:: Ritorno a casa di Shanmei (Le avventure del tenente Bianchi nella Cina misteriosa Vol 7)

2 novembre 2023 by

Un mystery storico nella Cina del primo ‘900

Della stessa serie potete leggere “Delitto a bordo del Giava”, “Lo strano caso del missionario scomparso”, “Il mistero della Fenice d’Oro“, “Il mistero del Mandarino calunniato”, “La strana morte di Mme. Fontaine”, “Oleandro bianco” e “Ritorno a casa”.

E i racconti brevi “Un gioco di pazienza”, “Missione in Korea” e “Tre mesi in Giappone”.

Seguito di “Oleandro bianco” in “Ritorno a casa” le vicende porteranno il tenente Bianchi tra Pechino e Tientisin, la scomparsa di un bambino figlio di un importante Mandarino lo porterà sulle tracce di una macchinosa congiura contro l’ambasciatore italiano accusato ingiustamente di aver pagato con fondi dell’ambasciata un ingente debito di gioco contratto con gli usurai. Il tenente Bianchi scoprirà un giro di scommesse e sale da gioco clandestine per occidentali in cerca di forti emozioni. Il tenente Bianchi sventerà poi un ricatto contro l’ambasciatore e dimostrerà che la ricca ereditiera Virginia Ansaldi non ha tradito il fidanzato, che a sua volta non passa tutte le sue notti al tavolo da gioco ma sta organizzando un movimento clandestino per la difesa della donna cinese alle quali ancora nelle campagne spezzano i piedi e dei bambini, soprattutto delle bambine ancora vittime di discriminazioni, annegate nelle tinozze o abbandonate sul ciglio della strada. Virginia Ansaldi è una sufraggetta e milita per dare potere politico alle donne della colonia sensibilizzandole a lottare per i loro diritti e a non essere solo dei graziosi oggetti decorativi in società. Ecco il tenente Bianchi questa volta sa che il suo soggiorno in Cina volge al termine, forse non vede l’ora di tornare in patria, nel suo Piemonte, forse conserverà sempre nel cuore l’amore per questo paese così vasto e pieno di sorprese. Ma gli ordini sono di tornare in Italia, e lui come militare di carriera non può che ubbidire. Porterà Mei e i suoi figli in Italia con sè?

Settima e ultima novella di una serie di mystery storici coloniali con ambientazione cinese. Avventura, intrighi, giochi di spie, suspence e delitti su uno sfondo esotico, con un buon e accurato contesto storico che copre l’arco temporale cha va dal 1900 al 1905.

In acquisto: qui.

:: Ian Fleming: Thrilling Cities

2 novembre 2023 by

In giro per il mondo con Ian Fleming: i luoghi e i personaggi che entreranno poi nelle avventure di James Bond. Un’affascinante raccolta di racconti di viaggio e spunti letterari, qui finalmente – per la prima volta – nella versione come l’autore l’aveva scritta.

Hong Kong, Macao, Tokyo, Honolulu, Los Angeles, Las Vegas, Chicago, New York, Amburgo, Berlino, Vienna, Ginevra, Napoli, Montecarlo. Come non le avete mai viste.

Amo da sempre l’avventura. Il mio sguardo su persone, luoghi e cose era senz’altro lo sguardo di un autore di thriller. 

Tra il 1959 e il 1960 Ian Fleming, il creatore di James Bond, viene inviato dal “Sunday Times”a raccontare quattordici città in giro per il mondo, scelte tra le mete più esotiche che richiamassero le avventure dell’agente 007. Fleming le narra con gli occhi dello scrittore di thriller, inseguendo – e talvolta scappando da – le ombre del suo personaggio più celebre. Incontriamo così il boss Lucky Luciano all’Hotel Excelsior di Napoli, assaggiamo i migliori Martini di Hong Kong, giochiamo al casinò di Montecarlo, sentiamo il brivido “che si prova lasciando i viali ben illuminati per addentrarsi nei vicoli, in cerca dei palpiti nascosti e autentici delle città”, perdendoci tra celebrità, gangster e geishe. 
Il risultato è un’imperdibile avventura letteraria – rigorosamente agitata, non mescolata – che ha la stessa ipnotica meraviglia di un giro vorticoso di roulette. 

“Ian Fleming era un viaggiatore ironico, distaccato, a momenti arrogante, a momenti anche pigro, ma capace di autentico entusiasmo davanti alla bellezza (dei luoghi, delle donne, della conversazione con i suoi occasionali interlocutori). Con un occhio un po’ cinico, un po’ spietato, un po’ sciovinista, ma un occhio, soprattutto, di mirabile, fotografica esattezza.”  – dalla prefazione di Massimo Bocchiola.

IAN FLEMING (1908-1964) è il creatore di James Bond, il più famoso agente segreto della storia della letteratura e del cinema. Dopo gli inizi come inviato dell’agenzia Reuters a Mosca e una breve esperienza da broker nella City, allo scoppio della seconda guerra mondiale Fleming entra nei servizi segreti della Marina britannica. Finita la guerra, nel 1946, passa a organizzare i servizi esteri del gruppo “Sunday Times”. Nel 1953 pubblica il romanzo Casino Royale, che fa conoscere al mondo James Bond. Il libro ha un successo immediato e folgorante: la prima tiratura va esaurita in meno di un mese. Nei dodici anni successivi, Fleming scrive altri 11 romanzi e 9 racconti con protagonista l’agente 007, tra cui Dalla Russia con amore, Il Dottor No e Goldfinger. Da allora, i romanzi di James Bond hanno venduto oltre 100 milioni di copie nel mondo e hanno ispirato la celebre serie di film, aperta nel 1962 da Agente 007 – Licenza di uccidere, con Sean Connery nei panni dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà.  

::Dove vola la polvere Nguyễn Phan Quế Mai, (Nord 2023) A cura di Viviana Filippini

2 novembre 2023 by

La storia si apre con Phong, un quarantenne alle prese con la documentazione per ottenere per lui e per i suoi figli un visto per gli Stati Uniti d’America. Per il protagonista di  “Dove vola la polvere” di Nguyễn Phan Quế Mai, edito da Nord e tradotto da Francesca Toticchi, tutto però si complica e subisce una momentanea battuta d’arresto, perché serve maggiore chiarezza sulla sua vicenda personale per compilare e ottenere la documentazione. Phong, fin dal giorno della sua nascita, ha avuto un’esistenza piena di difficoltà, perché lui nato da una relazione tra un soldato americano e una donna vietnamita, durante la guerra del Vietnam, è considerato un individuo che vale «meno della polvere». Un misto tra razze diverse non visto di buon occhio nella società asiatica dove vive. Questo è valido per lui, che oltretutto è fisicamente riconoscibile come tale, per la sua pelle scura e capelli ricci,  e per tutti coloro che si trovano nelle stessa situazione. Accanto a Phong ad un certo punto arriva l’americano Dan, un ex soldato del Vietnam che da troppo tempo deve combattere con i fantasmi e i tormenti della sindrome post traumatica da stress. Un situazione che, come è accaduto a lui, ha colpito tanti altri soldati, solo che Dan vuole cercare di sistemare la sua vicenda personale del passato per poter vivere meglio la relazione sentimentale del presente, dove ci sono troppe tensioni dovute ad un qualcosa che è accaduto mentre lui era al fronte e che non ha mai raccontato a nessuno. Poi c’è la storia di Trang, una giovane che ha visto distruggere il suo villaggio dai violenti bombardamenti della guerra del Vietnam. Trang e la sorella Quỳnh vanno a Sài Gòn per salvarsi,  ma nella città le giovani, proprio perché carine, verranno costrette a vendere loro stesse per sopravvivere e, chi lo sa, trovare, quel il vero amore che salva la vita. I destini dei protagonisti de “Dove vola la polvere”, sembrano distanti, lontani tra loro, ma gli eventi della vita presenti nella narrazione evidenziano quanto i legami umani riescano ad andare oltre i confini e oltre quelle ferite del passato che lacerano e sembrano non volersi chiudere mai. Quello che accomuna tutti i personaggi, i cui destini si intrecceranno sempre più man mano si procede nella lettura, è che ognuno di loro ha dovuto confrontarsi in modo diretto o indiretto con la guerra, con la sua distruzione e con quelle a volte, imprevedibili conseguenze che lasciano segni indelebili. Un vivere che, come si scoprirà, li ha portati a compiere scelte non facili, dolorose e, a volte necessarie, per continuare esistere. Dopo lo straordinario successo di “Quando le montagne cantano”, Nguyễn Phan Quế Mai è tornata in libreria con“Dove vola la polvere”, una nuova storia, nella quella la ricerca delle proprie radici e della propria identità, è accompagnata da una speranza tenace, che spinge i protagonisti a non mollare mai per andare oltre ogni ostacolo.

Nguyễn Phan Quế Mai, giornalista e poetessa, è nata nel 1973 in Vietnam, dove ha lavorato per anni come venditrice ambulante e coltivatrice di riso. Si è trasferita all’estero grazie a una borsa di studio, che le ha permesso di dedicarsi all’analisi degli effetti a lungo termine della guerra. Attualmente vive a Giacarta con il marito e i due figli e lavora per diverse organizzazioni internazionali. Dopo il successo di “Quando le montagne cantano”, “Dove vola la polvere” è il suo secondo romanzo.

Source: del recensore

:: Il tempo corre piano di Enrico Luceri, (Giallo Mondadori 2023) a cura di Patrizia Debicke

31 ottobre 2023 by

Un drammatico prologo che si svolge a Napoli, nel febbraio 1993 con la signora Lucia Satriano che giace in un letto d’ospedale dopo la perdita del figlio, un bambino che desiderava con tutta se stessa e al quale voleva dare il nome di suo padre Giuseppe, morto giovane. Una donna percossa crudamente nel corpo e nell’anima, talmente sconvolta da rifiutare persino di vedere e parlare con il marito al quale imputa la causa dell’aborto. Con un repentino cambio di scena e un balzo avanti nel tempo di trentaquattro anni, la rincontreremo nel novembre del 2017, ormai sessantacinquenne, morta nel salone del suo appartamento a pianterreno di via Ninfa 3 , una traversa di via Raffaello al Vomero. Nell’appartamento aleggia un’atmosfera tetra, ma non è solo colpa della giornata d’autunno. Al commissario Tonio Buonocore il silenzio delle stanze, appesantite dai grandi e scuri mobili di antiquariato e dal cupo soggetto del grande quadro appeso alla parete, dà subito un’impressione sgradevole. Impressione rafforzata, dopo una prima occhiata al resto dell’appartamento, dal vuoto che salta all’occhio sopra i mobili. Insomma ovunque niente fotografie né soprammobili, i più classici testimoni di una vita familiare.Il cadavere della signora è stato ritrovato seduto su una poltrona di pelle dallo schienale alto, con il busto riverso sul ripiano della scrivania, con un cassetto spalancato in cui si scorgono della carte. Il suo braccio sinistra è posato in grembo mentre il destro pende, abbandonato. A terra, a pochi centimetri dalla sua mano, c’è una pistola di piccolo calibro. Sulla tempia destra della morta risalta, fra i capelli biondi tinti bagnati di sangue, il largo foro scuro dove è penetrato il proiettile. Annotato in penna rossa su dei post it gialli sparpagliati un po’ per tutta la casa un nome, il nome di un farmaco sperimentale usato per gravi e fatali patologie neurovegetative. La donna, considerata da tutti coloro che la conoscevano, una persona rigorosa, riservata, prudente ma intransigente, negli ultimi tempi appariva inquieta, scostante, soprappensiero. A detta poi di chi la frequentava, come la cameriera Raffalella Capasso, detestava il colore bianco che le ricordava un fatto molto doloroso della sua vita. L’ipotesi più scontata appare quella di una ricca e anziana vedova, senza figli e senza eredi diretti che non accetta la sentenza di un inesorabile morbo e sceglie di farla finita. Il magistrato infatti, suffragato dalla versione del medico legale, non ha praticamente dubbi sulla tesi del suicidio. La casa era chiusa. La giovane cameriera madre di tre figli, che veniva ogni mattina per due ore, non riuscendo a passare dalla porta d’ingresso chiave, si presume bloccata dalla chiave infilata nella toppa dalla sua padrona, dopo aver suonato più volte è riuscita faticosamente ad aprire la portafinestra del giardino ed entrare … Il commissario Tonio Buonocore viceversa percepisce subito qualcosa di anomalo in quel suicidio. E questo sarà un problema perché all’inquirente non basterà il suo pur straordinario intuito. .. Servono degli indizi o meglio prove e/o riscontri precisi per smontare la tesi che Lucia Satriano si è tolta la vita e avvallare un’indagine approfondita. Tanto che lui e la sua bella e bruna ispettore capo Lina Garzya, la tecnologica esperta informatica della sua squadra, dovranno impegnarsi alla spasimo e trovare il modo per convincere a non chiudere il caso il sostituto Pierannunzi che, sentite le diagnosi dei luminari medici curanti della donna, si è già lavato la coscienza. E invece, secondo Buonocore, alcuni particolari non quadrano: intanto, a suo vedere, perché qualcuno che ha deciso di suicidarsi prepara la sua cena senza poi mangiarla e si veste con studiata eleganza? E poi perché dal blocco di appunti della signora Satriano è stato strappato un foglio di carta ora introvabile? E perché prima di uccidersi, se l’ha fatto, non ha lasciato qualcosa di scritto per spiegare la sua decisione? Strano no? Bisogna confrontarsi con la realtà ma nessuno della casa e dei dintorni ha sentito lo sparo, o ha visto qualcuno o qualcosa. Insomma dopo aver interrogato la cameriera, il commissario verrà a sapere che la Satriano aveva divorziato da Mauro Mileti e in seconde nozze a cinquant’anni aveva sposato Osvaldo Lubrano, uomo molto ricco e affermato, proprietario della galleria dei Veli che aveva ceduto da tempo a Massimo Picone e morendo aveva lasciato alla moglie il cospicuo vitalizio concordato al momento della vendita sull’utile dell’attività. Buonocore è uno straordinario osservatore e un attento ascoltatore. Con l’indispensabile aiuto dell’ispettore capo Lina Garzya, setaccerà minuziosamente tutte le piste possibili, compreso scavare a fondo nel passato della donna. Per farlo dovrà chiedere particolari ad altri personaggi come il primo marito, un giornalista mai risposatosi dopo il divorzio, ai due medici, il neurologo e lo psichiatra che avevano in cura la Satriano, al nuovo gallerista forse collegabile a commerci poco puliti legati al sinistro quadro del salone e all’unica, pare, attuale amica della morta, una donna colta, molto preparata, conosciuta da poco, alla quale però aveva confidato la recente ricerca di una vecchia amica di gioventù, mai più frequentata. Perché la Satriano doveva ritrovarla? A causa di qualcosa di molto triste e grave che aveva appena scoperto? Sarebbe stata uccisa perché sapeva troppo? O forse perché sapeva troppo poco? O per il suo spietato e crudele egoismo? Uccisa, ma certo! Perché ormai c’è la certezza che si tratti di omicidio. E per risolvere il caso e scoprire il nome dell’assassino a Buonacore ormai basteranno pochi trascurabili elementi quali l’incertezza in una frase, una parola di troppo o magari un gesto istintivo, impossibile da trattenere. Ma anche un’espressione tormentata, celata a fatica possono regalargli una precisa sensazione che, se si rivelasse giusta, potrebbe consentirgli di arrivare alla verità. Una verità che lui ama sempre immaginare come il filo di un aquilone, carico di idee ancora confuse e vaghe intuizioni, sfuggito alla mano di un bambino. Destinato ad allontanarsi e sparire galleggiando alto in cielo, magari per sempre? Ma talvolta invece sarà un qualcosa, il vento o le correnti, a riportarlo indietro, riconsegnandoglielo con il suo prezioso carico. Pronto a fargli trovare la soluzione dell’enigma.Anche stavolta Luceri ci regala un perfetto giallo classico. Un giallo che, dopo la conclusione si è voluto arricchire anche, con un suo racconto “Un gusto un po’ amaro di cose perdute” . Un bel racconto a chiusura del libro con Buonocore in vacanza a Sorrento che, coinvolto dal suo albergatore nell’uccisione di notte, in una stradina del centro di una bella ragazza, risalirà scrupolosamente all’analoga morte di altre due ragazze per scoprire e incastrare il killer.

Enrico Luceri è uno scrittore italiano di gialli. Laureato in Ingegneria, lavora dalla metà degli anni ottanta in società di impiantistica per progetti. Appassionato di Agatha Christie, che è tra i suoi modelli letterari, e del giallo deduttivo, è autore di romanzi, di una settantina di racconti e di sceneggiature, oltre che di saggi sul cinema, tra cui Storia del cinema giallo thrilling italiano presentato a puntate sulla rivista Sherlock Magazine edita da Delos Books.Nel 2008 ha vinto il Premio Tedeschi. Pubblica articoli in appendice alla collana I Classici del Giallo Mondadori, nella sezione “I segreti del giallo.

:: Missione in Corea (Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa) racconto di Shanmei

30 ottobre 2023 by

Con “Ritorno a casa” la saga del tenente Luigi Bianchi in Cina ha termine, ma prima di salutarci con la promessa che forse a Natale uscirà un’edizione deluxe con tutte le novelle e tutti i racconti dedicati a questo personaggio ecco in concomitanza di Halloween una storia di fantasmi: Missione in Corea. Ambientata nel 1903 prima della licenza in Giappone il nostro fa una sosta in Corea, si addentra in treno nell’interno e si ferma in un villaggio per un’indagine del tutto particolare… Streghe, spiriti, fantasmi coreani. Non proprio una storia di paura, ma di inquietudine sì. Un racconto breve, molto breve che magari svilupperò in futuro in un romanzo. Quando avrò il tempo e l’ispirazione come tutti gli altri racconti e novelle. Missione in Corea è una storia anomala nella mia produzione letteraria, un intermezzo se vogliamo, non conosco bene la mitologia coreana, ma ammetto che è un paese che mi affascina molto. Spero di approfondire la sua cultura e le sue tradizioni.

:: ROBERT STONE: DOG SOLDIERS a cura di Fabio Orrico

30 ottobre 2023 by

Autore stimato e affermato nel suo paese, gli Stati Uniti, Robert Stone ha avuto scarsissima diffusione in Italia. Dopo la raccolta di racconti Orso e sua figlia, databile alla fine degli anni ’90, tradotta da Einaudi ma ormai fuori catalogo, l’unico altro suo libro attualmente disponibile è Dog soldiers, appena uscito per Minimum Fax, casa editrice come sappiamo attentissima alla letteratura statunitense. Stone viene giustamente collocato nella collana Classics a fianco di altri nomi illustri quali Yates, Robison, Beatty, Hawkes, O’Hara (e si potrebbe andare avanti a lungo perché l’editore romano nell’ultimo ventennio ha riportato in libreria firme a stelle e strisce imprescindibili). Peraltro, Dog soldiers è forse il più famoso tra i libri di Stone anche presso di noi grazie soprattutto alla (notevole) traduzione cinematografica I guerrieri dell’inferno ad opera di Karel Reisz.

Il romanzo è del 1975 e letto oggi, ben cinquant’anni dopo la sua pubblicazione, è impossibile non restare ammirati per la sintesi sapiente quanto del tutto naturale compiuta dall’autore su temi e interessi squisitamente americani. Dal reducismo che proprio in quel giro d’anni diventava una tematica assai presente al cinema (si pensi a opere centrali come Taxi driver e Il cacciatore) e che peraltro aveva già una sua tradizione forte nel noir del secondo dopoguerra alla celebrazione della vita on the road, l’impossibilità per l’homo americanus di riconoscersi stanziale, la continua ricerca di una fortuna che costringe a restare in perenne, nevrotico movimento e che non di rado passa attraverso il crimine. Stone, tra l’altro, fu amico di Ken Kesey, l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, che lo introdusse al consumo di droghe, pratica che il Nostro imparò molto bene e che trasformò parte della sua vita, per dirla con le sue stesse parole, “in una festa cominciata nel 1963 e poi estesasi al mondo intero”. Tutto questo per dire che le reminiscenze della cultura beat, le istanze della controcultura poi raggrumatesi nei movimenti studenteschi, i neonati culti new age e il credito aperto verso le filosofie orientali intridono letteralmente le pagine di Dog soldiers e ne rappresentano vettori di grande importanza, tanto quanto la violenza, il disturbo da stress post traumatico che attanaglia i protagonisti e i codici hard boiled che Stone padroneggia con rara maestria, tenendosi intelligentemente lontano dai cliché.

Che cosa racconta Dog soldiers? John Converse, giornalista di area radicale, in Vietnam come inviato mette le mani su un grosso quantitativo di droga e decide di tentare il colpaccio: lo affida all’amico Ray Hicks, conradiana figura di avventuriero folle, chiedendogli di contrabbandarla in America e venderla con l’aiuto di sua moglie Marge, a sua volta tossicodipendente. Lui li raggiungerà poco dopo. Cosa può andare storto? Più o meno tutto, a cominciare da un terzetto di agenti della CIA sulle loro tracce e abituati a usare metodi assai brutali per ottenere ciò che vogliono. Questo l’intreccio limitato al suo scheletro, sfrondato di tutte le divagazioni che lo costellano. Sì, perché l’arte di Stone, almeno a giudicare da quest’opera, si fonda orgogliosamente sulla digressione. La prima parte ambientata in Vietnam sembra un Graham Greene sotto acido. Stone mette in scena la routine di uomini e donne febbricitanti nella mente e nel corpo, giornalisti, lestofanti, talmente imbottiti di droghe da reagire col minimo di sgomento pensabile di fronte all’esplosione di un edificio a pochi passi da loro. Quando poi l’azione si sposta in America, ecco che Stone non perde occasione per illuminare in profondità i suoi protagonisti perdendosi in lunghe e meticolose scene di dialogo, talmente dettagliate da restituirci l’aria del tempo, universalizzandola. La prosa di Stone è tanto essenziale quanto sardonica e i suoi personaggi, sballati e cupamente inclini a perdersi, sono anche persone colte, dalle buone letture (Hicks compulsa Nietzsche come fosse un oracolo) e ragionano in termini filosofici di fronte alle armi da fuoco spianate (per esempio, ecco una riflessione di Converse sotto un bombardamento vietcong: “Intuì che il mondo fisico, ordinario, che attraversiamo vagando distratti e pigri andando incontro all’inesistenza, poteva assumere la forma di un potentissimo strumento di morte e di tortura, in qualunque momento e senza preavviso. L’esistenza era una trappola; la pazienza già traballante dello stato delle cose poteva esaurirsi in qualsiasi istante”). Anche la parentesi romantica fra Hicks e Marge viene risolta sbrigativamente, in modo quasi accessorio ma non per questo si rivelerà meno intensa per la risoluzione del plot. Hicks, in particolare, si rivela un personaggio strepitoso, coerentemente bigger than life, uno psicopatico con cui è molto difficile empatizzare (e in questo si gioca forse la differenza più sensibile con la sua incarnazione di celluloide Nick Nolte, peraltro maiuscolo) ma ancorato a un suo codice d’onore e con una visione quasi spirituale dell’esistenza.

Dog soldiers è un romanzo che riesce a essere incalzante pur nei suoi, studiatissimi, rallentamenti di trama, capace di darci il quadro di un’epoca senza pedanterie e insieme è una storia di avidità e ferocia, in pratica ciò che muove il mondo. C’è solo da augurarsi di trovare presto altri titoli di Robert Stone sugli scaffali delle nostre librerie. Traduzione Dante Impieri.

Robert Stone (1937- 2015) è una delle voci più rappresentative del dopoguerra americano. Influenzato da Conrad e Hemingway, spesso associato anche al gruppo dei Merry Pranksters, Stone ha scritto otto romanzi, due raccolte di racconti e un memoir. Le sue opere gli sono valse una candidatura al pen/Faulkner Award, due al Premio Pulitzer e cinque al National Book Award, ottenuto nel 1975 con Dog Soldiers. Minimum fax pubblicherà anche A Hallof Mirrors, Damascus Gate e la raccolta di saggi The Eye You See With.

:: 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive Giacomo Gabellini, (Arianna Editrice, 2022) Recensione di Giulietta Iannone

27 ottobre 2023 by

Sebbene di stretta attualità, e ogni storico sa la difficoltà di analizzare fenomeni storici e geopolitici ancora in corso, è possibile comprendere le origini, gli sviluppi e le cosiddette “responsabilità”, per non parlare delle future prospettive, della “Questione Ucraina”? Ci prova Giacomo Gabellini, saggista e ricercatore indipendente, nel suo saggio 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio edito da Arianna Editrice. Volume che è l’ampliamento, anzi la revisione e riscrittura di un testo precedente, Ucraina: Una guerra per procura che se vogliamo analizzava i fatti prima dell’ “operazione speciale” russa del febbraio 2022. Dopo il 24 febbraio 2022 tutto è cambiato, ma non le premesse di questa crisi, di cui questa data ha definito più che un inizio, un’evoluzione in uno scontro armato ancora più violento e “caldo” dalle ripercussioni e conseguenze imprevedibili. Ma per capire come si è potuto arrivare a questo punto, con tutti i rischi, economici, politici, strategici e geopolitici di un opposizione sempre più diretta Occidente – Russia, è bene partire dal breve excursus storico che Gabellini pone nell’introduzione del volume, che trova i suoi punti nodali sicuramente in alcuni fatti storici insindacabili: il febbraio del 1919, quando durante la conferenza di Versailles si richiese il riconoscimento formale della Repubblica Ucraina; il 1922 quando l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina; l’Holodmor di cui l’Ucraina era rimasta vittima, assieme al Kazakistan, durante i piani di collettivizzazione agraria forzata programmati da Mosca tra il 1932 e il 1933, che causarono milioni di morti per fame, episodio non marginale per comprendere il riacuirsi dei nazionalismi e l’allergia sempre più marcata verso il “controllo” di Mosca, e in tempi più recenti, l’indipendenza dal 1991 e la rivoluzione di Majdan Nezalznosti, che ha dato l’avvio nel 2014 al conflitto interno, proseguito dal 2022 a tutt’oggi, con la conseguente politica delle annessioni dopo referendum non convalidati dal consesso internazionale. Questi fatti più che punti fermi di un’indagine storiografica servono all’autore per delineare le premesse di un fenomeno geopolitico che, come cita il titolo stesso del volume, pone il mondo a un bivio e sposta, forse irreversibilmente, il baricentro dei futuri equilibri e assetti geostrategici. I pilastri del Nuovo Ordine Mondiale come attestati, forse troppo trionfalisticamente, dal presidente statunitense George H.W. Bush dopo la fine dell’Unione Sovietica, mai come in questi ultimi accadimenti hanno vacillato ponendo definitivamente fine a un assetto unipolare in favore di un assetto multipolare che vede inserirsi nel “grande gioco” mondiale potenze emergenti sempre più agguerrite e consapevoli delle proprie ricchezze e potenzialità tra cui la Cina, più consolidata, e l’India, ancora in nuce. La crisi ucraina, con la sua chiamata a schierarsi, ha posto sicuramente una frattura e uno spartiacque nella storia contemporanea, sempre augurandoci che non degeneri in una guerra atomica che come tutti sanno non prevederebbe nessun vincitore e la fine definitiva della storia, non sicuramente nel senso ottimistico che gli attribuiva Fukuyama. La NATO invece di sciogliersi, dopo la caduta del Muro di Berlino, avendo perso il suo ruolo di contraltare del Patto di Varsavia, mai ebbe un ruolo così attivo dalle guerre balcaniche a oggi, e a questo attivismo è imputato il senso di accerchiamento e il gioco in difesa della Russia che vedendo in pericolo i suoi spazi vitali ha senz’altro reagito, forse in modo scomposto, facendo più parlare le armi che la diplomazia, sebbene canali di colloquio sono continuati forse sottotraccia. Certo l’irrigidimento in posizioni di principio, potrebbero aumentare le difficoltà oggettive nel trovare un compromesso accettabile per entrambi gli schieramenti e soprattutto la sospensione di uno scontro armato (lo scontro strutturale ormai, date le premesse, sembra insanabile) mai così pericoloso e destabilizzante per le vite non solo dei partecipanti diretti al conflitto ma di tutti i popoli, che essendo a rischio gli approvvigionamenti energetici, rischiano anche loro in prima persona. Lo spostamento a est della NATO, avversato sia dal segretario alla difesa William Perry, sia da uno specialista del calibro di George F. Kennan, con le sue analisi dolorosamente profetiche (p.75), sembra dunque uno dei punti nodali che hanno portato all’esacerbarsi di conflittualità mai sopite dalla caduta dell’URSS in avanti, ricollegandosi anche alla visione, teorizzata da Zbigniew Brzezinski, dell’Alleanza Atlantica come veicolo dell’egemonia statunitense sul continente europeo, con l’obiettivo, poi forse mai ammesso apertamente, di balcanizzazione della Russia nel tentativo di minare le basi di una potenza, forse ancora percepita come regionale, ma sicuramente valutata come ostile. L’Ucraina resta il focus del libro e le analisi dell’autore vertono a evidenziare tutti i passi succedutisi per giungere al cosiddetto “tintinnio di sciabole”. L’autore si sofferma anche su analisi culturali, economiche e sociologiche tese a sottolinea da un lato l’importanza per la Russia di mantenere rapporti culturali stabili con le comunità russe fuori confine nell’ottica di un proprio soft power vitale per la coesione sociale. Un altro principio cardine anch’esso poco noto è legato al criterio della “disomogeneizzazione etnica” principio che ha creato enormi problemi nel periodo post-bipolare segnato dalla disintegrazione dell’URSS, tra cui la derussificazione forzata, fenomeno già evidenziato da pensatori e intellettuali imparziale e autorevoli come Solzenicyn.

In fine, non tralasciando il fenomeno delle sanzioni e gli ingenti danni strutturali alle economie non solo del paese colpito dalle suddette, ma anche da chi fattivamente le ha applicate, l’autore giunge alla conclusione che la Federazione russa, ovvero Putin e i suoi collaboratori, erano perfettamente consci delle conseguenze che avrebbe innescato l’aggressione dell’Ucraina, e l’alto prezzo da pagare, perlomeno nel breve periodo, ma si evince che nell’ottica di Mosca la posta in gioco fosse ben maggiore e trascendesse ampiamente la semplice “questione ucraina”. Anzi l’obbiettivo principale fosse il riorientamento e il riposizionamento strategico in un’ottica ascrivibile più al lungo periodo. Infatti il deteriorarsi delle relazioni con un Occidente in vistosa decadenza, come conseguenza principale portò la Russia a rinunciare alla sua vocazione europea, (anche Putin coma Gorbachev ci hanno sinceramente provato), vedendo come unica alternativa il protendersi sempre più verso Oriente, allacciando assetti strategici sempre più saldi con la Repubblica Popolare Cinese, e di conseguenza sbilanciando definitivamente i rapporti di forza nettamente a scapito degli USA. Kissinger inascoltata Cassandra. Triste il destino dell’Europa, stritolata tra questi scontri di assestamento tra titani. Queste almeno sono le conclusioni a cui perviene l’autore in questo saggio denso di informazioni, nozioni e correlazioni, forse solo troppo orientato a comprendere le ragioni della Russia, senza analizzare le ragioni dell’Ucraina, vista quasi solo come pedina utilizzata forse anche surrettiziamente nei giochi di potere dello scacchiere internazionale.

:: Diventerò madre di Emma Ciccarelli e Diventerò padre di Pier Marco Trulli, tracce di riflessione per un’esperienza che cambia il mondo (San Paolo Edizioni, 2023) a cura di Giulietta Iannone

27 ottobre 2023 by

Oggi presento due agili volumetti delle Edizioni San Paolo che potranno essere di aiuto a chi si appresta a diventare genitore. Diciamolo subito diventare genitore in Italia sta diventando un’impresa complicata, serve soprattutto una solidità economica che le giovani generazioni non hanno. Ma è un’ impresa che ancora merita attenzione e leggere le esperienze di una coppia che ha vissuto in prima esperienza questa esperienza può essere di aiuto. Diaciamolo la gioia della maternità ( e della paternità) è una delle più intense che ci possano essere, ma non bisogna dimenticare le difficoltà che si incontrano sul cammino anche se non è saggio farci abbattare. Per chi è credente un figlio è un dono di Dio, una nuova vita che oltre a benedire l’amore di una coppia ci da la certezza che Dio non si è ancora stancato di noi. Per chi non è credente una nuova vita è sempre un dono, e può essere cossiderata la realizzazione di una vita, il tramandarsi e il perpetuarsi di una famiglia. Avere un figlio è ancora una grande avventura, un figlio è un individuo che non è detto ci somigli o segua le nostre orme.

Noi come genitori gli dobbiamo affetto, un’educazione, il sostentamento fino alla maggiore età (per legge), poi imparerà a camminare con le sue gambe, a fare le sue esperienze. Già nella Bibbia l’esperienza della maternità e della paternità era una cosa sacra riflesso di Dio (un padre che ci ama come una madre diceva Giovanni Paolo I). Leggere questi due libri, anche in coppia, discuterne con il partner può essere di aiuto se si decide di voler formare una famiglia o se si scopre che una nuova vita si sta affacciando nel nostro mondo. Un figlio non è un rivale, non è un qualcosa da plasmare a nostra immagine e somiglianza. E’ un essere da educare, con amore e tanta pazienza. Innamoriamoci ancora dell’idea di diventare genitori, nonostante tutte le difficoltà e gli ostacoli, sembrano dire questi due libri. Leggeteli, penso vi farà bene confrontarvi con la genitorialità, senza eccessivo timore per il futuro.

Emma Ciccarelli e Pier Marco Trulli sono sposati da quasi trent’anni e hanno quattro figli. Entrambi laureati in Scienze Politiche, condividono una passione educativa e civile che li ha portati a occuparsi dei giovani e delle famiglie, con vari impegni nella propria comunità, nell’associazionismo e nel sociale.

Emma, cresciuta negli oratori salesiani, è Salesiana Cooperatrice. Consulente Familiare, è Vice Presidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari e membro dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia. Da Presidente del Forum Lazio ha realizzato su Roma, con il supporto del marito, una serie di manifestazioni per la famiglia (“E…state in famiglia” e “Settimana della Famiglia”).

Pier Marco è manager in un primario gruppo bancario italiano. Cresciuto nello scautismo, ha fatto servizio come Capo Scout a livello locale e nazionale, coordinando la rivista per Capi della propria Associazione e rappresentandola presso la Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali. Insieme alla moglie sostiene le attività dell’associazione Cerchi d’Onda.

Source: libri inviati dall’editore, che ringraziamo.

Un romanzo e una collana su Lady Oscar a cura di Elena Romanello

26 ottobre 2023 by

A volte, per reinventarsi, non è male ripartire da passioni che ti accompagnano da una vita, che magari nel corso degli anni si sono un po’ sopite o meglio sono state affiancate da altre, ma che puoi riprendere in mano con tutto il fervore di quando eri giovanissimo, ma con in più l’esperienza acquisita con gli anni.
È quello che è successo alla sottoscritta, da tantissimi anni appassionata di cultura nerd e otaku, fumetti, narrativa di genere, film, serial TV e anime, che, da un po’ di tempo, capendo che è impossibile seguire tutto, ha deciso di focalizzarsi su una delle storie fondanti della sua vita, che da oltre quarant’anni la appassiona e la fa struggere: quella di Lady Oscar, nota anche come Versailles no BaraLa Rosa di Versailles, manga ideato da Riyoko Ikeda nel 1972 e anime del 1979 giunto da noi nel 1982.
Scrivo e creo da decenni contributi e contenuti su Oscar, articoli, pagine web, saggi, racconti, ma diciamo che da due anni a questa parte ho dato a questa mia passione un’organizzazione diversa e prioritaria, partendo dai due anniversari dell’anno scorso, cinquant’anni del manga in Giappone e quaranta dell’anime in Italia, e continuando a fare cose, anche perché le soddisfazioni che mi ha dato questo personaggio senza tempo in termini di visibilità e considerazioni non sono paragonabili a quelle di nessun altro argomento di cui mi sono occupata.
Per cui ecco un sito aggiornato quotidianamente, il saggio La Leggenda di Lady Oscar uscito per Anguana edizioni che va ad aggiornare e ampliare miei lavori precedenti (e altri ne verranno), le fanfiction o racconti in tema, una fanzine, l’organizzazione della mostra Una rosa a Torino, la partecipazione a eventi on line e reali e altro ancora.


Tra le tante cose che ho fatto, sto facendo e farò ce ne sono un paio legate ai miei sogni di ragazzina che si sono realizzati in età adulta.
A marzo del 2022, durante una diretta con gli amici del podcast Comics Gear dedicato appunto ai fumetti, un’ascoltatrice ha detto che sarebbe stato bello scrivere un romanzo tratto da Lady Oscar, su modello di quello uscito nel 1982 per il Gruppo editoriale Fabbri, curato allora dalla brava Marina Migliavacca Marazza, oggi apprezzata autrice di romanzi storici, ma con toni un po’ più adulti, che non vuol dire certo snaturare una vicenda già dai toni non certo infantili.
Ho raccolto la sfida ed ho scritto Il romanzo di Lady Oscar La Rosa di Versailles, uscito per Anguana, in cui ricostruisco l’epopea trascinante e tragica di quella che per me è l’eroina per antonomasia, con in copertina una bellissima foto di Rosi Dotti Lady Kurimi a Versailles rielaborata da me, perché sono anche grafica.


La cosa è piaciuta ed ha incuriosito, ma il mio legame con Oscar e i libri non finisce qui. 
Da tempo, ho notato che escono vari libri in cui si omaggiano i classici, da Jane Austen alle sorelle Bronte, senza contare l’interesse crescente che c’è per manga e anime. Lady Oscar offre tantissimi spunti culturali da approfondire, sia dal punto di vista narrativo che saggistico: a lei si legano tante possibilità, saggi, biografie e romanzi storici sul Settecento e dintorni, approfondimenti sulle sue varie incarnazioni e su tutto quello che è connesso, fumetti, poesie, racconti, romanzi e memoir di appassionati.
Per questo motivo è nata la collana La Corte della Rosa, per Anguana edizioni, dedicata appunto ad Oscar e a tutto quello che può essere legato a lei: si parte con quattro titoli, il romanzo De Jarjayes di Paola Elena Ferri, la mia novellizzazione e i miei due saggi Il mondo di Lady Oscar La leggenda di Lady Oscar, e altre cose verranno, guardando anche a traduzioni possibili da altre lingue e raccolta di materiale. Del resto, per pensare a questo progetto, sono partita da quello che piacerebbe leggere a me legato a questo personaggio senza tempo, tenendo conto che c’è molto interesse e molto da costruire, non è un qualcosa di inflazionato, come ad esempio il fantasy, mia passione dove però ci sono non poche difficoltà.
A volte mi guardo indietro, pensando agli anni passati, come è successo a San Donà Fumetto dove ho tenuto una conferenza con mostri sacri come l’impersonator di Oscar Rosi Dotti e la mitica doppiatrice Cinzia de Carolis, e penso a quanto è bello che questa passione sia diventata la mia attività principale e mi abbia permesso di realizzare tanti bei progetti e il sogno di una vita, scrivere. Poi però abbasso la cresta e mi metto all’opera, c’è proprio tanto da fare e meno male.

:: Incontro di Natasha Sgarbossa

25 ottobre 2023 by

Se ne stava seduto a sorseggiare il suo caffè, dando di tanto in tanto un’occhiata al giornale. Una giovane mamma con un bambino piccolo al collo entrò trafelata, posò il borsone che teneva nell’altro braccio all’ingresso della piscina e chiese alla signorina della reception dove si trovasse lo spogliatoio maschile. La ragazza indicò la seconda porta sulla destra. La donna accompagnò il figlioletto maggiore all’entrata dello spogliatoio e andò a sedersi col piccolo, esausta. Era molto carina a vedersi, ma aveva l’aria visibilmente stanca. Lo si leggeva dall’espressione del volto teso, non sorridente. Se c’era qualcosa per cui si sentiva portato era carpire l’animo umano. Leggere le persone, in particolare le donne in cui si imbatteva nel suo quotidiano di padre single. La giovane mamma si legò la folta chioma in una coda di cavallo e porse dei giochini al bambino che ora scorrazzava da un capo all’altro della sala d’attesa. Il piccolino andò verso il tavolo a cui era seduto l’uomo e lui gli sorrise. Il bimbo lo osservò incuriosito, per poi correre a nascondersi fra le gambe della mamma. Lo spiava da lontano e ogni volta che l’uomo gli sorrideva lui si nascondeva, per poi ricomparire. Il gioco continuò per alcuni secondi, poi il piccolo prese nuovamente la rincorsa e tornò da lui una seconda volta e una terza, facendo la spola dal suo tavolino alla sedia della madre, finché cadde e scoppiò a piangere singhiozzando. La mamma si alzò per sollevarlo da terra quando vide l’uomo andarle incontro. “Spero che non si sia fatto male…” Le disse garbatamente. “ No, stia tranquillo, sono più le cadute in questo periodo che altro…” Gli ripose la donna, abbozzando un sorriso. Fu un attimo e si misero a parlare. Di come suo figlio maggiore non amasse il nuoto, ma gli era stato imposto dalla pediatra per la scoliosi e di come lei si sentisse affaticata per il trasferimento nella nuova città a causa del lavoro del marito. Non era facile stare dietro a loro tutto il giorno in un ambiente ostile, come Milano sapeva essere in certi contesti. Inoltre gli confidò di aver recentemente subito il lutto della madre, un dolore che le pesava nel petto. Nel dirlo, si era portata la mano chiusa all’altezza del cuore e lui l’aveva trovata così attraente in quel momento. La ascoltò attentamente, finché non giunse un ragazzino coi capelli ancora umidi dallo spogliatoio. Era bello: biondo con gli occhi azzurri, alto e snello, ma non assomigliava al padre, bruno con gli occhi scuri. Doveva aver preso i tratti materni, pensò la giovane mamma. Il ragazzino salutò educatamente la signora e disse “Andiamo papà?” Carlo si alzò e porse la mano alla donna. “E’ stato un piacere, Carlo.” “Anche per me” rispose lei ricambiando il gesto “Margherita”. Si salutarono cordialmente dandosi appuntamento per il venerdì successivo.

Era così che funzionava.

Carlo Traversi era un bell’uomo, ma non solo. Aveva il fascino di chi ha vissuto intensamente e sa come comportarsi in ogni situazione. Era stato un dirigente dell’Alitalia e aveva girato il mondo. Dopo l’ultimo incarico in Nigeria aveva chiesto il trasferimento in Italia per avvicinarsi alla madre vedova, gravemente colpita da un ictus e per questo costretta sulla sedia a rotelle. Non l’aveva fatto solo perché figlio unico, lui era profondamente legato alla mamma che lo aveva cresciuto da sola dedicandogli anima e corpo. Suo padre era stato un noto cardiologo, ma se ne era andato prematuramente nel sonno a soli quarantanove anni. Sua madre Amalia era rimasta fedele a quell’uomo che aveva tanto amato, pur avendone subito svariati tradimenti, facendo del figlio la sua unica ragione di vita. Il lascito del marito e l’eredità dei suoi genitori, proprietari terrieri pavesi, le avevano garantito un certo benessere ed era stata sua premura indirizzare il figlio, sin dalla più tenera età, all’amore per la conoscenza. Dal canto suo Carlo si era rivelato essere da subito molto intelligente e brillante a scuola, era stato l’amore di sua madre, ma anche il cocco della maestra e il preferito tra le compagne femmine. Si era presto reso conto di esercitare un certo fascino sul genere femminile e aveva immancabilmente imparato ad approfittarsene. Sapeva muoversi, era disinvolto e sicuro, ma allo stesso tempo affabile ed alla mano. Il sesso, scoperto a quattordici anni con una ragazza di diciassette, era il suo elemento. Lo faceva con vigore e trasporto, ne divenne un esperto. Sempre galante, dotato di un’innata raffinatezza, riusciva a conquistare e coinvolgere. Carlo Traversi aveva capito quali corde toccare per colpire nel segno.

A volte si innamorava, ma la sua natura libertina lo portava a posarsi di fiore in fiore lasciando cuori infranti e lacrime amare. Gli bastava virare le vele verso altri lidi per dimenticarsene in breve tempo. Nelle sere d’estate, quando si trasferivano nella casa di villeggiatura al Lago Maggiore, il suo corpo agile sfrecciava sul vespino che gli aveva regalato zio Umberto. Furono anni di grandi avventure quelli del liceo e dell’università. Subito dopo la laurea era stato assunto come Junior Manager da Alitalia spostandosi in vari continenti: due anni a Londra, nella sede di Green Park, poi Stoccolma e Amburgo e ancora San Paolo, Chicago, Sydney, Nuova Delhi e infine Lagos.

Nei suoi spostamenti aveva conosciuto moltissime donne, di ogni tipo, per carattere ed estrazione sociale, ma le sue preferite restavano quelle sposate, che fossero infelici o semplicemente annoiate. Lo intrigava sapere che quelle mogli cercavano in lui ciò che avevano momentaneamente esaurito o perduto per sempre coi loro mariti. Voleva entrare nel loro mondo e conoscerle, trovare la chiave dei loro segreti.

Era affascinato dalle donne, creature complesse e misteriose, inesorabilmente in bilico fra sogno e realtà, inaccessibili nel loro io più profondo. Cangianti come il variare delle sfumature della luce. Forti come leonesse e dolci come il miele. Sensuali ammaliatrici e anime generose. Fragili e determinate allo stesso tempo. Così sapevano essere le donne. Ma c’era molto di più, c’era quel sottile piacere che consisteva nel “soffiare” la donna a un altro uomo. Aveva a che fare con la sfida. Entrare nei loro letti significava vincere sugli altri maschi. Lui sarebbe entrato in punta di piedi nelle crepe dei loro vasi rotti riscattandole da quel torpore carnale e conducendole verso un altro livello di intimità, fisica ed emotiva. E poi le donne impegnate davano tanto, senza chiedere nulla in cambio. Non erano nelle condizioni di farlo, lasciandolo così libero da relazioni inutili.

Prima fu la volta della moglie di un collega da cui veniva spesso invitato a cena, totalmente ignaro delle mire del giovanotto. Si erano conosciuti a un rinfresco natalizio organizzato dalla compagnia di bandiera e aveva subito attaccato bottone con lei, raccontandole di sentirsi molto solo a Londra. Nathalie, questo il nome della signora, non aveva esitato a invitarlo a cena. La prima volta fu uno scambio di sguardi. Lei si era presentata molto seducente e gli aveva lasciato una forte eccitazione addosso. La tresca andò avanti per mesi, finché non fu attratto dalla fidanzata inglese del direttore generale che non fu una conquista facile, ma questo rendeva la caccia ancor più coinvolgente. Col tempo aveva affinato le sue doti: gli bastava ascoltarle, era questo, a dire il vero, ciò che volevano le donne. E lui lo sapeva fare molto bene, carpendone paure e desideri insoddisfatti. Un’abile conversazione e un’assoluta compostezza ne tradivano le reali intenzioni. Carlo Traversi sapeva stare fermo come i grandi predatori sanno fare, appostati per ore ad osservare la loro preda per poi colpire all’improvviso. Ed eccolo provare quella sensazione di potere e di pathos che costituiva la sua linfa vitale. La sua droga. Il sesso divenne la sua ossessione. Il suo potere e la sua condanna. Doveva venire, aveva un desiderio smodato di venire e voleva far godere. Scorgere all’improvviso i segni del piacere sul viso di una donna e sentirne i gemiti all’apice della passione rappresentava nutrimento per il suo ego, in quel preciso istante lui si sentiva immortale. Si sentiva un Dio. Poi però a volte veniva sopraffatto da un senso di vuoto. Si rendeva conto di questa sua inesorabile smania di consumare, ma non poteva farci nulla. Aveva bisogno di farlo. Era un gioco, un gioco di potere perverso. Forse un bisogno di conferme, un vuoto insaziabile da colmare. Ebbe tante avventure, ma venne il giorno in cui non gli bastò più andare con le donne. Una sera, in un night di San Paolo, complice un bicchiere di troppo, ebbe il suo primo rapporto con un transessuale. Poi fu la volta dello scambismo, del voyerismo, dei club privé. Non conosceva limiti di sorta la sua sete di cose proibite. Ad Amburgo, a cena da un collega italiano e sua moglie iniziarono a provocarsi e la serata finì in un ménage à trois. Il brivido dell’eccitazione lo esaltava, ma subito dopo provava un senso di disagio. Tornava a casa e si metteva sotto la doccia per levarsi di dosso quel sudiciume. Quelle porcherie, come avrebbe detto sua zia Olga, che portava la croce al collo e recitava il rosario tutte le sere. Nel profondo, Carlo Traversi era un uomo buono e intelligente, un uomo che era rimasto fedele a sé stesso. Non si era mai legato a nessuna, ma si era innamorato di una che gli aveva spezzato il cuore. Succede sempre così nella vita. Era la bellissima figlia di un diplomatico italiano in India, si chiamava Arianna e abitava in un palazzo principesco. Era una ragazza affascinante e colta, che lo aveva sedotto col potere degli irriverenti. Forse Arianna lo aveva saputo leggere per ciò che era veramente, aveva compreso la sua natura meglio di chiunque altra: lo accusò di voler piacere a tutti i costi e di essere sfacciatamente infantile ed egocentrico. Lo lasciò una sera d’estate e lui, per la prima volta, pianse per una donna e provò dolore al pensiero che potesse essere di un altro. Infine il trasferimento a Lagos, l’ultimo della sua carriera. Ci era andato quasi di malavoglia in Nigeria, ma si era innamorato dell’Africa nera, rimanendone catturato.

Poi, una notte, la telefonata inaspettata di zio Umberto per avvertirlo dell’ictus che aveva colpito sua madre e da allora il bisogno impellente di trasferirsi in Italia il prima possibile. Nel giro di pochi mesi riuscì ad ottenere un posto nella sede di Milano e così, dopo tanti anni in giro per il mondo, tornava a casa. L’appartamento di famiglia di Corso XXII Marzo fu messo in vendita per acquistare un moderno attico in Via De Amicis.

A Milano la vita era molto più frenetica di quando l’aveva lasciata vent’anni prima. Carlo aveva conservato i contatti con gli amici di gioventù, ma erano tutti accasati con prole, per cui anche qui ricominciò di nuovo. Iniziò a frequentare la casa di un dirigente prossimo alla pensione, sposato con una giovane donna dell’est. Al terzo incontro le aveva già infilato una mano nelle mutandine. E continuarono per mesi e mesi a casa di lui dove Katarina dirottava al posto della palestra, oppure sui sedili posteriori della sua Range Rover, finché un bel giorno lei non rimase incinta e l’idillio svanì. Dapprima ne fu letteralmente sconvolto, poi iniziò ad accusare la donna di volerlo raggirare, non sopportava l’idea che potesse metterlo nei pasticci, non avrebbe mai voluto trovarsi in quella situazione e cominciò a dileguarsi. Lui che era sempre passato da un letto all’altro, senza mai davvero scegliere adesso si trovava a fare i conti con la vita che aveva scelto al posto suo. Passarono due mesi, il tempo limite per ricorrere ad un’interruzione di gravidanza, ma Katarina non rispondeva più al telefono e minacciava di raccontare tutto ad Anselmo. Non gli restò che confidarsi con l’unico vero amico di sempre, zio Umberto, che gli consigliò di prendersi le sue responsabilità e di trovarsi un buon avvocato. Carlo aveva cinquant’anni, più o meno la stessa età in cui suo padre se ne era andato nel sonno.

Alla fine Katarina decise di tenere il bambino e fu costretta a confessare il tradimento al marito che era sterile. Anselmo non lasciò la moglie, ma iniziò una dura battaglia legale per il riconoscimento del piccolo a cui adesso Carlo voleva dare il nome. La sentenza durò anni e fu causa di profonda sofferenza ed angoscia, ma quando Nicholas venne al mondo tutto cambiò. O almeno lui si scoprì essere un buon padre. Gli piaceva tenere suo figlio in braccio e fargli il solletico, portarlo al parco accompagnato dalla tata assoldata da Anselmo e Katarina che non lo lasciava un attimo, ma che gli fu confidente. Gli rivelò l’intenzione dei due di trasferirsi all’estero con il piccolo, così che lui non lo avrebbe più visto tanto spesso.

Ci fu un altro momento di scontri, ma alla fine il giudice sentenziò che Nicholas sarebbe rimasto a Milano in regime di affidamento condiviso sino alla maggiore età, così Carlo avrebbe potuto crescerlo con le stesse cure e attenzioni che mamma Amalia aveva riservato a lui.

Dieci anni dopo eccolo aspettare suo figlio nel bar della piscina cercando di indovinare la triste storia di Margherita.

Quella, aveva tutta l’aria di essere una buona caccia.

:: Final witness di Wang Hongja (Il Giallo Mondadori Big, 2023) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2023 by

Storia romanzata di Song Ci, personaggio storico realmente esistito nella Cina del 1200, alto funzionario pubblico precursore della Medicina Legale. Già lessi un libro su questo personaggio storico molto bello, di un autore spagnolo Antonio Garrido, Il lettore di cadaveri, del 2012, questo è narrato da un autore cinese, molto conosciuto in patria, che racconta la storia del suo popolo con piglio documentaristico e grande dovizia di particolari. E’ molto interessante per chi ama la storia antica cinese e credo avrà molto successo soprattutto tra chi ama i romanzi storici avventurosi qui con taglio poliziesco e di indagine. E’ scritto molto bene, da un valente e stimato studioso e ben tradotto dalla coppia di traduttori formata da Davide De Boni e Giulia Maria Campana. E soprattutto aiuta ad avvicinare alla storia cinese i lettori italiani. Avventura, intrighi, giustizia tradita, usanze antiche gli ingredienti ci sono tutti per appassionare e sarà interessante aspettarlo in libreria tra qualche mese. Mondadori ci punta molto su questo incontro di culture e spero verrà ben accolto dai lettori di lingua italiana. Buona lettura.

Wang Hongjia, nato in Cina nel 1953, è un autore e uno studioso della cultura di fama internazionale. A partire dal 1979 ha riportato con successo all’attenzione del pubblico la figura storica ormai dimenticata dell’investigatore Song Ci, oggetto di pubblicazioni, conferenze e produzioni televisive. Con i suoi libri ha vinto numerosi premi, tra cui il Chinese Book Prize. Il romanzo Final Witness, che racconta le imprese di Song Ci, è uscito nel 2019.

Source: libro inviato dal’ editore, che ringraziamo.

:: J-Card di Laura Scaramozzino ([2][5][6] 2023) a cura di Fabio Orrico

18 ottobre 2023 by

Siamo in un futuro prossimo che, secondo le regole non scritte delle migliori distopie, esaspera la realtà presente, ingigantendo ciò che, a conti fatti, è sotto i nostri occhi tutti i giorni. Il centinaio di pagine di cui si compone J-card, ultimo romanzo di Laura Scaramozzino va esattamente in questa direzione. Adele, di estrazione altoborghese, vive in un mondo nel quale i ceti sociali più abbienti hanno il privilegio di possedere la tessera H, documento che consente di accedere a un cibo sano e genuino; la donna appartiene insomma a un’élite che può contare sulla salute del corpo e della mente passando direttamente per il nutrimento. Per tutti gli altri invece, i poveri, indistinto proletariato e sottoproletariato urbano, c’è invece la tessera J e la condanna a nutrirsi esclusivamente di junk food. La vita della nostra protagonista cambia radicalmente quando si trova a far da tutrice a Francesco, un bambino rimasto orfano di quella che era la donna di servizio di Adele: un gesto che, in termini di trama, avrà una ricaduta significativa e dolorosa. Parallelamente Adele gestisce una relazione incestuosa con il fratellastro Carlo, maschio alfa di rara sgradevolezza e si impegna a recidere nel più radicale dei modi il suo legame col marito. Come si può intuire Scaramozzino racconta una storia chiusa in un mondo opprimente, concentrazionario, una realtà dove anche la quiete domestica è esclusa e anzi proprio lo spazio intimo si rivela il più insidioso dei teatri di guerra.

L’autrice aveva già espresso un punto di vista originale sulla fantascienza nel precedente Louise Brooks. Due vite parallele racconto ucronico centrato sull’attrice omonima. Quella di Scaramozzino è una fantascienza minimalista e speculativa che, tradotta in cinema, potrebbe forse somigliare al Godard di Missione Alphaville o al Fassbinder di Il mondo sul filo. Un fantastico, insomma, che non necessita di decor particolarmente caratterizzanti e che anzi trova comodamente posto nelle scenografie più banali. Non così il pensiero che sottende il plot e che anzi attinge i suoi motivi d’interesse alla riflessione contemporanea più urgente. Nella sua scansione severa (un capitolo in prima persona dedicato ad Adele alternato a un capitolo in terza persona con al centro Francesco) J-card ha il coraggio di mettere in scena personaggi con i quali diventa difficile empatizzare ma solo per il timore di riconoscere in loro il proprio egoismo. Le scelte cui via via va incontro Adele sembrano radicalizzare una concezione del mondo particolarmente oscura, in cui anche l’aprirsi a nuovi affetti (l’adozione di Francesco) rivela la volontà (e forse la necessità) di strategie disumanizzanti. In accordo a questo sottofondo morale la scrittura di Scaramozzino non si tira indietro di fronte a una rappresentazione esplicita ma non compiaciuta della violenza che viene resa con rara economia e potenza. Nonostante la sua scarna foliazione (e ciò fa parte del progetto, benemerito, dell’editore 256 che punta proprio alla valorizzazione delle novelle e dei testi brevi) J-card è un libro densissimo, capace di far risuonare in profondità i propri temi che, come già detto, toccano la nostra vita quotidiana e il non sorprendersi di ritrovarli in una storia di fantascienza dà forse la misura della nostra presunzione di specie.