L’Africa è abitata, ma è inabitabile.
Nel 1970, una multinazionale che progettava di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa orientale, dal Cairo a Dar es Salaam, incaricò Manganelli di stendere una relazione su quei luoghi. Com’era prevedibile, nessuna delle versioni da lui predisposte fu accettata e il “Viaggio in Africa” rimase inedito. Si tratta di un manoscritto in origine di 36 cartelle, di circa 30 righe ciascuna, senza titolo, che porta in alto a sinistra l’indicazione “Manganelli 15/5/70” ed è conservato presso l’Archivio Adelphi. Per Manganelli
“L’Africa è immersa in una rete di traumi, ed il trauma più intenso è appunto quello che con la sua radicale assurdità giustifica gli altri: l’oscura e perplessa speranza”.
Cosa manca al Continente Nero per affacciarsi almeno una volta sul balcone della civiltà?
“La vita africana abbisogna solo di poche ed esigue capanne; è un mondo lieve, continuamente rinunciabile, pronto a cedere; pronto a rinascere, difeso dalla sua stessa esiguità, un bersaglio fugace e deliberatamente effimero. Nulla di più lontano dalla città europea, dalle sue mura da demolire con piccone, bulldozer, bombe: i ruderi di domani, la Storia”.
La sua malattia è l’isolamento. Non la solitudine che ha momenti preziosi ed eroici, ma la coazione a non parlare, non conoscere, non sapere. La disperata speranza africana può essere placata solo da una impetuosa aggressione di futuro.
“Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta – qualcosa che forse non è mai stato vivo. Eppure “la singolarità della società naturale , l’arcaicità umana, la precarietà della legge collettiva, i paesaggi ardui e poderosi fanno dell’Africa un sorprendente catalogo di simboli, qualcosa che serve a charire il mondo del malessere europeo”.
Siamo abituati a considerare questa terra un organismo malato di fame e sterilità, non ci accorgiamo che anch’essa fa parte dell’ arricchimento antropologico. Dimenticandola, relegandola ai margini dei nostri doveri, sprofondiamo nella melma dell’autolesionismo, della vita resa cadavere di un’ anima imprigionata e senza ali. Quello che doveva essere una rapporto tecnico infarcito di medaglie tecnologiche è un monito ad accrescere il nostro ragionare. L’Africa rinascerà o nascerà dal profondo dell’abisso esistenziale, e sarebbe un bene per l’umanità se accompagnassimo questo trionfo pacato, silenzioso, senza ipocrisie e convenzioni inutili. Oggi l’Africa può pensare al domani, ieri era impensabile. Quando Manganelli scrisse la sua stilisticamente raffinata relazione, i lacci del ‘malessere’ europeo erano cappi per chi voleva un futuro per questa Regione, oggi il Gigante addormentato si sta svegliando, sta imparando a stare in equilibrio, speriamo di non urtare questo cammino con la nostra ottusità, e tutto sarà come fiamma che incenerisce ciò che muore per fare luce. Postfazione di Viola Papetti.
Giorgio Manganelli (1922-1990) è stato uno degli scrittori italiani piú innovativi ed eccentrici del Novecento. Fu anche recensore e critico e collaborò con numerose riviste di quegli anni: “Il Giorno”, “L’Illustrazione italiana”, “Grammatica”, nonché la rivista “Quindici”. Manganelli fu anche traduttore, di Poe in particolare, su suggerimento e proposta di Calvino. Tra le sue opere più importanti ricordiamo: Hilarotragoedia (1964), Agli dei ulteriori (1972), Pinocchio: un libro parallelo (1977), Centuria (1979), Angosce di stile (1981), Laboriose inezie (1986), Improvvisi per macchina da scrivere (1989), Esperimento con l’India (1992), Il rumore sottile della prosa (1994), La notte (1996), L’infinita trama di Allah. Viaggi nell’Islam 1973-1987 (2002).
Source: libro inviato dall’Editore. Si ringrazia Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.
L’Africa è abitata, ma è inabitabile.
“Suite francese” non è un romanzo, è un miracolo. Salvato dalle retate naziste, oggi è Opera pubblicata con il contributo dell’Ambasciata di Francia e del Ministero degli Affari Esteri francese. Salvo il manoscritto, morta nei campi di sterminio l’autrice: Irène Némirovsky. Ed è già così tutto un prodigio. Ma è il contenuto di queste cartelle sopravvissute che genera ancora sconcerto, per la maestria da romanziere maturo, lucido, distaccato e insieme appassionato. Poche donne hanno avuto la fortuna di esibire il proprio genio come la Némirovsky. Pagine fitte di esodi, calamità malefiche, sfollamenti, urla, e poi il riso, la vita gaia sotto le bombe. Persino l’amore che non conosce divise, punzoni, macchie di coscienza. Il plot comincia con un fiume di vite umane allo sbando per via della imminente occupazione tedesca. Come un ricamo eseguito nei dettagli più invisibili, la scrittrice annoda i fili di una storia corale e umana. Ci sono i Péricard, i Michaud, poi Gabriel Corte autore blasonato, annoiato e cinico, e le storie d’amore impossibile tra Jean-Marie e Madeleine, e Lucile e il tedesco che viene ad abitare nella casa che lei condivide con la suocera. Una storia a sé è quella del prete Philippe Péricard (“i ragazzi lo videro inabissarsi, non annegò ma rimase impregionato nella fanghiglia, morì così..”). Un racconto claustrofobico che si inserisce nella trama per dare sapore e realtà stregata, quasi morbosa all’intera vicenda narrata. Dunque a fare da cornice è la guerra, ma la sostanza del romanzo è fatta di altro. Il nero che fa da contorno, nel mezzo, diluisce e perde tonalità forte. Tutto si amalgama all’interno, mentre l’ambientazione acquisisce sfumature iridescenti, come se, proprio a causa del conflitto in atto, le menti umane azionassero la valvola di sicurezza dei propri affetti, senza la quale si cade nel lago della bestialità. L’istinto in certi frangenti è solo questo: il cuore, non la pelle.
Dopo lo splendido Vite minuscole, Adelphi prosegue nella pubblicazione dei libri di Pierre Michon. Adesso esce Gli Undici (nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco).
“Il ladro di Maigret”: Quando era arrivato a Parigi, circa quarant’anni prima, c’erano gli stessi autobus con piattaforma, e all’inizio non si stancava mai di percorrere i Grand Boulevards sulla linea Madeline-Bastille. Era stata una delle sue prime scoperte. Così come non si stancava mai dei caffè con tavolini all’aperto da cui, davanti a un bicchiere di birra, si assiste allo spettacolo sempre mutevole della strada. Nel primo anno passato a Parigi l’aveva entusiasmato anche il fatto che già alla fine di febbraio si poteva uscire senza cappotto. Non sempre, ma qualche volta sì. E lungo certi viali, boulevard Saint-Germain in particolare, cominciavano a sbocciare gemme. C’era una ragione se quei ricordi stavano d’improvviso riaffiorando: si annunciava una primavera precoce, e quella mattina era uscito di casa senza cappotto. Si sentiva leggero, come l’aria frizzante. I colori dei negozi, dei cibi, degli abiti femminili erano allegri, vivaci. Non stava pensando a nulla di preciso. Nella sua mente c’erano solo brandelli di pensieri slegati.
Il volume “I Maigret 13” (Adelphi) contiene i seguenti racconti di Simenon: “Maigret perde le staffe”, “Maigret e il fantasma”, “Maigret si difende”, “La pazienza di Maigret”, “Maigret e il caso Nahour”. Parliamo di una raccolta stupefacente per estro, inventiva, precisione psicologica. Dalle pagine del testo piuttosto corposo, emerge il lato sfaccettato del personaggio creato da Simenon: i suoi tentennamenti, del tutto umani, le sua fragilità, i suoi metodi di indagine singolari e vincenti:
È una voce particolare quella di Omar Di Monopoli, uno scrittore che con la sua lingua sferzante sa indagare i lati oscuri e il marcio che si annidano nella nostra pochezza di esseri umani.
“Raramente Maigret parlava del suo mestiere, e ancor più raramente esprimeva un’opinione sugli uomini e sulle loro istituzioni. Diffidava delle idee, sempre troppo nette per aderire alla realtà che invece, lo sapeva per esperienza, così mutevole”.


Elogio dell’ombra è il punto più alto della poesia di Jorge Luis Borges. Il libro, in una nuova e importante traduzione di Tommaso Scarano, torna in libreria per i tipi di Adelphi.
Georges Simenon ha scritto 178 racconti. Molti di questi li ha dedicati alle avventure rocambolesche dell’Agenzia O.























