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:: Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi (Delos Digital, collana Atlante del Giallo) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2026

Dall’altra parte, Chandler ebbe modo di dare libero sfogo alla propria prosa in maniera più libera rispetto a quanto potesse fare sui pulp magazines, sviluppando il proprio stile personale al di sopra dell’essenzialità della trama richiesta da quel tipo di pubblicazioni. Il suo linguaggio si differenziò sempre di più da quello di Dashiell Hammett: se questi veniva paragonato a Hemingway, Chandler sarebbe stato visto come il Fitzgerald del giallo.

Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi, edito da Delos Digital nella collana Atlante del Giallo, curata da Luigi Pachì, è un breve saggio alquanto interessante su uno dei più importanti e popolari autori hard-boiled statunitensi del secolo scorso: Raymond Chandler, meglio conosciuto come il padre di Philip Marlowe, iconico investigatore privato portato sullo schermo, tra gli altri, da un carismatico Humphrey Bogart che se vogliamo ha segnato l’immaginario noir in modo indelebile.

Ma come era la vecchia Hollywood, come era lavorare per Studios, registi stizzosi, case di produzione varie, come scrittori o sceneggiatori, se vogliamo l’ultimo ingranaggio tra libro o sceneggiatura e prodotto cinematografico finito da mandare in sala? Questo indaga Cappi, tra divagazioni e dotte citazioni da lettere, saggi, e testi vari consultati e messi in relazione tra loro con dovizia di aneddoti, anche tristi, leggende, e analisi puntuali e approfondite.

Riuscì Chandler a preservare la sua arte in quel mondo, per certi versi oscuro e corrotto, anche se all’apparenza scintillante e dorato? Bella domanda. Certo Chandler, pur con il suo immenso talento letterario, non era una persona facile: sicuramente alcolizzato, come suo padre che sicuramente gli creo, con la sua assenza e il suo disinteresse, molte fragilità e vuoti affettivi, scontroso, poco malleabile, si offendeva facilmente, serissimo nella sua professione di scrittore quanto inaffidabile nella vita privata.

Chandler, tuttavia, resta uno degli scrittori più significativi di un’epoca d’oro della letteratura in cui anche un autodidatta come lui, (arrivò alla scrittura tardi, dopo un licenziamento, per raggranellare due soldi, vendendo racconti per Black Mask, negli anni della Grande Depressione), poteva emergere e affermarsi, trasformando e rivoluzionando un genere popolare, e quasi denigrato dagli intellettuali dell’epoca, in un genere elevato a dignità letteraria.

È raro che chi ha scritto un libro abbia voce in capitolo sull’eventuale versione cinematografica. Vendere i diritti non comporta automaticamente che venga realizzato un film, tantomeno, se ciò avviene, che l’adattamento sia fedele alla storia su cui è basato o che abbia un destino felice.

Naturalmente non si parla solo di Chandler, Cappi fa una panoramica argomentata che parte dalla vecchia Hollywood e giunge a tempi più recenti, citando film, sceneggiati, rubriche radiofoniche, anni di produzione, attori più o meno noti, rendendo la lettura un pozzo di informazioni per gli appassionati sia della letteratura che del genere noir. Alcune cose sono trattate più superficialmente, altre più approfonditamente, ma la lettura è godibile, e molte cose non le sapevo, e mi reputo una estimatrice del noir, per cui l’autore ha condotto davvero un gran lavoro di scavo che l’ha portato a dare luce a fatti anche meno noti.

Tornando a Chandler nel 1942 fece il suo primo incontro con Hollywood ricavando qualche migliaio di dollari dalla vendita dei diritti di alcune opere, ma l’assenza di Marlowe dalle rappresentazioni filmiche non faceva certo pubblicità né ai libri originali né al suo personaggio e questo sicuramente ha segnato un certo scontento che comunque non l’ha fermato dal lavorare per Hollywood arrivando a essere lui ad adattare per il cinema romanzi altrui.

Il mondo del cinema fu per Chandler una doccia fredda, soprattutto non sopportava che gente che non sapesse scrivere avesse l’ultima parola negli script, e questo è solo un esempio delle mille incomprensioni che si verificarono, che tra antipatie personali (detestava vivamente James M. Cain, tra gli altri) e sue personali improvvisazioni, dovette affrontare.

Ma poi Philp Marlowe sbarcò a Hollywood e si può dire tutto cambio, in meglio, anche perché ormai Chandler aveva acquistato una certa esperienza, sia nel lavoro di sceneggiatore, sia sulle usanze di quel mondo. Con gli anni, sebbene fosse di norma scontento di Hollywood, iniziarono a offrirgli cifre da capogiro e percentuali sugli utili. E questo naturalmente gli fece tollerare molti retroscena che con la sua penna al curaro non si tratteneva dallo stigmatizzare.

Nonostante il suo livore per Hollywood non si tirò indietro quando per esempio si trovò a lavorare niente meno che con il mago del brivido: Alfred Hitchcock. Ma vi ho davvero già detto troppo.

Insomma, il saggio di Cappi oltre ad essere approfondito e ben scritto, è anche divertente e per certi versi istruttivo, e offre al lettore, anche quello più specializzato, spunti di sicuro interesse.

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di un’ottantina di titoli tra narrativa e saggistica, scrive serie noir e spionistiche, tra cui Agente Nightshade per Segretissimo Mondadori, ma lavora anche su fantastico e horror. Autore di romanzi con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cura le collane M-Rivista del Mistero presenta e, per Delos Digital, Spy Game – Storie della Guerra Fredda.

:: Monogamia. Storia di un’eccezione di Marzio Barbagli (Il Mulino 2026) a cura di Valerio Calzolaio

9 febbraio 2026

Mondo umano. Società preindustriali e società contemporanee. Fin dalla prima metà del Novecento studi storico-sociologici comparativi hanno iniziato ad analizzare le norme collettive che prescrivono con quanti individui gli esseri umani possano sposarsi, o convivere more uxorio per un certo periodo di tempo, simultaneamente o in sequenza, durante la loro vita. Tali norme ovunque influiscono profondamente sul come le famiglie si formano, si trasformano, si dissolvono; sulle relazioni interne fra coloro che ne fanno parte; sui rapporti di parentela o sulle dinamiche sessuali; e sono un cardine dell’organizzazione del potere, rendendo legittimi determinati legami e definendo chi ha accesso alla successione ereditaria e alla distribuzione delle proprietà, particolarmente importanti per principi, imperatori, re. Praticamente tutte le società analizzate (diverse per caccia-raccolta o allevamento-agricoltura e per sistemi economici) definivano il matrimonio come l’unione economica e sessuale tra un uomo e una donna, sanzionata socialmente e tale che i figli della donna fossero riconosciuti legittimi da entrambi i genitori, e contrapponevano la monogamia, che permette di sposare solo una persona, più rara, alla poligamia, che consente a un individuo di avere più di un coniuge (a causa spesso di squilibri nella composizione della popolazione o di diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza, del potere, fra i generi). Distinguevano inoltre due tipi di poligamia, la poliginia, frequentissima, l’uomo ad avere più mogli, e la poliandria, rarissima, la donna più mariti. Molti antropologi concordano nel considerare che forse le famiglie poligamiche risultano meno coese delle monogamiche, soprattutto per i conflitti sessuali ed emotivi tra le mogli, in particolare fra prima (temporalmente) e altre; sottolineano comunque convenienze e varianti, strategie e tattiche coniugali o collettive, vantaggi e svantaggi storicamente e culturalmente determinati; si concentrano su ragioni e percorsi del passaggio dall’una all’altra scelta, nei millenni prevalentemente da poligamia a monogamia. Gran bella questione!

Il grandissimo sociologo e storico della famiglia Marzio Barbagli (Montevarchi, Arezzo, 1938), professore emerito dell’Università di Bologna, sintetizza nel titolo il risultato di un’ampia stimolante ricerca su una realtà spesso ignorata: la monogamia è stata per millenni e per secoli più un’eccezione che una regola delle comunità territoriali. L’apparizione sociale della monogamia risale molto indietro nel tempo, certo, dovrebbe essere un’opzione maturata abbastanza bruscamente nelle antiche Grecia e Roma (secoli avanti Cristo), è avvenuta comunque molto prima sia dell’ascesa dei grandi stati nazionali che della rivoluzione industriale e urbana. Pur tuttavia ha assunto ben presto forme molto differenti, almeno tre: indissolubile, di origine cattolica; seriale o in sequenza, che prevede che ci si possa sposare con più persone nel corso della vita dopo il divorzio o la morte del coniuge, la variante assolutamente più diffusa; senza matrimonio, di chi passa da una convivenza more uxorio a una successiva (in molti stati ormai ci si sposa sempre meno). Una pluralità di “alternative” che riguarda ovviamente anche la poligamia (le norme riguardanti il numero di partner consentiti fanno parte e derivano da religioni, concezioni del mondo e filosofie morali che hanno dato origine e leggi e a sanzioni contro gli inadempienti), fino pure al fenomeno di quella relazione sessuale consensuale definita “poliamore” (spesso incontrata o letta), in cui le persone coinvolte possono amare e avere relazioni intime con più partner contemporaneamente, volendo dello stesso sesso o no. La questione decisiva è la relazione fra i sistemi di formazione della “famiglia” (spesso le alleanze contano più degli affetti) e le diseguaglianze (in particolare, di potere) fra i partner. Non esiste una famiglia “naturale”. Il passaggio dalla poligamia alle due principali forme di monogamia (tendenzialmente sempre più seriale) è avvenuto in un lunghissimo periodo di tempo e non sembra ancora terminato; in Giappone, India e Cina (molto citato qui Padre Matteo Ricci) favorito dall’apertura all’Occidente e dalla loro modernizzazione, spesso forzate (non dai missionari), e dal cambiamento dell’atteggiamento della popolazione femminile. I grandi mutamenti di formazione della famiglia sono avvenuti con la diminuzione di alcune diseguaglianze sociali (fra etero e omo o fra mariti e mogli e nei tassi di fecondità sia di donne che di uomini) e con la variazione di libertà e indipendenza individuali o reciproche. La narrazione si sviluppa attraverso sedici capitoli che mescolano sapientemente storia, geografia e questioni tematiche; ciascuno con tanti paragrafi anche brevi (mai riassuntivi, dopo una premessa di impostazione specifica); al centro un interessante inserto di quaranta figure; centotrenta pagine finali di note, riferimenti bibliografici, indice analitico (il termine “sesso” non c’è da solo).

Marzio Barbagli è professore emerito dell’Università di Bologna, accademico dei Lincei, membro della European Academy of Sociology. Fra i suoi numerosi libri, tutti pubblicati dal Mulino, ricordiamo: «Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo» (1984), «Congedarsi dal mondo. Il suicidio in Occidente e in Oriente» (2009), «Alla fine della vita. Morire in Italia e in altri paesi occidentali» (2018), «Comprare piacere. Sessualità e amore venale dal Medioevo a oggi» (2020) e «Uomini senza. Storia degli eunuchi e del declino della violenza» (2023).

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:: Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg di Paolo Lago e Gioacchino Toni (Rogas Edizioni 2025)

8 febbraio 2026

Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, di Paolo Lago e Gioacchino Toni, prefazione di Pietro Ammaturo, è un saggio scientifico (i testi scientifici sono sottoposti a double blind peer review) che accompagna, anzi immerge il lettore dentro uno degli universi cinematografici più profondi e disturbanti del cinema contemporaneo: quello di David Cronenberg di cui abbiamo analizzato nei mesi scorsi, abbastanza approfonditamente, il film M. Butterfly. Il libro non si limita a commentare analiticamente i film del regista canadese, ma cerca di capire in modo sistematico che cosa essi ci dicono sul rapporto tra esseri umani, corpo e tecnologia. Tema affascinante e complesso che sta alla base di tutta la cinematografia di Cronenberg.

Il concetto chiave attorno a cui ruota l’intero volume è quello di ibridazione. Per Cronenberg, spiegano gli autori, non senza un utilizzo generalizzato di termini tecnici, la tecnologia non è mai qualcosa di esterno all’uomo: entra nel corpo, lo modifica, lo contamina, fino a renderlo quasi irriconoscibile. Nei suoi film non esiste una separazione netta tra naturale e artificiale, tra organismo e macchina. È proprio in questa zona di confine — instabile e inquietante, nel senso che genera inquietudine — che nasce il suo immaginario.

Lago e Toni guidano il lettore attraverso le diverse fasi della filmografia cronenberghiana, mostrando come le trasformazioni del corpo siano spesso il risultato di esperimenti scientifici, dispositivi tecnologici o media elettronici. In film come La mosca o Rabid, la scienza produce mutazioni fisiche che mettono in crisi l’identità dei personaggi; in altri, come Crash o eXistenZ, la tecnologia diventa oggetto di desiderio, fonte di piacere e dipendenza; in opere come Videodrome, infine, i media penetrano direttamente nella carne e nella mente dei personaggi, fino ad alterare la percezione della realtà.

Uno degli aspetti più interessanti del saggio è che queste trasformazioni non vengono lette come semplici elementi horror o provocatori. Al contrario, gli autori mostrano come Cronenberg utilizzi il corpo mutante per riflettere su questioni molto più profonde e attuali: la fragilità dell’identità, il rapporto con la sessualità, il controllo esercitato dalla tecnologia, la difficoltà di distinguere ciò che è reale da ciò che è mediatico. Le deformazioni e le fusioni uomo-macchina diventano così metafore oniriche delle paure ancestrali e delle contraddizioni della modernità.

Pur facendo riferimento a concetti teorici e filosofici, il saggio mantiene un tono abbastanza accessibile. La scrittura è fluida e accompagna il lettore passo dopo passo, alternando analisi dei film e riflessioni più ampie sulla cultura contemporanea, e questo è di estremo interesse. Non è necessario essere esperti di Cronenberg, o di teoria del cinema, per seguire il discorso: il libro si rivolge anche a chi desidera semplicemente comprendere meglio perché questi film continuino a risultare così perturbanti, quasi scioccanti, e nello stesso tempo così attuali e visionari.

In conclusione, Ibridazioni è un testo che invita a guardare il cinema di Cronenberg non solo come un insieme di storie estreme, ma come un laboratorio di idee sul futuro dell’essere umano, futuro piuttosto a rischio per diversi motivi. Un saggio infine che stimola la riflessione e che mostra come il cinema possa essere uno strumento veramente potente per interrogare il nostro rapporto, sempre più ambiguo, con la tecnologia e con il nostro stesso corpo.

Paolo Lago e Gioacchino Toni vantano numerose pubblicazioni di teoria e di critica della letteratura e dell’universo audiovisivo. Insieme hanno realizzato i volumi Alle radici di un nuovo immaginario. Alien, Blade Runner, La Cosa, Videodrome (Rogas 2023) e Spazi contesi. Cinema e banlieue. L’Odio, I Miserabili, Athena (Milieu 2024). Entrambi sono redattori della rivista «Carmilla online» e collaboratori di altre testate.

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:: Le vie delle guerre di Andrea Santangelo (Il Mulino Bologna, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

30 ottobre 2025

Europa. Dal principio e ancora in corso. L’Europa ha una storia piena di guerre e conflitti che ne hanno plasmato non solo le vicende istituzionali e sociali, ma anche i rapporti con il mondo; non solo la politica e l’economia, ma anche l’arte, la letteratura, la filosofia, l’urbanistica. Molte nazioni europee hanno, inoltre, un passato coloniale e imperiale che le ha viste esportare armi e violenza in ogni angolo del pianeta. La guerra è stata “fedele compagna” degli europei per millenni. Dalla nascita delle fonti scritte, cioè più o meno da 5.500 (cinquemilacinquecento anni), si calcolano circa 14.700 guerre. E tutti gli abitanti del Vecchio Continente, nelle varie epoche, l’hanno vissuta sulla propria pelle, sin dalla più tenera età. Non esiste frazione, villaggio, vico o borgo europeo che nella sua storia non conti almeno un fatto d’armi e martiri da piangere. Non c’è città o centro urbano, insediamento produttivo, convento o luogo di culto che per cause belliche non sia stato distrutto o danneggiato, poi ricostruito, almeno una volta. Gli scontri sul suolo europeo tra eserciti contrapposti (talvolta con la presenza di, o contro, individui e fazioni di civili armati) tendono a ripetersi con una sconcertante regolarità in ecosistemi strategicamente importanti, che spesso sono conosciuti anche come posti ospitali e paesaggisticamente molto belli, devastati da innumerevoli invasori aggressivi o da forze militari, certo da quando abbiamo memorie scritte e, ancor prima, da quanto attestano le fonti archeologiche: la Francia del Nord (comprensiva dell’attuale Belgio), la valle del Po in Italia, le pianure della Germania centro-meridionale … pure gli agglomerati urbani come per esempio Catania, Lubiana, Famagosta, Helsinki … quasi ovunque esistono molteplici tracce stratificate (non in pace) di popoli e civiltà successive (stili architettonici, toponomastica, odonomastica) ed esistono, dunque, tantissime vie delle guerre nella nostra Europa (da cui il titolo).

L’archeologo e storico militare Andrea Santangelo (Torino, 1970) è stato a lungo docente universitario di letteratura angloamericana e da decenni è un grande storico della letteratura di viaggio. Questo colto documentato testo fa parte di una bella fortunata collana editoriale (Ritrovare l’Europa), che esamina alcune vie europee indispensabili a conoscerci meglio, dalle monete alle capitali gotiche, dalle città romane ora alle guerre: strade e ponti, mura e fortificazioni, castelli e valli. Dopo l’introduzione sull’identità e sulla preistoria del Vecchio Continente, l’autore ci guida attraverso sette itinerari (capitoli, ciascuno di decine di pagine) in un percorso storico e cronologico: Dalla Scozia al Mar Nero, sulle tracce del limes romano (spesso montano); Da al Andalus a Balarmuth, le vie delle guerre arabe (pure in Spagna e Sicilia); Con la “fortificazione alla moderna” l’Italia conquista l’Europa (armi da fuoco a Sassocorvaro, Anversa, Ancona, Villefranche-sur-Meuse, Acaya, Terra del Sole, Palmanova, Pavia, Malta e via sparando); Nord sud ovest est, le vie delle guerre europee del XVIII secolo (fra l’altro Narva, Bonn, Guastalla); Da Valmy a Waterloo, le vie delle guerre di Napoleone (e della sua Grande Armata); Da Ypres all’Isonzo, le vie della Prima guerra mondiale; Urbicidi premeditati, le vie della Seconda guerra mondiale (fra l’altro Varsavia, Belgrado, Londra, Coventry, Lubecca, Amburgo, Dresda, Rimini). Nessuno, una decina di anni fa, avrebbe scommesso un centesimo sul ritorno al combattimento nelle trincee come invece sta accadendo sul fronte russo-ucraino. La brace (militare) sta aspettando il suo momento per ardere ancora. Purtroppo. Tutte queste “vie” hanno allora forse un futuro e sono in parte, ormai e comunque, anche attrazioni turistiche. In fondo troviamo una pertinente breve nota bibliografica, ma non un indice di nomi e luoghi.

:: L’uomo perplesso: Viaggio negli abissi di Emil Cioran di Nicola Vacca (Edizioni Qed, 2025) a cura di Giulietta Iannone

10 ottobre 2025

Tornare a Cioran per Nicola Vacca, critico e poeta sensibile e di notevole caratura etica e morale, dopo Lettere a Cioran del 2017 edito da Galaad Edizioni, è un impegno concreto alla ricerca di una nuova chiave interpretativa che aggiunga nuove prospettive, e criteri di analisi, su un filosofo e scrittore criptico come Emil Cioran, oggi quasi ormai se non proprio dimenticato, sicuramente colpevolmente trascurato dalla critica filosofica più paludata.

Cioran dobbiamo ammetterlo e un intellettuale scomodo, di difficile comprensione e collocazione, non solo per gli studiosi accademici più ferrati, e dotati di strumenti scientifici di indagine e di conoscenza diretta dei suoi testi, ma anche soprattutto per i lettori curiosi che forse si avvicinano a Cioran per la prima volta, spaventati forse anche dall’aura nichilista che lo circonda.

Vacca in L’uomo perplesso: Viaggio negli abissi di Emil Cioran, pubblicato da Edizioni Qed, (Collana Hyle), un testo originale filosofico e nello stesso tempo letterario, torna con un secondo libro su di lui, dopo otto anni, con spirito battagliero e alla ricerca di nuove strade interpretative, come dicevo all’inizio, per proseguire un discorso iniziato con il precedente libro, già notevole e compiuto. Vacca ne sente l’urgenza, e la necessità, ci sarà riuscito? Lo scopriremo nella lettura del testo.  

Cioran è l’uomo perplesso del titolo che con le sue intuizioni ha fatto saltare il banco con una scorrettezza del pensiero che non ha eguali nella storia della letteratura. Parole definitive, deflagranti, che non ammettono compromessi, che Vacca utilizza per accompagnarci, novello Virgilio laico, alla scoperta di questo autore romeno ancora così necessario in un mondo contemporaneo che si nutre di false certezze e rassicuranti autoinganni.

Un altro tema toccato da Vacca, fin dall’inizio, è la libertà, per affrontare Cioran bisogna essere uomini liberi e non avere paura del proprio pensiero.

Libertà e verità si intrecciano contrapposte alla paura che limita il pensiero e l’azione degli uomini e li tiene in ostaggio, depotenziando tutto quello che di positivo ancora esiste e per cui vale la pena lottare anche a rischio di perdite personali. Questo ci insegna Cioran e questa lezione è chiara per Vacca che ce la consegna come un tesoro prezioso da difendere e custodire.

Da quarant’anni Vacca si confronta con Cioran, da quarant’anni ne studia il pensiero tramite la lettura dei suoi testi, delle sue lettere, dei suoi appunti sparsi, delle sue interviste, con l’obbiettivo di imparare, di crescere di affermarsi come essere umano consapevole e avveduto.

E lo studio dei suoi testi è centrale nella sua analisi, cerca le fonti dirette, si abbevera del testo originario scevro da filtri interpretativi esterni, a volte distorti. E questa caratteristica certo lo distingue.

È una lettura sofferta, si parla di sangue, di insonnia dello spirito e della carne, di abissi da colmare e padroneggiare con gli strumenti limitati dell’umano, ma consapevoli, e a prezzo del proprio tormento.

Come in un colloquio diretto, (almeno nella prima parte in cui si rivolge a un caro Emil) epistolare e intimo, Vacca si rivolge confidenzialmente a Cioran lamentando quanto sia assente il pensiero critico nelle devastanti barbarie del pensiero unico, o dando ragione a Citati quando scrive che i suoi pensieri sdegnano di essere pensieri, sono frammenti, schegge, una musica dello spirito.

Più che una frattura, un cambio di passo da Lettere a Cioran, è una continuazione, una prosecuzione con altri strumenti e una maggiore confidenzialità di chi ha fatto propri e introiettato il pensiero quasi in una dimensione amicale, se non fraterna. Poi riprende una parte più analitica abbandonando il tu, per una analisi più oggettiva, anche se sempre partecipata, e calda.

L’ammirazione è evidente, senza cadere nella palude retorica dell’agiografia, ma più che altro come una comunione di spiriti affini, un delirio di naufraghi nemici di ogni ortodossia.

Oltre a questo, si percepisce un’estraneità con il mondo coevo a Cioran, da cui trasuda tutta l’incomprensione con cui è stato sempre, e continua ad essere, accolto. Vacca la percepisce e ci soffre come si soffre per un amico il cui dolore è il proprio. Non che Vacca non citi e non conosca tutta la letteratura derivativa su Cioran, come il bel saggio di Seravalle Cioran verso la parola inzuppata di verità, ma ne inframezza le citazioni con pudore e consequenzialità, senza eccedere.

Resta perciò un’opera originale e necessaria, piuttosto inconsueta nel panorama letterario filosofico italiano, un testo breve, solo un’ottantina di pagine, come appendice di Lettere a Cioran, o meglio proseguimento di un discorso iniziato con il precedente libro che qui trova completezza.  

Abbondante ed esaustiva la bibliografia finale, anche per uno studio comparato a livello accademico, o di semplice approfondimento. Prefazione di Vincenzo Fiore, postafazione di Alessandro Seravalle. Da segnalare il ritratto di Emil Cioran di Alfredo Vacca, come contributo iconografico.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la rivista blog Zona di disagio. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena, 1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020), Muse nascoste (Galaad edizioni 2021), Un caffè in due (A&B editrice 2022), Libro delle bestemmie (Marco Saya edizioni 2023), Mi manca il Novecento (Galaad edizioni 2024).

Source: libro inviato dalla casa editrice.

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:: Memoria rossa. La Cina dopo la Rivoluzione culturale di Tania Branigan (Iperborea 2025) a cura di Giulietta Iannone

18 settembre 2025

Per capire la Cina contemporanea di Xi Jinping non si può prescindere dal conoscere cosa successe in Cina dal 1966 al 1976, anno della morte di Mao Tse-tung. Un solo decennio in cui si attuò la cosidetta Rivoluzione Culturale, uno spartiacque traumatico e repentino che segnò per sempre un prima e un dopo nella tumultuosa storia cinese. La Cina sopravvisse e pose le basi dell’odierno miracolo economico che tanto impensierisce le nostre sempre più fragili democrazie occidentali da sempre tese a propugnare valori come la libertà, l’indipendenza, la giustizia, il democratico progresso condiviso. Se anche in Occidente abbiamo assistito a diverse rivoluzioni (altrettanto sanguinarie) come la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione Inglese o quella Americana, per non parlare di quella Russa se vogliamo per esteso considerare anche la Russia Occidente, la Grande Rivoluzione culturale proletaria cinese ebbe caratteristiche sue proprie che segnarono per sempre nel profondo lo spirito e l’anima cinese. Fu un movimento che spazzò via le vecchie strutture tradizionali culturali, etiche, sociali e pose le basi di una nuova Cina che non ha mai smesso di evolversi e che ora conosciamo come potenza emergente nello scacchiere internazionale e desta grandi timori e un bricciolo di curiosità e forse anche ammirazione da parte nostra. Per fare luce su questo periodo controverso, e per molti versi ancora sconosciuto, della storia cinese, è sicuramente interessante leggere Memoria rossa. La Cina dopo la Rivoluzione culturale della giornalista britannica Tania Branigan per sette anni in Cina come corrispondente di The Guardian. Edito in Italia da Iperborea e tradotto da Silvia Rota Sperti, Memoria Rossa più che un semplice saggio è un vero e proprio reportage che raccoglie le testimonianze dolorose e autentiche di chi partecipò alla Rivoluzione Culturale e ancora oggi ne conserva le cicatrici. Nessuno ne uscì innocente, vittime e carnefici si scambiarono i ruoli, in una lotta per la sopravvivenza in cui non era ben chiaro come si dovesse agire. Unico faro era il pensiero di Mao, che i giovani arruolati nel considetto grande esercito delle Guardie Rosse, seguivano con entusiasmo e autentica partecipazione. Non era facile rompere definitavemente con il passato, con la cultura tradizionale di stampo confuciano che perdurava da millenni. Fu uno spartiacque traumatico, come dicevamo prima, la delazione, la violenza, il sospetto erano diffuse, figli denunciavano i genitori, studenti uccidevano i propri professori, mogli e mariti si denunciavano a vicenda, e i campi di rieducazione erano veri e propri lager dove vigeva la tortura. I vecchi proprietari terrieri venivano assassinati passando a una collettivazione forzata delle terre che almeno nei primi tempi segno fame carestia, miseria diffuse, ma Mao ordinò di andare avanti e così i cinesi fecero verso un luminoso futuro che si intravedeva dalle ceneri e dalle rovine del passato. Si poteva cadere in disgrazia o essere riabilitati, tutto per un capriccio o una fortuita circostanza, gli eroi di ieri potevano diventare le vittime di domani, ma nonostante tutto questo la Cina conservò la sua anima. La Cina di oggi sembra destinata a fare i conti con questo ingombrante passato, sebbene il controllo sociale, oggi potenziato da tecnologia e software, sembra volerlo rimuovere. Ma la Cina di oggi è figlia della Cina di ieri, e il benessere economico ottenuto a caro prezzo da solo non basta a depurare dai fantasmi del passato e dalla necessità di conservare una coscienza, un’identità e valori condivisi in cui riconoscersi. Anche noi in Occidente abbiamo molto da imparare da queste esperienze, ora che per timore di guerre future si vuole fare abbattere il welfare per potenziare le spese belliche. Lo sgretolarsi dei capisaldi democratici è sempre più evidente ed è bene ricordare che fanno parte della nostra identità e della nostra anima, e che perdendoli, andrebbero persi per sempre.

Tania Branigan è una giornalista britannica. Tra le voci più importanti del Guardian per gli esteri, si è occupata a lungo di Cina, paese in cui ha vissuto sette anni come corrispondente. Suoi scritti sono apparsi anche sul Washington Post. Memoria rossa, finalista al Baillie Gifford Prize, è il suo primo libro.

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Leggi l’incipit

:: Scrivere di Marguerite Duras (NN editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

13 settembre 2025

Scrivere – una ragione di vita (Écrire, 1993) edito in Francia all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso da Gallimard, e ora edito in Italia da Enne Enne Editore, Milano, e tradotto da Chiara Manfrinato, che firma anche la postfazione, ovvero le Note della traduttrice, (da segnalare anche la prefazione di Gaia Manzini) è il testamento letterario, intimo, politico e morale di Marguerite Duras. 5 testi, di cui i primi due trascrizioni in forma narrativa di due interviste, in cui Marguerite Duras ci parla di scrittura, di amore, di morte, di politica militante, di arte, bellezza, guerra, solitudine e nostalgia. Dopo Écrire non scriverà, o meglio pubblicherà, più nulla, morirà tre anni dopo, nel marzo del 1996. Da non credente ci parla anche di Dio, molta della sua scrittura è attinente al sacro, a quella purezza che scaturisce dalla verità, eletta a cardine o meglio a lanterna con cui illuminare il suo amore per la vita, la scrittura, l’arte in senso lato. Nel suo rifugio di Neauphle scrive, non dorme molto, ospita gli amici, ascolta il silenzio del crepuscolo e osserva, sè stessa, il suo mondo interiore e ciò che la circonda, il suo giardino, il suo pianoforte, la morte di una mosca, simbolo di tutte le morti di cui è disseminata la sua vita, partendo da quella del fratello Paulo, che nel secondo testo La morte del giovane aviatore inglese, celebra, con il grido di disperazione, lo scandalo della morte di un ragazzo di soli vent’anni. L’inferno delle fabbriche, il sangue del proletariato, tutto sgorga nella sua scrittura militante, capace di indignarsi, commuoversi, protestare, urlare, col silenzio compresso della parola scritta. La Duras ci porta nel suo mondo, e non si capisce se scrive per se stessa o per il lettore, che un giorno leggerà queste pagine cariche di patos e sincera commozione. Nessuna volgarità, nessuna esibizione di bravura fine a se stessa, ma la sua scrittura stessa, con le sue cadenze, il suo ritmo sincopato, la sua capacità di trasmettere emozioni e forza d’animo. Un testo cardine per comprendere il mondo interiore della Duras e cosa per lei fosse la scrittura, l’importanza etica, morale politica che per lei aveva. Da leggere, rileggere e conservare.

Marguerite Duras (Saigon, 1914-Parigi, 1996) ha vissuto in Vietnam fino ai diciotto anni. Rientrata in Francia nel 1932, ha preso parte alla Resistenza e ha militato nel dopoguerra nelle file del Partito Comunista Francese, da cui è stata espulsa come dissidente nel 1950. È autrice di romanzi e sceneggiature, come quella di Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais, e ha diretto numerosi film, tra cui India Song (1974) e Les enfants (1984). Con L’amante ha vinto il Premio Goncourt nel 1984.

Source: inviato dll’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Enne Enne Editore.

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:: “Vuoto, nulla, vacuità. Il buddhismo e il pensiero moderno”, di Marcus Boon, Eric Cazdyn e Timothy Morton (Ubiliber 2024) a cura di Giulietta Iannone

30 agosto 2024

Vuoto, nulla, vacuità Il buddhismo e il pensiero moderno (Nothing. Three Inquiries in Buddhism, 2015) è un’interessante saggio composto da tre saggi di tre dei più profondi e innovativi filosofi contemporanei le cui ricerche stanno ponendo un ponte, mai così necessario come oggi, tra Occidente e Oriente. Tutti con all’attivo numerose e importanti pubblicazioni Marcus Boon, Eric Cazdyn e Timothy Morton analizzano parallelismi, similitudini e affinità tra il vuoto come categoria essenziale del buddhismo e il vuoto della teoria critica occidentale gettando le basi di un serio confronto tra le due scuole di pensiero e soprattutto analizzando il buddhismo come base fondativa per rileggere la dimensione politica dell’Occidente, cosa che non era mai ancora stata fatta e che costituisce il nucleo innovativo di questa opera decisamente originale e necessaria che va così a colmare questa grave lacuna nel dibattuto filosofico conteporaneo.

Il saggio di Marcus Boon si concentra sulla politica ed esplora la politica buddhista del periodo della Guerra fredda.

I dibattiti teorici su buddhismo e il marxismo sono oggi il prodotto di questa scissione ideologica (il cui esito non sono necessariamente due distinte ideologie, ma la scissione stessa come ideologia), in Asia forse quanto in Europa e in America. E, ancora una volta, è proprio nel divario o nella distanza tra queste due visioni apparentemente opposte che si possono inquadrare le nozioni di comunità e il problema del buddhismo politico nei termini in cui li intende Bataille.

Il saggio di Eric Cazdyn compara e compendia la categoria buddhista di “illuminazione”, quella marxista di “rivoluzione” e quella psicoanalitica di “cura” giungendo alla conclusione che hanno una funzione simile.

Il saggio di Morton infine è un’esplorazione del fenomeno che l’autore chiama buddhafobia, una “paura del buddhismo” o meglio del nulla che caratterizza una delle principali ansie generate dalla modernità.

Questo volume è anche corredato poi da un glossario introduttivo dei termini buddhisti, compilato da Claire Villareal che aiuterà chi non ha dimestichezza con questi termini a seguire le argomentazioni e i dibattiti via via svolti. Traduzione di Andrea Libero Carbone.

Marcus Boon è scrittore, giornalista e professore di Inglese alla York University di Toronto. Eric Cazdyn è professore di Estetica e Politica presso la Uni-versity of Toronto; è anche regista e artista. Timothy Morton è titolare della cattedra “Rita Shea Guffey” di Letteratura Inglese alla Rice University di Houston in Texas.

:: Mi manca il Novecento: libri, scrittori e altre divagazioni di Nicola Vacca (Galaad Edizioni 2024) a cura di Giulietta Iannone

26 aprile 2024

Da gennaio 2018 prese il via sul blog letterario “Liberi di scrivere” una nuova rubrica dal titolo provocatoriamente evocativo: Mi manca il Novecento. Curata dal poeta e critico Nicola Vacca, ripercorre il secolo letterario appena trascorso e ci presenta voci e luci del Novecento, libri e autori troppo spesso ingiustamente dimenticati o proprio banditi da editori, critici, studiosi e lettori superficiali. L’idea era infatti di alternare libri di quel grande e irripetibile periodo a profili di scrittori tra i più significativi con un taglio moderno, essenziale che andava al cuore della loro poetica. Un modo per ricordare la grande letteratura e diffonderla tra i giovani e gli adulti che hanno ancora voglia di conoscere e apprezzare la bellezza, come inviti alla lettura ma non solo per mero spirito di divulgazione. Ora Mi manca il Novecento è finalmente un libro vero e proprio grazie all’editore Galaad Edizioni. La domanda che sottende è naturalmente: il Novecento ha ancora da dirci qualcosa? La risposta è un sonoro sì, anzi ritornare alle radici del Novecento è quanto mai vitale in un mondo letterario contemporaneo troppe volte autoreferenziale che ha ben poco da dire di veramente nuovo. Rileggere Tabucchi, Ennio Flaiaino, Albert Camus, Emil Cioran, Pasolini, Moravia, Buzzati, Celine e molti altri è un viaggio nel nostro recente passato sì, ma soprattutto è un viaggio dentro la grande letteratura del secolo breve, dal titolo di un celebre saggio dello storico Eric Hobsbawm pubblicato nel 1994, che divenne un modo per indicare il XX secolo. Un secolo che racchiuse ben due guerre mondiali e la caduta del Muro di Berlino, e nello stesso tempo diede i natali a grandi uomini che fecero della letteratura il loro grimaldello contro la barbarie e la dissoluzione delle coscienze. Che molti abbiano troppa fretta di chiudere i legami con il Novecento è evidente da molti atteggiamenti e da vera e propria ignoranza. Riscoprire il Novecento ha il pregio di dissipare le nebbie di questo grumo nero che oscura le nostre coscienze e ci riporta a scoprire che noi siamo figli e nipoti di quegli uomini, che non è possibile interrompere il ciclo di continuità. Nicola Vacca con il suo solito arguto acume e la sua penna pungente ci accompagna in questo viaggio che acquista coerenza e omogeneità, e tocca corde del profondo di ognuno di noi, corde nascoste che è bene tornino in superficie. Da leggere.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È  scrittore, opinionista, critico letterario,  collabora alle pagine culturali  di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la riviata blog Zona di disagio. Ha  pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004),  Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza  degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010),  Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto  ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020).

Source: libro inviato dall’editore.

:: La guerra e il mondo di Luigi Bonanate (Carocci Editore 2023) a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2024

Esisterà mai un mondo nuovo senza più guerre? A questa domanda sembra non ci sia risposta certa sebbene tra il 1985 e il 2005, ovvero tra la caduta del Muro di Berlino e l’attacco alle Torri Gemelle e l’inizio della grande crisi finanziaria questa speranza c’è stata, concreta, la creazione di un mondo nuovo, l’era della pax democratica che avrebbe abolito per sempre le guerre e le risoluzione delle crisi internazionali con l’uso della forza e delle armi. Ma così non fu: di guerre nel mondo ce ne sono numerose e di nuove continuano a scoppiare quasi ininterrottamente dalla recente guerra in Ucraina, scoppiata due anni fa, alla ancora più recente guerra di Gaza in Medio Oriente, che tra guerra, fame e malattie potrebbe uccidere oltre 85 mila palestinesi. La guerra è morte, orrore, distruzione, uccisione indiscriminata di civili, e più contenutamente di militari, non ci sono altre definizioni per definirla ed è un atto barbaro ma razionale e ponderato, una continuazione della politica con altri mezzi, e in questo sta tutto il suo potere deflagrante e non onostante tutto razionale. Che la guerra sia un atto politico, decisa dalla politica, è il fulcro del saggio La guerra e il mondo di Luigi Bonanate, Carocci Editore 2023. Chi pondera un atto di guerra si pone degli obbiettivi da raggiungere, che siano conquiste territoriali o il mero indebolimento del nemico, e li persegue ostinatamente finchè non li ottiene e può dirsi soddisfatto proclamando la sua vittoria. Così era nel passato, così è oggi con armi sempre più tecnologiche fino all’ultima incognita di un conflitto nucleare globale che non porrebbe ne sopravvissuti nè vincitori ma la semplice e definitiva estinzione del genere umano. Dopo due guerre mondiali sanguinose con i suoi milioni di morti la guerra moderna ha raggiunto stadi di evoluzione impensati e sembra non passare mai di moda. Perchè le guerre scoppiano, perchè si combattono, quando si raggiunge lo stato di sospensione del conflitto chiamato proditoriamente pace? Su queste domande si interroga il professore emerito Luigi Bonanate con la saggezza raggiunta dopo una vita impegnata a studiare e analizzare le Relazioni Internazionali nel suo svolgersi e nel suo esplicitarsi. La guerra sembra illuminare il mondo, ovvero sembra delineare i suoi processi di sviluppo a un prezzo altissimo e apparentemente anti economico. La guerra non brucia solo vite umane ma infrastrutture, armi costosissime, impedisce l’accumulo e la produzione di ricchezze e di beni, è insomma fatta per essere breve e risolutiva e invece contrariamente quando una guerra scoppia non si sa mai quando la diplomazia riprenderà il sopravvento e si tornerà a un tavolo delle trattative per la stila del trattato di pace. Le guerre si trascinano per anni, e sia vinti che vincitori alla fine sono più poveri di prima. E allora perchè continua ad essere uno strumento politico utilizzato nel mondo moderno? Non dovremmo aver raggiunto uno stadio di evoluzione, come specie umana, in cui questo mezzo antieconomico e intrinsecatamente immorale fosse definitivamente bandito? Il professore Bonanate studia la guerra e i motivi che la determinano per comprendere se mai questo sarà possibile e pur con tutta la buona volontà e il buon senso conclude che la guerra è politica, anzi è il fallimento della lotta politica. Perchè una sola cosa non è cambiata mai: la morte. La guerra è prova di debolezza, se non addirittura di incapacità e inferiorità. Ultimo progresso del genere umano sarà abolire la guerra, ma finora non c’è ancora stato.

Luigi Bonanate è professore emerito di Relazioni internazionali all’Università di Torino e socio dell’Accademia delle Scienze di Torino. Tra i suoi scritti, Etica e politica internazionale (Einaudi, 1992); I doveri degli stati (Laterza, 1994); Il terrorismo come prospettiva simbolica (Aragno, 2006).

:: Frammenti di storia delle civiltà del grano e del pane nel Mediterraneo e altri saggi sul cibo all’epoca della globalizzazione di Gianfranco Nappi (Infiniti Mondi, Napoli 2023) a cura di Valerio Calzolaio

29 luglio 2023

Le civiltà euromediterranee del grano. Da millenni. Il giornalista, operatore e divulgatore culturale Gianfranco Nappi (San Paolo Belsito, Napoli, 1959) ha avuto per decenni prestigiosi incarichi politici e istituzionali (fra l’altro deputato 1987-1996) e da anni opera per la Città della Scienza, in particolare su questioni alimentari, non solo contingenti. Molto si è occupato di cereali, realizzando ora un interessante colto volume tematico: “Frammenti di storia delle civiltà del grano e del pane nel Mediterraneo”. Si tratta di un bel viaggio nel tempo, nello spazio e nei profili di significato del grano e del pane. Dopo la competente prefazione dello storico Bevilacqua, seguono un lungo denso saggio ricchissimo di informazioni, storie, spunti e curiosità, poi la raccolta di cinque articoli in materia pubblicati fra il 2019 e il 2022 sulla bella rivista bimestrale che Nappi dirige con successo, “Infiniti mondi”. Una ottima occasione di approfondimento per tutti (anche i celiaci).

:: Le mie stelle nere. Da Lucy a Barack Obama di Lilian Thuram (Add Torino 2014) a cura di Valerio Calzolaio

2 febbraio 2023

Pianeta. Da milioni di anni di tante specie e incarnati umani, da decine di migliaia meticcio. Provate a immaginare un bambino bianco che a scuola non abbia mai sentito parlare di scienziate e scienziati bianchi, di re e regine, di rivoluzionari e rivoluzionarie, di filosofe e filosofe, di artisti e artiste, scrittori e scrittrici con la pelle del suo colore. Pensate a un mondo in cui tutto ciò che è bello, profondo, fine, sensibile, originale, puro, buono, acuto e intelligente sia soltanto nero, e dove viva nero anche Dio. Immaginate il turbamento che si scatenerebbe dentro quel bambino, tanto più se è l’unico bianco in una classe di neri e a lezione sente spiegare che i suoi antenati erano schiavi e che i neri potevano essere razzisti. Poi invertite il colore, non bianco ma nero, e sperate che qualcuno abbia fornito lui una chiave per capire la Storia, per rintracciare grandi figure dell’umanità trascurate dai manuali. A quel punto potrebbe essere davvero utile elencare, studiare, comparare alcune di quelle stelle nere, persone che hanno molto combattuto e sofferto per alzare la testa. Eccone quarantacinque: alcune singoli individui dalla non sapiens Lucy (di incarnato scuro come gran parte dei sapiens per la maggior parte della nostra storia di specie) e dal saggio Esopo (VII-VI secolo a.C.) a Mandela, Diarra, Abu-Jamal, Shakur, Obama; alcune gruppi collettivi dai faraoni neri (Taharqa regnò dal 690 al 664 a.C.) ai cacciatori del Manden o ad alcuni “morti per la Francia” senza nazionalità francese nella guerra 1914-1918; passando per gli autori di testi e azioni che lo hanno formato, da Douglass a Garvey, da Césaire a Fanon, da Malcom X a Martin Luther King. Rifulgono di splendore.

Riprendiamo in mano il primo splendido libro del grande atleta francese Lilian Thuram (Guadalupa, 1972), uno dei più straordinari giocatori di calcio degli ultimi decenni (1991-2008), che, appena attaccate le scarpette al chiodo, ha promosso la fondazione Éducation contre le racisme, pour l’égalité, pubblicando quasi subito il suo efficace esordio narrativo no fiction (in Francia nel 2010): la storia di alcuni umani di incarnato scuro la cui conoscenza è imprescindibile per ogni altro umano, specie da questa parte del mondo. Non a caso, nella ricca appendice (oltre che bibliografia, indice dei nomi e brevi riflessioni di uno psichiatra infantile) c’è anche una mappa del pianeta apparentemente “al contrario”, che ha le sue proprie rimarchevoli ragioni geografiche, psicologiche e sociali: “in termini di rappresentazione non esistono scelte neutre. Quando il Sud la smetterà di vedersi in basso, cesseranno anche i pregiudizi”. Utile ribadire che esiste pure un razzismo maschile di altro “genere”. E, se davvero vogliamo cambiare la società e combattere ogni razzismo, non è sulla discriminazione al contrario né sullo spirito di appartenenza a una comunità che possiamo contare. Soltanto il cambiamento dei nostri immaginari può avvicinarci e far cadere le barriere culturali fra un “voi” e un “noi” determinato dal colore della pelle: è tutto il passato del mondo che dobbiamo recuperare, per capire meglio e preparare il futuro di altre generazioni. Ogni “stella” un disegno di Piergiorgio Mantini e un’articolata colta scheda non puramente biografica, mediamente una decina di pagine ciascuna. Ottima prefazione di Emanuela Audisio (“neri si diventa”), che fra l’altro introduce i giusti nessi con i muscoli intelligenti nello sport.

Lilian Thuram, nato in Guadalupa nel 1972, è stato un importante calciatore internazionale, campione del mondo nel 1998 e campione europeo nel 2000, oltre a molti altri riconoscimenti in altre squadre. In Italia ha giocato nel Parma e nella Juventus. Nel 2008 ha creato la Fondation Lilian Thuram, éducation contre le racisme. Il libro ha vinto il Premio Seligmann.

Source: libro del recensore.