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:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, a cura di Giulietta Iannone

4 febbraio 2014

OLYMPUS DIGITAL CAMERAD. Ciao Lorenzo, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Finalmente abbiamo con noi il vincitore della quarta edizione del Liberi di Scrivere Award con il romanzo Apologia di uomini inutili. Hai già vinto nel 2011 con Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico, ma se vogliamo questa vittoria è ancora più schiacciante, più di 400 voti,  per un romanzo obbiettivamente difficile, forse ancora più “feroce” di Le bestie – Kinshasa Serenade. Come te lo spieghi? I lettori sono più maturi di quanto si immagini, sono pronti ad affrontare anche storie difficili, dolorose, scomode, sempre che gli scrittori abbiano il coraggio di scriverle?

R. Grazie a voi per l’ospitalità. Intanto ringrazio i lettori per avermi votato. Senza dubbio una vittoria schiacciante su nomi molto importanti, una vittoria insperata. Se è vero che Malatesta poteva contare su lettori affezionati e sul suo pubblico di fedelissimi, la vittoria di Apologia di uomini inutili è stata una sorpresa anche per me. Credo che la vittoria dipenda molto dal tipo di lettori di questo blog, lettori aperti e intelligenti, inoltre l’editore si è mosso molto bene per pubblicizzare che il romanzo era finalista. In generale io credo che i lettori sarebbero prontissimi ad affrontare storie difficili, sono spesso gli editori che fanno il grosso del mercato a propinare carta straccia che spacciano per narrativa, educano i lettori a mangiare cacca.

D. Parliamo proprio del premio, nato da un blog, quindi senza alcuna forma di ufficialità, né sovvenzione, per ora almeno svincolato anche da sponsor, enti culturali, patrocini vari, anche se un pensiero ce l’ho fatto, per farlo crescere, che so chiedere a qualche ditta di penne da collezione, alla Montblanc per esempio, di sovvenzionarci. Tu che ne pensi, perderebbe la spontaneità che ora ha?

R. Io credo di no. Il blog divulga intelligenza, se poi uno sponsor aiuta a crescere, perché non usarlo. In fondo non stai chiedendo fondi a una fabbrica di mine antiuomo o a qualche partito politico.

D. Quest’anno siamo finiti anche sui giornali, L’estense, Il Resto del Carlino, La nuova Ferrara, pensi che stiamo attirando l’attenzione, e soprattutto cosa pensi dei premi letterari in genere, servono agli scrittori e alla letteratura?

R. Non so se le classifiche dei concorsi, così come le classifiche degli store digitali o dei premi letterari diano un orientamento al lettore, penso di sì, almeno in minima parte. Senza dubbio hanno un senso per il mondo editoriale. Quando Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico vinse l’Award nel 2012 fui contattato dal più grosso gruppo editoriale tedesco per la traduzione del libro. E anche in queste settimane, dopo la vittoria di Apologia di uomini inutili nell’ultimo premio Liberi di Scrivere, diversi prestigiosi editori si sono fatti vivi per avere miei manoscritti inediti (ho detto prestigiosi, non grossi…)

D. Vivi tra Milano e Istanbul, questo respiro internazionale, ricordiamo comunque che già da prima eri un viaggiatore, come sta cambiando il tuo modo di vere le cose? Ti stai facendo conoscere anche  a livello internazionale? Ho visto che hanno votato per te dalla Turchia, dalla Germania, dal Vietnam.     

R. Purtroppo a Istanbul non potrò più metterci piede per almeno cinque anni in quanto espulso come persona non desiderata (echi delle proteste di Gezi Park e di quello che ho scritto). Senza dubbio il mio modo di vedere le cose sarebbe diverso se non mi fossi mai spostato da casa, viaggiare implica osservazione e partecipazione, anche culturale e mentale. A livello internazionale è difficile. Porno Bloc è stato tradotto in romeno, Un tango per Victor è stato pubblicato da un editore tedesco, sto tentando di “piazzare” altri titoli in Francia e in Germania, ma è molto dura. Le persone che hanno votato per me da Vietnam, Turchia, eccetera sono amici, colleghi, conoscenti.

D. Da poco è uscito per Koi Press Termodistruzione di un koala, un noir irriverente, scanzonato, alternativo, divertente, un po’ sgangherato poliziottesco anni 70, un po’ critica sociale, un po’ satira anarchica, insomma un pout purri con in sottofondo i Mano Negra, i canti di protesta. Ce ne vuoi parlare?

R. Si tratta della quarta indagine di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico (in questi giorni è uscito anche il quinto volume: La tremarella). Racconta del Mitico e del Fesso, due balordi squattrinati, che vengono assoldati dai fratelli Marone, veterani dello spaccio di cocaina, per commettere un atto di “sano vandalismo” ai danni dell’Atlantico, un bar notturno a ridosso della stazione di Ferrara. Non hanno però fatto i conti con la mafia russa, che ha da tempo allungato i propri tentacoli su questo locale, e che ha inviato nella città emiliana il Koala, uno dei killer più spietati e pericolosi dell’ex impero sovietico. Toccherà come sempre all’ispettore Pietro Malatesta e al suo sodale compare, il sovrintendente Gavino Appuntato, cercare di evitare un sanguinoso regolamento di conti che potrebbe far esplodere il tranquillo e quasi immutabile deserto sociale di Ferrara.

D. Banlieue ferrarese, (il fruttivendolo nigeriano, l’alimentare eritreo, il market pachistano, la pizzeria dei libanesi, il bar gestito dai cinesi) killer moscoviti, insomma multietnicità e respiro internazionale, sta diventando un tuo marchio distintivo?

R. Sì, insieme ad azione, colpi di scena, humor feroce e grottesco. Racconto quello che vedo e che sento. Soprattutto mi diverto.

D. Bel personaggio il Koala, spietato, cattivissimo, pronto a mordere la mano ai suoi stessi padroni a Mosca. Arriva a Ferrara per riprendersi un koala di peluche in cui ha nascosto qualcosa di molto prezioso per lui. Peluche che finirà nelle mani di alcuni bambini e non dico di più, ma il titolo è abbastanza indicativo. Come è nato questo personaggio?

R. Volevo internazionalizzare la serie malatestiana e ho iniziato a fare ricerca sulle varie mafie in giro per il mondo. Mi sono imbattuto il quella moscovita e questo mi ha aperto nuovi canali di ricerca legati all’Afghanistan e al post-URSS, è nato così, studiando il passato, leggendo reportage, bevendo caffè.

D. Un noir che non sfigurerebbe come fumetto. Ti hanno già proposto di trasformarlo in un fumetto, o per lo meno in una graphic novel? Già Amaducci accompagna le vicende di Malatesta con i suoi bizzarri disegni. 

R. Andrea Amaducci basta e avanza, illustra lui e lo fa egregiamente. L’idea magari è quella di fare qualcosa insieme dove il fumetto prevalga sul testo. Se altri mi chiedessero di fare una trasposizione rifiuterei.

D. Dirigi la collana noir di una casa editrice italo-francese, con sede a Parigi, la Meme Publishers, quale è il bilancio attuale? Come ti trovi nel ruolo di direttore editoriale? Come scegli i libri da pubblicare? 

R. Non so se sono portato per questa cosa, a me piace leggere e scrivere e mi sembra di non riuscire a dedicare tempo per me, però con Meme mi trovo bene, i libri pubblicati sono ottimi, stiamo pensando a grossi nomi internazionali che usciranno fra qualche mese, la collana che io curo ha pubblicato fra gli altri Alessandro Bastasi, Andrea Mariani, Pierluigi Porazzi che hanno scritto cose molto belle.

D. Oltre al corso a circolo Arci Métissage a Milano hai iniziato anche il corso di Scrittura Creativa, Narrativa e Reportage anche a Monza per Corsi Corsari. Ce ne vuoi parlare? Come è nata questa tua nuova attività di insegnante? Hai buoni riscontri?

R. Sono sempre stato scettico sui corsi di scrittura e continuo a esserlo. Più che altro racconto la mia esperienza e cerco di creare interazione fra i corsisti. Al primo laboratorio a  Métissage è nato un romanzo collettivo scritto dai partecipanti, molto bello, una spy story ambientata a Milano. È nata un’amicizia fra me e anche tra i ragazzi che hanno partecipato. I riscontri sono ottimi, soprattutto a livello umano e culturale. Spero vada altrettanto bene a Monza, con Corsi Corsari e nella replica milanese.

D. Grazie Lorenzo della disponibilità. L’intervista è finita, come ultima domanda ti chiederei se puoi anticiparci i tuoi progetti per il futuro, nuovi romanzi standalone, nuove avventure di Malatesta, progetti cinematografici?

R. Con Andrea Amaducci stiamo terminando la nuova indagine malatestiana. È quasi finita la prima stesura. Abbiamo aperti altri sei romanzi, almeno, dello sbirro anarchico, ma ci concentreremo solo su quello dal clima “spallino”. Sarà una storia dedicata alla Spal e ai suoi tifosi. Poi da solo sto scrivendo più o meno cinque bozze. Da una novella un po’ Simenon (con tutto il rispetto), a una spy-story ambientata durante la guerra nella ex Jugoslavia, ad altre storie disseminate tra Istanbul, Tirana, la Brianza, Milano.

:: L’oste dell’ultima ora, Valerio Massimo Manfredi (Wingsbert House, 2013) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2014

LOSTE DELLULTIMA ORAL’oste dell’ultima ora, edito da Wingsbert House  nella collana Wine-book, (è acquistabile sia come un normale volume che insieme a dello Chardonnay in una apposita confezione) e pubblicato in accordo con Grandi & Associati, è un libretto a dire il vero assai sottile, che contiene un racconto lungo, di uno dei più celebri autori italiani di romanzi storici, Valerio Massimo Manfredi, e ci porta per mano nella Palestina dei tempi di Gesù di Nazareth, facendoci conoscere un personaggio piuttosto defilato della Storia, che la fantasia di Manfredi trasfigura, arrivando a dargli un nome, Baruch ben Gad, e connotazioni precise, quasi uscisse da un aneddoto contenuto in uno dei tanti Vangeli Apocrifi, ai quali non so in quale misura l’autore si sia ispirato.
La brevità del testo, accompagnata dallo stile semplice e essenziale, ci riporta proprio allo stile delle parabole evangeliche, e per quanto ho potuto capire io, non sono una teologa, non ci sono parti che possano provocare discussioni dottrinali. La figura di Gesù è quasi sullo sfondo, (i personaggi si rivolgono a lui con il termine predicatore, tutt’al più Maestro), come la figura di Maria, sua madre, che appare brevemente durante le nozze di Cana e annuncia sottovoce al figlio che il vino è finito.
Figure discrete, quella di Gesù velata di una bonaria ironia, che lasciano al centro della scena appunto, Baruch ben Gad, l’oste delle nozze di Cana, l’oste dell’ultima ora, come appunto viene chiamato dagli apostoli e da Gesù, (a cui offre del vino e del cibo, durante il loro primo incontro), lo stesso che consegnerà anche il vino per l’ultima cena a Gerusalemme.
Cuore di questo racconto è che i giusti compiono azioni generose e spontanee senza volere niente in cambio, Gesù stesso nel compiere il suo primo miracolo trasformando l’ acqua in vino, sembra ricordarsi e ricompensare il gesto di generosità dell’oste, che appunto aveva donato vino e cibo a lui e agli apostoli, rendendo in un certo modo giustizia ad una buona azione. Una storia semplice, con sullo sfondo la Storia, l’occupazione romana della Palestina, la povertà diffusa, un cenno di critica sociale fa dire a Baruch che la colpa della povertà non è tanto dei romani, quanto degli stessi locali, che accaparrano e non dividono ricchezze e proprietà.
Poi altro tema è il vino, che farà da tema conduttore a tutta la collana Wine-book, che appunto L’oste dell’ultima ora inaugura. Baruch, contadino senza terra, marinaio di ventura, imparerà i segreti della coltivazione dei vigneti, da un samaritano, (celebre il disprezzo dei giudei nei confronti degli abitanti della Samaria) che diventerà suo amico, socio d’affari, figura paterna di riferimento, suo erede. Originale senz’altro unire letteratura e prodotti eno-gastronomici, la Wingsbert House è una celebre azienda agricola emiliana che produce vini e aceti balsamici,  portando avanti un discorso di eco-sostenibilità, e coniando il termine di bioeditoria. In un periodo di crisi, forse questo è il futuro.

Valerio Massimo Manfredi inaugura la collana di Wingsbert House dedicata ai grandi narratori di ieri e di oggi che raccontano il vino, le sue storie, la sua filosofia. Archeologo di formazione, Manfredi è uno degli scrittori italiani più letti e amati nel mondo. È anche sceneggiatore per il cinema e conduttore televisivo. Il suo ultimo romanzo, Il mio nome è Nessuno. Il ritorno (Mondadori) è uscito nel settembre 2013.

:: Un’intervista con Fatima Bhutto a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2014

F.Bhutto.Primo piano puroCredit by Amean JBenvenuta Fatima e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Non le farò domande sulla sua famiglia, (invito i lettori interessati a leggere il suo saggio biografico Canzoni di sangue), preferisco farle domande sul suo lavoro di scrittrice. L’ombra della Luna crescente (The Shadow of the Crescent Moon, 2013) è il suo primo romanzo, un’ opera di fantasia che rispecchia comunque la vita in Pakistan, specialmente dei giovani. Molto spesso la fantasia, ci aiuta a facolizzare anche meglio la realtà?

Penso che la narrativa sia davvero liberatoria. Ci permette di discutere argomenti che sarebbero altrimenti troppo spaventosi o troppo difficili da affrontare direttamente. Ti offre uno spazio libero da giudizi, e questo è davvero importante, specie quando stai trattando argomenti pesantemente politici, o soggetti delicati.

Cinque personaggi, due donne e tre uomini sono al centro della vicenda: Mina e Samarra,  Aman Erum, Sikandar e Hayat. Il mio personaggio maschile preferito è sicuramente Sikandar, molto diverso dall’idea che molti occidentali hanno degli uomini musulmani: è sensibile, idealista, ama teneramente la moglie accettando i suoi scatti di rabbia, le sue forse ingiuste recriminazioni (il dolore per la perdita del figlio è di entrambi). Come ha costruito questo personaggio così in opposizione con gli stereotipi correnti?

Anch’io provo una grande simpatia per Sikandar e la provo perché ci mostra che la paura è universale. Non si può sfuggirla, non importa quanto ci si impegni a provarci. Finché non risolvi la causa della tua paura, ne sei perseguitato. Gli uomini non sono più coraggiosi delle donne, non lo credo assolutamente, ma subiscono maggiori stigmatizzazioni quando si parla di paura. Devono nascondere la loro paura agli altri, ed anche a se stessi.

Oriente e occidente, due mondo così lontani, ma non inconciliabili. Infondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

L’amore ci unisce, ed anche la compassione. Viviamo in un mondo incredibilmente interconnesso e se c’è una verità riguardo all’universo nella quale credo è questa – che siamo tutti connessi. Molte più cose ci uniscono di quante ci dividano. La paura ci allontana, ci impedisce di vedere che siamo tutti un’unica cosa.

La vicenda si snoda nell’arco di tre ore, dalle 9 a mezzogiorno di un venerdì di dicembre, un giorno di pioggia, primo giorno dell’Eid. Numerosi flash back dilatano il tempo, per poi contrarlo nei momenti di maggior pathos, quasi cristallizzandolo come in una goccia d’ambra. Oriente e occidente differiscono anche nella concezione e percezione che hanno del tempo. Era questo che voleva far emergere dal suo romanzo?

Assolutamente! Sei la prima giornalista ad accorgersene – è certamente vero che l’est e l’ovest hanno prospettive completamente diverse riguardo al tempo. Nell’occidente c’è un senso di importanza dato al tempo – alle otto ti svegli, alle dieci sei in ufficio, all’una pranzi alle sei vai a casa e non solo quello, ma anche nella vita. A diciotto anni lasci casa, a venticinque possiedi un appartamento, a trenta ti sposi e così via. Ma in oriente l’inazione è un movimento vitale quanto l’azione. L’oriente vede il tempo più come un viaggio, completamente separato da un ordine. C’è il caos nel viaggio – è una grande parte del viaggio, in effetti.

La giustizia, oltre alla libertà, e alla compassione, è un tema importante nel suo romanzo, Mira nella foresta accusa i talebani di essere ingiusti, accusa più profonda non poteva farla. Come ha reso con le parole questa necessità quasi vitale dell’uomo a qualunque latitudine abiti?

Mina lo personifica, questo desiderio di giustizia, non solo nel suo tener testa ai talebani, ma anche nel suo dolore e nella sua costante ricerca di una comunità che la comprenda e che condivida la sua perdita. Per me la giustizia è il cuore della politica e della società. È una necessità primaria ed una delle cose meravigliose della narrativa è stata mostrare quanto sia soggettiva. La giustizia per Mina può significare ingiustizia per qualcun altro – i risultati finali possono essere differenti, ma la ricerca è la stessa.

L’ombra della Luna crescente è un romanzo difficilmente classificabile: è un romanzo familiare, politico, generazionale, uno spaccato in grado di raffigurare le contraddizioni e l’ attualità del Pakistan contemporaneo, e nello stesso tempo capace di trasmettere tenerezza e poesia. Il suo essere anche poetessa, l’ha aiutata in questo?

Questa è una domanda interessantissima, ma una domanda alla quale non posso davvero rispondere perché immagino fosse il tono della storia! Voglio dire, non ne ero consapevole ma provavo una grande tenerezza per i personaggi e per il loro mondo e forse questa tenerezza traspare…

L’ombra della Luna crescente è un romanzo coraggioso, nel suo paese creerà sicuramente frizioni per le sue riflessioni, specialmente politiche. Come pensa di affrontare le eventuali critiche?

Quando tratti qualunque argomento politico delicato – e pare che quando un piccolo gruppo si sta difendendo dalle masse, tutto diventi delicato – ci saranno sempre attacchi e frizioni. Ma io credo che restare in silenzio su questi argomenti sia estremamente pericoloso, non parlarne apertamente. Sono pronta ad affrontare ciò che ne deriverà.

Non sceglie un percorso lineare, usa veli e disvelamenti repentini, improvvise rivelazioni, anche molto avanti nella narrazione, mi riferisco al motivo perché Mira si infiltra nei funerali di perfetti estranei, creando un senso di attesa e di mistero. Tutto ciò si ricollega alla concezione del tempo a cui ci riferivamo prima?

In parte sì, ma anche perché nella vita noi abbiamo a che fare in continuazione con questa tensione fra sapere e non sapere. Abbiamo ampi margini per la segretezza che cerchiamo sempre di controbilanciare col nostro bisogno di trasparenza. Perciò proprio come nella vita non si conoscerà mai il cuore del problema che disturba qualcuno il primo giorno che l’incontri, così nel romanzo devi viaggiare per qualche tempo con i personaggi prima che loro ti lascino entrare.

Aman Erum è il personaggio più fragile e in un certo senso discutibile, anche se lei non usa mai termini men che meno corretti nel tratteggiarlo. Vuole fuggire all’estero in cerca di stabilità economica e sicurezza, arriva a diventare informatore del colonnello Taric, l’uomo con la vera d’oro rosa, considerandosi un patriota, ma causando involontariamente l’arresto di Samarra con quello che ne consegue. Il padre ne disapprova le scelte, nel passo più commovente del libro, anche se lo nasconde nel tono di voce. Troverà un riscatto?

Spero di sì, davvero. Penso che tutti i personaggi nel romanzo stiano affrontando situazioni nelle quali il loro stesso paese li sta coinvolgendo. Stanno tutti lottando nel loro modo per trovare un po’ di giustizia, per trovare una qualche redenzione. Ma il romanzo parla anche molto di tradimento, e quanto ciascuno di noi deve tradire al fine di sopravvivere oggi nel mondo moderno…

Grazie della sua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendole di anticiparci i suoi progetti per il futuro? C’è un nuovo romanzo, in programma?

Grazie per le tue domande sentite e sensibili. È stato un piacere rispondere. Spero davvero molto di poter lavorare su altre storie in futuro, ed appena avrò finito col tour promozionale del libro, allora tornerò a lavorare sulla scrittura invece di parlare!

[Traduzione a cura di Davide Mana]

[Photo credits: Amean J]

English version here

:: L’ombra della luna crescente di Fatima Bhutto, (Cavallo di Ferro, 2013) a cura di Giulietta Iannone

21 gennaio 2014

ombraSentendosi vicino alla morte, Inayat ripetè a Zainab il valore di quel che avevano costruito insieme, e tracciò numeri e cifre nell’aria perchè lei sapesse, dopo un’ intera vita, cosa avrebbe lasciato a lei e ai figli. Mentre la notte si addensava su Mir Ali, illuminando il cielo con una costellazione di stelle talmente lontana che sembrava stesse brillando su un’altra città, diffondendo quel debole bagliore su Mir Ali solo per pietà, Inayat disse addio ad Aman Erum e, nascondendo il disappunto nella propria voce, gli augurò che i suoi sforzi andassero a buon fine. Disse che era certo che suo figlio avrebbe avuto successo negli affari. Per Sikandar e Mina non trovò alcuna consolazione da offrire. Da un po’ di tempo non sapeva cosa dire di fronte al loro dolore, e non voleva rattristarli ulteriormente sul suo letto di morte. Inayat volle vedere Hayat per ultimo, perchè le sue labbra si chiudessero sulle parole bisbigliate nell’orecchio del figlio più giovane.
“Vieni nella mia tomba e dimmi che Mir Ali è libera. Sussurramelo, anche quando non ci sarò più”.

Non è un libro di facile lettura, L’ombra della luna crescente, esordio nella narrativa di Fatima Bhutto, già autrice del saggio biografico Canzoni di sangue, edito in Italia da Garzanti, omaggio di una figlia a un padre assassinato e ritratto di una famiglia, i Bhutto, potente, ricca, strettamente legata alle sorti del Pakistan, per la cui causa ha speso un grande tributo di vite: Zulfikar Ali, nonno di Fatima, presidente e primo ministro negli anni 70, promotore di una radicale modernizzazione culturale e economica del Pakistan, fu torturato e giustiziato dal generale golpista Zia ul Haq, suo zio Shahnawaz, suo padre Murtaza, sua zia Benazir furono tutti assassinati.
Conoscitrice dei retroscena del potere, la Bhutto ha scelto di non entrare in politica ma di utilizzare la scrittura e la letteratura, (è anche giornalista e collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman»), per portare avanti le sue battaglie, tra cui la sua lotta per l’emancipazione femminile, fortemente voluta anche da suo nonno.
E L’ombra della luna crescente è appunto un romanzo che ha per protagoniste, tra gli altri, due diverse e complesse figure femminili, (la luna del titolo oltre che emblema del Pakistan, ha una forte connotazione femminile), ma non solo: è un romanzo politico, formato da un tessuto narrativo insolitamente poetico e raffinato; è una saga familiare, si narrano appunto le vicende di tre fratelli molto diversi tra loro e delle loro donne, appunto Mina e Samarra; e infine è un romanzo generazionale, ci parla di un’ intera generazione di giovani in bilico tra scelte antitetiche e a volte drammatiche, stretti da una società repressiva, schiacciata da un esercito onnipresente (che oltre alla forza delle armi usa la delazione come strumento per alimentarsi, e la corruzione come humus sempre più stratificato) e da una religiosità imposta e infiltrata in ogni tessuto della società, con le sue feste che paralizzano la vita sociale, le sue preghiere, i suoi riti.
I giovani hanno diverse alternative sempre dolorose: possono essere tentati dalla fuga all’estero come il maggiore dei fratelli, Aman Erum, che sogna di costruirsi una nuova vita in America, lontano dal piccolo villaggio di Mir Ali, o possono fare come Sikandar, faccia di un idealismo pacifista, che fa della sua professione di medico un atto di giustizia, (il concetto di giustizia sarà fondamentale nel romanzo),  o addirittura possono abbracciare una scelta ancora più radicale come il figlio minore Hayat, il miliziano, coinvolto addirittura nei piani per un attentato al primo ministro.
Ma ciò che rende questo testo appunto non facile (forse per un occidentale) oltre alla concezione orientale del tempo, un tempo circolare, che non porta inevitabilmente a connotazioni di causa ed effetto (la vicenda ha inizio e fine dalle 9 alle 12 di un venerdì mattina di dicembre, freddo, piovoso, primo giorno dell’Eid), connotato da continui flashback che lo dilatano, per poi improvvisamente e vertiginosamente condensarlo e cristallizzarlo nei momenti più drammatici, (l’ incontro aggressione nella foresta tra Sikandar e Mina e i talebani su tutti), è proprio la scelta stilistica che l’autrice compie, l’uso di una scrittura ellittica e complessa, fatta di veli e disvelamenti repentini.
Sintomatico è il mistero legato al perchè Mira si infiltri quasi come preda di un’ ossessione nei funerali altrui, col marito costretto a andarla a riprendere avvisato dai parenti esasperati. Ne capiremo il motivo solo a metà romanzo, grazie a un lampo, folgorante come un’illuminazione, in cui la sua apparente follia troverà una spiegazione, una ragione catartica.
Se si ha la pazienza di prestare attenzione, di ascoltare il non detto, i silenzi, allora il romanzo si svela ai nostri occhi in tutta la sua bellezza, ma chiede appunto un sacrificio, simile forse  a quello costato all’autrice per scriverlo. Traduzione di Daniela Di Falco. Titolo originale: The Shadow of the Crescent Moon.

Fatima Bhutto è nata a Kabul, in Afghanistan, nel 1982. Suo nonno era il Primo Ministro pakistano Zulfikar Ali Bhutto, sua zia la Primo Ministro pakistana Benazir Bhutto. Poetessa e scrittrice, è autrice di “Canzoni di sangue. Ricordi di una figlia” (Garzanti, 2011), in cui racconta la storia della propria famiglia, strettamente collegata alla storia del Pakistan. Tra le sue opere, la raccolta di poesie “Whispers of the Desert” e “8:50 a.m. 8 October 2005”. Collabora con quotidiani e riviste inglesi come «The Guardian», «Financial Times» e «New Statesman». Vive a Karachi, in Pakistan. “L’ombra della luna crescente” rappresenta il suo esordio nella narrativa.

:: Recensione di La chiave inglese di Frank Gruber (Polillo, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2014

MA-16.qxdScritto in una settimana, La chiave inglese, (The French Key, 1940), edito da Polillo nella collana I Mastini e tradotto da Francesca Stignani, è il romanzo con cui Frank Gruber raggiunse il successo e poté ottenere una relativa sicurezza economica dopo un esordio a dir poco difficile, tra disoccupazione e lavori precari per la mera sussistenza. Tipico pulp writer iniziò a scrivere racconti per i principali pulp magazines americani, (cito per esempio Black Mask, uno forse dei più conosciuti), sia western, che polizieschi ma anche di fantascienza, sia a suo nome che usando pseudonimi come Stephen Acre, Charles K. Boston o John K. Vedder. Ma non solo, oltre ad essere un prolifico scrittore fu anche uno sceneggiatore per il cinema e uno scrittore di script per la televisione, cito per esempio la sceneggiatura de La maschera di Dimitrios de Jean Negulesco, tratto dall’ omonimo romanzo di Ambler, o la sceneggiatura e il soggetto del film di Walter Colmes tratto da La chiave inglese. Per chi volesse approfondire la conoscenza di quest’autore c’è una sua autobiografia dal titolo The Pulp Jungle (1967), una miniera di informazioni e aneddoti che ricostruiscono non solo la vita di Gruber ma il clima e l’ambiente dei pulp writer. (Rimando qui alla voce di wikipedia in francese per la piuttosto dettagliata bibliografia).  Tornando al romanzo La chiave inglese e una detective novel ricca di umorismo e d’azione, caratterizzata da una trama piuttosto intricata ma piena di colpi di scena e rocamboleschi escamotage capaci di alternare tensione e sorrisi. I dialoghi sono brillanti, un po’ caustici, ma ricchi di verve e colti, capaci di creare un mix piuttosto bizzarro e originale, forse tipico del clima newyorkese della fine degli anni 30. Protagonisti, Johnny Fletcher e Sam Cragg, (che compariranno in altri 13 romanzi e in alcuni racconti), due venditori di libri, sorta di commessi viaggiatori sui generis, che il caso e il mero desiderio di sopravvivenza trasformerà in detective dilettanti seguendo le tracce di una preziosissima moneta d’oro che trovano nella mano di un cadavere abbandonato nella loro stanza d’albergo. Tutto ha inizio infatti con una chiave che non entra in una serratura. Non pagando l’affitto di una stanza del 45th Street Hotel di New York, i nostri si ritrovano infatti costretti a saltare dalla finestra della stanza accanto (occupata da una bellissima ragazza) per poi scoprire appunto il cadavere di uno sconosciuto con la gola squarciata. Chi può averlo ucciso? Di chi è quella moneta che stringe in mano? Chi gli sta telefonando? Fletcher e Cragg prendono la moneta, e iniziano una sorta di fuga che li porterà a contattare un numismatico, nemmeno troppo onesto, per poi scoprire che la moneta vale addirittura 10.000 dollari. Varie vicissitudini li porteranno in una miniera abbandonata, ah già c’è anche una miniera, un tesoro, pupe da capogiro, come in ogni pulp che si rispetti… ma adesso ho detto troppo. Buona lettura, un po’ vintage, ma non certo meno gustosa.

Frank Gruber (1904-1969), originario di Elmer, in Minnesota, trascorse la giovinezza nella fattoria di famiglia e svolse diversi mestieri prima di trasferirsi a New York nel 1934 e intraprendere la carriera letteraria. Esordì scrivendo racconti per i pulp magazines, le riviste popolari che a partire dagli anni ’20 formarono una nuova generazione di giallisti americani. Autore straordinariamente prolifico, ha lasciato una vastissima produzione: oltre 300 racconti pubblicati su 50 diverse riviste (firmati spesso con pseudonimi), circa 70 sceneggiature per il cinema e 150 per la televisione, più di 60 romanzi sia di genere poliziesco sia western. Come racconta nella sua autobiografia, The Pulp Jungle (1967), Gruber riuscì a conquistare il successo solo nel 1940 con La chiave inglese (The French Key). Scritto in una settimana, il romanzo, da cui nel 1946 fu tratto un film, gli diede fama internazionale ed è presente in tutte le liste dei migliori gialli del 1940. La coppia di protagonisti ritornerà successivamente in tredici libri. Altri due famosi personaggi creati dalla sua penna sono Oliver Quade, soprannominato l’“Enciclopedia Umana” per la sua memoria prodigiosa, che compare in una serie di racconti, e Simon Lash, un detective privato nonché un appassionato collezionista di libri rari americani (come lo stesso autore).

:: Recensione di Nome al tavolo Blackjack di Valter Binaghi (Perdisa Pop, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 dicembre 2013
blackjack

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Gran cosa, il Casinò. E sapete che vi dico? Per quanto uno sia da anni abituato allo spettacolo, e somigli a tutto tranne a uno zotico che si aggira per la cornice fiabesca come Bertoldo alla corte del Re, c’è sempre occasione di stupirsi, al Casinò, anche per Blackjack. Quando guardo l’orologio e mi avvio verso il bar, mi stupisco per esempio di non trovare ancora seduto a un tavolino il buon Paramatti con la sua culona, ma ancora di più di vedere, infondo alla sala, Rossana sorbire deliziosamente da una tazza da te, seduta tra il suocero tarchiato col cappotto color cammello e il fratello più scemo di Schwarzenegger.
La bocca di lei è nascosta dalla tazza, gli occhi sorridono a me solo.
Siedo dove capita e ordino un Irish Coffee, mentre aspetto il mobiliere.

In questi ultimi scampoli del 2013, vi segnalo un piccolo gioiellino, letto quasi per caso, controvoglia.
Odio il gioco d’azzardo, mi annoiano le carte, già dai tempi in cui bambina giocavo all’Uomo Nero. Per cui quando ho letto di cosa si trattava, che la storia si reggeva sulle vicende di un  giocatore d’azzardo professionista, mi son detta non fa per me, non c’è storia. C’è anche da dire, però, che un caposaldo della spy story, Casinò Royale, di Ian Fleming ruota intorno ad una partita a carte, pochi capitoli certo, ma quel tanto che basta per suggerire che a volte scrivere di carte può risultare più interessante che vivere nella realtà una partita. Si abbattono i tempi morti, la tensione, il sudore sulla fronte, il rischio di perdere, volete mettere poi se a parlare di carte è Valter Binaghi, intellettuale raffinato e combattivo, ricordo dei pungenti scambi su blog e social network, capace di fare del gioco una metafora della vita, dell’amore, e della morte.
Binaghi se ne è andato quest’estate, Nome al tavolo Blackjack è a tutti gli effetti la sua ultima opera, e nella consapevolezza che mettere il punto, è sempre la cosa più difficile, nei romanzi e nella vita, ci regala un romanzo struggentemente bello, sbarazzino, ironico, di una leggerezza fine come un merletto, anche se è un noir, o meglio un thriller, (scordatevi il modello americano sesso e azione) come l’avrebbe potuto scrivere un Piero Chiara parlandoci degli intrighi di provincia, di ricatti, di politicanti che negano l’esistenza della mafia al nord, di zingari cacciati dai loro campi nomadi da cittadini benpensanti, di imprenditori pronti a segnare le carte per spennare improvvidi “polli” nelle loro sale private, vittime a loro volta di consulenti finanziari senza scrupoli e arraffoni, o forse uno Scerbanenco, meno triste ma non meno romantico.
E poi c’è un mafioso calabrese che assomiglia a Ray Liotta,  una lotta clandestina di cani, pestaggi, partite ai Grandi Tavoli, (Binaghi ha avuto la consulenza di un vero giocatore professionista, per sua volontà restato anonimo, che gli ha svelato alcuni segreti del mestiere), contesse misteriose, ex burocrati del Kgb, insomma la varietà dei personaggi è tale da affascinare e incuriosire. Ma diamo uno sguardo alla trama, uno sguardo fugace, promesso.
Francesco Branca, nome d’arte Blackjack, è un giocatore d’azzardo professionista. Memoria, sangue freddo e capacità di leggere le persone sono le sue armi vincenti, capaci di fargli vincere cifre da capogiro e sedere ai Grandi Tavoli, tavoli dove le poste possono essere senza limiti. Cinico quanto basta per sopravvivere, ironico, allegro, amato dalle donne, Blackjack nasconde una parte del suo passato, l’abbandono della madre quando era solo un bambino che gli ha lasciato in dono il terrore del buio, unica debolezza di un uomo vincente e “felice”. Poi un giorno nella sua vita entra Rossana, il grande amore, la donna per cui sarebbe disposto a fare e rischiare tutto. E quando lei si trova accusata dell’omicidio del suocero, ucciso con una carta da gioco (colmo dell’ironia, Binaghi si diverte a giocare coi paradossi) Blackjack sicuro della sua innocenza arriverà fino ad Odessa, invitato da Zio Oleg per una partita, sulle tracce di chi crede sia il vero assassino.
Ho dubitato dell’innocenza di Rossana, innocenza di cui il protagonista non dubita mai, ho sorriso, mi sono arrabbiata per le amare riflessioni che l’autore regala al suo protagonista, ho gustato le citazioni estemporanee, ce ne è una divertente e divertita al Re Nudo, che mi ha ricordato la sua vis polemica, sempre comunque ironica. La scrittura trasuda intelligenza e amore per le parole, ci sono frasi così “musicalmente” belle, che mi è difficile sceglierle, lascio a voi scoprirle durante la lettura.
Tra le scene più divertenti, l’occasione che fornisce al protagonista di fingere che sua madre fosse una zingara, sotto lo sguardo divertito e riconoscente di un cameriere rom,  l’incontro con la vecchia zingara che legge le carte, e la partita a carte in cui l’ispettore Leonetti fa il “pollo”. Tra quelle più coinvolgenti quelle dove la tenerezza tra Blackjack e Rossana prevale e anche quelle che descrivono il rapporto tra Blackjack e suo padre. Lo terrò da parte, tra i libri che amo rileggere.

Valter Binaghi (14 luglio 1957 – 12 luglio 2013) è stato insegnante, musicista e scrittore. Negli anni Settanta si è occupato di controcultura e movimenti giovanili come redattore della rivista “Re Nudo”. Tra i suoi libri ricordiamo: La porta degli innocenti (Dario Flaccovio, 2005); I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano (Sironi, 2007); Devoti a Babele (Perdisa Pop, 2008); Ucciderò Mefisto (Perdisa Pop, 2010); Johnny Cash, The Man in Black, con Francesco Binaghi (Arcana, 2010); La sposa nera (Senza Patria, 2010); Dieci buoni motivi per essere cattolici, con Giulio Mozzi, prefazione di Tullio Avoledo (Laurana, 2011); Melissa, la donna che cambiò la storia (Newton Compton, 2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Perdisa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Maurizio de Giovanni

23 dicembre 2013

131126 BUIOD. Bentornato Maurizio su Liberi di scrivere. Vorrei dedicare questa nuova intervista principalmente al tuo nuovo romanzo Buio, per i bastardi di Pizzofalcone che esce sempre per Einaudi a pochi mesi dal tuo romanzo precedente. Era giugno, infatti, quando è uscito I Bastardi di Pizzofalcone. Tutti si aspettavano una nuova indagine di Ricciardi e invece tu ci hai sorpreso proseguendo la tua serie di noir contemporanei. La storia che hai narrato esigeva di essere raccontata? I personaggi del precedente romanzo hanno in un certo qual modo preteso di nuovo spazio?

R. Prima di tutto lasciami salutare con grande affetto i lettori di questo tuo magnifico punto d’incontro per chi come me ama la narrativa, e abbracciare te con tanta tenerezza. Sì, direi che è andata proprio così; i Bastardi di Pizzofalcone avevano bisogno di un momento di forte consolidamento, di farsi conoscere meglio prima di tutto da me, di ampliare le storie personali e le relazioni reciproche. E poi avevo questa storia, forte e urgente, e sai che quando è così è molto difficile trattenersi dallo scrivere.

D. Con Il metodo del coccodrillo hai iniziato la tua serie contemporanea, scrivendo un poliziesco metropolitano in cui bene o male c’è sempre un protagonista prevalente, lispettore Giuseppe Lojacono, che in un certo modo ricalca echi della saga di Ricciardi: un poliziotto con le sue fragilità, due donne che gli sono care, superiori che se proprio non lo ostacolano, non lo comprendono e lo limitano. Da I bastardi di Pizzofalcone in poi, questo schema si rompe e l’approccio corale è prevalente. In quest’ultimo romanzo addirittura Lojacono è quasi sullo sfondo, è la squadra nel suo insieme, vista come un organismo unico, la vera protagonista. Come sei giunto a questa evoluzione?

R. Verissimo, la serie dei Bastardi di Pizzofalcone costituisce in un certo senso una novità per la coralità dei personaggi. Credo che un grande limite della narrativa italiana, anche non di genere, consista nel fatto che gli autori finiscono sempre per isolare un personaggio in cui vedono se stessi o quello che avrebbero voluto essere: basti notare quanti romanzi abbiano per protagonista uno scrittore o una scrittrice. Penso che bisognerebbe fare un passo indietro e raccontare la vita com’è, un contesto sociale in cui ognuno è protagonista assoluto della propria storia e interagisce con gli altri. Visto dall’alto del narratore, ogni personaggio mantiene una dignità e uno spessore, complessità che vanno singolarmente raccontate.

D. Ed McBain e l’87 Distretto sono in un certo senso un tuo modello, citi questo autore in diverse interviste. Lui ambientava le sue storie a Isola, una città immaginaria trasposizione di NewYork, tu ambienti le tue storie a Napoli. Lui aveva in Steve Carella il suo teorico punto di riferimento, tu hai creato il carismatico personaggio di Lojacono. Ed McBain scrisse la sua fortunata serie dagli anni 50 al 2005, fornendo un affresco sociale di un’epoca, in cui inseriva le storie private oltre le investigazioni dei suoi poliziotti protagonisti. Ti appresti a fare la stessa cosa anche tu con Napoli?

R. Per carità, l’Immenso McBain è un modello inarrivabile! Diciamo che mi sono limitato a tributare la mia ammirazione con alcuni riferimenti, come i tratti orientali che accomunano Carella a Lojacono. In verità sono un appassionatissimo lettore di tutti i romanzi della serie dell’87°, e trovo che mantenere una pluralità di personaggi facendone un gruppo di protagonisti sia geniale perché consente di variare costantemente la prospettiva, il punto d’osservazione dal quale si guarda il complesso universo di una metropoli contemporanea. Nel mio piccolo vorrei riuscire a usare i Bastardi di Pizzofalcone come veicolo per raccontare, a modo mio, una città difficile e articolata come Napoli.

D. La tua scrittura è stata definita verista, e nello stesso tempo poetica, dove la poesia nasce dal quotidiano, dalle cose minime, dalla fragilità e dalla forza a volte inaspettata. Grande risalto dai all’umanità dei personaggi, quasi non vergognandoti di essere capace di commuoverti, e lo fai con grande partecipazione emotiva. La commedia umana di balzachiana memoria sembra mutevole solo in apparenza?

R. Sono convinto del fatto che il genere nero, che prende il delitto e le passioni che lo causano e che da esso derivano, non debba essere necessariamente freddo, duro e distaccato. Si parla di sentimenti, di emozioni e appunto di passioni, eventi umani potenti e sottili, che mostrano la fragilità dei rapporti e delle relazioni che spesso erroneamente crediamo indistruttibili e inossidabili. La mia personale commozione di fronte a certe vicende, soprattutto quelle che coinvolgono i deboli, gli anziani, l’infanzia, arriva naturalmente nella mia scrittura e nelle descrizioni. Non lo faccio apposta, insomma, ma sono ben contento che questo accada. Il mio editor, Francesco Colombo, parla per i miei romanzi di “nero sentimentale” e devo dire che la definizione mi piace molto.

D. Se Il metodo del coccodrillo, era una storia di vendetta e solitudine, I Bastardi di Pizzofalcone, di riscatto, Buio è principalmente una storia di disperazione, forse il tuo romanzo più profondamente noir. C’è più pessimismo, smarrimento, ferocia nella Napoli di oggi?

R. Napoli, al di là delle sue peculiarità molteplici nel bene e nel male, è una metropoli mediterranea. In essa, come in qualsiasi luogo che ospiti molte centinaia di migliaia di persone in uno spazio piuttosto ristretto, ribollono milioni di pensieri ed emozioni, con gelosie, invidie, ossessioni. Io scrivo romanzi neri, ed è quindi naturale che tra tutte le passioni io prenda sotto particolare osservazione quelle che danno luogo a un delitto, o che da esso provengano; questo non vuol certo dire che Napoli sia un inferno, naturalmente: ma certamente, come tutte le nostre città, sa essere un luogo arido e solitario, in cui si può morire di abbandono a pochi centimetri da chi ti potrebbe aiutare. Questo pensiero mi sgomenta, e anima inevitabilmente le mie storie.

D. Un rapimento, un furto in casa, un killer che uccide anziani o disperati che non hanno più una ragione per vivere (che solo Giorgio Pisanelli sente e vuole fermarlo) sono le indagini principali, poi come racconti autonomi all’interno del romanzo, una figlia che affida la propria figlia a suo padre senza sospettarne il pericolo, un ragazzo che vuole fare un regalo speciale alla sua ragazza progetta di rapinare una gioielleria, un uomo che per guadagnare di più fa il turno di notte e per fare una sorpresa arriva a casa al momento sbagliato, una ragazza monta in motorino e per non rovinare i capelli non mette il casco. Stai sperimentando nuovi approcci narrativi?

R. No, assolutamente. Cerco di raccontare la vita, facendo vagare un po’ lo sguardo qua e là, perdendo un po’ la concentrazione narrativa e mettendo a fuoco, durante il viaggio, qualche panorama alternativo che subito scappa via dal finestrino. Provo a dare al lettore un ambiente, fatto di molte cose e molte persone, per fargli sentire l’aria che tira, il tempo che fa. E qualche volta mi distraggo e mi metto, solo per un po’, a seguire qualche vicoletto che magari racconta storie interessanti. Poi però mi riprendo e torno a raccontare le storie principali. Dev’essere un principio di Alzheimer.

D. Le indagini per ritrovare il piccolo Edoardo Cerchia, un bambino di dieci anni, figlio di genitori separati e nipote di un ricchissimo imprenditore, è forse il filo conduttore su cui ruota tutto il romanzo, la parte che chiede più spazio, più partecipazione emotiva anche da parte del lettore. L’infanzia negata, la violenza, non solo fisica, perpetrata contro i minori sono temi che si ripresentano sovente nei tuoi romanzi, sempre con sfumature più drammatiche, più raggelanti. Un rapimento non è un omicidio, anche se lo può diventare, ma nello stesso tempo è un crimine che causa grandissimi strascichi di sofferenza, nel rapito, nei parenti che a casa l’aspettano, nelle forze dell’ordine che temono di arrivare troppo tardi, negli stessi rapitori, costretti a volte a scelte che in altre circostanze non farebbero. Come hai costruito questa parte del romanzo?

R. Ogni crimine ha un violentissimo impatto oltre che sulla vittima e su chi commette il gesto anche su tutti quelli che ne lambiscono il territorio. Ho una sensibilità particolare, essendo padre, nei confronti dell’infanzia e ti confesso che scrivere Buio mi ha fatto tornare a quando ho scritto Il giorno dei morti, il quarto romanzo della serie di Ricciardi, facendomi stare davvero male quando dovevo descrivere le sensazioni di Dodo in mano a chi l’aveva preso. Tuttavia era necessario, per riuscire a raccontare tutto quello che volevo dire. Non è stato facile, ma ti confesso che sono piuttosto soddisfatto del risultato: nel romanzo sento vibrare il mio dolore per Dodo, e la compassione che sento per una società che non riesce più a proteggere i propri figli dall’abisso.

D. La crisi, la disoccupazione, l’incapacità di mantenere il tenore di vita a cui si è abituati, la paura di chiedere aiuto, quando si è certi che quell’aiuto non arriverà, sono tutti volti di quel buio, che i personaggi del tuo romanzo devono affrontare. La crisi che stiamo vivendo, non solo italiana, mondiale, è una fase storica legata alla fine del consumismo selvaggio, alle bolle finanziarie, al divario tra ricchezza reale e capitale fittizio,  ed è ancora in un certo senso estranea, ancora poco analizzata nella opere narrative di questi ultimi anni. Tu come hai scelto, o meglio trovato il coraggio, di narrarne uno dei suoi volti più feroci?

R. Volevo esprimermi in merito alla dissoluzione etica della nostra attuale classe dirigente, ora che la crisi economica ha distrutto l’effimera scala dei valori costruita sul friabile terreno della ricchezza. Dopo aver spinto per quasi trent’anni sul conto economico, in mano a manager senza scrupoli che hanno avuto un’ottica di periodo brevissima, talvolta semestrale, senza pianificare alcuna crescita, la crisi ha denudato il re portando a galla la disperazione della totale assenza di una qualsiasi etica. Sappiamo solo spendere, e non ci rassegniamo a doverne fare a meno: perciò ci indebitiamo, inoltrandoci in un abisso dal quale uscire sarà impossibile. Credo sia assurdo tenere fuori questa vera bomba nucleare emotiva dal nostro racconto della vita attuale, e Markaris ne è la prova col suo racconto grottesco e fortissimo della crisi greca.

D. Anche Napoli è sullo sfondo, una metropoli contemporanea invasa dal traffico e dal rumore, in cui al gente può passare senza essere vista come Maria Musella. Sappiamo che è maggio, che la bella stagione sta arrivando. Conosciamo i mercati rionali, le industrie chiuse per la crisi. Che ruolo assumerà Napoli nei prossimi romanzi della serie?

R. Non riesco a tenere fuori la mia città dalle storie che racconto. Napoli, lo sai, non si adatta mai a fare da sfondo, da semplice scenografia: si sporge, si fa largo, si muove e prende posizione davanti proponendo le sue mille facce, bellissime e orribili o anche solo consuete, ma mai ordinarie. Sarà sempre centrale, Napoli, in quello che racconto: sia negli anni Trenta che oggi.

D. Hai scelto un finale aperto. Sta al lettore comprenderlo. Siamo consapevoli di quale possa essere, ma c’è sempre un margine che sfugge, quasi affidato alla speranza. Che anche i peggiori possano avere un ripensamento, un rigurgito di coscienza. Questa ambiguità è voluta o l’ho vista solo io?

R. Ogni storia in realtà ha un finale aperto. Pensare che un romanzo si chiuda con l’ultima pagina è solo utopia, l’unico genere che chiude la storia col suo “… e vissero felici e contenti” è la fiaba. Buio continua, come continuano tutte le storie nel cuore di chi legge se il cuore è stato raggiunto. Mi piace pensare che ogni lettore immagini un diverso seguito per i miei personaggi, proprio come faccio io.

D. Una domanda su Ricciardi è inevitabile. Puoi anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo ricciardiano?

R. Certo. Il prossimo romanzo di Ricciardi, che uscirà la prossima estate, sarà ambientato nella settimana che precede la festa della Madonna del Carmine, che ricorre com’è noto il 16 luglio. Sarà torrido, assolato e doloroso, e parlerà di professori universitari, di medicina, di orefici e di religione. Non dico altro, altrimenti l’editore mi uccide.

D. In una tua recente intervista, alla domanda in quale città , oltre Napoli, ambienteresti le tue storie, nomini Buenos Aires. Cito le tue parole: “Se proprio dovessi scrivere una storia altrove, sceglierei la Buenos Aires degli anni Venti, fatta di tango e dolore, di emigrazione e di dignitosa povertà e di grandi speranze”. Era solo un’idea, o scriverai davvero una storia così?

R. Ho visitato Buenos Aires, ospite del festival locale del noir, questa estate e me ne sono perdutamente innamorato. E’ la città più bella che io abbia mai visto, e ha una storia ricchissima e meravigliosa fatta soprattutto di immense emozioni. Mi piacerebbe davvero raccontare qualcosa, ma dovrei andarmene a stare là per qualche tempo. Quando non mi vorrete più qui ci penserò!

D. Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari. Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista?

R. La serie dei Bastardi diventerà probabilmente una serie televisiva, ne stiamo parlando. Certo le storie hanno degli aspetti difficili da trasporre, ma è una bella sfida che avrei tanta voglia di raccogliere, così come mi piacerebbe scrivere qualcosa di divertente per il teatro. Ci vorrebbe una giornata di quarantott’ore, però. Un abbraccio a te, Giulia, e a tutti i lettori; grazie per l’attenzione, e a presto in libreria!

:: Recensione di Un giorno, altrove di Federico Roncoroni (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2013

roncoroniHo sempre pensato che un giorno ti saresti rifatta viva. L’ho pensato, sperato, desiderato, sognato, e, certe volte, anche temuto. Adesso che il momento è arrivato non so cosa dire, né cosa pensare. Curiosa la vita, eh?

Così inizia Un giorno, altrove, romanzo d’esordio di Federico Roncoroni, edito da Mondadori nella collana Scrittori italiani. Un esordio tardivo nella narrativa a lungo respiro, Roncoroni è già autore di una raccolta di racconti, Sillabario della memoria, edito nel 2010 con Salani, che si inserisce in una tradizione piuttosto elitaria, il romanzo epistolare, ma riveduto nell’era di internet, dove a carta e penna si preferisce una più impersonale mail, che nello spazio di un click collega persone sparse per i quattro angoli della terra.
Rendere poetico e denso di significato questo scambio di comunicazioni è la sfida che Roncoroni si impegna a intraprendere, trasformando in letteratura ciò che sbrigativamente ci rassegniamo a considerare messaggi senza importanza, troppo veloci, scritti quasi sempre col tono ripetitivo e prosaico di avvisi commerciali, sciupati quasi, per la fretta e la scarsa cura che dedichiamo nel nostro vissuto a ciò che risulta troppo facile. E se possiamo con certezza arguire qualcosa di questo romanzo, è che non è stato scritto con facilità o leggerezza. I temi trattati sono troppo intimi e personali, e coinvolgono qualcosa di profondo e a volte segreto, nascosto sia nell’animo di chi scrive, ma soprattutto di chi legge.
E il coraggio di trasformare la vita in letteratura, con una sincerità a volte dolorosa se non addirittura inopportuna, si trasforma in forza che porta ad entrare in empatica relazione con Filippo Linati, uno dei due corrispondenti di questo scambio di messaggi, uniche parole che leggiamo. I messaggi di lei, Isa, li possiamo solo ricavare per riflesso dalle parole di lui, in un gioco di suggestioni e di assenza che si fa presenza, che per quanto dettato da contingenze esterne, acquista una dimensione evocativa, che a mio avviso è la parte più riuscita e interessante del romanzo.
Filippo Linati è un personaggio complesso, sicuramente non facile e nemmeno eccessivamente simpatico. Un intellettuale di successo, uno scrittore famoso, oltre la cinquantina, che ha scelto la solitudine del suo eremo privilegiato, una sontuosa villa adagiata sulle rive del lago di Como e circondata da un parco, come rifugio per dedicarsi con l’ostinazione del sopravvissuto alle sue grandi passioni i libri e le donne. Ha lottato infatti contro un linfoma che oltre al dolore gli ha portato una ricchezza e un attaccamento alla vita capace di permettergli di trovare un senso anche alle piccole cose che gli succedono, alle schegge di quotidiano che per alcuni sono senza importanza, e né la malattia, né l’abbandono, o la morte di suo padre e di sua madre sono stati capaci di fiaccare il suo animo combattivo e proiettato verso il futuro.
Filippo ama le donne, tutte sensualmente, per un’ esigenza forse più fisica, ma capace di sublimare il sesso nella sua personale fame di vita, di consapevolezza, di necessità di trovare un senso, anche spirituale, non dogmatico, al suo vissuto. Tra le donne della sua vita, Isa ha un posto privilegiato nelle geografie misteriose della sua anima, e quando si rifà viva dopo anni, dopo averlo abbandonato nel periodo della malattia, con una mail, la sorpresa si trasforma in desiderio di riallacciare l’antica relazione, mai dimenticata, di riprendere possesso della sua donna, che invita ripetutamente quasi con rabbia nel suo rifugio, offeso e ferito dalla ritrosia di lei.
Dopo una iniziale e oscura intuizione, forse una premonizione, che si perderà nel flusso di coscienza che seguirà e che verrà sommersa dall’esigenza quasi irrefrenabile di parlare di sé, di confessarsi, di aprire la sua anima alla donna che sembra l’unica capace di comprenderlo e completarlo, Filippo vivrà tutte le sfumature della rabbia, della delusione, dell’incapacità di comprendere, fino all’ultima mail, quella decisiva, quella che illuminerà di una luce nuova l’intero scambio “epistolare”.

Federico Roncoroni, saggista e viaggiatore, ha pubblicato vari testi sulla lingua italiana e su autori dell’Ottocento e del Novecento. Un giorno, altrove, dopo l’esordio narrativo con i racconti del Sillabario della memoria (Salani 2010), è il suo primo romanzo.

:: Un’intervista con Federico Roncoroni a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2013

roncoroniBenvenuto Federico Roncoroni su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Si descriva ai nostri lettori, ci parli di sé. Punti di forza e di debolezza.

Leggo, scrivo e viaggio e faccio altre cose che il tacere è bello. Il mio punto di forza è che leggo più di quanto scrivo e la mia debolezza è che non leggo quanto vorrei.

Editor, italianista, autore di manuali di scrittura e di una delle più diffuse grammatiche della lingua italiana, e ora con Un giorno, altrove romanziere. Come è nata l’ esigenza di scrivere un romanzo, un romanzo epistolare nell’era di internet?

Come ha già detto qualcuno, ho scritto un romanzo per smettere di viverne uno. E ho scritto un romanzo epistolare perché tutto è nato da una lettera, anzi da una mail.

Un giorno, altrove è un romanzo d’amore, di ricordi condivisi, di malattia, di dolore, di morte. Veniamo anche a conoscere il rapporto del protagonista con i suoi genitori negli ultimi anni. Ha paura della vecchiaia, o la considera una semplice età della vita?

Non ho paura della vecchiaia perché non ho mai avuto paura neanche della giovinezza: come dice lei, sono due tappe della vita ineludibili, a meno di non morire infanti.

La memoria è un altro tema che affronta in questo libro, il rapporto del protagonista col passato, ricreato con le parole e vivo solo più nella sua mente. Lo stesso amore per Isa è fatto di ricordi, che si fanno comunione e appartenenza. Crede che l’amore aiuti a fissare nella memoria ciò che resta del passato?

La memoria è una carta assorbente: prende e asciuga tutto quello che di più evidente si trova sotto.

Ha scelto una struttura insolita, una serie di email che testimoniano un dialogo amoroso tra due personaggi Filippo e Isa, di cui conosciamo solo le mail di lui, mentre quelle della donna dobbiamo in un certo senso ricostruirle dalle sue risposte, in una sorta di presenza-assenza. Perché questa scelta?

È stata una scelta obbligata. La vera Isa ha posto come condizione alla narrazione della sua storia che le sue mail non apparissero. Mi sembra però che, proprio per la sua assenza, risulti più presente.

Sembra quasi un unico lungo discorso con se stesso, un ininterrotto flusso di coscienza; in che misura la solitudine si insinua nella vita del protagonista?

La solitudine si insinua nella vita di chiunque la elegga a suo modo di vivere, ed è un bel modo di vivere a patto che non sia imposta da nessuno o da nulla e possa essere interrotta quando lo si voglia. Nel caso di Fil è la solitudine di chi aspetta che una persona arrivi a rompere l’incantesimo.

La malattia, il costante pensiero della morte, riportano il protagonista a confrontarsi in modo combattivo con il male, l’assenza, la perdita. Eppure il tono che usa non è né triste, né sconfitto. Come ha scelto le parole per descrivere questo paradosso?

Uscito fuor dal pelago a la riva, Fil si volge a retro a rimirar lo passo che non lasciò giammai persona viva: non si dispera e non si rallegra ma guarda il tutto con l’ironia del sopravvissuto.

Un fiore, una cattleya, un omaggio a Proust?

Sì, brava. Un omaggio a Isa che come l’Odette di Swann amava ornarsi il petto e il crine con una cattleya.

Il finale permette di rivedere il romanzo intero sotto una nuova luce; è un atto d’amore pure il silenzio, la mancanza di assoluta sincerità, anche se poi la verità è inevitabile che faccia la sua apparizione?

Isa ha taciuto la verità per amore, anche se non poteva ignorare che alla fine la verità sarebbe venuta a galla e avrebbe avuto un effetto devastante.

Curatore dell’archivio di Piero Chiara, cosa ha in comune con questo autore lombardo? Si sente in qualche modo vicino alle tematiche da lui trattate?

Come discepolo di un maestro come Piero Chiara, ho in comune con lui tutto quello che mi ha insegnato ma che ho cercato di superare per distinguermi da lui. Le nostre tematiche sono comunque differenti perché abbiamo avuto esperienze diverse, ma quello che conta è la lezione linguistico-narrativa: debbo a lui il piacere di raccontare e, spero, la limpidezza della scrittura.

Lei è un grande appassionato e studioso della letteratura dell’Ottocento e Novecento. Quali sono i suoi autori preferiti? Quelli che maggiormente l’hanno influenzata? E tra i contemporanei, c’è qualche esordiente che ha apprezzato particolarmente?

Difficile scegliere tra gli autori dell’Ottocento e Novecento, perché sono tutti grandi, e ancora più difficile scegliere tra i contemporanei, perché scegliere qualcuno vorrebbe dire lasciar credere di considerare gli altri da meno. Tra i contemporanei stranieri, anche se non è un esordiente e non scrive neanche più, amo di immenso amore Philip Roth e, tra gli italiani, Melania A. Mazzucco, che per fortuna continua a scrivere.

Si parla di candidare il suo romanzo allo Strega. Come affronta questa avventura?

Con gratitudine verso quanti si stanno impegnando in proposito a favore del mio romanzo. Con il giusto scetticismo per quello che mi riguarda.

Infine concluderei questa intervista ringraziandola ancora per la disponibilità e chiedendole se attualmente sta scrivendo un nuovo romanzo.

No, e per il momento non ho nessuna intenzione di farlo.

:: Recensione di Un giorno a Milano di AA.VV. (Novecento editore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2013

un giono a milanoGli eredi di Scerbanenco tornano a raccontarci la Milano noir degli anni Duemila, gli anni della crisi, smesse le luci sfolgoranti del boom degli anni 60 o foss’anche delle luminarie al neon della Milano da bere degli anni ‘80 di Pillitteri. Ma la pioggia, sempre un po’ grigia, la nebbia, le case di ringhiera, i bar malfamati, le fabbriche dimesse, i capannoni abbandonati, i quartieri periferici a due passi dal nulla, sono sempre gli stessi, con lo stesso sobrio e feroce squallore, con lo stesso odore di terra e smog, con la stessa povertà accanto alla più arrogante ricchezza.
È cambiata la gente, la fauna silenziosa di un sottobosco criminale che conserva come un eco lontano le cadenze della parlata gergale della mala di un tempo e ricorda quale quartiere diede i natali a Vallanzansca, quasi un eroe, o meglio un antieroe di una mitologia metropolitana sbiadita e impolverata. Ora le puttane si chiamano ‘escort’ e molte vengono dall’est con i loro nomi esotici e i passaporti confiscati da vecchie ‘battone’ in pensione reciclatesi maîtresse, le cameriere dei bar hanno gli occhi a mandorla e i capelli lisci, lucidi e neri come inchiostro. Cinesi, coreane, tailandesi, chi può dirlo in questa confusione di etnie, dialetti, imbastardite tracce di una nuova razza che si afferma, più forte, più vitale e forse spietata.
Ora ci sono i negozi di kebab, i cambia valute o le agenzie dove spedire i soldi a casa, quando non vai direttamente in posta e ti trovi al centro di una rapina, i parrucchieri cinesi che per pochi euro copiano i tagli più alla moda, i locali per esuli ed espatriati dove dai juke-box  ti può capitare di sentire l’ex moglie del comandante Arkan che canta.
Milano con le sue strade, con i suoi quartieri, con la metropolitana sempre in funzione, resta geografia muta di un disagio, di un malessere, che non spiega del tutto il volto nuovo della criminalità stratificata e integrata come un male necessario e inevitabile. E questo volto descrivono gli autori reclutati da Andrea Carlo Cappi, per seguire un’idea di Paolo Roversi. E l’antologia Un giorno a Milano, prima pubblicazione della collana di gialli e noir metropolitani ‘Calibro 9′ di Novecento Editore, introduzione di Andrea G. Pinketts, è il risultato. Nove racconti scabri, aspri, intrisi di un realismo non di maniera e diversi per stile e sensibilità, a seconda della mano che li ha scritti. Racconti disomogenei se vogliamo, ognuno figlio di percorsi umani e creativi differenti. Unico filo conduttore, un giorno di novembre, un giorno di nebbia e pioggia, screziato di nero, come nera è l’anima del poliziotto che organizza una rapina e tira con sé due balordi, come è nera l’anima di una donna che organizza un piano per sfuggire a un creditore, come è nera l’anima della ‘battona’, che sfrutta e ricatta, uccisa nel quartiere di Lambrate.
Alcuni personaggi sono noti, figli di altre storie come il Professionista di Stefano Di Marino o il Bruno “Butch” Moroni di Giancarlo Narciso, o ancora il giornalista in Vespa gialla e Clarks ai piedi Enrico Radeschi di Paolo Roversi. Poi ci sono autori che non conoscevo come Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone, Francesco G. Lugli, Francesco Perizzolo. E vecchie conoscenze come Andrea Carlo Cappi, Giuseppe Foderaro e Ferdinando Pastori. Immagino la faccia di Scerbanenco se fosse vivo e avesse a disposizione il materiale sociologico e umano con cui questi autori si sono confrontati. Ma lo stile di questi autori è personale e non apocrifo. Non hanno ricalcato il grande maestro del noir, hanno camminato con le loro gambe con scelte stilistiche a volte coraggiose, penso al “tu” di Ferdinando Pastori, (lo usa anche nei suoi romanzi, è si può dire sia un suo marchio di fabbrica). Un’antologia con i controfiocchi (mi limito, non dico parolacce nelle mie recensioni, almeno ci provo) merita il successo che sta riscuotendo.

Gli autori: Stefano Di Marino (Kanun – Codice della vendetta), Giancarlo Narciso (Un nome su una lista), Ferdinando Pastori (Un diamante non è per sempre), Paolo Roversi (Ai confini della metropoli), Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (Chi non risica non rosica), Andrea Carlo Cappi (Yo no soy marinero), Giuseppe Foderaro (Ex abrupto), Francesco Perizzolo (La persona sbagliata) Francesco G. Lugli (Maledetto anticipo).

:: Recensione di Quando si spengono le luci di Erika Mann (Il Saggiatore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2013

quandoÈ piuttosto impegnativo chiamarsi Erika Mann, figlia prediletta dell’universalmente noto Thomas Mann, premio Nobel per la Letteratura nel 1929 e autore di opere come La montagna incantata, Morte a Venezia, I Buddenbrook. Come è altrettanto impegnativo essere un’intellettuale di origini ebraiche (da parte di madre) nella Germania nazista, scegliere l’esilio e abbracciare la letteratura militante come strumento di lotta politica, etica, filosofica, morale. Molti intellettuali tedeschi, artisti, scienziati, matematici lasciarono la Germania agli albori dell’era hitleriana e scelsero chi la Gran Bretagna, chi la Svezia come Bertolt Brecht, chi la Svizzera, o gli Stati Uniti come Thomas Mann stesso, come terra di rifugio e di esilio, prima che l’essere oppositori o anche solo ebrei diventasse un biglietto sicuro per i treni diretti verso i campi di sterminio o più sbrigative esecuzioni sul posto.
Anche la figlia di Mann scelse l’esilio e oltre a spingere suo padre ad opporsi alla dittatura nazista, fu lei stessa una strenua paladina di quell’intellighenzia che non aveva accettato la “barbarie” o si era prostituita al regime come il fratello Klaus accusa il poeta Gottfried Benn, durante uno scambio di punti di vista piuttosto vivaci. Troverete questo accenno nella postfazione di Agnese Grieco, Un nuovo tipo di scrittrice,  curatrice di Quando si spengono le luci (The Lights Go Down, 1940), per la prima volta proposto in italiano da Il Saggiatore, come numerosi altri spunti di riflessione e informazioni biografiche su Erika Mann e il periodo in cui visse.
Comunque non è solo impegnativo trovarsi ad essere l’erede morale di un genio della letteratura tedesca, e un’ intellettuale impegnata, in un certo senso combattere è anche necessario e inevitabile. Un intellettuale naturalmente non utilizza armi, la sua unica forza è il pensiero e Erika Mann scelse anche la forma del racconto per poterlo trasmettere a più persone possibili. Quando si spengono le luci è infatti una raccolta di racconti, l’ultimo dei quali da il titolo al libro, pubblicata in America da Farrar & Rinehart nel 1940, e solo nel 2005 in versione tedesca col titolo Wenn die Lichter ausgehen. E dobbiamo aspettare appunto il 2013 per leggerne l’edizione in lingua italiana grazie alla ricercatrice, scrittrice e drammaturga Agnese Grieco. Condizione bizzarra per un libro che ci riporta indietro nel tempo, quasi fotografando squarci di vita “reale” di personaggi anch’essi reali anche se filtrati dalla sensibilità artistica dell’autrice.
Paragoni col padre è ingeneroso farne, e li eviterò con cura,  tuttavia un respiro di epica drammaticità soffia sulle pagine dandogli vita. Con stile secco, tagliente, quasi corrosivo quando usa l’ironia per difendersi dalla disperazione di un mondo troppo sinistro e inquietante, Erika Mann ci tratteggia vite normali, personaggi normali, imprigionati in vicende dominate dal caos morale e materiale che caratterizzò la Germania ante guerra. Gente comune che si trova a fare i conti con la propria coscienza, a volte anestetizzata, a volte colpevolmente incapace di avvertire il baratro che si nasconde dietro l’accettazione di un regime inutilmente feroce, caparbiamente dispotico.
Lo straniero che si muove ne La nostra città, racconto introduttivo, sorta di prefazione, ci da il benvenuto in un viaggio didascalico nell’orrore, raggelante e raggelato proprio perché comune, rassegnato, privo di picchi di coscienza. Lo straniero attraversa una tipica città bavarese (che sarà scenario di tutti i dieci racconti) al crepuscolo, sentendo una voce lontana che scambia per il latrato di un cane. E’ la voce di Hitler che tutti i tedeschi sono obbligati ad ascoltare se non vogliono incorrere in spietate repressioni, controllati da una polizia che si aggira furtiva, che ascolta le delazioni di nemici e rivali, che impone scelte forse non condivise, ma inevitabili. Come le trombe del giorno del giudizio, della fine del mondo, la voce di Hitler pervade le coscienze dei tedeschi, alcuni vittime e alcuni complici, e ci apre le porte dell’abisso.
Così veniamo a conoscenza della storia di Peter e Marie, due giovani fidanzati che sognano di fare lei la maestra e lui l’avvocato, protagonisti di A causa di un deplorevole errore… I nomi sono cambiati, lo scenario è differente per non creare problemi ai protagonisti o a chi per loro ne ha raccontato la storia a Erika Mann, (in appendice la curatrice spiega le ragioni che hanno spinto l’autrice a scegliere alcune storie invece che altre e che il titolo originale era appunto Fatti, prima di scegliere il più poetico Quando si spengono le luci) ma appunto la consapevolezza che fosse una storia realmente accaduta mi ha accompagnato durante tutta la lettura assieme all’ammirazione per lo stile della Mann. E’ una storia tragica la loro, e la tragedia è tanto più dolorosa quanto appunto comune, quotidiana. Non sono ebrei né comunisti Peter e Marie, non sono oppositori politici, né eroici paladini di cause nobili o pericolose. Forse hanno qualche dubbio, almeno Marie li ha, ma sono due semplici ragazzi che si troveranno a vivere una vicenda che l’assurdo che la sovrasta rende ancora più tragica.
In Checks and Balances è il sospetto un sentimento sporco e paralizzante il vero protagonista. Un commerciante dalla faccia onesta e pulita, anche se i suoi tratti vagamente semiti gli hanno causato qualche guaio, decide di falsificare i libri contabili della sua drogheria che gestisce per dichiarare una cifra sufficiente a non fargli chiudere il negozio, ma non ha calcolato la reazione della moglie. E di nuovo l’assurdo e il grottesco entra prepotentemente in scena con il suo amaro sapore di fiele.
In Herr Huber proprietario di fabbrica è lo sforzo bellico analizzato sotto la lente di ingrandimento, con le sue contraddizioni e quel grottesco nome di “angeli della pace” dato alle armi. Materiali scadenti, ritmi di lavoro sfiancanti, Herr Huber ha seri dubbi che tutto questo possa portare a qualcosa di buono e mentre si confida con la segretaria e anzi le dichiara il suo amore, riceve la notizia che lei per metà è ebrea. “Tragica” fatalità che stempera i suoi sogni d’amore. E intanto l’ubbidienza sembra la sola legge che governa le coscienze.
In Giustizia è ciò che serve alla nostra causa, un professore universitario di diritto penale guida moralmente la sua aula in un atto di “sabotaggio” che porta a deridere con pungente sarcasmo e ironia l’azione di due SA venute ad arruolare studenti da mandare nella Prussia dell’Est.
In A ricordo di un eroe tutto inizia con una direttiva del capo della polizia municipale di arrestare gli ebrei di sesso maschile, di nazionalità tedesca, benestanti, non in età avanzata, che occupano una posizione rilevante nella società.
Il sesto racconto intitolato Un contadino fugge in città narra le peripezie di un giovane contadino che lascia la campagna per trasferirsi in città, che dista solo quattro ore di treno ma che per lui è un mondo sconosciuto, sullo sfondo della Germania trasformata nel Terzo Reich. Fa parte del fenomeno denominato “esodo dalle campagne” e intanto sente dentro di sé la sensazione di stare fuggendo.
In Compagni di sventura il contadino del racconto precedente si trova in cella con l’accusa di aver dato da mangiare mangime pregiato alle sue galline.
In L’ultimo viaggio Max Murks, giovane marinaio, parte per il suo viaggio verso NewYork e la madre lo prega di portarle un poco di caffé tostato, perché lì in città non se ne trova più. Ma il giorno in cui Max avrebbe dovuto tornare a casa per Natale si presenta un suo amico alla porta.
In Su indicazione medica il dottor Scherbach si trova a dirigere l’ospedale della città e si vede sostituite le suore che prima lavoravano da infermiere, con infermiere di provata fede nazista.
Infine nell’ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta, il membro del partito Hans Gottfried Eberhardt, redattore culturale presso “Der Anzeiger”, decide quasi per scherzo di correggere gli errori grammaticali, trentatrè gravi errori stilistici e grammaticali, di un discorso del Fuhrer del quale doveva scrivere la trionfale introduzione, chiudendo così per sempre la seppur modesta carriera di giornalista. Per sei anni aveva scritto quello che voleva il regime e passato sotto silenzio ciò che al regime non piaceva. E ora invece il visto d’ingresso per lui e la sua famiglia per gli Stati Uniti diventa l’unica cosa importante.

Erika Mann (Monaco di Baviera, 1905 – Zurigo 1969), saggista, performer, scrittrice e giornalista, figlia primogenita di Thomas Mann e Katja Pringsheim, abbandona la Germania del Terzo Reich nel 1933 assieme al fratello Klaus, scegliendo la via dell’esilio che la porterà in Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti. Corrispondente per radio e giornali inglesi e americani, autrice di fortunati libri per l’infanzia, reporter di guerra, conferenziera di successo, curatrice del lascito letterario del padre e del fratello, Erika Mann attraversa anni cruciali all’insegna di un instancabile impegno intellettuale. Tra le pubblicazioni in italiano, Caro Mago. Lettere e risposte 1922-1969 (il Saggiatore 1990), che raccoglie la corrispondenza con il padre.

:: Un’intervista con Linda Castillo a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2013

vicolo ciecoCiao Linda. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Linda Castillo? Punti di forza e di debolezza.

Ti ringrazio tantissimo per avermi invitato. Sono cresciuta in una piccola comunità agricola in Ohio, un paio di ore da Amish Country. Mio marito ed io attualmente risiediamo nella regione di Texas Panhandle, in un piccolo ranch. Abbiamo due cavalli, quattro cani presi dal canile e un gatto domestico. Sono una grande amante degli animali e passo tutto il tempo che posso con i miei cavalli a cavalcare. Vorrei dire che la mia forza più grande è la perseveranza. La mia maggiore debolezza è che a volte tendo ad essere una maniaca del lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto il mio primo romanzo quando avevo tredici anni. Era un romanzo young adult dal titolo The Long Journey, scritto a mano in un quaderno a spirale. Che ancora conservo. Certo era scritto male, ma ho sempre amato scrivere storie e creare personaggi. Mi è sempre piaciuto mettere quei personaggi in situazioni difficili o pericolose.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Ho scritto diversi libri prima di riuscire a venderli. Il mio primo libro pubblicato si intitolava Remember the Night. Era un romanzo romantic suspense edito da Harlequin nel 2000.

Quali sono per te le qualità tipiche che caratterizzano un buon scrittore?

L’ editoria è un business difficile in cui avere successo. E scrivere un romanzo è un lavoro talvolta lungo e difficile. Penso che uno scrittore, sia uomo che donna, che voglia avere successo debba prima di tutto essere perseverante. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore prendere lezioni di scrittura e imparare quanto più possibile non solo i segreti della scrittura, ma anche come funziona il business vero e proprio. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore essere appassionato del suo lavoro.

La serie di thriller con protagonista Kate Burkholder è ambientata nella terra degli Amish. La comunità Amish è un’ ambientazione insolita per un romanzo. Come ha influenzato la tua scrittura? Penso al film Il testimone con Harrison Ford. Ti ha influenzato in qualche modo?

Mentre mi è piaciuto molto il film, Witness in realtà non ha influenzato in alcun modo il mio lavoro. Una visita nell’ Amish Country nel 2004 mi ha suggerito l’ idea di base e l’ambientazione per Sworne to silence (Costretta al silenzio, 2010). Non riuscivo a pensare ad un’ ambientazione più interessante per il mio libro. Come scrittrice ho voluto esplorarne la cultura. Volevo scrivere di una protagonista da poter inserire in quel mondo. Un personaggio diviso tra due culture,  che molte volte si scontrano. Ho voluto iniettare qualcosa di terribile in questa piccola città sana per vedere come questo personaggio eterogeneo gestisse quel tipo di stress. Amo la giustapposizione di ciò che è sano posto contro il male.

Ti sei ispirata ad eventi reali per creare le tue trame? Dove trovi di solito le idee?

La maggior parte delle mie idee vengono da notizie che apprendo dai giornali, dalla tv e c’è un rifornimento apparentemente senza fine. Ci sono omicidi e sparizioni e sparatorie che nascondono una parte di mistero. Ho sempre voglia di sapere chi è stato e perché. E così prendo una notizia interessante – di una persona scomparsa, per esempio-, e cerco tutti gli attori coinvolti, do un’occhiata a tutti i possibili scenari e le motivazioni, e mi metto al lavoro. Cerco anche di pensare a come i crimini influenzano la vita delle persone e di come la gente reagirà. Chi ha qualcosa da nascondere? Chi sta mentendo? E’ un processo disordinato nella fase iniziale, ma alla fine ottengo di solito qualcosa che posso davvero utilizzare per i miei romanzi.

Hai anche scritto numerosi romance e romantic suspense. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ho venduto il mio primo libro nel 1999 a Harlequin e ho scritto 27 libri da allora. Scrivere romantic suspense mi ha insegnato alcune cose molto importanti per quanto riguarda la scrittura. Ho imparato a dare importanza al conflitto emotivo e ho imparato a creare personaggi forti, che sono entrambi elementi vitali in ogni buon libro. Scrivendo thriller l’approccio differisce in quanto sono in grado di concentrarmi maggiormente sul lato mystery rispetto al rapporto tra i personaggi. Sono anche in grado di esplorare gli elementi più oscuri di una storia. In termini di voce non ci sono sottili differenze tra i due generi per quanto riguarda la scelta delle parole e il livello di intimità o di sesso esplicito. Mentre mi sono divertita a scrivere quei miei primi libri, l’idea di scrivere un thriller mi ha sempre attirato. E’ stata una sfida scrivere ad un altro livello ed esplorare qualcosa di nuovo.

Breaking silence, ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo In un vicolo cieco, è il tuo terzo libro della serie Kate Burkholder. Potresti dirci qualcosa della trama?

Mi è piaciuto molto scrivere questo libro, in particolare l’aspetto mystery. Ecco la trama : La piccola città di Painters Mill viene scossa quando una coppia di Amish, – genitori di quattro figli – sono trovati morti nella fossa del letame nella loro fattoria, apparentemente vittime di asfissia. Inizialmente le morti sembrano essere il risultato di un tragico incidente. Tutto cambia invece quando l’autopsia rivela che una delle vittime ha subito un colpo alla testa poco prima della morte. Che tipo di mostro sarebbe capace di uccidere una coppia Amish e lasciare quattro bambini orfani? Consapevole della natura dolce degli Amish, il capo della polizia Kate Burkholder approfondisce il caso sospettando una vendetta, solo per rendersi conto che niente è come sembra.

Potresti dirci qualcosa sui tuoi protagonisti principali?

La protagonista della serie, Kate Burkholder, è nata Amish, ma ora è il capo della polizia in una piccola cittadina dell’Ohio. Penso che una delle cose di Kate che maggiormente amino i lettori è il fatto che sia così imperfetta. Lei è fallibile. Fa errori. A volte si sente troppo coinvolta. Penso che la sua stessa umanità è una caratteristica che attiri i lettori. L’uomo di cui è innamorata, John Tomasetti, è un agente della Polizia di Stato del Bureau of Criminal Identification and Investigation. Questi due personaggi non sono perfetti. Sono stati danneggiati dal loro passato. Ma sanno che il loro rapporto è una parte importante del processo di guarigione. Amo la chimica tra questi due personaggi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi ha influenzato maggiormente la tua scrittura ?

Sto sempre leggendo qualcosa e ci sono tanti autori meravigliosi tra cui scegliere. Alcuni dei miei preferiti sono Tana French, Gillian Flynn, Lisa Gardner, Tami Hoag.

Cosa stai leggendo in questo momento ?

Ho appena finito di leggere Through The Evil Days di Julia Spencer- Fleming ed è stato incredibile!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Amo scrivere i romanzi della serie di Kate Burkholder e ho ancora molto da esplorare con questo personaggio. Finché i miei lettori leggeranno e apprezzeranno la serie di Kate Burkholder, io continuerò a scrivere.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Scrivere ogni giorno. Prendere lezioni di scrittura. Leggere molto. Sognare in grande. E non mollare mai. .

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Io amo fare tour promozionali. Mi piace interagire con i lettori e parlare di libri. Mi piace conoscere i librai e i bibliotecari. Durante il mio primo tour, ero a Dallas all’aeroporto Ft . Worth proveniente dall’ Ohio per il mio primo evento. Ero appena scesa dal Skylink, dopo il mio arrivo al terminal. Mentre stavo scendendo giù per la scala mobile, ho guardato giù e ho visto una famiglia composta da una dozzina di Amish, seduta in un gruppo di sedie alla base della scala mobile. Vederli è stato  talmente inaspettato che per un paio di secondi ero assolutamente certa che i miei libri avessero in qualche modo offeso la comunità locale Amish ed che fossero usciti per protestare contro l’uscita del mio libro. Inutile dire che non hanno fatto la minima attenzione a me. Due anni fa, ho viaggiato nei paesi Amish dell’Ohio e ho avuto la fortuna di trascorrere del tempo con un paio di famiglie Amish. Ho anche avuto modo di guidare un buggy! E ‘stata un’esperienza meravigliosa e molto divertente.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi ?

Mi piacerebbe visitare l’ Italia! Non solo per parlare con i lettori di libri, ma per incontrare la gente davvero incantevole che vive in Italia e vedere il bel paese. Avete tanta  storia, voi. Non ho mai avuto l’opportunità di viaggiare in Italia, ma mia sorella l’ ha recentemente visitata e le è piaciuta davvero molto. Spero, un giorno, di visitare l’ Italia anche io.

Parlaci del tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Mi piace moltissimo sentire i lettori! Non parlo italiano (scusate!), ma posso sempre usare google per tradurre. Il modo migliore per i lettori di raggiungermi è tramite e-mail: books@lindacastillo.com. È anche possibile raggiungermi via mail attraverso il mio sito: www.lindacastillo.com.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento ?

Ho appena completato il sesto libro della serie Kate Burkholder. Si intitola The Dead Will Tell e uscirà negli Stati Uniti l’8 luglio. Sono molto entusiasta di condividerlo con i miei lettori .