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:: Fuga in Siberia di Daniele Cellamare (Les Flâneurs Edizioni, 2025)

4 febbraio 2026

Fuga in Siberia di Daniele Cellamare, edito da Les Flâneurs Edizioni, è un romanzo storico molto vivido e anche crudo che intreccia le vicende di diversi personaggi coi grandi snodi della Storia della Russia del XVIII secolo, interrogandosi soprattutto sulle dinamiche del Potere, sulla violenza che lo sostiene e sulla possibilità di alcuni uomini e donne di resistervi, anche a prezzo di grandi sacrifici personali. Cellamare sceglie un momento cruciale della Russia zarista e lo trasforma in un affresco cupo e violento, in cui la Siberia emerge come luogo fisico e morale, spazio di punizione per alcuni dissidenti ma anche paradossalamente di estrema libertà sia spirituale che fisica.

La storia inizia nei cantieri navali di Zaandam, poco lontano da Amsterdam, tra argani e scafi in costruzione, in cui lavora in incognito lo zar Pjotr Alekseevič Romanov (Pietro il Grande). Sotto le vesti di un semplice e umile carpentiere, il sovrano, un ragazzone alto più di due metri, osserva e apprende dai maestri olandesi l’arte della costruzione navale, convinto fermamente che solo attraverso la modernizzazione la Russia potrà diventare una potenza europea a tutti gli effetti. Mentre egli è lontano, però, a Mosca il trono vacilla: congiure, rivolte e fanatismi minano l’equilibrio del potere.

Pjotr così torna in patria deciso a rifondare l’impero. La sua visione è grandiosa e violenta allo stesso tempo: abbatte tradizioni secolari, impone costumi stranieri, spezza il potere dei boiari e reprime nel sangue ogni opposizione. La sua sete di controllo e vendetta lo porta a esercitare il potere senza mediazioni, arrivando a impugnare la scure in prima persona. Accanto a lui si muove Martin Janssen, giovane servo olandese, che diventa testimone involontario delle contraddizioni dello zar: riformatore illuminato e allo stesso tempo tiranno spietato, costruttore e distruttore.

Parallelamente, il romanzo segue le vicende di due ragazzi, Ivan e Kira, fratello e sorella senza famiglia, cresciuti ai margini di una società dominata dalla miseria più estrema e dal fanatismo religioso. Quando il potere centrale stringe la morsa repressiva, i due sono costretti a fuggire da Mosca per evitare l’arresto. Il loro cammino li conduce verso la Siberia, terra remota e crudele, popolata da lande sterminate e riti ancestrali. Qui, nello spazio dell’esilio, le loro vite si intrecciano con il destino di altri reietti e oppositori, trasformando la Siberia in un crocevia di sofferenza e speranza, ultima frontiera per chi resiste alla tirannia.

Uno degli elementi più riusciti del romanzo è la rappresentazione del potere incarnata nella figura di Pjotr. Cellamare evita ogni idealizzazione: lo zar è un personaggio profondamente ambiguo, animato da un autentico desiderio di progresso ma incapace di concepirlo senza la violenza. La modernizzazione diventa così un atto coercitivo, e il rinnovamento dello Stato passa attraverso il sacrificio degli individui. In questa prospettiva, il romanzo suggerisce una riflessione amara: il progresso imposto dall’alto può trasformarsi in una forma diversa, ma non meno feroce, di oppressione.

La Siberia assume un valore simbolico centrale. Non è soltanto un luogo geografico, ma una dimensione esistenziale: spazio di punizione per i nemici del potere e, al tempo stesso, possibilità di sottrazione al controllo dello Stato. Per Ivan e Kira rappresenta una prova estrema, un territorio in cui la sopravvivenza è dura, ma in cui è ancora possibile conservare una forma di libertà interiore. La natura, aspra e indifferente, non consola: mette a nudo l’essere umano, costringendolo a confrontarsi con i propri limiti.

Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Cellamare è solida e controllata. Il ritmo alterna momenti di grande tensione a passaggi più lenti e riflessivi, creando un equilibrio efficace tra azione e introspezione. Le descrizioni sono funzionali alla costruzione dell’atmosfera: cupe, essenziali, mai decorative. Anche i personaggi secondari contribuiscono a rendere credibile e complesso il mondo narrato, senza ridursi a semplici comparse.

In conclusione, Fuga in Siberia è un romanzo ambizioso e maturo, che utilizza il romanzo storico per interrogare temi universali: il rapporto tra potere e violenza, il prezzo del progresso, la dignità della resistenza individuale. Non offre consolazioni facili, ma lascia al lettore una riflessione profonda e inquietante sul destino di chi governa e di chi subisce la Storia. Una lettura impegnativa, ma intensa e istruttiva.

Daniele Cellamare (1952) è stato docente presso la facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma e presso il Centro Alti Studi per la Difesa. È stato direttore dell’Istituto Studi Ricerche e Informazioni della Difesa. Ha collaborato con emittenti televisive nazionali e con diverse testate nazionali e straniere. È stato consulente per le attività culturali dell’Agenzia Generale Treccani di Roma ed è responsabile del gruppo di analisti “Doctis Ardua” per la stesura di saggi di carattere geopolitico. Appassionato di studi sulla Storia Militare, ha pubblicato diversi romanzi storici: La Fortezza di Dio, La Carica di Balaklava, Gli Ussari Alati, Il drago di Sua Maestà, Gli artigli della Corona, Delitto a Dogali, Takeko e Rudolf Diesel.

Source: libro inviato dall’editore.

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:: Un’intervista con Franco Forte, autore di Vero. Il romanzo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2026

Benvenuto Franco, e grazie di avermi concesso questa nuova intervista per parlare del tuo nuovo romanzo storico, appena uscito per Mondadori, incentrato sulla figura di Marco Aurelio. Dopo Cesare, Marco Aurelio; da un condottiero militare a un filosofo. La storia di Roma è piena di imperatori e condottieri molto diversi tra loro, da Claudio, il mio preferito, a Caligola, a Nerone, a Cesare a Marco Aurelio. La storia di Roma è ancora attuale? Che insegnamenti, secondo te sono utili ancora oggi?

Più che la storia di Roma (che per quanto mi riguarda è comunque uno dei periodi più ricchi e affascinanti del passato in generale, sia per gli avvenimenti accaduti sia soprattutto per i protagonisti che hanno attraversato secoli di dominio del mondo) direi che è importante la Storia a 360°, quella con la “S” maiuscola. Per capirlo basta guardarsi un po’ attorno oggi, in Italia, in Europa e nel resto del mondo: quanti errori continuiamo a commettere a livello socio-politico? Quante guerre inutili continuiamo a combattere? Quanta arroganza, quanto bullismo c’è, nelle relazioni internazionali fra Stati e popoli? Tutte cose che sono già state affrontate e superate mille volte, nel passato, ma che oggi sembriamo ignorare, ripartendo ogni volta da zero. Eppure, certi pseudo dittatori d’oggi dovrebbero studiare i loro epigoni del passato, e rendersi conto che se hanno fallito i vari Mussolini, Hitler, Stalin, Napoleone e chi più ne ha più ne metta, prima o poi succederà anche a loro. La Storia andrebbe conosciuta per capire come comportarsi oggi, per evitare gli errori che hanno portato troppe volte gli esseri umani sull’orlo dell’abisso.

Cesare era un conquistatore, l’arte militare veniva prima del governo, era essenzialmente un soldato. Marco Aurelio era in lotta soprattutto con sé stesso. Che parallelismo è possibile tra i due imperatori?

In realtà direi nessuno. Giulio Cesare, come racconto nel mio precedente libro, “L’alba di Cesare – Il romanzo del De bello gallico”, era un uomo proiettato verso la ricerca del potere personale, dell’affermazione assoluta su tutti. La sua visione era molto chiara: rischiare il tutto per tutto – come fece inventandosi condottiero e conquistatore delle Gallie – in funzione di un obiettivo: diventare il dittatore di Roma. Marco Aurelio parte da un assunto molto diverso: lui voleva fare il filosofo, non aveva alcuna visione legata alla crescita del potere personale. Viene coinvolto suo malgrado negli ingranaggi della successione all’impero, e in parte se ne lascia stritolare, rinunciando alle cose per lui più preziose (lo studio quotidiano della filosofia, la donna di cui era profondamente innamorato, la madre che tanto gli era stata vicino nelle varie fasi della sua crescita) per “dovere di Stato”, per poter assolvere a quello che era il sogno di uno dei suoi maestri, Seneca, che sosteneva che non ci potesse essere miglior governante di un uomo saggio, di un filosofo. E dunque Marco Aurelio ha provato a fare questo: essere da una parte l’imperatore, l’uomo più potente di Roma, dall’altra mettere al servizio del popolo, dello Stato, tutto ciò che aveva imparato sulla ragionevolezza, sulla pietas e sulla giustizia, credendo con tutto se stesso che detenere il potere non significasse accrescere il proprio ego, le proprie ricchezze, il proprio prestigio e basta (come mi sembra facciano certi governanti d’oggi, in tutto il mondo), ma mettersi al servizio degli altri. Credo che Cesare si sarebbe fatto un gran risata, di fronte a una considerazione simile.

Il tuo Marco Aurelio appare estremamente moderno, è una tua forzatura, o le fonti storiche ti hanno tramesso questa modernità?

E’ moderno perché incarna tutto quello che i nostri governanti, oggi, sembrano ignorare e disprezzare: l’etica, la morale, la giustizia universale, il senso di appartenenza a una Natura che ci pervade tutti. Tutte cose che ha lasciato scritte e che sono giunte fino a noi, e che non a caso oggi sono raccolte in libri che sono dei veri e propri bestseller. Parlare di buon governo, di giustizia e di rispetto per chi è in difficoltà, non sembra in linea con quello che vediamo tutti i giorni al telegiornale, e lui lo faceva quasi 1900 anni fa. E poi penso ad alcune analogie con quello che succede oggi che sono abbastanza impressionanti. Per esempio, durante il suo impero divampò una guerra feroce fra giudei e palestinesi, che fece oltre 500.000 morti fra gli ebrei, a cui lui decise di mettere fine con l’intervento delle legioni (e chiedendosi perché mai quei popoli si odiassero così tanto, perché fossero così decisi a sterminarsi a vicenda), una situazione che pare ricalcare in modo impressionante quelle che succede oggi a Gaza; oppure la pestilenza che si diffuse in tutto l’impero e che falcidiò decine di migliaia di persone, in un modo molto simile a quanto fatto dall’epidemia di Covid che abbiamo dovuto affrontare qualche anno fa.

Quanto ti è servita l’approfondita lettura delle Meditazioni per creare il tuo personaggio?

In quel libro (io ho la versione intitolata Pensieri, pubblicata dagli Oscar Mondadori) c’è tutto il percorso fatto da Marco Aurelio da bambino fino alla morte sul limes danubiano; lo stesso percorso che nel mio libro ho cercato di ricostruire partendo dalle sue azioni, che anno dopo anno lo hanno forgiato e hanno fatto crescere dentro di lui la consapevolezza che la filosofia non può restare mero pensiero, ma deve potersi esplicare nella vita di tutti i giorni. Il mio è stato un viaggio tormentato ed esuberante, compiuto passo passo accanto a Marco Aurelio, e mi auguro che possa avvenire lo stesso con chi leggerà il romanzo.

Che fonti derivate hai utilizzato, la lettura di quali libri?

Impossibile citarli tutti, ho studiano per anni, attingendo a tutte le fonti storiche disponibili, dai classici antichi fino agli studiosi moderni che hanno verificato le fonti e le hanno sviscerate sotto ogni aspetto. Quando si tratta di Roma antica, per fortuna, i materiali non mancano, ma come sempre durante la fase di ricerca mi imbatto in chicche preziose, che servono a dare spessore alla ricostruzione del periodo che descrivo. Un esempio è il medico personale di Marco Aurelio, quello che lo ha accompagnato fino alla morte, Galeno. Altro personaggio molto legato alla modernità, visto che ancora oggi le preparazioni galeniche sono molto usate in farmaceutica. Galeno gli forniva un preparato antico che aveva rielaborato a suo modo, la Triaca, che conteneva decine di erbe e ingredienti, ma soprattutto l’oppio, aiutando Marco Aurelio a sopportare i dolori che lo devastavano (probabilmente aveva un tumore all’intestino) ma dandogli anche la possibilità, nei suoi deliri onirici, di poter parlare con i suoi maestri del passato, come Seneca, Eraclito, Epicuro.

Marco Aurelio ha incarnato una visione etica del potere, come buon governo, servizio, più che fonte di privilegi personali. Per Roma si può dire ha sacrificato tutto, la sua vita, i suoi amori. Secondo te sul finire della sua vita si è pentito di queste scelte così estreme?

Ho deciso di far partire il mio romanzo con un prologo in cui Marco Aurelio è sul letto di morte, e parla con i filosofi antichi che vede materializzarsi davanti ai suoi occhi a causa dell’oppio contenuto nel preparato che il medico Galeno gli somministrava per tenere a bada i dolori terribili che lo affliggevano. Poi, da lì passo alla sua infanzia, per spiegare come sia arrivato, nel corso della sua vita, all’amarezza, al dolore e alla rassegnazione che il lettore potrà cogliere nelle sue parole, nel suo atteggiamento, in punto di morte. Perché pur essendo l’uomo più potente di Roma, l’imperatore, Marco Aurelio, come dici tu, ha sempre sacrificato se stesso e i suoi desideri, i suoi piaceri, la sua serenità personale, a favore del popolo, dell’impero, di Roma. Il mio tentativo, in questo libro, è stato proprio questo: far capire come abbia fatto, un uomo con un futuro già scritto da altri per lui (dagli imperatori che l’hanno preceduto, dagli dei in cui credeva fermamente, dalla filosofia stessa che studiava), a consumarsi fino a quell’epilogo tragico e doloroso.

Il rapporto tra Marco Aurelio e il figlio Commodo emerge come una delle grandi tragedie del romanzo. Secondo te lo considerò un fallimento personale o una dimostrazione dei limiti del controllo umano sul destino?

Direi entrambe le cose. Commodo era suo figlio, e lui si batté perché diventasse imperatore, seguendo la linea di sangue, eppure… lui era diventato Cesare grazie a una adozione, non certo per linea di successione, e prima di lui lo stesso era accaduto con Antonino Pio, e prima ancora con Adriano. Insomma, si era introdotta da tempo a Roma la consuetudine di dare la corona d’alloro a chi lo meritasse, non a chi potesse ereditarla, e proprio lui, che era il più votato fra tutti a premiare il merito e la giustizia, arriverà a commettere un grande errore: cedere alla lusinga del sangue, della stirpe familiare, e consegnare l’impero a un figlio che si dimostrerà indegno per il ruolo. Credo che questa consapevolezza abbia contribuito, insieme alla malattia fisica e alle tante delusioni patite durante la sua vita, a portarlo prematuramente alla morte.

Nel tuo romanzo dai grande spazio alla figura della moglie di Marco Aurelio, un matrimonio certo imposto dalla ragion di stato, ma se vogliamo questa donna fu piuttosto trascurata dalla storia. Tu le rendi giustizia?

Faustina Minore, così si chiamava la moglie di Marco Aurelio, è stata una donna importante, sotto molti aspetti, dell’evoluzione della personalità e della figura di Marco Aurelio. Impossibile trascurarla. Io credo che le donne, nella Storia antica, abbiano sempre avuto ruoli fondamentali, e mi piace farli emergere, raccontarli meglio che posso, anche se la storiografia ufficiale sembra dimenticarsene, affidando loro solo particine secondarie. Faustina è stata la causa principale dei dubbi che più attanagliavano Marco Aurelio e che riguardavano la sua vita sentimentale, e una vera miniera d’oro per un narratore che deve confezionare un bella storia.

Quali furono i suoi maestri, da chi apprese il rigore morale, la saggezza stoica?

Nel libro ne cito una ventina, credo, perché durante tutta la sua vita Marco Aurelio si è sempre circondato di sapienti, che lo hanno prima guidato, poi affiancato. I più importanti restano Frontone e Giunio Rustico, ma per i più sono solo nomi vaghi, di cui si conosce poco. Eppure ebbero un ruolo fondamentale nella maturazione del pensiero di Marco Aurelio, che poi si è riversato nelle sue azioni, e dunque ho voluto averli sempre presenti nel libro, affidando loro il ruolo che meritavano.

Ci sono progetti di traduzioni all’estero?

Di solito arrivano sempre, ma visto che il romanzo è appena uscito al momento ancora non ho parlato di questo con il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini. Ma lui è bravissimo a promuovere i miei libri all’estero, e di sicuro presto arriverà qualche offerta.

A livello di vendite i libri incentrati sull’Antica Roma hanno un buon riscontro, anche a livello internazionale?

Direi proprio di sì. A dimostrazione di questo c’è il fatto che da anni vorrei tornare a scrivere della Milano del 1500, con i thriller storici che hanno come protagonista il mio Niccolò Taverna, ma… Mondadori pretende che io continui a dare al pubblico ciò che il pubblico vuole, e l’antica Roma è sempre al primo posto!

Dopo Cesare e Marco Aurelio, quale figura della storia romana senti di volere raccontare? O hai altri progetti? 

Sto già lavorando al prossimo romanzo, incentrato su una figura di spicco della Roma antica (eh sì, resto ancora in quell’ambito), che tutti conoscono… almeno di nome, perché poi nell’intimo resta un grande mistero, che cercherò di portare all’attenzione dei lettori l’anno prossimo. Ovviamente, per ragioni di riservatezza (e scaramantiche) non dirò chi è. Ma presto lo si verrà a sapere.

:: La guerra delle regine di Aquilino (Bonfirraro Editore, 2025) a cura di Giulietta Iannone

18 giugno 2025

Alla morte di Alessandro Magno, figlio di Filippo II e di Olimpia, il suo immenso impero non fu affidato a un unico erede, ma fu conteso, in sei sanguinose guerre, dai diadochi, i generali macedoni che avevano aiutato Alessandro nelle sue conquiste. Morendo Alessandro diede origine infatti a faide sanguinarie al termine delle quali il Mediterraneo ebbe un nuovo ordine che perdurò fino all’avvento dei romani. Ma quali furono le donne, dietro le quinte, a orchestrare queste faide in una lotta per il potere di inaudita ferocia? A illuminarci su questo ci pensa Filippo II ormai un’ombra dell’oltretomba. Dopo tanti schiamazzi in vita ora che è nel regno del silenzio può vedere più lucidamente l’inutilità di tutto quel darsi da fare per ottenere ricchezze, potere, onori quando destino di tutti è la morte e il bilancio della sofferenza che abbiamo lasciato in vita. Tutto quell’orrore, il pianto dei feriti, il dolore di vecchi, donne e bambini, le città distrutte, erano davveo necessari? Tutta quell’immane sofferenza che l’ambizione sfrenata di alcuni ha causato. Se le guerre le combattono gli uomini, gli eroi, i soldati, dietro le quinte le donne, le principesse, le regine, le ancelle orchestrano le loro vendette, i loro piani, le loro gelosie, tessono i loro intrighi. La guerra delle regine di Aquilino narra le loro storie con cadenza epica e respiro ampio e così veniamo a conoscere la temibile Olimpia, la sfortunata Cleopatra, la bellissima Rossane moglie di Alessandro Magno, Cinane, guerriera illirica, e Adea sebbene solo adolescente temibile quanto le altre. Fedele al dettame storico, l’autore crea una storia immaginaria in cui il bene e molto spesso il male guidano i destini degli uomini (e delle donne), che capiscono sempre troppo tardi l’inutilità di tutta questa sofferenza quando si sarebbe potuto operare per il bene con maggior profitto. Ora che Filippo ha gli occhi della morte e vede più in profondità, si rammarica che l’uomo al bene dell’umanità preferisce attività più piacevoli: mangiare e bere, abitare in una casa magnifica, avere tanti soldi, fare sesso, diventare famoso, sperimentare tutti i piaceri, avere amicizie altolocate, possedere cose che suscitano l’invidia altrui. Tutti così prevedibili, tutti così simili nei desideri e nelle aspirazioni, indifferenti alla sofferenza che si reca agli altri nel perseguire i propri intenti. Ma ormai Filippo è un’ombra sullo sfondo della storia, i suoi ammonimenti, le sue preghiere si perdono nel silenzio delle ombre. La guerra delle regine si rivela un romanzo storico di piacevole lettura, che fa luce in un periodo poco noto della storia con competenza e accuratezza, e una verve di rigore morale, che ci accompagna nelle pagine e ci fa riflettere come l’uomo non sia in realtà cambiato dopo tutti questi secoli.

Aquilino Salvadore, nome d’arte Aquilino, è nato a Tradate nel 1949 e vive a Oleggio. Ex insegnante, ha pubblicato più di sessanta libri per bambini, ragazzi e adulti. Drammaturgo e regista, ha vinto numerosi premi nazionali di letteratura e di teatro.
Collabora con l’associazione Tecneke e ora si diletta anche di pittura.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alberto dell’Ufficio stampa Bonfirraro.

:: La gentile di Roberta Lepri (Voland 2024) a cura di Giulietta Iannone

15 settembre 2024

Alice Hallgarten, personaggio realmente esistito di cui a giugno si è festeggiato il 150° anniversario dalla nascita, è al centro del nuovo romanzo storico di Roberta Lepri, dal titolo La gentile, edito da Voland. Alice Hallgarten nacque a New York il 23 giugno del 1874 da una ricca coppia di ebrei askenaziti d’origine tedesca, dediti a opere filantropiche e di assistenza che giudicavano giusto usare i loro soldi anche per fare del bene al prossimo. E sopprattutto che pensavano che anche le donne possono lavorare, guadagnare ed essere indipendenti. Anche Alice erediterà questa caratteristica di famiglia e quando arriva in Italia incontra e sposa il barone Leopoldo Franchetti, anche lui ebreo ma di origine sefardita, grande latifondista e deputato del Regno molto più anziano di lei, proprietario di centinaia di ettari di terre nell’alta valle del Tevere ed esperto della questione meridionale italiana, e lo convincerà a sovvenzionare una scuola gratuita per i figli dei contadini, certa che dall’istruzione e dal lavoro nasce l’emancipazione e il miglioramento sociale, sollievo dal degrado e lo sfruttamento. Da qui la storia della Lepri ci fa conoscere Ester, povera figlia di ebrei convertiti, giudea per metà, ma la cosa doveva restare segreta, la “gentile” del titolo che prova dolore per la compassione che la baronessa le tributa. Ester sogna di diventare insegnante e abbandonare così la dura e faticosa vita della servitù e dei campi, ma nulla andrà come previsto: Ester lascia la scuola, ormai sa leggere, scrivere, fare di conto e ha un lavoro, l’ombrellaia, l’ombrellaia più brava dell’Umbria come diceva suo padre e si sposa. Alice e cagionevole di salute ma non si arrende alla malattia e per combatterla si occupa del lavoro femminile, le donne hanno il loro libretto di lavoro, e vengono pagate. Hanno un libretto di risparmio alla Cassa di Risparmio di Perugia e sono autonome e indipendenti dai mariti. Poi il progetto della Tela Umbra l’appassiona, tessuti pregiati che faranno dell’Umbria un centro di sviluppo. Ma la salute di Alice peggiora e ben presto muore lasciando Ester in balia di forze più grandi di lei. Amore e odio, speranza e tragedia, sono le forze telluriche che muovono le sorti dei personaggi, oltre all’uneluttabilità del destino e i limiti della filantropia, che ben poco può contro strutture sociali antiquate e che premiano solo il più economicamente forte. Un romanzo colto, appassionato, scritto con una lingua felice, dalla sicura struttura narrativa. Femminista nello spirito e combattivo. Roberta Lepri è brava ed è riuscita a scrivere un romanzo che non è un’agiografia dell’Hallgarten, ma nello stesso tempo aiuta a capire tematiche sociali e politiche importanti, moderne ancora oggi. Alice Hallgarten morì nel 1911 a soli 37 anni. Il marito non le sopravvisse e si uccise lasciando tutte le sue ingenti ricchezze, con annesse la scuola e il laboratorio tessile, ai contadini che lavoravano le sue terre.

ROBERTA LEPRI nata a Città di Castello nel 1965, vive in Maremma. Dal 2003, ha scritto dieci romanzi e una raccolta di racconti. Con Voland ha pubblicato Hai presente Liam Neeson? (2021) e Dna chef (2023), vincitore del Premio Letterario Chianti 2024.

:: L’alba di Cesare di Franco Forte (Mondadori, 2024) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2024

Conosciamo il De bello gallico, unica fonte su cui si è basato Franco Forte per la stesura del romanzo L’alba di Cesare, edito da Mondadori, dai banchi di scuola, forse gioivamo nei compiti in classe quando c’era una sua traduzione perchè era semplice, non come l’aborrito Seneca, pieno di metafore filosofiche involute e oscure e soprattutto di non limpida interpretazione. Gaio Giulio Cesare, o chi per lui trascriveva le sue cronache dalla Gallia, usava una lingua schietta, semplice, facilmente comprensibile, immediata, fatta per essere tramandata ai posteri. E non raccontava solo di battaglie, assedi, massacri, ma anche di popoli, usi e costumi, anticipando quella ricerca e attenzione antropologica comune a noi moderni. Perchè Cesare, uso a comandare, perse, si fa per dire, tempo a scrivere nelle pause dei combattimenti, che furono sanguinosi e spietati? perchè aveva capito, con la sua grande intelligenza da fine stratega, che il potere si ammanta di leggenda, di gesti eclatanti e simbolici, che buoni biografi tramanderanno nei secoli le gesta, forse anche in realtà anche poco nobili, di chi dietro intrallazzi e cospirazioni, e la sua leggendaria rete di spie, si costruiva la fama di eroe. Fece un uso strumentale del De bello gallico? Forse sì serviva ai suoi scopi, ammantare di leggenda imprese guerresche che causarono la morte di tanti innocenti, che portarono alla schiavitù genti indomite e coraggiose, che in realtà premevano da nord e se non domate avrebbero potuto giungere fino a Roma. Cesare voleva il potere, nel triunvirato composto anche da Marco Licinio Crasso e Gneo Pompeo Magno era il solo con una visione futura, sebbene fosse il Senato l’apparente detentore del potere in una Roma repubblicana, checchè ne dicesse Cicerone dal suo esilio. O Roma tramite le sue legioni si difendeva dai popoli barbari in fermento che la circondavo o sarebbe perita, con il suo sogno di grandezza e di civiltà. Cesare combattè i Galli appellandosi alle richieste di aiuto provenienti dagli alleati di Roma, per conquistare terre e popoli da assoggettare all’Urbe, per accrescere venalmente le sue ricchezze, la sua potenza militare, il suo prestigio, essendo il punto debole del triunvirato: non aveva il denaro di Crasso, né i successi militari di Pompeo. Sebbene non si fidasse né dell’uno nè dell’altro era troppo scaltro per non intessere con loro legami di interessi e parentele ma erano di fatto i suoi nemici più prossimi. Perchè mentre lui combatteva nelle Gallie il vero scontro era all’Urbe. Cesare incarnò coi suoi pregi e i suoi difetti, coi suoi sogni, questo ideale di grandezza e fu molto amato sia dai suoi uomini, si circondò sempre da fedelissimi pronti a morire per lui, che dal popolo minuto e forse anche per allontanarlo da Roma, e da questa venerazione, fu mandato a combattere nelle Gallie, lontano dal centro del potere che speravano di spartirsi Crasso e Pompeo. Ma Cesare fece di questa guerra, otto anni di polvere, sudore, ferro e sangue, pianificata in ogni minimo dettaglio, il suo trampolino di lancio, il suo asso nella manica, e gli andò bene. Il suo azzardo gli consentì di conquistarsi la gloria di cui aveva bisogno per tornare a Roma in trionfo, portando Vercingetorige in catene. Dopo tanti anni trascorsi nelle tende pretorie e sui campi di battaglia, temprato dalla dura vita militare. Trionfò infatti e si sa la storia ama i vincitori, e per vincere fu anche necessaria una dose di coraggio e di spregiudicatezza che lo contraddistinse. Franco Forte, da fine storico e profondo conoscitore della storia romana, dei suoi usi, dei suoi costumi, dei suoi vizi, delle sue virtù, dipinge un affresco realistico e appassionante di un mondo scomparso ma ancora attuale con il suo lusso, i suoi privilegi, la sua saggezza, la sua crudeltà. La metafora del potere perseguito con ogni mezzo è un qualcosa che ci coinvolge ancora oggi, sebbene oggi forse non esiste più un condottiero della tempra di Cesare, e forse non è mai esistito. Franco Forte lo studia, in ogni piega del suoi essere, scrutandone anche i pensieri, i sentimenti, e fa vivere un personaggio di carne, di ossa e di sangue, non immune da qualche fragilità (gli attacchi del male oscuro, o crisi epilettiche lo rendono vulnerabile) che teneva ben celata ma che forse era la sua vera forza, la potenza dei sogni e delle aspirazioni più segrete e intime. Franco forte è uno scrittore di ampio respiro, ama gli affreschi grandiosi, le gesta eroiche, i chiaroscuri che ammantarno le grandi personalità della storia e cerca di carpire a Cesare il suo segreto. Ci sarà riuscito? A voi lettori la risposta.

Franco Forte è direttore delle collane Giallo Mondadori, Segretissimo e Urania. Per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, Karolus, L’uranio di Mussolini, La bambina e il nazista, Carthago, Roma in fiamme, Cesare l’immortale e Cesare il conquistatore e la serie dedicata ai sette re di Roma.

:: Via col vento 4– Il riscatto, Margaret Mitchell, (Gallucci 2023) A cura di Viviana Filippini

25 luglio 2023

Continuano le avventure di Rossella/Scarlett O’Hara, protagonista de “Via col vento 4 – Il riscatto”, quarta parte del kolossal della letteratura americana scritto da Margaret Mitchell e diventato noto anche per la pellicola cinematografica, una delle prime a colori, diretta da Victor Fleming nel 1939. Il nuovo volume del libro intitolato “Il riscatto”,  edito da Gallucci, è ambientato nella Georgia del 1866. La guerra civile americana è finita da poco (1861-1865), ma le tensioni negli stati del Sud sono ancora forti, tanto è vero che è in vigore la legge marziale. Scarlett è alle prese con diversi grattacapi, il primo, e anche quello che la preoccupa di più, è la grande somma che deve sborsare per pagare le tasse e mantenere la proprietà su Tara e se non riuscirà a trovare i soldi sarà costretta a mettere all’asta la sua amata terra. Accanto a queste preoccupazioni, la protagonista deve fare i conti anche con lo svilupparsi sempre maggiore del Ku Klux Klan, dove molti ex confederati bianchi si riuniscono per affermare il potere e la loro superiorità. Accanto a loro non mancano loschi affaristi pronti a tutti pur di gonfiare le proprie tasche. Scarlett vive in questo mondo cercando di proteggere quello che le appartiene, senza rendersi subito conto che anche persone a lei molto vicine sono coinvolte in questi traffici. La giovane donna è energica come sempre, però si accorge che in tali situazioni complicate avrebbe bisogno di un aiuto, quello di Rhett Butler per esempio, ma l’uomo è dietro le sbarre, in bilico tra vita e condanna a morte e in attesa di un riscatto, non solo che lo liberi, ma che gli permetta di rivalorizzarsi a livello sociale. “Via col vento- Il riscatto” è un affresco storico dell’America della seconda metà dell’Ottocento e  in questa quarta parte, come nelle precedenti, il lettore ha la possibilità di conoscere e scoprire una porzione della storia degli Stati Uniti d’America, unita alle sue tradizioni e realtà interne che destabilizzarono un paese da poco uscito da cinque lunghi anni di conflitto. Accanto allo sfondo storico emerge sempre un ritratto dei personaggi che dimostrano il loro carattere attraverso parole e azioni. Ci sono la coraggiosa e testarda Scarlett, con gioie e dolori della vita che la colpiranno, ma non la spezzeranno mai. Eventi che di certo lasceranno nell’animo della protagonista segni indelebili che la faranno crescere e diventare più matura. Sempre presente il suo amore di una vita per Ashley, che è però nelle braccia di Melania e Rhett Butler, con il quale la giovane Scarlett vive un continuo tira e molla tra apprezzamenti e punzecchiature. Un fare che evidenzia, da una parte intesa e, dall’altra, la difficoltà a relazionarsi di due caratteri davvero forti.  Nell’attesa del quinto e ultimo volume di “Via col vento”, buona lettura dei precedenti! (Via col vento 1- Il regno di cotone; Via col vento 2- Fine di un mondo; via col vento 3 – Fuoco e ceneri e Via col vento 4- Il riscatto). Traduzione dall’inglese di Paola Mazzarelli.

Margaret Mitchell (Atlanta, 1900-1949) pubblicò il suo unico romanzo, “Via col vento”, nel 1936 e vinse il Premio Pulitzer l’anno dopo. Tradotto in 37 lingue, è uno dei libri più venduti (30 milioni di copie) e letti della storia di tutti i tempi. L’omonimo kolossal cinematografico, diretto nel 1939 da Victor Fleming, ne ha moltiplicato il successo, grazie anche alla leggendaria interpretazione di Vivien Leigh e Clark Gable.

Source: inviato dall’editore. Grazie all’ufficio stampa Gallucci.

:: Karolus. Il romanzo di Carlo Magno di Franco Forte (Mondadori 2023) a cura di Valerio Calzolaio

6 marzo 2023

25 dicembre 800. Roma. Quel Natale il Papa sta per proclamare un nuovo sovrano, a ricevere la corona è Carlo Magno (742 – 814), primogenito della stirpe dei Carolingi, immerso in una storia di coraggio e amori, sangue e dubbi, battaglie e trionfi, complotti e intrighi, rimpianti e perdite. E segreti! In “Karolus”, attingendo a sterminate storiografia e bibliografia, l’ottimo scrittore, sceneggiatore e giornalista Franco Forte (Milano, 1962), direttore editoriale delle collane da edicola Mondadori (compreso Il Giallo), narra lungamente e intensamente le gesta del celebre reggente unico del Sacro Romano Impero, dalla primissima infanzia agli ultimi istanti di vita. Dopo la dedica (alla famiglia), l’albero genealogico della “stirpe”: prima da Pipino il Breve a Carlo e ai suoi tanti fratelli e sorelle minori; poi dalle cinque mogli agli innumerevoli figli, soprattutto di Ildegarda (la terza, sposata nel 771 e morta nel 783). Seguono ascesa e dominio, attraverso sei godibili capitoli.

Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Scrittore, sceneggiatore e giornalista, per Mondadori ha pubblicato, tra gli altri, Carthago, Roma in fiamme, Caligola, Cesare l’Immortale e Romolo, il primo di una serie di libri dedicati ai sette re di Roma.

Source: libro del recensore.

::Ottocento, Cristiano Caracci, (Gaspari editore 2022) A cura di Viviana Filippini

21 febbraio 2023

“Ottocento” è il romanzo di Cristiano Caracci, edito da Gaspari Editore. Il titolo fa da subito capire al lettore l’epoca di ambientazione e non a caso la narrazione si sviluppa nel XIX secolo, tra la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna, la fine della Repubblica di Venezia e il successivo riequilibrarsi del mondo europeo. In realtà, nel romanzo, accanto alle vicende che si svolgono nelle grandi città europee è presente anche un’altra località, un microcosmo sito lì nel nord est dell’Italia, Ajello del Friuli, nella bassa pianura friulana, dove si trovano alcuni dei protagonisti. Qui vive Lorenzo Natali che sperimenterà da vicino la trasformazione dell’epoca nella quale si trova. Natali non è un personaggio reale, è una creatura letteraria nata dalla penna di Caracci, e lui vive a Ragusa di Dalmazia (Dubrovnik per intenderci), la conosce in ogni suo aspetto e se il tempo passa per lui, il protagonista vedrà trasformarsi un po’ alla volta la località dove abita. Natali noterà anche cambiare le persone che vivono in quel posto, perché ci sono coloro che arrivano, ma anche tanti che si imbarcano sulle navi e vanno verso un mondo nuovo e sconosciuto, lontano lontano, nella speranza del cambiamento: l’America. Accanto a questo protagonista nato dalla fantasia, l’autore mette anche altri personaggi che si alternano nello sviluppo dell’intreccio narrativo. Ci si imbatte, per esempio, nel mestri di contà che tiene aggiornato chi legge sulle caratteristiche, eventi e accadimenti che succedono e si susseguono a Ajello e nelle zone limitrofe. Poi ci sono gli esponenti della famiglia ragusea dei de Bona che narrano le loro vicissitudini di vita sempre più di frequente intrecciati ai grandi fatti che hanno cambiato la Storia. Non a caso, la famiglia dei de Bona è realmente esistita, ed è stata presente la Congresso di Vienna, al lavoro per la ricostituzione della Repubblica di Ragusa abolita da Napoleone nel 1808. Non solo, perché ad un certo punto ci si imbatte anche in Andrea (Francesco) Altesti, pure lui è un personaggio realmente esistito (Caracci gli ha dedicato un romanzo nel 2020 dal titolo “Altesti il raguseo”) nato a Ragusa di Dalmazia. In “Ottocento” riecheggiano un po’ le sue avventure e impegni lavorativi in Russia (a San Pietroburgo), dove prestava servizio all’intendenza della zarina Caterina e che, una volta tornato in Italia, si rimboccò le maniche per fondarela Compagnia assicurativa delle Generali. Questi accostamenti tra verità e fantasia, creano una perfetta amalgama tra elementi della realtà e della finzione, sentimenti, azioni diplomatiche, amicizie e contrasti, i quali convivono in perfetto equilibrio in “Ottocento”, un libro nel quale il tempo narrativo trasporta il lettore a stretto contatto con la Storia, usi e costumi di un passato lontano, ma non troppo. “Ottocento” di Cristiano Caracci, è quindi un grande affresco storico di una parte d’Italia (Friuli e circostante territorio), composto da eventi e personaggi che, a modo loro, con le loro storie quotidiane hanno contribuito al farsi e trasformarsi della Storia.

Cristiano Caracci, (1948) è avvocato in Udine. Ha pubblicato diverse opere storiche e storico-narrative riguardanti la Repubblica marinara di Ragusa, l’Adriatico e il Mediterraneo orientale, tra cui “La luce di Ragusa”, “Il tramonto di Ragusa”, “L’Adriatico insanguinato” e “Il capitano della torre di Galata”. Per la Gaspari ha pubblicato “Altesti il raguseo” (2020).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: Fiori Picco e l’etnia Yao nel suo nuovo romanzo edito da Fiori d’Asia editrice A cura di Viviana Filippini

19 Maggio 2022

L’autrice bresciana Fiori Picco ci porta ancora una volta alla scoperta del mondo cinese e questa volta lo fa con “Yao”, romanzo edito da Fiori d’Asia Editrice, nel quale Yang Sen racconta la sua storia e quella della sua etnia Yao della tribù di Landian, del loro vivere in piccole comunità nelle regioni montuose della Cina meridionale e dell’importanza del Taoismo nelle loro vite. Il libro di Fiori Picco incarna perfettamente il concetto di “Etnicità globale”. Nel 2017, la precedente edizione di “Yao” ha vinto il Premio d’Onore al V° Concorso Letterario Caterina Martinelli di Roma.  Per scoprire l’origine del romanzo abbiamo parlato con Fiori Picco.

-Come è nata la storia di Yao e cosa ti affascina di questa etnia? Durante gli otto anni di vita nello Yunnan ho insegnato all’università e nel contempo ho svolto ricerche sulle venticinque minoranze etniche della Provincia. La prima volta che ho letto un libro sugli Yao ne sono rimasta affascinata e ho desiderato subito scrivere una storia riguardante questa etnia. Successivamente ho avuto la fortuna di conoscere colui che è diventato il protagonista del mio romanzo: Yang Sen, un ragazzo della tribù di Landian, originario di un villaggio di montagna. Intorno agli Yao ho sempre avvertito un alone di mistero, di magia e di misticismo. Studiando la filosofia taoista e i rituali millenari della tribù, in particolare Dujie, ho provato una forte attrazione che mi ha spinta ad approfondire la storia di questo popolo e a conoscerne la vita reale. Il rapporto simbiotico che gli Yao hanno con gli elementi della natura è straordinario, basti pensare che le fasi del corteggiamento avvengono sempre nei pressi di un ruscello, di un vecchio albero o di una cascata. Anche i costumi tradizionali, bellissimi e ricchi di significati simbolici, riportano a un mondo antico, lontano, quasi fiabesco.

-Visto che hai vissuto in Cina, hai potuto raccogliere informazioni e dati sul campo? E come hai svolto il tuo lavoro?Mi sono sempre documentata, ho studiato e nel tempo libero ho viaggiato. Ho visitato villaggi sperduti e di confine, ho intervistato la gente e ho raccolto testimonianze di vita. Ho dormito nelle case dei contadini, mi sono immersa nella loro quotidianità mangiando le pietanze tipiche del luogo. Ho sempre annotato tutto, ogni minimo dettaglio che, nel tempo, si è rivelato materiale prezioso per la stesura dei miei libri.

-Che ruolo ha avuto il tuo amico Yang Sen? Yang Sen è stato un amico, un compagno di viaggio, un’ispirazione. Tra di noi si è instaurato un rapporto basato sul rispetto, sull’empatia e sulla collaborazione. Grazie a lui il mio romanzo ha preso forma e mi si è presentata la grande opportunità di conoscere gli Yao da vicino e di studiarne la storia antica risalendo all’epoca Ming.

-Quanto il legame con il passato è forte per gli Yao?  Ancora oggi gli Yao mantengono usi e costumi antichissimi, le tradizioni sono forti e radicate. Anche il ricordo dell’unica imperatrice Yao di tutta la storia delle dinastie cinesi è sempre presente. Nel Guangdong ho visitato la casa diroccata dove nacque colei che era destinata a divenire imperatrice, ho parlato con un suo discendente e ho visitato il pozzo “sacro” dove, intorno al 1461, avvenne il miracolo.  Sono stati momenti importanti e toccanti.

-Quanto è impegnativo per i personaggi del romanzo riuscire a trovare il loro posto nel mondo e un riscatto sociale?  Per chi arriva dalle campagne o dai villaggi di montagna è complicato inserirsi in un contesto urbano. Ancor prima di sistemarsi e di trovare un’occupazione, è difficile adeguarsi alla mentalità e ai ritmi cittadini. I giovani delle minoranze etniche provengono da piccole comunità che fanno aggregazione e condividono ogni evento o esperienza, perciò quando arrivano in città si sentono soli, a volte emarginati.  Chi decide di migrare e di tentare fortuna nelle metropoli di solito non ha ricevuto un’istruzione adeguata, pertanto fatica e si adatta a svolgere lavori umili e mal pagati, con notevoli sacrifici e andando incontro a una vita di stenti. Yang Sen e suo fratello sono stati coraggiosi e determinati, hanno sfidato il destino, i pregiudizi e gli impedimenti. Con l’impegno, l’onestà e i modi educati alla fine hanno avuto il loro riscatto sociale.   

-Ci racconti qualcosa sul rituale Dujie?  Dujie è un rituale di iniziazione o di passaggio che tutti i ragazzi maschi adolescenti devono affrontare e superare per essere accettati come veri uomini dalla comunità Yao. Il rituale consiste in quattro terribili prove che richiedono coraggio, forza fisica e resistenza al dolore. Prima di affrontare Dujie bisogna avere una condotta esemplare, dimostrare integrità morale, abnegazione e pazienza ai monaci taoisti che preparano il discepolo all’evento. Dujie è innanzitutto un percorso interiore che porta alla purificazione e all’unione con il Tao.

-Come è stato raccontare un romanzo dove i ritmi, usi, costumi che rivivono sono ben lontani dalla frenesia del presente?  È stato rigenerante ed emozionante. La scrittura per me ha anche un effetto terapeutico e rilassante. Penso che tutti dovrebbero trovare del tempo per allontanarsi dalla frenesia della società attuale e cercare un contatto con la natura, con realtà rurali, lontane e poco conosciute, con popoli che, come gli Yao, vivono nella semplicità e ci sorprendono con l’arte del ricamo, con un canto, una ballata antica o con un piatto di cavallette fritte e croccanti da intingere nella salsa al peperoncino.

-Oltre ai lettori italiani, hai avuto il riscontro anche di lettori cinesi, visto che il libro è tradotto pure nel loro idioma?  “Yao” è stato tradotto anche in cinese con il titolo di “Yaowang” e, grazie alla distribuzione internazionale, è arrivato in Giappone, dove è stato apprezzato dai sinologi e dai cinesi d’oltremare. La scrittrice bilingue Satoko Motoyama ha scritto una recensione che mi ha colpita per la precisione e per l’analisi approfondita. L’autrice ha evidenziato come le descrizioni dei luoghi e degli Yao siano vivide, reali e autentiche e come il lettore si senta trasportato nel romanzo. In Cina, il libro è stato recensito anche dal Professor Ahengdongta, depositario e custode della cultura Dongba di Lijiang, presidente di un’antica accademia e rappresentante di questa cultura presso le Nazioni Unite. Come esponente delle minoranze etniche e studioso ed esperto di Taoismo, Buddismo, sciamanesimo, rituali millenari e culti popolari, ha apprezzato i contenuti del libro che ha definito “un romanzo che incarna perfettamente il concetto di etnicità globale”, espressione famosa attribuita al noto scrittore Lu Xun agli inizi del secolo scorso.

Grazie all’uffcio stampa Francesca Ghezzani.

:: La congiura delle passioni di Pietro De Sarlo (Altramedia Editore, 2021) a cura di Giulietta Iannone

13 giugno 2021

“Se vogliamo che tutto rimanga comè, bisogna che tutto cambi” diceva fatalisticamente Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo (1958), uno dei romanzi sul Risorgimento italiano più caustici e in netta polemica con l’euforia postunitaria, che contrabbandava molto spesso come atti di puro eroismo, violenze, saccheggi, corruzioni e brogli che sembrano aver caratterizzato quel periodo così controverso e nello stesso tempo determinante della storia italiana, dallo Sbarco dei Mille alla fine del Regno borbonico e all’Unità d’Italia. Che il Risorgimento sia un punto nodale, non ancora risolto, della nostra storia è una verità che ha ispirato molti ingegni letterari tesi a far luce sul quel periodo deprivandolo di tutta la mitologia edulcorata e agiografica che spesso l’ha accompagnato. Che una Questione Meridionale ancora esista (a cui si è tentato di ovviare con blande politiche di puro assistenzialismo), che un divario economico contrapponga tuttora Nord e Sud, sono dati di fatto, ma c’è un grumo ancora più oscuro più insidioso. Il Sud dopo più di 100 anni si sente ancora espropriato dal Nord e ha conservato un certo desiderio di rivalsa e un senso di recriminazione che fece dire “Arrivano i Piemontesi” in maniera certo ironica e bonaria ma significativa a un mio nobile parente quando i miei genitori dal Piemonte scesero al Sud in visita. Insomma fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani, e ripristinare la verità storica è un buon balsamo e una forma di equa compensazione, in attesa di mosse più concrete, per appianare le controversie sociali e morali ancora in atto. Pietro De Sarlo ha provato a ripristinare quella verità, per molti versi ancora taciuta e non compresa, non con un saggio ma con un romanzo storico dal titolo La congiura delle passioni, edito da Altramedia editore. Conscio che al Sud manca un’epica condivisa ha provato a contribuire con il suo talento creativo pur basandosi su un attento studio delle fonti e dei documenti. Da meridionale può essere accusato di essere di parte, ma leggendo attentamente il suo libro si nota un sincero sforzo nel mediare e nel mantenere un atteggiamento equo e obiettivo distinguendo i fatti storici certi, dalle mere supposizioni. Da un punto di vista creativo è un interessante esperimento linguistico: sembra scritto da un autore ottocentesco, dall’uso delle parole, in parte in dialetto, in parte in latino segno distintivo delle classi alte, alla struttura stessa delle frasi. Comprensibile da un lettore contemporaneo e pur capace di conservare un eco antico che ci riporta in quegli anni come spettatori attivi dei fatti narrati. La storia minima quotidiana dei personaggi acquista un’epicità accanto alla Storia alta fatta dai potenti e finita sui libri di storia. Dal brigantaggio (ma furono briganti o patrioti? molto spesso le cose cambiano dal punto di vista da cui le si osserva) alla divisione delle terre promesse ai contadini con promesse senza fondamento, tutto si snoda sotto i nostri occhi, senza retorica. Che il personaggio della A Masciara diventi un simbolo del Sud stesso, indomito, orgoglioso, coraggioso è un’altra caratteristica del romanzo che raccoglie gli echi di un sapere popolare che si tramanda oralmente da generazioni. Il borgo montano di Monte Saraceno, nome di fantasia di un paese sugli Appennini Lucani, diventa il fulcro della storia, concreto e capace di evocare i mille borghi e paesi meridionali che costellavano le terre divise dai latifondisti. Insomma un’interessante lettura se si vuole capire meglio la nostra storia e le ragioni perchè certe criticità non sembrano risolvibili. Ammettere che le ragioni e la verità non si trovano mai da un lato solo è un fatto importante nella composizione dei conflitti, e capire ed ammettere che c’è ancora un conflitto in corso è un primo passo.

Pietro De Sarlo, laureato alla Sapienza in Ingegneria, ha un lungo passato manageriale esercitato ai massimi livelli in società italiane ed estere. In tale ambito, come presidente della Fondazione Intesa Sanpaolo Onlus, ha promosso diversi interventi a favore della cultura tra cui le borse di studio per dottorati di ricerca in materie umanistiche. Oltre ad alcuni saggi di natura economica, ha pubblicato il primo romanzo nel novembre 2016, L’Ammerikano (premio della giuria al concorso Argentario 2017 e premio San Salvo-Artese, sempre nel 2017, riservato alle opere prime). Per Altrimedia nel 2020 ha pubblicato Dalla parte dell’assassino (Premio Narrativa Giallo/Thriller nell’ambito della quinta edizione del Concorso Letterario Nazionale Argentario 2020 – sezione Narrativa edita). È appassionato di vela, sci e motociclismo.

Source: libro inviato dall’autore, che ringraziamo.

:: Review Party: Dante Enigma di Matteo Strukul (Newton Compton 2021) a cura di Giulietta Iannone

6 Maggio 2021

Firenze 1288. Una città cupa, fosca, nelle mani di Corso Donati, capo dei guelfi, assetato del sangue dei nemici, quei ghibellini che hanno appena sterminato i senesi – alleati dei fiorentini – nelle Giostre di Pieve al Toppo. In questo teatro d’apocalisse si muove il giovane Dante Alighieri: coraggioso, innamorato dell’amore e consacrato a Beatrice, ma costretto a convivere con la moglie, Gemma Donati; amico di Guido Cavalcanti e di Giotto, amante della poesia e dell’arte ma chiamato dal dovere sul campo di battaglia. Firenze infatti si prepara a un ultimo, decisivo scontro, e Dante dovrà dar prova del proprio coraggio impugnando le armi a Campaldino. Quando Ugolino della Gherardesca, schierato coi guelfi e imprigionato nella Torre della Muda a Pisa, morirà di fame fra atroci tormenti, Corso si deciderà a muovere guerra ai ghibellini. Il giovane Dante si unirà allora ai feditori di Firenze, affrontando il proprio destino in una sanguinosa giornata che ha segnato il corso della storia d’Italia. E che segnerà necessariamente anche lui, come uomo e come poeta. Guerriero, appassionato, avventuroso. Un Dante inedito.

Matteo Strukul È nato a Padova nel 1973. È laureato in Giurisprudenza, dottore di ricerca in Diritto europeo e membro della Historical Novel Society. Le sue opere sono in corso di pubblicazione in quaranta Paesi e opzionate per il cinema. Per la Newton Compton ha esordito con la saga sui Medici, che comprende Una dinastia al potere (vincitore del Premio Bancarella 2017), Un uomo al potere, Una regina al potere e Decadenza di una famiglia. Successivamente ha pubblicato Inquisizione Michelangelo, Le sette dinastie, La corona del potere e Dante enigma. Per essere informati sul suo lavoro: matteostrukul.com 

Dante Alighieri morì a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321, e proprio quest’anno ricade il 700mo anniversario. Tra le tante celebrazioni Newton Compton fa uscire il romanzo storico Dante Enigma, di Matteo Strukul il più pulp tra gli autori italiani che coniugano storia, avventura, e sfumature noir.

Di cosa parla questo romanzo? Della gioventù turbolenta di Dante, che non fu solo il sommo poeta che noi tutti conosciamo, ma qui lo vediamo in una veste inedita per molti, sul campo di battaglia di Campaldino, la più cruenta e sanguinosa battaglia del Medioevo, che vide contrapposti i guelfi di Firenze e i ghibellini di Arezzo.

Facciamo fatica a immaginarci un Dante guerriero, ma proprio l’orrore di quel campo di battaglia se vogliamo è stato fonte di ispirazione per l’Inferno della sua Commedia.

Nelle ore convulse che ne erano seguite, Dante aveva preparato il proprio equipaggiamento di feditore che era riuscito a comprare, in quell’ultimo periodo, grazie all’appoggio di Vieri de’ Cerchi e della famiglia di sua sorella Tana. Sapeva di dover prendersene cura ed era orgoglioso e spaventato al tempo stesso nel veder luccicare sul tavolo della cucina la cotta di maglia, le maniberghe e le pediberghe, il camaglio e l’elmo. Le fiamme del camino si riflettevano sul ferro scintillante dell’armatura leggera, disegnando rossi arabeschi.

E quindi per capire Dante è anche utile immergerci in quel clima di lotta e di violenza, di cui Strukul sottolinea il lato avventuroso.

Sia chiaro non è un saggio storico, Strukul ha voluto scrivere un romanzo avventuroso, ma si è documentato seriamente facendo un grande lavoro di ricerca e consegnandoci una descrizione romanzata dei fatti credibile e interessante.

Anche il lato sentimentale della vita di Dante e il suo amore puro per Beatrice, diventerà poi combustibile per il suo genio letterario, e qui vi compare.

Ciò che componeva era il suo unico rifugio. Che cosa avrebbe pensato Gemma di quello che scriveva sulle donne, della sua idea d’amore affidata a fanciulle che non erano lei? E quanto lo avrebbe odiato se avesse scoperto di Beatrice? Perché lei incarnava l’amore perfetto, la salvezza, la promessa di una vita anche per ciò che vita non era: era forse tale l’obbligo di sposarsi? Di dover appartenere a un’arte, di guadagnare con un lavoro manuale? Lui non era fatto per quello, era insofferente alle regole, voleva librarsi nei cieli della meraviglia e delle passioni, voleva conoscere la bellezza assoluta, planare su luoghi sconosciuti e ghermire il cuore di donne magnifiche e irraggiungibili!

Il ritratto che ne emerge di Dante è il ritratto di un uomo coraggioso, sanguigno, innamorato dell’amore, capace di grande audacia e di forza, intelligente e amante della bellezza, dell’arte e della poesia. Una personalità molto sfaccettata amica di Guido Cavalcanti e persino di Giotto, (quest’ultima amicizia non è testimoniata, ma non ci sono neanche dati certi che la neghino, per cui Strukul gioca seguendo la sua intuizione).

Dante Enigma è insomma un moderno libro di avventura, in cui storia e fantasia si coniugano sul filo dell’azione portando il lettore in un mondo lontano con l’abilità dei grandi narratori dei romanzi di appendice ottocenteschi.

Source: pdf inviato dall’editore scopo Review Party.

:: Review Party: Leonardo da Vinci. Il mistero di un genio di Barbara Frale (Newton Compton 2021) a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2021

Firenze, 1482.

Il giovane Leonardo da Vinci si è già fatto un nome, come apprendista alla celebre bottega del Verrocchio. Ma insieme alla fama il talento gli ha portato anche molti nemici, tanto che la città non è più un luogo ospitale per lui. Così, quando Lorenzo il Magnifico, suo protettore, gli offre una possibilità di riscatto, Leonardo accetta senza remore.

Dovrà recarsi a Milano, dal duca Ludovico il Moro, alleato dei Medici. Ufficialmente sarà uno dei valenti artisti chiamati a dare lustro alla corte degli Sforza, e avrà l’occasione di creare capolavori che lo renderanno immortale. Ma quella che nasce come una nobile collaborazione finirà presto per trasformarsi in un insidioso legame, quando il nuovo mecenate di Leonardo si rivelerà il suo antagonista…

Tra storia e leggenda, una sfida pericolosa per un genio che non ha avuto pari.

Barbara Frale, l’autrice

È una storica del Medioevo, nota in tutto il mondo per le sue ricerche sui Templari. Autrice di varie monografie, ha partecipato a trasmissioni televisive e documentari storici. Ha curato la consulenza storica per la serie I Medici. Masters of Florence in onda sulla RAI ed è autrice, insieme a Franco Cardini, del saggio La Congiura. La Newton Compton ha pubblicato con successo I sotterranei di Notre-Dame, In nome dei Medici, Cospirazione Medici, La torre maledetta dei templari, Leonardo da Vinci. Il mistero di un genio e il saggio I grandi imperi del Medioevo.

Francia, 1519. Troviamo un Leonardo anziano, al termine della sua vita, all’inizio del romanzo storico Leonardo da Vinci. Il mistero di un genio di Barbara Frale. Sua Eminenza Cristoforo Numai, legato apostolico di papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici figlio di Lorenzo il Magnifico e il re di Francia Francesco I si recano al castello di Clos-Lucé, dove Leonardo si è rifugiato, per motivi opposti. Il Cardinale su incarico del Papa Leone X vuole da Leonardo un prezioso libro, dal contenuto eretico, condannato dalla Chiesa, che Leonardo custodisce in segreto, Sui principi di Origene nella versione originale non nella traduzione del monaco Rufino. Contenente, si presume, un trattato sulla Creazione, ma non la Genesi, bensì un testo apocrifo. Un’altra Bibbia, precedente e non scritta da Dio. Una conoscenza proibita agli uomini, la stessa che il Serpente rivelò ad Adamo, il segreto stesso della somma conoscenza che rende simili a Dio.

Francesco I dal canto suo vuole solo difendere Leonardo senza mettersi però in aperta opposizione del Papa di cui necessitava i favori per ambire al trono del sacro Romano Impero lasciato vacante dalla morte di Massimiliano I d’Asburgo. Leonardo nega di possedere quel libro, anche se minacciato di scomunica, pur tuttavia affermando di non essere un eretico, in cambio gli narrerà una storia e ascoltandola sapranno anche del libro che tanto interessa al Papa, e all’alba verrà svelata l’ultima verità, la più grande eredità che Leonardo lascia al mondo.

E così da quel momento la narrazione passa in prima persona e Leonardo ricorda di quando era giovane a Firenze in un momento di grave crisi creativa, quando non riusciva a terminare nessuna opera che iniziava, braccato dalla giustizia e Lorenzo il Magnifico stesso, suo mecenate e protettore per salvarlo da se stesso gli propone di andare a Milano alla corte di Ludovico il Moro, alleato dei Medici, apparentemente come artista, in realtà incaricato di una missione segreta, oltre ad acquistare De igne, del celebre Leon Battista Alberti, deve trovare un documento prezioso di inestimabile valore per Lorenzo.

Leonardo accetta e fa la conoscenza con Lisandro Dovara, un incontro capace di cambiare per sempre la sua vita… Per chi ama i libri una lettura appassionante, l’autrice è davvero brava a rendere tutto misterioso e nello stesso tempo avvincente. Che poi Leonardo oltre che genio ineguagliato versatile in ogni tipo di arte e scienza abbia anche vissuto una storia d’amore capace di dare un senso alla sua vita tra intrighi, macchinazioni dei potenti è una parte che ho apprezzato molto. Ve ne consiglio senz’altro la lettura, sia per le competenze storiche dell’autrice, che rende tutto credibile anche le parti volutamente inventate, che per la fluidità della narrazione. Buona lettura.