Dopo il buon successo di “Morire è un attimo” (Edizioni Angolo Manzoni, pp 335, Euro 15), Giorgio Ballario torna con una nuova indagine del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini in servizio a Massaua, Eritrea, in un noir classico, ma nello stesso tempo originale. Morosini questa volta, sempre affiancato dal fidato maresciallo Eusebio Barbagallo, sempre allegro e ottimista quasi parente di Don Bosco o per lo meno suo conterraneo, e dal leale e misterioso sottoufficiale indigeno Tesfaghì, dovrà lasciare Massaua per raggiungere la costa dell’Africa che si affaccia sull’ Oceano Indiano per una missione segreta da cui dipendono i destini di molti.
Sullo sfondo dei grandi eventi internazionali, mentre l’ Italia di Mussolini cerca affanosamente di farsi prendere sul serio preparandosi alla guerra con l’Abissinia odierna Etiopia e il generale Rodolfo Graziani al comando delle operazioni militari sta organizzando le forze per lanciare l’offensiva dal fronte sud e marciare su Addis Abeba, Ballario ci porta infatti a Mogadiscio nel caldo afoso e opprimente della tarda estate del 1935 dove una serie di misteriosi omicidi, apparentemente slegati tra loro, sta gettando scompiglio nella popolazione civile, minando pericolosamente il morale delle truppe e addirittura mettendo in serio pericolo le mire espansionistiche del Duce.
Nulla è certo. Si sospetta la longa manus del regime del negus Hailé Selassiè, o addirittura sordidi giochi di potere orchestrati dall’Italia per ostacolare l’ascesa del generale Graziani, fedelissimo di Mussolini da poco bersaglio di un attacco della stampa internazionale, o l’ipotesi più ovvia, ovvero semplici criminali comuni. Chiunque sia il colpevole bisogna scoprire al più presto il perché di questi assassini e chi meglio del maggiore Morosini può riuscire nell’impresa?
Sin dall’inizio l’indagine non si presenta affatto facile. Vuoi per la decisa ostilità delle forze dell’ordine del luogo, vuoi per la fama per lo meno controversa del generale Graziani, accusato di aver compiuto stragi tra la popolazione civile, vuoi per il sospetto che Morosini ha di essere stato sbattuto in Somalia come pedina inconsapevole di un gioco al di sopra della sua testa e lui allergico alle trame politiche non ha nessuna intenzione di fare la fine del capro espiatorio.
Cosa lega tra loro un fante apparentemente morto suicida impiccato ad un albero, un capo manipolo della Milizia sgozzato con il suo stesso coltello, un ascaro libico, un volontario italoargentino e una suora devota e integerrima? Una sola cosa è certa tutte le vittime hanno qualcosa in comune per lo meno un forellino sul collo che fa sospettare che gli sia stata iniettata prima della morte una sostanza psicotropa e addirittura porta Morosini ad interrogarsi se esistano gli zombi.
Morosini è un uomo del suo tempo, porta la brillantina, fuma le Macedonia, balla al suono di Parlami d’amore Mariù e pur non essendo un supereroe legge Seneca ed è fermamente deciso a scoprire la verità.
Il romanzo cattura piacevolmente, oltre che per la simpatia del protagonista, per l’ottima descrizione storica del periodo e della società coloniale dell’Africa italiana di cui Giorgio Ballario dopo approfondite ricerche, e un’ attenta ricostruzione sulla base di documenti d’epoca, ci presenta quei luoghi esotici con grande dovizia di particolari. Con il sottofondo di “Faccetta nera bell’Abissina” impariamo così a conoscere un mondo scomparso, un’Africa esotica ancora viva nei cinegiornali Luce, ma quasi scomparsa dal dibattito culturale di questi anni.
Ballario ha un dono raro sa far amare un personaggio in apparenza normale, ma eccezionale proprio per la sua normalità, per la semplicità della sua dirittura morale in un mondo corrotto e decadente dove “una borghesia debosciata e parassita andava riproducendo nelle Colonie i medesimi vizi della madrepatria” magari accrescendoli “dal clima di rilassatezza e abbandono di quelle terre lontane”.
L’Africa che emerge dalle sue pagine ha poco dello stereotipo da cartolina di quegli anni, è una terra viva animata da una folla variopinta e rumorosa piena degli odori forti delle “droghe, spezie, aromi di cucina, delicate essenze orientali e puzza di pesce marcio, incensi profumati e fetore di lattrine”.
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:: Una donna di troppo. La seconda indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Africa Orientale Italiana, Giorgio Ballario (Edizioni Angolo Manzoni) a cura di Giulietta Iannone
8 novembre 2009:: Intervista con James Sallis a cura di Giulietta Iannone
2 novembre 2009
James, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di te. Chi è James Sallis?
Qualcuno che trascorre un sacco di tempo a guardare uno schermo di computer chiedendosi cosa fare dopo.
Come pensi ti ritenga tua moglie, che ti conosce bene?
Un essere umano meraviglioso. (Non è quello che dice a me, ma so che è quello che pensa veramente.)
Come è nato il tuo interesse per la scrittura?
Ho sempre raccontato storie agli altri sin da quando ero molto giovane, penso di aver sempre saputo dove ero diretto. Anche i miei genitori lo sapevano, ma ne erano molto preoccupati.
Chi sono le tue prime influenze ?
Gli scrittori di fantascienza sono stati quelli che ho imparato prima ad amare. Theodore Sturgeon, Ray Bradbury, Richard Matheson, Alfred Bester. Ho letto i racconti di Sturgeon e di Phil Farmer più e più volte, cercando di capire da dove proveniva la loro magia.
Cosa preferisci in un libro: la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o i dialoghi?
Un senso del luogo, del mondo fisico, è ovviamente molto importante. La cosa più importante, per me, è la voce: ho bisogno del suono di una voce nel mio orecchio, di qualcuno che mi chiami e mi sussurri all’orecchio: “Ho qualcosa di importante da dire.”
Raccontaci qualcosa della tua New Orleans. Il suo quartiere francese, la sua musica, il suo cibo.
È allo tempo stesso la più e la meno “americana” delle nostre città, un meraviglioso calderone di culture, un miscuglio di architettura e di storia, calda, lussureggiante, impoverita, vergognosamente ricca, puzzolente, meravigliosa.
Ora vivi a Phoenix, Arizona. Raccontaci qualcosa di questo paese. Ti piace il deserto?
Sono un meridionale, abituato al sud degli USA, abituato ad un modello di città verticale, ho dovuto abituarmici, ma sì, ho trovato una grande bellezza nel deserto. Phoenix è ormai la quinta o la sesta più grande città degli Stati Uniti, ma, come Los Angeles, è un mosaico, una proliferazione di comunità, di quartieri, di periferie. Intorno a noi, il deserto. A nord, un paese di montagne bellissime.
Tu scrivi saggi, racconti, poesie, romanzi?
Commenti, critiche, articoli di musicologia, canzoni, sceneggiature. Anche lettere, occasionalmente.
“La mosca dalle gambe lunghe” è il tuo primo romanzo con Lew Griffin. Raccontaci qualcosa circa il tuo esordio. È vero che questo romanzo è nato come un racconto?
La prima sezione, sì, è stata scritta come un racconto. Pensavo di scrivere un racconto, ma il personaggio mi restava in mente, mi sussurrava in un orecchio. Così ho scritto un altro capitolo. Poi altri due. Così ne ho fatto un romanzo. Ma no, ancora quel sussurro nell’orecchio che non si fermava. Così ho scritto ancora cinque romanzi.
Lew Griffin è una sorta di eroe dark afroamericano. Ti è simile in molti aspetti?
Ci sono un sacco di cose di Lew in me, o per meglio dire molto di me in Lew, sì. Ma c’è anche un sacco di invenzione. E un sacco ho rubato i tratti, le storie e gli atteggiamenti alle persone che ho conosciuto. E c’è un sacco di Chester Himes.
Cypress Grove, Cripple Creek, e Salt River, sono la trilogia su John Turner. Questo personaggio si ispira ad una persona reale?
No, è pura invenzione. La serie è iniziata quando ero fuori a passeggio. Ho avuto una visione di un uomo accanto a una baracca nel bosco, che ascoltava il rumore di un motore di automobile da lontano. Ho cominciato a farmi domande: Chi era costui? Perché è qui? Chi si avvicina? Con il tempo sono tornato a casa, ho scritto il primo capitolo del romanzo. Il resto del romanzo è stato scritto per rispondere alle domande che continuavano a venirmi in mente.
Raccontaci qualcosa su Luca Conti il tuo traduttore italiano. È per te un amico, un figlio, un partner molto prezioso? Raccontaci qualcosa di divertente su di lui.
Luca è un traduttore sorprendentemente bravo e lo dico perché sono anche io un traduttore. Sono profondamente onorato di vedere i nostri nomi insieme. “Divertente”? Oh, no: siamo entrambi molto, troppo seri.
Quali sono i tuoi scrittori viventi preferiti?
A questa domanda potrei rispondere con una lista molto lunga. Ti dico i primi che mi vengono in mente: Donald Harington, James Lee Burke, Jack O’Connell, Daniel Woodrell, China Miéville, Jonathan Carroll, Thomas Pynchon, Ken Bruen, Peter Robinson, Jerome Charyn, Gene Wolfe e tanti altri.
Suoni musica folk e blues. In che modo la musica ha influenzato la tua scrittura?
Suonare e scrivere sono un po’ la stessa attività, e io uso un sacco di metafore musicali (troppe, pensano i miei studenti) in campo didattico e quando parlo di scrittura. Io sono un improvvisatore in entrambe le attività. Ho in “testa” – la melodia nella musica, la trama di un romanzo – e ci gioco tutto intorno, vado via, torno, cerco di scoprire cosa c’è dentro.
Raccontaci qualcosa di “Drive“. Ti piace il cinema?
Drive è stato scritto in un tentativo di aggiornamento, ovvero di rendere contemporanei quei meravigliosi vecchi tascabili della Gold Medal. Il successo del libro ha sorpreso tutti – in particolare gli editori di New York che si erano rifiutati di pubblicarlo a causa della sua lunghezza ed eccentricità. Rob della Poisoned Pen Press, un fan per lungo tempo, ne ha visto il potenziale. Amo il cinema. Spesso, infatti, accanto alle influenze letterarie, cito film di fantascienza, dei film anni ’50 e i film europei che hanno avuto grandi influenze sul mio lavoro.
Ti piace Chester Himes?
Enormemente – altrimenti non avrei scritto una biografia sostanziale di quest’uomo-. Era, come ho accennato in precedenza – la sua vita ha avuto – una profonda influenza sui romanzi di Lew Griffin.
Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?
La gente si è accorta del mio lavoro sin dall’inizio , e le recensioni sono state ottime. Così, per quanto riguarda le recensioni ho avuto successo sin dall’inizio, commercialmente, non tanto. Dall’inizio ho anche avuto la fortuna di avere molti lettori stravaganti e leali. Io, naturalmente, ho indossato il cappello del critico per molti anni, lavorando come recensore e columnist del “Washington Post”, il “Boston Globe”, e il “Los Angeles Times”.
Dimmi qualcosa dei tuoi libri. Quale di essi preferisci e perché?
Ho una predilezione particolare per The Long-Legged Fly, dato che mi ha aperto tutte le porte. Quello preferito da mia moglie è Moth, che credo sia un romanzo estremamente elegante dal punto di vista testuale. Io non credo che riucirò mai a scrivere un romanzo migliore di Eye of the Cricket o Ghost of a flea. Probabilmente mi sono divertito di più a scrivere i tre romanzi con Turner. Salt River mi sorprende per per il fatto che tanto può essere “detto” in un romanzo in modo breve e apparentemente disarticolato.
Cosa stai scrivendo al momento?
Un romanzo strano intitolato The Killer Is Dying, che ho iniziato come un altro duro romanzo come Drive e rapidamente sto trasfornmandolo in una cosa con molte teste – tre personaggi, tre vite molto diverse. Sono forse a 4/5 della strada da percorrere, chiedendomi sempre cosa succederà dopo.
Ti piace il noir francese?
Oh, sì. Il primo film “straniero” che ho visto – e questo, solo perché ero a Memphis, quando frequentavo le scuole superiori, e partecipavo ad un programma di studio estivo – è stato “Breathless”. Ero cresciuto vedendo i brutti films di Hollywood, avevo 16 anni , e pensavo vedendolo: E cos’è questo? Mi ha colpito moltissimo. Poi ore e ore di Ingmar Bergman, di film giapponesi, i classici film italiani e dopo i film francesi. Credo che gran parte del mio modo di mettere insieme le storie, anche il mio modo di scrivere – la visualità , l’allusività – derivino da tali film.
Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?
Di concentrarsi prevalentemnete sulla scrittura, e scoprire cosa si può fare che nessun altro può fare, e come trasmettere la propria visione del mondo. Gli studenti spesso vengono da me a fare domande su agenti ed editori e sul modo migliore per mercificare il loro lavoro, quando non sanno scrivere una storia coerente o una frase interessante.
Che cosa è per te la “libertà”?
Non posso fare di meglio che citare uno dei miei romanzi preferiti, l’ Ulisse: “Ho paura di quelle grandi parole che ci rendono così infelici.”
Chandler o Hammett?
Entrambi. Assolutamente. La vita non è o , o . E neanche la letteratura. Questo tipo di pensiero aristotelico, come “quelle grandi parole,” è materiale pericoloso.
Ti senti ispirato da avvenimenti reali quando crei le tue trame?
No. Sono ispirato dal tenore del tempo – perseguo ciò che Lionel Trilling considera l’intento “avversario” della scrittura, nuoto controcorrente per ottenere una “conoscenza comune”.
La solitudine dell’uomo moderno è un tema importante nei tuoi libri. Sei stato ispirato dall’ esistenzialismo francese?
Inevitabilmente. L’Etranger è stato uno dei primi romanzi che ho rubato quando ero molto giovane, avevo dodici anni o poco più, ne lessi una copia di mio fratello che la portò a casa dall’ università. Ma la letteratura francese nel suo complesso ha avuto su di me una straordinaria influenza: Queneau, Vian, Pinget, Baudelaire, Verlaine, Ponge, Robbe-Grillet, Apollinaire.
Chi è il tuo poeta preferito? Ti piaciono i poeti russi come Anna Achmatova?
Non so come potrei mai sceglierne uno preferito. Io amo W.S. Merwin, Robert Lowell, James Wright, posso citare Dylan Thomas. Blaise Cendrars, in particolare La Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France. Ho tradotto Cendrars, Yves Bonnefoy, Neruda, Voznesensky, Jacques Dupin e molti altri. La poesia è stata indicibilmente importante per me tutta la mia vita. Un critico ha detto una volta dei miei romanzi “Poesia dalla porta di servizio.” Sì. Nel Sud, la porta sul retro è dove i nostri amici possono entrare.
:: Intervista con Jaume Cabré a cura di Giulietta Iannone
30 ottobre 2009
Attualmente insegna all’Università di Lleida ed è membro della sezione filologica dell’Institut de Estudis Catalans. In che misura la sua terra la Catalogna ha influenzato il suo lavoro letterario.
Dicono che la patria dello scrittore sia la sua lingua. Beh, sono d’accordo. Il modo di guardare al mondo, di pensarlo, di sentirlo, di interpretarlo, dipende unicamente da uno strumento: la lingua. E da mille intenzioni dello spirito: dalla capacità di solitudine che presuppone la scrittura, dalla conoscenza culturale della propria tradizione e di altre tradizioni, dal contatto con i classici. Ma sempre, sempre, attraverso la mediazione della lingua. Da questo punto di vista, è determinante il fatto di essere nato in Catalogna e dunque, con una lingua, il catalano, che mi è stata regalata da mia madre, da mio padre, dal contesto in cui sono cresciuto. Anche se a quel tempo era una lingua perseguitata. (Si immagina se le proibissero di parlare in italiano nel suo Paese?). A parte questo, essere nato qui o là influisce su tutti gli scrittori.
Ha lavorato nella sua carriera a parecchie sceneggiature televisive e cinematografiche. La letteratura e il cinema sono due arti in un certo senso complementari e parallele. In quale delle due riesce a manifestare più nitida la sua voce?
Con la letteratura. Sono io solo davanti al compromesso con il linguaggio. Io solo con i personaggi che nascono dal mio lavoro, con la loro immaginazione e le loro aspirazioni. Nel lavoro cinematografico, per sentirmi come il protagonista dovrei essere sceneggiatore e regista assieme. Allora sì che sarebbe una cosa paragonabile. Questo non vuol dire che non mi diverta molto facendo sceneggiature per il cinema o la televisione. Una cosa non esclude l’altra. E mi ha aiutato a comprare tempo per poterlo dedicare a scrivere letteratura.
Come si è avvicinato alla scrittura? Ha esordito con due raccolte di racconti Faules de mal desar nel 1974 e Toquen a morts 1977. E’stato un esordio difficile, sofferto o un’esperienza tutto sommato positiva?
Ho iniziato a scrivere perché mi piace molto leggere. Scrivere è un modo di continuare a leggere. Ho iniziato a scrivere racconti brevi e l’ho fatto a lungo. Dopo molti anni si sono concretizzate queste due raccolte: sapevo che era esercizio, esercizio, esercizio; perché creare mondi è molto difficile; chiedetelo a Dio.
Quali scrittori ha più amato nella sua giovinezza e quali l’hanno più influenzata nella sua maturità?
Uf! Da ragazzino, Emilio Salgari, Karl May, Zan Grey, Jules Verne e cose così: avventure. Dopo, visto che a casa c’erano molti libri, ho iniziato a interessarmi al romanzo contemporaneo catalano ed europeo. E più tardi sono entrato nel secolo XIX. E ancora più tardi, sono andato verso i classici medievali e greci e latini. Cosa ha influito di più? Tutte le letture hanno influito. Nel bene e nel male. E ho alcune perle personali: nella letteratura italiana, per esempio, ho una passione speciale per il romanzo di Ferrara: non so perché, ma mi attrae Bassani. E mi piace anche Lampedusa. Ma dove ho navigato molto e con grande piacere è tra Petrarca e Dante.
Nel 1978 pubblica il suo primo romanzo, Galceran, l’heroi de la guerra negra sono passati molti anni da allora; in che misura è cambiato il suo stile, il suo modo di intendere la letteratura?
Questo romanzo mi ha insegnato una cosa: che se volevo attrarre il lettore, dovevo imparare a piangere con il personaggio. Una lezione che cerco di non dimenticare mai.
La sua opera è in un certo senso permeata da forti interrogativi sulla vita, sul valore dell’arte, sulle esigenze più intime dell’animo umano. Nonostante parli di temi molto seri, usa un linguaggio soffuso di poesia, nell’intimo si sente un poeta?
Sono poeta ma non scrivo poesia: la leggo. Credo che tutto sia legato. Vivo della musica e della poesia che fanno gli altri, che mi aiutano a scrivere una prosa, dei mondi e dei personaggi che cerco di tirar fuori dal profondo dell’anima.
Nel 1991 pubblica Senyoria, edito in Italia da laNuovafrontiera, un romanzo forte, controverso, una metafora della corruzione legata a poteri politici opprimenti e coercitivi. Con quest’opera voleva denunciare i mali attuali della società?
Sì, proprio così. Oggi la corruzione è presente in tutti gli strati sociali. Pensavo all’oggi ma il romanzo, tutto solo, si è trasferito alla fine del XVIII secolo.
Con L’ombra de l’eunuc tratta un periodo molto delicato della storia della Spagna, la fine del franchismo, in che misura la sua generazione ha metabolizzato questo periodo?
Beh: molte persone della mia generazione e un po’ più grandi di me hanno rischiato la vita nella lotta contro il franchismo. E in un modo o nell’altro, chi più chi meno, tutti hanno partecipato. Tutti quelli che non erano legati al franchismo, ovviamente. L’ombra de l’eunuc però è più di questo. È la storia di una persona che ha vissuto quel momento con grande intensità e che poi deve provare a rifarsi una vita.
In una sua opera affronta il tema della storia come un resoconto scritto dai vincitori, e i perdenti, i deboli, gli ultimi non hanno modo di far sentire la propria voce?
Sì. La storia la scrivono i vincitori. In Le voci del fiume questo è uno dei temi principali.
A che opera sta lavorando attualmente?
Sto facendo una cosa che credo sia un romanzo, ma neppure io so cosa dire. Mi è impossibile spiegarlo.
Quando sarà possibile leggere in versione italiana L’ombra de l’eunuc?
Questo dipende dalla casa editrice laNuovafrontiera. Immagino che non tarderanno molto. Ho voglia che arrivi quel momento! Sono molto contento che una casa editrice come La Nuova Frontiera creda nella mia letteratura.
Avrà modo di venire in Italia per conferenze, promozione dei suoi libri, incontri a livello universitario? Ci sono progetti in merito?
In questo momento l’unico impegno sicuro è ai primi di maggio 2010, all’università di Milano. Purtroppo non ho molto tempo per fare viaggi, cosa che mi piacerebbe molto. Di fatto, sono venuto diverse volte in Italia; il rapporto con i lettori italiani è sempre stato stimolante.
:: Intervista con Luigi Bernardi a cura di Giulietta Iannone
28 ottobre 2009
Grazie Luigi di aver accettato la mia intervista. Innanzi tutto ci racconti qualcosa di lei, ci racconti qualche aneddoto inedito, la cosa più bizzarra che le è successa nella sua carriera.
Ho cinquantasei anni, lavoro in editoria da quando ne avevo la metà. Ho fatto l’editore, il direttore di riviste, il direttore di collane, l’editor, il giornalista, il traduttore. Poco più di dieci anni fa mi sono messo a scrivere, scrivo tutt’ora, anzi ormai faccio solo questo. Di cose bizzarre me ne sono accadute parecchie, ma come spesso succede nei casi in cui diventa obbligatorio ricordarle, non me ne viene in mente neppure una.
Ha iniziato come editore creando case editrici di fumetti come “l’Isola trovata” e “Granata Press”, che ricordi ha di questa esperienza? Ci sono errori che ha commesso che con l’esperienza non rifarebbe?
Difficile rinchiudere quasi vent’anni in una risposta. Le case editrici che ho inventato e diretto appartengono a un’epoca pioneristica: l’editoria pareva essere meno sottomessa alle leggi del mercato di quanto sia adesso. Non era vero, e scoprirlo, quasi sempre troppo tardi, faceva male al cuore. Errori ne ho commessi parecchi, nessuno che tornerei indietro a correggere: senza quegli errori non avrei fatto tutto il resto, dopo.
Ha diretto riviste di settore come “Orient Express”, “Lupo Alberto” e “Mangazine” perché pensa che molte riviste, seppur curate e rimpiante da molti, siano poi costrette a chiudere. Costi troppo alti? Non c’è distribuzione? Le librerie gli dedicano poco spazio?
Le riviste che dirigevo erano distribuite in edicola, a tirature piuttosto alte, e non hanno mai costituito un problema finanziario per le mie case editrici. Il problema al quale ti riferisci, quello delle riviste in libreria, è di natura diversa in quanto queste pubblicazioni nascono spesso intorno a progetti fortemente identitari che, per loro stessa natura, si rivolgono a un pubblico minoritario incapace di garantire la sussistenza economica. C’è inoltre da dire che il pubblico che entra in libreria va alla ricerca di un determinato titolo o di un autore preciso: difficile che si faccia sedurre dalle riviste, anche da quelle molto interessanti come “L’accalappiacani”, “Il primo amore” o “Lo straniero”.
Poi da quando non fa più l’editore ha iniziato a scrivere le sue prime opere di narrativa, esordendo con un libro di racconti Erano angeli, poi Tutta quell’acqua, Musica finita, quale libro consiglierebbe di leggere per primo ad un lettore che si avvicinasse per la prima volta alle sue opere?
Di sicuro l’ultimo, Senza luce: è il mio romanzo migliore e quello che mi ha dato maggiori soddisfazioni.
Quali autori l’hanno maggiormente influenzata?
Difficile rispondere. Non credo di avere maestri di riferimento. Ma se devo fare un paio di nomi, allora sono Jean-Patrick Manchette e Magnus, il fumettista. Erano entrambe persone dotate di grande curiosità, capaci di sfide enormi e guidati da un perfezionismo formale che non ho più ritrovato in altri. Nessuna influenza diretta mi lega a loro, quanto un desiderio azzardato di emulazione, umana e artistica.
Oltre che scrittore, consulente editoriale, giornalista lei ha tradotto maestri del noir francese come Jean-Patrick Manchette, il compianto Thierry Jonquet, Patrick Raynal, o Maurice G. Dantec. Ci parli del mestiere del traduttore, quale libro l’ha divertita di più, quale le ha richiesto più fatica?
Tradurre è entrare nelle stile di un altro. Ci vuole molta concentrazione, bisogna scoprire come pensava quello scrittore, scrivere come scriveva lui. La traduzione non è un problema di dizionario, quanto di rispetto. Tradurre Manchette era una sfida che mi piaceva affrontare.
Ha sicuramente svolto anche un ottimo lavoro di talent scout segnalando all’attenzione autori che poi hanno avuto enorme successo come Marcello Fois, Leo Malet o Carlo Lucarelli. Come si riconosce il talento, quali sono le doti in un esordiente che apprezza di più?
La voce. Un testo mi deve parlare con la propria voce. Se lo fa è un buon testo. Non è la storia, non sono le trovate, un testo è fatto di scrittura e la scrittura è stile, voce che racconta e che pretende di essere ascoltata.
Come saggista si è occupato di indagini sul mondo del crimine con opere come “A sangue caldo, criminalità, mass media e politica in Italia”, “Macchie di rosso, Bologna avanti e oltre il delitto Alinovi” facendo un bilancio la società italiana è una società violenta?
Le società, orientali e occidentali che siano, hanno livelli di violenza non troppo diversi le une dalle altre. In Italia accade un caso per certi versi paradossale: la presenza sul territorio di molte articolate criminalità organizzate funge da calmiere per la criminalità spicciola, che è quella che spesso si concede i gesti più estremi. In alcune regioni italiane è come se ci fossero due polizie, una statale e l’altra mafiosa. Questo, per esempio in Sicilia dove il controllo di Cosa nostra è decisivo, fa sì che la violenza sia in qualche modo trattenuta. Il rovescio della medaglia è che quando si accendono guerre all’interno delle organizzazioni criminali, i morti aumentano. Ma sono, per così dire, cadaveri di servizio, che non intaccano la prospettiva generale.
Nei suoi libri tra saggi e romanzi ha analizzato l’essenza del gesto omicida; è poi così facile uccidere, cosa scatta nella mente dell’assassino, che barriere vengono superate per lei?
Se c’è una disciplina scientifica che non mi convince è la criminologia: troppe parole e sempre a posteriori. Per rispondere alla tua domanda, dovrei uccidere io stesso. Se uccidessi, saprei dire cosa scatta e che barriere si superano. Lo saprei e potrei raccontarlo. Siccome non ho mai ucciso, la mia risposta sarebbe imprecisa e assomiglierebbe troppo a quella che darebbero certi criminologi che non stimo e vanno a Porta a porta. A ogni modo, credo molto nella casualità del gesto omicida: data la stessa situazione e gli stessi protagonisti, non sempre il gesto omicida si verifica. Il problema è che quando avviene è per sempre.
Ha realizzato laboratori di scrittura, parlando di corsi di scrittura creativa pensa che realmente servano, il mestiere di scrittore si può insegnare?
Si può insegnare la disciplina dello scrivere, non certo l’ispirazione. Le scuole di scrittura, se sono buone, servono a organizzare meglio le singole attitudini, che però devono preesistere. Magari pasticciate, arroganti, imperfette, ma preesistenti.
Da buon bolognese amerà sicuramente la buona cucina. Da giornalista la sua città l’ha spesso descritta arrabbiandosi spesso come un’amante ripudiato. Ci parli un po’ di Bologna, colori suoni, sapori che l’accompagnano da una vita.
Bologna è una città stanca, che vive di una rendita che pian piano si esaurisce. Una città debole, senza orgoglio, che si lascia fare dai poteri forti che hanno investito molto sul suo territorio. Assomiglia sempre più a una città del sud, senza peraltro averne il calore, il sole e i sapori di una cucina genuina. Già, perché di Bologna è molto sopravvalutata anche la cucina: troppo grassa, pastosa e prepotente per deliziare davvero il palato.
Quali libri sta leggendo attualmente? Quale libro non si stancherebbe mai di rileggere?
Sto scrivendo, e quando scrivo non leggo, per non mescolare la mia voce di scrittore a quella di altri. Per la seconda domanda non saprei rispondere in senso assoluto. In questo momento avrei voglia di rileggere la Trilogia della città di K, di Agota Kristof, le vecchie strip dei Peanuts e alcune tragedie greche.
Ha mai letto i libri delle inchieste del commissario Sanantonio di Dard? Apprezza il suo umorismo, il suo giocare con le parole?
Sì, li leggevo parecchi anni fa, quando uscivano in edicola. Non tutti. Mi divertivano ma li trovavo un po’ troppo fini a se stessi. Meglio, molto meglio, il Frederic Dard scrittore di romanzi noir di minor fortuna editoriale, soprattutto in Italia, dove sono quasi sconosciuti.
Si è anche dedicato al teatro, che emozioni le ha dato? che emozioni pensa si possono trasmettere ?
In teatro tutto avviene in presa diretta. Lo si capisce subito se una battuta ha colto il segno, se la storia che stai raccontando interessa oppure annoia. L’emozione è immediata e produce una scarica di adrenalina lenta a disperdersi. Non è un caso se ogni volta che esco da un teatro dove si è rappresentato qualcosa di mio, mi viene subito voglia di scrivere.
Cosa pensa del movimento di solidarietà per Cesare Battisti che ha coinvolto scrittori come Serge Quadruppani, Daniel Pennac, Gabriel Garcia Marquez? Ha avuto modo di conoscerlo? Crede nella sua innocenza?
Credo di essere stato uno dei primi a firmare a favore di Cesare Battisti. E sono stato anche uno dei primi a pubblicarlo. Lo conosco e non è colpevole di gran parte degli atti per cui lo hanno condannato. Questo forse non fa di lui un innocente, ma di sicuro un uomo che ha diritto di vivere la propria vita.
La letteratura e internet. Pensa che da quando internet è così diffuso anche il mondo della scrittura sia cambiato?
È cambiato moltissimo. Prima per definirsi scrittori bisognava almeno pubblicare un libro, oggi basta postare un racconto su una pagina web. È aumentata quella che qualcuno ha definito democrazia della scrittura. Quanto poi la letteratura abbia bisogno di democrazia è tutto da dimostrare.
Attualmente sta scrivendo? Può anticiparci qualcosa sulla sua prossima opera?
Sto scrivendo un romanzo nuovo, alcune sceneggiature di fumetti e un testo teatrale, che per la verità non ho ancora cominciato.
:: Intervista ad Alafair Burke a cura di Giulietta Iannone
18 ottobre 2009
Benvenuta Alafair e grazie di aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te.
Sono l’autrice di cinque romanzi composti da due serie una che ha per protagonista la detective della polizia di New York Ellie Hatcher e l’altra il procuratore di Portland Samantha Kincaid. Sono anche professore alla Hofstra Law School dove insegno diritto penale.
Quale è il tuo background?
Sono cresciuta in Kansas che si trova nel Midwest americano. Mi sono laureata in psicologia presso il Reed College di Portland Oregon e poi sono andata alla Stanford Law School. Ho praticato per un giudice federale e poi ho servito come procuratore legale per circa cinque anni prima di passare all’insegnamento e alla scrittura.
Quando hai iniziato a scrivere?
Scrivevo già da ragazzina ma non ho iniziato il mio primo romanzo che nel 1999. Avevo appena lascito l’ufficio del procuratore distrettuale e avevo già una trama in mente. Mi sono presa una pausa estiva dal lavoro e ho iniziato a scrivere.
Parlaci delle tue due serie di romanzi polizieschi.
I romanzi di Ellie Hatcher portano i lettori direttamente nel cuore dell’azione e descrivono come Ellie e la sua partner J. J. Rogan passano da indizio a indizio, da testimone a testimone, nella città di New York. Ellie ha anche un istinto naturale per la mente criminale. Suo padre era un detective della polizia che trascorse la sua intera carriera a caccia di un serial killer che sfuggiva dalla polizia da 30 anni. Ellie è proprio ossessionata dalla misteriosa morte di suo padre. Samanta Kinkaid rispetto a Ellie è una persona relativamente normale il cui lavoro la porta in luoghi oscuri. Lavora sui casi con il Major Crime Team del dipartimento di polizia. Uno dei poliziotti è il suo saltuario fidanzato.
Cosa ne pensi delle eroine nei romanzi polizieschi contemporanei. Sono ancora relegate al ruolo di famme fatal o di vittima?
Alcuni dei miei personaggi contemporanei preferiti sono donne multidimensionali create da scrittrici donne di grande talento: Sue Grafton, Sara Paretsky, Laura Lippman, Karin Slaughter, SJ Rozin, più recentemente Lisa Unger. Anche quando le donne sono vittime o amanti gli scrittori sia maschi che femmine hanno imparato a dargli carne, ossa e anima perché i buoni personaggi anche nei ruoli minori fanno i romanzi migliori. Ci sono semplicemente troppi personaggi fantastici.
La violenza domestica è una piaga. Nella tua esperienza c’è una soluzione a questo problema?
Le donne non possono difendersi dalla violenza domestica per conto proprio. Hanno bisogno di un sostegno legale, culturale, economico e sociale.
Sei la figlia del grande James Lee Burke. Racconatci qualcosa di divertente su tuo padre.
Ama gli animali. Noi lo chiamiamo il dottor Dolittle dal personaggio dei libri per bambini che parla agli animali.
Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti e chi ti ha più influenzato?
Michael Connelly, Lee Child, Harlan Coben, Dennis Lehane, Laura Lippman, George Pelecanos, che costantemente scrivono romanzi fantastici. Linda Fairstein è stata un vero e proprio modello per me poiché i suoi romanzi nascono da una seria carriera legale. Michael, Lee, Linda, e Laura sono stati dei maestri straordinari.
La colpa e la redenzione sono temi importanti nei tuoi libri?
I miei libri sono in fin dei conti definiti dai personaggi. Sia Ellie che Samantha condividono un irresistibile desiderio di perseguire la giustizia. Per Samantha la giustizia è sempre la verità. Ellie ha una visione più oscura della giustizia che qualche volta giustifica una bugia. Ma infondo entrambe cercano di dimostrare il loro valore attraverso la giustizia.
Ti piace Flanney O’Connor?
Si.
Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?
Non so se potrei insegnare scrittura. Io insegno diritto che è una materia molto analitica. Scrivere è più organico. Si tratta almeno per me di un amore per i libri e di molta lettura. Mi chiedo se davvero possa essere insegnata. Immagino che insegnerei più scrittura creativa come un alleantore che come un’ insegnante.
Il cinema e la scrittura sono una strana coppia. Cosa ne pensi?
I libri sono intrinsecamente diversi dai libri. Un lettore non può essere passivo con un libro. Deve leggere le parole, girare le pagine, immaginarsi le scene e i personaggi con gli occhi della sua mente. Il cinema fa tutto il lavoro per lo spettatore.
Credi nel potere evocativo delle parole? Tipiace la poesia?
Si moltissimo ma non mi considero una poetessa. Se il contesto è poetico, io mi perdo. Ma so evocare l’umore, la scena, i caratteri.
Usi la tua esperienza personale e professionale nei tuoi libri? Usi casi reali?
Ho trattato alcuni casi reali, alcuni presi dalla mia esperienza nell’ufficio del procuratore distrettuale, quando ero pubblico ministero, altri li ho presi da articoli di giornale. Però li ho sempre romanzati.
Ti piace scrivere racconti?
Ho pubblicato un solo racconto intitolato “Winning” che è stato appena pubblicato in un antologia del The Best American Mystery Stories.
Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?
Leggere, leggere, leggere. E poi scrivere quando si ha qualcosa da dire. Non smettere di scrivere finchè non si ha finito.
Cos’è l’amicizia per te?
L’amicizia è ciò che dà senso alla mia vita.
Ti piace l’Italia? Quando vieni a trovarci?
L’estate scorsa ho fatto il mio primo viaggio in Italia. Mi piacerebbe tornarci al più presto.
Su quali progetti letterari stai lavorando ora?
Ho appena finito 212, un nuovo romanzo con Ellie Hatcher.
:: Intervista a Scott Pratt a cura di Giulietta Iannone
10 ottobre 2009
Ciao Scott, raccontaci qualcosa di te.
Sono diciamo una fioritura tardiva. Non ho iniziato la scuola di legge fino a 38 anni e non ho pubblicato il mio primo romanzo fino a 50. Non so perché forse sono solo un po’ lento. Amo lo sport, la musica di tutti i tipi, i bei film i libri. Io e mia moglie abbiamo 4 cani ora che i ragazzi sono cresciuti e sono fuori di casa. Abbiamo un pastore tedesco, uno yorkshire, un Bichon Friser, e un barboncino.
Come e quando hai iniziato a fare lo scrittore?
Ho iniziato a scrivere alle scuole superiori per una pubblicazione intitolata “Riflessioni”. Dopo di che nei primi anni 80 ho fatto il giornalista. Ho seguito l’istruzione, le corti criminali e i governi delle città e delle contee. Ho finito facendo giornalismo investigativo e alla fine mi hanno dato una mia colonna personale che ho scritto tutte le domeniche. E’ stato molto divertente e ho potuto scrivere tutto quello che volevo.
Hai reinventato il legal thriller. Ti piacciono i vari Grisham, Turow?
Mi piacciono e rispetto sia Turow che Grisham anche se credo che il mio lavoro è molto diverso dal loro. Il mio materiale è più spigoloso che il loro, io mi faccio scrupolo di tagliare un po’ del “grasso “ che tende a fare la trama drag. Faccio anche un grosso sforzo per concentrarmi sui temi e i simboli che esaminano il nostro attuale sistema giudiziario in modo critico pur mantenendo le storie fresche e divertenti.
Quali sono le tue influenze?
E’ difficile dire quali scrittori mi hanno influenzato. Amo Mark Twain e Joseph Heller e Kurt Vonnegut e Philip Roth e James Lee Burke e molti altri . Gli scrittori che possono allo stesso tempo intrattenermi e illuminarmi sono I miei preferiti.
Che cosa consideri più difficile nell’arte della scrittura?
La parte più difficile per me è mantenere il materiale fresco. Attualmente sto lavorando al mio 1uarto romanzo della serie di Joe Dillard e sono sempre vigilante sul rischio di cadere nella routine o impaludarmi nelle storie o scrivere frasi ripetitive. Può essere facile diventare pigri quando si scrive una serie. Non voglio che questo accada a me. La seconda parte più difficile è mantenere l’immaginazione fresca. Voglio dire ci sono un numero limitato di modi di descrivere il volto umano. Ho passato decisamente troppo tempo agonizzando nel cercare di descrivere il naso di un mio personaggio.
Come è il processo per la costruzione dei personaggi? Come , quando e per quanto tempo lavori alle tue storie?
Io costruisco i personaggi considerando per prima cosa come il personaggio servirà alla trama. Una volta che il personaggio ha uno scopo inizio a pensare a qualcuno che conosco che potrebbe sembrare o agire in modo analogo al personaggio di cui ho bisogno nella storia. A volte ciò funziona altre volte no . Se non funziona creo il personaggio di sana pianta. Una volta che ho in mente l’immagine fisica mi metto in ascolto. Io in realtà cerco di sentire il personaggio parlare nella mia testa- il suo tono di voce, l’accento, la dizione, tutto nel suo complesso. Dopo che ho una comprensione mentale del personaggio inizio a fargli avere un ruolo nella mia storia e vedo cosa succede. Questa è una parte del processo che veramente mi diverte, perché mi permetto la libertà di lasciare che i miei personaggi diventino imprevedibili. Ho avuto alcune deliziose sorprese lasciando che i miei personaggi reagissero alle situazioni e se mi sono sorpreso io voglio pensare che sia stato lo stesso per il lettore.
Raccontaci qualcosa dell’avvocato della difesa Joe Dillard. Ti somiglia?
Joe Dillard mi somiglia in molti modi, ma penso sia più una combinazione di cos aero, di cosa sono e di chi mi piacerebbe essere. Egli è una sorta di avvocato qualunque un uomo buono e coraggioso, in un mondo difficile e pericoloso, un marito devoto e un padre con un bagaglio emotivo e psicologico che gli permettono di fare ciò che “giusto”. Ho anche fatto uno sforzo cosciente per farlo crescere ed evolvere in ogni nuovo romanzo.
L’innocenza e la colpa sono temi importanti nei tuoi libri. C’è gente realmente innocente?
La mia risposta è sì, alcune persone sono in realtà innocenti. Ogni settimana alcuni uomini vengono liberati dalle carceri negli Stati Uniti dato che elementi di prova del dna hanno rilevato la loro innocenza dopo aver scontato anni di carcere per crimini che non hanno commesso. I testimoni oculari non sono esattamente affidabili e sono probabilmente responsabili di più condanne ingiuste di qualsiasi altra cosa. Detto ciò per quanto riguarda la mia persona le esperienza di avvocato penalista della difesa meno dell’un per cento delle persone che ho rappresentato erano realmente innocenti. Mi ci è voluto un po’ per capirlo.
Hai qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?
Il miglior consiglio che posso dare agli aspiranti scrittori è questo : non arrendetevi. Se hai talento loro ti troveranno e per “loro” intendo gli agenti e gli editori. Ma bisogna tenere a mente che i criteri di valutazione sono soggettivi e se uno dirà di no non è detto che anche il prossimo dirà di no . Perciò bisogna continuare a provare.
Cosa stai scrivendo al momento?
Sto scrivendo il mio quarto romanzo della serie di Joe Dillard. Si intitola “L’onere della prova”. Dopo aver finito circa tra sei settimane ho intenzione di prendere un mese di pausa e poi di iniziare un nuovo thriller senza personaggio fisso.
Ci puoi descrivere la tua giornata tipo?
Mi alzo presto, faccio qualche esercizio di ginnastica, scrivo per tre ore, pranzo, faccio un po’ di esercizio all’aria aperta, quindi scrivo per almeno altre tre ore. Quando sono vicino a finire un romanzo passo anche più tempo a scrivere. La sera mi piace rilassarmi.
Sei mai stato tentato di scrivere una sceneggiatura?
In realtà ho scritto ben tre sceneggiature. Una circa il pirata Barbanera, una era un adattamento del mio secondo romanzo, una era l’adattamento di un romanzo scritto da un mio amico. Ho anche scritto un poco di teleplays. Trovo entrambi i formats estremamente limitanti. Mi piace molto di più scrivere romanzi.
Qualche progetto di film trattto dai tuoi libri?
C’è un importante produttore di Hollywood che sta cercando di sviluppare i miei libri in una serie televisiva sulla vita di Joe Dillard. Augurami buona fortuna.
Cosa pensi del moderno romanzo poliziesco americano?
Credo che ci sia la tendenza ad andare un po’ troppo sopra le righe con il sadico serial killer sessuale. I romanzi polizieschi offrono alcune interessanti possibilità di offrire spiegazioni sul perchè le persone fanno alcune cose. Perchè l’ha uccisa? Perchè lei è un poliziotto? Questo genere di cose. La tendenza ormai credo sia quella di esarcebare la violenza senza in realtà esaminare perchè è successa. Il risultato è un prodotto che non è soddisfacente almeno per me.
Ti piace Earle Stanley Gardner?
E’ difficile che non piaccia è praticamente un pioniere nel genere. Ciò che trovo più interessante su di lui è il suo appassionato coinvolgimento in un’ organizzazione che egli ha contribuito a formare che si chiama “The court of Last Resort”. Questa organizzazione è stata il precursore del moderno “Innocence Project” che ha aiutato a liberare gente ingiustamente imprigionata per crimini che non aveva commesso.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Ho appena finito “Out stealing Horses” di Per Petterson. La settimana prima ho letto “La Macchina Umana” di Philip Roth, e la settimana prima ho letto swan Peak di James Lee Burke. Adesso non sto leggendo niente. Sto lavorando duro per finire il romanzo che sto scrivendo.
Cos’è il talento per te un dono o duro lavoro?
E’ una combinazione di entrambi credo. Deve esserci una certa innata capacità di riprodurre modelli di linguaggio e di manipolare il linguaggio per descrivere quello che vogliamo descrivere ma c’è anche un’ enorme quantità di lavoro svolto. Io studio tutto il tempo e mi sembra sempre di non sapere abbastanza.
:: Intervista ad Anna Mauro a cura di Giulietta Iannone
5 ottobre 2009
Indescrivibile se solo pensate che per me costituisce la possibilità di trasformare inchiostro stagnante in sangue che circola in esseri umani, animandoli.
Quali sono i tuoi autori preferiti?
De Filippo, Ibsen, Skakespeare.
Che studi hai fatto?
ISEF, Laboratori Teatrali con il maestro Pippo Spicuzza e vari stages di recitazione e regia con il maestro Enzo Sulini. Ho studiato pianoforte e danza classica.
Ti piace il teatro di Ibsen?
Ho già risposto.
Quale strumento di scrittura preferisci, bic, computer?
La bic, senza possibilità di replica. La porto con me ovunque, senza problemi. Guai a non averla in borsa o in tasca.
Parlami della tua infanzia.
Ho avuto un’infanzia serena, quasi all’insegna della noia. Probabilmente giusto la noia è stata la molla scatenante per la mia fantasia. Avrei voluto vivere più vite e, alla fine, ci sono riuscita.
Scrivere per te è più una passione o un lavoro?
Una mania, sono una scriborroica. Scrivo ovunque, pure sui dolci.
Raccontami un aneddoto bizzarro che ti è accaduto?
Lo inserisco alla fine. E’ tratto dal mio “Femminopatia”, che è una sorta di diario personale. Solo a me, figlia di un dio burlone, poteva capitare una cosa simile. Decidete voi se è il caso.
Hai molti amici nel mondo del teatro, li frequenti?
Sì, compatibilmente col tempo disponibile.
Preferisco comunque andare a vedere i loro spettacoli: è la prova di amicizia più grande che si possa dare.
Sei superstiziosa?
Noooooooo! Scherzo…
Come sono stati i tuoi esordi?
Stupendi. Al Teatro Biondo di Palermo con Pippo Spicuzza.
Scrivi anche romanzi di narrativa, saggi racconti?
Sì, anche un almanacco demenziale, che pubblico giornalmente sul mio sito.
Quale è il libro più bello che hai letto?
Quello che avrei voluto scrivere io: “Il gattopardo”.
Ascolti musica mentre scrivi?
Sì, e non solo. Guardo la TV, parlo con le amiche, aspetto il turno alla posta ed in banca. E’ un istinto ed una spinta che non riesco a controllare..
In questo periodo di crisi hanno fatto molti tagli per la cultura che suggerimenti daresti?
Uno soltanto: quello di dimettersi.
Preferisci scrivere o dirigere i tuoi spettacoli?
Scrivere, per me, è quasi un automatismo. Dirigere è sfida, è confronto, è coraggio di materializzare la fantasia: è il coraggio dell’incoscienza.
Che consigli daresti ai giovani che vogliono intraprendere il tuo mestiere?
Per me non è un mestiere, è veramente una passione e per una passione non ci sono consigli che tengano.
Cosa ne pensi delle scuole di teatro quali sono le migliori?
Le tavole dei palcoscenici.
L’improvvisazione è nelle tue corde?
Decisamente sì.
Scrivi anche testi per la tv?
Sì.
Quale è il tuo poeta preferito?
Giovanni Meli
Definiscimi il talento?
La capacità di percorrere la distanza che c’è fra il dire ed il fare.
Ti piace il teatro greco antico?
Sì, ma non mi fa impazzire.
Ti occupi di teatro per ragazzi ti da soddisfazioni?
Le più grandi, le più emozionanti. Sono i ragazzi che ti fanno rimanere giovane e che ti spingono ad un continuo confronto generazionale.
Quale è il miglior consiglio che daresti ad un attore?
Di lasciarsi investire dagli eventi della vita, positivi o negativi che siano. Sono questi quelli che rappresentano il suo vero patrimonio personale.
Parlami della tua terra.
In due parole: Maledetta e Meravigliosa.
Cosa stai leggendo attualmente?
Sto rileggendo “I Beati Paoli” di Luigi Natoli
Ti piacerebbe insegnare teatro, già lo fai?
Sì.
Parlami dei tuoi progetti.
Stagione 2009 – 2010
“Il barbone di Partanna” – dramma – al teatro Crystal di Palermo ad Ottobre
La pubblicazione del mio ultimo libro “Stracchiolitudine” entro Natale – casa editrice La Zisa
“Ogni fegatino di mosca è sostanza” – opera cabarettistica a Gennaio
“Radici di sole” – teatro per ragazzi a Febbraio
“U ciuraru ru campusantu” – dramma – a Marzo
“Meteore” – commedia – ad Aprile
Aneddoto
Sogni di gloria
Sono le ore 8,39 del 20 Luglio 2007 e sguazzo felice nello splendido mare gallico (non perché appartenga alla Gallia, ma perché le acque di Capo Gallo a Palermo hanno un aspetto caraibico). Sono acque purificatrici e sulla mia psiche agiscono come uno scrub. Hanno la capacità di raschiare e portar via i pensieri, le negatività e di farmi sentire parte integrante dell’universo. Improvvisamente ho la sensazione che stia per accadermi qualcosa di buono. Sch izzo fuori dall’acqua e mi fiondo sugli scogli per rivestirmi. Sono colata dalla testa fino ai piedi, ma non me ne curo. Raccatto la borsa e mi avvio elettrizzata alla fermata della navetta che mi condurrà al parcheggio che ho pagato per tutta la giornata e che sono riuscita a sfruttare soltanto per mezz’ora. L’aria che si respira in questo tipo di mezzi di trasporto è straordinaria: ha un sapore vacanziero, tutti i passeggeri, quando sali, ti sorridono e ti salutano. Sembriamo amici da sempre e non ci siamo mai incrociati di striscio. Tutto è preludio musicale. Di corsa prendo la Ka e via…verso casa. Come sospinta da un’energia misteriosa, ficco le dita nella cassetta della posta: niente di niente, che in spagnolo si dice nada de nada e in francese rien de rien. Salgo, accendo il computer e mi catafotto sulla casella di posta elettronica. Eccola! La mail è lì. Ed è del dottor Vincenzo Selleri. E’ arrivata, la risposta è arrivata! Apro duemila link o come diamine si chiamano perché le dita mi tremano e mi fanno sbagliare rigo. Finalmente! Ecco qui…che c’è scritto?
Per un pene da 7 a 12 centimetri clicca qui?
Allora non è l’editore! Già, guardo ancora più attentamente e mi accorgo che manca una vocale nel cognome.
Rileggo la comunicazione e su quella parola…Pene…s’infrangono ancora una volta, ahimè!… i miei sogni di grande scrittrice.
Anna Mauro
Buona giornata a tutti
:: Un’intervista con Michael Connelly a cura di Giulietta Iannone
3 ottobre 2009
Questa intervista risale al settembre del 2009. Riuscii a intervistare Connelly tramite la sua addetta stampa, Shannon Byrne. Poche domande a cui rispose via mail. Forse Connelly è uno dei pochi autori americani che conobbi di persona, a una presentazione a Milano. Feci anche qualche foto, ma così sfocata e da lontano, c’era parecchia calca, che poi credo di avere cancellato. Comunque ho un bel ricordo di quell’incontro. Era molto professionale e alla mano e ricordo che parlò di come la paternità, l’essere genitore aveva cambiato il suo essere uno scrittore di thriller. Che molti temi oggi come oggi non li affronterebbe più. Buona lettura.
Hai iniziato la tua carriera di scrittore come giornalista. Quali sono le qualità di un buon giornalista?
Buoni occhi e orecchie. Con questo intendo dire che tu devi essere un buon osservatore per raccontare i dettagli che danno vita ad una storia e un buon ascoltatore per captare i discorsi e dare ad una storia umanità.
Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?
Sto sempre cercando qualcosa da leggere. In questo momento sto leggendo la storia di uno scrittore. Si intitola 86’d: a Novel di Dan Fante. Sono veramente preso da questo libro.
Raccontaci qualcosa su Harry Bosch. Che ne dici Clint Eastwood sarebbe adatto per il ruolo?
Dal momento che Clint Eastwood è sulla settantina attualmente non sarebbe un buon Harry. Non sarebbe realistico. Ma Eastwood come Dirty Harry mi ha molto influenzato nel modellare Harry Bosch come un detective risoluto e implacabile che è anche un outsider con un lavoro da insider.
E il reporter Jack McEvoy ti somiglia?
Di tutti i miei personaggi è il più autobiografico. Credo che condividiamo la stessa visione del mondo.
Ti piace Cornell Woolrich? Ti ha influenzato?
Mi piace il suo lavoro e in una certa misura mi ha influenzato. Io stavo già scrivendo fiction quando ho letto il suo lavoro. Così lui non mi ha ispirato a diventare scrittore ma mi ha aiutato a diventare il tipo di scrittore che volevo essere.
La violenza, la corruzione politica, sono temi analizzati nei tuoi libri. Sei pessimista sul futuro?
Non sono troppo pessimista. Vorrei dire che sono consapevole come chiunque presti attenzione al mondo così com’è. Ho una figlia piccola e mi preoccupa il mondo in cui vivrà quando me ne sarò andato. Sarà un mondo spaventoso? Un mondo di privazioni? Ci sarà abbastanza cibo e acqua? L’aria sarà pulita? A volte è dura non essere pessimisti.
Cosa consideri più difficile nell’arte dello scrivere?
Mantenere attenzione e slancio.
Pensi che uno scrittore con i suoi libri possa cambiare la gente e così il mondo?
Penso che i libri possano ispirare la gente a pensare di cambiare. Di solito però è qualche cosa all’interno delle persone che li ispira a cambiare.
Raccontami qualcosa della tua Los Angeles.
E’ una fonte di ispirazione continua.
A cosa stai lavorando al momento?
Sto cercando di portare avanti un romanzo con Harry Bosch e Mickey Haller. Ora è meglio che ti lasci e torni a scrivere.
Grazie Michael e buon lavoro.
:: Intervista con Tahar Lamri a cura di Giulietta Iannone
28 settembre 2009
È nato ad Algeri alla fine degli anni Cinquanta. Che ricordi ha della sua infanzia? Sapori, colori, musiche.
I ricordi della mia infanzia sono tanti perché sono come i ricordi di qualsiasi infanzia ma sono anche remoti, a volte mitizzati, perché di mezzo ci sono tanti spostamenti e tanti cambiamenti di paesi, quindi di immigrazione. L’immigrazione fa sì che l’infanzia diventi una terra a volte accessibile e viva altre volte inaccessibile e remota. Un sapore: il dolce, un colore: la terra rossa, una musica: la radio che ascoltava mia madre tutto il giorno.
L’Italia è la sua seconda patria? Pensa sia una terra ospitale, accogliente con lo straniero?
L’Italia è una terra ridente e varia e quindi necessariamente accogliente. Ma, a mio avviso, non esiste una sola Italia ma tante Italie, ognuna si comporta in modo differente con lo straniero. La realtà è ovviamente molto più complessa di quanto potrei dire qui. Personalmente non ho conosciuto forme di razzismo o di rigetto, ma al momento attuale vedo che l’Italia quando cede alla paura, rinnega la sua secolare tradizione di accoglienza (basta pensare agli ebrei in fuga dalla Spagna che hanno trovato rifugio nelle città italiane).
Il tema dello straniero è fortemente legato al tema dell’assenza, della solitudine. Si può essere liberi quando ti privano della tua identità culturale, morale, psicologica?
Lo straniero, dicevano i greci, è atopos, senza luogo e la sociologia moderna ci informa che lo straniero è doppiamente assente. È assente nella terra d’origine ed è assente nella terra di approdo. Sospeso, conosce l’esperienza della morte in vita: muore ad affetti, paesaggi, sentimenti e rinasce altrove ad altri affetti, altri sentimenti e altri paesaggi. Da questa morte-rinascia, trae la capacità di negoziare la propria identità e quindi fondamentalmente libero. Più che di una mancanza di liberà o di una privazione dell’identità, lo straniero può soffrire di un mancato riconoscimento o peggio di vedersi “inventato” sui mezzi di comunicazione di massa.
Ormai il mondo è sempre più piccolo e i rapporti interetnici sono sempre più frequenti. Non pensa che questa contaminazione di culture sia una ricchezza ancora poco valutata?
L’eurocentrismo è un grande ostacolo allo sviluppo di rapporti interetnici autentici e paritari, base importante per fruire della ricchezza che può derivare dalla contaminazione fra culture.
Il Mediterraneo è stato da sempre una culla di civiltà. Pensa che viva ancora questo ruolo?
Il Mediterraneo, purtroppo, ha perso il suo ruolo di “regione” di scambio culturale fra civiltà. Chi soggiorna in Sicilia può vedere nella quotidianità, nei cibi e nella qualità dei rapporti, i frutti della civiltà mediterranea. La Sicilia, più di altre terre, ha saputo mettere in relazioni le varie civiltà che sono passate su quella terra. Purtroppo gli occhi da molto tempo sono rivolti al nord Europa e agli Stati Uniti e il Mediterraneo, ormai una fossa comune, viene percepito come fonte di pericolo.
Le piace la letteratura spagnola contemporanea?
Trovo che la letteratura spagnola contemporanea sia una delle più dinamiche d’Europa.
Partecipa a numerosi incontri, conferenze e attività culturali riguardanti la letteratura straniera e la letteratura d’immigrazione. C’è qualche autore esordiente che l’ha particolarmente colpita?
Non so cosa s’intende con esordiente. Se si tratta di esordienti nella letteratura migrante non riesco a pensare a nessuno degli scrittori che conosco come tale.
Nel suo scritto “Mettere in scena l’alterità” ha analizzato le problematiche legate ai conflitti e all’interazione di varie culture nella costruzione di quell’entità chiamata “Democrazia europea”. È ottimista, non ostante le delusioni e gli ostacoli, pensa che gli uomini siano pronti a dare meno importanza alle diversità per costruire un futuro pacifico?
Un mondo plurale è ormai evidente che è inevitabile. Un’Europa sempre più diversificata è una realtà. Le scuole italiane (per citare solo un’esempio) sono gremite di bambini di origine diversificata. Non abbiamo altra scelta se non quella di cooperare per la costruzione di una società plurale e democratica. Le delusioni e gli ostacoli sono necessari per questa costruzione.
Nella “Casa dei Tuareg” quali sono stati i principali temi da lei toccati?
I Tuareg (detti anche uomini blu) sono nomadi del deserto del Sahara che lottano per la sopravvivenza e per tenere aperti i confini. I temi principali di questo racconto sono il viaggio, il matriarcato, il nomadismo..
Letteratura e musica. In che modo si influenzano a vicenda?
Trovo che la musica sia superiore alla letteratura perché si può vivere benissimo senza quest’ultima ma difficilmente si può vivere senza cantare. Molti popoli che non hanno sviluppato forme letterarie compiute, hanno invece sviluppato sempre un canto e una musica molto raffinati. Ma la musica purtroppo è diventata soltanto un sottofondo e non più parte integrante della vita. Qualche scrittore ha provato a scrivere di musica o con la musica (Seth, Kundera, Bachman), il cinema cerca di alleare letteratura e musica, ma, a mio avviso, pochi sono riusciti a creare un’armonia che possa essere definita musicale in letteratura. Nel passato i libretti dell’opera lirica volevano essere poesia musicata, ma hanno giovato soltanto alla musica e non certamente alla poesia.
Scrive anche testi teatrali per bambini e adulti; ce ne vuole parlare?
Ho scritto una piece teatrale per bambini Wolf o le elecubrazioni di un kazoo che ormai è fuori produzione. Ho invece due “narrazioni”, Il pellegrinaggio della voce e Tuareg. Il primo gira molto e l’ho rappresentato in molte città italiane, negli Stati Uniti e in Inghilterra. E’ un testo modulabile che mescola l’italiano con vari dialetti del nord Italia e l’arabo. Ho scritto parte di uno spettacolo teatrale And The City Spoke, per la regia di un regista tedesco Ernst Fischer.
Ha pubblicato la raccolta di racconti i “Sessanta nomi dell’amore”. Per un arabo ci sono 60 modi di dire ti amo. Cos’è per lei l’amore?
Cos’è l’amore per tutti noi? Gli arabi infatti lo indicano con sessanta parole, sinonimi fra loro, perché è misterioso, temibile, splendido, contraddittorio, la somma dei sentimenti umani. Platone ha cercato di spiegarlo con il mito nel suo simposio. La ricerca continua…
Scrive abitualmente un diario? Scriverà mai un’autobiografia?
Non scrivo diari e non penso di scrivere un giorno un’autobiografia
Scrive prevalentemente in italiano, francese o arabo?
Scrivo prevalentemente in italiano.
Il rispetto dell’altro, la fraternità, sono ancora concetti carismatici capaci di attrarre le nuove generazioni?
Per fortuna le nuove generazioni, lo dico perché sono spesso nelle scuole, perché al Festivaletteratura di Mantova ero con un gruppo di ragazzi “Blu rendezvuù” che hanno curato quattro incontri con scrittori, perché un gruppo di ragazzi del liceo scientifico Calini di Brescia hanno scritto un libro ispirato al mio libro, dicevo le nuove generazioni, fra l’altro in Italia un po’ disprezzate dalle generazioni precedenti, hanno un senso molto sviluppato dell’altro e della fraternità. Quando parlo con i giovani spesso il ritorno è immediato proprio su questi concetti, cosa che non avviene sempre con i cosiddetti adulti.
Nagib Mafhuz, Tahar Ben Jelloun, Yasmina Khadra sono autori del mondo arabo conosciuti anche in Italia. Li ha mai letti? Apprezza il loro lavoro di mediatori culturali tra mondo arabo e occidente?
Conosco bene Nagib Mahfuz, ma apprezzo meno Tahar Benjelloun e Yasmina Khadra. Ci sono altri scrittori arabi che si stanno facendo conoscere in Italia. Per quanto riguarda i mediatori ci vorrebbe più spazio per parlarne, anche perché prima di parlare di mediazione bisogna definire bene il significato o i significati di tale parola, un po’ abusata nei nostri tempi.
Ha mai letto Le mille e una notte?
Leggo e rileggo in continuazione Le mille e una notte. L’ho letto la prima volta, in arabo, all’età di 12 anni. Shehrazade, la protagonista del libro, ci insegna una cosa fondamentale: che la letteratura, il narrarsi ci salva la vita.
Conosce Khayyam? Le piace la poesia araba antica?
Omar Khayyam non era un poeta arabo ma persiano come Rumi, Hafez, Sadi. Grandi poeti. Cito molto Khayyam nel mio libro I sessanta nomi dell’amore. Sono, d’altro canto, follemente innamorato della poesia araba antica.
:: Intervista con Dominique Manotti a cura di Giulietta Iannone
26 settembre 2009
Tu sei molto coraggiosa nel denunciare i mali della Francia contemporanea. Cos’è il coraggio, un dono naturale come il talento?
Non è esagerato parlare di coraggio? Che cosa rischio? Di non essere invitata a cena dal Presidente della Repubblica? La parola coraggio la utilizzerei nei paesi dove davvero gli oppositori stanno rischiando le loro vite.
La tua Parigi è oscura, molto oscura, piena dello spleen di Baudelaire. Ami Parigi?
Sì, amo Parigi. E’ la mia città. Ci sono nata, ci ho sempre vissuto e non riesco di immaginare di vivere altrove. Parigi è una città luminosa e intelligente nella sua struttura, per i suoi edifici. Molto controversa e appassionante nella sua storia. Ciò che a volte è “nero” nella mia città sono gli uomini che la abitano.
Potresti raccontarci qualcosa sulla tua trilogia noir edita in Italia da Troppa che ha per protagonista un affascinante ispettore gay?
Questa trilogia inizia con una storia che si svolge nel Sentier nel 1980, uno dei quartieri più vivaci di Parigi, il quartier generale del settore abbigliamento. Ho creato il personaggio del commissario Daquin, un commissario omosessuale, come una sorta di incarnazione del suo distretto, anche con la sua violenza ma anche con il suo calore. Gli atelliers erano allora esclusivamente maschili, oggigiorno non è più così. E ho voluto cercare di delineare questo clima di uomini tra di loro di amicizia virile così affascinante per una donna. Daquin è un po’ tutto questo. Come personaggio mi è piaciuto molto e l’ho conservato in due altri romanzi. Poi ho smesso perché avevo l’impressione che si dissolvesse. Un giorno può darsi che ci ritorni.
Quali sono le tue influenze?
Le mie influenze più forti d’infanzia e di adolescenza sono certamente i grandi romanzieri francesi del 19°secolo e la pittura italiana del Rinascimento.
“Le mani su Parigi” è ambientato nella Francia di Mitterand, presidente dal 1981 al 1995. Fu un periodo creativo?
Ciò che mi sembra caratterizzi questo periodo è la distruzione della sinistra in Francia, come movimento politico e come movimento sociale. Da allora la società francese è profondamente destrutturata.
Le piace Jean Paul Sartre?
Da che punto di vista? Non era per niente un bell’uomo…
Lei è una scrittrice politicamente impegnata, molto sensibile ai temi etici e sociali. Perché ha scelto il genere noir?
Perché mi sembra che la letteratura noir è attualmente l’unica forma letteraria che riesca a riflettere la profonda crisi in cui versa la nostra società come la vedo io. La storia in cui viviamo è una storia nera. E da questo punto di vista certamente c’è una grande differenza dagli Europei del 17° 18, e !9° secolo. Hanno vissuto in modo diverso, la loro storia è differente e quindi hanno scritto in modo diverso. Dunque oggi si scrive in modo diverso. Non è la forma letteraria che è stata superata, al contrario di quello che pensano i teorici del Nuovo Romanzo, è il modo di vedere le cose che non è più lo stesso.
Cos’è per lei la creatività e il talento?
Non sono sicura di saperlo. E’ un problema che non mi sono mai posta. La mia principale ambizione è quella di essere una sorta di scrittrice pubblica della mia epoca. Quando scrivo, non cerco di scrivere bene, ma cerco di trovare la forma della frase, le parole giuste, “pesanti” per meglio esprimere l’idea, il sentimento , la sensazione che cerco di trasmettere.
Le piace George Orwell? Condivide la sua profonda coscienza dell’ingiustizia sociale e la sua rivoluzionaria opposizione ai totalitarismi?
Decisamente sì.
Cos’è per lei la libertà? Un’ utopia?
No, è una lotta quotidiana. Ciò che ti fa continuare anche quando gli altri ci hanno rinunciato.
Conosce “Look back in anger” di John Osborne?
Non l’ho mai letto.
Ci racconta qualcosa del suo 1968. I suoi ideali sono stati traditi?
Per me, nella mia vita, il 68 è durato vent’anni copre tutti i 60 e i 70. Durante quegli anni una percentuale significativa della popolazione ha creduto possibile cambiare la società e creare un mondo più giusto, migliore. E ha continuato a combattere per quell’ obbiettivo. A partire dagli anni 80 non è stato più possibile da credere. E’ necessario un duro lavoro di analisi e di costruzione perchè un nuovo progetto di cambiamento della società possa di nuovo essere credibile.
Lei ha insegnato per oltre vent’anni nelle banlieus. Ci racconti qualcosa della sua esperienza.
Ho insegnato all’Università che è molto più facile che insegnare nelle scuole. Ho amato molto i miei studenti. Molti dei personaggi dei miei libri sono ispirati da loro. Per due anni ho tenuto corsi di storia in una grande scuola di ingegneria francese con ragazzi molto più privilegiati. Non ho sopportato la loro assenza di senso critico, il loro conformismo profondo, e ho molto rapidamente posto fine a questa esperienza.
Lei descrive nei suoi romanzi il lato oscuro della società. E’ pessimista?
Sì, irrimediabilmente.
E’ una persona religiosa? Perché quasi tutte le guerre sono guerre di religione?
No, non ho alcun sentimento religioso né ne ho mai avuto. Io appartengo ad una tradizione francese decristianizzata. Io sono sempre sorpresa dal piede della chiesa cattolica quando vado in Italia e in Spagna. Io tendo a credere che le religioni monoteiste sono intrinsecamente totalitarie e violente e cominciano a parlare di pace e di tolleranza quando sono in una posizione di debolezza.
La Francia è un paese multietnico, pieno di colori, musica, poesia. E’ un paese solare ?
Un paese solare? Non so. Penso soprattutto che la Francia sia una società , una cultura estremamente contrastata. E’ un paese che ha portato avanti immense lotte per la libertà, l’apertura e la ragione e che continua a sostenerle, è un paese in cui una certa destra ultrareazionaria, collaborazionista, delatrice è regolarmente maggioritaria. Come capire un tale paese?
Cosa sta scrivendo al momento?
Una cronaca della vita quotidiana dei poliziotti di un commissariato delle banlieue.
Ho chiesto a Tahar Lamri, cos’è l’amore. Per lei cos’è?
Non esiste l’amore solo prove d’amore.
Le piace Yasmina Khadra?
Si soprattutto i suoi primi romanzi.
:: Intervista a Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone
19 settembre 2009
Qiu Xiaolong, grazie per aver acccettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te.
Voglio ringraziare i miei lettori italiani. Ho spesso ricevuto da loro mail e il loro caloroso incoraggiamento e la loro risposta fa davvero la differenza per uno scrittore.
Sei stato costretto a rimanere in America dopo i fatti di Piazza Tiananmen del 1989. Cos’è la libertà per te? È un’ utopia?
Ciò che mi permette di scrivere tutto quello che voglio scrivere, questa è la libertà.
La Cina è un paese meraviglioso pieno di contraddizioni ma con solide tradizioni. Sei ottimista riguardo al suo futuro?
Sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo, in parte perché le tradizioni stanno irrimediabilmente scomparendo.
Tu hai conseguito un dottorato in inglese nel 1996 ed ora insegni letteratura all’Università di Saint Louis. L’insegnamento è solo un lavoro o una missione?
Ho insegnato alla Washington University di Saint Louis. Ora scrivo a tempo pieno. Per me la scrittura è una missione come l’insegnamento.
L’inglese è una lingua poetica o il cinese è più evocativo?
La lingua cinese classica ha alcuni vantaggi nel presentare le immagini in poesia, ma è difficile mettere a confronto due lingue.
Ti piace la poesia Tang? Chi è il tuo poeta preferito?
Sì, mi piace la poesia Tang. Li Shangyin è uno dei miei poeti preferiti.
Sei uno scrittore di crime e hai pubblicato sei romanzi thriller ambientati a Shanghai. Perché hai scelto questo genere?
Non ho deciso di scrivere thriller, almeno non in un primo tempo, ma ho trovato che il genere serve ai miei propositi di esplorare bene i problemi della società, con un poliziotto che investiga non solo sul crimine stesso ma sulle circostanze sociali, storiche politiche in cui la tragedia avviene. Detto questo voglio aggiungere che scrivo anche libri d’altro genere. Ad esempio sta per uscire una traduzione italiana di altre mie storie.
Raccontaci qualcosa dell’ispettore capo Chen Cao. Ti somiglia in qualche modo?
Per quanto riguarda la passione per il cibo e la poesia mi somiglia.
Ti piace il poeta americano T S Eliot? Il passato è una “terra desolata”?
Mi piace TS Eliot. Ma il passato non è qualcosa che può essere liquidato come una “terra desolata”.
Ti piace l’Ulisse di Joyce?
Mi piacciono i suoi primi lavori.
Ti piace Simenon?
Sì, mi piace molto.
Cosa ne pensi dei romanzi crime americani contemporanei?
Sono così diversi e mi piace questa differenza.
Ti piace Mo Yan?
Non ho letto abbastanza per dire se mi piace o no.
Ho studiato le “Triadi” tradizionali per la mia tesi di laurea. Come la criminalità organizzata sta cambiando? È ora un fenomeno puramente finanziario?
È una notizia proprio di questi giorni che il leader del partito di Chongquing sta lanciando una guerra contro le “Triadi” proprio in questo preciso momento, tanto per far capire quanto il fenomeno è grave. Poi sicuramente sono coinvolti grandi quantità di denaro e profitti.
Ti piace l’Italia? Verrai presto a trovarci?
Mi piace l’Italia. Spero di venirci il prossimo anno.
Ci sono progetti di film per i tuoi libri?
Sì, ne stiamo discutendo.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Tra gli altri sto rileggendo il Sogno della camera rossa.
Ti piacciono le detective stories degli anni Trenta?
Sì, mi piacciono.
A cosa stai lavorando?
Ho appena finito il settimo libro della serie dell’ispettore Chen e sto lavorando ad un libro diverso, non un mystery.
:: Intervista a Serge Quadruppani a cura di Giulietta Iannone
16 settembre 2009
Traduttore, giornalista, editore, scrittore di romanzi gialli, in realtà cosa ami più fare?
Tutto mi piace, ma mi piacerebbe avere più tempo per scrivere romanzi gialli e non gialli, saggi e d’indagine (dei non-fiction, ne ho scritto una decina).
Scrivi sul quotidiano Liberation e per la rivista Le monde diplomatique, dopo anni di impegno pensi ancora che il lavoro del giornalista abbia un utilità sociale ed aiuti la gente a capire la realtà?
Ho scritto una volta una cosa per Libération, scrivo e scriverò più facilmente per le Monde Diplomatique. Innanzitutto scrivere, mi aiuta a capire principalmente a me, poi se il mio articolo aiuta anche qualche altra persona a capire, tanto meglio.
Nel ’68 eri molto giovane che ricordi hai di quel periodo, pensi che gli ideali e l’amore per la libertà si siano mantenuti o la nostra società si irrimediabilmente “imborghesiata”?
Ci sono un sacco di figli della borghesia che sono tornati nella la loro classe ma anche alcuni che hanno continuato a pensare contro. Sono figlio di operai e sono contento di avere incontrato questi ultimi. La società è diventata più dura, i poteri sono diventati più duri e più seducenti nello stesso tempo: un pallottola per i Carlo Giuliani, e i paparazzi sul Lido per i Noemi. Questo mondo è il nostro, ma fa vomitare lo stesso.
Sei molto attivo come traduttore, quale autore ti piace di più tradurre e dimmi se esiste un segreto per fare buone traduzioni?
Tutti quelli che sono nella mia Collana dalle Editions Métailié mi piacciono, sono come i miei bimbi: le amo tutti nella stessa misura, anche se vedo che alcuni hanno più difetti degli altri.
Hai redatto un libro sull’antiterrorismo in Francia. Pensi che a volte i metodi usati per combattere questo male siano peggiori del male stesso?
Spesso terrorismo e antiterrorismo sono una sola e stessa cosa, controllata dallo Stato, dagli Stati anche se, almeno all’inizio, i “combattenti armati” sono sinceri nella loro opposizione allo Stato.
Ti occupi anche di editoria, hai dei nuovi autori da segnalare che hanno attratto la tua attenzione?
Ho appena finito di leggere Anime Nere, di Gioachino Criaco, e ne sono stato molto colpito, lo voglio tradurre e pubblicare.
Hai lavorato come giornalista anche in Italia, che differenze ci sono tra il tuo paese e il nostro?
Non sono giornalista, scrivo ogni tanto nei giornali, ci sono poche poche differenze tra Francia e Italia da questo punto di vista, e non voglio dire che cosa penso dei giornali in generale, perchè spero di di potere ancora scrivere per denunciare qualche misfatto dei potenti o segnalare un bel libro.
Il classico “polar” francese ha fatto scuola, pensi ci sia una rinascita del genere o la tendenza predominante porta ad una esaltazione della violenza fine a se stessa?
C’è qualcosa di peggio dell’esaltazione della violenza fine a se stessa: è l’esaltazione della violenza per fare vendere della Coca Cola. Il classico “polar” francese mi annoia.
Ti è piaciuto “Fiumi di porpora” di Jean-Christophe Grangé?
Non mi è piaciuto, anche se non l’ho letto! Ho visto il film, per me era veramente ridicolo.
Ho conosciuto i tuoi libri perché pubblicati nei Gialli Mondatori, distribuiti principalmente nelle edicole sono in progetto delle riedizioni complete delle tue opere in lingua italiana?
Marsilio ne ha già pubblicato un bel po’ e dovrebbe continuare.
Cosa pensi del fenomeno letterario della Trilogia di Millenium di Stieg Larsson, è una trovata di marketing o c’è del vero talento?
Sicuramente, c’è del vero talento. Non so perchè ha avuto tutto questo successo, ci sono centinaia di altri libri molto più belli. Forse è perchè il libro è costruito come una serie televisiva, e funziona molto bene cosi: in fatto quando lo leggevo, mi sembravo di leggere la televisione!
Ho letto “L’assassina di Belville” molte volte e tutte le volte ho trovato delle sfumature inaspettate, per te il genere giallo crea solo opere di intrattenimento o vuoi trasmettere messaggi più profondi?
Non voglio trasmettere messagi, voglio raccontare delle storie e storie veramente belle che, per non anoiarmi (non dimenticare che sono il mio primo lettore) devono avere di spessore. Poi le scrivo con quello che sono, e non ci posso fare niente, raccontando il mondo così come è, mi incazzo. Allora, cerco di incazzarmi con eleganza e ironia.
Hai trattato anche opere di spionaggio, pensi di tornare sul genere in futuro?
Io non faccio veramente delle categorie, giallo, noir, spionaggio. Il mio prossimo libro è ambientato tra Italia e Francia e parla di complotti mondiali, tanto per cambiare!
Che rapporto hai con la tv da noi si dice che l’unico pregio è che ha insegnato l’italiano agli italiani. Pensi che sia massificante o trasmette ancora cultura?
Ma ché italiano? Io preferisco di gran lungo l’italo-siciliano del Maestro Camilleri, il kaleidoscopo di lingue di Lucarelli nell’Ottava Vibrazione, il wumingese, il carlottese, che questa lingua tanto noiosa quanto il francese della tivù francese.
L’humor nero, l’ironia, il paradosso sono tue armi vincenti per tenere desta l’attenzione del lettore e combattere la noia, le usi solo nei tuoi libri o anche nella vita di tutti i giorni?
Spero di usarli anche nella vita di tutti i giorni, anche nelle interviste.
La critica letteraria francese è ancora piuttosto snob o sta iniziando ad apprezzare il noir?
Da sempre, c’è tutto una parte della critica che ha apprezzato il Noir, anche i più grandi scrittori, da Gide a Sartres e tanti altri. Poi, ci sono sempre, in Francia come in Italia, dei dinosauri.
Hai letto “Il codice da Vinci” di Dan Brown? Se sì pensi che questo genere di libri abbia un futuro o li trovi fumosi e noiosi?
Uffà, ma non finisce mai quest’intervista? Ma chi se ne frega di Dan Brown?
C’è un aneddoto bizzarro nella tua carriera di scrittore e giornalista che ti torna spesso alla mente e di cui vorresti parlarci?
Un giorno, in un treno per Praga, un tizio ha parlato male del mio ultimo romanzo a una ragazza molto carina e ho pensato, quando è andato al bagno, di buttarlo discretamente sul binario per fare poi la corte alla ragazza ma non ho fatto niente. Purtroppo. Perchè dopo è diventato molto più famoso di me e ha guadagnato molto più soldi. Ci ripenso spesso.
Cosa pensi del noir nipponico, autori come Kitakata con le sue storie di yakuza venate di poesia ti piacciono?
Non so assolutamente niente del noir nipponico.
Hai un sogno nel cassetto un progetto che per scaramanzia non hai mai detto a nessuno?
E se non l’ho detto fin’ora, perchè lo dovrei dire a te?
Tieni corsi di giornalismo all’università? Te l’hanno proposto, ti piacerebbe che lo facessero?
No, no, no.
Ora è proprio l’ultima domanda. Stai lavorando ad un nuovo romanzo, se si puoi anticiparci qualcosa?
Si chiama Saturne (Sarturno). Saturno ha mangiato i suoi figli e poi il tempo di saturno era, nella mitologia, quello in cui tutto era di tutti.

























