Posts Tagged ‘romanzo storico’

:: Combatti per Roma, Douglas Jackson (Newton Compton, 2015) a cura di Laura M.

12 giugno 2016
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Douglas Jackson è assieme a David Gibbins, Conn Iggulden, Ben Kane, Anthony Riches e Simon Scarrow, uno dei miei autori preferiti di sword and sandal, specializzati nell’Antica Roma. Di autori ce ne sono altri, tutti validi e competenti (nella ricostruzione del periodo storico), ma questi sono i principali che mi hanno avvicinato al genere, non forse una lettura prettamente femminile, ma tant’è anche il noir dicono che non lo sia. Alcuni sono specializzati in grandi battaglie, altri hanno un taglio più intimista. Ma insomma l’Antica Roma è un periodo che mi ha sempre affascinato, specialmente il periodo in cui i primi cristiani iniziarono a diffondere il loro credo, antitetico se vogliamo agli usi e costumi pagani. Una vera minaccia, e se vogliamo Nerone non si sbagliava più di tanto a giudicarla tale. Il cristianesimo minò davvero le fondamenta dell’Impero Romano e lo sconfisse. Come ci riuscì una religione di pace e fratellanza, per lo più formata da adepti che si riunivano nel nascondimento delle catacombe o rischiavano di finire mangiati dai leoni nell’arena? Resta un mistero, ma sta di fatto che spesso porre il Mondo Romano in antitesi con quello Greco, (lo si fa forse anche inconsciamente, i primi rozzi soldati, i secondi filosofi, poeti, e pensatori), svilisce la grandiosità di ciò che l’Impero Romano fu, non solo il drago dell’Apocalisse di Giovanni insomma. Proprio per questo lo scontro di civiltà fu titanico, ma ciò che andò perduto non fu solo violenza, ignoranza, e barbarie. Ricordiamoci che seguì il Medio Evo, e forse solo Carlo Magno fu investito da quel sogno che con la fine dell’Impero romano era morto. E non parlo solo di conquiste territoriali, imperialismo e avidità più o meno rapace. Il sincretismo religioso del paganesimo romano ne è un segno, l’Antica Roma assorbiva come una spugna tutto ciò che fosse degno e utile con uno spirito tollerante raramente presente nei secoli successivi. Dunque acquedotti, libertà, cultura, diritti, l’Antica Roma fu soprattutto questo, non solo conquiste militari e saccheggi. E’ indubbio comunque che il genere sword and sandal, parli anche di quest’ultime componenti, e lo fa con un’accuratezza incredibilmente scrupolosa, pensiamo solo a Anthony Riches. Douglas Jackson è forse più attento alle dinamiche interne, o almeno lo è in Combatti per Roma, seconda storia con Gaio Valerio Verre che abbiamo imparato a conoscere in L’eroe di Roma. Dopo i libri con Caligola e Claudio, qui abbiamo Nerone che tesse le sorti dell’Impero, in questa serie che ha già all’attivo sei libri. Combatti per Roma parla esattamente dei temi che più a me interessano, e lo fa con il taglio avventuroso e movimentato tipico del genere. Cosa è disposto a fare Gaio Valerio Verre per difendere Roma dai temibili seguaci del Nazareno? Fino a che punto saprà spingersi, senza farsi troppo affascinare da questa nuova religione che sembra prometta la vita eterna? Trovare un pescatore, Pietro, capo dei seguaci di questa nuova religione, diventerà quindi la sua missione, lui che ha combattuto valorosamente in Britannia, perdendo una mano e guadagnandoci una ferita al volto. Una missione affidatagli direttamente dall’ Imperatore Nerone, paranoico (fino a un certo punto diremo noi col senno di poi). Ma un altro cruccio affligge Gaio Valerio, la sua amata sorella Olivia è sofferente e sembra non riuscire a riprendersi, sarà questo fatto a spingerlo da un medico giudeo che gli da una polvere che da alla ragazza un parziale miglioramento. Sarà proprio la malattia della sorella a spingere Gaio Valerio a credere nei miracoli, e ad avvicinarsi a questa nuova religione così pericolosa che dovrebbe combattere? Naturalmente non vi anticipo altro ma vi basti sapere che Seneca in persona, aiuterà il nostro nella ricerca di Pietro, per trovare le prove che è davvero il capo di coloro che congiurano e combattono per la rovina di Roma. Se amate il genere, da non perdere. Questo autore scozzese è davvero bravo. Stile scorrevole, facilità di lettura, affatto noioso, con una discreta caratterizzazione dei personaggi. Traduzione di Valentina De Rossi.

Douglas Jackson, ex giornalista, nutre da sempre una grande passione per la storia romana. Vive in Scozia, con la moglie e tre figli. È autore, tra gli altri, dei romanzi Il segreto dell’imperatore, Morte all’imperatore! e L’eroe di Roma, pubblicati dalla Newton Compton. I suoi libri sono tradotti in 7 Paesi. Per saperne di più: www.douglas-jackson.net

Source: acquisto personale in un Mercatino dell’usato.

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:: 22/11/1963, Stephen King (Sperling & Kupfer, collana Pickwick, 2011) a cura di Maria Anna Cingolo

4 giugno 2016
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Sapevo dove mi trovavo: a Lisbon Falls, Maine, nel cuore della contea di Androscoggin. La vera domanda non era dove, ma quando.”

Nel più celebre romanzo di Lewis Carroll, una bambina segue un coniglio bianco nella sua tana e si ritrova in un mondo altro dove tutto è possibile. In questo romanzo di Stephen King, invece, c’è sempre una “buca del coniglio” ma essa coincide con la dispensa di un tavola calda nel Maine e conduce sempre e solo alle 11:58 del 9 settembre 1958. Uno due tre gradini e Jake Epping, un insegnante di inglese come tanti, da poco divorziato e senza figli, mette piede nella Terra di Allora per tentare di compiere una missione senza eguali: vivere cinque anni nel passato e nel 1963 salvare la vita del presidente degli Stati Uniti, uccidendo il suo attentatore, Lee Harvey Oswald.

Puoi cambiare la storia, Jake, lo capisci? John Kennedy può salvarsi.

Jake Epping assume un’altra identità, diventa George Amberson e scopre che nel passato i prezzi sono più bassi, il cibo è più saporito e “pieno” ma gli odori decisamente peggiori del 2011. Jake continua ad insegnare, perché è questa la sua vocazione, balla il twist e vive la gioia di amare e riessere amato. Però, ad ogni piacere Jake/George deve anteporre il dovere e la sua missione, anche se significa compromettere la sua stessa felicità. Tornare indietro nel tempo e mutare il corso degli avvenimenti non è, però, un’impresa facile perché “il passato è inflessibile e si difende dal cambiamento”, perché qualcosa del passato rifiuta di essere modificato e si oppone con ogni sua forza, e spesso con violenza, affinché tutto rimanga al suo posto.
22.11.63 è un romanzo storico e rappresenta una delle poche eccezioni con le quali King ha scelto di variare il suo repertorio di opere horror che lo hanno reso famoso in tutto il mondo; l’autore si dimostra comunque una certezza dando vita ad uno dei suoi libri migliori, almeno secondo il modesto parere di chi scrive. Nonostante il cambiamento di genere, il sovrannaturale rimane una costante anche in questo libro ed è data non solo dal viaggio nel tempo ma soprattutto dal sempre stra-ordinario stile narrativo. Infatti, non è solo l’originalità di questa storia – come di tante sue altre – a rendere Stephen King un maestro trai romanzieri contemporanei e futuri, ma la capacità innata, superba ed estremamente naturale con la quale egli descrive ogni scena, senza tralasciare alcun particolare. All’immaginazione del lettore è permesso di vedere, sentire, amare e temere quello che Jake Epping vede, sente, ama e teme durante questa strabiliante avventura. Jake Epping vincerà e perderà nel corso di una storia che, se leggerete questo romanzo, al di là del luogo comune abusato dai recensori, terrà davvero i vostri occhi incollati alle pagine. Diventerà la vostra storia, la vostra missione, il vostro disperato tentativo di combattere il passato per salvare la vita di JFK e cercare di rendere il mondo un posto migliore. Nelle ultime pagine di questo romanzo, l’ammaliante scrittura di Stephen King smette soltanto di raccontare e invita alla riflessione: cambiare il passato comporta conseguenze nel futuro perché ogni avvenimento si lega ad un altro e quest’ultimo ad altri ancora. Ogni azione, che sia compiuta dal presidente del Paese più potente del mondo o da un qualunque insegnante di inglese, genera quello che viene definito effetto farfalla ed acquisisce un suo peso nella Storia. Naturalmente, questa dinamica non vale solo per chi torna indietro nel tempo e vuole cambiare il passato ma anche per coloro che, forse più fortunati, possono cercare di fare la differenza nel loro ordinario presente. Traduzione di Wu Ming 1.

Stephen King: (Portland, 21 settembre 1941) sceneggiatore ma soprattutto instancabile scrittore, vive nel Maine con la moglie Tabitha; è considerato il re dell’horror e i suoi libri sono bestsellers in tutto il mondo.

Source: acquisto personale.

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:: La casa delle vergini, Ami McKay (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

1 giugno 2016
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Nella New York del 1871, i bassifondi sono un girone infernale che inghiotte innanzitutto giovanissimi e giovanissime, divisi tra crimine, accattonaggio, prostituzione.
Moth è una delle creature che vivono a Chrystie Street, figlia di una chiromante e cresciuta senza aver conosciuto suo padre: a soli dodici anni viene venduta a Mrs Wentsworth, giunta a Chrystie Street in cerca di cameriere. La vita presso questa padrone è durissima e Moth cerca di scappare, incontrando Miss Everett, che gestisce una pensione speciale, una cosiddetta casa delle vergini, bordello particolare in voga allora quando si credeva ancora che per un uomo malato fare sesso con una ragazzina ancora illibata fosse prodigioso. Sembrerebbe un abisso senza fine, ma Moth incontrerà nella casa la dottoressa Sadie, che forse sarà la sua salvezza da una condizione senza speranza, un riscatto da una condizione di vittima di violenze e depravazioni.
La condizione delle classi povere dell’Ottocento è stata trattata in tantissimi romanzi, a cominciare da quelli del contemporaneo Charles Dickens, che non poteva però per ragioni di censura parlare di certi inferni e abissi che toccavano ragazzine e ragazzini, anche e soprattutto nella Londra vittoriana tanto moralista ma solo di facciata. Tra l’altro, oggi si sente parlare di prostituzione adolescenziale come di una novità indotta dal consumismo e magari dalla richiesta di certi personaggi di spicco, ma in realtà è una piaga vecchissima, che nell’Ottocento, secolo di inurbazione forzata e di immigrazione, raggiunse tra le maggiori vette di diffusione proprio in Occidente, complici anche gli inesistenti diritti per donne e bambini e l’impunità del commercio sia per quello che riguardava gli sfruttatori che i clienti.
La casa delle vergini racconta una storia di emarginazione e riscatto al femminile, in un passato interessante ma non certo da rimpiangere ma restituito con grande interesse, parlando anche di argomenti scabrosi ma senza essere mai fastidioso e volgare, costruendo un’eroina realistica, che lotta contro i limiti della sua condizione senza diventare romanzesca o stupida. Un romanzo sociale senza retorica, per ricordare come certi drammi sono eterni e non sono certo da sottovalutare o da esaltare, perché di Moth ce ne sono tante ancora oggi, alcune in luoghi remoti del pianeta e altre magari nelle nostre città, magari con premesse diverse, magari non c’è più il mito della vergine risanatrice, ma resta come dramma sociale e vergogna per chiunque abbia a cuore i diritti dei più deboli.

Ami McKay è nata in Indiana. Il suo romanzo d’esordio, The Birth House, ha ottenuto numerosi riconoscimenti in Canada, tra cui il prestigioso CBA Libris Awards. Con La casa delle vergini ha raggiunto il successo e la notorietà internazionali. Vive in Nova Scotia con il marito e i due figli.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa BEAT.

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:: Il figlio di Ramses – Il ladro di anime, Christian Jacq (Tre60, 2016) a cura di Laura M.

31 Mag 2016
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Mentre si sta preparando un’ altra invasione dell’ Egitto il generale Ramesse figlio di Ramses torna a Melfi nella speranza di potere evitare al regno un nuovo massacro. Il principe Setna, il figlio minore viene gettato nelle acque del Nilo durante una tempesta, ma non affoga, lo salva Fiore una bellissima fanciulla, che non è assolutamente quello che sembra e dopo tutto lui ha sempre nel cuore Sekhet. A corte però la notizia della sua morte si diffonde come una macchia nera, mentre lui invece si dirige verso Bastet alla ricerca del vaso sigillato che contiene il segreto di Osiride, l’unica arma per fermare il Mago Nero.
Il ladro di anime è il terzo capitolo della serie dedicata alla saga di Setna, l’ultimo capitolo, La città sacra, (in cui scopriremo finalmente se il Mago Nero sarà sconfitto) sarà pubblicato a luglio sempre da Tre60. Tradotto da Maddalena Togliani, il libro ci riporta nell’antico Egitto tra maledizioni e incantesimi, testi sacri e creature demoniache, in uno slancio sempre più fantasy che vede contrapposte le forze del male e del bene in una lotta senza esclusione di colpi. E c’è anche spazio per l’amore, la storia d’amore tra Setna e Sekhet, infatti continua, sebbene anche Ramesse sia innamorato della ragazza.
Insomma Christian Jacq forse rivolgendosi a un pubblico più giovane, confeziona una storia capace di portarci in un tempo lontano, sempre all’altezza di evocare mistero e avventura. Una lettura consigliata comunque a tutte le età, e soprattutto agli appassionati di Egitto e antichità. Non proprio un romanzo storico, ma sicuramente impreziosito da accurati dettagli storici che ne fanno un capolavoro del genere.

Christian Jacq, nato a Parigi nel 1947, scopre il fascino dell’Antico Egitto a tredici anni, attraverso alcuni libri della biblioteca di famiglia. Quattro anni dopo riesce a coronare il sogno di visitare la terra dei Faraoni e in quel momento il suo destino gli è chiaro: dedicherà la propria vita a quel Paese, a quella Storia, a quel mondo. Dopo aver studiato Lettere e Filosofia, il giovane Jacq si dedica allo studio dell’Archeologia e dell’Egittologia, conseguendo prima la laurea e successivamente un dottorato presso la Sorbona. Dopo aver pubblicato diversi saggi ed essersi guadagnato gli elogi del mondo accademico francese, Jacq decide di cimentarsi nella narrativa. Il successo arriva nel 1995 con la saga di Ramses: pubblicata in 29 Paesi, raggiunge ogni record di vendita.Oggi Christian Jacq torna con una nuova saga dedicata all’Antico Egitto che, grazie alla sua passione per quella civiltà ancora ricca di misteri, ai suoi numerosi studi e alla sua strepitosa vena narrativa, sta nuovamente scalando le classifiche internazionali.

Source: acquisto del recensore.

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:: Le regole del fuoco, Elisabetta Rasy (Rizzoli, 2016) a cura di Micol Borzatta

26 Mag 2016
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Primavera 1917. L’Italia è già da due anni che è entrata in guerra quando Maria Rosa Radice, ragazza napoletana di vent’anni e di buona famiglia, decide di lasciare gli agi della casa in cui vive con la madre vedova. La decisione viene presa perché non sopporta più l’atteggiamento assillante, egocentrico e menefreghista della madre, il cui unico pensiero è far maritare la figlia per potersene liberare. Maria Rosa decide così di chiedere aiuto allo zio, unico uomo rimasto della famiglia e per questo motivo nessuno può dirgli di no. Lo zio convince la madre di Maria Rosa di lasciare libera la figlia, ma per una ragazza nubile che vuole uscire di casa a quei tempi l’unica destinazione è il fronte, così si arruola come infermiera volontaria.
Arrivata nel piccolo ospedale da campo del Carso incontra Eugenia Alferro. Una ragazza brusca che all’inizio le sta molto antipatica, ma con il tempo il loro rapporto cambia. Eugenia infatti è l’unica che l’aiuta a orientarsi nelle corsie, le insegna come darsi coraggi nei momenti più oscuri e come superare le lunghe giornate piene di corpi maciullati e sangue.
La loro amicizia diventa sempre più forte, a tal punto che entrambe si accorgono che il loro sentimento va oltre all’amicizia, e così di nascosto di notte, chiuse nella stanza che condividono, sottovoce, per paura che qualcuno possa sentirle, si confessano reciprocamente il loro amore.
Inizia così un rapporto forte e complicato, un’unione che non sapranno se riusciranno a far continuare, una lotta dentro a una lotta.
Un romanzo audace, scritto come se fosse una lettera aperta che la protagonista scrive alla sua amata, con uno stile leggero come potrebbe essere quello di una persona innamorata che vuole aprire il suo cuore e confidare tutti i suoi segreti.
La Rasy riesce in un romanzo nemmeno troppo lungo a racchiudere due temi di grandissima importanza: la guerra e l’omosessualità. Specialmente il secondo argomento viene trattato sotto tutti i suoi aspetti, ovvero come un sentimento profondo e reale, puro e nello stesso tempo impetuoso, sempre però raccontato sottovoce, per trasmettere al lettore il senso di tabù causato dai tempi in cui è ambientato, ma che a ben guardare vige tutt’oggi.
Un romanzo fantastico che fa capire l’ipocrisia della gente e come invece può essere innocente l’animo umano.

Elisabetta Rasy nasce a Roma nel 1947. Trasferitasi a Napoli ancora adolescente, tornerà nella capitale in età adulta.
Nel 1974, dopo la laurea in Storia dell’Arte, fonda la casa editrice Edizioni delle donne, e inizia a collaborare con Rai e Radio 3.
Attualmente corrisponde per il supplemento domenicale del Sole 24 Ore.
Madre del poeta Carlo Carabba, ha al suo carico molti romanzi sia storici generici che storici femminili.

Source: pdf inviato dall’editore, ringraziamo Federica dell’ufficio stampa Rizzoli.

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Nota: disponibilità immediata un solo pezzo.

:: Un caffè con Robespierre, Adriana Assini (Scrittura & Scritture, 2016) a cura di Elena Romanello

12 Mag 2016
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Dopo aver viaggiato in altre epoche, Adriana Assini sceglie per la sua nuova fatica uno dei periodi storici più interessanti e ultimamente poco praticati, e cioè la Rivoluzione francese, nel periodo del Terrore intorno al 1793, momento culminante di uccisioni che costò la vita ad aristocratici e oppositori, ma anche a semplici sospettati o a chi non era particolarmente entusiasta dell’andazzo.
Un caffè con Robespierre mette a confronto un dramma privato con il dramma collettivo della Rivoluzione: Bertrand e Manon sono una coppia che per anni è stata fedelmente al servizio dell’Ancien Regime, lui come cuoco e lei come modista con tra le sue clienti la stessa Maria Antonietta. I nuovi tempi rivoluzionari li dividono irrimediabilmente: lui resta fedele, rischiando anche personalmente, ai vecchi padroni e al vecchio ordine, mentre Manon è attratta dalle nuove idee di giustizia e libertà, tanto da cominciare a frequentare il salotto di Robespierre, che abita a due passi da casa sua e di cui assistirà ai trionfi e poi alla caduta.
Ci sono stati negli anni tanti romanzi sulla Rivoluzione francese e sui suoi protagonisti, con toni altalenanti dalla storiella sentimentale con quell’evento sullo sfondo alla vicenda più impegnata e complessa. Il libro di Adriana Assini è senz’altro più vicino alla seconda tipologia di romanzi, una storia non banale che racconta temi importanti come il rapporto tra pubblico e privato, il ruolo della donna in un’epoca in cui cambiò molto anche se non come si sperava, l’impatto che ha sulla vita dei singoli il corso della Storia, soprattutto quando ci sono cambiamenti radicali che mettono in discussione ordini stabiliti da decenni.
Una storia per gli amanti del romanzo storico, non tanto d’azione ma soprattutto meditativi, con particolare interesse per il ruolo della donna: Manon, così come il marito, è un personaggio inventato ma ispirato a Rose Bertin, sarta e modista di Maria Antonietta, che poi a differenza di lei preferì scappare all’estero così come la sua ritrattista ufficiale Madame Vigée Lebrun.

Adriana Assini vive e lavora a Roma ed è sia pittrice che scrittrice. Per Scrittura & Scritture ha pubblicato vari romanzi storici come Le rose di Cordova, Un sorso di arsenico, Il mercante di zucchero e La riva verde.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Vincenza dell’Ufficio Stampa Scrittura & Scritture.

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:: La sarta di Dachau, Mary Chamberlain (Garzanti, 2016)

23 gennaio 2016
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Londra, 1939. Ada Vaughan, una graziosa ragazza di quasi 18 anni, lavora come sarta nell’atelier di Madame Duchamps, a Dover Street. La cura nel vestire, un corso di dizione, un lavoro che le permette di contribuire alle spese della famiglia (madre, padre, fratelli) che vive nel quartiere operaio, tutto fa di lei una ragazza moderna e “ambiziosa”. Ada è brava nel suo lavoro, la più brava delle sarte dell’ atelier, e questo quasi fa passare in secondo piano la zona disagiata da dove proviene, una casa a schiera di pochi vani, in cui d’estate gli insetti costringono a stare fuori e la fuliggine si impregna in ogni cose, tende, tessuti e mobili. Ma Ada ha un sogno, coltivato con ostinazione iniziando a lavorare per il sarto Isidore dove ha imparato le basi della sua professione prima di arrivare da Madame Duchamps, non vuole restare una semplice sarta, vuole diventare modista e perché no stilista e creare i suoi propri modelli magari per una propria Casa di moda sulle orme di Coco Chanel.
Poi un giorno un incontro inaspettato sotto la pioggia. Un conte, almeno così si dichiara, del continente, con il suo aspetto esotico e l’accento ricercato si interessa di lei, la porta nei locali più rinomati e un giorno l’invita a trascorrere con lui 5 giorni a Parigi. Come rifiutare? Magari le chiederà di sposarla? Coronamento romantico di una vita di stenti e di duro lavoro. Ada Vaughan accetta e parte con Stanislaus von Lieben per Parigi. Un viaggio da sogno, in un romantico alberghetto, stessa camera ma letti separati.
Poi l’irreparabile. Già a Londra aveva sentito che c’era la possibilità di una guerra imminente, ma non ci aveva creduto. Perché subito? C’era tempo per 5 giorni a Parigi. Ada Vaughan era infondo una ragazza fortunata. E invece la guerra scoppia e come conseguenza non può tornare a casa. Senza soldi, l’unica alternativa e trovare un lavoro e infondo nulla è perduto. Ha Stanislaus, così gentile e “innamorato”. Presto iniziano a vivere a Parigi come marito e moglie pure senza essere sposati.
Ma Stanislav non è il ragazzo dolce e sensibile che si era immaginata. Dopo una precipitosa fuga in Belgio ne ha l’amara conferma. L’abbandona in un albergo, senza soldi, senza documenti. Da quel momento per Ada Vaughan è l’inizio di un incubo che la porterà in Germania, a Dacahau nella casa del comandante del campo. E solo la sua abilità con l’ago farà la differenza tra vivere e morire. Tante donne naziste le porteranno foto di abiti a cui lei dovrà dare vita, cullata dal sogno di tornare a casa dalla sua famiglia non prima di aver cucito l’abito da sposa della donna più importante del Terzo Reich, proprio Eva Braun, la compagna del Führer. (Che non riconosce, lo scoprirà dopo a guerra finita, in modo drammatico).
Sono tanti i libri usciti quest’anno in occasione del Giorno della Memoria, alcuni biografici o scritti dai personaggi che realmente hanno vissuto quegli eventi, altri più romanzati come La sarta di Dachau (The Dressmaker of Dachau, 2015), dell’esordiente inglese Mary Chamberlain, professoressa di storia a Oxford, edito da Garzanti e tradotto da Alba Mantovani.
Un libro particolare, che analizza gli anni della Seconda guerra Mondiale in Europa da un punto di vista insolito e interessante, quanto drammatico, parlando di deportazioni e collaborazionismo. Argomenti che senz’altro non sono ancora stati approfonditi e danno materia di analisi per studiosi e romanzieri. E Mary Chamberlain è entrambi, oltre ad avere un profondo interesse per la condizione femminile e la società misogina inglese post-bellica. Insomma questo libro tratta temi seri e difficili, dando a suo modo un importante contributo al dibattito di questi giorni.
Con la sua scrittura limpida, scorrevole, al servizio di una storia drammatica che conserva sfumature di incredibile, la Chamberlain (nuora dell’attrice Lilli Palmer) ricostruisce un ritratto di donna per nulla stereotipato o edulcorato. Molti ebrei, perlomeno alcuni, si salvarono nei campi di concentramento per le loro particolari abilità, chi perché sapeva le lingue, altri perché suonavano uno strumento, altri ancora perché erano capaci di tagliare i capelli. In questo romanzo la protagonista non è ebrea, ma ripercorre queste orme e chiusa a Dachau senza saperlo, utilizza la sua abilità nel cucire e tagliare stoffe come un’ arma in una guerra silenziosa e altrettanto difficile che la guerra combattuta sui campi di battaglia.
Se all’inizio Ada è una ragazza ingenua e romantica (forse troppo), capace di credere ai sogni, con il passare del tempo si trasforma in una donna sempre più consapevole e determinata, sorretta dall’ aspirazione di sopravvivere per tornare a casa dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Riuscirà a ritrovare suo figlio, e Stanislaus? Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo questo romanzo capace di sondare l’animo femminile e le sue molteplici capacità di adattamento, coraggio e inventiva, senza sconti o concessioni al lieto fine.
Sebbene non sapremo mai chi furono le sarte di cui si servì Eva Braun (ordinò che fossero distrutte le ricevute) questo romanzo ci avvicina a una storia che ha molte caratteristiche che si avvicinano alla realtà. Forse è esistita davvero Ada Vaughan, o tante ragazze a lei simili, e forse non lo sapremo mai.

Mary Chamberlain è professoressa di storia a Oxford. La sarta di Dachau, il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Martina dell’Ufficio Stampa Garzanti.

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:: Recensione di Il traditore di Versailles di Arnaud Delalande

21 ottobre 2010

tresArnaud Delalande, raffinato autore de La Trappola di Dante, torna in libreria per la Nord Edizioni con un nuovo interessante romanzo storico-avventuroso con venature noir che ha per titolo Il traditore di Versailles, tradotto dal francese, in maniera fluente e sontuosa, da Claudia Lionetti.
Secondo episodio della saga che ha per protagonista l’avventuriero italiano Pietro Viravolta, narra gli intrighi, gli inganni, i delitti, le congiure alla corte di Francia, di un morente Luigi XV, con rara abilità e approfondita conoscenza non solo storica ma anche filosofica, letteraria, artistica.
La storia si dipana nello scenario sfolgorante della reggia di Versailles e dei suoi misteriosi giardini, pieni di giochi d’acqua, passeggiate e labirinti verdi, dove dietro lo sfarzo della ricchezza più ostentata si cela la miseria più estrema, l’assoluta mancanza delle più elementari regole igieniche, la corruzione, il pericolo.
Pietro Viravolta non più giovanissimo, fuggito dalla Serenissima con affianco la sua bellissima moglie Anna, vive ormai da anni in Francia dove fa parte del Segreto del Re, una rete di agenti segreti al servizio di Luigi XV.
Un giorno il duca d’Aiguillon, ministro della corona, lo convoca a corte perché un’ oscura minaccia sovrasta la monarchia. Un serial killer settecentesco, che si firma il Favolista, uccide mettendo in scena ogni volta una favola di Jean de La Fontaine.
La prima vittima è una commessa di un famoso profumiere che ha sentito cose che non dovevano essere sentite. Poi il suo amante anche lui dipendente dello stesso profumiere viene ucciso dalle esalazioni di un profumo velenoso. Anche il “naso” della maison fa la stessa fine e sempre le morti vengono sceneggiate sul tema di una favola.
L’Orchidea, questo il nome con cui è conosciuto Pietro Viravolta, intuisce che non sono solo i delitti di un folle ma c’è qualcosa di più, un sordido complotto politico ordito da potenze straniere che mina alle basi la stessa monarchia e che, non sventato, può cambiare inesorabilmente i destini della Francia.
Con ritmo incalzante e altre morti si sviluppa la storia, fino al colpo di scena finale che non lascerà delusi. Il romanzo storico- avventuroso specialmente francese rimanda a padri illustri come Alexandre Dumas padre e da sempre ha attirato schiere di lettori che ad un testo di evasione richiedevano un’ accurata ricostruzione storica, magari un pizzico di esotico, e inseguimenti, duelli, rocambolesche evasioni, eroine in pericolo e coraggiosi e intrepidi avventurieri un po’ guasconi e un po’ gentiluomini.
Delalande sembra attingere a piene mani dalla tradizione dei romanzi di cappa e spada in più aggiunge contaminazioni sue proprie che vanno dalla spy story all’ horror, con spruzzate di intrigo politico, e riflessioni sociologiche.
La ricostruzione storica è senz’altro la parte che più colpisce, per accuratezza e verosimiglianza, ogni aspetto è dettagliato e frutto di approfondite ricerche, documentate al termine del libro da una interessante bibliografia.
È un libro colto, elegante, imprezoisito da una scrittura ricca che travalica le distinzioni tra i generi, pieno di dotte digressioni che rifanno vivere l’epoca dei Lumi con le sue luci e le sue tante ombre.

:: Recensione de Il giorno dei morti: L’autunno del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni

2 settembre 2010

Il giorno dei mortiAutunno 1931.
Si avvicina il giorno dei morti.
Napoli è sferzata dalla pioggia, una pioggia gelida, sporca, fatta di lacrime che cadono dal cielo come un tributo di compassione e pietà sulla miseria, sui vicoli maleodoranti del rione Sanità, sui traffici illeciti che si compiono nei Quartieri Spagnoli, sugli scugnizzi senza casa e senza famiglia che vivono per strada abbandonati, cenciosi, infreddoliti.
Dicevamo si avvicina il giorno dei morti, il periodo più triste dell’anno e in un’ alba gelida, bluastra, ai piedi dello scalone che porta a Capodimonte, una ragazzina e la sua capra scoprono il cadavere di un bambino vegliato da un cane, suo unico amico.
Ricciardi e il fido Maione vengono trascinati sotto la pioggia ad esaminare il corpicino.
Niente fa pensare che non sia morto di morte naturale. Tuttavia i due poliziotti si trovano davanti ad un’ indagine anomala, tenuta in vita solo dalla caparbietà di Ricciardi, dalla sua cieca ostinazione nel non volere gettare via la vita di un bambino senza lottare, senza capire di cosa è morto o perché, anche quando tutto sembra evidente, scontato, la miseria l’ ha ucciso, l’abbandono, la crudeltà del mondo senza pietà che spazza via i deboli senza una lacrima, un rimpianto.
Ma Ricciardi sente che c’è dell’altro.
L’istinto gli dice di non farsi fuorviare dalle apparenze. Nella vicenda c’è un tocco di sovrannaturale. Ricciardi è un predestinato, la morte lo ha eletto a testimone del dolore, degli untimi pensieri delle vittime morte in modo violento. Il “fatto” più che un privilegio è una condanna, forse una maledizione, che gli fa affrettare il passo vicino al ponte dei suicidi.
In questa occasione non lo percepisce e si trova per la prima volta “nudo” ma non ostante tutto non si arrende, è obbligato dalla sua profonda umanità a prendere a cuore quella creatura, a cercare di capire chi è, quale è il suo nome, la sua storia e soprattutto perché si trovava solo a morire ad un angolo di strada.
Tutti lo ostacolano, cercano di farlo ragionare, anche in buona fede, quando gli espongono l’inutilità di un’autopsia, gli oppongono banalità e buon senso, le autorità fermano ogni tipo di inchiesta, gli sottraggono la pratica perché sta arrivando in città Benito Mussolini in persona e tutto deve essere perfetto, ma Ricciardi ormai lo considera un fatto personale, anche se un poliziotto dovrebbe sempre prendere le distanze dai casi su cui indaga, non farsi coinvolgere completamente, non per egoismo, ma per mero desiderio di sopravvivenza.
E forse gli amici hanno ragione, Ricciardi non è pronto a sopportare cosa scoprirà, nessuno è pronto a sopportare l’indicibile, l’orrore al di la dell’orrore, perché senza amore vivere o morire è la stessa cosa.
I libri di de Giovanni sono gialli dell’anima, spazi dove la scrittura si fa testimonianza. La ricostruzione storica del ventennio fascista, l’ambientazione, la cura appassionata nella caratterizzazione dei personaggi anche minori uno su tutti la tata Rosa materna e protettiva,  tutto concorre nel far sì che sia riduttivo chiamarli semplici polizieschi, anche se la componente dell’indagine è presente ed è cardine portante della narrazione.
Ne Il giorno dei morti, il quarto della serie, l’ultimo che conclude la quadrilogia delle stagioni, il più poetico e dolente a mio avviso, de Giovanni chiude un cerchio, pareggia i conti, tira le fila, per cui consiglio di non iniziare da questo libro la conoscenza del mondo di Ricciardi.
Andate con ordine, leggete prima Il senso del dolore poi La condanna del sangue e solo dopo aver letto ‘Il posto di ognuno iniziate Il giorno dei morti. Stilisticamente maturo e accurato si evidenzia per un’ armonia, una proporzione più simile alla poesia che alla prosa.
Ci sono pagine in cui è faticoso addentrarsi  tanto sono dense di dolore, intenerimento, autentica condivisione, ci sono pagine che anche il lettore più smaliziato troverà ostiche da  leggere senza commuoversi.
Poi de Giovanni è bravo a creare attesa, un’ attesa crescente che trova compimento solo nel finale, spiazzante, tragico e nello stesso tempo aperto alla speranza.
Infine tutto ricomincia, un nuovo inverno si appresta a iniziare lasciando nel lettore il desiderio che la storia continui e ci sia un seguito alle vicende del commissario più umano e sensibile del panorama letterario italiano contemporaneo.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.