Posts Tagged ‘Corbaccio’

:: Incubo, Wulf Dorn, (Corbaccio, 2016)

26 maggio 2016
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Esce oggi per Corbaccio, nella collana Top Thriller, tradotto da Alessandra Petrelli, Incubo, (Die nacht gehört den wölfen, 2015) il nuovo romanzo di Wulf Dorn. E caso abbastanza eccezionale, grazie anche all’editore che me l’ ha mandato in anteprima (e sapete quanto gli editori siano restii a mandare i libri in anteprima), riesco a farne la recensione il giorno dell’uscita. L’ ho finito diciamo ieri a mezzanotte, e ho già mandato le domande per l’autore, Wulf Dorn sarà infatti a Milano in questi giorni. Voi lettori che seguite il mio blog certo sapete che è dall’esordio con La psichiatra che seguo questo autore e negli anni ho recensito tutti i suoi libri, quindi è un po’ una tradizione del blog.
Detto questo, passiamo al libro. Die nacht gehört den wölfen, pubblicato in Germania per la CBT Verlag, casa editrice per ragazzi referente della Random House, è un thriller con sfumature horror con protagonista un adolescente che soffre di autismo, Simon. Dopo un breve cameo del dottor Frostner, e un’ apparizione della Waldklinik, si dipana la storia di Simon e dei suoi incubi.
Sopravvissuto a un incidente stradale, dove sono morti i suoi genitori, Simon va provvisoriamente a vivere dalla zia, che già medita di metterlo in collegio, poiché il suo lavoro le impedirebbe di seguire il ragazzo come sarebbe giusto. Anche il fratello maggiore Mike, seppur affezionato, sta per mettersi insieme alla sua ragazza e ha la sua vita da vivere, per cui è escluso che possa tenere con sé il fratello. Naturalmente Simon vivrà questo come un duplice abbandono, ma la cosa peggiore sono gli incubi, e le vere e proprie allucinazioni che lo ossessionano specialmente quando sale a bordo di un’ automobile.
Pian piano scopriamo i motivi per cui è stato ricoverato nella clinica psichiatrica pediatrica della Waldklinik, in cura dal dottor Frostner, (che come dicevo fa una breve apparizione nel capitolo iniziale, ma poi la storia è tutta concentrata su Simon) e lentamente iniziamo a distinguere e fare chiarezza tra fantasia e realtà. Su questo binomio infatti si gioca il libro, e pure grazie all’estrema chiarezza dello stile di Dorn, è necessaria una certa attenzione per non farsi depistare durante la lettura. Come tradizione nei romanzi di Dorn nulla è come sembra, e la mente umana è il vero labirinto, dove qualche volta è impossibile uscire.
Sostanzialmente è un thriller per ragazzi, o almeno un adolescente è il protagonista, con i suoi problemi, le sue fragilità, il senso di colpa che prova per la morte dei genitori, (il mostro che lo insegue nei suoi incubi e nelle sue veglie infatti gli dice che avrebbe dovuto morire anche lui) e l’amicizia che prova per Caro, una adolescente sua coetanea diversa come lui. La sparizione di una ragazza sembra indicare che nei boschi ci sia un psicopatico e i ragazzi sembrano trovarne traccia in una albergo abbandonato prossimo alla demolizione.
Ma come dicevo nulla è come sembra, e le sorprese non mancheranno (concentrate comunque nel finale, in cui tutto troverà una spiegazione razionale, e no, non ci sono tocchi soprannaturali). Perché come dice Jessica, un’ altra ospite della Waldklinik, sono tutti lupi travestiti da agnelli.
Wulf Dorn come sempre parla di temi a lui cari di cui non ha una conoscenza superficiale, come l’autismo, la sindrome del sopravvissuto, i sensi di colpa che si materializzano in incubi e allucinazioni, ed è interessante notare la sensibilità con cui Dorn si avvicina a questi temi, in punta di piedi, con rispetto, e in alcuni tratti anche con ironia.
L’autismo di Simon ci viene presentato per gradi, tramite la sua ossessione per le marche dei cibi con cui fa colazione, tramite la sua rabbia quando vengono spostati i mobili o viene cambiato il suo ordine, per lui fonte di stabilità. La sua interazione (o mancanza di interazione) con gli altri denota la grande solitudine in cui vive, e quanto la fantasia prende il sopravvento nella sua vita e minando il suo già fragile equilibrio.
Gli aspetti horror sono solo accennati, ma in effetti le allucinazioni di Simon sono davvero inquietanti, e la paura di addormentarsi può essere un effetto collaterale per alcuni giorni dopo la lettura. Lettore avvisato.

Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. In Italia Corbaccio ha pubblicato con grande successo «La psichiatra», che è diventato un bestseller grazie al passaparola dei lettori, «Il superstite», «Follia profonda», «Il mio cuore cattivo» e «Phobia».

Source: libro inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Elena e Michela Martignoni

18 maggio 2016

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E’ appena uscito il nuovo romanzo di Emilio Martini, Il mistero della gazza ladra nuovo capitolo della serie dedicata al commissario Bertè. Forse non tutti sanno che Emilio Martini è lo pseudonimo di due sorelle scrittrici, milanesi, Elena e Michela Martignoni. Oggi abbiamo l’occasione di conoscerle meglio. Seguiteci.

Benvenute su Liberidiscrivere. Inizierei con le presentazioni. Ognuna descriva l’altra, anche fisicamente.

Elena: Michela è estroversa, sensibile, abilissima pr, e soprattutto un vulcano d’idee, infatti la chiamo Leonarda (è nata il 15 aprile, come lui!) ed è pure un’inguaribile zuccona.

Michela: Elena è bugiarda! (scherzo…). Misurata nei gesti e nelle parole, è l’intellettuale del duo. Ha letto di tutto (ora addirittura testi e riviste di… fisica!). Precisione e cultura però non limitano la sua fantasia scoppiettante: a volte mi fa quasi paura, anche perché spesso è imprevedibile.
Fisicamente non ci assomigliamo, ma si vede che siamo sorelle e abbiamo la stessa voce.

Come vi siete avvicinate alla scrittura?

Siamo lettrici accanite fin dall’infanzia e ci siamo sempre cimentate nella scrittura, ma la volontà di farlo professionalmente è scattata vent’anni fa, dopo ‘l’incontro’ con i Borgia, protagonisti di cinque dei nostri romanzi.

I vantaggi e gli svantaggi di scrivere in coppia?

Non vediamo svantaggi, mentre i vantaggi sono molti; uno su tutti: imparare ad accettare le critiche e le prese di posizione dell’altra. Una lezione di umiltà che rende più ‘morbide’ e preparate di fronte agli inevitabili giudizi, non sempre positivi, di editori e lettori. In due poi possiamo lavorare ‘il doppio’.

Come vi dividete i compiti della stesura di un libro?

Intanto parliamo moltissimo tra noi, e nell’impossibilità di farlo de visu, ci telefoniamo (molto). Il primo passo infatti è l’invenzione della storia, la parte che ci diverte di più. Discutiamo a lungo, cambiamo spesso idea e smontiamo tutto, nomi dei personaggi compresi. Una volta stabilita la trama, la dividiamo in capitoli che ci suddividiamo. Questo sarebbe il metodo che ci siamo imposte, ma accade anche che Elena, improvvisamente inizi a scrivere a metà della storia e allora… cominciamo da lì. Insomma, prima regola: non ci sono regole, l’importante è che alla fine il prodotto ci soddisfi e i conti tornino, il che, soprattutto nel poliziesco, è la parte più difficile.

Il personaggio di Berté è un personaggio letterario, ma ispirato a uno sbirro in carne ed ossa, molto conosciuto a Milano. L’avete mai incontrato di persona? Che impressione vi ha fatto?

Il personaggio Gigi Berté non è la fotocopia perfetta del vero ispettore che ci ha ispirate, ma ha la sua stessa etica, il suo coraggio, la sua coda brizzolata e il suo amore per la buona tavola. Il ‘vero’ Gigi è per noi un amico e lo incontriamo sempre con grande piacere.

E’ da poco uscito Il mistero della gazza ladra. Un’ambientazione ligure per il vostro commissario. Come è nato il vostro interesse per la Liguria. E’ legato a ricordi di infanzia?

Da sempre frequentiamo la Liguria e quindi ne conosciamo il territorio e le dinamiche. È stato divertente spedire ‘in punizione’ il nostro commissario nel luogo dove passiamo le vacanze e immaginare il suo impatto con una realtà diversa da quella metropolitana. Ci piace immaginare Berté che si rilassa (o si infuria) passeggiando lungo la banchina del porto di… Lungariva, come facciamo anche noi.

Una commercialista viene uccisa in casa sua. Macabra la messinscena: un piede di porco, dei tarocchi, delle monete. Toccherà a Bertè intuire chi è il colpevole. A che tipo di noir vi ispirate? Quali autori vi hanno maggiormente influenzato?

Il nostro è un poliziesco piuttosto scanzonato, anche se trattiamo temi come il disagio sociale, le ossessioni, le diversità, il perbenismo. La connotazione prettamente noir invece si trova nei diversi racconti, scritti da Berté, inseriti all’interno dei romanzi. Prendiamo esempio e lezioni dai grandi scrittori, non solo noir; l’elenco dei loro nomi, e delle lezioni di stile che ci hanno impartito, sarebbe lunghissimo. Ne citiamo solo alcuni in un gran guazzabuglio: Manzoni, Maria Bellonci, Sandor Marai, Vargas Llosa, Garçia Marquez, Elisabeth Von Arnim, Simenon, Scerbanenco, ma sono solo alcuni tra i grandi autori che amiamo. C’è sempre da imparare dai classici, ma poi… bisogna cercare di andare oltre e inventare qualcosa di originale.

Datemi una vostra personale definizione di “noir”.

Noir è la parte deteriore del cuore umano. C’è chi riesce a dominarla o a sublimarla, chi no. Compito di chi scrive ‘di noir’ è portare all’attenzione di tutti il nero che vive in ognuno di noi per poterlo comprendere e governare.
Ci sono luoghi più ‘noir’ di altri. Le città in primis (ad esempio Milano e Torino), o appunto una località turistica descritta d’inverno, quando gli ombrelloni sono chiusi e le case deserte.
Infine il Noir come genere letterario non dà soluzioni o speranze. Semplicemente descrive, denuncia.
Un antidoto al noir presente nell’uomo? Natura, Cultura e Arte, in tutte le loro manifestazioni.

Ditevi una cosa che non vi siete mai dette prima. Senza ridere.

Tra noi non abbiamo segreti, ma se li rivelassimo… che ne sarebbe del mistero delle ‘sorelle noir’?

L’aneddoto più curioso della vostra carriera, il più insolito, imbarazzante o divertente?

Gli aneddoti più curiosi sono legati alle ricerche storiche (chi ha detto che la Storia è noiosa? Provate a fare ricerca e vedrete le risate!). Abbiamo incontrato personaggi straordinari e ci siamo spesso cacciate nei guai o in situazioni ridicole. In famiglia da anni ridono di noi perché quando viaggiamo per lavoro sembriamo ‘possedute’ e trascinate dall’entusiasmo perdiamo il buon senso. Ad esempio abbiamo girato tre volte intorno alla rocca di Senigallia cercandone l’ingresso (e chiedendo aiuto persino a turisti americani che ci guardavano straniti), provando a spingere con tutte le nostre forze una porticina di ferro murata da secoli… senza notare l’enorme ponte levatoio che portava all’ingresso. L’emozione a volte ci ottenebra i cervelli!

C’è un esordiente che vi ha particolarmente colpito? Quale consiglio gli dareste? Lo stesso che avreste voluto ricevere all’inizio delle vostre carriere.

Ragazza/o, continua a scrivere, anche se ti sembra che vada tutto storto e che nessuno si interessi al tuo lavoro; fallo per te, per quelli che credono in te, perché non ne puoi fare a meno… ma non farlo MAI copiando qualcuno, occhieggiando i generi di moda, o pensando ai soldi e al successo: rischieresti una grande delusione.

Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?

Litighiamo quasi quotidianamente, ma solo per il ‘bene’ del testo. Finita la discussione, parliamo d’altro e… litighiamo d’altro.

A che libro state lavorando in questo momento?

Abbiamo mille progetti, ma il tempo per realizzarli scarseggia: la priorità comunque resta il sesto e ultimo episodio del commissario Berté, ma in contemporanea stiamo scrivendo uno storico, ambientato a Milano nel XV secolo, che da anni ci intriga (gli amici sono stanchi di sentircelo raccontare e mai realizzare).

Avete già scritto, o in futuro scriverete un romanzo da sole, non in coppia?

Sai che non ci abbiamo mai pensato? Non si può mai dire, però… anche i Beatles si sono divisi…

:: La trappola, Melanie Raabe (Corbaccio, 2015), a cura di Micol Borzatta

7 settembre 2015
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Linda Conrads ha solo 38 anni, ma da undici vive rinchiusa nella sua casa, una villa sul lago Stanberg. Il suo mondo è la sua casa, al punto che ha rinominato ogni locale con il nome di un continente e in quel locale lei rivive i ricordi relativi ai suoi vecchi viaggi nel continente in questione. L’unico contatto con il mondo esterno è quando il suo cane, Bukowski, entrando dai suoi viaggi in giardino sporca il parquet di fango e sgocciola l’acqua piovana assorbita dal suo pelo.
Il suo periodo nero e di reclusione è iniziato quando andando a far visita alla sorella l’ha trovata morta, a terra, brutalmente assassinata. Ad aumentare ulteriormente la sua paura è l’aver visto l’assassino scappare. Una visione che ha continuato a tormentarla provocandole incubi tutte le notti, fino a quando un giorno non lo vede per caso in televisione, dandole finalmente la forza di uscire di casa e affrontare il mondo esterno. Forza derivante dalla capacità di lui di mettere talmente tanti dubbi in testa da faticare a riconoscere la raltà dalla fantasia.
Un romanzo che sa davvero tenerti legato a sé tanto da non farti staccare per tutte le circa 10 ore necessarie per finirlo.
Capacità che l’autrice ha creato tessendo una storia incredibile in uno stile tutto nuovo. Il libro infatti si apre con la soluzione del caso, già questa cosa stranissima per un giallo, e si sviluppa intorno alla cattura dell’assassino.
Altro punto a favore dell’autrice è la sua maestria nel raccontare molto profondamente le emozioni della protagonista, analizzando in profondità il senso di solitudine e di vuoto che l’attanagliano e trasmettendoli al lettore con una narrazione tutta in prima persona che riesce a farti immedesimare e provare le stesse emozioni.
Ottimo anche lo stratagemma dell’autrice per rendere partecipe e a conoscenza il lettore dei fatti del passato inserendoli tra un capitolo e un altro in capitoli tratti dal libro che sta scrivendo la protagonista, creando così un libro dentro al libro che rende il romanzo ancora più reale, come se raccontasse effettivamente dei fatti di cronaca.
Un romanzo incredibile che sa conquistare e rapire il lettore lasciandoci in attesa di una prossima opera.
Un grande successo per un’autrice esordiente.

Melanie Raabe nasce a Jena nel 1981 e cresce a Turingia, una piccola città del Nord Reno-Westfalia.
Scrittrice, giornalista, blogger, artista e attrice. Laureata in letteratura ora vive a Colonia. La trappola è stato tradotto in Italia, Francia, Paesi Bassi, Spagna e nei paesi di lingua inglese

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Letizia dell’ufficio stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Giochi d’ombra, Charlotte Link, (Corbaccio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

22 aprile 2014

giochi d'ombraIl teatro d’ombre, antichissima forma di intrattenimento diffusa sia in Europa che in Oriente, nasce molto prima del cinematografo e permette di proiettare figure fantastiche su uno schermo illuminato, creando l’illusione di immagini in movimento. Ed da questa popolare forma di teatro prende il titolo il nuovo romanzo di Charlotte Link, Giochi d’ombra (Schattenspiel, 2011), edito in Germania da Blanvalet Verlag, – München, divisione tedesca della Random House, e in Italia da Corbaccio, collana Top Thriller, con traduzione di Gabriella Pandolfo, psicothriller la cui struttura ricorda apparentemente il più classico giallo deduttivo: abbiamo un delitto avvenuto in un luogo chiuso, un lussuoso attico affacciato su Central Park a New York, un numero ristretto di possibili assassini, tutti con un valido movente, un ispettore che indaga vagliando moventi, indizi ed alibi.
Tuttavia nella più pura tradizione degli psicothriller, l’indagine poliziesca è quasi un mero pretesto per permettere all’autrice di approfondire i caratteri dei personaggi coinvolti, scavando nel loro passato, con ampi salti temporali, e anche il finale piuttosto prevedibile, si discosta dal classico colpo di scena ad effetto capace di spiazzare i lettori nella ricerca del colpevole. L’assassino è esattamente colui che possiede il movente più forte, colui che ha avuto l’occasione di compiere il delitto, anche se a giochi fatti, con la confessione del colpevole in mano, l’ispettore incaricato dell’indagine accamperà un dubbio, lasciando nel lettore un senso di sconcerto, ma sarà solo un attimo, solo una fragile incertezza, contraddetta dai fatti e dalle conseguenze finali.
Siamo dunque a New York, il 28 dicembre del 1989, David Bellino, un ricchissimo industriale, uomo ambizioso e spietato, fidanzato con Laura, una ragazza del Bronx, povera e di umili origini, dopo aver ricevuto numerose lettere minatorie, contenenti autentiche minacce di morte, stila un elenco delle persone che potrebbero mettere in atto tale piano e le invita nel suo lussuoso attico, ereditato dal patrigno, per passare il Capodanno, nella speranza di scoprire il mittente delle missive e chiarire la questione. Sono tre donne e un uomo, suoi ex compagni di collage, tutti con validi motivi per progettare la sua rovina: Mary, Natalie, Gina e Steve.
Sorprendentemente tutti accattano l’invito, mossi più che altro da contingenze economiche, sperano di ottenere da lui forti somme di denaro per risollevare le loro precarie finanze. Poi nella notte il suono dell’allarme sveglia tutti gli ospiti che si riversano in sala da pranzo e trovano Laura con i piedi legati alle caviglie e un fazzoletto in bocca. Degli intrusi sono entrati in casa. Gli uomini del catering, venuti a ritirare le stoviglie, hanno aggredito la ragazza, secondo la sua testimonianza. Poi un grido: nel suo studio David Bellino giace senza vita ucciso da un colpo di pistola. L’ispettore Kelly, chiamato ad indagare sull’omicidio, subito non crede al delitto commesso da estranei e si concentra sui cinque ospiti della casa, trovandosi così a cercare di far luce sul gioco di ombre messo in scena per lui.
Uno psicothriller dunque, in cui l’azione si svolge quasi esclusivamente nel passato, (passato portato alla luce dagli interrogatori dell’agente di polizia che indaga sul caso), di una delle autrici più vendute in Germania, un autrice che ama ambientare i suoi romanzi prevalentemente in Inghilterra, anche se questa volta sceglie sia l’ Europa che l’ America, con una puntata anche in Vietnam. Passato e presente si intrecciano, per dare profondità a personaggi non particolarmente simpatici, ma credibili, vittime più che carnefici, feriti dalla vita, dalla solitudine, dalla difficoltà di affermarsi e prendere in mano le redine della propria vita. E in questo sicuramente l’autrice è brava, anche se una certa freddezza, mi ha impedito di affezionarmi ai personaggi principali, compresa la vittima. Forse l’ispettore Kelly, è il personaggio che ho più apprezzato, e anche nel finale è quello che mostra più umanità. Tutto sommato un buon thriller, robusto, ben scritto, di solida scuola inglese, seppure scritto da un’ autrice tedesca, in cui forse le sottotrame, con la vita dei personaggi, prendono il sopravvento sulla trama principale dell’indagine, ma se amate il thriller psicologico di autori come Dorn, Thillez, e Fitzek, sicuramente troverete la lettura soddisfacente.

Charlotte Link, nata nel 1963, è una delle scrittrici tedesche contemporanee più affermate. Deve la sua fama soprattutto alla sua versatilità: conosciuta inizialmente per i romanzi a sfondo storico, ha avuto molto successo anche con i thriller psicologici, tanto che ogni suo nuovo libro occupa per mesi i primi posti delle classifiche tedesche. In Italia Corbaccio ha pubblicato «La casa delle sorelle»; «La donna delle rose»; «Alla fine del silenzio»; «L’uomo che amava troppo»; «La doppia vita»; «L’ospite sconosciuto»; «Nemico senza volto»; la trilogia «Venti di tempesta», «Profumi perduti», «Una difficile eredità»; «L’isola»; «L’ultima traccia»; «Nobody»; «Quando l’amore non finisce»; «Il peccato dell’angelo»; «Oltre le apparenze», «L’ultima volta che l’ho vista»(tutti anche in edizione TEA) e «Giochi d’ombra».

:: Recensione di L’ultima volta che l’ho vista di Charlotte Link (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2013

ultima voltaL’ultima volta che l’ho vista (Im Tal des Fuchses, 2012) di Charlotte Link, traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, collana dedicata agli psico- thriller, è un romanzo che consiglio senz’altro agli appassionati del genere. La fama dell’autrice, una vera e propria icona del thriller in Germania, è per una volta pienamente meritata e i suoi libri donano realmente quello che promettono: suspense, brividi, continui colpi di scena, il tutto impreziosito da una scrittura davvero ricca e piacevole, un buon approfondimento della psicologia dei personaggi, una trama complessa ma non cervellotica. Anche grazie alla traduzione della Petrelli, L’ultima volta che l’ho vista, è dunque il tipo di libro che ci accompagna nelle giornate di pioggia, e in questa primavera bizzarra non ci sono certo mancate, con una tazza di cioccolata fumante. E’ sempre letteratura di svago, ma come in questo caso quando è fatta con intelligenza e spirito, rappresenta decisamente il tipo di letteratura capace di avvicinare alla lettura anche i lettori così detti “non forti”. Sebbene tedesca Charlotte Link ha la peculiarità di ambientare i suoi thriller in Inghilterra, come questa volta in Galles, e per chi temesse la piuttosto invadente pesantezza teutonica, posso dire che questa autrice ne è piacevolmente immune. Estate del 2009. Una coppia di coniugi sta tornando in auto verso casa. Sono Matthew e Vanessa Willard. In compagnia del loro cane, Max, un bellissimo pastore tedesco dagli occhi dolci. Uno scambio divergente di opinioni, forse per stanchezza o incomprensione si trasforma in un vivace litigio, così quando la loro auto si ferma in una piazzola di sosta, Matthew si allontana con il cane lasciando la moglie sola in auto a rimuginare sul perché il marito voglia trasferirsi a Londra, costringendola a seguirlo e ad abbandonare il suo lavoro di insegnante. Passano pochi minuti e al ritorno di Matthew, Vanessa è scomparsa. Subito scopriamo il motivo di questa sparizione, non ve l’anticipo, ma è solo l’inizio di una serie di coincidenze e di bizzarri scherzi del destino. E’ davvero difficile riassumere la trama senza svelarne i nodi cruciali per cui per questa volta mi limiterò a dire che diversi personaggi si susseguono nelle pagine: Ryan Lee, un sfigato a cui la vita non ha dato grandi possibilità, Nora la donna che lo ama e che lo ospita una volta uscito di prigione a causa delle lesioni inferte a un ragazzo di 19 anni in una rissa. Poi c’è Jenna, la protagonista se vogliamo di questo romanzo che racconta la sua storia in prima persona e che conosce una sera da amici Matthew ancora incerto sul destino della moglie, ma desideroso di farsi una nuova vita. Poi c’ una coppia di amici Ken e Alexia, quest’ultima scomparirà misteriosamente con le stesse modalità della sparizione di Vanessa. Sembrano tutti personaggi slegati, ma un filo conduttore li unisce e li porta a interagire, mentre sullo sfondo il piano davvero malvagio di un autentico delinquente, che non stentiamo a credere alla fine sarà l’unico a farla franca, complica ancora di più le cose in un groviglio di coincidenze. E se Vanessa fosse ancora viva e volesse vendicarsi? Buona lettura.

:: Recensione di Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012)

24 maggio 2012

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Spense l’autoradio e accese la ricetrasmittente. Gli parve che emettesse un suono concitato. Lo ascoltò: 1010, segnalazione ripetuta del ritrovamento di un cadavere. In West End Avenue. Era il suo distretto. Sarebbe passato davanti a quell’isolato tra un paio di minuti.
Tanto valeva fermarsi a dare un’occhiata. Se fosse arrivato in ufficio così presto, sarebbe stato solo d’intralcio. E probabilmente non sarebbe neanche riuscito a dormire, non si sentiva più stanco. Inoltre poteva essere interessato a rispondere a una chiamata, non lo faceva da tanto tempo. Si domandò se si ricordasse ancora qualcosa su come risolvere un crimine.

Io, Anna (I, Anna, 1984) edito in Italia da Corbaccio e tradotto dall’americano da Valeria Galassi è il romanzo d’esordio della scrittrice e psichiatra newyorkese Elsa Lewin.
Ambientato in una piovosa e crepuscolare New York anni 80, ha per protagonista una donna Anna Welles, bibliotecaria divorziata, che vive con la figlia adolescente in un squallido bilocale, e tenta di ricostruirsi una vita ormai a cinquant’anni frequentando deprimenti feste per single.
Noir metropolitano di una bellezza sciupata e malinconica come Anna stessa, racchiude una struggente storia d’amore tra due persone fondamentalmente sole e disperate e un’indagine poliziesca insolita di cui conosciamo già dalle prime pagine il nome del primo colpevole.
La bellezza di questo romanzo sta nei dettagli e nell’atmosfera che riesce a ricreare, nella solitudine che si respira e imprigiona ogni personaggio dalle vittime, al poliziotto che indaga, alla figlia di Anna, ai partecipanti ai party per single, agli abitanti del palazzo dove viene rinvenuto il primo cadavere orrendamente mutilato.
Tutto ruota intorno ad un ombrello di plastica gialla, perduto, ritrovato, quasi gettato, ripreso, quasi un feticcio che accentra le ossessioni dei personaggi. Ci sono alcune scene piuttosto forti che turberanno forse i più sensibili per il resto è un romanzo garbato e pieno di una tristezza velata e non invadente e non per questo meno dolorosa.
La solitudine è senz’altro la protagonista silenziosa che increspa i volti dei personaggi, bellissimo a mio avviso quello di Bernie Bernstein, ispettore di polizia ebreo, padre infelice di un figlio celebroleso, marito disperato di una moglie che lo ha cacciato di casa, personaggio di cui è davvero difficile non innamorarsi. Cercherò di non dire troppo della trama, anche se la sua costruzione non prevede una suspense diretta dell’individuazione del colpevole, che come ho detto è subito evidente.
L’autorivelazione al colpevole stesso del suo crimine corrisponderà ad un punto di non ritorno. Non è previsto un lieto fine e dopo tutto è naturale e probabilmente avrebbe stonato anche se fino all’ultimo si spera che l’amore consenta una rinascita che naturalmente non ci sarà e la solitudine riprende la forma di una squallida camera d’albergo in cui piangere in silenzio.
Singolare il fatto che probabilmente in Italia ci saremmo persi questo gioiellino se l’anno scorso non ne avessero fatto un film con un cast internazionale tra cui Charlotte Rampling e Gabriel Byrne. Indimenticabile lo sguardo che si lanciano i due protagonisti incontrandosi per la prima volta e sfiorandosi fuori dall’ascensore.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Ilaria dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di Oltre le apparenze di Charlotte Link (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2012

Spiava tante di quelle persone…! S’imprimeva il modo in cui trascorrevano le loro giornate, le loro abitudini, si sforzava di esplorare a fondo le loro esistenze. Non sarebbe riuscito a spiegare  a nessuno cosa l’affascinasse tanto in quella attività: era come un vortice in cui sprofondare. Non era possibile smettere una volta che si fosse cominciato.  Un’altra vita accanto all’esistenza vera. Destini in cui era possibile sognare di intrufolarsi. Ruoli in cui calarsi. Conferiva in quel modo smalto e gioia alla vita di ogni giorno e, anche se qualcuno lo avesse giudicato pericoloso o comunque spostato – e intuiva che uno psicologo avrebbe trovato un mucchio di definizioni allarmanti per il suo hobby- quell’attività restava comunque per lui l’unica possibilità di sopportare la tristezza che lo circondava.

Oltre le apparenzeDer Beobachter” titolo originale che tradotto in italiano significa L’osservatore edito in Italia da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Umberto Gandini nuovo romanzo di Charlotte Link è un thriller molto particolare che scava nelle paure più profonde che affliggono le donne. E’ cronaca recente, suffragata dalle statistiche, che molto spesso gli stalker si trasformano in assassini, quasi che la strada che porta a perseguitare, tormentare una donna porti anche inevitabilmente al delitto. E questo dubbio, è il nucleo centrale del romanzo che ci porta a chiederci sin dall’inizio se davvero Samson Segal, l’osservatore del titolo originale, è anche un assassino, colpevole delle barbare uccisioni di donne che si susseguono in una fredda Londra invernale. Samson è un osservatore abusivo delle vite degli altri. Una malattia lo divora, la curiosità di conoscere tutto quel che succede nel segreto della privacy delle donne che attirano il suo sguardo. Samson scruta, spia le donne, ne trascrive maniacalmente le vite, i movimenti, i tic, finchè la sua malata curiosità non si fissa su un’unica donna Gillian Ward, una donna di successo, realizzata sia nel lavoro che nella vita privata, sposata felicemente con Tom, con una figlia di dodici anni, una donna che suscita in lui un sentimento-surrogato molto simile all’amore. Ma le apparenze a volte ingannano, a volte la facciata perfetta che si mostra al mondo nasconde crepe, ragnatele, inganni e più Samson prende coscienza di questo, più la sua vita va in pezzi. Parallelamente una serie di omicidi si susseguono apparentemente senza connessioni, le vittime hanno solo la caratteristica comune di essere tutte donne sole, uccise in modo spietato e assurdamente crudele, dopo aver vissuto l’incubo di essere perseguitate e minacciate. Inquietante l’ascensore che perseguita Carla, che giunge fino al suo piano abitato solo da lei, senza che nessuno esca. Da particolari come questi la Link crea la sua ragnatela di tensione che imprigiona il lettore generando abilmente ansia, angoscia, terrore in un crescendo sempre più soffocante. L’abilità della Link è soprattutto evidente nella sua capacità di accostare la vita quotidiana dei personaggi, normale, quasi banale, descritta fin nei minimi dettagli consueti, la colazione la mattina, la preparazione dei muffins in linde cucine super attrezzate, il the con le amiche, all’orrore che nasce quando ci si ritrova vittime di persone profondamente disturbate e capaci di tutto. Altro tema fondamentale del libro su cui l’autrice gioca molto pur senza barare apertamente con il lettore è la infondatezza delle apparenze, niente è come sembra, tutto si trasforma, anche quando si arriva ad una certezza, poi inevitabilmente succede che si riveli infondata, fluttuante, alienante. L’autrice parte da paure reali, molto concrete e costruisce una trama fitta di autentica angoscia più psicologica, che generata dalla descrizione di efferatezze o violenze esibite. Oltre le apparenze è il primo libro della Link che leggo, ma sembra che in Germania sia molto amata e addirittura chiamata Lady bestseller e che anche in Italia si sia guadagnata una schiera di lettori affezionati. La sua produzione è piuttosto nutrita e spazia dai romanzi storici agli psicothriller molti dei quali editi da Corbaccio e riediti da Tea. L’uscita nelle librerie di Oltre le apparenze è prevista per il 15 marzo e grazie all’editore Corbaccio abbiamo provveduto a mandare alcune domande alla Link in visita in Italia dal 20 al 22 marzo per la pubblicazione del libro. Non mi resta che recuperare anche i suoi vecchi romanzi. Particolare che mi piace segnalare è la strepitosa copertina scelta da Corbaccio sui toni del bronzo, una delle più belle viste quest’anno.

:: Recensione di Il superstite di Wulf Dorn (Corbaccio 2011) a cura di Giulietta Iannone

11 maggio 2011

Il superstiteBentornati alla Waldklinik!
A chi ha letto La Psichiatra qualche brivido sulla schiena sarà corso, per non parlare di una certa inquietante rassomiglianza con l’ Overlook Hotel di Kinghiana memoria. Certo questa è pur sempre una clinica psichiatrica, in Shining era solo un albergo, ma devo confessare che i sotterranei, i corridoi, le stanze blindate, mi hanno riportato proprio alla memoria l’atmosfera claustrofobica e malsana del mitico covo di spettri sulle montagne innevate del Colorado e di spettri infondo parliamo, e della fantasia sovraeccitata si un ragazzino di 12 anni che dopo aver letto un libro sulle esperienze paranormali, si aggira nella notte con un dittafono in mano per registrare la voce dei morti.
Se non fosse che il fratellino minore Sven, curioso e desideroso di imitarlo lo segue e così Jan Frostner per non farsi scoprire dai genitori in questa escursione notturna non autorizzata decide di portarlo con sé. Si fermano sulla riva di un lago ghiacciato, dove meno di 24 ore prima era morta annegata una ragazza con problemi psichiatrici, e mettono in funzione il dittafono per captare la sua voce, convinti che la sua anima aleggi ancora nei dintorni. Poi Jan si allontana un attimo per fare pipì e al suo ritorno Sven è scomparso, di lui restano solo poche parole registrate sul dittafono Grundig: Quando torniamo a casa quasi come un vero messaggio dall’oltretomba.
La sparizione di Sven è solo una delle molte tragedie che si abbattono nella vita un tempo felice di Jan, quella stessa notte suo padre chiamato nel cuore della notte da una misteriosa telefonata si allontana in auto verso un luogo sconosciuto, forse ad incontrare proprio il rapitore di Sven e a causa dell’alta velocità l’auto sbanda e Bernhard Forstner muore. Poi anche la madre di Jan non reggendo al dolore si suicida lasciandolo completamente solo.
Passano gli anni e ritroviamo un Jan ora adulto, psichiatra come suo padre, che dopo aver aggredito un suo paziente ha perso il lavoro, è stato abbandonato dalla moglie e vive prigioniero delle ossessioni legate alla scomparsa del fratello. Un vecchio amico di suo padre il professor Fleischer direttore sanitario della Waldklinik decide di dargli una mano e gli offre un posto alla clinica con un’unica condizione, farsi aiutare a superare le sue ossessioni grazie a sedute di ipnosi. Jan piuttosto controvoglia accetta e così ritorna a vivere nei luoghi dell’infanzia a Fahlenberg ospite di un amico ancora segnato dalla morte della figlia, paziente della Waldklinik, convinto che proprio i medici di questa clinica ne siano i responsabili.
Da questo momento in poi a Fahlenberg iniziano a verificarsi una serie di morti sospette, difficili da catalogare come semplici coincidenze, e un atroce dubbio inizia a farsi largo nella mente di Jan che siano collegate alla scomparsa tanto tempo prima del suo fratellino Sven. Un terribile segreto è sepolto a Fahlenberg e Jan con l’aiuto di un’intraprendente giornalista volente o nolente sarà costretto a riportarlo alla luce.
Il superstite secondo psicothriller di Wulf Dorn, scrittore tedesco diventato famosissimo grazie al suo romanzo d’esordio La psichiatra,  è senz’altro da considerarsi una prova riuscita destinata a bissare il successo del precedente. Edito da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Alessandra Petrelli, è uno di quei libri capaci di creare un’ inquietante tensione emotiva ponendo seri interrogativi su cosa sia la sanità mentale e su quanto sia facile passare dall’altra parte, diventando vittime di fobie, traumi, ossessioni.(Molto interessante la parte legata all’ipnosi vera e propria terapia di cura e ben lontana da quei fenomeni quasi da baraccone che spesso siamo soliti vedere in tv).
Per tutto il libro l’autore in un gioco di depistaggi e sottrazioni tenta di portare i sospetti ovunque tranne che sul bersaglio, ponendo dubbi se il piccolo Sven sia vivo o morto, se il vecchio benzinaio sia davvero un sinistro pedofilo o un innocente accusato ingiustamente, se un apparente suicidio sia  in realtà un omicidio. Tutto un gioco di specchi, di rimandi, di vicoli ciechi che lasciano disorientati e  sconcertati.
Oltre ai protagonisti, ben caratterizzati anche i personaggi minori che anche se rimangono sullo sfondo acquistano connotazioni precise e ritmate. Il finale che non vi anticipo forse più tradizionale rispetto a quello de La psichiatra sicuramente ripaga l’attesa e fornisce spiegazioni esaurienti a tutti gli interrogativi. Probabilmente chi si aspettasse una parentesi rosa tra Jan e la bella giornalista Carla Weller rimarrà deluso ma è sicuramente un difetto da molti considerato un pregio. Dispiace quasi chiudere il libro e sapere che l’autore non ritornerà più su questi personaggi e oltre al prossimo thriller che uscirà a Settembre in Germania non ci saranno più storie ambientate alla Waldklinik. Ma anche se si chiuderà una trilogia non è detto che i prossimi scenari siano meno intriganti. Incrociamo le dita fiduciosi.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.

:: Recensione di La psichiatra di Wulf Dorn (Corbaccio 2010) a cura di Giulietta Iannone

15 settembre 2010
La psichiatra

La mente umana è davvero una terra inesplorata. Lo sa bene Ellen Roth da anni psichiatra alla Waldklinik nei dintorni di Stoccarda. Il suo compagno Chris, anch’egli psichiatra e anch’egli impiegato presso la stessa clinica, prima di partire per una vacanza in Australia le segnala un caso da analizzare. Nella stanza 7 si trova ricoverata una donna, vittima di abusi e maltrattamenti, che per un meccanismo di autodifesa ha prodotto un’ incontrollabile fobia verso un misterioso uomo nero. Ellen tenta di entrare in contatto con la donna, di superare le barriere che ha posto tra sé e il mondo esterno, ma non fa a tempo di produrre alcun progresso che la donna scompare. La cosa inquietante è che nessuno oltre lei sembra averla vista. Nessuno conosce il suo nome. Non ci sono documenti che certifichino il suo ricovero. Ellen inizia subito a cercarla e non passa molto che l’uomo nero si materializza davvero e inizia a perseguitare anche lei. Sulle tracce della donna scomparsa Ellen è sempre accompagnata da inquietanti interrogativi. Si può davvero fidare di Mark, il collega tanto premuroso? Chris, il suo compagno è davvero andato in Australia? Chi è quella bambina che vaga nel bosco? Perché tutti sembra che mentano o che nascondano qualche oscuro segreto? In un crescendo di angoscia e inquietudine la verità viene a galla a poco a poco ed è davvero inaspettata. Romanzo d’ esordio molto atteso, edito da Corbaccio, La psichiatra racchiude tutti gli ingredienti che fanno dello psychothriller un genere adatto ad essere il candidato perfetto per diventare un best seller. C’è suspance, colpi di scena ben congegnati, inquietanti rivelazioni, angoscia. Poi Dorn conosce a fondo il meccanismo che genera la paura e che non sorge da litri e litri di sangue sparsi ma è più sottile si insinua prima in silenzio in modo quasi subdolo e poi ti avvolge come le spire di un’idra. La paura non nasce infatti da qualcosa di reale e tangibile, ma si sprigiona quando la coscienza non vigila, quando il buio della mente crea i mostri della nostra infanzia mai veramente esorcizzati poi nell’età adulta. Tutti si ricorderanno la filastrocca dell’uomo nero che rapiva i bambini cattivi e che forse avrà  creato incubi e non pochi, ebbene Dorn riprende questo filo nero per portarci  a conoscere lati della mente che forse proprio per paura preferiamo ignorare. Bello, interessante, intelligente, scritto da uno che si è documentato parecchio sulle dinamiche psichiatriche e sui lati oscuri della mente, non a caso Dorn da 15 anni lavora in una clinica psichiatrica simile a quella descritta nel libro e si occupa della riabilitazione professionale dei pazienti psichici. Lo stile di scrittura è molto fluido e il libro scorre senza problemi e senza appesantimenti. Ho trovato molto coinvolgente il modo con cui Dorn fa affezionare il lettore alla protagonista. Per di più il finale è davvero spiazzante, durante la lettura avevo fatto diverse ipotesi nessuna delle quali si avvicinava poi neanche minimamente alla realtà. Un romanzo consigliatissimo agli amanti degli psychothriller, che a violenza gratuita e azione preferiscono gli abissi non meno oscuri della mente.

«Ci sono posti nella mente umana che nessuno dovrebbe visitare. Dopo il viaggio allucinante dell’Ipnotista, La psichiatra ci riporta nel lato oscuro.» Con queste parole Donato Carrisi ha salutato la nascita di un nuovo maestro dello psicothriller, Wulf Dorn, tedesco, nato nel 1969, che per tanti anni ha lavorato come logopedista in una clinica psichiatrica traendone ispirazione per la sua attività di scrittore. Dopo La psichiatra, che grazie al passaparola è diventato un bestseller internazionale, Dorn ha scritto altri romanzi di grande successo, tradotti in più lingue e sempre pubblicati in Italia da Corbaccio: Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia, Incubo, Gli eredi e Presenza oscura. E a dieci anni dall’uscita della Psichiatra, per la gioia dei suoi lettori Wulf Dorn ha finalmente deciso di riprendere i due protagonisti del libro, Mark Behrendt e Ellen Roth nel suo nuovo straordinario romanzo: L’ossessione.