Il fenomeno della gamelit è forse il primo “genere letterario” del ventunesimo secolo.
Prima non esisteva nulla di simile. Alcuni pensano ai vecchi tie-in prodotti a corollario di popolari giochi di ruolo, La Saga di Dragonlance è un bestseller ed il capofila di quello specifico sotto-gnere del fantastico.
Ma con i vecchi romanzi di Dragonlance, o di Forgotten Realms, o con la colossale produzione di cicli narrativi legati a Warhammer 40.000, il meccanismo era semplice: si trattava di romanzi che esploravano un’ ambientazione che era stata sviluppata, all’origine, per essere lo sfondo di un gioco di società . E se è vero che l’azione nei romanzi emulava le situazioni che i giocatori potevano trovarsi ad affrontare, la realtà ludica era lasciata in ellissi. Forse con la sola eccezione di Azure Bonds e dei suoi seguiti (Kate Novak & Jeff Grub, 1988), in nessuno dei romanzi si faceva riferimento esplicito al gioco, alla nostra realtà .
Era possibilissimo leggersi uno qualunque dei romanzi di una delle serie citate (o di molte altre), senza aver mai giocato una sola partita al gioco relativo, e senza perdersi per strada alcunchè.
La gamelit è qualcosa di diverso. Sono storie di giocatori scritte da giocatori per un pubblico di giocatori.
Raccontano di personaggi che giocano all’interno di un certo gioco – di solito un videogioco – e quindi gioco e narrativa diventano indissolubili.
Un non giocatore si trova perso, disorientato, davanti a queste narrative che usano il gergo – dei giocatori in genere e del gioco specifico – e che riversano sul lettore continui riferimenti alla gamer culture ed al “mythos” del gioco specifico.
E in effetti sembra quasi che in questo risieda anche la differenza “ideologica” fra i vecchi tie-in dei giochi di ruolo e la moderna gamnelit. I vecchi romanzi miravano ad esplorare ed espandere l’ambientazione, ampliandone il mito, alimentando l’immaginazione dei lettori/giocatori. La gamelit sembra tesa soprattutto a rafforzare e canonizzare il mito, e a confermare gli iniziati nella loro fede.
Questo per dire che La Battaglia Suprema, di Alberto Forni, è un libro con un target molto specifico.
Giovani lettori, certo (pubblica ElectaJunior), ma anche e soprattutto fan e giocatori di “Fortnite”, uno dei più popolari giochi online degli ultimi anni.
Col videogioco, il romanzo di Forni condivide i ritmi sincopati, il linguaggio spezzato e frenetico, l’azione “in soggettiva” che il lettore può sperimentare attraverso quattro personaggi impegnati ciascuno nella battaglia più attesa dai fan, nel 2012 – un altro frammento del “mythos” di “Fortnite” che potrebbe destare una certa perplessità in un non-iniziato. Ciascun protagonista ha una sua serie di caratteristiche e fornisce in capitoli alternativi il proprio punto di vista sull’avventura. Molto opportunamente i capitoli sono stampati su pagine dai colori diversi a seconda del personaggio.
Non c’è dubbio che un appassionato del gioco si riconoscerà in almeno uno dei protagonisti, e si appassionerà alle avventure, all’azione, alle sfide superate nelle sei ore al cardiopalma della Battaglia Suprema.
Per un lettore che non abbia idea di cosa sia “Fortnite”, il romanzo potrebbe risultare quantomeno ermetico. Molte delle scelte grafiche potrebbero risultare irritanti.
Perchè ci sono frasi in evidenza?
Che senso hanno quei personaggi presi dalla cultura pop e spiattellati a illustrare le pagine?
Ma esiste davvero il rischio che un non-iniziato acquisti o legga questo libro?
È abbastanza improbabile.
E se dovesse succedere, è possibile, anzi probabile, che i non iniziati accusino un forte mal di testa per il sovraccarico di stimoli, e tornino a leggersi i loro romanzi sulla Horus Heresy o le avventure di Gotrek e Felix. Questo, dopotutto, non è un libro per loro.
Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa ElectaJunior.



Tra pochi giorni arriverà in libreria il nuovo libro di Elisabetta Gnone: “Misteriosa” per Le storie di Olga di carta. Prima di leggerlo e raccontarvelo, volevo parlarvi di “Jum fatto di buio”, perché anche Jum è frutto della penna della Gnone e, allo stesso tempo, è una delle storie che Olga Papel ama raccontare agli abitanti di Balicò. Questa volta a riscaldare il freddo inverno che attanaglia il villaggio c’è un’avventurosa vicenda che Olga ha pensato prendendo spunto dal vuoto lasciato da un bosco abbattuto. Olga guardando quel desolante buco pensa a Jum fatto di buio. E chi è Jum? Jum è un misterioso essere dalla forma indefinita, dai movimenti lenti e impacciati. Jum ha una caratteristica inquietante: più la gente piange, più lui si nutre delle lacrime delle persone, più diventa grande e grosso. Olga comincia a dire la storia di Jum agli abitanti del suo villaggio e tutti, ancora una volta, restano ammaliati e conquistati dal modo in cui la piccola riesce a narrare la vicenda di quel losco figuro. In realtà, pagina dopo pagina, il lettore troverà Jum in tante storie, perché questo libro della Gnone mi ha ricordato una matrioska russa, nel senso che il volume edito da Salani è una storia che contiene tante altre piccole storie. In “Jum fatto di buio” Olga racconta e lo fa mettendo in evidenza quelle che sono le paure, i tormenti, le ansie che assillano i diversi personaggi dei suoi fantasiosi racconti. A volte noi, come i diversi personaggi presenti nelle vicende narrate da Olga, soffriamo per la perdita di una persona amata, per un progetto andato a monte, per una situazione che ci fa sentire a disagio e spesso diventa davvero difficile riuscire a trovare una via di uscita a quello che ci tormenta. Questa impossibilità di ritrovare la pace è quella che nel libro di Elisabetta Gnone spinge il misterioso Jum a scatenare angosce e dolori nel cuore delle persone, perché più gli umani soffrono, più Jum si nutre del loro dolore. Le storie narrate da Olga Papel, accompagnata sempre dal suo fidato amico Valdo, agli abitanti di Balicò – e a noi lettori – ci dimostrano che nel buio pesto, dove crediamo di esserci persi per sempre, è possibile trovare una soluzione, perché come scrive Elisabetta Gnone in “Jum fatto di buio”: “Siamo lumini che attendono di splendere, il buio non ci appartiene”. Una luce di speranza nascosta in ognuno di noi, tutta da riscoprire per iniziare un cammino di rinascita.
L’ultimo libro di Roberto Morgese: “Nuno di niente”, edito dalla casa editrice Piemme, costo al pubblico euro 15, è una deliziosa favoletta moderna adatta, non solo ad un pubblico più giovane, ma anche a lettori più navigati e smaliziati.
M.G. Leonard, dopo il grande successo de “Il ragazzo degli scarabei”, ci regala un’altra delizia capace di intrigare i bambini di tutte le età: “La regina degli scarabei”.





La richiesta venne accordata e sono in corso le ricerche per trovare i familiari di Tirelli e per poter consegnare il riconoscimento. Tamar Meir ha preso la storia narrata a lei e ai suoi figli dallo suocero Peter e l’ha trasformata in un libro corredato da immagini colorate che narrano ai piccoli lettori di oggi l’eroico gesto di un gelataio, una persona comune, che fece il possibile per salvare ebrei, vittime di un’insensata violenza. “Il gelataio Tirelli” è una storia di amicizia, di eroismo quotidiano, dove il coraggio e l’aiuto incondizionato al prossimo sono gli ingredienti di quel gelato che sono la speranza e la vita e che evidenziano quanto sia importante insegnare alle nuove generazioni a continuare a fare memoria per non dimenticare quello che accadde nel passato. Il libro della Meir è stato tradotto in Italia dalla giornalista Cesara Buonamici e dal marito marito, il medico ungherese Joshua Kalman, i quali hanno un legame diretto con la tragedia della Shoah, poiché il padre di Kalman è l’unico sopravvissuto della propria famiglia ai campi di sterminio nazista, mentre la mamma è rientrata in Ungheria dopo la detenzione in un campo con sua nonna.























