Posts Tagged ‘Valerio Calzolaio’

:: L’impronta del lupo di Jo Nesbø (Einaudi 2026) a cura di Valerio Calzolaio

18 febbraio 2026

Minneapolis. Settembre 2022 (e ottobre 2016). Lo scrittore norvegese Holger Rudi arriva a Minneapolis dall’aeroporto di Oslo per fare ricerche su un caso di omicidi avvenuto lì sei anni prima. Il suo romanzo di true crime è già a buon punto, si è dato otto giorni di lavoro sul campo fra quartieri, edifici, strade e locali dei fatti accertati. Del resto, la metropoli statunitense è piena di immigrati, famiglie e accenti norvegesi, c’era già stato, si trova a suo agio. Il romanziere intende cercare di capire meglio come e perché l’accaduto è accaduto, di entrare un poco nella testa dell’assassino e di altre persone coinvolte, di narrare da tassidermista, di individuare forse l’umano nel disumano. La scena torna così indietro nel tempo, al 2016 (alla vigilia del convegno annuale Nra, la lobby dei produttori d’armi): da una parte il colpevole racconta in prima persona il tentativo di uccidere un mercante d’armi legato alle gang, mirando a distanza con la carabina M24 da un palazzo dove è conosciuto come Tomas, poi la fuga e il suo piano da adattare, visto che Marco Dante (grasso e scemo, che veste italiano, mangia italiano e parla con un finto accento italiano) è stato colpito ma non ucciso, ora resta in coma all’ospedale; dall’altra seguiamo i detective che indagano, in particolare l’agente investigativo della Omicidi Bob One-Night Oz (anche lui con bisavoli norvegesi, cacciati da fame e tempi grami), rabbioso dopo che Alice lo ha lasciato (insieme per dodici fedeli anni), collezionista di donne-da-una-notte e gran bevitore (formalmente così estromesso dal caso), brava persona, chiacchierone, basso e bruttino, occhi azzurri e capelli rossi, testardo più che geniale, insistente più che affascinante, sulla scia della “tosta” bartender Liza, capelli neri e frangetta, sfacciata aria sicura di sé nonostante la leggera zoppia.
L’ottimo talentuoso fortunato Jo Nesbø (Oslo, 1960), già calciatore di A, agente di borsa, giornalista, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre), padre cresciuto a Brooklyn, da circa trent’anni è famoso nel mondo soprattutto per gli ottimi lunghi tredici noir (1997 – 2022) della serie Harry Hole (da tempo siamo tutti tragici holeomani), ma scrive spesso altre interessanti narrazioni di genere (quando non ha da suonare o arrampicarsi). Quest’ultimo godibile romanzo è ambientato a Minneapolis (la città dei noti omicidi contemporanei, George Floyd nel 2020 e ora quelli provocati dall’Ice), a inizio 2026 ecosistema umano complessivamente meno violento di altri, con popolazione molto eterogenea dal punto di vista etnico (ben spiegata). Del resto, probabilmente non c’è connessione tra l’incidenza del crimine in un luogo e la sua capacità di ispirare buone storie noir e crime, o gialle. Le peculiarità stilistiche restano efficaci: la narrazione alterna una terza persona varia al passato (Bob più spesso) a una prima persona al presente (più rara e breve, lo scrittore nel 2022 e l’assassino nel 2016). Frequenti i riferimenti alle presidenze Usa di Obama e Trump in quel decennio; oltre che al Sindaco e agli amministratori pubblici di Minneapolis. Nesbø non è certo di centrodestra, apprezza Piketty, si documenta, mira comunque all’intrattenimento e ritiene saggiamente che “la postura didascalica è sempre pericolosa per i romanzi”. Utili riflessioni sull’ideazione, su pregi e difetti, richiami e rischi, colori e rumori dei centri commerciali, a partire dal Southdale Mall. Come altre volte, la gestione dei diabetici gioca un certo ruolo. Whisky a gogo. Bob Dylan e Prince sono nativi del Minnesota, considerati di Minneapolis, lo scrittore ben lo sa. Oz guadagna un punto con la playlist del cellulare (versione di Emmylou Harris di Tougher Than The Rest, a volume basso).

Jo Nesbø è uno dei piú grandi autori di crime al mondo. I suoi libri hanno venduto oltre 40 milioni di copie. È nato a Oslo nel 1960. Ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista free lance, ha fatto il broker in borsa. Tutt’oggi suona regolarmente con la band norvegese dei Di Derre. Della serie con protagonista l’ispettore Harry Hole, presso Einaudi ha pubblicato: Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Il pipistrello, Scarafaggi, Nemesi, Il pettirosso, La stella del diavolo, Sete, L’uomo di neve, Il coltello e Luna rossa. Presso Einaudi ha pubblicato anche i thriller Il cacciatore di teste, Il confessore, Sangue e neve, Sole di mezzanotte (da cui l’omonimo film con Alessandro Borghi), Il fratello,La famiglia, la raccolta di racconti Gelosia, l’horror La casa delle tenebre e L’impronta del lupo (2026). Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettro, Scarafaggi, Il leopardo, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, Sole di mezzanotte, Il confessore, Polizia, Il pettirosso, Sete, L’uomo di neve, Il coltello, Il fratello, Gelosia e La casa delle tenebre.

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:: Monogamia. Storia di un’eccezione di Marzio Barbagli (Il Mulino 2026) a cura di Valerio Calzolaio

9 febbraio 2026

Mondo umano. Società preindustriali e società contemporanee. Fin dalla prima metà del Novecento studi storico-sociologici comparativi hanno iniziato ad analizzare le norme collettive che prescrivono con quanti individui gli esseri umani possano sposarsi, o convivere more uxorio per un certo periodo di tempo, simultaneamente o in sequenza, durante la loro vita. Tali norme ovunque influiscono profondamente sul come le famiglie si formano, si trasformano, si dissolvono; sulle relazioni interne fra coloro che ne fanno parte; sui rapporti di parentela o sulle dinamiche sessuali; e sono un cardine dell’organizzazione del potere, rendendo legittimi determinati legami e definendo chi ha accesso alla successione ereditaria e alla distribuzione delle proprietà, particolarmente importanti per principi, imperatori, re. Praticamente tutte le società analizzate (diverse per caccia-raccolta o allevamento-agricoltura e per sistemi economici) definivano il matrimonio come l’unione economica e sessuale tra un uomo e una donna, sanzionata socialmente e tale che i figli della donna fossero riconosciuti legittimi da entrambi i genitori, e contrapponevano la monogamia, che permette di sposare solo una persona, più rara, alla poligamia, che consente a un individuo di avere più di un coniuge (a causa spesso di squilibri nella composizione della popolazione o di diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, del potere, fra i generi). Distinguevano inoltre due tipi di poligamia, la poliginia, frequentissima, l’uomo ad avere più mogli, e la poliandria, rarissima, la donna più mariti. Molti antropologi concordano nel considerare che forse le famiglie poligamiche risultano meno coese delle monogamiche, soprattutto per i conflitti sessuali ed emotivi tra le mogli, in particolare fra prima (temporalmente) e altre; sottolineano comunque convenienze e varianti, strategie e tattiche coniugali o collettive, vantaggi e svantaggi storicamente e culturalmente determinati; si concentrano su ragioni e percorsi del passaggio dall’una all’altra scelta, nei millenni prevalentemente da poligamia a monogamia. Gran bella questione!

Il grandissimo sociologo e storico della famiglia Marzio Barbagli (Montevarchi, Arezzo, 1938), professore emerito dell’Università di Bologna, sintetizza nel titolo il risultato di un’ampia stimolante ricerca su una realtà spesso ignorata: la monogamia è stata per millenni e per secoli più un’eccezione che una regola delle comunità territoriali. L’apparizione sociale della monogamia risale molto indietro nel tempo, certo, dovrebbe essere un’opzione maturata abbastanza bruscamente nelle antiche Grecia e Roma (secoli avanti Cristo), è avvenuta comunque molto prima sia dell’ascesa dei grandi stati nazionali che della rivoluzione industriale e urbana. Pur tuttavia ha assunto ben presto forme molto differenti, almeno tre: indissolubile, di origine cattolica; seriale o in sequenza, che prevede che ci si possa sposare con più persone nel corso della vita dopo il divorzio o la morte del coniuge, la variante assolutamente più diffusa; senza matrimonio, di chi passa da una convivenza more uxorio a una successiva (in molti stati ormai ci si sposa sempre meno). Una pluralità di “alternative” che riguarda ovviamente anche la poligamia (le norme riguardanti il numero di partner consentiti fanno parte e derivano da religioni, concezioni del mondo e filosofie morali che hanno dato origine e leggi e a sanzioni contro gli inadempienti), fino pure al fenomeno di quella relazione sessuale consensuale definita “poliamore” (spesso incontrata o letta), in cui le persone coinvolte possono amare e avere relazioni intime con più partner contemporaneamente, volendo dello stesso sesso o no. La questione decisiva è la relazione fra i sistemi di formazione della “famiglia” (spesso le alleanze contano più degli affetti) e le diseguaglianze (in particolare, di potere) fra i partner. Non esiste una famiglia “naturale”. Il passaggio dalla poligamia alle due principali forme di monogamia (tendenzialmente sempre più seriale) è avvenuto in un lunghissimo periodo di tempo e non sembra ancora terminato; in Giappone, India e Cina (molto citato qui Padre Matteo Ricci) favorito dall’apertura all’Occidente e dalla loro modernizzazione, spesso forzate (non dai missionari), e dal cambiamento dell’atteggiamento della popolazione femminile. I grandi mutamenti di formazione della famiglia sono avvenuti con la diminuzione di alcune diseguaglianze sociali (fra etero e omo o fra mariti e mogli e nei tassi di fecondità sia di donne che di uomini) e con la variazione di libertà e indipendenza individuali o reciproche. La narrazione si sviluppa attraverso sedici capitoli che mescolano sapientemente storia, geografia e questioni tematiche; ciascuno con tanti paragrafi anche brevi (mai riassuntivi, dopo una premessa di impostazione specifica); al centro un interessante inserto di quaranta figure; centotrenta pagine finali di note, riferimenti bibliografici, indice analitico (il termine “sesso” non c’è da solo).

Marzio Barbagli è professore emerito dell’Università di Bologna, accademico dei Lincei, membro della European Academy of Sociology. Fra i suoi numerosi libri, tutti pubblicati dal Mulino, ricordiamo: «Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo» (1984), «Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente» (2009), «Alla fine della vita. Morire in Italia e in altri paesi occidentali» (2018), «Comprare piacere. Sessualità e amore venale dal Medioevo a oggi» (2020) e «Uomini senza. Storia degli eunuchi e del declino della violenza» (2023).

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:: La vecchia di Georges Simenon, Traduzione di Simona Mambrini (Adelphi, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

2 febbraio 2026
Léon Spilliaert, Interno con finestra socchiusa (1907).

Parigi, zona dell’Hôtel de Ville e Île Saint-Louis, quarto arrondissement. Gennaio 1959, sotto la neve. Stanno demolendo una dopo l’altra le vecchie case del quartiere di Saint-Paul, un piano di risanamento previsto da tempo; i residenti hanno ricevuto un’ingiunzione di sfratto già da due anni, acqua luce gas sono stati tagliati da più di un anno. Il commissario di polizia Joseph Charon ha scoperto che l’anziana inquilina di un cadente palazzo di rue de Jouy che non vuole uscire dal proprio appartamento, nonostante tutto intorno gli edifici siano stati ormai abbandonati o evacuati, potrebbe essere la nonna della famosa 27enne Sophie Émel, detentrice di cinque o sei record mondiali di paracadutismo, pilota di jet e pilota nel circuito di Montlhéry, che abita in una via elegante sull’isoletta lì vicino. La va a trovare al quinto piano, la domestica Louise è indotta a riferirle e la ragazza accetta di accompagnarlo, quasi per curiosità. Attraversano il pont Marie e salgono al sesto piano della casa. Effettivamente Juliette Thérèse Marie_Joseph Minoré, nata il 12 settembre 1879, divorziata Viou e vedova Prédicant, è barricata e si è organizzata per resistere a uno stato d’assedio. La nipote fa breccia, parlano della madre (in villa sulla Costa Azzurra) e della sorella gemella (con due bambini, il marito capo di gabinetto al ministero delle Finanze), Juliette ribadisce che per lei non fa ormai più nessuna differenza buttarsi dalla finestra o farsi crollare il tetto sulla testa, resterà lì. Sophie le propone invece di trasferirsi da lei, avrà una piccola stanza, lei convive con l’amica Lélia (cantante di cabaret e night club, che ha salvato dai guai), potranno provarci. Inizia una complicata convivenza, entrambe turbate e rivali. Le altre e gli altri assistono, in vario modo.

Anche questo romanzo è bello (non Maigret, non giallo). Desolato e angosciante, sempre vivido, struggente per le nostre solitudini sociali. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Il testo era inedito, fu scritto in Svizzera in una settimana (come quasi sempre) nel gennaio 1959: l’autore descrive in otto capitoli tesi una relazione fra donne diverse e progressivamente ostili, sagome sfuggenti che si studiano e affrontano. La narrazione è in terza varia al passato, sempre più concentrata sulla dura reciproca reattività, sulle conversazioni e i relativi retro pensieri, sui ricordi biografici e sul comune spirito indipendente, in un crescendo tendenzialmente aggressivo e violento, non lungo anni, solo nemmeno una decina di giorni. In copertina un interno nero con finestra socchiusa (sull’abisso?), dipinto nel 1907. Il titolo è dedicato alla quasi ottantenne Juliette, furba o disperata, crudele o dimessa che sia, capace comunque di condizionare le quattro donne in un reticolo psicologico e in parte claustrofobico di messaggi impliciti e reciproci sospetti, aspro e poco compassionevole. Il commissario non può che prenderne atto. Da parte sua, Sophie, alta e spigliata, raccatta spesso “cani malati”, donne, perché gli uomini li accoglie solo quando sente il bisogno, tira su il primo che passa e via; comunque beve come una spugna, whisky soprattutto, pur se a casa conserva casse di bottiglie di tutti i tipi, perlopiù vini rossi, indispensabili per le frequenti festicciole, talora dopo la frequentazione dei noti locali, rumorosa e alcolica.

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:: Colpo di luna di Georges Simenon (Adelphi Milano, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

2 gennaio 2026

Libreville, Gabon. Un agosto dei primi anni Trenta del Novecento, quasi un secolo fa. La nave si ferma in rada; la terraferma è ancora lontana, appare come una sabbiosa linea bianca sovrastata dalla linea scura della foresta; grazie a una scialuppa e all’aiuto di un negro, il beneducato 23enne Joseph Timar, francese originario di La Rochelle (a sud-ovest, fra Nantes e Bordeaux), con tanti bagagli sbarca infine al porto della capitale della colonia. C’è un unico albergo, il Central, una costruzione gialla, arretrata rispetto alla banchina, a cinquanta metri dalle palme da cocco, e immersa in un intrico di piante dalle forme bizzarre. Le spoglie camere (tante sempre libere) si trovano al piano superiore: pareti in colori pastello, zanzariere sopra i letti, brulichii di animaletti, una brocca un catino un baule (i bisogni dietro un cespuglio, fuori). Sotto, nella sala principale, ci sono il caffè, aperto al pubblico (bianco), e il ristorante, dove quotidianamente mangiano gli scapoli (bianchi) della zona, ognuno possiede i propri tavolo e portatovagliolo. Grazie a un potente zio, lui è stato teoricamente assunto dalla compagnia Sacova, si presenta all’agenzia commerciale, malmessa; il direttore è ancor più stupito, il posto si trova praticamente a dieci giorni di navigazione, nella parte alta della foce del fiume, e la lancia è in riparazione, ci vorrà almeno un mese. Una delle prime mattine (di sudata pigra attesa) si presenta in camera la calma sorridente 35enne sensuale bianca Adèle e scatta d’improvviso un’intimità frenetica e brutale, non è il primo. Lei è la padrona dell’albergo insieme al bianco marito, Eugène, il quale muore dopo qualche giorno, quasi in contemporanea con l’omicidio di Thomas, il boy negro dell’albergo. Clima torrido equatoriale, torbido contesto coloniale, concessioni francesi di sfruttamento privato di innumerevoli alberi locali (ebani e mogani), regole storicamente razziali, da capire purtroppo. Anche questo romanzo è molto bello (non Maigret, non giallo). Mesto angosciante avvilente, sempre eccelso e struggente. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Questo breve impietoso excursus romanzesco nel mondo coloniale africano della Francia (visitato di persona poco tempo prima) è del 1933, già tradotto una ventina di anni fa. Scritto in un periodo di prodigiosa creatività, l’autore descrive l’ecosistema umano con crudo coraggioso realismo: da una parte la massa dei neri, schiavizzata seppur inafferrabile e minacciosa; dall’altra la comunità europea, mediocri funzionari più o meno cinici e più o meno corrotti, accanto a oppure essi stessi “naufraghi” della vita abbrutiti da caldo, alcol, febbri tropicali. La narrazione è in terza varia al passato, fissa sul giovane inesperto sprovveduto Joseph Jo, vieppiù angustiato dalla situazione. In copertina un nudo di schiena (d’incarnato scuro) su divano rosa di Vallotton (dipinto nel 1925), la coprotagonista verrebbe da dire. Il titolo allude ai tenebrosi allucinati chiaroscuri dell’Africa (che dicono misteriosa), a volte di notte appare il proprio colpo di luna, poi torna indimenticabile e inesorabile, una “crisi”, come potrebbe definirsi: “l’avrebbe aiutato, nel vuoto del letto, a ritrovare la carne troppo bianca di Adèle e l’aria pesante, e un sottofondo di sudore, e l’odore dei rematori neri, mentre sua moglie, in camicia da notte, gli avrebbe preparato una tisana”. I negri possono essere frustati o appesi, pagati o sparati, alla bisogna. Vini e liquori soprattutto patri (come giustizia e ingiustizia), ça va sans dire: champagne, pernod, calvados. Anche il contorno musicale ne risente.

:: Il loro grido è la mia voce – Poesie da Gaza AAVV (Fazi 2025) a cura di Valerio Calzolaio

11 dicembre 2025

Gaza, ultimi tempi, ancor più tristi. Dieci coraggiosi autori e autrici palestinesi hanno scritto alcune splendide poesie ora contenute (con successo di vendite e presentazioni) nella raccolta “Il loro grido è la mia voce”, perlopiù redatte a Gaza e pubblicate in rete tra ottobre 2023 e dicembre 2024. Si tratta di: Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Ali Abukhattab, Dareen Tatour, Marwan Makhoul, Yahya Ashour, Heba Abu Nada (uccisa nell’ottobre 2023), Haidar al-Ghazali (da novembre 2025 può studiare all’Università di Macerata, 21enne) e Refaat Alareer (ucciso nel dicembre 2023). Per ognuno, i bravi giovanissimi curatori hanno predisposto una breve nota bio-bibliografica, testo originale arabo a sinistra, traduzione italiana a destra. “Tutte costituiscono l’esito di una letteratura selvaggia… fraintesa, degradata, misconosciuta e, più colpevolmente, ignorata… La poesia ci richiama allora all’ascolto” proprio per non “considerare la Palestina una semplice espressione geografica”!

Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza AAVV Raccolta di poesie di varie autrici e autori

A cura di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti

Prefazione di Ilan Pappé

Con interventi (2024) di Susan Abulhawa e Chris Hedges

Traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh

Traduzione dall’inglese di Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni

Fazi Roma 2025

Pag. 143 euro 12 (per ogni copia venduta, 5 euro saranno donati a Emergency a Gaza)

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:: Nei luoghi più oscuri di Carlo Lucarelli (Einaudi 2025) a cura di Valerio Calzolaio

17 novembre 2025

Bologna e non solo. 1980, 1939 e non solo. Una giovanissima giudice “la Bambina”, un killer apparentemente insospettabile, Grazia Negro incinta e incerta, una poliziotta che non si fida della collega, un maggiore impazzito in piena guerra coloniale, un commissario di bordo, sospetti e ritorsioni, omicidi. Spiega direttamente il grande Carlo Lucarelli (Parma, 1960) come ci si gira “Nei luoghi più oscuri”: “i racconti vanno via veloci, e non soltanto perché sono più rapidi dei romanzi, ma perché si disperdono più facilmente, antologie, riviste, collaborazioni, prendono direzioni diverse e a volte si perdono. Per questo ogni tanto è bello raccoglierli, inseguirli e ritrovarli, quelli nati da una intuizione improvvisa o da un’occasione, che è come un dito che indica una direzione in cui non avevi ancora pensato di andare. È una mandria di cavalli diversi che una volta riuniti raccontano dove sono stati e tutte le volte è di nuovo una scoperta”. Ovvero un’avvincente affilata tesa sorpresa!

:: Con parole precise. Manuale di autodidesa civile di Gianrico Carofiglio (Feltrinelli, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

9 novembre 2025

Italia e mondo. Ultimi decenni soprattutto. Una comunità ha un primario contratto sociale, la fiducia in un linguaggio condiviso, un impegno reciproco di verità e di correttezza nei luoghi di comune cittadinanza, nel pronunciare o redigere parole, discorsi, metafore. Si pensi e poi si scriva una sentenza, il testo di una legge o un romanzo avremo dei destinatari, un “pubblico” che dovrebbe imporci di “acquisire” parole usate responsabilmente per dire, in forme e contesti diversi, una chiara verità, per quanto soggettiva e parziale. Scrivere e parlare bene, in ogni campo, ha un’attinenza diretta con la qualità del pensiero e del ragionamento. Implica chiarezza di idee da parte di chi elabora un messaggio e può provocare una percezione di onestà (o meno) in chi lo riceve. In particolare, nell’ultimo decennio abbiamo assistito, invece, all’avvento micidiale dei populismi, alla crisi dei linguaggi istituzionali, all’abuso consapevole della menzogna come tecnica politica. L’avventura politica di Donald Trump ha segnato un drammatico punto di svolta, imponendo al mondo intero una nuova grammatica della manipolazione. Una grammatica fatta di slogan ripetuti fino all’ipnosi, di frasi costruite non per dire qualcosa ma per scatenare reazioni emotive (pro o contro non importa) e disattivare intelligenza, senso critico, capacità di reagire con efficacia. Tutto ciò ha reso ancora più urgente il compito di difendere uno spazio pubblico fondato sull’onestà comunicativa e sulla responsabilità semantica. Ovvero su un insieme meditato di efficaci e democratiche parole precise (da cui il titolo) in grado anche di proporre (a noi lettori e ai partecipanti di qualsiasi dimensione collettiva) un manuale etico di lingua, scrittura e autodifesa civile (da cui il sottotitolo). Dare il nome giusto alle cose può essere un gesto rivoluzionario. Il grande intellettuale e karateka Gianrico Carofiglio (Bari, 1961), prima magistrato poi senatore infine esclusivo scrittore e divulgatore, da ormai venti anni è forse divenuto l’autore italiano più seguito e apprezzato (romanzi, racconti e saggi di vari generi). Qui fa tesoro di tutte le proprie autorevoli esperienze d’uso delle parole per insegnarci molto, con semplicità e acume, anche rispetto all’attualità. Il testo riprende un breviario pubblicato dieci anni fa: alcuni capitoli sono rimasti molto simili, altri sono stati riformulati in gran parte, altri ancora sono del tutto nuovi. I capitoli sono diventati tredici (erano undici); le parti sono rimaste due, ma la prima s’intitola adesso “politica e verità”; inizia ancora col potere delle metafore (il contemporaneo discorso politico “ricco di immagini e piuttosto povero di idee”) ma le esemplificazioni sono soprattutto riferite a dirigenti di governo e di partito degli ultimi anni, italiani e internazionali. Gli interi capitoli terzo e quarto sono dedicati agli “stati alterati di democrazia” e alla necessità di “smontare trappole”, ovvero a come valutare il presidente statunitense in carica. L’unico vero antidoto alla semplificazione violenta dei populismi è la complessità accessibile e strategica. La vera sfida è non imitare la comunicazione manipolatoria, non accettare i suoi ritmi e le sue movenze, non inseguire. Cambiare gioco. L’autore offre alcune regole teoriche e proprio diffusi consigli pratici, deliberatamente non sistematici: per un ascoltatore e un lettore, o comunque per un interlocutore consapevole, capire è un diritto e come tale va rivendicato. Lo verifichiamo esaminando testi, citazioni specifiche, esempi concreti e suggerimenti sapienti (una frase significativa in esergo a ogni capitolo), in modo di riuscire più spesso a dirci e a “dire la verità”, lasciando ovviamente all’epilogo gli spunti su cosa sia la verità, per concludere con aggiornate note e selettivi approfondimenti bibliografici (nel testo 2025 non vi è più l’indice dei nomi, presente nel 2015). L’obiettivo è diventare un buon comunicatore, non un’efficace manipolatore. L’interessantissimo testo si collega così ai precedenti recenti due volumi sulla gentilezza e il coraggio e sulla manomissione delle parole, come terzo momento di una riflessione dedicata alla politica e (più in generale) ai doveri civili intesi come metodo critico, come esercizio di rigore e immaginazione, come pratica. In copertina, una bella illustrazione di Francesco Carofiglio.

:: L’Africa che dicono misteriosa di Georges Simenon (Adelphi Milano, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

6 novembre 2025

Africa coloniale francese, quasi un secolo fa. Il grandissimo Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) era di origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione; ebbe varie mogli, quattro figli, diecimila donne (secondo i propri stessi vaghi ricordi), duecento pipe. Dopo aver scritto senza spostarsi un romanzo “artificiale” sulla regione delle Cateratte (Ottentotti e Pigmei, fiori e animali compresi), decide di andare laggiù davvero, 29enne. Compra un casco e s’imbarca con la moglie Tigy a Marsiglia, sbarca a Il Cairo, raggiunge Assuan e prosegue verso sud e poi verso ovest con aerei malandati. Dopo molti giorni riparte col piroscafo da Matadi (Congo) e fa ancora qualche scalo sul continente “nero”, talora divertito o disgustato. Vi scrive sopra gli immancabili interessanti pezzi solo una volta rientrato. Ecco qui appunto raccolti i relativi articoli: “L’Africa che dicono misteriosa”: raccoglie tre articoli usciti nel 1932 e nel 1933 su “Police et Reportage” e su “Voilà”.

:: Le vie delle guerre di Andrea Santangelo (Il Mulino Bologna, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

30 ottobre 2025

Europa. Dal principio e ancora in corso. L’Europa ha una storia piena di guerre e conflitti che ne hanno plasmato non solo le vicende istituzionali e sociali, ma anche i rapporti con il mondo; non solo la politica e l’economia, ma anche l’arte, la letteratura, la filosofia, l’urbanistica. Molte nazioni europee hanno, inoltre, un passato coloniale e imperiale che le ha viste esportare armi e violenza in ogni angolo del pianeta. La guerra è stata “fedele compagna” degli europei per millenni. Dalla nascita delle fonti scritte, cioè più o meno da 5.500 (cinquemilacinquecento anni), si calcolano circa 14.700 guerre. E tutti gli abitanti del Vecchio Continente, nelle varie epoche, l’hanno vissuta sulla propria pelle, sin dalla più tenera età. Non esiste frazione, villaggio, vico o borgo europeo che nella sua storia non conti almeno un fatto d’armi e martiri da piangere. Non c’è città o centro urbano, insediamento produttivo, convento o luogo di culto che per cause belliche non sia stato distrutto o danneggiato, poi ricostruito, almeno una volta. Gli scontri sul suolo europeo tra eserciti contrapposti (talvolta con la presenza di, o contro, individui e fazioni di civili armati) tendono a ripetersi con una sconcertante regolarità in ecosistemi strategicamente importanti, che spesso sono conosciuti anche come posti ospitali e paesaggisticamente molto belli, devastati da innumerevoli invasori aggressivi o da forze militari, certo da quando abbiamo memorie scritte e, ancor prima, da quanto attestano le fonti archeologiche: la Francia del Nord (comprensiva dell’attuale Belgio), la valle del Po in Italia, le pianure della Germania centro-meridionale … pure gli agglomerati urbani come per esempio Catania, Lubiana, Famagosta, Helsinki … quasi ovunque esistono molteplici tracce stratificate (non in pace) di popoli e civiltà successive (stili architettonici, toponomastica, odonomastica) ed esistono, dunque, tantissime vie delle guerre nella nostra Europa (da cui il titolo).

L’archeologo e storico militare Andrea Santangelo (Torino, 1970) è stato a lungo docente universitario di letteratura angloamericana e da decenni è un grande storico della letteratura di viaggio. Questo colto documentato testo fa parte di una bella fortunata collana editoriale (Ritrovare l’Europa), che esamina alcune vie europee indispensabili a conoscerci meglio, dalle monete alle capitali gotiche, dalle città romane ora alle guerre: strade e ponti, mura e fortificazioni, castelli e valli. Dopo l’introduzione sull’identità e sulla preistoria del Vecchio Continente, l’autore ci guida attraverso sette itinerari (capitoli, ciascuno di decine di pagine) in un percorso storico e cronologico: Dalla Scozia al Mar Nero, sulle tracce del limes romano (spesso montano); Da al Andalus a Balarmuth, le vie delle guerre arabe (pure in Spagna e Sicilia); Con la “fortificazione alla moderna” l’Italia conquista l’Europa (armi da fuoco a Sassocorvaro, Anversa, Ancona, Villefranche-sur-Meuse, Acaya, Terra del Sole, Palmanova, Pavia, Malta e via sparando); Nord sud ovest est, le vie delle guerre europee del XVIII secolo (fra l’altro Narva, Bonn, Guastalla); Da Valmy a Waterloo, le vie delle guerre di Napoleone (e della sua Grande Armata); Da Ypres all’Isonzo, le vie della Prima guerra mondiale; Urbicidi premeditati, le vie della Seconda guerra mondiale (fra l’altro Varsavia, Belgrado, Londra, Coventry, Lubecca, Amburgo, Dresda, Rimini). Nessuno, una decina di anni fa, avrebbe scommesso un centesimo sul ritorno al combattimento nelle trincee come invece sta accadendo sul fronte russo-ucraino. La brace (militare) sta aspettando il suo momento per ardere ancora. Purtroppo. Tutte queste “vie” hanno allora forse un futuro e sono in parte, ormai e comunque, anche attrazioni turistiche. In fondo troviamo una pertinente breve nota bibliografica, ma non un indice di nomi e luoghi.

:: In memoriam: Il mostro del Casoretto. Sei storie della casa di ringhiera di Francesco Recami (Sellerio 2025) a cura di Valerio Calzolaio

10 ottobre 2025

Milano. Una casa di ringhiera in zona via Porpora, Casoretto-Re Raul (non lontano da Lambrate). Questi edifici sono tipiche case popolari diffuse nei distretti operai del Nord, qualcuna ce n’è a Roma, nessuna a Firenze. A pianta rettangolare, ormai non hanno più spazi comuni, pur mantenendo gli ingressi sui ballatoi (visibili a tutti) e dunque facilitando scene di teatro di condominio. Francesco Recami (Firenze, 1956) ha scritto una decina di deliziosi romanzi (2011-2024) di una serie ambientata in quel contesto di misfatti, personificazione della cattiva coscienza collettiva di chi vi vive. Come già per altri autori della casa editrice, Sellerio raccoglie ora in “Il mostro del Casoretto” sei racconti dell’autore, pubblicati fra il 2014 e il 2017 nelle periodiche raccolte tematiche (giallo, crisi, turisti, calcio, viaggiare, l’ottobre di un anno), con tutti i ben noti personaggi dei vari appartamenti di quel microcosmo a più piani e relazioni, in un brodo di pregiudizi ed equivoci.

:: Delitto di benvenuto. Un’indagine di Scipione Macchiavelli di Cristina Cassar Scalia (Einaudi 2025) a cura di Valerio Calzolaio

25 Maggio 2025

Noto, 21 dicembre 1964. Sta arrivando al commissariato di Pubblica sicurezza di Noto, in treno da Roma, un nuovo commissario trentenne, Scipione Macchiavelli, elegante simpatico avvenente, trasferito in fretta e furia da Via Veneto per una storia delicata nella quale si era coinvolto, dopo quattro anni di sonnacchiosa direzione romana. Mentre il 28enne maresciallo vicedirigente Calogero Catalano, di statura media e smilzo, biondo di capelli e baffetti, è in procinto d’andare a prenderlo alla stazione di Siracusa, già stanco perché dorme poco con i due figli neonati che ancora scambiano la notte col giorno, improvvisamente si presenta la bellissima signora Maria Laura Vizzini, bruna dagli occhi verdi, accompagnata dalla zia Filomena. Il marito 42enne Gerardo Brancaforte, direttore alla potente locale Banca Trinacria, è scomparso, da due notti non è rincasato; la moglie scoppia a piangere, deve pensare a cinque picciriddi. Catalano le chiede di raccontare bene tutti i particolari all’alto brigadiere Mantuso e si avvia con l’auto di servizio, una Millecento. C’è folla all’arrivo dei treni, si tratta del periodo di ferie per le feste; si presenta al binario anche il giudice Giuseppe Santamaria, alto piacente elegante allegro, siciliano nell’animo con ascendenti romani da parte materna, trasferito a Siracusa da pochi mesi, carissimo amico di Macchiavelli; lo accolgono con calore, nonostante il freddo esterno. Il nuovo commissario deve presentarsi dal questore e sistemarsi fra i netini, intanto gli hanno preso una stanza in una casa a pensione, gestita da una coppia, i Verrazzo, Corrado e Corradina. Così capisce pure chi è il patrono della cittadina, una meraviglia di salite e chiese, palazzi nobili e sedi ufficiali (dal vescovado alla pretura e alle carceri). La nostalgia scompare presto, si butta nell’indagine; il giorno di Natale vien fuori il cadavere dell’uomo, maschio arrogante e furbo strozzino; cominciano presto a emergere indizi e possibili colpevoli, districarsi però non è facile.

La brava medica oftalmologa Cristina Cassar Scalia (Noto, 1977) continua a scrivere bei gialli, la notevole serie della vicequestora Vanina Guarrasi sta andando a gonfie vele, finora nove romanzi ambientati a Catania fra il 2015 e il 2017 (pubblicati fra il 2018 e il 2024). Avvia ora una nuova serie nella città natia, con un protagonista romano curioso ma inesperto di Sicilia e di delitti. Ottimo inizio, scrittura acuta matura raffinata. La narrazione come di consueto è in terza al passato, fissa (quasi) su Scipione, immediatamente alle prese con un inconsueto benvenuto (da cui il titolo). Pare che la provincia di Siracusa venga chiamata “babba”, ingenua, priva di malizia e forse di organizzazioni mafiose. Tramite il libro contabile di Brancaforte possono risalire a tanti insospettabili, malandrini e poveri cristi, indotti a indebitarsi anche per piccole necessità finanziarie. L’attenzione nazionale è rivolta alle elezioni presidenziali (Saragat viene eletto in corso d’opera, il 28 dicembre al ventunesimo scrutinio), quella locale inevitabilmente si concentra sull’omicidio. Macchiavelli fu impenitente (e penitente) donnaiolo nella capitale, madre fratelli sorelle lo chiamano spesso, l’amico avvocato Primo Valentini si offre di portargli l’auto, lui molto viene attratto dalla locale farmacista: Giulia Marineo, alta e castana, occhi chiari e allegri, cordiale sorriso misurato, risulta un capolavoro di donna nemmeno trentenne. Cominciano a darsi pure del tu, ma l’amico Beppe lo avvisa della fama di lei, “inconquistabile”. Cominciamo così ad affezionarci un po’ a tutti i personaggi, torneranno. Varie gazzose spesso di fianco agli alcolici, vino o vermouth, marsala o Punt e Mes. Fumando insieme e ascoltando Roberta, Scipione segnala a Giulia che ricorda benissimo quando Peppino di Capri e i suoi Rockers iniziarono la loro carriera nei night di via Veneto, non è certo ci faccia bella figura.

:: Tiro di sponda di Donald E. Westlake (Fanucci, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

28 febbraio 2025

IMPEDIBILE. New York. Inizio anni Settanta. Dopo una ventina di premiati romanzi hard-boiled noir con vari pseudonimi o con il proprio nome, l’immenso Donald Edwin Edmund Westlake (1933 – 2008) firma “Tiro di sponda”, secondo della serie degli “ineffabili cinque”, principale protagonista il mesto geniale pessimista ladro John Archibald Dortmunder, alto, spalle curve, capelli diradati e senza vita, volto da cane bastonato; poco fortunato e capace raramente di sorridere, anche con la solerte fidanzata May. Lo troveremo complessivamente in 14 romanzi e 11 racconti pubblicati fino al 2009, qui ancora insieme ai competenti pressapochisti amici e colleghi Kelp (furti d’auto) e Murch (madre tassista, indispensabile se si vuole fuggire nella Mela), che tornano, Victor ed Herman X, che s’aggiungono. Il titolo fa riferimento a quella preziosa vecchia banca trasferitasi temporaneamente su una casa mobile, potremmo provare a portarcela via tutt’intera, chissà, il piano è perfetto, come al solito.