura ci sono e esulano dalla bravura di King nel creare quell’atmosfera, quel particolare stato d’animo nel lettore di cui è maestro. Il nostro eroe Bill Hodges, e la sua fida assistente e socia Holly Gibney, (interessante personaggio femminile affatto scontato), insomma lottano contro forze soverchianti, contro un nemico che a rigor di logica dovrebbe vincere, anzi stravincere e spazzarli via. Più il nemico è potente, e più il valore dei buoni spicca e brilla di luce propria, sembra dirci King, e infondo come possiamo dargli torto? Malinconico il finale, ma infondo non poteva essere diverso, senza volere prevedere risurrezioni da soap televisiva. Una porta chiusa a doppia mandata. Non il classico lieto fine, ma qualcosa che ci va molto vicino.
Stephen King, il maestro dell’horror è nato a Portland, nel Maine, nel settembre del 1947. Il padre, ex capitano della Marina Mercantile durante la Seconda Guerra Mondiale, scompare due anni dopo la nascita di Stephen, e la famiglia King, è costretta, per il lavoro della madre, a spostarsi tra Maine, Massachusetts, Wisconsin, Indiana, Illinois e Connecticut.
Oltre all’abbandono del padre, l’infanzia di King è segnata da un altro evento tragico: a soli quattro anni, assiste alla morte dell’amico, travolto da un treno mentre i due giocano sulle rotaie. Il piccolo Stephen torna a casa sconvolto ma senza ricordare nulla.
A partire dai primi anni delle elementari inizia a leggere da solo tutto ciò che gli capita tra le mani; è di questo periodo anche il suo primo racconto. Anni dopo trova nella soffitta della zia i libri del padre, amante dei racconti di Edgar Allan Poe, H.P. Lovercraft e Richard Matheson. Nel 1962 comincia a frequentare la Lisbon Falls High School e poco dopo viene contattato per lavorare al Lisbon Enterprise, settimanale di Lisbon.
Studia letteratura presso l’Università del Maine, dove tiene una rubrica sul giornale universitario. Per pagarsi gli studi, King lavora e vende alcuni suoi racconti. Nell’estate del 1969 conosce Tabitha Jane Spruce, giovane poetessa e laureanda in storia che diventerà sua moglie due anni più tardi. Conseguita la laurea, comincia ad insegnare lettere in una scuola superiore.
Il successo, e la prima vera pubblicazione, arriva con Carrie nel 1974, che supera il milione di copie vendute. Le notti di Salem (1975) e Shining (1977) riscuotono ancora più successo, con i rispettivi tre milioni e quattro milioni di copie vendute. Nel 1970 nasce la figlia Naomi Rachel e due anni dopo il figlio Joseph Hillstrom.
Due eventi tragici colpiscono lo scrittore negli anni a seguire: lo scrittore comincia ad avere seri problemi di dipendenza da alcol e droga, da cui uscirà solo dopo un processo di disintossicazione durato più di un anno. Nell’estate del 1999, inoltre, durante una passeggiata King viene travolto da un’auto subendo pesanti traumi. Sottoposto a numerosi interventi, ci vorranno mesi prima che King si riprenda totalmente.
Nell’arco della sua carriera, Stephen King ha venduto oltre 500 milioni di copie e dai suoi libri sono state tratte oltre 40 pellicole cinematografiche.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Al Sassofono blu, di Serena Venditto (Homo Scrivens, 2016) a cura di Federica Belleri
2 febbraio 2017Napoli. Profumi, odori, vita, passioni. Quattro amici che vi invito a scoprire piano piano. Samuel, Ariel, Kobe e Malù. Diversi ma uniti. Sconclusionati ma con una certa logica. Fra di loro un bellissimo gatto nero, dagli occhi verde smeraldo, Mycroft; l’immaginario fratello maggiore di Sherlok Holmes la fa da padrone …
Al Sassofono blu va in scena una cena con delitto. I quattro, pardon, i cinque vengono invitati a partecipare. Purtroppo il locale si rivela il luogo di un reale omicidio, per altro insolito. Malù, dal sorriso contagioso e seducente, ha la passione per l’investigazione, e questo caso è per lei. S’ impiccia, si intrufola dove non le sarebbe permesso, spiazzando anche il commissario incaricato delle indagini. Gli amici poi, sono ormai rassegnati a questa sua attrazione particolare. Sanno che, se Malù si mette in testa una cosa, quella deve fare.
Gli attori della compagnia che ha interpretato l’evento nel locale sono i principali sospettati. Malù scava nel loro privato con furbizia e tatto, ben calibrati. Non le sfugge nulla. Ma chi scava nel passato di Malù per portare la luce ai suoi momenti bui? Chi scava nel passato dei suoi affezionati amici? Fra sorpresa e sgomento anche Mycroft fa la sua parte, intralciando ma fiutando una possibile pista.
Chi ha partecipato a quella maledetta serata ha un passato e un presente. Soffre e ama, come chiunque altro. O forse di più? Vive di coincidenze, di occasioni sfumate, di sospiri soffocati. Chi è in realtà la donna uccisa? Cosa porta con sé? Come si sono intrecciati nella sua vita dolore, amore e morte?
Al Sassofono blu. Il sapore del giallo classico, dove gli indagati vengono riuniti da chi gestisce le indagini, esclusi uno ad uno da un ragionamento preciso, fino a lasciare il vero colpevole al centro del palcoscenico, di fronte a se stesso e alle proprie responsabilità. Il sapore di un’altra storia gialla e amara, che si mescola alla trama principale. Il miscuglio di canzoni, di sorrisi che il quotidiano ci regala. I colori, accesi e ben definiti, e un meraviglioso felino, capace di strappare coccole e tenerezze a chiunque.
Serena Venditto ci dimostra come la sofferenza e il dolore possano rimanere nella nostra memoria, stampati e indelebili. Silenziosi e innocui, in attesa del momento giusto per manifestarsi. E se il dolore arrivasse all’improvviso, quale sarebbe la nostra reazione? Quanto saremmo consapevoli del male che in quell’istante ci viene fatto?
Buona lettura.
Serena Venditto è nata a Napoli nel 1980, un giorno dopo Harry Potter. Ha esordito con una commedia rosa, Le intolleranze elementari (Homo Scrivens 2012), più volte ristampata e da cui è stata tratta una rappresentazione teatrale a cura della compagnia Parole Alate; nel 2014 ha pubblicato la commedia gialla Aria di neve, il primo romanzo in cui compaiono i 4+1 di Via Atri 36 e il gatto detective Mycroft, vincitore del premio della critica Costadamalfilibri 2015, seguito l’anno successivo da C’è una casa nel bosco (Menzione speciale al Giallo Garda 2016).
Ha partecipato all’Enciclopedia degli scrittori inesistenti 2.0 e a Faximile. 101 riscritture di opere letterarie, entrambi editi da Homo Scrivens; cura la rubrica Bar Sport per il sito Napoliclick.it.
Ama i libri e i colori: oltre a leggere e scrivere gialli, ha i capelli rossi, gli occhi verdi e un gatto nero.
Source: libro del recensore.
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:: La lettrice, Tracy Chee (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello
1 febbraio 2017Nel mondo di Sefia leggere un libro è un atto proibito, i libri sono oggetti messi al bando e la cultura è trasmessa solo per via orale, come forma di controllo anche sulle classi subalterne. Anche se ha solo sedici anni, Sefia ha visto il padre morire assassinato in maniera brutale, è dovuta fuggire con la zia Nin che ha insegnato a cacciare, seguire le impronte e rubare tra mercati e boschi.
Ma un giorno anche Nin viene rapita da qualcuno di potente, che vuole scoprire i segreti che nasconde, e Sefia rimane sola, con un unico aiuto, un oggetto che il padre ha custodito fino alla morte, un manufatto rettangolare che nasconde un potere incredibile e pericoloso, visto che è uno di quei libri vietati in quel mondo.
Con l’aiuto del libro e di un ragazzo che incontra e che nasconde oscuri segreti, Sefia partirà alla ricerca della zia e dei misteri che nasconde la sua vita, in un mondo dove trovano spazio pirati e briganti, giochi di potere e magie, potenti quando partono dalla pagina scritta.
Il fantasy è e continua ad essere un genere amatissimo, non sempre è facile trovare però storie interessanti, soprattutto nei libri che nascono rivolti ad un pubblico di adolescenti, ma non è il caso di questa opera di esordio, ricca di spunti curiosi, a cominciare dal tema di fondo, la proibizione della lettura, che riecheggia un classico della distopia come Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Là eravamo in un mondo di un futuro prossimo, con un’evidente critica della realtà del Novecento attualissima ancora oggi, qui siamo in un universo alternativo, dove i libri hanno un potere magico in più e per questo sono temuti, una sorta di merce pericolosa che viene temuta e che gira sottobanco.
Il mondo in cui Tracy Chee porta i suoi lettori è composito e ricco di suggestioni, con echi più di Dumas che di Tolkien, tra avventure di vario tipo e una rilettura fresca dell’archetipo del viaggio che accompagna la narrativa di genere fantastico dalle origini, dall’Odissea in poi. Tra l’altro, La lettrice è il primo capitolo di una nuova saga, come è ormai consuetudine del fantasy, e quindi resta alla fine del libro la voglia di capire come andrà avanti un’epopea in cui spicca un bel personaggio femminile, Sefia, ragazza in cerca di sé e della verità sulle sue origini, ma anche pronta a difendere il potere che le danno i libri.
La lettrice è senz’altro una storia avvincente per i ragazzi, soprattutto per chi è stanco di storielle melense con vampiri e lupi mannari, ma è piacevole e intrigante anche per chi ha un’altra età e magari viene da lunghi anni di letture del genere, che permettono di apprezzare questo nuovo universo parallelo in cui si viene catapultati.
Tracy Chee ha studiato letteratura e scrittura creativa all’Università della California di Santa Cruz e ha conseguito un Master of Arts alla San Francisco State University. Traci è cresciuta in una piccola città con più mucche che esseri umani, e ora si sente a casa in montagna, in mezzo alla natura e alle sue meraviglie. Vive in California con il suo cane. La lettrice è il suo romanzo d’esordio.
Provenienza: acquisto del recensore.
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:: Giuseppe Dossetti. Un itinerario spirituale, Giuseppe Alberigo, Alberto Melloni, Eugenio Ravignani, (Nuova dimensione, 2006), a cura di Daniela Distefano
1 febbraio 2017Il mio sacerdozio è nato per una scelta non mia, ma di altri, da uno sbocco, che è sembrato coerente, della vita che già conducevo, vita già consacrata nell’intenzione e nella forma, già orante, prevalentemente orante, con un dominio dell’orazione sull’azione, che intrideva, si mescolava nel profondo con la vita di ricerca e di studio…
Giuseppe Dossetti nacque a Genova nel 1913, fu deputato alla Costituente e nella legislatura successiva, si ritirò dalla vita politica per dedicarsi al sacerdozio monastico.
La sua strategia era la non ingerenza della chiesa nelle questioni di natura puramente politica e rispetto assoluto per la chiesa stessa come istituzione divina.
In questo libro che fa tappa nel vissuto di un uomo speciale si ricava linfa da una meravigliosa unità interiore, una lucida razionalità del suo procedere ragionando.
L’Italia di oggi, l’Italia della ritrovata “partecipazione popolare”, della “centralità repubblicana”, della “difesa dei diritti”, deve a Dossetti grande riconoscenza.
Sembra quasi un paradosso, ma è almeno divertente, che sia stato per primo
Il Sole 24Ore – di certo non il giornale della “povera gente” – ad “azzardare l’ipotesi che un po’ più di Dossetti e un po’ meno di realpolitik ci avrebbero riservato anni migliori di quelli che abbiamo vissuto”.
Ma come si sviluppò il suo percorso sociale che poi digradò lentamente verso il sacerdozio monastico?
L’attività pubblica di Dossetti incomincia con un colpo di fiuto, cioè con l’idea che se vuole avere un futuro all’interno della Dc deve “conquistare il Veneto”. E per conquistare il Veneto alla fine del ’45 dedica otto settimane di capillare predicazione repubblicana itinerante all’interno delle parrocchie, dei gruppi,
dei circoli, delle sezioni democristiane di questa regione.
De Gasperi non voleva che si prendesse posizione sul referendum istituzionale, Dossetti, invece, era convinto che senza una scelta repubblicana non si sarebbe dato un sicuro sviluppo democratico del Paese.
Da dove prese origine l’astio tra questi due giganti?
Lo scontro con De Gasperi non era solo un dissidio fra capi corrente, fra due grandi leader politici, entrambi di enorme statura morale e intellettuale.
I due si distinguevano su un punto fondamentale: per De Gasperi la questione di fondo era quella delle soluzioni pratiche, della empirìa, del concreto, mentre per Dossetti i problemi si potevano affrontare e risolvere solo partendo dal piano dei sistemi e delle istituzioni. Due prospettive diametralmente diverse.
Quale evoluzione si materializzò nelle sue scelte politiche?
La preoccupazione di Dossetti negli anni del primo dopoguerra è stata quella di una linea politica che certamente condivideva e che non gli era per nulla estranea, cioè l’opposizione al Partito Comunista: Dossetti non è mai stato un “criptocomunista”, “un pesce rosso che nuota nell’acqua santa”.
Gli anni successivi furono per lui quelli del silenzio espresso, della tacita lotta contro l’ipocrisia ed il degrado morale.
Mancano oggi figure che possano – anche solo lontanamente – accostarsi alla sua sagoma diritta, alla sua levatura spirituale, alla sua umile metafora di vita.
Un esempio però, il suo, che porta frutto: oggi forse no, ma domani un nuovo Dossetti può farci rivivere il sogno di una fede che non stinge nel nero mare della perversità umana.
Giuseppe Alberigo (1926-2007) è stato professore emerito di Storia della Chiesa all’Università di Bologna, ha diretto l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna, fondato da Dossetti.
E’ stato direttore della rivista “Cristianesimo nella storia” nonché titolare della Cattedra Unesco di Bologna Giovanni XIII sul pluralismo religioso e la pace.
Alberto Melloni è professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dirige la Biblioteca G. Dossetti della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna.
Collabora con la Rai e il “Corriere della Sera”.
Eugenio Ravignani. Già vescovo di Vittorio Veneto dal 1983, è vescovo emerito di Trieste.
Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Sarah dell’Ufficio Stampa “Ediciclo- Nuova dimensione”
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:: Un’intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone
31 gennaio 2017
Bentornata Charlotte sul blog Liberi di scrivere. E bentornata in Italia. Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
La mia infanzia è stata un’ infanzia bellissima, io e mia sorella siamo cresciute vicino a Francoforte e ho un ricordo di grandissima libertà. Dopo la maturità mi sono iscritta a Giurisprudenza e ho anche pubblicato il mio primo libro. Non avevo intenzione di diventare una scrittrice perché non pensavo che sarebbe stato possibile farne un’attività di cui poter vivere. E per questo ho scelto di fare Giurisprudenza una facoltà che comunque mi è piaciuta tantissimo. Poi le cose sono andate come lei sa.
Sei un autrice molto amata nel mio paese, con un grande seguito di lettori, specialmente lettrici. Pensi che il thriller psicologico sia un genere più congegnale a un pubblico femminile?
Anche in Germania la maggior parte dei lettori sono in verità delle lettrici, ma questo accade un po’ per tutti i generi di libri non con gli psico thriller in particolare. Forse però le donne in generale sono più propense ad affrontare questo genere letterario
L’ultima volta abbiamo avuto modo di parlare nel 2012, cosa è cambiato da allora nella tua vita e nella tua carriera?
Sono stata in Italia l’ultima volta nel marzo del 2012, quattro settimane prima era venuta a mancare mia sorella cosa di cui non ho parlato perché proprio non ce la facevo, ero ancora sotto shock. Nei due anni successivi mi sono sforzata di capire che cosa fosse successo, di rendermene veramente conto e in qualche misura di ritrovare la mia vita. Per questa ragione ho scritto un libro sulla vicenda di mia sorella che è stato pubblicato anche in Italia. Direi che in questi ultimi quattro anni ho fatto in modo di riprendere in mano le redini della mia vita.
E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo La scelta decisiva. Ce ne vuoi parlare?
Direi che il tema centrale di questo libro è proprio quello che esistono dei momenti nella vita di tutti in cui una persona molto rapidamente, senza possibilità di sfuggire, deve fare una scelta. Ad anni di distanza questa scelta si rivelerà decisiva per la vita di questa persona, cioè la sua vita sarebbe stata completamente diversa se in quel momento non avesse preso quella decisione ed è ciò che accade al mio personaggio Simon che nel giro di una manciata di secondi deve decidere se aiutare una ragazza che incontra per caso. La vita di questa ragazza è in grave pericolo e quella decisione muterà la loro vita completamente.
Che cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Il punto di partenza è stato un’ immagine che avevo davanti agli occhi mentre camminavo lungo una spiaggia nel sud della Francia in una giornata di pioggia. Avevo in mente l’immagine di due persone totalmente sconosciute che si trovano entrambe in un momento critico della loro esistenza, e che per caso si incontrano. Questo incontro muterà le loro vite in maniera totale. Ciò che mi affascina è come basti un secondo nella vita per cambiare tutto. E poi ho costruito il resto della storia attorno a questa idea, a questa scintilla iniziale.
L’aspetto psicologico è importante nel romanzo. Come crei i tuoi personaggi, e come sviluppi le interazioni tra loro?
Prima di tutto passo all’ identificazione totale con i miei personaggi ma tento anche di conservare una certa distanza che è quella che mi consente di descriverli. E’ sempre una questione di equilibri. Io vivo molto intensamente con i miei personaggi e continuo a chiedermi se le azioni che attribuisco loro su ciò che stanno facendo siano coerenti con il loro carattere. Quando mi accorgo che non lo sono allora modifico le loro azioni.
Progetti di film dal tuo libro?
Sì, sono già stati venduti i diritti per fare un film da questo romanzo.
Fai molto lavoro di ricerca? Utilizzi internet prevalentemente o preferisci vie tradizionali come le biblioteche, gli archivi della polizia?
Per le mie ricerche utilizzo tutti gli strumenti e naturalmente lavoro anche moltissimo su Internet. Tuttavia è altrettanto importante avere contatti con persone che si occupano di determinate faccende. Ma è molto, molto importante anche trascorrere del tempo nei luoghi dove poi si svolgono le mie storie. Perché è importante che io mi impregni di un’ atmosfera a cui non posso accedere, naturalmente, tramite Internet.
Hai un agente letterario?
In Germania non ho un agente, in Italia però sì.
Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?
Leggo molto volentieri letteratura americana e inglese: Mo Hayder, Karin Slaughter, Simon Beckett, per esempio, però anche gli scandinavi, ho una predilezione per Henning Mankell.
Cosa stai leggendo in questo momento?
In questo momento sto leggendo un libro che non ha nulla a che vedere coi il thriller, si tratta di un libro sulle tecniche di rilassamento e yoga.
Ci descrivi una tua tipica giornata di lavoro dedicata alla scrittura? Ascolti musica mentre stai scrivendo? Hai vezzi particolari, una tazza portafortuna? O sei una persona prevalentemente razionale?
La mia giornata di lavoro è una giornata molto normale. Comincia alle otto del mattino quando mio marito e mia figlia escono di casa e vado avanti fino alle 4 del pomeriggio quando rientra mia figlia da scuola. Non ascolto mai musica. Se mi accorgo di non riuscire a proseguire nel lavoro allora prendo i cani e li porto a spasso un pochettino. Questo in genere mi fa ritrovare l’ispirazione. Sulla mia scrivania ho un sacco di fotografie di persone e anche di animali che sono o sono stati importanti per me.
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.
Intanto io viaggio molto volentieri per lavoro, cosa che è anche necessaria per le mie ricerche. Una volta in particolare mi trovavo nello Yorkshire e stavo osservando una casa con tutto un parco intorno che mi sembrava un ottimo luogo dove ambientare il mio prossimo romanzo. Solo che la padrona di casa è uscita e mi ha detto subito, guardi stia attenta perché qui intorno è un periodo che ci sono tantissimi furti, quindi è pieno di polizia e se la vedono che prende appunti e che osserva una casa finisce diretta in commissariato.
Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?
Sì, ho appena cominciato, non riesco ancora a dire molto perché sono veramente in una fase troppo iniziale, ma posso dire che si svolge ancora in Inghilterra e che è una sorta di prosieguo de L’inganno.
[Traduzione dal tedesco a cura di Francesca Ilardi]
:: Patti Smith. Voglio, ora di Adriana Schepis (Imprimatur, 2016), cura di Lucilla Parisi
31 gennaio 2017Adriana Schepis ripercorre la vita di Patti Smith attraverso quei momenti e quegli incontri – straordinari nella loro unicità – che ne hanno segnato irrimediabilmente la carriera e l’esistenza.
In quarant’anni di poesia, musica e impegno sociale (compresa la pausa quasi decennale lontano dai riflettori) Patti Smith – complice il fermento culturale e politico degli anni Sessanta e Settanta e la ricchezza del panorama musicale di quel periodo – può vantare un bagaglio di storie, incontri e modelli davvero eccezionali. Ad aiutarla, oltre all’invidiabile carisma e il talento innato, anche una grande determinazione, quella che giovanissima la catapultò, senza soldi e senza lavoro, dal New Jersey (dove viveva con la famiglia) a New York e che la rese, in pochissimo tempo, una stimata (anche se decisamente stravagante) icona del rock in tutte le sue variabili.
Ventenne decisa e terribilmente seducente (nonostante la corporatura esile e l’abbigliamento di fortuna), Patti si sente un’artista ed è in quella direzione che vuole andare. Il suo modello e mentore – insieme a Gregory Corso, William Burroughs, Allen Ginsberg, Jim Carrol e naturalmente Bob Dylan – è Arthur Rimbaud, entrato nella sua vita come una visione (con la scoperta casuale della raccolta di poesie Illuminazioni su una bancarella di libri usati) e da cui trarrà continua ispirazione.
La conferma di trovarsi nel posto giusto è l’incontro con un giovanissimo e bellissimo Robert Mapplethorpe, anche lui alle prese con la propria “missione” artistica. E’ amore a prima vista, ma è anche contaminazione, intreccio, scoperta. Così lo ricorda Patti:
“Era pallido e magro, con una massa di riccioli neri; giaceva a petto nudo con fili di perline attorno al collo. Rimasi là. Lui aprì gli occhi e sorrise.”
Patti e Robert condividono molto di più di una stanza, prima nell’appartamento in Hall Street, a Brooklyn e poi sulla Ventitreesima al Chelsea Hotel: sono due anime affini consapevoli di avere uno scopo, di dover coltivare la propria arte non per se stessi ma per lasciare un segno, dare un messaggio, scrivere e rappresentare il mondo attraverso di lei, per renderlo migliore.
Robert e Patti sono dei veri sognatori e sognano insieme e continueranno a farlo anche quando le loro strade si separeranno, ma mai veramente distanti e sempre profondamente avvinti.
L’ambiente del Chelsea Hotel è in quegli anni (siamo nel 1969) il luogo giusto per nutrire le loro menti e per lusingare il talento dei due giovani ed è proprio nella sua hall e nelle sue stanze che Patti Smith intreccerà il destino di uomini e donne fondamentali per la propria crescita artistica e umana.
“Negli anni il Chelsea era diventato l’ambita casa di un numero impressionante di menti artistiche, che nelle sue stanze vivevano, creavano e si influenzavano a vicenda […] Pochi anni prima che ci arrivassero Patti e Robert il Chelsea era stato la seconda casa della Factory di Warhol; Bob Dylan ci aveva composto l’album Blonde on blonde, e Leonard Cohen aveva concepito lì il suo disco d’esordio, Songs of Leonard Cohen.”
Così Patti Smith lo ricorda nel 2010:
“L’albergo è un disperato, vibrante rifugio per una schiera di figli talentuosi e puttani provenienti da ogni gradino della scala sociale. Mendicanti con la chitarra e bellezze strafatte con indosso abiti vittoriani. Poeti drogati, drammaturghi, registi spiantati e attori francesi. Chiunque passi di qua è qualcuno, e nessuno nel mondo là fuori.” (da Just Kids edito da Feltrinelli).
E’ solo uno dei numerosi e affascinanti luoghi che Adriana Schepis si ritrova a esplorare e a raccontare in queste pagine: sono gli anni del debutto di Patti Smith con il suo gruppo (nel 1974) sul palco del CBGB, al 315 di Bowery Street, nel Lower East Side di Manhattan, dell’uscita del suo primo album Horses (1975), dell’incontro con Fred Sonic Smith, chitarrista degli MC5 (e suo futuro marito) e del riconoscimento internazionale. Ci sono poi gli anni del silenzio, del ritorno con il suo quinto album Dream of life, uscito nel giugno del 1988, e quelli più recenti in cui Patti ha continuato e continua tuttora a farsi apprezzare.
La movimentata e intensa vita di Patti Smith diventa anche il pretesto per soffermarsi sui numerosi incontri con personaggi e icone del panorama musicale (e non solo) di quel periodo: è commovente la chiacchierata con un’affranta Janis Joplin al Chelsea Hotel e insolito lo scambio di battute con un timido Jimi Hendrix sulle scale che portano agli Electric Lady Studios; per non parlare delle circostanze in cui è avvenuto lo scatto fotografico che immortala una raggiante Patti Smith e un divertito Bob Dylan dopo il concerto dal vivo all’Other End, nel Village.
I testi delle canzoni, le numerose poesie, i libri (tra cui Just Kids) oltre alle interviste rilasciate negli anni dall’artista e al copioso materiale pubblicato su di lei, tra cui il bellissimo e consigliatissimo lavoro di Dave Thompson Danzando a piedi nudi (Edito da Odoya), rappresentano il punto di partenza del viaggio di Adriana Schepis che, con accuratezza e grande sensibilità, rivive aneddoti e ripercorre i pensieri di una donna – come la stessa autrice sottolinea nella sua breve introduzione al libro –
“che ha avuto il coraggio di realizzare i suoi sogni mentre li scopriva, senza smettere mai di interrogarsi sui suoi desideri.”
Che si conosca o meno Patti Smith, o che la si apprezzi oppure no, il libro di Adriana Schepis è sicuramente un buon modo per lasciarsi travolgere dal clima rock e molto “psichedelico” di anni irripetibili, in cui i sogni erano palpabili e ancora possibili e la voglia di libertà un mantra irrinunciabile.
Adriana Schepis è nata a Trieste d’estate, nel 1980. Ama scrivere a matita, bere buon caffè e camminare. Non ama le matite spuntate, i granelli di caffè sulle mani umide né le scarpe col tacco. Da tempo si è avvicinata allo zen, ma lui continua a schivarsi. Ha conseguito una laurea in Psicologia, un dottorato in Psicologia della comunicazione e un master in Comunicazione della scienza. Per Imprimatur ha firmato nel 2015 Spregiudicate: grandi donne che hanno usato il loro potenziale d’amore.
Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’autrice e l’Ufficio Stampa Imprimatur.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Rosso Parigi di Maureen Gibbon (Einaudi, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano
30 gennaio 2017Il rosso è il colore del sangue vivo, della porpora, del rubino, simbolo della passione, della carnalità, dell’amore… elementi tutti che si ritrovano nelle pagine di Rosso Parigi di Maureen Gibbon, edito in Italia da Einaudi nella versione tradotta da Giulia Boringhieri.
Un libro intenso anche se dal ritmo lento, caratterizzato da una narrazione avvolgente e travolgente che accoglie il lettore e lo “rapisce” esattamente come fa un dipinto di Edouard Manet che ha ispirato il protagonista maschile, indicato nel testo semplicemente come E.
Rosso Parigi vuole raccontare la storia della diciassettenne Victorine diventata, quasi per caso, la musa ispiratrice del maestro. Una ragazza la cui vita viene stravolta e trasformata dall’incontro con quest’uomo che lei inizialmente chiama “lo sconosciuto”. Un adulto che la trascina in un vortice di passione e sensualità, facendole provare emozioni sempre nuove, sempre diverse. Sentimenti contrastanti che colpiscono come i colori accesi di una tavolozza.
Leggendo le pagine di Rosso Parigi emerge chiaramente lo sforzo portato avanti dall’autrice nel tentativo di dare maggiore risalto a quella che lei voleva restasse la protagonista, Victorine, e che l’esuberanza di E. non ne oscurasse i tratti. Gibbon è riuscita nel suo intento ma chi legge il libro inevitabilmente pensa a Manet e alle sue tele, a Colazione sull’erba e Olympia, ai colori, alle sfumature, alle impressioni che si delineano come tratti di una tela in lavorazione e fanno in modo che la storia narrata da Maureen Gibbon ne fuoriesca come l’immagine di Victorine Meurent dai dipinti e prenda forma dinanzi agli occhi del lettore.
Una scrittura, quella della Gibbon, che regala a chi la legge quasi sensazioni tridimensionali. Si ha come l’impressione di muoversi insieme ai protagonisti nella Parigi di fine Ottocento, di sentirne i profumi, di “assaporare” la vita dell’epoca. Un libro che da romanzo erotico e di amore sembra acquistare pagina dopo pagina la valenza di un grande romanzo storico.
Maureen Gibbon: vive in Minnesota. Ha pubblicato Swimming Sweet Arrow, Thief e Paris Red.
Source: pdf inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Einaudi.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Cuori in Viaggio- Alla Scoperta di 28 Storie d’Amore
30 gennaio 2017
Il mese di Febbraio, in cui cade San Valentino, si può dire che è il mese dell’amore, perché quindi non partecipare a questa iniziativa di Leryn del blog Libera tra i Libri. 28 blogger, ognuno diverso ogni giorno parlerà di un libro d’amore. Questo è il calendario dell’iniziativa. Ogni giorno una sorpresa. La nostra tappa cade il 26 febbraio, vi diamo appuntamento quindi a quel giorno. Che libro scegliero? Un libro molto bello, adatto ai più romantici dei nostri lettori. Non parlo quasi mai di libri d’amore, sarà una felice eccezione. Buone letture!
:: Gruppo di lettura – Il libro di febbraio
29 gennaio 2017Oggi sceglieremo insieme il libro da leggere per sabato 25 Febbraio, che discuteremo qui sul blog.
L’orario è confermato dalle 18,00 alle 19,00. Poi chi vuole proseguire fin che gli impegni ce lo consentono.
Qui sarà aperto un sondaggio, ognuno può scegliere il libro preferito, o votando per i libri già proposti, o aggiungendo un nuovo titolo nella casellina “Other”. In quest’ultimo caso anche se il titolo non appare è comunque conteggiato. Quello con più voti sarà il libro di cui ci occuperemo questo mese.
Il sondaggio sarà aperto fino a martedì 31.
Il libro scelto è: Il muggito di Sarajevo di Lorenzo Mazzoni, partecipate numerosi.
Appuntamento dunque al 25 Febbraio!
:: Il farmacista del ghetto di Cracovia, Tadeusz Pankiewicz, (Utet, 2017) a cura di Viviana Filippini
28 gennaio 2017Il 27 gennaio come sappiamo è il Giorno della Memoria, ma io credo che ogni giorno dell’anno dovrebbe, anzi, deve essere il Giorno della Memoria, per ricordare il male passato ed evitare che accada ancora nel presente e nel futuro. Purtroppo gli eventi spesso dimostrano un ripetersi ciclico della storia, ma sarebbe bello se ogni tanto il fare memoria riuscisse davvero a cambiare le persone e le cose. Tra i libri che raccontano quello che accadde durante la Seconda Guerra Mondiale c’è Il farmacista del ghetto di Cracovia di Tadeusz Panckiewicz, pubblicato da Utet, nel quale l’autore racconta quello che accadde nel ghetto di Cracovia istituito, negli anni Quaranta del 1900, dalle autorità del ghetto ebraico in una zona periferica della città. Pankiewicz, polacco e cattolico, si ritrovò a vivere nel ghetto e a fare il farmacista proprio durante il periodo dell’occupazione tedesca. L’uomo era proprietario della farmacia L’Aquila, aperta nella città dal 1933, attiva anche durante il periodo della guerra. Una scelta molto importante che permise a Pankiewicz di aiutare davvero tanti ebrei. Accanto al farmacista polacco ci furono sempre le sue aiutanti, tre giovani donne che sostennero il farmacista e ognuna delle persone che a loro si rivolgeva. Leggendo le pagine del libro-testimonianza di Pankiewicz non ci sono solo nomi, date e dati, ma per ogni persona citata l’autore racconta la vita che quelle persone avevano, come vivevano e quello che accadde loro. Ci sono le storie di donne, uomini e bambini che fecero il possibile per salvarsi la vita, compreso il nascondersi per ore e giorni dentro le fognature o nelle case abbandonate. Accanto a loro, quegli ebrei che nel ghetto avevano un ruolo ambiguo, perché si ponevano al totale servizio dei militari tedeschi, eseguendo i loro ordini. La storia del farmacista del ghetto di Cracovia si addentra anche nelle violenze assurde compiute dai militari tedeschi contro gli ebrei durante i diversi rastrellamenti. Gesti insensati e assurdi che portarono dolore, morte e il progressivo sfollamento del ghetto. Ebrei presi a calci e pugni, picchiati con armi o freddati senza pietà e senza motivo. Episodi agghiaccianti che però non fermarono mai il farmacista polacco, il quale con coraggio fece tutto il possibile per aiutare chi nel ghetto ci viveva, non solo portando medicinali, ma anche recapitando informazioni, notizie e messaggi tra chi stava dentro, chi usciva dal ghetto per lavorare grazie a foglio blu e chi invece veniva deportato. Pankiewicz riuscì a salvare molte vite di ebrei e per il suo operato nel 1983 l’Istituto Yad Vashem gli riconobbe il valore di Giusto tra le nazioni. Il farmacista di Cracovia di Tadeusz Pankiewicz è un’ importante testimonianza umana di un periodo storico passato da ricordare per la memoria di chi fu vittima e nella speranza che certi drammi non si ripetano più. Prefazione di Marcello Pezzetti. Traduzione di Irene Picchianti.
Tadesuz Pankiewicz (Sambor, 21 novembre 1908 – Cracovia, 5 novembre 1993), polacco cattolico, ha vissuto nel ghetto di Cracovia durante l’occupazione tedesca. Titolare della farmacia All’Aquila dal 1933, dopo la creazione del ghetto nel 1941 ha scelto di tenere ugualmente aperta la sua attività, aiutando migliaia di ebrei. Per il suo valore, nel 1983 ha ricevuto dall’Istituto Yad Vashem (l’Ente Nazionale per la Memoria della Shoah) il riconoscimento di “Giusto tra le nazioni”. A partire da quello stesso anno la farmacia è diventata parte del museo della Farmacia di Cracovia.
Source: richiesto all’editore UTET. Grazie a Riccardo Barbagallo dell’ufficio stampa.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Gruppo di lettura – L’ultimo vero bacio, James Crumley
28 gennaio 2017«… Scorsi una donna appoggiata allo stipite della porta, una silhouette in controluce, braccia conserte e caviglie incrociate come se ci aspettasse da chissà quanto, come se fosse lí da giorni interi, a scrutare un mare buio e tempestoso da un ballatoio coperto».
Sembra un caso facile per Sughrue, reduce dal Vietnam e investigatore privato che ha seppellito ogni illusione sotto una colata di sarcasmo. Deve ritrovare Trahearne, uno scrittore stanco di quotidianità che ha cominciato a bere e sembra non voglia più smettere. Sughrue ne condivide appieno la deriva alcolica e così, quando lo trova, non c’è da stupirsi se i due partono insieme alla ricerca di Betty Sue, una ragazza che ha fatto perdere ogni traccia di sé quasi dieci anni prima. Una storia che si dispiega come un viaggio, fisico e mentale, attraverso vari stati d’animo e altrettanti stati geografici in un’America violenta e per certi versi caricaturale. Il romanzo d’esordio che ha salutato Crumley come uno degli eredi della grande tradizione americana. Traduzione di Luca Conti.
Texano di nascita ma anima perennemente on the road, James Crumley (1939-2008) è considerato il maggiore esponente della narrativa hard-boiled americana degli ultimi trent’anni. Dei suoi nove romanzi, a turno dedicati agli stravaganti detective Milo Milodragovitch e C. W. Sughrue, Einaudi Stile libero ha finora pubblicato Il caso sbagliato, L’ultimo vero bacio, La terra della menzogna, Una vera follia e La cattiva strada.
Appuntamento oggi, sabato 28 gennaio, dalle ore 18,00 alle 19,00 per discutere del libro qui nei commenti al post. Partecipate numerosi.
Source: acquisto personale.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

































