:: Recensione di La chiave inglese di Frank Gruber (Polillo, 2013) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2014 by

MA-16.qxdScritto in una settimana, La chiave inglese, (The French Key, 1940), edito da Polillo nella collana I Mastini e tradotto da Francesca Stignani, è il romanzo con cui Frank Gruber raggiunse il successo e poté ottenere una relativa sicurezza economica dopo un esordio a dir poco difficile, tra disoccupazione e lavori precari per la mera sussistenza. Tipico pulp writer iniziò a scrivere racconti per i principali pulp magazines americani, (cito per esempio Black Mask, uno forse dei più conosciuti), sia western, che polizieschi ma anche di fantascienza, sia a suo nome che usando pseudonimi come Stephen Acre, Charles K. Boston o John K. Vedder. Ma non solo, oltre ad essere un prolifico scrittore fu anche uno sceneggiatore per il cinema e uno scrittore di script per la televisione, cito per esempio la sceneggiatura de La maschera di Dimitrios de Jean Negulesco, tratto dall’ omonimo romanzo di Ambler, o la sceneggiatura e il soggetto del film di Walter Colmes tratto da La chiave inglese. Per chi volesse approfondire la conoscenza di quest’autore c’è una sua autobiografia dal titolo The Pulp Jungle (1967), una miniera di informazioni e aneddoti che ricostruiscono non solo la vita di Gruber ma il clima e l’ambiente dei pulp writer. (Rimando qui alla voce di wikipedia in francese per la piuttosto dettagliata bibliografia).  Tornando al romanzo La chiave inglese e una detective novel ricca di umorismo e d’azione, caratterizzata da una trama piuttosto intricata ma piena di colpi di scena e rocamboleschi escamotage capaci di alternare tensione e sorrisi. I dialoghi sono brillanti, un po’ caustici, ma ricchi di verve e colti, capaci di creare un mix piuttosto bizzarro e originale, forse tipico del clima newyorkese della fine degli anni 30. Protagonisti, Johnny Fletcher e Sam Cragg, (che compariranno in altri 13 romanzi e in alcuni racconti), due venditori di libri, sorta di commessi viaggiatori sui generis, che il caso e il mero desiderio di sopravvivenza trasformerà in detective dilettanti seguendo le tracce di una preziosissima moneta d’oro che trovano nella mano di un cadavere abbandonato nella loro stanza d’albergo. Tutto ha inizio infatti con una chiave che non entra in una serratura. Non pagando l’affitto di una stanza del 45th Street Hotel di New York, i nostri si ritrovano infatti costretti a saltare dalla finestra della stanza accanto (occupata da una bellissima ragazza) per poi scoprire appunto il cadavere di uno sconosciuto con la gola squarciata. Chi può averlo ucciso? Di chi è quella moneta che stringe in mano? Chi gli sta telefonando? Fletcher e Cragg prendono la moneta, e iniziano una sorta di fuga che li porterà a contattare un numismatico, nemmeno troppo onesto, per poi scoprire che la moneta vale addirittura 10.000 dollari. Varie vicissitudini li porteranno in una miniera abbandonata, ah già c’è anche una miniera, un tesoro, pupe da capogiro, come in ogni pulp che si rispetti… ma adesso ho detto troppo. Buona lettura, un po’ vintage, ma non certo meno gustosa.

Frank Gruber (1904-1969), originario di Elmer, in Minnesota, trascorse la giovinezza nella fattoria di famiglia e svolse diversi mestieri prima di trasferirsi a New York nel 1934 e intraprendere la carriera letteraria. Esordì scrivendo racconti per i pulp magazines, le riviste popolari che a partire dagli anni ’20 formarono una nuova generazione di giallisti americani. Autore straordinariamente prolifico, ha lasciato una vastissima produzione: oltre 300 racconti pubblicati su 50 diverse riviste (firmati spesso con pseudonimi), circa 70 sceneggiature per il cinema e 150 per la televisione, più di 60 romanzi sia di genere poliziesco sia western. Come racconta nella sua autobiografia, The Pulp Jungle (1967), Gruber riuscì a conquistare il successo solo nel 1940 con La chiave inglese (The French Key). Scritto in una settimana, il romanzo, da cui nel 1946 fu tratto un film, gli diede fama internazionale ed è presente in tutte le liste dei migliori gialli del 1940. La coppia di protagonisti ritornerà successivamente in tredici libri. Altri due famosi personaggi creati dalla sua penna sono Oliver Quade, soprannominato l’“Enciclopedia Umana” per la sua memoria prodigiosa, che compare in una serie di racconti, e Simon Lash, un detective privato nonché un appassionato collezionista di libri rari americani (come lo stesso autore).

:: Recensione di L’amaro dell’immortalità. La metamorfosi del Cardo, Massimo Tallone (Fratelli Frilli editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2014 by

imagesSecondo voi un uomo può perdere la testa per un animale abbandonato? Sembra assurdo, ma è possibile e l’amore sentito è quel sentimento passionale che travolge il Cardo – sgangherato e simpatico personaggio nato dalla penna di Massimo Tallone – che per amore decide di rimboccarsi le maniche e trovarsi un lavoro. Cardo è così travolto dai sui nuovi sentimenti da non voler rivelare a nessuno quello che sta vivendo. I suoi amici della bocciofila notano in lui dei cambiamenti troppo evidenti per passare inosservati, tanto che Angela, l’amica amante del Cardo, comincia a provare un gelosia sospettosa. Ma chi è Cardo? Il Cardo è un clochard piemontese – come il luogo di ambientazione delle sue avventure- con l’estro della pittura e sarà proprio grazie alla sua capacità di realizzare perfetti trompe l’oeil e all’invito di Rombo, che il protagonista de L’amaro dell’immortalità si troverà a lavorare a Monforte, in un’antica villa circondata da vigneti. Il modo in cui Tallone descrive il vecchio palazzo e l’atmosfera che lo permea mette la giusta curiosità nel lettore spingendolo a girare pagina per capire cosa caspiterina accadrà al protagonista. La suspense aumenta in parallelo al manifestarsi di una serie di doppi sensi di situazioni e di parole che circolano tra il Cardo e il suo committente – uno strano e misterioso commendatore bloccato a letto da un terribile malattia- fino a quando l’uomo che ha assoldato il primo attore della narrazione si convince che Cardo sia l’unico conoscitore e possessore della ricetta di un antico elisir di lunga vita. Lo scanzonato clochard non ha la più pallida idea di cosa sia la pozione magica, visto che lui si accontenta solo di buon vino, ma per uscire dai guai decide di assecondare i suoi aguzzini senza rendersi conto che tale scelta gli complicherà parecchio la sopravvivenza. Cardo sarà scortato da Rombo nei meandri di un antico convento nel quale le vicende del presente e gli eventi del passato si mescoleranno mettendo a dura prova la resistenza psicologica e fisica del personaggio creato da Tallone.  L’amaro dell’immortalità. La metamorfosi del Cardo è la nuova avventura con protagonista il simpatico Cardo pronto a mettersi in gioco per amore, Ribò, il compagno fidato dei romanzi precedenti, in questo libro è solo evocato dal protagonista nei suoi ricordi. Cardo è una persona che vive alla giornata, senza una stabilità economica, ma questo non gli impedisce di avere degli amici, qualcuno da amare e allo stesso tempo di sperimentare rocambolesche avventure che gli lasciano, ogni volta, indelebili ricordi e anche dei segni. Tanti sono i personaggi comprimari che ruotano attorno a Cardo e, non a caso, fondamentali sono gli amici della bocciofila che rappresentano per lui una famiglia da preservare e amare, anche se a volte non ha il coraggio di confidare loro tutto quello che gli capita o che gli passa per la testa, compreso il sentimento d’amore per l’asinella Nella. Cardo è sincero, spontaneo, è un uomo spesso concentrato a riflettere sul mondo e sulla strana, direi grottesca, umanità che lo abita. Il personaggio nato dall’estro di Massimo Tallone è simpatico, magari a volte si esprimersi senza seguire le tipiche regole del galateo, ma credo che il suo modo di pensare, di riflettere, di osservare la realtà circostante lo renda un esperto esploratore del mondo e dell’io umano. È vero, Cardo non consocerà i personaggi illustri che gli cita il commendatore e altri luminari della scienza, ma le sue maniere di agire, fare e pensare mi permettono di associarlo ad un vero e proprio filosofo, in questo caso di strada, che da ogni esperienza vissuta impara a conoscere il senso della vita.

Massimo Tallone (1956-2044, data scaramantica) è nato a Fossano (CN) e vive a Torino. Ha pubblicato il giallo Ribò e il cadavere volubile, CET, Torino (1998), il saggio A bottega dal maestro di cazzeggio, CET, Torino (1998) e, con Daniela Munari, Andar per ombre (2001) e, Furore. Un fiordo nel Mediterraneo, Corte Edizioni (2003). Nel 2009 ha pubblicato con UTET il Dizionario ironico della cultura italiana. Per Fratelli Frilli  Editori ha pubblicato i gialli Piombo a Stupinigi (2007), Veleni al Lingotto (2008), Doppio inganno al Valentino (2009), L’enigma del pollice (2010), La manutenzione della morte (2011) tutti con protagonisti Ribò è il Cardo. Per edizioni e/o sono usciti Il fantasma di piazza statuto (2012) e Il diavolo ai giardini Cavour (2013).

:: Segnalazione di “360° di rabbia” di Elena Mearini (Koi Press, 2013) a cura di Natalina S.

12 gennaio 2014 by

cover-224x300“Il dolore non è onnipotente. Ma lo può diventare. Se ogni volta che lui passa tu t’inchini”.  Con 28 anni sulle spalle e 35 chilogrammi di speranza dentro al cuore, Vera ci restituisce la sua, dolorosa, esperienza dell’anoressia. Frasi brevi come singhiozzo di pianto soffocato e passi lenti e misurati, in un incastro perfetto di similitudini e metafore, descrivono cause e conseguenze di una problematica che è prima di tutto un grido di attenzione. L’anoressia è rabbia che implode; rifiuto che esplode; in Vera in un cratere di sensazioni zampillanti che s’acchetano in un mare di speranza verso se stessa e chi ha seminato amore. “360° di rabbia”, di Elena Mearini, uscito nell’ottobre 2009 per Excelsior nella collana acquario, da novembre 2013 anche in edizione digitale per Koi Press, è una lettura a cui avvicinarsi con pazienza e sensibilità, stesse caratteristiche richieste a noi, granelli indispensabili di questa società, spesso sordi al richiamo di aiuto.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Lavora per diversi anni per una compagnia che si occupa di teatro ragazzi. Conosce poi la realtà del disagio occupandosi di laboratori in carceri e comunità. Nel 2009 esce il suo primo romanzo “360 gradi di rabbia”, edito da Excelsior 1881, nel 2011 pubblica per Perdisa pop il romanzo ” Undicesimo comandamento”. Dal 2010 collabora col settimanale “Vita no profit”, raccontando in chiave letteraria fatti di cronaca. Collabora con la rivista letteraria “Atti impuri” e con la casa editrice NoReplay. Cura la raccolta di racconti “Latte, chiodo e arcobaleno” per NoReplay Editore, firmando un racconto. Partecipa come autrice alla raccolta di racconti ” Vacanze milane”, a cura di Luca Doninelli. 2013-pubblica la silloge ” Dilemma di una bottiglia” per Forme libere Edizioni. Premi e riconoscimenti: 360 graddi rabbia- premio Gaia Mancini Undicesimo comandamento: premio Gaia -Mancini Premio Unicam- università di Camerino. Finalista al premio Maria Teresa di Lascia- Vincitore Premio Perelà 2013 ebook: racconto Roxanne per Lite editions racconto. Fa quasi male, fa quasi amore- Meme publisher.

:: Recensione di Il caso editoriale dell’anno – Anonimo (Edizioni Anordest, 2013)

7 gennaio 2014 by

anonimoAnche se mentre mi vestivo per andarmene ho avuto l’impressione che Margherita fosse sveglia e facesse finta di dormire, come se sperasse che me ne andassi senza svegliarla, senza dire nulla, senza spiegazioni di sorta.
Poi magari lei dormiva veramente e quindi adesso ho un motivo in più per odiarmi, o anche solo per disprezzarmi.
Non lo so, ma veramente mi interessa di saperlo?
Veramente mi interessa quello che pensa Margherita?
Veramente mi interessa cosa pensa chiunque nei miei confronti?

Vi propongo un gioco. Una piccola licenza creativa da critico dilettante, postmoderna, ebbene sì il gioco, il divertissement è terribilmente postmoderno, come le citazioni colte, i rimandi, gli scambi di persona, i doppi, le assenze, le sparizioni. Discutevo di postmodernismo con un amico, che in modo acuto, e neanche troppo esagerando, definiva la nostra epoca, con crisi e disperazione generalizzata, un’ epoca da tragedia, non da dotti equilibrismi intellettuali. Ma in fondo si può parlare di cose serie scherzando, e mascherare (cos’altro un autore fa se non questo) la realtà, a volte squallida, desolata, gretta, con la calda luce dell’intelligenza.
Il gioco che vi proponevo di fare poc’anzi è di continuare a considerare anonimo l’autore di questo libro, Il caso editoriale dell’anno, (anche se il mistero è stato svelato, sebbene in che modo non so, forse anche questo meriterebbe una storia a sé) e perciò non ne farò il nome, anche se è un testo così personale, così ricco di impronte narrative, che per chi conosce questo autore, avendo praticato da lettore il suo mondo, anche senza disvelamenti, o coups de théâtre, l’identità è certa.
Quindi mi riferirò all’autore come all’Anonimo[1], in un gioco di identità fittizie, presunte, di immedesimazioni, non troppo vertiginose, di scambi di persona, perché non fatevi abbagliare dalla patinata apparenza, questo libro, a dire il vero assai sottile, scritto con tono spumeggiante e marcatamente autoironico, è più profondo e serio di quanto volutamente voglia apparire. Si parla di identità, fittizie o reali, si parla dei concreti dubbi, paure, speranze, insicurezze che affliggono uno scrittore, che sia mediocre o geniale poco importa.
Sì, certo è una satira del mondo editoriale italiano, (e il passatempo vagamente sadico di chi sarà chi, chi avrà ispirato quale personaggio, può cadere in derive che credo l’autore non desidererebbe), un pamphlet metafisico, travestito da romanzo, con personaggi, dialoghi, scenari riconoscibilissimi e volutamente ricercati. Lo stile è elegante, raffinato e lievemente eccentrico, come sono i gusti di uno scrittore che veste sempre di nero, che ama autori come Nooteboom su tutti, o Amis, Houellebecq, DeLillo, McInerney, o ascolta musica volutamente poco commerciale ma dal fascino indefinito.
Stranamente fino adesso ho parlato poco del libro e molto dell’autore, rimedierò dicendo che è scritto in prima persona, al presente. Narra il successo improvviso e immeritato(forse) di uno scrittore abituato fino ad un istante prima a porte in faccia e a bazzicare il purgatorio (economico) della piccola editoria. Poi il colpo di genio: cercarsi un agente, mediamente onesto, brillante, conoscitore delle regole del gioco, e  da quel momento si aprono per  lui le porte dorate della grande editoria, delle fiere letterarie, dei premi, delle presentazioni in università prestigiose o in grandi librerie.
Traduzioni in tutte le lingue del mondo, soldi a palate, donne pronte a tutto per compiacere il grande autore, il miraggio del Nobel, ma come nel Faust c’è un prezzo da pagare quando si avverano i sogni più spinti di un uomo (uno scrittore) e in un certo senso si vende l’anima alle regole del business. Il prezzo che il nostro paga è prima l’insicurezza e poi il prosciugamento della sua vena creativa, l’incapacità di scrivere anche solo una pagina decente. (L’esempio di scrittura dello scrittore superfamoso, è faticosa, davvero, spezzata per stile e contenuti, dal resto del romanzo. Della serie so anche scrivere in modo noioso. Attenti.) Un contrappasso ben crudele, più doloroso del cinismo e del sarcasmo di un romantico che guarda un mondo che vorrebbe migliore, con debolezze e mancanze.
In un cameo, Luigi Bernardi, colto nel suo volto più schivo e refrattario al presenzialismo tout court (e non ostante questo credo sarebbe stato felice di comparire in questo romanzo.)


[1] Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962. Ha studiato giornalismo. Ha pubblicato raccolte di racconti, come “Harley-Davidson Racconti” e “Generazione di perplessi”, e romanzi, tra cui ricordiamo “Anche i lupi mannari fanno surf”. Le sue opere sono state pubblicate in antologie e su innumerevoli riviste letterarie. È membro del comitato scientifico del festival letterario “Letture corsare” che si tiene ad Alba.

:: Recensione di Lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela (Feltrinelli, 2013) a cura di Michela Bortoletto

7 gennaio 2014 by

nelson mandelaTrad. di Adriana Bottini, Ester Dornetti e Marco Papi

“Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare. Adesso mi sono fermato un istante per riposare, per volgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, per guardare la strada che ho percorso. Ma posso riposare solo qualche attimo, perché assieme alla libertà vengono le responsabilità, e io non oso trattenermi ancora: il mio lungo cammino non è ancora alla fine.”[1]

Queste sono le parole con cui termina Lungo cammino verso la libertà  di Nelson Mandela. Questi sono i suoi pensieri i giorni successivi alla sua liberazione. Dopo 27 anni di carcere, dopo quasi mezzo secolo impegnato nella lotta per la libertà del popolo sud africano, dopo aver perso un figlio senza aver avuto la possibilità di dirgli addio, dopo due matrimoni falliti per i suoi ideali, dopo una vita dedicata agli altri, nel momento della libertà i primi pensieri di Mandela furono rivolti al futuro che doveva ancora arrivare, all’impegno che ad esso avrebbe dovuto dedicargli. Perché nella vita di Nelson Mandela non c’è stato mai riposo ad eccezione dei suoi ultimi anni di vita. Ha dedicato tutto sé stesso alla causa dell’emancipazione del popolo nero in uno stato dominato dai bianchi. E la sua lotta non si è conclusa con la sua liberazione, ma è andata avanti fino alla sua recente scomparsa.
Lungo cammino verso la libertà è la sua autobiografia, scritta in gran parte e di nascosto durante gli anni del carcere a Robben Island, un isolotto al largo della costa di Città del Capo.
Nato nella regione del Transkei e destinato a ricoprire l’importante ruolo di consigliere nella sua tribù, Mandela capisce presto di non esser realmente un uomo libero. Non si può essere liberi in un Paese dove vige la legge dell’Apartheid, dove un nero non ha gli stessi diritti di un bianco, dove un uomo è considerato inferiore solo per il colore della sua pelle: “lentamente ho capito che non solo non ero un uomo libero, ma non lo erano nemmeno i miei fratelli e sorelle; ho capito che non solo la mia libertà era frustrata, ma anche quella di tutti coloro che condividevano la mia origine. È stato allora che sono entrato nell’African National Congress, e la mia sete di libertà personale si è trasformata nella sete più grande di libertà per la mia gente.” Da qui comincia la lunga lotta di Mandela e dei suoi compagni per assicurare al popolo nero dignità e libertà.
Nella sua autobiografia Mandela ci racconta delle iniziative intraprese da lui e dagli altri membri dell’Anc per cercare di cambiare le cose in Sud Africa. Ci  narra degli ostacoli che hanno dovuto superare, dei sotterfugi, delle fughe, dei lunghi periodo di clandestinità. Attraverso queste pagine scopriamo il suo lungo viaggio negli altri stati d’Africa, dei suoi incontri con i leader degli altri paesi ai quali ha chiesto appoggio per la lotta dei suoi fratelli.  Ma, soprattutto, in queste pagine si legge dei sacrifici enormi che Mandela, e i suoi compagni, hanno dovuto fare per la libertà del loro popolo. Perché non è facile rinunciare a tutti, alla propria famiglia, al proprio lavoro e alla libertà personale per quella di molti altri.
Attraverso questa autobiografia si scopre un Mandela diverso da quello “mitizzato” dai media. Si scopre un Mandela più umano, con tutta la sua forza d’animo ma anche con tutte le sue debolezze. Si scoprono i suoi lati deboli, le sue incertezze. Perché dopotutto Mandela era pur sempre un uomo, un uomo che però ha fatto una scelta  non facile e l’ha portata avanti ad ogni costo. E questa stessa scelta non l’ha fatta solo lui ma anche altri uomini che, come lui, credevano in un futuro migliore.
Nelle sue pagine racconta di uno stato ferito, di un Paese dove bianchi e neri conducevano vite separate. Un Paese in cui i neri e i meticci erano spesso vittime di soprusi. Un Paese dove uomini coraggiosi hanno deciso di combattere questo sistema.
La lettura di Lungo cammino verso la libertà non è una lettura semplice. Io l’ho intrapresa dopo un viaggio in Sud Africa dove ho avuto modo di osservare la nuova realtà post Apartheid. Ma è una lettura che mi sento di consigliare, non solo perché Mandela purtroppo è morto, ma perché permette di comprendere una realtà complessa come quella del Sud Africa e di conoscere la storia di uomini che hanno saputo lottare per la libertà.  L’autobiografia di Mandela è un omaggio ai suoi compagni di lotta. Ci fa capire come Mandela non fosse solo, ma circondato da persone, sia nere che bianche, con i suoi stessi ideali che hanno lottato con lui per un Sud Africa più libero.
Lungo cammino verso la libertà è un libro che ti segna e ti insegna. Ti insegna che certe situazioni si possono e devono cambiare e che la libertà è la cosa che più conta.

Nelson Mandela (1918-2013), già presidente del Sudafrica e leader dell’African National Congress (ANC), premio Nobel per la pace, per la sua attività politica in difesa dei diritti degli africani e contro l’apartheid è stato rinchiuso per ventisette anni in prigione, dove ha scritto un libro autobiografico, Lungo cammino verso la libertà, pubblicato da Feltrinelli nel 1995. È autore anche della raccolta Le mie fiabe africane (Donzelli, 2004; Feltrinelli, 2012).


[1] N. Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, Milano 20013, pag. 579

:: Lettura omaggio e conversazioni su e intorno a Luigi Bernardi

7 gennaio 2014 by

l bDENTRO LE MIE CREPE

Lettura omaggio e conversazioni su e intorno a Luigi Bernardi

Sabato 11 gennaio, ore 10.00, Biblioteca comunale Ozzano Emilia, piazza Allende

Nel giorno che sarebbe stato il 61simo compleanno di Luigi Bernardi, si svolgerà presso la biblioteca di Ozzano dell’Emilia (luogo di nascita di Luigi) un incontro/omaggio con i suoi amici. Ci saranno tanti scrittori, fumettisti, artisti, persone che l’hanno amato e rispettato.

Modera l’incontro Alberto Sebastiani.

A questo link  ulteriori dettagli sull’iniziativa.

Diffondete la notizia, grazie.

:: Recensione di La coda, Vladimir Sorokin, (Guanda, 2013) di Viviana Filippini

5 gennaio 2014 by

sorokingrandeTraduzione di Pietro Zveteremich

Quanto volte abbiamo sentito dire che in un romanzo è importante la costruzione della trama, una giusta la descrizione dei personaggi, del paesaggio e del dialogo. Spesso. Poi mi sono imbattuta in La coda di Valdimir Sorokin, un romanzo circolato per anni tra le vie clandestine degli intellettuali russi e pubblicato solo verso la fine degli anni Ottanta. La storia è semplice, anzi è un attento sguardo sulle città sovietiche e sui problemi che per lungo tempo le hanno attanagliate negli scorsi decenni e tutto l’impianto narrativo è costruito solo ed esclusivamente attraverso il dialogo. La protagonista è la coda, un lungo serpentone formato dalla più varia umanità: uomini, donne, professori, dipendenti statali, mamme con i pargoli, anziani, operai. Tutti quanti uniti in un’interminabile e ordinata fila nell’attesa di poter recuperare dai negozi i prodotti alimentari, vestiti, le musicassette e i beni di consumo tanto agognati e desiderati. L’autore non descrive nulla, perché La coda non ha una trama narrativa di fondo, ma tutto si crea attraverso lo scambio di battute sagaci e ironiche tra i diversi tipi di umanità in attesa ed è proprio grazie a queste chiacchiere che chi legge può comprendere quanto la vita nell’Unione Sovietica fosse difficile in passato. Direi che durante la lettura si ha come l’impressione di essere in coda e di ascoltare da vicino i diversi protagonisti. Questo stato empatico permette di percepire un senso di oppressione che rende la città sì il luogo dove si vive e si tenta di lavorare, ma allo stesso tempo lo contorna di un senso di claustrofobia dalla quale tutti vorrebbero, ma non riescono, a fuggire. Quello che emerge dallo cambio di battute sono le non indifferenti difficoltà economiche della popolazione, alla quale vanno aggiunte la poca libertà di espressione e di agire del singolo determinata da una politica molto restrittiva, alla quale vanno unite tutte le censure e limitazioni sui beni importati dal fuori confine. Non a caso la coda che i russi fanno all’interno di questo libro di Sorokin non è come quella che di solito facciamo noi alla cassa per pagare, la coda raccontata dall’autore russo è quella che tanti sovietici facevano per poter avere il diritto ad acquistare prodotti e beni che non sempre gli esercizi commerciali sovietici riuscivano a fornire. La coda del titolo è quella che anima le pagine del romanzo ed è formata da individui che non hanno un nome proprio, una sembianza riconoscibile. I protagonisti di questa storia sono figure anonime, identificati da un numero che attesta loro la posizione di attesa dentro al lungo serpentone. Alcuni dei presenti nell’infinita fila hanno un nome (Vadim e Lana), ma nel corso della storia anche loro finiranno fagocitati nel magma umano omogeneo in perenne attesa, diventando persone qualunque. Ad una prima lettura il romanzo di Sorokin potrebbe sembrare leggero e spassoso per la natura grottesca che l’umanità protagonista assume, ma letto con attenzione ci si accorge che con La coda, lo scrittore ha mosso una tagliente critica al sistema politico sovietico – ed è per questo che il libro circolò in clandestinità per anni – e alle ristrettezze economico-sociali che esso imponeva ai cittadini, impedendo loro di avere una degna esistenza.

Vladimir Sorokin, nato nel 1955, dopo gli studi di ingegneria ha lavorato come illustratore di copertine. Negli anni Settanta ha aderito al concettualismo moscovita. È autore di romanzi, racconti, pièce teatrali e sceneggiature cinematografiche.

:: Recensione di Danza delle ombre felici di Alice Munro (Einaudi, 2013) a cura di Valeria G.

4 gennaio 2014 by

ombre feliciTraduzione di Susanna Basso

“La vita a Jubilee segue ritmi primitivi, stagionali. Le morti avvengono in inverno; i matrimoni si celebrano d’estate. C’è una buona ragione per questo: gli inverni sono lunghi e rigidissimi  e i più vecchi e  deboli non  sempre ce la fanno a  superarli ….”

Il freddo e l’inverno sono terra fertile per i racconti e i ricordi. La stagione malinconica tende a risvegliare i ricordi più segreti e dolorosi. Durante i freddi inverni canadesi  degli anni 50, quando non esisteva la moderna tecnologia a tenere compagnia nelle case, è facile immaginare le persone strette accanto ad un fuoco  a ripercorrere le tappe della propria vita, dall’infanzia fino al loro presente.
In questo modo, molto spesso, sono nati i  libri più belli e più intesi che noi oggi leggiamo e questi racconti, scritti sapientemente dalla penna di Alice Murno, sono stati pubblicati per la prima volta nel 1968. Oggi ritornano in auge con una nuova ristampa .
La scrittrice ci accompagna in un viaggio lungo e molto spesso doloroso, da voce ai suoi protagonisti, quasi esclusivamente donne, la cui vita difficile viene narrata attraverso gesti semplici. Sono storie appassionanti, ricche di significato, profonde e toccanti. I personaggi sono un ritratto, a volte sbiadito, della scrittrice stessa: si descrive bambina, la cui vita gira intorno alla fattoria nella quale vive nella campagna canadese, le lunghe giornate trascorse ad aiutare i famigliari in faticosi lavori domestici, appare poi come scrittrice che cerca un luogo tranquillo dove poter dare libero sfogo alla sua ispirazione, e poi donna adulta che torna a casa.
Questa in particolare è una vicenda molto commovente . La protagonista ha lasciato le mura domestiche in giovane età; ha trovato marito e si è costruita la sua vita altrove. Non ha assistito la madre affetta da una grave e degenerante malattia, in quanto non ha mai fatto ritorno a casa. La sorella invece, si è dedicata interamente e  per tutta la sua vita alla cura della madre, l’ha vista soffrire in  casa e successivamente in ospedale, luogo dal quale non fece ritorno; ha rinunciato alla propria vita e trovandosi da sola e libera non sa come riprendere le fila della propria esistenza.
Ci troviamo poi ad affrontare un altro tema delicato e altresì doloroso: la perdita di un figlio. Il tema è decisamente autobiografico, la scrittrice infatti perse la figlia Catherine a poche ore dalla nascita. Il dolore di una madre che perde il proprio figlio è innaturale,  per questo inconcepibile, e quasi impossibile da descrivere. Anche in questo la bravura della scrittrice  viene  messa alla prova e il risultato è eccellente. Le parole sono semplici, la storia è ricca di gesti semplici e comprensibili, attraverso i quali scaturisce tutta la violenza e il dolore che la perdita stessa genera.
Alice Munro in una sua recente intervista ha dichiarato che lei ritiene   “interessante qualsiasi vita e qualsiasi posto”. Inoltre si ritiene fortunata ad essere vissuta in una sperduta provincia canadese, secondo lei non ha avuto alcuna competizione con altri intellettuali, perchè allora era lei l’unica ad essersi appassionata alla scrittura. Queste affermazioni sono sicuramente  vere tuttavia l’eccellenza della sua scrittura e la sua semplicità sono un dono inestimabile, che l’avrebbe in ogni caso fatta emergere nell’ambiente letterario, a qualsiasi livello.

Alice Munro, premio Nobel per la letteratura 2013, è la più importante autrice canadese contemporanea. È cresciuta a Wingham, Ontario. Ha pubblicato numerose raccolte di racconti e un romanzo. Fra i molti premi letterari ricevuti, per tre volte il Governor General’s Literary Award, il National Book Critics Circle Award, l’O. Henry Award e il Man Booker International Prize. I suoi racconti appaiono regolarmente sulle più prestigiose riviste letterarie. Dell’autrice Einaudi ha pubblicato Il sogno di mia madre (2001), Nemico, amico, amante… (2003), In fuga (2004), Il percorso dell’amore (2005), La vista da Castle Rock (2007 e 2009), Segreti svelati (2008), Le lune di Giove (2008), Troppa felicità (2011), Chi ti credi di essere? (2012) e Danza delle ombre felici (2013).

:: Recensione di La festa dell’insignificanza di Milan Kundera – (Adelphi, 2013) a cura di Lucilla Parisi

4 gennaio 2014 by

kunderaTraduzione di Massimo Rizzante

“Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio. Ma mi rendo conto che le nostre beffe hanno perso ogni potere.”

Kundera torna a parlarci del tempo delle disillusioni, di un passato che si fa presente con il peso di ciò che non è più. Qui, più che altrove, troviamo una critica pungente agli uomini, marionette animate nelle mani di un abile regista.
Il “non serio” è per lo scrittore ceco il significato profondo della storia che, anche nei suoi momenti più drammatici, tradisce una vena di tragica ironia. Il suo è uno sguardo beffardo sulla vita degli individui che qui diventano, loro malgrado, la parodia di se stessi, indossando panni non propri semplicemente per esistere.
Il sipario si alza sui protagonisti di una pièce teatrale che poi finzione non è, ma è la realtà delle loro esistenze che procedono confuse verso un finale ancora più incerto.
Il racconto si fa pretesto per discussioni improbabili sul male di un’epoca che non ha più niente da dire e così tra ombelichi al vento, relazioni prive di umanità, morti sospese e sogni senza futuro si realizza l’unico obiettivo possibile: il buonumore. Una risata senza pretese che non si faccia troppe domande, ma che azzittisca i pensieri e riempia il vuoto lasciato dalla fine delle idee.

“L’insignificanza, amico mio, è l’essenza della vita. E’ con noi ovunque e sempre. E’ presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e per chiamarla con il suo nome. Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l’insignificanza, bisogna impara ad amarla. […]. Respiri questa insignificanza che ci circonda, è la chiave della saggezza, è la chiave del buonumore.”

Kundera, con i suoi romanzi, ci ha abituato alla dissacrante interpretazione della realtà: in questo ultimo libro, quel lavoro di disgregazione e annientamento delle certezze si realizza senza possibilità di redenzione.
Lo fa canzonando i suoi personaggi più seri, togliendo credibilità alle più solide convinzioni e creando significati nuovi (come quello dell’ombelico), lasciando il lettore senza più punti fermi, ma in qualche modo divertito.
E’ un sorriso amaro quello che lo accompagna nella lettura che si fa, pagina dopo pagina, rivelatrice e profetica. Non rimane che lasciare da parte preconcetti e buone maniere e partecipare alla festa.

“Un tempo, l’amore era la festa dell’individualità, dell’inimitabilità, la gloria di ciò che è unico, di ciò che non tollera ripetizioni. Ma l’ombelico non solo non si ribella alla ripetizione, è un appello alle ripetizioni! Nel nostro millennio vivremo all’insegna dell’ombelico. Sotto questa insegna, siamo tutti indistintamente soldati del sesso, con lo stesso sguardo fisso non già sulla donna amata ma sullo stesso buchetto tondo posto in mezzo al ventre che rappresenta l’unico significato, l’unico scopo, l’unico futuro di ogni desiderio erotico.”

Milan Kundera è nato a Brno, nell’attuale Repubblica Ceca, il 1° aprile 1929. Suo padre Ludvik era un pianista, e lo stesso Kundera fu da giovane musicista jazz. Si iscrisse due volte al partito comunista, la prima da studente, nel 1948 – quando i comunisti presero il potere – ma ne fu espulso nel 1950 per le sue idee eterodosse; vi si reiscrisse nel 1956. Prima di dedicarsi alla letteratura e al cinema, lavorò anche da manovale. Già negli anni Cinquanta aveva scritto tre raccolte di poesia. Negli anni Sessanta insegnò alla Scuola di Cinema di Praga dove molti dei suoi studenti erano i registi della New Wave cecoslovacca. Del 1967 è il suo primo romanzo, Lo scherzo, la cui pubblicazione fu uno degli eventi letterari della cosiddetta Primavera di Praga del 1968; il libro vinse il premio dell’Unione degli Scrittori Cechi. Nel ’68, con l’invasione russa, Kundera perse il suo lavoro di insegnante e non riuscì a trovarne nessun altro. Nel 1970 fu espulso dal partito per l’atteggiamento tenuto in seguito all’invasione russa; le sue opere furono ritirate dalle biblioteche e il suo nome cancellato dai manuali ufficiali di storia della letteratura. Nel 1974 scrisse La vita è altrove – che ottenne il premio Medicis come miglior libro straniero pubblicato in Francia – e Il valzer degli addii, e l’anno seguente lasciò il paese per rifugiarsi in Francia, dove gli era stata offerta una cattedra di letteratura all’Università di Rennes: qui insegnò fino al 1978. Con la pubblicazione, nella traduzione francese, di Il libro del riso e dell’oblio nel 1978 gli venne tolta la cittadinanza cecoslovacca. Nell’81 vinse il Commonwealth Award per la carriera insieme con Tennessee Williams. Nell’84 giunse alla definitiva consacrazione con il grandissimo successo dell’Insostenibile leggerezza dell’essere. Ha anche ricevuto il Premio Mondello (per Jacques e il suo padrone) e il Jerusalem Prix.
Milan Kundera vive a Parigi con la moglie Vera Hrabankova, nei pressi di Montparnasse.

:: Recensione di Quando eravamo foglie nel vento di Anne Korkeakivi (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

3 gennaio 2014 by

foglie ventoClare Moorehouse è una donna altoborghese di mezza età, che vive a Parigi con il marito aiuto ambasciatore, con due figli adolescenti a scuola in Gran Bretagna. Deve preparare una cena molto importante per la carriera del coniuge, che dopo aver girato per il mondo sarà destinato ad un’altra sede, molto probabilmente Dublino.
E Dublino, capitale dell’Irlanda, nasconde ricordi di fatti che Clare vorrebbe dimenticare e di cui non ha mai parlato in casa, visto che quando era ragazza si lasciò coinvolgere da un attivista dell’IRA a portare dei soldi per finanziare la lotta armata, credendo poi che lui fosse morto. Ma il passato è pronto a riafforare, e Clare dovrà fare i conti non solo con il suo presente che le sembrava tanto perfetto e agiato, in una Parigi in cui lei si trova a suo agio ma in cui riemergono le sue bugie e presenze che credeva scomparse allora, in un’estate che ha fatto di tutto per rimuovere.
Un libro che scorre come un thriller tra colpi di scena e agnizioni pur non essendolo, costruendo efficacemente la vita di oggi nella Ville Lumière ma anche un passato recente, che a volte sembra rimosso, quando, non più tardi di due decenni fa le Isole Britanniche erano teatro di attentati sanguinosi, effetto evidente di una questione mai risolta per decenni che poi ha trovato una sua ricomposizione, a differenza di altri fatti narrati anche nel libro, come il richiamo all’attentato alle Torri Gemelle e non solo.
Clare, paragonata da alcuni a Miss Dalloway di Virginia Woolf, è una donna che crede di aver raggiunto un certo equilibrio e una certa felicità, ma che è ancora profondamente vulnerabile di fronte al richiamo di un passato che ha cercato in tutti i modi di rimuovere: un tema non nuovo, ma che qui viene trattato in maniera originale, mescolato con la Storia degli ultimi decenni e la contemporaneità di un oggi che non è comunque mai rassicurante, visto che nessuna questione, nemmeno quella nord irlandese, può dirsi risolta una volta per tutte.
Quando eravamo foglie nel vento è un romanzo al femmile di introspezione psicologica, ma anche un libro da leggere per chi è interessato a cosa è successo e continua a succedere nel mondo di oggi a livello globale, in mezzo a nuovi conflitti e a vecchi problemi mai risolti. Senza contare gli aspetti più mondani e la descrizione della preparazione del pranzo in questione, uno dei tanti pranzi letterari, da Karen Blixen con Il pranzo di Babette a Joanne Harris con Chocolat, che non mancherà di far venire un po’ di acquolina in bocca.
Toni da thriller, certo, con una scoperta della verità, anzi di due verità, perché Clare si troverà coinvolta con il presunto attentatore di un politico nella Francia di oggi, ma anche viaggio in un animo femminile per fare la pace con errori, sogni e aspirazioni del passato, per sistemare un presente che rischia di essere mandato in frantumi, e che andrà difeso anche facendo i conti con quello che si è fatto di sbagliato.
Quando eravamo foglie nel vento è un libro interessante, forse poco deciso a tratti tra psicologia e thriller, capace di comporre un ritratto di signora contemporanea, in un mondo che può anche dare gratificazioni ma che resta pericoloso e contraddittorio.

Anne Korkeakivi, nata a New York, ha vissuto per dieci anni in Francia e ora trascorre buona parte dell’anno in Svizzera con il marito e le due figlie. È autrice di racconti e di articoli pubblicati sui maggiori periodici americani.

:: Liberidiscrivere Award quarta edizione

1 gennaio 2014 by

cropped-liberi-scrivere-testa.jpgCari amici, siamo giunti alla quarta edizione del Liberidiscrivere Award, premio che permette di  votare il migliore libro edito nel 2013, italiano o straniero, senza preclusione di generi.

La votazione, a insindacabile giudizio dei lettori di questo blog,  avverrà senza mediazioni, con voto diretto.

In questo post potrete lasciare il titolo del vostro libro prescelto, rigorosamente edito nel 2013, e resta intesa la possibilità di voto anche ai volumi da edicola, agli ebook, agli autoprodotti, ai libri di piccoli editori, anche fumetti e graphic novel. Come l’anno scorso verrà data menzione per il miglior traduttore, scelto considerando il libro straniero più votato.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di mercoledì 15 gennaio, il giorno seguente ci saranno i conteggi definitivi, e sabato 18 gennaio avverrà la proclamazione del vincitore.

Dunque iniziate a votare! (Vale un voto solo!) E lasciate un solo commento, mi aiutate così nella verifica dei conteggi. Siate corretti, votate solo libri che avete letto, non votate con account diversi, gli scrittori che hanno scritto questi libri meritano la vostra onestà.

Nota: Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino, libro tra l’altro molto bello, è edito nel 2012, a malincuore annullo i voti.

La Morte Mormora di Fabrizio Borgio è edito nel 2012.

Mi fanno notare che La mano del morto di Chiconi è edito nel 2010.

Classifica generale della votazione:

1. Apologia di uomini inutili di Lorenzo Mazzoni, Edizioni La Gru. 488
2. 200 secondi di Antonia Dininno, Ad est dell’ equatore. 171
3. Carie di città Nicolas Alejandro Cunial, Edizioni La Gru. 140
4. Casilina. Ultima fermata di Enrico Astolfi, Ed Ponte Sisto. 106
5. 19 sfumature di peperoncino di Andrea Gamannossi,
Pagliai. 76
6. Il male dentro di Maria Giovanna Luini, Cairo Publishing. 46
7. Il demone sterminatore di Vincent Spasaro, Edizioni Anordest 43
8. Crepe di Luigi Bernardi,  Il Maestrale. 40
8. I mastini di Dallas di Peter Gent, 66th and 2nd. 40
9. Qvimera di Gino Marchitelli 37
10. Il male di Massimiliano Santarossa, Hacca. 28
11. Alice e gli echi del passato di Ambra Pellegrini,
Del Bucchia ed. 24
12. I Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, Einaudi. 23
13. Buio di Maurizio de Giovanni, Einaudi. 22
14. Termodistruzione di un koala di Mazzoni e Amaducci,
Koi Press. 19
15. Juggernaut di Alan D. Altieri, TEA. 11
16. Zitto e muori di Alain Mabanckou, 66th and 2nd. 12
17. Che casino, Kowalski di  Antonio Chiconi, Koi Press. 9
17. La donna di troppo di Enrico Pandiani, Rizzoli. 9
18. Fine impero di Giuseppe Genna, Minimum Fax. 8
19. Il caso editoriale dell’anno di Roberto Saporito, Ed Anordest. 6
19. La scelta di Lazzaro di Alessandro Bastasi, Meme Publishers. 6
19. Il signore degli orfani di Adam Johnson, Marsilio. 6
20. La porta del paradiso di Alfredo Colitto, Piemme. 4
21. Tango Irregolare di Stefano Medaglia, ed. Edifolini. 3
21. Il paese che amo di Simone Sarasso, Marsilio. 3
22. Gli anni belli di Marco Proietti Mancini, Edizioni della Sera. 2
22. Arnoamaro di Simone Togneri, Fratelli Frilli. 2
22. Come cerchi nell’acqua di William McIlvanney, Feltrinelli. 2
22. La casa di mio padre di Orhan Kemal, Elliot Edizioni. 2
22. L’oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman, Mondadori. 2
23. L’arena dei perdenti di Antonin Varenne, Einaudi. 1
23. Wanted di Lavie Tidhar, Gargoyle Books. 1
23. Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto, Piemme. 1
23. Io sono lo straniero di Giuliano Pasini, Mondadori. 1
23. Terra Ignota – Risveglio di Vanni Santoni, Mondadori. 1
23. Con i tuoi occhi di Lorenza Ghinelli, Newton Compton. 1
23. Cacciatori di frodo di Alessandro Cinquegrani, Miraggi. 1
23. I vivi i morti e gli altri di Claudio Vergnani, Gargoyle. 1

Grazie a Michele Di Marco per la verifica dei conteggi.

Traduttori:

Fabio Montrasi

Lorenzo Vetta e Annabella Campanozzi

Alfredo Colitto

Roberto Serrai

Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco

Carlo Prosperi

:: Recensione di L’ amore in un giorno di pioggia di Sarah Butler (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

1 gennaio 2014 by

pioggiaLui si chiama Daniel, ha vissuto una vita per lo più da vagabondo a Londra, con un solo grande amore con una donna sposata, morta troppo presto, da cui ha avuto una figlia, che non ha mai conosciuto, alla quale manda ogni anno il giorno del suo compleanno presunto una lettera di auguri senza indirizzo.
Lei si chiama Alice, ha trent’anni, un’indole da eterna viaggiatrice che le impedisce di fermarsi a lungo in un posto e di crearsi legami e che da sempre si sente fuori posto accanto al padre, ora morente, e alle due sorelle maggiori, con le quali non ha mai sentito di avere granché in comune.
Daniel e Alice, un papà e una figlia che non si sono mai incontrati prima, si conosceranno al funerale dell’uomo che Alice ha sempre considerato suo padre, provando a ricostruire un rapporto, ma soprattutto raccontando, a voci alterne, le loro vite, così lontane ma a tratti anche simili, dove entrambi hanno il vezzo di fare liste delle cose che amano, odiano o che sono importanti per loro, liste che riflettono due vite insolite e a tratti un po’ borderline ma non per questo meno degne di essere vissute.
Non è la prima volta che la letteratura si interroga sul rapporto tra le generazioni, ma le dinamiche scelte sono interessanti, perché la ricerca di un genitore o di un figlio mai conosciuto di solito viene fatto con toni più da feuilleton, mentre qui è un lento avvicinamento tra due mondi così lontani e così vicini.
Anche la scelta dei due protagonisti è interessanti: Daniel è quasi un barbone, Alice potrebbe sembrare l’ennesima ribelle senza causa della narrativa, ma se ne distacca subito per una dose di profonda umanità e per essere uno dei tanti volti femminili di un oggi contraddittorio, che spinge la gente a crearsi dei legami, lavorativi e affettivi, in un momento in cui la crisi economica e la disgregazione della famiglia tradizionale rendono questi valori molto più difficili e aprono la strada alla costruzione di nuovi modelli di vita, non sempre facili da scegliere, ma possibilità in più dell’oggi.
Due punti di vista per due personaggi che raccontano questo loro incontro e avvicinamento di vite, mentre la terza protagonista della storia è la città di Londra, una Londra che non è quella turistica delle grandi attrazioni, né quella mondana dei teatri e dei ristoranti di lusso, né tantomeno quella affaristica della City, ma la Londra quotidiana di chi vive le sue vite, a volte per caso, a volte senza grandi exploit, e proprio per questo molto realistica ed efficace.
Daniel e Alice rappresentano due delle tante vite che non fanno notizia oggi e per le quali sembra che non ci sia spazio ma che esistono, due persone non disperate ma con problemi e aspirazioni, che scoprono un altro modo di volersi bene e altre affinità, partendo da un legame di sangue mai coltivato in passato, ma che li accomuna, e nel ricordo dell’amore di Daniel per la mamma di Alice, che lei ha conosciuto appena prima che morisse in un incidente d’auto.
L’amore in un giorno di pioggia presenta il ritratto di due personaggi che incarnano due delle possibili sfumature della vita di oggi e una saga familiare non magniloquente ma non per questo meno appassionante.

Sarah Butler vive a Manchester. Si occupa di progetti letterari e artistici che riflettono sui luoghi in cui viviamo. L’amore in un giorno di pioggia è il suo primo romanzo.