:: Blogtour All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion (Baldini e Castoldi, 2013) – prima tappa.

21 ottobre 2013 by

Inizia oggi il blogtour dedicato al romanzo storico All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion di Alberto Custerlina e in questa prima tappa potrete trovare le domande fatte all’autore, alcune foto d’epoca decisamente suggestive legate al romanzo, una gustosissima ricetta del gulasch e qualche riferimento sul periodo storico, la Trieste asburgica del 1902.

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“Davorin s’incantò di fronte a una pasticceria e distolse lo sguardo quando sfilarono davanti a un negozio di biancheria femminile, come faceva sempre il signor Anton quando passavano di lì”

Benvenuto Alberto e grazie per aver accettato questa mini intervista per la puntata N° 1 del Blogtour dedicato al primo episodio della trilogia All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion, che comprenderà poi anche La carovana dei prodigi, e Enigmi nell’oscurità. Innanzitutto perché una trilogia?

Avevo in mente una storia molto lunga, che però avrebbe dovuto essere narrata attraverso ambienti molto diversi tra di loro e sviluppando varie tematiche, quindi ho preferito dividerla in tre parti: la prima parla del confronto tra modernità e tradizione, la seconda di crescita e consapevolezza, mentre la terza tratterà di paura e pazzia. Alla fine, poi, sarà più un trittico che una trilogia.

Come sei giunto all’idea di lasciare il noir, avevi avuto un buon successo con i tuoi romanzi precedenti, e dedicarti al romanzo storico?

Credo sia la naturale evoluzione di un autore che non condivide l’idea di scrivere qualcosa solo perché va di moda. Troppi scrittori italiani hanno cavalcato l’onda delle cronache giornalistiche o delle mode derivate dal mondo delle fiction o del cinema senza credere veramente in ciò che stavano facendo. E i risultati si sono visti. (con poche eccezioni)
E io, che sono uno a cui piace anticipare questi “movimenti” (come ho fatto con i miei noir-pulp, ai quali alcuni giovani autori italiani si sono “ispirati” parecchio), ho deciso che era venuto il momento di tornare alle radici – back to the roots – e di reinventare un genere che riscoprisse la tradizione anglosassone del mystery e la miscelasse al romanzo d’avventura alla Salgari e alla Verne; insomma, una letteratura popolare di stampo marcatamente europeo, con la quale il lettore potesse viaggiare con la fantasia attraverso tempi e luoghi che hanno fatto sognare molte generazioni di lettori.
E adesso ti faccio un regalo e rivelo per la prima volta una cosa che solo pochissime persone sapevano fino a questo momento: l’anno scorso, questo progetto è stato visionato da alcune grandi case editrici, che l’avevano cassato a favore di alcuni noir di cui ho detto sopra, così ora posso togliermi due belle soddisfazioni: godere di un buon successo e mostrare un dito medio.

Scenario del romanzo è la Trieste asburgica del 1902, più alcune parti ambientate tra Hong Kong, Macao e Singapore. Come ti sei documentato? Su che testi, vedendo quali film, documentari, libri di fotografie? Hai usufruito infatti di un discreto apparato iconografico. Alcune foto storiche sono presenti anche in questo articolo.

Il romanzo storico necessita di un’accuratissima documentazione, per cui ho attinto a numerosi media e confrontato molte fonti per essere sicuro che le informazioni fossero corrette. Le fotografie d’epoca sono vitali e per fortuna della Trieste asburgica ne esistono a palate. Poi i giornali, dove non trovi solo le informazioni leggendo gli articoli, ma puoi ottenere moltissime indicazioni sulla vita quotidiana attraverso le pubblicità. Infine, ho letto o riletto molti romanzi scritti e ambientati (più o meno) in quel periodo, da Svevo a Slataper, da Doyle a Dickens (e molti altri). Infine, sulla Trieste dell’epoca asburgica esistono decine di saggi che la trattano da tutti i punti di vista: toponomastico, sociale, mondano, sportivo, politico eccetera.
Per le parti ambientate in oriente, ho utilizzato per la maggior parte la Rete, anche se alcune cose le ho trovate a Trieste, che all’epoca era già in strettissimo collegamento commerciale con il mondo orientale.

All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion è un romanzo di avventura per adulti si potrebbe dire con molti connotati tipici dei romanzi per ragazzi. Davorin per esempio è una sorta di Huckleberry Finn con i capelli rosso carota e ha un ruolo fondamentale nella storia. Perché questa scelta?

Mi ricollego a ciò che ho risposto alla seconda domanda e amplio il concetto. Credo che oggi – nel panorama editoriale italiano – manchi un filone di narrativa che permetta agli adulti di riassaporare le atmosfere che avevano vissuto da giovanissimi leggendo la letteratura per ragazzi. Il successo di Harry Potter tra gli adulti supporta questa mia ipotesi. E allora ecco che arriva Custerlina, che non ha paura di rischiare e s’imbarca su una giunca cinese diretta verso i mari del sud, convinto che un adulto seduto in una comoda poltrona con una tazza di the in mano possa riprendere a fare, con grande soddisfazione e divertimento, il viaggio che aveva interrotto molti anni prima. Naturalmente, nella mia narrazione non mancano alcuni riferimenti “adulti” veri e propri e uno stile di scrittura tutto sommato moderno, ma ciò non toglie nulla al respiro ottocentesco del romanzo.
E in questo senso, Davorin Paternoster è la quintessenza dell’avventura, ispirato ai personaggi di Twain, ai figli del capitano Grant, ai ragazzi di Dickens. E poi, va detto che il mio progetto completo prevede di farlo crescere romanzo per romanzo, fino a ripercorrere, attraverso i suoi occhi, l’incredibile storia di Trieste nella prima metà del ‘900. Ho stimato che mi serviranno 16 romanzi in tutto (la maggior parte indipendenti uno dall’altro). Ce la farò? Non lo so, voi intanto cominciate a leggere questa trilogia.

Quali romanzi ti hanno influenzato, quali autori ti hanno ispirato nella stesura del romanzo?

In parte ho già risposto, ma qui faccio un elenco più preciso: Dracula di B.Stoker, Sherlock Holmes (e altro) di A.C.Doyle, Incontri con uomini straordinari di G.I. Gurdjieff, Oliver Twist di C.Dickens, varie cose di H.G.Wells, ho riletto qualcosa di Lovecraft per le atmosfere, Salgari e Verne, I-Ching, alcune parti dello Zorah e di testi cabalistici, Le meraviglie del creato e le stranezze degli esseri di Zakariyya Al-Qazwini, i romanzi di Mark Twain. E di sicuro mi sono dimenticato qualcosa.

Oltre al rigore storico, hai aggiunto una punta di soprannaturale. Che rapporto hai tu con il soprannaturale, credi esitano poteri extrasensoriali di cui conosciamo ancora ben poco?

Più di una punta, direi! Nella mia vita sono stato testimone di numerosi accadimenti che non ho potuto spiegare attraverso le mie conoscenze tecnico-scientifiche e che mi hanno coinvolto anche in prima persona. Così, ecco spiegato il fil rouge di questo primo romanzo intitolato Il segreto del Mandylion, dove il tema riguardante il conflitto tra modernità e tradizione si può leggere anche in chiave di confronto tra la percezione positivista della realtà e quella esoterica delle manifestazioni soprannaturali.
Del resto il romanzo inizia con questo esergo: Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia (W.Shakespeare)

porto

Il porto

Il miglior gulasch dell’Impero (ricetta alla triestina di Alberto Custerlina):

Per 4 persone. Soffriggere 1kg di cipolla gialla affettata sottile in abbondante olio (meglio sarebbe un bianchissimo strutto di maiale). A cipolla imbiondita, aggiungere 1kg di polpa di manzo tagliata a tocchi (o, meglio ancora, mista al 50% con il maiale e senza togliere le parti grasse), aggiungere un cucchiaio di farina abbondante e mescolare spesso finché la carne non sarà completamente sigillata (all’esterno deve apparire perfettamente cotta). A questo punto, aggiungere due o tre cucchiai di paprica ungherese dolce (se lo si vuole piccante, aggiungere in più la paprika forte nella dose desiderata) e poi il concentrato di pomodoro (da un tubetto, circa 10 cm). Coprire tutto con acqua bollente (anche se sarebbe meglio usare del brodo) e lasciare sobbollire per 3 ore, mescolando ogni tanto e stando attendi ad aggiungere liquido se asciugasse troppo. Servire con gnocchi di patate oppure con Knödel.

giochi di bambiniTrieste fu da sempre una delle più importanti metropoli dell’Impero austriaco, dal 1867 Impero austro-ungarico, grazie al suo porto e alla sua vocazione cosmopolita che ne aveva fatto un crocevia di merci e di idee. Ma la situazione già piuttosto instabile degenerò tra la fine del Ottocento e i primi del Novecento. Ai movimenti irredentisti, che propugnavano il ritorno di Trieste all’Italia, si aggiunse infatti nel febbraio del 1902 lo sciopero operaio proclamato in appoggio ai fuochisti della compagnia di navigazione del Lloyd Austriaco che si trasformò successivamente in uno sciopero generale cittadino. La situazione già drammatica ben presto degenerò e i soldati austriaci agli ordini di Conrad von Hoetzendorf, su ordine del luogotenente del Litorale von Goess, arrivarono a sparare sulla folla, uccidendo decine di dimostranti e ferendone più di una cinquantina. In questo clima si svolsero i fatti narrati ne Il segreto del Mandylion, ed è interessante notare come Storia e narrazione romanzesca si intreccino riportando in vita le atmosfere di primo Nocevento grazie alla capacità evocativa di Custerlina, triestino doc e appassionato di avventura. La gente viaggiava ancora in carrozza, le donne indossavano corsetti e gonne vaporose, ma già i tram sferragliavano sulle rotaie e l’illuminazione elettrica, il telefono, le prime auto iniziavano a  far capolino tra la curiosità e la diffidenza della gente. Il progresso sembrava alle porte e i più avventurosi si accostavano alla fotografia, guidavano spericolati le prime biciclette, usavano le prime torce elettriche con pile a carbone, provenienti dagli Stati Uniti. Sembra incredibile, anche io leggendolo quasi non ci credevo, ma è tutto documentato.

Prossime tappe:

Seconda tappa: SognandoLeggendo
Terza tappa: Strategie Evolutive
Quarta tappa: Helldoom’s Reign
Quinta tappa: Le mele del silenzio

:: Recensione di L’amore ai tempi della neve di Simon Montefiore (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

20 ottobre 2013 by
amore neve

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Scrittore, giornalista, storico Simon Montefiore è un personaggio interessante quanto i personaggi dei suoi libri. Nato a Londra nel 1965 in una famiglia di origine ebraica, sua madre proveniva da una famiglia ebrea lituana, i cui genitori fuggirono dall’Impero Russo all’inizio del XX secolo, mentre suo padre discendeva da una famiglia ebrea di banchieri e diplomatici, Simon Montefiore ha sempre frequentato l’alta società inglese e non è difficile vederlo fotografato con gli stessi reali inglesi.
Sposato con una scrittrice, ha da sempre maturato un grande interesse per la storia russa arrivando a scrivere diversi saggi storici, di cui due incentratati sulla figura di Stalin, che lo spinsero a documentarsi su carte private dello stesso dittatore georgiano, e sembra che lo stesso Putin sia un suo assiduo lettore. Non che ciò deponga o meno a suo favore, ma lo dico tanto per darvi un’ idea del personaggio. Oltre ai saggi ha comunque scritto anche alcuni romanzi, King’s Parade, My Affair with Stalin, e Sasenka, suo primo romanzo pubblicato in Italia da Corbaccio nel 2009.
Ora da pochi giorni è uscito sempre con lo stesso editore il suo nuovo romanzo, L’amore ai tempi della neve  (One Night in Winter, 2013), tradotto da Silvia Bogliolo, romanzo che a quanto pare si giova del grande lavoro di ricerca storica effettuato per i suoi saggi, anche se l’autore ci tiene a precisare che non è un romanzo che parla di politica ma di vita privata: amori giovanili e tra persone più avanti con gli anni, famiglia, figli e sentimenti.
Premetto che mi è giunto inaspettato e probabilmente mi sarebbe sfuggito, come a suo tempo mi è sfuggito Sasenka, chi l’avesse letto avrà il piacere di ritrovare anche in questo vecchi personaggi del primo, pur essendo il romanzo uno stand-alone.
Ambientato in Russia, dal 1945 a fin dopo la morte di Stalin,  L’amore ai tempi della neve è dunque una storia di sentimenti, di quanto anche i sentimenti erano un affare di stato al tempo di Stalin, sempre preoccupato di vedere i suoi più stretti collaboratori rivoltarsi contro di lui, tanto da vedere in un innocuo progetto romantico giovanile di un nuovo governo, una cospirazione antisovietica e filonazista.
Siamo dunque nel 1945, una notte di giugno, alla fine della Seconda guerra Mondiale. L’intellighenzia russa festeggia il potente Stalin, che presiede la parata della Vittoria, complimentandosi per come sia risuscito a sconfiggere i nazisti. Tra i brindisi e i festeggiamenti, due spari e poi a terra i corpi senza vita di due allievi della Scuola 801. Presto Stalin verrà informato, presto le vite di tutti quelli coinvolti saranno attraversate dalla sua feroce caccia per capire se c’è sotto una cospirazione.
La Scuola 801, di via Ostozenka, è una scuola speciale, frequentata solo dai rampolli dei più importanti potenti sovietici. Una scuola in cui un romantico professore ha organizzato un corso di letteratura sulle opere di Puskin, autore che piace molto ai suoi ragazzi. Sono giovani appassionati specialmente dell’Eugene Onegin dove si narra di un duello per motivi d’amore. I ragazzi hanno creato finanche un club degli Inguaribili Romantici.
Un club che è difficile per il potere non vedere come una setta di cospiratori. Si riuniscono in segreto in cimiteri e luoghi pubblici dove recitano poemi di Puskin. Niente di più innocuo, inoffensivo. Ma un giorno una riunione su un ponte finisce appunto con la morte dei due ragazzi. Sembra un suicidio-omicidio passionale, i due si frequentavano, ma viene rinvenuto un quaderno con le date degli incontri del Club. C’è anche un elenco di Segretari e Ministri, nominati dai ragazzi, sempre come scherzo, per un ipotetico nuovo governo. Ma Stalin, ormai anziano, prende tutto sul serio quando c’è in gioco il suo potere. Alcuni ragazzi vengono arrestati e portati nella famigerata Lubianka. Sono tutti figli di persone importanti, e i loro genitori temono per la loro sorte ma anche per la propria.
Un bel romanzo, ottimo affresco di un’ epoca per molti versi ancora sconosciuta, certo sono le storie d’amore dei personaggi che alimentano le pagine, e la figura di Stalin ormai anziano, preoccupato che i suoi più stretti collaboratori vogliano prendere il suo posto è sullo sfondo, tuttavia si legge con interesse. Lo stile è pulito, la traduzione scorrevole. La ricostruzione di Montefiore è parziale, come tutte le ricostruzioni storiche, ma molti personaggi sono realmente esistiti e ancora viventi, come Hugh Lunghi, interprete nei colloqui sta Stalin e Churchill, che è servito come fonte di ispirazione per un personaggio fondamentale del romanzo. Per chi ama i romanzi storici.

Simon Montefiore è autore di saggi storici fra cui Gli uomini di Stalin, Il giovane Stalin e Jerusalem: The Biography, che hanno ottenuto importanti premi e riconoscimenti, e del romanzo Sašenka, pubblicato in Italia da Corbaccio. I suoi libri sono bestseller in tutto il mondo e vengono pubblicati in 40 lingue. Durante le ricerche compiute su Stalin, Montefiore ha avuto modo di intervistare alcuni dei «ragazzi» arrestati nel caso straordinario che gli ha offerto l’ispirazione per L’amore ai tempi della neve. www.simonsebagmontefiore.com

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Carsten Stroud a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2013 by

Iconfinidelnulla-280x428Ciao Carsten. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Carsten Stroud? Punti di forza e di debolezza.

Allora in cosa sono bravo? Amo sentire i personaggi parlare nei libri. I buoni dialoghi penso siano, assieme ai personaggi ben caratterizzati, il modo migliore di narrare una storia. Quindi penso di essere umile abbastanza da permettere alle persone che vivono nei miei libri di raccontare le proprie storie e modellare la propria vita. Odio considerare uno scrittore come un burattinaio, un burattinaio che fa saltare, piroettare i suoi personaggi, in questo modo può raccontare la propria vita non la loro… Io credo veramente che se uno scrittore è fortunato abbastanza da vedere i suoi personaggi prendere vita, allora dovrebbe lasciarli vivere! Penso di essere bravo in questo. La mia debolezza. Penso di essere troppo fiorito, vado avanti per tramonti, per la qualità della luce. Ho detto già abbastanza. E’ sufficiente. Ora sto zitto.

Hai avuto una vita avventurosa. Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua giovinezza.

Mio padre era un ufficiale britannico che ebbe una relazione con la vedova di un ufficiale tedesco a Bad Salzuflen. Io sono stato il risultato. Sono cresciuto nel Gelido Nord e ho sempre sognato di diventare un campione di surf in California. Ho fatto l’autostop per la California nel 1964 e ho scoperto che fare surf in un vero e proprio oceano era molto molto difficile, così mi sono arruolato nell’esercito. Molto poca istruzione e vita da soldato. Ho poi scoperto che ero molto bravo a fare solo tre cose: la guerra, bere e raccontare storie. Ho scelto di raccontare storie. Il resto è storia.

Quando hai deciso che saresti diventato uno scrittore?

Quando ho scoperto che non mi avrebbero fatto combattere, bevendo.

Sei l’autore di Niceville primo episodio di una trilogia thriller-horror – comprendente anche The Homecoming, appena pubblicato in Italia da Longanesi con il titolo I confini del nulla, e The Departure. Iniziamo con una domanda facile facile, tu credi al paranormale? Ti sei mai imbattuto in eventi “soprannaturali”?

Qualche volta… Ho visto cose che si muovono al di là della linea nemica, al buio, nella giungla, cose che non erano davvero lì, ma le ho potuto sentire e la mattina c’erano i segni. E a Venezia, dove mia moglie ed io siamo stati per un po’, ero solito camminare attraverso il Ghetto e le parti più antiche della città a tarda notte, da solo. Mi sono seduto a un tavolo vuoto al di fuori del Florian alle quattro del mattino una volta e ho visto le anime salire fuori dalle pietre e camminare… Nel Montana ho camminato sul campo di battaglia chiamato The Little Bighorn, dove uomini che avevo conosciuto giacevano morti. Queste cose sono successe, e non solo a me. Ma non abbiamo nulla da perdere, perché nessuno ci crede,  ma io ho visto quello che ho visto…

Hai vissuto esperienza di guerra. Sei entrato in contatto con il pericolo e con la paura vera e di conseguenza con il coraggio. Pensi che i tuoi romanzi possano rendere più coraggiosi anche i tuoi lettori?

I lettori si avvicinano ai libri per essere aiutati a sopportare il terrore e le paure che li circondano nella vita reale… non c’e niente che potrei scrivere che possa rendere un lettore più coraggioso di quello che è già, semplicemente alzandosi ogni mattina e andando al lavoro. Il terrore che i libri possano ispirare provengono dall’interno del lettore, lo scrittore può solo aprire le porte… il lettore deve entrare liberamente.

Parlaci della trama di I confini del nulla. Raccontaci un po’ come continua la storia di Niceville.

In Niceville c’erano suggerimenti e indizi sulla storia della città e sulle forze oscure che si muovono sotto di essa. Ne I confini del nulla a queste storie viene data più profondità e bisogna andare indietro nel tempo fino alla Rivoluzione francese e alla Guerra Civile Americana per vedere quanto profondo e da quanto tempo gli antenati di Teague siano stati in combutta con il Nulla; e i gangster Coker e Danziger affrontano ancora più problemi, più sparatorie e violenze che non sono soprannaturali. Nick e Kate vedono più chiaramente nell’anima di Rainey Teague e ciò che vedono è terribile. Tutto è spiegato e nulla è sottinteso, la follia produce violenza. Tutto finisce nel sangue… ma non finisce affatto.

Qual è la scena o le scene preferite in I confini del nulla? Quella più spaventosa.

La mia scena preferita in I confini del nulla è in realtà un intero capitolo, la storia di Hy Brasail, la piantagione in Lousiana, e quello che è successo lì un giorno d’estate del 1840. Un racconto all’interno del libro che ci fa capire le vendette che si sono generate sin da prima della Guerra Civile e  che hanno influenzato la vita di  tutte le persone che vivono a Niceville.
La scena più spaventosa? Alla fine del libro, Nick e Kate convincono un medico a utilizzare l’ elettroshock  per cercare di “curare” Rainey da ciò che vive nella sua testa, e per la prima volta possiamo effettivamente vedere il Nulla. Questa scena mi ha davvero spaventato, e l’ ho scritta.

Il detective Nick Kavanaugh, tuo protagonista principale, è un ex militare con la testa sulle spalle, un uomo concreto, razionale, positivo, che si trova a vivere in una piccola cittadina circondato da eventi che non comprende ma che deve accettare. Perché non scappa, perché resta a combattere il Male?

Come il capitano della Costa Concordia ha scoperto sopravvivere da codardi è come vivere in un inferno, un inferno che rende la vita inutile. Meglio morire, è sempre meglio morire che vivere come un codardo.

Tutto avviene all’ombra di Tallulah’s Wall, e del Crater Sink. Quali romanzi, film, fumetti ti hanno influenzato nella creazione di questo scenario?

Il Divoratore di Anime che vive sul Tullalah’s Wall mi è venuto in mente proprio all’inizio del primo libro, e poi, a metà strada attraverso la scrittura, mia moglie Linda ha scoperto che i primi indiani Cherokee, che vivevano intorno a quello che più tardi divenne Savannah, in Georgia, ritenevano che un demone di nome Tal’ulu vivesse in una profonda gola del fiume e si nutrisse delle anime dei vivi. Quindi stavo scrivendo di qualcosa che non sapevo di essere vero, e poi ho scoperto che era proprio vero.
Il Crater Sink? Ora che me lo chiedi, penso che il film giapponese Ringu – The Ring – potrebbe avermi dato l’idea, ma, mi cito: l’uomo che può scendere in un pozzo e non sentire stringere le budella e accapponare la pelle…  è allevato a temere un pozzo.

Parlaci di Rainey Teague. Come è nato e si è sviluppato questo personaggio? 

Lui è reale. L’ho incontrato mentre stavo lavorando alla Omicidi nella città di New York. Era un ragazzo di dodici anni che aveva ucciso per divertimento, guardando la gente mentre moriva. Lo catturammo vivo. Parlai con lui per ore. Era nato malvagio ed era rimasto tale. Avremmo dovuto ucciderlo. Andò in una clinica psichiatrica e successivamente fu liberato. Avremmo dovuto ucciderlo. Ma non l’abbiamo fatto. Dio solo sa quello che sta facendo ora.

Ti hanno accostato a Stephen King. Condividi questa similitudine. Questo autore ti ha influenzato in qualche misura. Nei tuoi romanzi ci sono omaggi, citazioni, rimandi ai suoi romanzi?

Beh, per quanto ammiri molto il lavoro di Stephen King, trovo che lui sia a tratti volgare e grossolano in modo disturbante. (In italiano) Egli è estremamente offensivo nelle sue descrizioni delle funzioni corporee e le usa come modi per aumentare la tensione e per mostrare carattere, è così volgare da essere fonte di distrazione.
Gli scrittori che ammiro? Dante Alighieri, che ha inventato l’horror e nessuno l’ha mai superato. Pensate all’Inferno. Nel mondo moderno Ambrose Bierce e Edgar Allan Poe, Peter Straub, HP Lovecraft… non ricordo chi abbia scritto L’esorcista, ma, dal momento che sono un cattolico ed ero stato un chierichetto mi ha davvero traumatizzato, aspetta si chiama William Peter Blatty.

Quali sono per te le qualità principali di un buon scrittore?

Ciò che rende uno scrittore un bravo scrittore? Mai e poi mai credere ai propri pregiudizi, sia buoni che cattivi, entrambi, sfidare sempre se stessi per provare di più, mai accontentarsi di una frase ad effetto o di far passare un concetto a buon mercato che è stato detto molte volte in passato. Una combinazione di umiltà e coraggio, e soprattutto, rispettate il vostro lettore e parlateci in modo diretto, come se foste a cena insieme e apprezzasse il vostro fascino e fosse felice di trascorrere una buona serata con voi, come se fosse una signora molto bella, d’accordo!

Se Hollywood si interessasse della tua trilogia. A che regista affideresti la direzione di lavori. Quali attori vedresti bene nelle parti dei protagonisti?

Come regista? Roman Polanski. Ridley Scott. Quale attore per recitare la parte di Coker? Ryan Gosling.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Sì, la primavera prossima, ma prima devo imparare la lingua in modo da non parlare come un pazzo o un idiota!

Ami fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani l’avvenimento più insolito, divertente o bizzarro accaduto durante questi incontri.

Sì, mi piacciono molto. L’aneddoto più bizzarro? Sono stato intervistato in televisione. Il mio intervistatore spense la telecamera. Era ubriaco fradicio. Inizia l’intervista e si addormenta. Mantengono la telecamera su di me e fanno movimenti di rollio con le mani. Io continuo a parlare per un quarto d’ora mentre cercano di svegliare l’intervistatore. Finalmente si sveglia, e puntano la telecamera su di lui, e lui mi ringrazia per la bellissima intervista.

E parlando di soprannaturale. Ho fatto ormai centinaia di interviste, eppure un senso di deja vu mi perseguita nei tuoi riguardi, la sensazione di averti già intervistato, seppure non trovi da nessuna parte questa benedetta intervista. Sei mai stato a Venezia, ne hai mai parlato in un’ intervista?

Pensi di avermi già intervistato? Credi che potrebbe essere collegato a Venezia. Ma non si può riportarlo. So il segreto di questo. Ma non posso dirtelo in pubblico. Te lo dirò quando ci incontreremo. Ma hai ragione, Venezia è la chiave.

I corvi aleggiano come il braccio armato della presenza. Molto hitchcockiano non trovi?

Sì, Hitchock, ma anche gli indiani Cherokee, che hanno creduto in un demone chiamato Corvino Beffardo, era sempre circondato da cornacchie e corvi

Cosa stai leggendo al momento?

I confini del nulla, in italiano, in modo che possa un giorno essere in grado di scrivere in italiano, come le persone che traducono i miei libri.

Che rapporti hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Sono su facebook e invito chiunque a contattarmi lì – in qualsiasi lingua – cercherò di essere divertente. Inoltre ho un sito web – http://www.nicevilleusa – dove potete farmi domande direttamente.

Ho letto in una tua intervista che hai appena finito The Departure. Come ultima cosa, nel ringraziarti della tua disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti per il futuro.

Sì, è vero ho appena completato l’ultimo libro della trilogia. In America si chiamerà The Reckoning – La resa dei conti – e cosa farò dopo? Giulia, cara mia, non ne ho idea… Sono a caccia in questo momento, l’ispirazione verrà da me, probabilmente di notte…

:: Recensione di La cortigiana di Sarah Dunant (Beat, 2013) a cura di Elena Romanello

18 ottobre 2013 by

download-3Da alcuni anni, periodicamente, escono nelle nostre librerie i romanzi storici di Sarah Dunant, inglese ma innamoratissima della nostra Storia e del nostro Paese, in particolare in quella che fu una stagione irripetibile, capace di influenzare poi tutto il resto dell’Europa, cioè durante il Rinascimento, periodo di grande sviluppo artistico ma anche di lotte e di oppressione.
Chi ama la Storia di quell’epoca non può quindi perdersi uno dei titoli recenti della Beat, La cortigiana, ambientato tra due città emblematiche dell’epoca come Roma e Venezia.
Al centro di tutto c’è un’eroina abbastanza anticonformista e insolita, nello stile dell’autrice che non costruisce storie di protagoniste senza macchia e senza paura, cioè Fiammetta Bianchini, una delle cortigiane più belle ed amate di Roma in particolare da un mondo ecclesiastico che non disdegnava di certo il sesso, che cade in disgrazia durante il Sacco di Roma del 1527 ed è costretta a lasciare la Città eterna alla volta di Venezia, dove cercherà notizie della madre, ma dove si troverà coinvolta in furti, intrighi e nela caccia alle streghe.
Questa epopea di una donna in cerca di un suo posto in un mondo in cui fare la cortigiana era una delle poche carriere a loro concessa è raccontata dal punto di vista dell’uomo più improbabile ma nello stesso tempo più fedele della vita di Fiammetta, il nano Bucino, tra fasti e crudeltà, peripezie e momenti di gloria.
Ancora una volta Sarah Dunant ricostruisce in maniera efficace ed appassionante il Rinascimento, s partire dal mondo delle cortigiane, cantate non sempre in maniera lusinghiera dai poeti e ritratte dai pittori, ma anche dal microcosmo di due città, Roma che vide una battuta d’arresto al suo splendore con il Sacco del 1527 salvo poi riprendersi in epoca barocca, e Venezia, allora forse la vera capitale della pensila italica.
Sarah Dunant non sceglie di raccontare di principi e cardinali, ma di figure marginali, vicine ai potenti ma purtroppo non abbastanza protette dai medesimi per cadere in disgrazia, donne e freaks come Bucino, al centro di un universo bohèmien ante litteram, tra pittori, poeti, streghe, prostitute, bigotte e mercenari, restituito con vivacità e modernità senza snaturare il contesto.
Fiammetta Bianchini non è un personaggio reale anche se è vicino senz’altro a tante cortigiane rimaste magari volti anonimi e celebri solo grazie ai quadri, come non lo è Bucino, comunque basato sui tanti nani che divertivano le corti e i palazzi nobilari, sulla base di una moda che veniva dalla Spagna: Sarah Dunant ha voluto dare un nome e una storia alla bellissima Venere di Urbino di Tiziano, e nelle pagine del suo libro compare appunto Tiziano come figura reale, oltre allo scandaloso Pietro l’Aretino, poeta dissacrante che usava le tematiche sessuali come simbolo di eversione.
La cortigiana è un ritratto irresitibile di una donna e di un’epoca, una storia limite nelle miserie e negli splendori umani capace di affascinare il mondo di oggi, che del Rinascimento può ancora per fortuna ammirare parecchi capolavori.

Sarah Dunant, La cortigiana, Beat 10 euro

Sarah Dunant è l’autrice di The Birth of Venus e The Company of the Courtesan, due romanzi storici ambientati rispettivamente nella Firenze dei Medici del 1490 e a Roma e Venezia tra il 1527 e il 1530. Con Le notti al Santa Caterina completa il suo ciclo narrativo dedicato a un secolo della storia d’Italia. Sarah Dunant ha studiato a Cambridge, ha lavorato a lungo per la BBC, insegna Storia del Rinascimento e vive tra Londra e Firenze.

:: Recensione di Il lavoro della polvere di Fabio Pasquale (Zona editrice, 2013)

18 ottobre 2013 by

IlLavoroDellaPolvereIl lavoro della polvere, edito da Zona nella collana Contemporanea, è il romanzo d’esordio di Fabio Pasquale. Un romanzo breve, più che altro un racconto lungo, forse un noir se vogliamo a tutti costi classificarlo in un genere codificato e stabilito.
Narra la storia di un uomo, senza nome, un uomo qualunque, senza qualità, un modesto impiegato di banca in una città senza nome, forse del nord Italia. Ho pensato alla Lombardia. Non Milano, una città più piccola, di provincia.
Un giorno, forse stanco della routine quotidiana, della sua vita monotona e senza futuro, organizza un piano per dare una svolta. Si crea una falsa identità su Facebook, e avvicina un giovane, Manuel, un fattorino di pizza a domicilio. Il piano è conoscere tutto della sua vita, ogni dettaglio, ogni particolare anche il più minimo, perché sono i dettagli che fanno la differenza e fanno funzionare le cose. Niente deve essere lasciato al caso. Poi il piano procede.
L’idea è rubare dalla sua stessa filiale una grande quantità di denaro e lingotti d’oro. Uccidere Manuel e prendere il suo posto. Sono quasi identici, e l’uomo ha fatto di tutto perché si assomigliassero ancora di più. E’ dimagrito, si è tagliato i capelli, ha copiato il tono di voce. In un mondo dove molti sbiadiscono sullo sfondo, un gioco da ragazzi. Nessuno si accorge dello scambio, né Salvatore il padrone del negozio di pizze, né la polizia presa in una indagine svogliata e approssimativa. Ma poi l’imprevisto. La vicina di casa di Manuel bussa alla sua porta.
Come dicevo è una lettura piuttosto breve, si impiegano poche ore, anche meno se si è curiosi di scoprire se il protagonista la farà franca o meno. Come dicevo è un noir, vediamo la vicenda dalla parte di un ladro e di un assassino, un uomo fino a quel momento, normale, incanalato nei binari della retta via. Cosa lo spinga a mettere in moto tutta la vicenda non è dato sapere, forse l’avidità, la noia, Fabio Pasquale non da molte giustificazioni, evidenza solo che uccidere è facile, e quando lo fai una volta poi non ci metti niente a continuare a farlo. La scrittura è originale, curata, i dialoghi sono rari, preferisce raccontare, tratteggiare personaggi e ambientazioni.

Fabio Pasquale è nato a Milano nel 1973, dove vive e lavora. Laureato in Scienze dell’informazione si occupa da circa un decennio di consulenza IT per il mondo della finanza. Il lavoro della polvere è il suo primo romanzo. A dicembre uscirà un suo racconto per l’antologia 365 Racconti di Natale, curata da Franco Forte

:: Recensione di I confini del nulla di Carsten Stroud (Longanesi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

17 ottobre 2013 by

confini nullaEccoci di nuovo a Niceville, ridente e solare (quanto le apparenze ingannano…) cittadina del Sud degli Stati Uniti, simile per certi versi a tante cittadine di provincia che hanno popolato i racconti sulfurei di Stephen King o i film malsani e onirici di David Lynch. Si sa la linda e irreprensibile provincia americana nasconde mostri e a Niceville sicuramente non mancano. A Niceville alberga il Male, entità ben poco filosofica e capace di entrare nella vita delle persone con le più funeste conseguenze.
Abbiamo conosciuto Niceville e i suoi personaggi nell’omonimo romanzo che da l’avvio alla trilogia thriller – horror di Carsten Stroud ed ora ne I confini del nulla, (The Homecoming, 2013) secondo episodio della medesima, sempre edito da Longanesi e tradotto da  Michele Fiume, veniamo a conoscenza di sempre nuovi dettagli di questo puzzle in cui soprannaturale e trama poliziesca si intrecciano con bizzarre e insolite conseguenze. La paura serpeggia sinistra, o meglio più che paura la potrei definire inquietudine, non che poi sia infatti un horror esplicito, molti romanzi di Stephen King mi hanno messo molta più paura, tuttavia anche la trilogia di Stroud non scherza, e se lo leggete di notte, attenti alle ombre e agli scricchiolii.
Dunque cercherò di non perdere il filo della trama, pericolo piuttosto insidioso dato il modo piuttosto ellittico di raccontare di Stroud. Innanzitutto è bene avere fresco in mente il romanzo precedente, e per chi l’avesse letto l’anno scorso, è bene fare un piccolo ripasso giusto per fare il punto della situazione. (Vi consiglio la lettura della mia recensione di Niceville.) Comunque l’autore fa espliciti rimandi svelando parti del romanzo precedente quindi sarebbe imperdonabile non tenerne conto.
I confini del nulla riprende esattamente dove Niceville finiva: uno stormo di corvi vola in formazione contro un aereo e lo fa precipitare in un campo da golf. Eviterò di dirvi chi c’era a bordo e cosa stava trasportando, limitandomi a dirvi che il soprannaturale non è estraneo a questo incidente. Due poi sono le sottotrame principali  che si dipanano parallele: le conseguenze della rapina in banca finita nel sangue che aveva visto protagonisti Charlie Danziger, Cocker, e Merle Zane, a cui si collega la fuga rocambolesca di Byron Deitz, deciso a uccidere i veri responsabili e prendersi il bottino, (se non fosse che un misterioso killer a pagamento lo segue passo passo) e gli avvenimenti legati al piccolo Rainey Teague, (il ragazzino scomparso nel romanzo precedente e ritrovato in una cripta), ora affidato a Nick Kavanaugh e Kate Walker.
Allora non dirò troppo per non rovinare i momenti di suspense e imprevisto, (ce ne sono meno che nel capitolo precedente) tuttavia vi basti sapere che Cocker sarà un osso duro e sarà difficile da tenere a bada, Merle Zane conserva i suoi segreti mettendo a  dura prova il senso della realtà di Nick Kavanaugh, e tra sogni, allucinazioni, specchi come porte di mondi sconosciuti, fantasmi che avvertono di pericoli, ragazzini che parlano tra loro linguaggi sconosciuti, non c’è di che annoiarsi.
Tutto ciò che rimane in sospeso, troverà “forse” spiegazione nell’ultimo capitolo della trilogia probabilmente incentrato sul personaggio di Rainey Teague. Qualche ipotesi sulla piega che potrebbero prendere i fatti me la sono fatta, anche se Stroud ha l’abilità di spiazzare con un certo anarchico gusto per l’assurdo e il bizzarro. Ma ho la sensazione che qualcosa continuerà sempre a sfuggirci, e forse è proprio questo il fascino di questa serie. Meno adrenalinico del primo, ma sicuramente un bel romanzo. Divertente, ironico, scritto e tradotto con originalità e un pizzico di sovversiva oscurità.

Carsten Stroud, uno scrittore bestseller in cima alle classifiche del New York Times e vincitore di numerosi premi letterari. Nato nel 1946 in Germania da madre tedesca e padre canadese, vive a Toronto. Prima di diventare un autore best seller internazionale è stato cronista di nera in un piccolo giornale della California e poliziotto nella squadra omicidi di New York.

:: Recensione di Sette vite e un grande amore. Memorie di un gatto di Lena Divani (EO, 2013) a cura di Elena Romanello

17 ottobre 2013 by

copertina_1239Di libri sui gatti, animali domestici misteriosi e affascinanti, ne sono usciti in questi anni davvero tanti, dalle guide pratiche alla struggente storia del gatto di biblioteca Dewey, dalle storie spassose di Doreen Tovey ai gialli di Lilian Jackson Braun, tutti pronti a raccontare storie intorno all’unico appartenente alla famiglia dei Felini che è stato addestrato dagli esseri umani, pur mantenendo la sua indipendenza e il suo desiderio di libertà.
Tutti i felinofili o quasi hanno anche la loro biblioteca fornita in tema, tra foto, libri di illustrazione, manuali e romanzi: ebbene, merita un posto anche questo delizioso libretto agile e lettterarialmente dotto, grande successo nel 2012 in una Grecia che in questo momento ha purtroppo altro per la testa, ma che ha trovato il tempo di appassionarsi a questa storia d’amore insolita e straordinaria, sospesa in un tempo che è quello di oggi ma è fuori dal medesimo.
Una storia d’amore al centro di tutto quindi, quella tra Madamigella, scrittrice dalla vita isterica e sregolata, sempre in viaggio e incapace di costruirsi dei legami seri, e Zucchero, gatto ironico che sta vivendo la sua ultima vita dopo varie peripezie nella Storia nelle sei vite passate, che si trova per caso nella vita  e nella casa di Madamigella, dalla quale non uscirà più fino alla sua dipartita, portandole affetto e insegnandole forse a dare un senso a tutto.
Sette vite e un grande amore racconta il mondo di oggi visto dagli occhi di un gatto, quando di solito nella letteratura felina erano gli esseri umani a narrare, costruendo un microcosmo di incontro tra due creature diverse ma complementari, tra momenti di ilarità e momenti di gran commozione, anche se non si raggiungono i toni patetici di per esempio un libro come Io e Marley. Un libro che si fa leggere e che racconta cose care a chiunque ama i gatti, ma che alla fine parla di cose universali, i sentimenti, la voglia di dare un senso alla propria vita, la perdita degli affetti, il voler ricominciare, il sapersi creare un rapporto speciale con l’altro.
Più che vicino a libri bellissimi come Io e Dewey o Omero gatto nero Sette vite e un grande amore si rifà alla letteratura felina di Celine, Colette, Baudelaire, persino di un Edgar Allan Poe, anche se là i toni erano decisamente diversi. Qui non c’è horror, ma il riflettere su quanto una creatura altra da te sotto tutti i punti di vista possa darti molto e quanto ormai sia presente nel nostro modo di vivere il rapporto irrinunciabile con animali come i gatti e i cani che condividono le nostre vite, tra alti e bassi, fin da tempi antichissimi.
Per cui, Sette vite e un grande amore è un libro imperdibile per i felinofili ma interessante anche per chi vuole capire qualcosa di più su questo amore per i gatti e che comunque ama un libro scritto bene e non in modo banale. L’autrice Lena Divani, professoressa di diritto, è già autrice di romanzi, per adulti e ragazzi, pièces teatrali e saggi. Una delle tanti voci interessanti da un Paese che viene ormai citato per altro.

Lena Divani, Sette vite e un grande amore, E/O, 16 euro e 50

Lena Divani è nata a Volos nel 1955. È docente associato di Storia della politica estera presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Atene «Giovanni Capodistria». È autrice di saggi scientifici, sette volumi tra romanzi e raccolte di racconti, un’opera teatrale, un libro per ragazzi e ha partecipato a due romanzi scritti a più mani tra cui Il mio nome è Nessuno – Global Novel (in Italia pubblicato nel 2005 da Einaudi). Crocetti ha pubblicato il romanzo Le donne della sua vita.

:: Luigi Bernardi (1953 – 2013)

17 ottobre 2013 by

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Nell’anniversario della morte di Luigi Bernardi avvenuta il 16 ottobre 2013 ripropongo queste mie parole ancora oggi attuali.

Si è spento ieri nella sua Bologna, Luigi Bernardi.
Se frequentate il mio blog, avrete letto mie recensioni dei suoi libri.
Era un grande scrittore. Attento, intelligente, severo, essenzialmente con se stesso, generoso e sincero.
Una bella persona.
Forse in vita non ha ottenuto il successo letterario che avrebbe meritato, ma penso che in realtà non era il successo quello che cercava. Ogni suo commento, ogni suo giudizio non era mai superfluo, inutile, aveva il dono di “vedere” oltre le cose e dentro le persone. Non a caso molti scrittori devono a lui la possibilità di fare il mestiere che fanno. Più che vedere riconosciuto il suo talento, voleva che fosse riconosciuto quello degli altri.
E la sua ironia, la sua sferzante sincerità, il suo amaro disincanto, ne facevano una persona rara, infinitamente necessaria in questo nostro mondo editoriale e non solo.
E’ stato un editore, un traduttore, un appassionato di fumetti, un talent scout, e uno scrittore e resterà un amico, per molti. Perché aveva il dono di farti sentire suo amico anche se solo l’avevi incrociato a qualche fiera o presentazione, o avevi scambiato con lui qualche mail.
Per chi non l’ avesse conosciuto di persona restano i suoi libri, e il suo blog sul Fatto Quotidiano, qualche post in cui ci parlava di sé, della sua vita che purtroppo non vedremo mai raccontata in una sua autobiografia. Il progetto c’era, ma non ha fatto in tempo. E di cose da insegnarci ne avrebbe avute ancora tante.
Ora non c’è più, mancherà a molti. E i morti vanno lasciati in pace.
Questo è il mio ultimo addio a Luigi, o più che altro un arrivederci. Presto o tardi tutti passeremo oltre. Il difficile è spendere al meglio il tempo che ci resta.

:: Recensione di Non avere paura dei libri, Christian Mascheroni, (Hacca edizioni 2013) a cura di Viviana Filippini

15 ottobre 2013 by

mascheroni“Mia madre e mio padre sono i libri che avrei voluto scrivere, che avrei voluto leggere, nonostante gli errori di battitura, i refusi, le bruciature, gli angoli piegati. Sono i libri che riapro e rileggo, dai quali ottengo risposte, che mi suscitano nuove domande. Sono libri che non ingialliscono col tempo e che del tempo conservano il profumo, lo spessore, la ruvidezza e la leggerezza, il peso e il volume, lo sguardo”.

Leggo libri per piacere di leggere, anche se questa è una mia passione tardiva e ho molto da recuperare, ma legger libri mi ha portato a considerare il fatto che loro non sono solo un assemblaggio di carta, parole  e pagine. I libri sono sì quelli di carta che ho letto, leggo e leggerò, ma per me i libri sono anche le persone che ho incontrato, che incontro e che incontrerò. Ci sono libri belli e appassionanti, dolorosi e non, ma ogni libro, come ogni persona conosciuta, lascia un qualcosa in noi. A dare conferma a questa mia convinzione ci ha pensato Non avere paura dei libri di Christian Mascheroni edito da Hacca. Il titolo è composto dalle parole che la madre dell’autore gli ripeteva spesso quando era bambino, a dimostrazione del fatto che i libri sono amici silenziosi, i quali grazie alle parole che li costituiscono possono donare molto a chi li legge. Nel libro, Mascheroni mette i tanti libri letti e quelli ancora da leggere, ma allo stesso tempo questo volume racconta il legame di Christian con i genitori. Ci sono l’autore, il padre Gino, un tipografo pompiere, la madre austriaca Eva e la miriade infinita di opere letterarie che per il trio sono una parte integrante della famiglia. Il piccolo mondo dei Mascheroni non è composto solo da pagine di storie scritte, ma anche di vita vera e Christian narra non solo la comune passione viscerale per la lettura, ma anche il rapporto con il padre e con la madre afflitta da sempre da una profonda depressione. Una malattia che inciderà nel tempo sulle relazioni tra le parti, senza mettere mai in crisi in modo definitivo il sentimento d’amore tra Christian e i genitori. Mascheroni parla di sé e della madre amica, sorella e a volte bambina. Una donna con un passione ossessiva per la lettura, un bisogno così inteso che in certi momenti della sua vita Eva non esitava ad allontanarsi per ore dal marito e dal figlio, compiendo solitari viaggi senza meta in pullman o in treno solo per leggere e trovare nelle pagine stampate un po’ di sollievo dai tormenti della vita quotidiana. E così Christian ci racconta della madre che leggeva in ogni momento della giornata, lasciando segni indelebili tra le pagine dei libri (buchi fatti dalla cenere della sigaretta, briciole di cibo, macchie di ogni tipo), perché lei i libri li viveva, li amava e li conosceva come persone in carne ed ossa. Questo libro è sì un’autobiografia di un bambino che, pagina dopo pagina, diventa adulto raccontandoci di sé e del suo mondo, ma allo stesso tempo Non avere paura dei libri ci dimostra quanto quello che noi facciamo, diciamo e in questo caso leggiamo sono segni della nostra personalità e del nostro modo di essere e vivere. È come se Mascheroni ci volesse dire che ogni libro letto ha lasciato qualcosa in noi. Non avere paura dei libri è una bella storia di vita vissuta, di sentimenti, di affetti umani e letterari, ma dal mio punto di vista questo è un omaggio d’amore di un figlio verso i genitori che non ci sono più, che però vivono e vivranno sempre nei libri comprati, letti e regalati in casa Mascheroni. E ricordate, che non solo non si deve avere paura dei libri, ma come Eva insegnava a Christian: “I libri vanno baciati in fronte”.

Christian Mascheroni è autore televisivo per Mediaset e Mtv, è autore e volto con Marta Perego del programma tv “Ti racconto un libro” (IRIS) e degli speciali dedicati al mondo della letteratura. Ha esordito nel 2005 con il romanzo Impronte di Pioggia (L’Ambaradan) al quale sono seguiti Attraversami (Las Vegas edizioni, 2008) e Wienna (Las Vegas edizioni, 2012). Scrive per il blog di «Glamour» (Hounlibrointesta.glamour.it di Chicca Gagliardo).

:: Recensione di Piovono sassi dal cielo di Francesca Boari – (Cicorivolta Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

15 ottobre 2013 by

PIOVONO_SASSI_DAL_CIELO_2“Ti sei mai chiesto perché ha smesso di chiamarci mamma e papà? Ci sta giudicando, inizia a capire e ad esprimere una rabbia che non deve avere semplicemente perché la colpa dei padri non può ricadere sui figli. Il tempo che resta dobbiamo volgerlo al senso e restituirgli quella pace e quell’equilibrio di cui ha bisogno per crescere forte e che fino ad oggi la nostra presunzione gli ha negato”.

Un marito e un padre ripiegato su se stesso, ostile alla vita e alla bellezza di un figlio, rintanato in un dolore fisico e psicologico che lo annienta e da cui non riesce a liberarsi. Una moglie ed una madre rimasta sola a raccogliere i cocci di una vita alla deriva e a salvare le apparenze di una famiglia che non esiste più. Sono loro i protagonisti dell’ultimo commovente libro della scrittrice ferrarese Francesca Boari.
Al disprezzo per l’uomo un tempo amato, si contrappone l’amore incondizionato della donna per il figlio, un bambino già grande nella sua visione del mondo, già consapevole dello sfacelo che sta travolgendo i suoi genitori. Una sofferenza da cui neppure la madre riesce a salvarlo: due occhi attenti e giudicanti a cui nessun genitore potrebbe sottrarsi.

Mi rendo conto che devo inventare, inscenare, tirare la mia pelle rugosa e rattrappita, asciugare le lacrime, guardare il sole di questa giornata e assorbire l’energia che mi serve per arrivare a sera”.

La malattia diventa la causa e il simbolo del disfacimento di una coppia incapace di affrontarla e di combatterla. Così l’uomo descritto in queste pagine appare come l’artefice della propria distruzione, nonostante la forza della donna che lo affianca e l’affetto del proprio bambino che non vuole arrendersi al pensiero di perderlo.
Un padre senza coraggio e un marito senza prospettive: è quello che ci descrive, in prima persona, la protagonista di questa pagine drammatiche. Una confessione a muso duro che non lascia spiragli all’amore, ma tradisce una necessaria rassegnazione alla fine dell’uomo, un tempo amato, quale unica possibilità di salvezza per ciò che rimane della famiglia.

Piango, urlo, ti detesto. Non so chi insultare, non so dove contenere questo orrore che mi invade senza difese sufficienti, non so cosa farmene di tutti questi oggetti che mi circondano, che non ho mai chiesto, che non mi hai lasciato nemmeno il tempo di desiderare. Li prenderei e li lancerei lontano. Vorrei picchiarti, insultarti, vorrei non averti mai conosciuto. Vorrei smettere di soffrire. Vorrei fare l’amore e venirtelo a raccontare. […] Vorrei l’abbraccio della gioia. Non lo ricordo più”.

L’autrice ci regala un ritratto impietoso e sofferto della coppia: ancora una volta è la donna a doversi fare carico delle conseguenze dell’amore. Di contro un compagno e un padre inadeguato al proprio ruolo: l’ombra di se stesso e di ciò che è stato. A colmare il vuoto lasciato dal marito, subentra il legame esclusivo con il bambino tanto desiderato e ora vittima egli stesso della pericolosa ingenuità dei genitori. Come accade spesso nella coppia in crisi, i figli diventano capri espiatori, parafulmini inconsapevoli delle frustrazioni degli adulti.
La scrittrice ferrarese è molto brava a dare voce alla delusione della protagonista che, più giovane, aveva osato sognare una vita felice al fianco dell’uomo scelto come marito e padre dei propri figli. All’illusione segue il tempo della consapevolezza e dell’amarezza, scandito da giorni tutti uguali in cui si compie, inesorabile, il loro destino. La scrittura raggiunge momenti di grande liricità, dove la protagonista rivolge il proprio sguardo e le parole sul figlio: “Vorrei chiederti perdono per quello che non ho avuto la forza di risparmiarti. Vorrei giurarti che d’ora in poi i sassi li pesteremo noi e non ci cadranno più in testa”.

Francesca Boari, nasce e vive a Ferrara. Su estense.com, quotidiano d’informazione ferrarese, tiene un blog molto seguito, dal titolo Diventa quello che sei. Già autrice di Il prezzo del riscatto (2008), Aldro (2009).

:: Segnalazione di Writers#1 – Gli scrittori (si) raccontano

14 ottobre 2013 by

writersMilano, Frigoriferi Milanesi, 19 – 20 ottobre 2013

Orario 14 – 23 | Ingresso libero

Info 02 73981 –

www.writersfestival.it

Ai Frigoriferi Milanesi, accanto al Palazzo del Ghiaccio, il 19 e 20 ottobre 2013 torna Writers #1. Gli scrittori (si) raccontano: un circo letterario e narrativo, nel senso più serio e divertente del termine, un’occasione per ritrovarsi assieme a scrittori, poeti, attori e musicisti in due giorni di incontri e racconti, nella suggestiva cornice di luoghi che coniugano tradizione e avanguardia, arte e cultura, inventandosi modi diversi di avvicinare pubblico e lettori,  sparigliando il linguaggio con agganci all’arte, alla musica, al teatro, alla memoria di odori e sapori.
Molti gli ospiti che hanno confermato la loro presenza e accettato di raccontarsi attraverso i loro libri o le loro passioni nel clima informale e conviviale che caratterizza la rassegna, confrontandosi e dialogando con altri scrittori o giornalisti: Stefano Bartezzaghi, Alessandro Beretta, Alessandro Bertante, Matteo B. Bianchi, Simone Caltabellota, Matteo Campagnoli, Francesco M. Cataluccio, Cristiano Cavina (interrogato dai ragazzi di un liceo), Simona Colombo, Paolo Di Stefano, Igino Domanin, Luca Doninelli, Giorgio Fontana,  Valentina Fortichiari, Massimo Gardella, Laura Guglielmi, Marina Mander, Marta Morazzoni, Antonio Moresco, Aldo Nove, Tullio Pericoli, Paolo Piccirillo, Nicoletta Polla-Mattiot, Max Pisu e Carlo Casti, Paola Ronco, Alberto Saibene, Luca Scarlini, Alessandro Schwed (in anteprima per Writers con il nuovo libro in uscita a fine ottobre), Matteo Terzaghi, Filippo Tuena, Andrea Vitali.
Come per la precedente edizione, anche quest’anno Writers  dedica ampio spazio agli autori esordienti, con 4 appuntamenti per L’ora dell’esordiente: due nuovi scrittori a confronto ogni volta accompagnati da critici e giornalisti culturali. Emanuela Abbadessa e Daniele Bresciani dialogano con Marta Perego, Lilia Bicec e Sabina Spada (che qui anticipa il suo libro in uscita a fine ottobre) con Gabriella Grasso,  Francesco Formaggi e Giovanni Cocco con Annarita Briganti, Elisa S. Amore e M.J. Heron con Lorenzo Viganò.
A conclusione della rassegna, domenica alle 21, il dj set di poesia Parole Note, con Mario De Santis, Valerio Millefoglie, Giancarlo Cattaneo e Maurizio Rossato di Radio Capital.  Con letture live di Milo De Angelis, Vivian Lamarque e Aldo Nove.

:: Segnalazione di Il Festival del Giallo a Cosenza

14 ottobre 2013 by

cropped-head1Da venerdì 18 a domenica 20 ottobre si terrà a Cosenza nel Palazzo di Piazza XV Marzo, per la direzione artistica della giornalista Cristina Marra, la II° edizione del Festival del Giallo, organizzato dalla Provincia di Cosenza e dal suo Assessorato alla Cultura.  Tema di questa edizione “Io, Detective”. Ospite d’eccezione il danese Jacob Melander, che presenterà per la prima volta in Italia il suo romanzo di esordio, Nei tuoi occhi, edito da Giano.  Tra gli altri ospiti Massimo Carlotto, Maurizio De Giovanni, Margherita Oggero, Donato Carrisi, Luca Poldelmengo  e molti altri.  Tra i moderatori Luca Crovi, giornalista e scrittore, uno dei massimi esperti di noir in Italia, Marco Piva del blog “Corpi Freddi” e il giornalista di Repubblica, Sebastiano Triulzi.  Per maggiori informazioni e il programma completo delle giornate potete visitare il sito dell’iniziativa.