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:: Cosa siamo diventati? Migrazioni, umanità e paura in “Lacrime di sale” di Bartolo – Tilotta (Mondadori, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

9 febbraio 2017
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Cosa siamo diventati? Si chiede Pietro Bartolo, il medico lampedusano che da oltre venticinque anni accoglie i migranti, li cura e li ascolta. Quelle storie, o meglio quelle vite si sono fuse alla sua e sono diventate un libro e anche un film documento. Una testimonianza, come sottolineano i due autori, che rappresenta anche un grande esempio di coraggio e impegno civile. Che doveva diventare un monito «contro l’indifferenza di chi non vuol vedere». Doveva. Ma così non è stato, con grande rammarico di Pietro Bartolo il quale, dopo il primo entusiasmo per i riconoscimenti a Fuocoammare e la diffusione di Lacrime di sale, ha realizzato che chi doveva concretamente recepire il messaggio non lo ha fatto e chiusure barriere muri confini indifferenza… non hanno fatto che aumentare. «Nessuna pietà». E lui ha realizzato di continuare a «combattere una battaglia senza speranza contro chi vuole eliminare il problema semplicemente cancellandolo».
Il “problema” sono i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, le donne e gli uomini, le famiglie e gli orfani che ogni giorno raggiungono le coste italiane a bordo dei mezzi di soccorso che li hanno strappati alla morte come i corpi di coloro che non sono stati altrettanto “fortunati”. Persone che nell’indifferenza generale diventano prima sbarchi e poi numeri, tanti numeri. Cifre così imponenti da diventare fastidiose oltraggiose e di recente addirittura pericolose. Per il terrorismo. Certo. Pietro Bartolo che da un quarto di secolo accoglie migranti non parla di terroristi e terrorismo ma di persone che hanno bisogno di aiuto. Persone che fuggono dalla guerra, dalla povertà… e lo fanno per cercare di rifarsi una vita o per salvare coloro che invece sono rimasti, i famigliari che li hanno visti partire verso luoghi che a loro devono sembrare quasi magici, dove si mangia ogni giorno, più volte al giorno e soprattutto dove nessuno ti spara addosso senza motivo.
Ma queste persone che sono apparse fastidiose agli europei quando hanno conquistato i loro Paesi continuano a essere considerate tali anche e maggiormente ora che si vuol far credere che siano loro a voler colonizzare l’Europa.
Pietro Bartolo e Lidia Tilotta hanno scritto un libro che non è solo un pugno nello stomaco, è uno squarcio nella coscienza di ognuno perché continuare a fingere di non capire come realmente funziona il mondo non fa degli occidentali persone migliori ma agevola chi crede solo alla forza del denaro, «un demone che continua a succhiare senza alcun ritegno il sangue di intere popolazioni soggiogate e impotenti» e trasforma le persone in «numeri senza identità e per questo, quindi, facili da eliminare senza lasciare tracce».
Uomini avidi e spietati che non si fermano difronte a niente, e non si parla di chi organizza la tratta degli esseri umani ma di chi «la consente, di chi vuole tenere il resto del mondo nella povertà, di chi alimenta i conflitti, li sostiene, li finanzia».
Lidia Tilotta afferma che il libro vuole essere «semplicemente una testimonianza. Messa nero su bianco senza edulcorazioni». Lacrime di sale in realtà è molto di più. Molto di più.

Pietro Bartolo: medico di Lampedusa, dal 1991 si occupa del poliambulatorio dell’isola. Da sempre in prima linea nel soccorso ai migranti, si è meritato numerose onorificenze. È uno dei protagonisti di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, docufilm Orso d’Oro 2016.

Lidia Tilotta: giornalista della testata regionale della Rai. Da Lampedusa ha raccontato più volte le storie dei migranti, di quelli che si sono salvati come di coloro che non ce l’hanno fatta.

Source: ebook inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

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:: Gli anni di Allende, Carlos Reyes, Rodrigo Elgueta, (Edicola, 2016)

8 febbraio 2017

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Scommetto che siete un po’ curiosi di sapere qualcosa di più del libro che ha vinto l’edizione 2017 del Liberi di scrivere Award. Io almeno lo ero,  sinceramente se non l’avessero candidato e poi votato in così tanti probabilmente non ne avrei mai sentito parlare. Gli anni di Allende è una novella grafica, il titolo dell’edizione originale è Los anos de Allende, uscita nel 2015 per Heditorial Hueders. I testi sono di Carlos Reyes, le illusitrazioni di Rodrigo Elgueta. Si inserisce nella tradizione di impegno civile e politico, e conservazione della memoria di grandi graphic novel, come Maus di Art Spiegelman, solo per citare la più famosa che mi viene in mente, e ci parla di un periodo storico a noi vicino della storia del Cile che va dal 1970 al 1973. La ricerca storica è stata affidata a Manuela Vicuna, la traduzione in italiano a Paolo Primavera. E’ in bianco e nero e devo dire che l’effetto grafico è molto pulito e di impatto (non c’erano né aree verdi né parchi, tutto era grigio e sporco), idoneo a mio avviso a narrare gli eventi drammatici di cui tratta.

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Salvador Allende morì l’11 settembre del 1973, durante il golpe militare che portò al potere il generale Pinochet. Salvador Allende cambiò la storia non solo del Cile e del Sud America, ma se vogliamo anche di tutti quei giovani che condividevano il suo sogno di un mondo più equo e più giusto, di un’ inedita via istituzionale al socialismo dal volto umano, e che nonstante tutto hanno continuato a crederci. Ancora oggi infatti questo sogno vive nella memoria di molti, non sono cileni, e credo che questo premio ne sia un po’ la prova, senza nulla togliere alla bravura degli autori di questo libro, Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta. La storia a volte è più facile conoscerla tramite una graphic novel, lo sperimento ogni giorno, l’impatto visuale aiuta a fissare nella memoria concetti, stati d’animo, avvenimenti. Forse non tutti conoscono i fatti che portarono al potere Salvator Allende, democraticamente eletto, e poi alla sua morte. Forse non lo collegano direttamente a Pinochet, che quest’ ultimo forse addirittura confondono con il suo omologo Jorge Rafael Videla, presidente dell’Argentina tra il 1976 e 1981 e di fatto artefice di una delle ditature militari più sanguinose del Sud America. Ecco questa novella grafica aiuta a fare chiarezza, a mettere tutti i tasselli al posto giusto, ad avere una visione di insieme.  Non che non sia doloroso, pur tuttavia è doveroso. Interessante il punto di vista esterno, del giornalista statunitense John Nitsch, che fa da filo conduttore e narratore di tutta la storia, dal suo arrivo in Cile al suo ritorno 41 anni dopo. Avrò modo di intervistare l’autore, sarà presente sia la versione italiana che spagnola, per i nostri lettori cileni. A presto, dunque.

Carlos Reyes è sceneggiatore, editore, esperto di comunicazioni audiovisive e docente. Tra i fondatori del sito ergocomics.cl, è uno dei creatori dei festival El Día de la Historieta e Viñetas del fin del mundo, e conduttore dell’omonimo programma radio. Co-fondatore della casa editrice indipendente Feroces Editores, è stato editore di Suda Mery K! – rivista internazionale di storie sudamericane. Ha collaborato a diverse pubblicazioni cilene e straniere attraverso saggi, interviste e fumetti. Alcune sue storie sono state pubblicate nelle raccolte Los 3 volumenes de La Ruta de los Arcanos, In Absentia Mortis e In Nomine Mortis e nei libri Heredia Detective e Cómo vivir un terremoto.

Rodrigo Elgueta è disegnatore di fumetti e illustratore. Ha esposto in Cile e all’estero. Si è dedicato alla gestione di attività culturali, organizzando e coordinando diversi progetti ed eventi di narrativa grafica. Ha lavorato insieme alle case editrici Arrayán, SM ediciones e Salo S.A., per la quale ha disegnato parte della serie Mitos y Leyendas. Ha pubblicato il fumetto di fantasia Dragón Lemur per la casa editrice Visual ediciones e la storia a fumetti Flamenco. Insieme all’autore Juan Vásquez ha creato la rivista di fumetti e illustrazioni Platino. La sua prima novella grafica, El origen, è stata scritta da Daniel Benavides e pubblicata da Catalonia. Ha partecipato alle raccolte di fumetti In Absentia Mortis e In Nomine Mortis con gli sceneggiatori Ángel Bernier e Carlos Reyes e, con quest’ultimo, ai volumi della serie Heredia Detective (LOM).


Intervista a Carlos Reyes qui

:: La questione Silvana De Mari, a cura di Elena Romanello

8 febbraio 2017

imagesLe scorse settimane sono state segnate, a Torino e non solo, da una polemica che ha avvolto una persona nota principalmente come autrice fantasy ma che già in passato aveva dato prova di una certa qual intolleranza verso il prossimo che percepisce come diverso da sue idee preconcette e discutibili.
Silvana de Mari, un passato e presente come medico endoscopista e come psicoterapeuta, è da alcuni anni autrice di libri fantasy di discreto successo non solo in Italia: ha cominciato con L’ultimo elfo, L’ultimo orco e Gli ultimi incantesimi editi da Salani, poi è passata a Fanucci con L’ultima profezia del mondo degli uomini, L’epilogo e Io mi chiamo Yorsh, prequel di tutta la serie, per poi approdare a Giunti dove è in corso di pubblicazione la saga di Hania.
I suoi libri sono ben scritti, avvincenti e con contenuti validi, con spesso al centro la lotta contro l’ermarginazione, il rispetto per chi è diverso e con grande attenzione ai personaggi femminili, non fanciulline sottomesse e in cerca del principe azzurro ma guerriere e maghe forti e volitive, come è spesso del resto abitudine del genere. Stupisce quindi, quando si va ad ascoltare l’autrice dal vivo in conferenze e simili, di sentire deliri sempre più intolleranti.
Fino a qualche tempo fa il suo capro espiatorio era il mondo islamico, poi è passata ad una lotta su due fronti, uno contro il femminismo (che ha permesso alle donne di studiare, lavorare, viaggiare e scrivere libri..), sminuendo drammi come il femminicidio dandone la colpa alle donne che non accettano più di fare gli zerbini degli uomini, e l’altro contro gli omosessuali, con toni di una violenza verbale da far inorridire, volgari, antiscientifici e discriminatori. Silvana de Mari ha manifestato una visione della Storia, della società e della vita reazionaria, legata a schemi eterosessisti che francamente fanno rabbrividire, e accusa gli omosessuali di essere pazzi, violenti, portatori di malattie, potenziali pedofili e da tacitare per il bene dei bambini e non solo. Poi pubblica per il Giorno della Memoria delle struggenti poesie sugli ebrei nei lager, senza ricordarsi forse chi altro era chiuso in quegli orrendi luoghi di sterminio e morte, tra gli omosessuali con il triangolo rosa e le lesbiche tra le asociali a Ravensbruck.
Giustamente ci sono state levate di scudi contro l’autrice, prontamente spalleggiata da alcuni dei movimenti politici più retrivi d’Italia, con segnalazioni all’Ordine dei medici, denunce da parte delle principali associazioni gay, critiche da personalità politiche come Chiara Appendino, sindaca di Torino, città dove la De Mari lavora, lettere alla Giunti perché ponderi bene la continuazione di questo rapporto editoriale, commenti indignati di semplici lettori, perché certe idee non possono passare lisce.
Il problema grosso non è tanto che Silvana De Mari ostenti le sue idee nel suo blog o nella sua pagina Facebook, ma che vada a divulgarle nelle scuole o in luoghi di cultura, come biblioteche e circoli, lanciando strali e odio, e arrivando a dire che vuole che i suoi giovani lettori e lettrici diventino gli alfieri delle sue battaglie per una società oscurantista, razzista, omofoba, in cui le donne siano di nuovo relegate in ruoli subalterni e in cui nessuno si azzardi a dire che essere gay è una normale possibilità che può capitare a chiunque. La libertà di opinione e parola non è andare in giro a dire qualunque delirio e a spargere odio immotivato perché è un mio diritto, ci sono dei limiti, limiti che purtroppo la dottoressa e scrittrice di cui sopra ha ampiamente superato.
Per cui ci sono senz’altro da fare alcune valutazioni in merito a quanto sia opportuno invitarla a tenere conferenze in luoghi pubblici e a quanto sia opportuno che l’autrice continui ad essere pubblicata da un editore di ben altra levatura (con i due precedenti se ne è andata perché non accettava di edulcorare le sue idee). In più, bisogna avere la responsabilità delle proprie parole e azioni e chi si lascia andare ad odi e intolleranze è anche giusto che venga perseguito nelle sedi idonee da chi si sente danneggiato.
Il fantasy è un mondo fantastico, ed è bene che non venga sporcato da ideologie reazionarie che con questo genere non hanno niente a che vedere né da spartire.

:: Appunti di Vita Volume 2, Boulet (Bao Publishing, 2017) a cura di Micol Borzatta

8 febbraio 2017
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La vita di un fumettista non è assolutamente semplice. Partendo dal doversi mantenere con i propri disegni, spesso non molto capiti, a volte non giudicati appieno, fino ad arrivare a tutto il lavoro che c’è dietro, sia nella fase di creazione che nella fase di vendita e marketing. Ed è proprio della fase marketing, ovvero la presenza degli autori alle fiere del fumetto per sponsorizzare e proporre il proprio lavoro, che si vuole dedicare Boulet in questo secondo volume di vita quotidiana raccontata a vignette. Boulet infatti è un disegnatore di graphic novel molto conosciuto specialmente in Francia. I suoi lavori, spesso introdotti da Zerocalcare, hanno una comicità realistica che sa conquistare sia il mondo dei ragazzi, ma anche quello degli adulti, specialmente per la sua scelta di raccontare semplicemente la verità della vita, tutto quello che una persona che sceglie di fare un certo tipo di lavoro deve sopportare e affrontare per continuare a realizzare il suo sogno e potersi mantenere seguendo il suo sogno.
Partendo dalle domande incredule dei genitori che accompagnano i figli e che non credono che con quel genere di lavoro i loro piccoli possano un giorno mantenere adeguatamente una famiglia, tarpando loro in questo modo le ali e obbligandoli a scegliere percorsi scolastici più consoni, alle richieste assurde dei fan o della gente che pretende di avere un disegno con dedica arzigogolato in pochissimi secondi perché non ha voglia di stare in coda.
Raccontato con molto cinismo, ma anche accompagnato da disegni di qualità che prendono una vita tutta loro, e che invece di accompagnare il testo diventano protagonisti e il testo solo una spalla descrittiva a volte nemmeno del tutto necessaria, troviamo una situazione di vita reale che apre gli occhi su un mondo spesso conosciuto e giudicato molto sottogamba.
Una graphic novel di un certo peso, e non solo per il volume consistente di pagine, che introduce il lettore in una vita piena sacrifici e poesia e che sa come tenere il lettore attaccato alle proprie pagine, facendolo vivere concretamente e a 360 gradi ogni singola vignetta.

Boulet La vita del fumettista non sempre è così facile come la si immagina. Lo sa bene Boulet, al secolo Gilles Roussel, che nella raccolta di strisce del suo blog http://www.bouletcorp.com tratteggia con inconfondibile verve umoristica i chiaroscuri di una vita a fumetti. Apprezzato sia dal grande pubblico sia dalla critica (Lewis Trondheim lo ha scelto come autore per la serie La Fortezza, insieme a nomi del calibro di Joann Sfar, Kerascoët e Christophe Blain), Boulet è uno degli artisti che più hanno influenzato la scena contemporanea dei blog a fumetti nonché autori di prestigio come Zerocalcare. Nel 2015 Appunti di vita, la raccolta delle sue strisce a fumetti, viene pubblicata in Italia per i tipi di Bao Publishing.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Domani è domenica, Sandrine Fabbri (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

7 febbraio 2017
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Domani è domenica di Sandrine Fabbri, edito da Keller, è un romanzo coinvolgente e doloroso, nel quale la protagonista, nonché voce narrante, è una giovane donna intenta a ripercorrere la propria vita. Il tutto è da lei vissuto nel tentativo di comprendere quanto il carattere autoritario del padre abbia influito sulla drammatica scelta di sua madre. Una figlia, molto turbata a quanto si percepisce dalla sue parole,racconta la propria vicenda intima familiare evidenziando come il padre sia riuscito, giorno dopo giorno, anno dopo anno, a distruggere in modo completo l’io della mogli- madre che tanto aveva desiderato sposare. Quello che emerge dalle pagine della Fabbri è la diversità caratteriale tra i due genitori. Lui, sempre uguale a se stesso, è un immigrato sloveno fuggito da Tito, che non ha esitato ad italianizzare il suo nome. Amante del ballo, della musica, ha un carattere riservato e molto dispotico. Silvia, la madre, è la bella ed elegante ragazza un po’ bohèmienne, amante della propria indipendenza e della bella vita divisa tra canti e balli. Poi, l’incontro e l’amore per questo serioso immigrato scateneranno in lei, e nessuno riesce a capire il perché, una completa rinuncia alla propria autonomia. Il dramma completo della famiglia si verifica a Ginevra, quando un giorno, prima delle tradizionali vacanze estive, Silvia decide di farla finita con un salto nel vuoto dal quale sarà impossibile fare ritorno. La voce narrante della figlia della coppia guiderà noi lettori in una ricerca dolorosa della verità attraverso gli indizi derivanti da una scatola di vecchie fotografie, dal sapore di una pastina ai lamponi che ricorda molto le dolci madeleine di Proust e da una cartella clinica che prima non si trova e poi compare all’improvviso. Accanto a questi elementi tanti altri piccoli dettagli che mostreranno verità dolorose e sconosciute. Silvia, come il marito, ha avuto un passato tragico che la costrinse a francesizzare il suo nome in Sylvia, per nascondere le sue origini svizzero germaniche e sfuggire dalle persecuzioni riservate ai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, nazisti proprio per le origini tedesche. Il tentativo compiuto dalla figlia di ricostruire il doloroso puzzle della sua famiglia si rivelerà un rompicapo non facile da risolvere, come non sarà facile comprendere la scelta estrema della madre e il perenne atteggiamento prevaricatore del padre. In Domani è domenica di Sandrine Fabbri, marito e moglie sono due persone dalle vite tormentate, piene di traumi le quali, unendosi in matrimonio hanno come tentato di rinascere, peccato che la loro incompatibilità caratteriale abbia impedito loro il raggiungimento della pace condivisa. Traduzione Daniela Almansi.

Sandrine Fabbri è nata a Ginevra da padre sloveno italianizzato e da madre svizzera e ha lavorato a lungo come giornalista culturale. Dopo aver vissuto a Zurigo e Parigi, è tornata nella sua città natale dove insegna francese e comunicazione in un istituto tecnico commerciale. Ha tradotto Lukas Bärfuss e Sibylle Berg. Il suo romanzo Domani è domenica ha ricevuto il premio Pittard 2010 ed è stato tradotto anche in tedesco.

Source: inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio stampa dell’ Editore Keller.

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:: Un’intervista con Eleonora Giorgi a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2017

Giorgi cop_5_aog.inddCiao Eleonora. Grazie per aver accettato questa intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Attrice, scrittrice. Chi è Eleonora Giorgi? Punti di forza e di debolezza.

Sono diventata un’attrice per caso, a diciannove anni, e non immaginavo che quella sarebbe stata la mia professione per la vita, e che mi avrebbe resa tanto popolare. Questo è stato a lungo motivo di indeterminazione e anche di confusione… Fra le tante attività svolte nello spettacolo, oltre che interpretare dei film, ne ho scritti, diretti e prodotti due, ho condotto programmi Tv e radiofonici, ho inciso un disco e fatto delle tournée teatrali, ma è stata la scoperta della scrittura, il dare luogo ad un libro con tutta la relativa, necessaria esigenza di solitudine e concentrazione, a essere stata rivelatoria della mia vera natura, della mia indole riservata e introspettiva: mai quanto in quest’anno e mezzo dedicato alla stesura, infatti, mi sono sentita tanto compiuta e in armonia con me stessa.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

E’ stato necessario scrivere un’autobiografia per raccontare le tante realtà della mia famiglia in parte straniera (mia madre è ungherese, mio padre mezzo inglese)… sarebbe davvero troppo lungo, qui!

Quali libri amavi leggere da ragazzina e quali ti hanno accompagnato nell’età adulta?

Ho scoperto la lettura a dieci anni, anche per isolarmi dall’allegra confusione dei miei tanti fratelli (siamo cinque). Loro mi prendevano in giro e dicevano che ero lunatica e per questo mi avevano soprannominata Ofelia, in realtà la lettura mi permetteva di evadere dalla realtà e di trasferirmi nei sogni: vivevo immersa costantemente in un romanzo partorito dalla mia fantasia, ricco di riferimenti romantici. La prima lettura è stata il libro “Cuore” e una collana di libri per ragazzi vecchia di decenni ed ereditata dalla casa dei nonni, cui sono seguiti i tanti romanzi per ragazze, come “Piccole donne”. Nell’adolescenza era dilagato il ’68 e avevo scoperto, appassionandomene, la Beat generation. In seguito, e fino ad oggi, ho preso a leggere i tanti romanzi classici russi, inglesi, francesi, austro-ungarici, tedeschi, italiani e molti americani, da Scott Fitzgerald a Hemingway, ma seguo anche la narrativa contemporanea. Negli ultimi anni mi sono appassionata ai saggi storici e alle biografie, e ho scoperto Stefan Zweig, un autore austriaco dell’inizio del secolo scorso dalla produzione consistentissima: nell’ultimo anno ho letto quasi esclusivamente lui. Comunque il mio romanzo italiano preferito è “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un libro dell’archeologo Rodolfo Lanciani, che diresse gli scavi di Roma all’incirca nel 1880: la visione della città antica che ci restituisce è fantasmagorica, eccitante!

Hai da pochissimo pubblicato la tua autobiografia, puoi parlarcene?

Avendo avuto una vita ricca di eventi e trascorsa sotto gli occhi di tutti, divulgata nel corso di decenni da giornali, tv e media, ho sentito il bisogno di raccontare il mio punto di vista delle cose, astenendomi dal formulare giudizi e dal trarne conclusioni, nel tentativo di offrire ai lettori e al pubblico un’occasione di giudizio più appropriata.

A differenza di altre star della musica, della televisione, dello sport che scrivono libri, e sono affiancati molto spesso da ghost writer, tu invece hai scritto il libro in prima persona. Che bilancio ne hai tratto della tua esperienza come scrittrice?

Credo di aver già risposto più sopra: sì, il libro l’ho scritto interamente io ed è stata un’esperienza fra le più belle della mia vita. Alla fine la stesura era molto più lunga del dovuto, e ho dovuto quindi operare delle scelte e rinunciare a interi capitoli… chissà, magari scriverò “Nei panni di un’altra 2”!

Ti piacerebbe continuare a scrivere, magari pubblicando un romanzo o una raccolta di racconti?

Sì, mi piacerebbe moltissimo… Ci penso molto e presto mi deciderò, ma non so ancora verso quale progetto: ne ho in mente un paio, e non ho ancora deciso…

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La magia di entrare come per un incantesimo nella vicenda che stai raccontando, e di viverla col cuore mentre la scrivi…

Sei stata la moglie di un grande editore, quindi conosci il mondo dell’editoria molto meglio e molto più da vicino di molti altri. Cosa pensi ne stia determinando la crisi, il costante calo dei lettori. Avresti dei consigli, delle strade o strategie da intraprendere?

Anche al tempo del mio matrimonio con Angelo Rizzoli il mercato dei libri arrancava, i dati allora raccontavano di un’Italia agli ultimi posti per quantità di lettori nelle classifiche europee. Nell’ultimo decennio la situazione si è aggravata, anche se sussistono best sellers e grandi successi, spesso trainati da grande visibilità televisiva e mediatica. A me sembra che siano i giovani a disertare la lettura dei libri, alle volte sostituita dagli ebook, altre purtroppo trascurata a favore di altri strumenti di informazione e formazione, cercati nel Web.

Cosa pensi dello sdoppiamento Fiera di Torino / Salone di Milano, a breve distanza uno dall’altro. Ci sarà secondo te un arricchimento per entrambi o un indebolimento?

Credo che la moltiplicazione dell’offerta, se di qualità, non possa che giovare al mercato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Gli incontri con i lettori per parlare del mio libro mi appassionano ma richiedono grande energia psicologica, dato l’argomento trattato. Alle volte hanno richiamato molti curiosi, attratti soprattutto dalla mia immagine di attrice: la conquista dei lettori è un lungo cammino di fiducia…

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Il mio rapporto coi lettori è lo stesso che intrattengo col mio pubblico: sono su Facebook, con una bacheca piccola e aperta a tutti: i miei amici possono postare lì tutto quello che vogliono comunicarmi! Fb e i social sono un’occasione straordinaria di contatto diretto col mondo!

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: hai nuovi progetti, un nuovo libro in cantiere?

A marzo uscirà nei cinema “Una famiglia a soqquadro” un film interessante, vivace e anche divertente, dal contenuto estremamente attuale, del regista Max Nardari, nel quale interpreto una donna della mia età davvero sorprendente. A inizio estate gireremo un altro film insieme, e nella prossima stagione tornerò a teatro con un testo americano e contemporaneo che mi ha innamorata. Nel frattempo mi applicherò nella scrittura!

:: Madame Claudel è in un mare di guai, Aurélie Valognes (Newton Compton, 2017) a cura di Giulietta Iannone

6 febbraio 2017
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Libro delizioso, Madame Claudel è in un mare di guai, (Mémé dans les orties, 2015), della francese Aurélie Valognes. Edito in Italia da Newton Compton e tradotto da Federica Romanò. Si sa i francesi hanno un modo tutto loro di raccontare storie un po’ magiche, leggere, dalle tinte color pastello, in bilico tra la favola e il sogno. Avete presente le atmosfere delicate de Il favoloso mondo di Amelie? Quel non so che, tutto francese, appunto, che non scade però mai nella sdolcinatezza e nella zuccherosità. Madame Claudel è in un mare di guai racconta una storia chiusa nel microcosmo rarefatto di un condominio parigino, al numero 8 di Rue Bonaparte. Protagonista è un arzillo vecchietto, un po’ scorbutico e taciturno, Monsieur Ferdinand Brun, che proprio non ne vuole sapere di finire in una casa di riposo. La figlia Marion è lontana, vive a Singapore con il nipote di Ferdinand, la moglie l’ha abbandonato per il suo carattere ruvido e insopportabile, (scappando con un postino italiano), la solitudine è alleviata solo dalla compagnia di Daisy, un alano affettuoso e intelligente. Ma un giorno il dramma, il cane viene investito e ucciso, e da quel giorno è una lotta fitta, senza esclusione di colpi, contro i condomini, e soprattutto contro la terribile Madame Suarez, la portinaia, che lo odia dal primo momento che l’ha visto per il suo carattere indipendente e ostinato. Ma Monsieur Brun, inaspettatamente trova anche due improbabili alleate, Juliette, una dolce bambina di dieci anni, che ha dovuto crescere in fretta dopo la morta della madre, e Madame Beatrice Claudel, una novantenne arzilla quanto lui e fuori dagli schemi. Ricordate Poupette, la bisnonna di Vic ne Il tempo delle mele, beh un po’ la ricorda per la sua grinta e eccentricità. Una storia, dunque non priva di conflitti, ma tenera e delicata, che ci parla di amicizia, vecchiaia, finanche amore, e lo fa usando personaggi credibili e ben caratterizzati, che subito si guadagnano la simpatia del lettore. Una storia per un pubblico giovane, ma a dire il vero senza età, in cui il bene alla fine trionfa, (il lieto fine è assicurato) in un susseguirsi però di colpi di scena, che vedranno addirittura Monsieur Brun, soprannominato il “serial killer” accusato di omicidio. Ben scritto, divertente, intelligente, in parte spaccato di una condizione sociale reale, il mondo degli anziani (tra partite di bridge, e programmi alla tv), le problematiche dei figli combattuti tra la preoccupazione per la tutela dei loro vecchi genitori, e le legittime esigenze di indipendenza di quest’ ultimi, Madame Claudel è in un mare di guai è un libro che consiglio. Nasce come romanzo autopubblicato, il cui passaparola ha attirato l’interesse di un importante editore come Michel Lafon, diventando in breve un grande succeso editoriale francese. Ora sono curiosa di vedere quale sarà l’impatto in Italia. Esce il 9 febbraio in libreria, ho avuto modo di leggerlo in anteprima.

Aurélie Valognes, si è laureata alla École Supérieure de Commerce de Reims. È specializzata in comunicazione e marketing, e ha lavorato per diverse multinazionali spostandosi tra Svizzera, Francia, Belgio, Paesi Bassi. Attualmente risiede a Milano. Il suo esordio è stato un incredibile fenomeno del selfpublishing, in seguito uscito in Francia per i tipi di Michel Lafon. Negli Stati Uniti è stato pubblicato solo in versione digitale e ha venduto oltre 160.000 copie. In Francia è uscito il suo secondo romanzo dal titolo Nos adorables belles filles. Per saperne di più www.aurelie-valognes.com.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Antonella e Simona dell’Ufficio Stampa Newton Compton.

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:: Fieno falciato, Silvia Corsi, (Stampa Alternativa, 2016) a cura di Federica Belleri

6 febbraio 2017
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Primo romanzo per Silvia Corsi, scrittrice torinese. Un’indagine per Gioia, che da Parma si sposta a Torino. Un passato di sofferenza e solitudine, che le cambia il carattere. Una dote meravigliosa la sua, di memorizzare dettagli, colori, suoni, odori, numeri e volti, con grande naturalezza. Il suo ingresso in polizia, dopo aver fatto tutt’altro e aver combattuto il sistema con ogni mezzo. L’amicizia con Berto, il Capo, che la considera una figlia della sua professione e la morte di Pietro, figlio di Berto. Equilibri sottili, nell’esigenza di barricarsi dietro una freddezza che non esiste. Lacrime trattenute a fatica. Paura di innamorarsi e il terrore di trovarsi a gestire una vicenda troppo pericolosa.
Torino è protagonista di questo libro, tanto quanto i personaggi che lo animano. Il passato e il presente confusi nei viali e lungo la Dora. I quartieri che hanno segnato un’epoca florida e i locali dove si vive di sballo. Il contatto fra culture diverse, che spesso le vede scontrarsi.
Gioia è impegnata a rivedere le sue priorità,  combattuta fra sentimento e lavoro. Spigolosa e fragile, attenta ma imprevedibile. Un’indagine che si apre a diverse soluzioni. Quale sarà quella giusta?
Scrittura precisa, pulita. Intervallata da passaggi personali, intimi pensieri svelati al lettore, che si sente molto coinvolto. Frasi che esaltano la territorialità della storia, grazie alle espressioni tipiche del dialetto torinese. Trama ben costruita,  ritmo sostenuto. Ve lo consiglio.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’autrice e l’Ufficio Stampa Stampa Alternativa.

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:: La famiglia Pickard, Michele Arigano, (Bonfirraro, 2014), a cura di Elena Romanello

4 febbraio 2017
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Il regista John Pickard ha avuto un breve e intenso momento di successo, nello spietato star system a stelle e strisce, ma ora si trova in un momento di grave crisi creativa e economica. Per ritrovare se stesso, decide di fare un viaggio lontano dalle grandi città, in quella profonda provincia che nei decenni ha ispirato artisti di tutti i tipi. Il suo errare lo porta a Woodcutterhill, un villaggio dove il tempo sembra essersi fermato, con le case fatiscenti, le strade piene di fango e erbacce, simile ai villaggi fantasma vicini, uno dei tanti lasciti della conquista dell’Ovest americano, ma abitato da una comunità che ignora il resto del mondo così come il resto del mondo ignora Woodcutterhill.
In ogni caso, John Pickard rimane colpito dal luogo, così diverso da quelli a cui è abituato, senza tecnologia e con ritmi che all’apparenza sembrano meno frenetici, e lì scrive un nuovo film, coinvolgendo anche l’amico sceneggiatore Mark Thomas, con cui torna poi per girare il suo nuovo lavoro. Ma a questo punto le cose si complicano, perché i due scoprono cosa c’è dietro Woodcutterhill, un’antica maledizione che porta le persone ad arrivare lì e a non riuscire più ad andare via, oltre che storie cupe e torbide di abusi e morti. Con loro ci saranno sette ragazzi, giunti lì in un momento di difficoltà, che accetteranno di collaborare alla lavorazione del film, con esiti però via via sempre più terrificanti, perché Woodcutterhill ha dentro di sì qualcosa di diabolico che rende schiavi, e il beneficio che John Pickard ha avuto in partenza si trasformerà in una trappola terribile.
L’italianissimo Michele Arigano si confronta in questo romanzo con archetipi della cultura popolare e non solo americana (tra le righe non c’è solo Stephen King ma anche Faulkner e Steinbeck) in uno dei generi più emblematici e inquietanti della contemporaneità come l’horror. Le pagine del libro ripercorrono i percorsi di un genere, da Lovecraft in poi, con l’arrivo dello straniero nel luogo che non conosce, spinto da un desiderio impellente del momento, l’incontro scontro con la realtà esistente e il risultato del conflitto, creando un crescendo di suspense dove Woodcutterhill diventa un emblema di circolo chiuso e spaventoso, un microcosmo che tutto ingoia, inquietante come i luoghi di Stephen King, luogo antico e pericoloso, rassicurante solo all’inizio.
Il risultato è un romanzo avvincente, interessante, agile come dimensioni, in cui gli appassionati di horror potranno assistere ad una nuova discesa agli inferi dell’animo umano secondo uno schema che a prima vista può apparire appunto come già sentito ma che funziona sempre. La famiglia Pickard, un titolo che anticipa un finale agghiacciante (ma se non si legge il libro non si capisce) è interessante comunque anche per i non patiti del genere, in un momento in cui da oltreoceano, luogo da sempre di frontiera e di incontro tra diversità, giungono notizie non certo rassicuranti.

Michele Arigano è nato nel 1979 ad Halle, in Belgio, ma si è trasferito a cinque anni a Enna, in Sicilia, dove risiede tuttora. La famiglia Pickard è il suo primo romanzo.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa, si ringrazia Bonfirraro Press.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: 500 mila visualizzazioni!

3 febbraio 2017

cakeLo so è abbastanza infantile festeggiare le 500 mila visualizzazioni, i blog seri non lo fanno, ma ci sono così poche ragioni per festeggiare, e questo blog mi rende felice, per cui mi sono detta, perché no? E così ecco questo post un po’ bislacco. Che poi 500 mila visualizzazioni non sono poi nemmeno tantissime, spalmate in 5 anni, ma suvvia non sono manco poche. Anzi per me sono moltissime, considerati i libri di cui ho scelto di parlare, di cui abbiamo scelto di parlare, perché non sono sola a poratre avanti questo progetto. Potrei fare meglio, potrei fare di più. Me lo dico spesso, non sono mai contenta. Anche se devo dire ormai Liberi ha vita propria. Ha lettori in ogni angolo del mondo, non solo in Italia. E a loro soprattutto dico grazie, grazie di leggerci in italiano, non tutti sono italiani all’estero (anche se in molti lo sono) molti hanno imparato la nostra lingua perché amano il nostro paese. E questa è una cosa fantastica a mio avviso. Non trovate? Volevo fare un ebook da regalarvi, con il meglio, le cose migliori che abbiamo pubblicato online in questi 5 anni. Ma non so se riuscirò mai a farlo. Magari in futuro, prometto comunque di pensarci. Enjoy, e spero che per il milione non vi siate ancora stancati di seguirci.

:: A Milano arriva ‘Vivo e scrivo’: quando la scrittura incontra la psiche, a cura di Viviana Filippini

3 febbraio 2017

1Scrivere per liberare le proprie emozioni e comprendere il proprio io può avere effetto terapeutico. Tutto questo sarà possibile, per la prima volta in Italia, a Milano, da ActsFactory, con “Vivo e scrivo” un per-corso di cura di sé e lavoro sulle emozioni nel quale la scrittura incontra la psiche. ActsFactory è un ente che offre diverse attività creative e riabilitative con esperti e specialisti sotto la supervisione del Dott. Paolo Giovannelli, Psichiatra e Psicoterapeuta, docente presso l’Università degli Studi di Milano.
Tra le proposte per il 2017 “Vivo e scrivo”, un originale e interessante laboratorio di scrittura emotivo/creativa che ha il fine di portare le persone alla riscoperta del proprio corpo come spazio ricco di suggestioni, emozioni, tracce da rinvenire e seguire per la realizzazione di un racconto scritto.
Il corso:
Ogni lezione sarà suddivisa in due parti. La prima dedicata all’ascolto della propria fisicità ed emotività con domande come: Cosa vuole dirci il nostro corpo? Quale storia vogliono raccontarci le nostre emozioni? I partecipanti potranno rispondere a queste domande attraverso esercizi di visualizzazione creativa e tecniche di rilassamento. La seconda parte si occuperà degli aspetti più tecnici ed accademici della scrittura, dello studio del personaggio, della struttura e sviluppo della trama e di tutto ciò che occorre alla costruzione di una storia.
Il laboratorio sarà tenuto Emina Gegic, autrice e drammaturga e da Elena Mearini, scrittrice. Durante i laboratori ci saranno interventi di autori di narrativa contemporanea ed editori che aiuteranno a comprendere meglio l’arte di scrivere.

“ Vivo e scrivo” vuole dimostrare che la parola scritta , se usata con consapevolezza,può farci stare bene.
Il laboratorio è aperto a tutti, le sole prerogative richieste sono curiosità e voglia di riscoprirsi.

Durata del laboratorio: 8 incontri da 3 ore ciascuno, due mercoledì al mese dalle 18 alle 21.
Per informazioni: http://www.wecarepsichiatria.eu;
mail: info@actsfactory.it

:: Il gatto che insegnava a essere felici, Rachel Wells (Garzanti, 2016) a cura di Elena Romanello

3 febbraio 2017
huy

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Torna Alfie, il gatto protagonista de Il gatto che aggiustava i cuori, per un nuovo capitolo della sua epopea di gatto condiviso dagli abitanti di Edgar Road, dove ha trovato la sua casa, anzi le sue case, dove varie peripezie in seguito alla morte della sua anziana compagna umana.
Alfie racconta queste sue nuove avventure in prima persona, mentre vive i problemi dei suoi compagni umani, tra Claire, che vorrebbe tanto avere un bambino che non arriva e Alesky, che ha problemi di bullismo a scuola. Un giorno arriva nella via una nuova famiglia, misteriosa e schiva, che non vuole avere rapporti con il vicinato, e che riempie di sospetto tutti. Con queste nuove persone vive un qualcuno che colpisce subito Alfie, la bellissima gatta Snowball, che però è decisamente scostante e poco propensa a dare confidenza agli altri felini, con inevitabili invidie e dubbi da parte degli amici a quattro zampe di Alfie. Ma Alfie non si arrende e cerca di fare breccia nei suoi nuovi vicini umani, cercando di capire cosa c’è che li angustia tanto, anche perché si è preso una bella cotta per Snowball, anche se lei non lo tratta proprio bene.
Alla lunga, Alfie riuscirà a fare in modo che la nuova famiglia e i suoi vecchi amici riescano ad interagire, e a far emergere la verità su certi comportamenti, non certo da criminali come pensava qualcuno, ma legati ad un fatto triste e non ancora superato del loro passato recente.
Le storie con animali protagonisti hanno una lunga tradizione nei Paesi anglosassoni, basti pensare a titoli come La fattoria degli animali di George Orwell o La collina dei conigli di Richard Adams. Qui l’autrice sceglie un approccio diverso, quello di un universo parallelo di animali che sono visti dagli esseri umani come tali, ma che hanno capacità di relazionarsi e cambiare gli eventi.
Fiaba per tutte le età, la saga di Alfie si legge con simpatia, raccontando microcosmi umani alla fine molto realistici, dove la presenza di un animale domestico è riconosciuta come fondamentale. Un libro essenziale per i gattofili, anche se i puristi potranno notare che lo splendido gattino rosso di copertina non rispecchia il vero aspetto di Alfie, classico grigio tabby. Ma sono dettagli su cui si può sorvolare, con una storia positiva ma non buonista, che mette in pace con il mondo, anche solo per il tempo in cui la si legge.

Rachel Wells vive nel Devon con la sua famiglia, ha sempre desiderato scrivere e ha sempre amato i gatti come animali domestici. Ha combinato queste due passioni nei suoi amatissimi romanzi sulle avventure di Alfie: Il gatto che aggiustava i cuori (Garzanti, 2015) e il suo seguito, Il gatto che insegnava a essere felici.

Source: inviato al recensore dall’ufficio stampa Garzanti, che ringraziamo.

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