
:: Anna Toscano (Treviso, 12 ottobre 1970- 8 dicembre 2025)
10 dicembre 2025
:: Domenico Catalfamo, Le parole e il tempo (Edizioni Pendragon, Bologna, 2025) a cura di Hala Radwan
7 dicembre 2025
L’insieme dei testi proposti da Domenico Catalfamo configura un itinerario poetico di rara intensità, profondamente radicato nella memoria, nella povertà rurale, nella sofferenza collettiva e nella formazione etica dell’individuo. Come lettrice araba e studiosa di letteratura italiana, ho percepito in queste poesie una vibrazione umana universale che trascende i confini culturali: un’eco di sacrifici, dignità silenziosa e dolore condiviso che parla direttamente al cuore.
Un primo nucleo tematico centrale è la memoria familiare, che in Catalfamo diventa fondamento identitario e spazio etico. In Corpo e sangue, la figura del nonno emerge come simbolo di una generazione provata eppure moralmente integra. L’immagine del pane offerto — «il bianco pane che a te stesso forse e alla nonna togliesti di bocca» — mi ha profondamente colpita per la sua capacità di condensare in un solo gesto tutta la nobiltà del sacrificio umano. E la definizione del nonno come «cristo bestemmiatore senza peccato» racchiude quel paradosso struggente in cui la marginalità sociale si converte in purezza morale. Come lettrice araba, ho ritrovato in questo ritratto la stessa etica del sacrificio che attraversa molte narrazioni popolari delle nostre culture mediterranee.
Anche il rapporto tra temporalità e frattura esistenziale costituisce un asse di grande rilievo. In Sospensione, l’affermazione «il tempo è fermo. / Ma la vita è nell’ombra» restituisce una percezione interiormente lacerata del tempo, una sensazione che riconosco profondamente appartenere ai popoli che hanno vissuto instabilità e incertezze. La memoria, in Ricordo, diventa un archivio fragile: ciò che resta è conservato «nel silenzio dei ricordi», mentre tutto il resto svanisce. Questa poetica dell’intermittenza mi ha toccata con particolare forza, perché riecheggia modi di sentire ampiamente condivisi nelle culture arabe, dove il passato spesso sopravvive più nel cuore che nei fatti.
Le poesie di ambientazione rurale, come Pecorelle, descrivono un mondo contadino lontano da ogni idealizzazione. L’immagine delle pecore che procedono «sotto il peso lungo della vita» è una metafora antropologica potente, attraverso cui Catalfamo restituisce la fatica quotidiana degli ultimi. Leggere questi versi, per me, significa riconoscere una sofferenza universale, la stessa che segna la vita dei lavoratori rurali in molte regioni arabe.
La dialettica tra perdita e desiderio trova espressione raffinata in Amore rustico, dove l’amore non vissuto acquista una forza persino maggiore perché «finì prima ancora di cominciare». È una poetica dell’incompiuto che appartiene a tutte le grandi letterature, ma che qui ho sentito particolarmente vicina per la sua delicatezza emotiva.
L’esperienza della migrazione, centrale nella storia mediterranea, emerge con forza in Il padre dell’emigrante: l’«abbraccio… formalità di un addio» mi ha colpita come una delle immagini più dolorose dell’intera raccolta, perché evidenzia la natura burocratica e forzata di un distacco imposto dalle condizioni socio-economiche: un tema che risuona profondamente anche nei nostri mondi arabi.
In Per i caduti della «Gessolungo», la poesia assume invece una dimensione civile, raccontando la morte operaia senza retorica, come risultato di un sistema che consuma «le carni ancora tiepide d’affetto». Qui, come lettrice araba, ho sentito l’universalità della protesta contro l’ingiustizia e l’ineguaglianza.
Parallelamente, alcune liriche introducono un registro più contemplativo. In Fantasticherie, il sole che «chiude le ferite» indica la possibilità di una guarigione naturale, mentre Asterischi d’autunno rilegge l’autunno come fase transitoria in cui la fine diventa premessa di rinascita: «le cose muoiono per rinascere». Questa dialettica vita-morte costituisce un asse concettuale ricorrente.
La dimensione introspettiva culmina in Solitudine, con la rosa «votata alla morte più che alla vita», simbolo della fragilità umana, mentre in Dolce maestro la perdita di un giovane allievo diventa «tirocinio aspro della morte», un’immagine che mi ha profondamente turbata e che sintetizza tutta la potenza tragica della poesia.
Infine, Testamento chiude la raccolta con una dichiarazione etica limpida: non «casa» né «campi», ma solo «uno smilzo me stesso». Una confessione che, da lettrice straniera, ho avvertito come una lezione universale: l’eredità più autentica non è materiale, ma morale.
Nel complesso, Le parole e il tempo di Domenico Catalfamo si configura come un corpus poetico coerente, in cui memoria, povertà, dignità umana, sofferenza e speranza si intrecciano in un umanesimo essenziale. Come lettrice araba, ho percepito in queste poesie una risonanza profonda con la sensibilità dei popoli mediterranei: la stessa attenzione alla fragilità della vita, la stessa celebrazione del sacrificio silenzioso, la stessa fede ostinata nella dignità dell’essere umano. È un’opera che non si legge soltanto: si vive, si sente, e lascia nel cuore una traccia lunga.
:: Comunicazione importante
3 dicembre 2025Allora nei giorni scorsi mi ha scritto Amazon per segnalarmi che il mio account affiliato non ha ancora generato tre vendite ritenute idonee da quando mi sono iscritta tre mesi fa al Programma di Affiliazione di Amazon.it. La politica del loro programma prevede la chiusura di account non attivi che non hanno generato vendite riconosciute idonee nell’arco di 180 giorni dalla creazione dell’account da affiliato. Quindi se acquistate regolarmente su Amazon, anche libri, passate dai miei link di affiliazione mi garantite piccole percentuali.
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:: Regali solidali 2025- Un Natale di Solidarietà
28 novembre 2025
Si avvicina il Natale e nel budget per i regali si possono inserire i regali solidali della Caritas, un pasto caldo, un’assistenza notturna, una spesa gratuita per le famiglie in difficoltà che faticano ad arrivare a fine mese. A nome di una persona cara si può fare del bene. La provertà è sempre più diffusa e anche i contributi richiesti, a causa dell’inflazione, sono aumentati, 20 euro per un pasto caldo, 40 euro per l’assistenza notturna, 60 euro per la spesa per le famiglie in difficoltà. Chi può, magari rinunciando a qualcosa di superfluo, contribuisca, tendiamo la mano a chi vive in estrema povertà e a volte non ha la voce neanche per chiedere più aiuto.
Per contribuire:
:: Il senso di una fine di Luigi Guicciardi (Damster 2025) a cura di Patrizia Debicke
24 novembre 2025
A Modena, quando dicembre si stringe addosso alla città come un mantello umido e le strade di periferia si fanno più silenziose, basta un imprevisto banale per incrinare la superficie dell’ordinario. Come, per esempio la sosta, forzata da un’imperiosa esigenza fisiologica, che porterà un agente di commercio a imbattersi in un corpo senza vita abbandonato in un fosso. Un macabro dettaglio che spezzando il gioioso ritmo delle feste in arrivo, scuote l’opinione pubblica. La vittima è Franco Guidolin, giovane sommelier, con una vita piena di prospettive e promesso sposo della figlia di Oscar Pioli, titolare della più importante azienda vinicola della zona e candidato alle imminenti elezioni comunali. Una morte che si trasformerà presto in un detonatore, in grado di far esplodere pericolose tensioni sociali e politiche già pronte a emergere.
In questo precario clima cittadino si muove il giovane commissario Giovanni Torrisi, modenese di provincia, trent’anni in meno del celebre Cataldo, protagonista principe di Luigi Guicciardi, ma dotato di una determinazione altrettanto solida e che ha già mostrato la sua stoffa di poliziotto. Torrisi nelle precedenti indagini, ormai siamo alla quarta, ha sempre mostrato quella apparente calma che nasconde una mente rapida, sensibile alle ombre psicologiche e agli indizi spesso inavvertibili a sguardi distratti. Accanto a lui agisce l’ispettore Fabio Carloni, suo collega fresco di nomina e dotato di un’energia più impulsiva, essenza tuttavia opportuna che, bilanciando l’analitico approccio del commissario, regala un prezioso contrappunto umano nella dinamica investigativa.
Tra loro si è creata un’intesa immediata, fatta di rispetto e sostegno reciproco, una buona sintonia che man mano diventa colonna portante nella ricerca della verità.
Modena non è soltanto sfondo, ma un organismo vitale e quasi indispensabile per la trama. Nelle sue fredde periferie e nei suoi vigneti addormentati d’inverno si intrecciano gelosie, ambizioni e rancori. Il passato insinuandosi a ogni passo nella narrazione, riuscirà a falsare ciò che pare limpido, riportando a galla errori stratificati nel tempo.
Nelle famiglie Pioli e Guidolin affioreranno crepe inattese, silenzi custodi di segreti che sanno di vergogna, avidità e vecchie passioni, mentre l’ombra della politica peserà sul caso come una cappa soffocante. Torrisi dovrà avanzare in un labirinto di sospetti che si ramifica oltre la logica. Ogni possibile pista pare quasi volersi aprire per poi richiudersi come una porta sbattuta dal vento.
Quando un secondo omicidio, più feroce del primo, infrangerà quel fragile equilibrio e un rapimento trascinerà l’indagine in una zona ancora più cupa, la tensione cresce costringendo Torrisi a un diretto confronto con il lato più oscuro dell’animo umano. La sua stessa vita sarà in bilico, travolta da una vicenda dove persino i sentimenti paiono terreno minato.
La storia d’amore poi che lo coinvolgerà raggiungerà una intensità nuova, quasi dolorosa, una linea emotiva in grado di amplificare la posta in gioco mentre tutto intorno la città sembra trattenere il fiato.
Guicciardi costruisce questa nuova avventura con la consueta precisione: scrittura scarna e affilata, con una rapida narrazione al presente che imprime ritmo e immediatezza e la capacità di inquadrare in poche linee un personaggio o una emozione. Ogni scena è un frammento, mentre ogni tassello incastrandosi con gli altri fino a comporre un inquietante mosaico, dominato dal peso di un passato che ritorna e distorce il presente. L’autore, forte della sua lunga esperienza nel giallo e nel noir, orchestra una trama rigorosa ma incalzante, adatta a indurre il lettore a interrogarsi sul fragile confine che esiste tra curiosità e morbosità, tra verità cercata e verità temuta.
Ne risulta un romanzo teso, intenso, percorso da una malinconia che aderisce ai luoghi e ai personaggi, accompagnando Torrisi verso un’amara conclusione, dove la rivelazione non libera, ma ferisce. Una storia che cattura e costringe a guardare ove nessuno vorrebbe posare lo sguardo, mentre una Modena fredda, quasi scontrosa continua a tacere sotto il cielo d’inverno.
Luigi Guicciardi, modenese, docente e critico letterario, è autore di una serie di mystery: ha pubblicato per Piemme, Hobby&Work, LCF Edizioni, Cordero Editore, Frilli Editori.
Dal 2020 pubblica con Damster Edizioni: Un conto aperto con il passato (2020), Ai morti si dice arrivederci (2021), I dettagli del male (2022), Il ritorno del mostro di Modena (2022), Il commissario Cataldo e il caso Tiresia (2023), Morte di una ragazza speciale (2023), Donne che chiedono giustizia (2024), Nessuno si senta al sicuro (2024), Morte per un manoscritto (2025).
Il suo personaggio più famoso è il commissario Cataldo. Dal 2022 ha creato un nuovo personaggio: il commissario Torrisi, molto più giovane e dinamico.
:: Davide Mana, un anno dopo
22 novembre 2025
Il 22 novembre di esattamente un anno fa ci lasciava Davide Mana e siamo qui oggi a ricordarlo con quella vena di umorismo e leggerezza che lo caratterizzava, lui che spaziava tra dinosauri, investigatrici dell’occulto e cartografi persi nelle lande cinesi. È passato ormai un intero anno ma manca ancora molto ad amici e lettori e sappi Davide che qui noi non ti dimentichiamo. Poi c’è il suo bellissimo blog Strategie evolutive per chi non lo conoscesse, un tesoro di curiosità, aneddoti, film, musica, buone ricette, scrittura ancora online e un invito a leggerlo, mi ringrazierete, anche per tenere viva la sua memoria. Sapevo di alcune iniziative di antologie per raccogliere i suoi tanti racconti, e le sue novelle, molto scriveva in inglese, per cui penso c’è ancora molto materiale da tradurre in italiano. Spero qualcosa si faccia per conservare la sua memoria, sono certa che chi seguiva il suo lavoro ne sarà solo contento. Non era un un uomo triste, nè si scoraggiava facilmente, anzi mi ha sempre incoraggiata, spronata e valorizzata, per cui queste mie poche righe per ricordarlo cercheranno di conservare il suo spirito arguto e divertente. Era un uomo buono, profondamente buono, generoso e intelligente, forse tra le persone più intelligenti e sensibili che abbia conosciuto. Suo fratello Alessandro, a cui era molto legato, cura il suo lavoro e spero si accordi per pubblicare, anche se in modo postumo, i suoi inediti se ce ne sono. All’estero era molto stimato e conosciuto, tra gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Australia, magari in futuro qualche editor, con cui ha lavorato negli anni, raccoglierà i suoi lavori, anche valorizzando la sua narrativa breve persa tra riviste e antologie. Per chi volesse su Amazon c’è la sua Pagina autore. Se avete già i suoi ebook lasciate anche solo un commento in suo ricordo. Bene sono felice di averlo conosciuto, ed è ancora un piacere leggere i suoi scritti, era uno scrittore davvero pieno di talento, avrebbe meritato di più dalla vita, questo sì, più riconoscimenti, più tranquillità economica, meno grattacapi, ma si sa la vita è spesso ingiusta, ma sappi Davide hai lasciato qualcosa in questo mondo, il tuo passaggio ha avuto un senso e un significato rendendo questo nostro terribile e meraviglioso mondo un posto migliore.
:: Iron Mask – La leggenda del dragone di Oleg Stepchenko (2019)
21 novembre 2025
Dunque vediamo il film di cui vi parlerò oggi si intitola Iron Mask – La leggenda del dragone un action-fantasy sino-russo del 2019 diretto da Oleg Stepchenko, sequel del film Viy – La maschera del demonio, distribuito nel 2015 con il titolo, per il mercato Europeo, di Forbidden Empire che scoprii sul blog di Davide e mi piacque parecchio per cui aspettai con una certa curiosità il seguito che si anticipava sarebbe stato ambientato in Cina. Voi sapete io non amo tanto il fantasy occidentale, ma amo molto quello orientale, e i film di arti marziali, per cui presi con un certo entusiasmo il DVD che mi assicurava il doppiaggio in italiano. Il film riunisce un cast internazionale sorprendentemente variegato, in cui spiccano Jason Flemyng, Arnold Schwarzenegger, Jackie Chan, Charles Dance (fece un pregevole Il fantasma dell’Opera) e Rutger Hauer in una delle forse sue ultime apparizioni cinematografiche. La storia narra le avventure un po’ bislacche dell’esploratore e cartografo inglese Jonathan Green in un viaggio dall’Europa alla Cina, dove si troverà coinvolto in una vicenda che mescola magia, arti marziali, draghi e complotti imperiali.

E’ un film un po’ caotico, i piani narrativi si intrecciano in modo un po’ confusionario ma quando Jackie Chan prende il controllo delle scene di combattimento diventa godibile per eleganza e rapidità, rispecchiando lo stile dei migliori film d’avventura asiatici. A Davide sarebbe piaciuto, si sarebbe divertito come un matto, avrebbe preso una vaschetta di pop corn e avrebbe apprezzato questo film sicuramente ricco di immaginazione e una certa folle anarchia. E’ un tripudio di colori, costumi elaborati, paesaggi da fiaba orientale e ci si diverte. E’ anche a misura di bambino, non ci sono parolacce nè scene di violenza efferata, è meno horror del precedente. Infatti è consigliato per tutti.

Jackie Chan e Arnold Schwarzenegger poi si divertono come pazzi, e sebbene abbiano un tempo sullo schermo piuttosto limitato, le loro scene – soprattutto lo scontro nella prigione – valgono da sole il prezzo del biglietto. L’aspetto visivo è sicuramente il lato migliore di questo film se vogliamo bizzarro, eccessivo e volutamente sopra le righe. Forse chi cerca coerenza narrativa a tutti i costi o un prodotto raffinato potrebbe invece rimanere deluso e storcere il naso, ma per chi ama i film d’avventura “alla vecchia maniera”, è una chicca. E poi è un curioso esperimento, un esempio di coproduzione internazionale che tenta di fondere l’estetica del fantasy orientale con la solida struttura dell’evventura classica europea.

Dal punto di vista tecnico, Iron Mask alterna effetti digitali di buona fattura ad altri decisamente meno convincenti, generando un risultato abbastanza straniante. L’impatto visivo rimane comunque il vero punto di forza, con un uso dei colori e un design scenico tipicamente orientale che catturano l’occhio dello spettatore, e incantano i più piccoli.

Nel complesso, Iron Mask – La leggenda del dragone è un film che punta più allo spettacolo e al divertimento che alla coerenza narrativa: un film imperfetto, certo, a tratti anche caotico, come dicevo prima, ma non privo di fascino per gli amanti dell’avventura fantastica.

E poi diciamocelo, a volte i film caciaroni e senza troppe pretese sono i migliori per passare qualche ora di sano svago, senza troppi pensieri.

Da recuperare anche il precedente, che mi vedrò oggi appena torno dal lavoro, per rinverdire i vecchi tempi, che sembrano sempre migliori del presente. Buona visione!
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:: Visioni di cinema: The Moderns, di Alan Rudolph (1988)
17 novembre 2025
Allievo prediletto di Robert Altman, Alan Rudolph è l’artefice di un piccolo gioiellino sperduto nella cinematografia dei tardi anni ’80 dal titolo quantomai emblematico The Moderns, con riferimento esplicito alla corrente artistica del Modernismo.
Ambientato nella Parigi bohemienne del 1926, il film segue le accidentate vicende di Nick Hart (da notare l’assonanza co Art), interpretato da un ottimo Keith Carradine, pittore squattrinato americano che si guadagna da vivere disegnando schizzi per l’edizione parigina del New York Herald Tribune. Artista di talento, ma dalle alterne fortune, figlio di un affermato falsario d’arte, sembra avere il destino segnato nel seguire le orme paterne e infatti rimasto in bolletta accetta di copiare alcune opere d’arte per conto di Libby Valentin (Genevieve Bujold) amica e mercante d’arte anche per aiutarla ad uscire da un divorzio difficile.

Nel frattempo, reincontra sua moglie Rachel (Linda Fiorentino) da cui non ha mai legalmente divorziato, ora “sposata” in odore di bigamia con Bertram Stone (John Lone), un pericoloso e ambiguo collezionista d’arte americano, con una passione per l’escapologia, espatriato anche lui, che nonostante la sua enorme ricchezza fatica non poco ad essere accettato dal bel mondo parigino. Tra Rachel e Nick riesplode la passione e da qui in poi le cose assumono il tono della farsa più che della tragedia.

The Moderns si svolge in uno scenario evocativo e decadente tra caffè, ristoranti, salotti culturali, palestre di boxe, soffitte e gallerie d’arte, e ci narra una storia che se vogliamo è una severa critica a tutto quello che ruota intorno al mondo dell’arte, dai critici cinici e spietati, agli avidi mercanti d’arte, agli investitori, un mondo chiuso e molto elitario in cui più che giudizi estetici predominano dibattiti economici sull’autenticità delle opere. La mercificazione dell’arte infatti diventa il perno di una critica feroce, sul senso ultimo di un mondo che vive di apparenza, dove la verità e l’illusione si alternano in un susseguirsi di gag semiserie dal retrogusto al curaro.

E se vogliamo questa critica è più riferita alla Hollywood degli anni ’80, che al mondo dell’arte parigina degli anni ’20.
Tra i tanti espatriati incontriamo Hemingway, e Gertrude Stein, animatrice di uno dei più effervescenti salotti letterari parigini, ma non è tanto la ricostruzione storica che interessa al regista più l’atmosfera e lo spirito di un’epoca che ha segnato in modo non marginale l’immaginario del Novecento.
:: Nei luoghi più oscuri di Carlo Lucarelli (Einaudi 2025) a cura di Valerio Calzolaio
17 novembre 2025
Bologna e non solo. 1980, 1939 e non solo. Una giovanissima giudice “la Bambina”, un killer apparentemente insospettabile, Grazia Negro incinta e incerta, una poliziotta che non si fida della collega, un maggiore impazzito in piena guerra coloniale, un commissario di bordo, sospetti e ritorsioni, omicidi. Spiega direttamente il grande Carlo Lucarelli (Parma, 1960) come ci si gira “Nei luoghi più oscuri”: “i racconti vanno via veloci, e non soltanto perché sono più rapidi dei romanzi, ma perché si disperdono più facilmente, antologie, riviste, collaborazioni, prendono direzioni diverse e a volte si perdono. Per questo ogni tanto è bello raccoglierli, inseguirli e ritrovarli, quelli nati da una intuizione improvvisa o da un’occasione, che è come un dito che indica una direzione in cui non avevi ancora pensato di andare. È una mandria di cavalli diversi che una volta riuniti raccontano dove sono stati e tutte le volte è di nuovo una scoperta”. Ovvero un’avvincente affilata tesa sorpresa!
:: Le voci di via del silenzio, Elvira Serra (Solferino, 2025) A cura di Viviana Filippini
17 novembre 2025
“Le voci di via del silenzio”, di Elvira Serra edito da Solferino, è una storia dove due voci lontane e separate si incontrano e confrontano per arrivare alla scoperta di verità, a volte davvero inaspettate. Da una parte il protagonista Luca, ossia un giovane prodigio del giornalismo alle prese con un convento di clausura. Il ragazzo, che sta attraversando un periodo un po’ cupo della sua vita, ha scelto volontariamente di provare questa esperienza per intervistare la madre superiora. Luca è lì, in convento. Ci è andato non solo per lavoro, ma per cercare un po’ di serenità e, soprattutto per dare un senso alla sua esistenza, perché ha bisogno di capire meglio il suo passato e di allontanare quegli attacchi di panico che da troppo tempo lo tormentano. Il giovane sa di essere stato adottato e in lui nasce la necessità di scoprire chi è la madre vera e perché ha deciso di lasciarlo, separandosi da lui per sempre. Accanto alla sua storia c’è quella di Giulia, una navigata giornalista molto attiva e sempre presente nel posto giusto e al momento giusto per raccontare quello che accade. Dai fatti di cronaca nazionale a quelli internazionali, lei c’è ed è pronta a mettere i fatti nero su bianco. Tutto sembra procedere per il meglio, con grandi soddisfazioni e missioni giornalistiche in giro per il mondo, anche se, ad un certo punto della narrazione, la donna abbondonerà ogni cosa per dare una svolta alla sua esistenza facendo un cambiamento radicale che la porterà ad un vivere altro, in un modo del tutto differente. Elvira Serra, con una narrazione dal ritmo incalzante, racconta due vite parallele diverse (all’apparenza), ma con tratti simili che si avvicineranno e confronteranno in modo diretto. “Le voci di via del silenzio” di Elvira Serra è una narrazione dove i protagonisti sono alla ricerca del proprio posto nel mondo, della pace esistenziale nel presente facendo i conti con il passato. Fatti che faranno conoscere Giulia e Luca come a volte certi eventi possano cambiare per sempre la vita della persone, compresa la loro.
Elvira Serra, nata a Nuoro nel 1972, è una firma del «Corriere della Sera», dove si occupa di cronaca e costume, intervista grandi personaggi e cura la rubrica Polaroid. Scrive anche sul blog «La ventisettesima ora» e collabora con i settimanali «Diva e Donna» e «Oggi». Con Solferino ha pubblicato Le stelle di Capo Gelsomino (2019), Tutto da vivere (2021) e la riedizione del bestseller L’Altra (2024). (Fonte Solferino).
Source: del recensore
:: Un’intervista con il Gen. Livio Ciancarella a cura di Giulietta Iannone
16 novembre 2025
Buonasera Gen. Livio Ciancarella, grazie di avere accettato la nostra intervista. Inizierei con una domanda di rito: si presenti ai nostri lettori, studi, pubblicazioni, attività anche non legate alla scrittura.
Buonasera dott.sa Iannone, sono un militare in pensione, ho partecipato a sei missioni all’estero in varie aree delle quali ho approfondito la cultura e le usanze, mi piace la storia e ho pubblicato un primo libro (Sotto un cielo senza confini – storia di un bisnonno fedele all’Austria) nel 2016 che ha vinto il premio Sandomenichino, poi Intrigo in Afghanistan nel 2024 (un giallo poco giallo e molto autobiografico) e infine questo ultimo saggio nel 2025. Insegno gratuitamente Geopolitica e Storia dell’Islam e sono apicoltore, dove imparo molto da questi piccoli esserini.
È l’autore del saggio I primi caduti della Comunità europea – Parlano i sopravvissuti di Podrute – Novi Marof. Un testo molto ben documentato che raccoglie interviste, lettere, atti processuali, foto, mappe. Perché ha sentito la necessità di scrivere questo libro?
Grazie. Ho constatato che nessuno aveva mai sentito i diretti testimoni di un fatto cruento del 1992, i parenti delle vittime, i sopravvissuti e persino la parte che ha aggredito. Inoltre c’era molta incertezza sui dettagli dell’evento.
E come ha raccolto le fonti? Quanti anni ci ha messo?
Un paio di anni. Le interviste sono state un lavoro faticoso perché doveva essere personalizzato e mi interessava coinvolgere più persone possibile. Le fonti principali sono stati gli atti processuali dei tre gradi di giudizio di un evento che ha fatto giurisprudenza nel diritto internazionale, poi le testimonianze dirette, poi i documenti disponibili online comprese le dichiarazioni fatte ai media serbi, infine alcuni dettagli tecnici e cronologici ricostruiti con il confronto delle fonti.
Nell’introduzione scrive che per un soldato peggio della morte è la perdita della memoria, che i fatti siano distorti, occultati o dimenticati. Pensa che sia un sentimento diffuso tra i militari?
Non lo penso, ne sono certo. Questo deriva da anni della mia vita dedicati a svolgere missioni militari all’estero e dal confronto con le memorie di altri veterani in altri contesti. Vede, perdere la vita non è nulla in confronto all’abisso di essere considerati inutili dopo mille sforzi profusi.
Il libro riapre una pagina dolorosa, l’abbattimento dell’elicottero della Comunità economia Europea (diventerà UE solo il 7 novembre 1993 a Maastricht) del 1992. Cosa successe davvero il 7 gennaio del 1992?
Nel 1991 venne avviata la ECMM (European Commission Monitor Mission), una missione disarmata accettata dalle parti che doveva monitorare i tentativi di comporre il conflitto appena scoppiato in Jugoslavia. In quella data un nostro elicottero completamente bianco venne intercettato e abbattuto da un MiG 21 federale (jugoslavo) causando la morte di cinque osservatori, quattro italiani e un francese.
Una storia poco conosciuta se vogliamo, cosa hanno cercato di nascondere? Un incidente o un atto deliberato di Belgrado?
I mandanti sono stati sottoposti a giudizio in contumacia e giudicati colpevoli di strage e crimini di guerra in Italia e in Croazia, non c’è dubbio sulla intenzione deliberata. Più controverso è capire i motivi per cui questo sia stato fatto: inizialmente si era cercato di far ricadere la colpa sui Croati, poi che si fosse trattato di un tragico errore. Esistono molte teorie sui motivi, ma nessuna ha messo la parola fine a questa storia. Forse succederà in futuro, forse no, io ho fatto le mie considerazioni raffrontando il clima e gli eventi contestuali.
È in fondo anche una storia di memoria negata, verso le vittime e l’opinione pubblica. Che conseguenze avrebbe potuto avere?
Viviamo in un mondo di ipocrisie, esaltiamo l’integrazione, ma non sappiamo rendere merito a chi si è speso per questo. Beninteso le medaglie nazionali ci sono state, ma manca ancora un riconoscimento dalla UE per i suoi primi caduti, quasi che una malcelata e incomprensibile real politik impedisca di farlo. Mi ha poi amareggiato constatare la differenza di trattamento per i figli dei caduti in Francia e in Italia, due pesi e due misure indegni di un continente che si dice unito. I conti con la storia possono venire tardi, ma vengono sempre.
E per quale ragione fino a oggi i testimoni, o chi partecipò all’abbattimento dell’elicottero con gli osservatori della Comunità Europea fanno ancora così fatica a parlare e raccontare la verità? Come se lo spiega?
Per i Serbi questo evento costituisce un grande imbarazzo: da un lato si vorrebbero lasciare alle spalle gli orrori ed errori della guerra, dall’altro il partito dei veterani costituisce ancora una forza elettorale influente. Nonostante due tentativi con amici storici non ho da loro avuto risposta alle mie domande che ho comunque pubblicato, con riscontri dai media, in attesa di una futura edizione partecipata. Per i colleghi italiani la ritrosia è meno nettamente spiegabile: vi sono casi rispettabili di rifiuto a riaccendere il dolore e vi sono stati casi di pubblicazione negata a intervista conclusa, come se non si dovesse parlare di certe cose. In parte è una ritrosia tipica di chi ha visto la morte, in parte è timore di conseguenze, quali poi non sono riuscito a capirlo.
Grazie della disponibilità, e se le posso chiedere ha nuovi progetti di scrittura in corso?
Credo che prossimamente lavorerò a un romanzo semiautobiografico ambientato in Libano, una storia d’amore e guerra intrecciata coi luoghi dove il tempo è ciclico (aion), “Il cielo del Libano”. Che gliene pare? Grazie a voi e buon lavoro.

























