:: Recensione di Avventurieri sul crocevia del mondo di Davide Mana (8 Piece Press, 2013)

13 ottobre 2013 by

avventurieriCerte volte la realtà è più stravagante, curiosa, incredibile della fantasia e lo sa bene Davide Mana, geologo, specializzato in micropaleontologia, e appassionato di orientalismo, (forse vi sarà capitato di imbattervi nel suo blog http://karavansara.wordpress.com/). Uno scienziato insomma, abituato ad approcciarsi alla realtà con rigoroso metodo scientifico, e il suo spirito divulgativo, mediato da uno stile brillante e, diciamolo, divertente, lo ha portato a scrivere sia testi di saggistica che di narrativa e poi un testo come Avventuri sul crocevia del mondo che si pone a metà strada, e Mana lo ammette chiaramente un po’ schernendosi, cito le sue parole:

Ciò che segue non è un dotto saggio storico. È più imparentato con la narrativa avventurosa e coi vecchi film degli anni ’40 che con l’accademia. Ciò significa che, nell’affrontare questo campionario di avventurieri, esploratori, mercenari, mandarini pazzi e mistici cialtroni, nel procedere lungo le strade e i passi montani della Via della Seta e territori limitrofi, saltabeccheremo in maniera abbastanza disordinata nello spazio e nel tempo.(…) Lasceremo spazio al sentito dire, al pettegolezzo, al ritaglio di rotocalco. Citeremo fonti spurie. Daremo per buone ipotesi meno che solide. E sarebbe comunque difficile fare altrimenti, quando un terzo delle fonti primarie è costituito da diari e interviste di criminali, eccentrici e millantatori, di bugiardi patologici.

Dunque un saggio storico, ma anche una cronaca avventurosa, arricchita da una ridda di indiscrezioni, aneddoti curiosi, brani di diari, citazione dotte e rare, che si può leggere con la leggerezza e la curiosità di un romanzo d’avventura, dove tutti personaggi principali sono realmente esistiti e probabilmente hanno agito proprio come l’autore ipotizza, con acutezza e un vago senso di immedesimazione. Si sente, infatti, l’ammirazione dell’autore, quasi l’invidia verso questi avventurieri del passato, protagonisti di avvenimenti eccezionali, e non sempre scevri da ombre, che diedero spazio alla loro sete di avventura in un mondo che ancora si poteva definire una terra inesplorata e sconosciuta.
La quantità di informazioni è importante, alcune cose le sapevo, avendole studiate all’università, o apprese nei miei notturni vagabondaggi su internet, altre no, e cosa sorprendente non furono solo uomini, questi avventurieri coraggiosi e un po’ incoscienti, ci furono anche donne come il “Generale” Yoshiko Kawashima, in realtà una principessa Manchu venticinquenne (…) adottata e addestrata dai giapponesi fin dall’adolescenza come spia e longa manus alla corte imperiale cinese, o Joan Rosita “Sita” Torr, un’altra donna straordinaria, saggista, giornalista e spia, misteriosamente rimossa dagli annali dopo il suo abbandono della scena pubblica nel 1949.
E poi alzi la mano chi sapeva che l’Indiana Jones di Spielberg si chiamava in realtà Roy Chapman Andrews, un classico esempio di quei ragazzoni WASP cresciuti a forza di football, Libertà e torta di mele – alti, muscolosi e col sorriso pronto – che nel creare la propria immagine, (…) optò per stivali, cappello, pistola alla cintura e frusta da mandriano. E che si prefissò di trovare il Giardino dell’Eden. “E lui sapeva esattamente dove lo avrebbe trovato: in Sinkiang, quel gigantesco spicchio di territorio conteso fra Cina, Tibet e Mongolia, sul tetto del mondo, fra la vastità deserta del Gobi e la vuota immensità del Taklamakan.” Cercò l’anello mancante e trovò… non lo dico, lascio ai lettori scoprirlo. Anche se Steven Spielberg avrebbe negato almeno in una occasione di aver mai sentito nominare Andrews e altri candidati sono numerosi.
E tra gli aneddoti come non citare quando Hitler chiese un autografo ad un certo esploratore di nome Sven Hedin, personaggio decisamente controverso e bizzarro, ma di ombre ce ne sono parecchie in questo mondo così affascinante e seducente: Libri di memorie zeppi di balle, animali misteriosi inesistenti, saccheggio spacciato per ricerca, reperti acquistati per pochi centesimi da cialtroni assortiti, spie, straordinarie scoperte di cose che si sapeva benissimo che eran lì da sempre, poveri monaci turlupinati, razzismo, amici Nazisti, pulci e scarafaggi, dipinti rubati che ricompaiono in posti improbabili… E questa sarebbe l’epoca eroica dell’esplorazione? Mana ci ricorda che è necessaria la giusta prospettiva storica.
E avete mai sentito parlare del fratello di Ian Fleming di professione avventuriero?  Nel capitolo dedicato a giornalisti e avventurieri ne sentirete parlare. Che dire di più, se amate l’avventura una lettura da non perdere.
Le mappe e le fotografie che illustrano i diversi capitoli di Avventurieri sul Crocevia del Mondo sono disponibili online, come “tavole fuori testo”, sotto forma di un Pinboard pubblico su Pinterest, al seguente indirizzo. http://www.pinterest.com/stratevol/avventurieri-sul-crocevia-del-mondo/

Davide Mana (Torino, 1967) Tecnico di rilevamento ambientale e geologo, ha studiato a Torino, Londra e Bonn; specializzato in micropaleontologia applicata ed analisi statistica di dati ambientali, ha svolto attività didattica, di ricerca e di divulgazione, opera come freelance nel settore privato. Ha collaborato con le università di Torino, Trieste, Parma, Cagliari e Urbino; presso quest’ultima sta lavorando al proprio PhD sull’adozione di fonti energetiche alternative a piccola scala nelle aree rurali italiane. Si interessa da sempre di scienza e dell’applicazione delle nuove tecnologie alla didattica ed alle scienze naturali. Ha recensito narrativa e divulgazione per LN Libri Nuovi, per L’Indice dei Libri del Mese, per Liberidiscrivere e per la rivista online Il Futuro è Tornato, e collabora come professional reviewer con alcune case editrici americane. Ha tradotto narrativa, saggistica, manuali di disegno. Ha pubblicato narrativa, saggistica e scenari per giochi di ruolo in Italia, Stati Uniti e Giappone. Nel tempo libero scrive, scatta fotografie, cucina, si interessa di orientalismo e ripara biciclette. Gestisce un blog in lingua italiana, strategieevolutive, ed uno in lingua inglese, Karavansara.

:: Segnalazione di La fattoria dei malfattori di Arto Paasilinna (Iperborea, 2013)

12 ottobre 2013 by

fattoria_def_bassaDal 25 ottobre in libreria La fattoria dei malfattori
il nuovo romanzo di Arto Paasilinna.

“Paasilinna è uno scrittore geniale. Riesce a coniugare una scrittura lineare a sorprendenti slanci narrativi. È come i fenomeni atmosferici delle sue terre: imprevedibili, misteriosi, eppure sempre capaci di ricondurci sulla strada maestra dopo lo spaesamento iniziale.” – LA STAMPA

Il libro – Omicidi, sparizioni, crimini… queste le ombrose voci che circolano sulla Palude delle Renne, un vecchio kolchoz nel cuore della Lapponia, ora trasformato in un’azienda agricola biologica. L’agente capo dei servizi segreti Jalmari Jyllänketo, orgoglioso paladino della giustizia, si infiltra come ispettore per le produzioni biologiche nella fiorente fattoria, in cui anche una vecchia miniera di ferro è stata convertita in un’avanguardistica fungaia. L’agente è attanagliato da una serie di misteriosi interrogativi: perché la fungaia è sormontata da una torretta di guardia, avvolta dal silenzio e chiusa da un portone di acciaio? Da dove vengono le urla che Jalmari ha sentito provenire dal labirinto di gallerie sotterranee? E cosa ci fanno a zappare la terra del kolchoz un illustre parlamentare, un teppista nazi e il vescovo Röpelinen? Cosa si cela dietro all’efficientissima attività della fattoria di Ilona Kärmeskallio? Un Paasilinna al massimo della sua ilarità dissacratoria, affilato, comico, inquietante, che con le sue caricature e le sue stringenti logiche provocatorie porta il lettore a interrogarsi sulla giustizia, sulla sua effettiva efficacia, sulla sua iniquità, sugli eccessi causati dal suo persistente ed esasperante vuoto.

Traduzione dal finlandese di Francesco Felici, pp. 352, € 16,00

L’autore – Ex guardiaboschi, ex giornalista, ex poeta, Arto Paasilinna è nato a Kittilä nel 1942. Autore di culto in Finlandia, è molto amato anche all’estero per il travolgente humour e la capacità di raccontare ridendo anche le storie più tragiche. Dopo L’anno della lepre, che ha superato le 100mila copie in Italia, Iperborea ha pubblicato altri nove romanzi.

:: Recensione di Questo non è amore, La 27esima Ora – (Marsilio Editore, 2013) a cura di Lucilla Parisi

12 ottobre 2013 by

questo non è amore“L’ho trovato in salotto, stravolto. Singhiozzava come un ragazzino. E’ stato solo un brutto episodio, mi sono detta. Con l’arrivo del bambino cambierà tutto. E invece è stato come aprire le porte dell’inferno. Non era violento solo con le botte. Anche con le parole era in grado di ferirmi profondamente”. (Giovanna, psicologa, quarantaquattro anni, una figlia)

Sono storie di donne violate e maltrattate quelle raccontate in questo libro realizzato da un gruppo di giornaliste del Corriere della Sera: nel loro blog La 27esima ora, in cui affrontano ed approfondiscono temi sociali, hanno trovato ospitalità anche le voci di coloro che hanno conosciuto sulla propria pelle il dramma e la sofferenza del non amore.
Venti storie narrate in prima persona dalle vittime e dagli operatori del settore (magistrati, medici, avvocati, criminologi, forze dell’ordine), tutti convolti loro malgrado nel vortice di quella violenza di “genere” che colpisce indiscriminatamente donne di ogni età e condizione sociale ed economica. Una furia cieca e primitiva che dall’uomo, anche il più insospettabile, si riversa sulla compagna lasciandola sgomenta e prigioniera di un rapporto malsano da cui difficilmente riesce a liberarsi.
La pressione psicologica esercitata dal carnefice è tale da condannare la moglie, fidanzata, figlia, all’immobilismo e alla rassegnazione. Il senso di colpa e quello di inadeguatezza impediscono infatti alla vittima di ribellarsi ad anni di tormenti e soprusi, nell’attesa di un cambiamento che non arriverà mai. Quando l’aggressività raggiunge livelli non più gestibili, solo allora la donna cerca una via d’uscita che spesso fatica a trovare, complice un sistema non ancora pronto ad accogliere e a proteggere tutte coloro che decidono di denunciare.
Nonostante le numerose strutture presenti sul territorio nazionale (centri d’ascolto, centri antiviolenza, associazioni e case d’accoglienza), le stesse si rivelano tuttavia insufficienti a dare un rifugio alle vittime che, ogni giorno, decidono di abbandonare l’inferno.
Come denuncia Annamaria Gatto, magistrato di Milano, la società ha fatto dei passi indietro rispetto al dramma che vivono molte donne: un problema che riguarda l’intera collettività e non solo i diretti interessati.

Quando si offre il corpo femminile come fanno certe pubblicità, senza significato, senza scopo, come oggetto di consumo in sé, questo è uno di quei famosi passi indietro della società” e aggiunge “Non è una violenza chiusa nella famiglia. Secondo me, è la società che ha un sovraccarico di violenza”.

Ed è proprio l’incapacità di cogliere le richieste di aiuto che le donne maltrattate – giunte in ospedale o addirittura in un posto di polizia – timidamente rivolgono agli operatori, una delle ragioni della difficoltà di uscire definitivamente dalla prigione di botte e minacce in cui vivono da anni. Complice anche il silenzio delle famiglie:

“Laddove c’è violenza in famiglia c’è solitudine, una rete parentale o amicale poco presente, sconcertante scarsità di relazioni umane. I contesti sono poverissimi di supporto emotivo, anche nel caso di sorelle o madri. Le famiglie sono dichiaratamente ostili, chi denuncia rompe uno schema. Le famiglie non vogliono ascoltare. Così le donne non sanno a chi e dove rivolgersi” (Simona Gianangeli, avvocata, L’Aquila).

Le vittime spesso si portano dietro un bagaglio di omertà e di pregiudizi ereditato dalle proprie famiglie. Il rifiuto di denunciare il proprio aguzzino o di ritirare le denunce subito dopo averle presentate, trova origine proprio nella convinzione profonda che il ruolo della moglie o della compagna deve essere di fedeltà incondizionata e sottomissione all’uomo che, come tale, deve essere compreso e perdonato. E’ un’idea così radicata da rendere il lavoro delle forze dell’ordine, dei medici, degli assistenti sociali o dei magistrati molto complesso.

Ho scoperto solo dopo anni che quel mio volermi accucciare accanto a un uomo è un mio problema antico: riproducevo ed ereditavo l’atteggiamento arcaico di mia madre e, a sua volta, di mia nonna, che fino all’ultimo si era fatta picchiare da mio nonno, mentre lui le urlava in faccia: – Non sai fare niente, sei un’incapace”. (Maria, trentanove anni, da due è separata dal marito, che a lungo le ha negato gli alimenti. Hanno due bambine che fanno fatica ad avere una relazione con il padre).

Significativo è il punto di vista di coloro che, per il loro lavoro, hanno avuto contatti con donne maltrattate: si tratta di testimonianze lucide e oggettive delle vicende di cui sono stati testimoni. Ne discende un quadro ancora più drammaticamente doloroso di quello raccontato dalle singole vittime. Risulta infatti molto difficile agli operatori rimanere indifferenti alle storie delle denuncianti: più facile invece essere trascinati dentro l’orrore che ha segnato irrimediabilmente la vita di queste persone.

Inutile negare che per noi della task force questi incontri non sono macigni. Ci restano dentro, soprattutto quando una donna appena maltrattata si ferma il tempo della medicazione e poi ha fretta di tornare dal fidanzato, dal marito. Se le pazienti chiedono di andare, devo lasciarle andare. Ogni volta che escono dalla stanza, le saluto sperando di non vederle più. Ma so che torneranno: è così nell’ottanta per cento dei casi, perché la violenza domestica è un reato reiterato”. (Vittoria Doretti, medico cardiologo, Grosseto).

Questo non è amore, edito da Marsilio, è un libro importante. Un altro, certo, sulla violenza di genere, ma proprio per questo fondamentale per mantenere viva l’attenzione su un problema che, per i suoi numeri, si sta trasformando in una vera e propria piaga sociale che, come tale, non si può e non si deve ignorare. La raccolta di testimonianze rese dalla viva voce delle protagoniste rappresenta un lavoro coraggioso e soprattutto necessario a smuovere le coscienze e a sensibilizzare coloro che ancora giustificano o minimizzano il fenomeno.

Quando l’hanno seppellita ho capito finalmente quello che il mio cervello si rifiutava di capire, e cioè che non l’avrei rivista mai più, che ero morta anch’io. E anche adesso: sono qui ma sono morta, in questo silenzio affollato di voci, in questa casa che non è più casa e in questa vita che non è più vita. […] Sono arrabbiata, sì. Perché ho sperimentato sulla mia pelle che in questo paese la giustizia ha gli occhi puntati sugli assassini. Ho imparato che una madre senza più sua figlia deve difendersi dalla legge che vuole aiutare a tutti i costi gli assassini. […] Devo stare a guardare lo spettacolo ignobile di un sistema tutto proteso a proteggerlo, a scontargli la pena, a chiedere perizie, controperizie, a ricercare attenuanti per lui. Per l’assassino”. (Clementina Ianniello, madre di Veronica Abbate, uccisa a diciannove anni dall’ex fidanzato, allievo della Guardia di finanza, con un colpo di pistola alla nuca).

La 27esima Ora è curato da un gruppo di giornaliste del Corriere della Sera. Il blog si occupa dei temi del femminile nelle loro varie declinazioni ed è un centro di produzione di idee a cui partecipano persone diverse per generazione, interessi, ruolo nel giornale. Le letture dei problemi sociali coincidono con lo spirito di un gruppo che sperimenta strade giornalistiche anomale, vivendo comunque in un grande quotidiano, simile nella sua struttura alla società.
Le autrici devolveranno i loro compensi al Centro Antiviolenza Biblioteca delle Donne Melusine di L’Aquila. http://27esimaora.corriere.it/

:: Un’ intervista con Marco Montemarano

11 ottobre 2013 by

ricchezzaCiao Marco. Grazie di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Romanziere, speaker radiofonico e pubblicitario, musicista, docente di traduzione giuridica, autore di testi didattici per far imparare l’italiano ai tedeschi. Chi è Marco Montemarano? Punti di forza e di debolezza.

Sono un eclettico eppure credo di avere una mente ordinata e discrete capacità comunicative. D’altro canto soffro di vertigini, in tutti i sensi. Ora che il mio nuovo romanzo sta per uscire spero tanto che diventi un “caso” letterario, ma d’altra parte ho paura del successo. Forse per questo odio le persone che sul lavoro, in famiglia o nelle varie situazioni della vita fanno di tutto per deprimere l’autostima degli altri. Credo che una bella percezione di sé, un senso di affetto e amicizia verso se stessi sia fondamentale e su questo punto devo ancora lavorare.

Hai fatto diversi lavori nella tua prima giovinezza: il chitarrista blues, il venditore di polizze assicurative, il barista tabaccaio, fin anche l’allibratore per un parente che gestiva una piccola rete di scommesse. Quando è nata la tua passione per la letteratura? Quando hai deciso che avresti voluto fare lo scrittore?

Intorno ai venticinque anni ho iniziato a strutturare testi dapprima poetici, poi di prosa narrativa. Ma quella di “fare lo scrittore” nel senso di pubblicare, trovare un pubblico con cui confrontarsi, far sì che la scrittura diventasse, perché no, anche una fonte di guadagno, è un’idea che molto a lungo è rimasta sullo sfondo. C’era in me forse un po’ di elitarismo. O forse temevo (temo ancora!) che trasformando una passione in professione l’ispirazione non potesse che risultarne inibita.
La fase di produzione, articolata in 4-5 romanzi, che culmina in La ricchezza, è iniziata esattamente dieci anni fa, all’inizio del 2003. La radio nazionale tedesca aveva chiuso il programma italiano per il quale lavoravo e mi sono messo a scrivere un romanzo che prendeva le mosse da quell’esperienza.

Hai lasciato Roma nel 1990, per trasferirti all’estero in Germania, a Monaco. Raccontaci questa esperienza. Come vive a Monaco un italiano? Torneresti in Italia?

“Sono un povero emigrato”, dico a volte. La gente ride pensando a una battuta ma io di solito resto serio. Vivo da 23 anni in Germania e la condizione di chi vive in terra straniera, circondato da persone che parlano una lingua diversa da quella dei tuoi pensieri e dei tuoi sogni, forgia la tua identità.
Io qui mi prendo la libertà di fare quello che mi piace di più, seguo le mie passioni e le mie inclinazioni. La Germania in questo è un grande paese. Ti aiuta a fare quello che ti piace di più, o almeno ti consente di scegliere tra un ampio spettro di opzioni diverse.
Ma quel particolare lavoro di adattamento, quel sentirti proiettato addosso in ogni momento il cliché dell’italiano, il pregiudizio degli altri, c’è anche qui come in ogni altro luogo. La condizione di straniero plasma fortemente l’identità di una persona.
Detto questo, Monaco è una città moderna, piacevole, che non ti ruba tempi e spazi come tante città italiane. A volte è un po’ soporifera, forse. E conservatrice, certo. Ma trovo che sia una cornice molto accettabile entro la quale fare esperienza del mondo.
Non tornerei in Italia, non adesso.

Negli anni Ottanta hai iniziato a scrivere racconti, poi hai esordito con il romanzo Acqua passata, la storia di un contrabbassista jazz che viene strappato da un idillio tropicale per affrontare il suo passato a Roma. Uno dei vincitori dell’edizione 2012 del Torneo letterario IoScrittore di GeMS, che circola attualmente in formato e-book. Parlaci dei tuoi esordi, dei tuoi primi passi nel mondo editoriale.

Dicevo prima del mio ingiustificato elitarismo e della paura di rovinarmi l’ispirazione pubblicando libri. Poi dieci anni fa ho deciso che dovevo aprire una fase nuova. Ho scritto un romanzo, ne ho scritto un altro, ho avuto un’esperienza non molto felice con un’agente. Mi sono accorto quasi subito che entrare in rapporti con il mondo editoriale italiano vivendo all’estero e occupandosi di tutt’altro era difficile. E che ancora più difficile, almeno per me, era comprendere le regole che presiedono a questo gioco: come riuscire ad entrare, a farsi percepire, a ottenere per lo meno il riconoscimento di giocatore a pieno titolo. Fantasticavo di salotti, party, aperitivi ai quali non sarei mai stato invitato. Poi ho iniziato a iscrivere alcune mie opere a concorsi letterari. Nel 2012 sono stato tra i finalisti di IoScrittore. Bella soddisfazione, certo. Ma il risultato del Premio Neri Pozza mi ha letteralmente stordito. E per uno come me, scettico sull’evoluzione del nostro paese negli ultimi decenni, è stata un’iniezione di fiducia: la prova che l’Italia riesce ancora a produrre meccanismi di selezione seri, trasparenti, meritocratici. In questo Neri Pozza ha lanciato un importante segnale, che spero venga imitato da altri.

Con La ricchezza hai vinto il I° Premio nazionale di letteratura Neri Pozza. Raccontaci come è andata. Cosa hai provato quando ti hanno comunicato la vittoria?

Soffro di tachicardia, così puoi immaginare come mi sono sentito, anzi: come tutti e cinque noi finalisti ci siamo sentiti fino all’ultimo. I sette giurati erano stati bravissimi a non far trapelare il nome del vincitore. Quando sul tabellone è comparso il punteggio finale (la mia vittoria di un punto sul giovane Alessio Arena, artista di enorme talento cui profetizzo un grande futuro, si è decisa proprio all’ultima scheda dopo uno spoglio logorante) ho sentito che dovevo stare fermo, lì seduto sulla gradinata del Teatro Olimpico di Vicenza, per qualche istante ancora. “Non muoverti ancora”, mi diceva una voce. “Questo scroscio, l’applauso, è acqua, nient’altro che acqua, falla scorrere un po’ su di te.” Vogliamo chiamarlo “battesimo”? Io non sono particolarmente religioso, eppure…

Verrà pubblicato a novembre nel catalogo Neri Pozza. Raccontaci qualcosa sulla trama di questo libro. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il punto di partenza è il senso di un’identità fragile, che vacilla perché edificata su un terreno incerto, quello della memoria, degli “anni gloriosi” della nostra gioventù. E poi c’era la voglia di tornare a un’epoca della mia vita per la quale provo nostalgia, di riviverci dentro attraverso una storia inventata ma plausibile.

Potresti dirci qualcosa dei tuoi protagonisti?

Sono tutti in qualche modo segnati dallo stigma dell’inadeguatezza, direi. Fabrizio, troppo ammirato. Mario, tormentato e schiacciato dall’ingombrante mole di suo fratello. Maddalena, inquieta e sempre in fuga da tutto. E infine Giovanni, soprannominato Hitchcock, che sente quasi di non avere una vita che gli appartenga. Sono le vite che ho conosciuto io all’epoca in cui la vicenda ha inizio, la metà e la fine degli anni Settanta.

“Un romanzo i cui personaggi restano a lungo nel ricordo del lettore. Costruito narrativamente in maniera magnifica, una storia dalla quale è impossibile staccarsi fino alla fine.” Cito Giuseppe Russo, ideatore del Premio e Direttore editoriale Neri Pozza. Piuttosto lusinghiero come commento.

Sì, è bello avere un editore che crede in te. Credo che pubblicare con una casa editrice medio-grande che investe energie e fiducia in te sia molto meglio che pubblicare con un editore-moloch che poi lascia i libri a fare la muffa in libreria senza promuoverli. Neri Pozza potrebbe davvero diventare il punto di riferimento di una ripresa della narrativa italiana a livello di temi, di capacità di raccontare il nostro presente, di impatto sulla contemporaneità. Io glielo auguro e ovviamente lo auguro anche a me stesso.

La ricchezza è un romanzo sulla meglio gioventù degli anni ’70 costruito attorno a uno dei temi centrali della letteratura che è la fugacità della giovinezza. Un tema molto letterario. Quali letture e quali autori ti hanno ispirato?

Dostoevskij e Tolstoj. Stevenson e Conrad. Franz Kafka. Nel Novecento metterei tra i primi Musil e Proust. Ma anche Joseph Roth e Céline. Borges, Nabokov, Vonnegut, Ishiguro. Tra gli italiani Gadda, prima di tutto. Poi Primo Levi, Alberto Savinio, Vitaliano Brancati. E amo moltissimo alcuni romanzi di Sebastiano Vassalli e Domenico Starnone. E infine Philip Roth, Philip Roth, Philip Roth… Per me è un dramma che abbia smesso di scrivere.

Sei anche un musicista. Hai inciso due album di composizioni per chitarra. Alcuni tuoi brani vanno a sottofondo di alcune trasmissioni radiofoniche e televisive. Musica e letteratura, cosa hanno in comune? Essere un musicista come influenza il tuo lavoro di scrittore?

L’influenza è forte e intima. Quando dieci anni fa ho deciso di scrivere con una nuova intenzionalità, uscendo dalla lunga fase di scritti sparsi ed episodici, ho sentito che dovevo anche rimettermi a suonare. Avevo smesso da una quindicina d’anni. La musica ha preso sottobraccio la scrittura, direi. L’ha sostenuta. Le ha trasmesso un senso della misura che prima non aveva.

Tornando alla tua esperienza di vita in Germania, parlaci del mondo editoriale tedesco, ci sono autori interessanti, non ancora editi in Italia? Ci sono scrittori italiani che hanno “sfondato” da voi? Proprio in questi giorni si aprirà la Buchmesse di Francoforte. Ci andrai?

Purtroppo seguo poco gli esordienti. Rimasi conquistato, anni fa, da una scrittrice di short stories tedesca, Judith Hermann. Spero che il Nobel ad Alice Munro possa rilanciare la narrativa breve anche in Italia.
Gli autori italiani noti in Germania, a parte i classici, non sono molti. Ma non riesco a identificarne il motivo. Forse i tedeschi preferiscono altri aspetti della nostra cultura. Certo, influisce anche il fatto che il romanzo non ha in Italia la tradizione che ha in altri paesi.
Alla Buchmesse sono stato giovedì scorso. Non ci crederai ma era la prima volta. Ho incontrato il mio editore, alcuni scout francesi e tedeschi, la mia agente Ombretta Borgia, che insieme a Fiammetta Biancatelli e Paolo Valentini ha messo su una realtà nuova e molto interessante.
A Francoforte ho sentito molto interesse intorno al Premio Neri Pozza e di riflesso intorno a La ricchezza. Segno che il direttore Russo ha visto giusto. Il “caso”, prima ancora che dai libri vincitori, è rappresentato dal Premio stesso.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Un vecchio romanzo di fantascienza di Kurt Vonnegut, The Sirens of Titan.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Senz’altro. L’ufficio stampa di Neri Pozza, diretto dalla bravissima Daniela Pagani, sta organizzando delle presentazioni e degli incontri con la stampa. A me piacerebbe, compatibilmente con gli impegni di lavoro che ho qui a Monaco, vedere tante librerie. Sono un fan delle piccole librerie indipendenti.

Infine, nel ringraziarti della disponibilità, mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri.

Sto raccogliendo le idee per un nuovo romanzo di cui non vorrei rivelare nulla. Anche se non credo che prima di gennaio riuscirò a iniziarlo. Vorrei anche rimettere le mani su mie vecchie cose. E mi piacerebbe che questo mio libro, La ricchezza, mi portasse un po’ in giro per l’Italia, a vedere luoghi e realtà che non conosco ancora.

:: Segnalazione di Naraka di Caleb Battiago (Mezzotints, 2013)

11 ottobre 2013 by

harakaDalla prefazione di Alan D. Altieri

Il Naraka nel ventre nero della Luna è la prigione di massima sicurezza più agghiacciante, più bruciante, più dilaniante, (in tutti i sensi che sia mai stata concepita da mente (in)umana. Contenimento, isolamento, tormento. Ma anche molto, troppo d’altro… È attraverso questo labirinto, simultaneamente concentrico e frattale, metafisico e metastatico, che Caleb Battiago, l’inedito e inaspettato, spiazzante e lacerante Autore di “Naraka: l’Inferno delle Scimmie Bianche” – by the way, non vi sfugga la “A” maiuscola di Autore – ci guida con la pragmatica precisione di un vero e proprio Virgilio del lato oscuro.

Naraka – L’Inferno delle Scimmie Bianche è un romanzo SCI-FI a focale distopica che mescola vari generi, dalla fantascienza al thriller-horror, fino all’eros. Il bene e il male si sovrappongono e si confondono in uno spiazzante equilibrio, conducendo il lettore verso una nuova interpretazione, stilistica e strutturale, del genere. L’autore ci guida su un pianeta Terra sul baratro del collasso e della deriva ecologica, economica, etica, e sul suo satellite, la Luna, avamposto della dannazione, nuova piattaforma del delirio. Un universo marcio, nero, metafora del mondo moderno, senza speranze, senza un Mondo di Sopra in cui sperare. Naraka, col suo ritmo pulp e cinetico, le diramazioni storiche, artistiche e religiose, supera il genere e si pone come radicale alternativa. Una apocalisse terminale e inaspettata, un mondo che divora lentamente se stesso. Il libro contiene anche sei illustrazioni di Daniele Serra.

Il Libro: Il Penitenziario spaziale di New Belmarsh sulla Luna, chiamato il Naraka, è un progetto pilota di detenzione aliena con finalità di controllo del crimine dilagante sulla Terra. Ma, dietro questa copertura, c’è molto altro. La sovrappopolazione, la deriva ecologica radioattiva e morale, l’indisponibilità di risorse proteiche, creano nuove esigenze, un nuovo mondo. Una nuova visione, cinica e ancestrale. Il Naraka diventa il primo allevamento di carne umana moderno e organizzato. Una reminiscenza di Naraka ben più antichi, che la storia ci ha presentato in tante culture. Neri protagonisti, come la sensuale killer Kiki Léger, vivranno sulla propria pelle l’evoluzione di questo delirio umano che è dietro l’angolo. Ambientato in un penitenziario dotato delle più avanzate tecnologie e in una Parigi marcia e distopica, il romanzo intreccia varie storie  e vissuti estremi, suggerendo, tra le righe, riflessioni antropologiche, ecologiche, esistenziali. La sonda del lettore viene calata in un alveare senza fondo e continuerà il proprio viaggio nel vuoto, senza riuscire mai a toccare il fondo.

Caleb Battiago (Milano, 1966) è un autore italiano. Naraka – L’Inferno delle Scimmie Bianche è il suo primo romanzo pubblicato sotto questo pseudonimo. Sito web dell’autore.

:: Recensione di All’ombra dell’impero – Il segreto del Mandylion di Alberto Custerlina (Baldini & Castoldi, 2013)

10 ottobre 2013 by

baldini e castoldiChi l’ha detto che i romanzi di avventura siano destinati solo ai ragazzi? Alberto Custerlina, classe 1965, autore triestino di pregevoli noir come Balkan bang!, Mano nera e Cul-de –sac, ha da poco infatti pubblicato Il segreto del Mandylion, primo episodio di una trilogia d’avventura a tinte gialle intitolata All’ ombra dell’impero, che comprenderà anche La carovana dei prodigi, in fase di scrittura, la cui pubblicazione è prevista nel 2014 e Enigmi nell’oscurità, titolo provvisorio e in fase di progettazione.
Sullo sfondo di una Trieste asburgica, siamo nel 1902 e ormai scioperi operai, moti irredentisti, repressioni sanguinarie mostrano le crepe di un impero, rigidamente burocratico e dall’apparato statalista elefantiaco, ormai in via di dissoluzione, – la Prima Guerra Mondiale è ancora lontana ma ormai inevitabile e destinata a porre definitivamente fine all’impero austro-ungarico con la pace di Parigi del 1918- , Custerlina costruisce una trilogia in cui Storia, avventura, segreti occulti, antiche leggende, poteri extrasensoriali, si intrecciano per dare vita ad una vicenda salgarianamente ricca di fascino e mistero.
Tra botteghe polverose, castelli, studi di vecchi cabalisti, cinesi affascinanti e misteriose, conoscitrici dei segreti delle arti marziali e dell’arte della seduzione, baroni pericolosi e dediti alla magia nera, commissari di polizia coraggiosi e intraprendenti, la storia si snoda portandoci per le vie di Trieste, da poco rischiarate dall’illuminazione elettrica, fino a bordo di una giunca nei Mari della Cina, sulle tracce dell’assassino di un sottufficiale dell’esercito, Arturo Rojaz, trovato morto e sfigurato in un vicolo di Trieste, accanto ai resti di un sigillo di ceralacca che chiudeva misteriose lettere di cui era il custode, ora trafugate.
Nella stessa notte un altro furto misterioso ha luogo nella casa di Artan Hagopian, viaggiatore armeno e trafficante di cineserie, a cui sottraggono una preziosa reliquia cristiana, il Mandylion, risalente ai tempi di Gesù, di cui Hagopian è l’ultimo depositario. Ad indagare sull’omicidio di Rojaz viene incaricato Anton Adler, commissario della Direzione di Polizia di Trieste e amico di Hagopian, il cui figlioccio Davorin Paternoster, un intraprendente ragazzino di 12 anni, ritrova il Mandylion e da quel momento acquisisce misteriosi poteri .
I casi della morte del sottufficiale e del furto del Mandylion sembrano legati, così Adler e Hagopian uniscono le forze per scoprire che un misterioso personaggio, nascosto nel passato dell’armeno, sembra arrivato a Trieste per portare a compimento i suoi nefasti piani. Ma il pericolo che li sovrasta è ancora più grande e il rapimento di Davorin metterà a dura prova la loro amicizia. Ma soprattutto chi è Hieronymous Mors? Con questa domanda vi lascio a interrogarvi quale misteri racchiude il Mandylion e perché forze oscure vogliono a tutti i costi impossessarsene.
Custerlina si dimostra sicuramente bravo nell’imbastire una struttura narrativa ricca di tensione e forte di una ricostruzione storica ineccepibile e davvero interessante. Oltre alle vie, i palazzi, finanche i bordelli di Trieste, Custerlina ricostruisce anche l’atmosfera di inizio Novecento, creando un personaggio come Anton Adler, precursore di tutti gli investigatori che oggi conosciamo. Adler è un modernista, intriso di spirito positivista, seguace del professor Hans Gross pioniere dei moderni metodi di indagine criminologica.  Usa torce elettriche con pile a carbone, macchine fotografiche a soffietto, vorrebbe mettere il telefono in casa o comprarsi un auto, combatte con i colleghi retrogradi ancora fermi a  vecchi metodi di indagine ben poco scientifiche. Affascinanti anche le parti in prima persona in cui Hagopian ricorda il suo passato in Cina, tra fumerie d’oppio, bordelli e pericolosi viaggi su mari in tempesta.
Una lettura consigliata agli appassionati di romanzi storici e a chi, come me,  ancora ama l’avventura e il mistero con un pizzico di esotismo molto salgariano.

Alberto Custer­lina vive in pro­vin­cia di Trie­ste, lavora come con­su­lente tec­nico e, natu­ral­mente, impe­gna quasi tutto il suo tempo libero per scri­vere. Il suo romanzo d’esordio, Bal­kan bang!, è uscito alla fine del 2008 per Per­di­sa­Pop, nella col­lana Wal­kie­Tal­kie curata da Luigi Ber­nardi.  A Gen­naio 2010, il suo romanzo d’esordio è stato ripub­bli­cato da Mon­da­dori nella col­lana Segre­tis­simo.  Il 6 luglio del 2010 è uscito Mano nera, il suo secondo romanzo noir, pub­bli­cato da Bal­dini Castoldi Dalai edi­tore nella neo­nata col­lana Vidocq. Il 20 set­tem­bre 2011 è uscito Cul-de-sac, suo terzo romanzo, sem­pre per i tipi di Dalai edi­tore. Nel gennaio del 2013 ha fondato Moby Dick – Scuola di scrittura (e lettura).

:: Recensione di Il respiro della cenere di Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2013) a cura di Stefano Di Marino

9 ottobre 2013 by

Grange-Respiro della cenereVa detto che sono un cultore di Grangé sin dalla prima ora. Arriva con più di un anno di ritardo Kaiken con il titolo Il respiro della cenere sugli scaffali delle librerie italiane. Lessi il libro l’anno passato ma l’ho ripreso con piacere e brama di collezionismo anche se preferivo l’edizione originale, sin dal titolo che evoca un particolare pugnale usato per il suicidio delle donne samurai. Anche l’immagine mi pareva più indovinata. A parte questo è sempre un grande thriller d’autore forse non al livello del Passeggero (in Italia Amnesia) e del Giuramento ma sempre parecchi passi avanti a tanti supposti thriller blockbuster con investigatrici e anatomopatologhe in pena d’amore. Dopo La foresta dei Mani (L’istinto del sangue da noi) Grangé sembra aver abbandonato l’idea di mettere complesse psicologie femminili al centro delle sue trame. Qui personaggi femminili sono presenti, in particolare Naoko, descritti benissimo ma la scena appartiene a Oliver Passan, sbirro che mi piace immaginare con la faccia di Daniel Auteil un po’ più giovane. Tormentato, duro, alle prese con un serial killer ermafrodito e colleghi corrotti che peggio non ce n’è. Un uomo dolente, anche perché separato dalla moglie giapponese ma ossessionato da quell’oriente che solo gli occidentali sanno sognare. E qui sta un po’ la forza del romanzo che ci regala non solo momenti di autentico thrill ma anche pagine bellissime senza diventare prosaico. Malgrado ciò si rivela nello svolgimento una certa scollatura tra la prima e la seconda parte. L’attesa di qualcosa che deve avvenire ma poi non succede purtroppo non soddisfa appieno le aspettative del lettore. Ciò nonostante lo lessi di fila in un viaggio Parigi-Milano in treno, senza smettere un minuto di quelle sette ore sotto la pioggia. Vedremo il prossimo e, soprattutto, cosa lo stesso Grangé è riuscito a fare con la sceneggiatura di Miserere che ci auguriamo di vedere presto anche da noi.

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

:: Segnalazione di Wool di Hugh Howey (Fabbri, 2013)

8 ottobre 2013 by

image002“La forza di Howey sta nei suoi personaggi, nei desideri, diversi eppure familiari, che li animano (…) I vecchi preconcetti sugli ebook sono crollati. Wool spazza via la polvere del passato e rivela una nuova verità. Il suo autore può reggere degnamente il confronto con i colleghi pubblicati tradizionalmente. L’arrivo di Hugh Howey annuncia una nuova era per gli scrittori indipendenti.”
Wired

In libreria dal 16 ottobre Wool di Hugh Howey, (in Italia i diritti se li è aggiudicati la Fabbri Editore) :  un fenomeno del self-publishing, una storia thriller distopian acclamata dalla critica, già venduta in 18 paesi e acquisita da Ridley Scott. Oltre a testate come WIRED, Guardian e Wall Street Journal infatti gente del calibro della Reichs e Cronin si è espressa con toni entusiastici per i romanzi di Howey, descritti come romanzi non solo adatti agli appassionati del genere post-apocalittico, ma a tutti i lettori. Hugh Howey sarà in Italia, a Milano come ospite di Bookcity il prossimo 24 novembre.

In un futuro post-apocalittico, in un paesaggio devastato e tossico, una comunità sopravvive in una gigantesca città sotterranea. Lì, uomini e donne vivono rinchiusi in una società piena di regole che dovrebbero servire a proteggerli. Lo sceriffo Holston, che per anni ha fermamente sostenuto le leggi della città, rompe inaspettatamente il più grande di tutti i tabù: chiede di andare fuori, incontro alla morte. La sua decisione scatena una terribile serie di eventi. A sostituirlo è un’improbabile candidata, Juliette, che nulla sa di politica e di leggi, ma è un tecnico capace di far funzionare le macchine di quel fragile mondo. Ora che le è affidata la sicurezza, Juliette impererà presto a sua spese quanto è malata quella società. Perché la città è in procinto di affrontare ciò che la storia ha lasciato solo intendere e che i suoi abitanti non hanno mai avuto il coraggio di sussurrare: la rivolta.

Hugh Howey è cresciuto a Monroe, nel North Carolina. Prima di pubblicare i suoi libri ha fatto lo skipper, l’operaio e il tecnico audio. Ha iniziato la serie di Wool nel 2011, autopubblicandola sul Kindle Store di Amazon. Dopo l’enorme successo ottenuto, ha scritto gli altri due libri della trilogia, Shift e Dust, vendendo i diritti dell’edizione cartacea per cifre milionarie. Wool è in corso di pubblicazione in 18 paesi, e i diritti cinematografici sono stati acquistati da Ridley Scott.

:: Un’ intervista con Stefano Di Marino

7 ottobre 2013 by

sdm per liberi di scrivereLdS. Ciao Stefano, benvenuto e grazie di aver accettato questa nuova intervista per Liberi di Scrivere. Scrittore, traduttore, curatore di collane, blogger, saggista, sceneggiatore di fumetti, esperto di cinema e di arti marziali, consulente editoriale, appassionato di viaggi. Non si può dire che tu sia una persona pigra e priva di voglia di fare. Per chi non ti conoscesse ancora, parlaci di te. Raccontaci chi è Stefano Di Marino.

SDM. Molto semplicemente un ragazzo che amava l’avventura e voleva scrivere libri e raccontare storie. Quando ci sono riuscito ho scoperto che non sapevo fare altro, che di per sé potrebbe  anche essere una cosa negativa ma… insomma eccomi qui… preso da questa febbre inestinguibile di narrare.

LdS. Sei di ritorno dalla VII edizione di GialloLatino. Come è andata?

SDM. È la terza volta che ho il piacere di essere invitato come autore a Giallo Latino, manifestazione ideata da Gianluca Campagna giunta alla 7 edizione. Ogni volta mi diverto di più, non solo per gli eventi ma anche per il clima di convivialità e amicizia che si è instaurato con colleghi, organizzatori e collaboratori. Non ultimo il piacere di parlare ai ragazzi delle scuole che saranno i futuri lettori e autori. Ho avuto anche la grande soddisfazione di ricevere un premio che è un riconoscimento generale alla mia attività non solo come autore ma anche come animatore di questi eventi. Per me le due cose sono inscindibili.

LdS. Mi anticipavi che un sacco di cose bollono in pentola. Iniziamo con Action, rivista digitale di cui è anche disponibile un sito internet. Ce ne vuoi parlare? Puoi farci un bilancio? Quali saranno le prossime novità?

SDM.  Action è un work in progress. Purtroppo per ragioni che esulano un po’ dalla mia volontà il progetto di rivista digitale al momento sta cercando ancora una formula. Probabilmente la riproporremo gratuitamente in un prossimo futuro. Al momento funziona come blog (http://actioneaction.blogspot.it/)  e raccoglie articoli, segnalazioni ed eventi. Il marchio ACTION in effetti funziona e riunisce molti appassionati. Continuiamo però a produrre libri cartacei in piccole tirature (l’ultimo uscito è il mio manuale di scrittura pulp Regole di Sangue, cui saranno legati anche una serie di corsi) ma sono in preparazione altri volumi. DBooks è una piccola realtà editoriale, professionale, NON a pagamento, ma la battaglia con i grandi è impari. Il marchio ACTION soprattutto funziona da traino per molte iniziative come quelle svolte al museo fermo immagine legato al cinema e a Cartoomics che è ormai un appuntamento costante.

LdS. Poi arriva in eBook, targato Delos Digital, SexForce, una nuova collana, di cui sei il curatore, che raccoglie avventure erotiche questa volta dedicate al pubblico maschile. Sembra che il genere erotico sia stato in un certo modo sdoganato e reso fruibile da un più vasto pubblico, che non deve nascondere più Playboy nel Sole 24ore. Cosa differenzia maggiormente secondo te un racconto erotico destinato ad un pubblico maschile: più realismo, più crudezza di dettagli, più azione e avventura?

SDM. Prima di tutto due parole sul digitale. In tre anni di attività  in questo settore posso trarre qualche conclusione. Ancora c’è molta strada da fare. Sinché non si cominceranno a percepire  delle somme ragionevoli sarà difficile lavorare unicamente in questo campo. Perciò ho deciso di scrivere solo per gruppi che mi diano affidamento. Uno di questi è Delos con cui collaboro da anni e che ha una efficace rete di promozione ed è precisissima con i conti. Detto ciò SEX FORCE nasce come una sfida di fronte al dilagare di romanzi erotici al femminile. Non solo sono autore ma anche curatore… la prima domanda da porsi è: cosa è l’erotismo al maschile. Differente da quello al femminile certo ma non una mera sequenza di atti sessuali descritti con crudezza. L’erotismo maschile va al di là del semplice atto sessuale. È il piacere della conquista, ma anche dell’adrenalina che nasce non solo dal sesso ma anche dall’emozione dell’avventura, dal vivere piacevolmente e pienamente assaporando cibo, liquori, sigari, marche di abiti e motori. Insomma è un universo intero, forse più pragmatico di quello fantastico femminile ma che può dar vita a innumerevoli avventure. In effetti malgrado molti si propongano (e molti autori  abbiano anche un po’ snobbato l’iniziativa) la scelta è rigorosa. Con me al momento ci sono due altri autori. Francesco Perizzolo che già vinse il premio Segretissimo l’anno passato e Romano De Marco che è un autore già convalidato. Ma molti altri stanno lavorando e, eccezionalmente, ci sarà anche una presenza femminile…

LdS. A novembre ci aspetta in edicola una nuova avventura inedita del Professionista dopo diverse ristampe, – Il Professionista Story n° 5 con un inedito è stato disponibile per due mesi settembre e ottobre –  conferma che il tuo personaggio trova grande seguito tra i lettori. Dunque l’Inglese ritorna per dare filo da torcere al nostro?

SDM. ‘La Triade di Shangai’, il Professionista di novembre è un romanzo importante per la serie. Ho impiegato il doppio del tempo abituale per scriverlo e porta in sé tutto quello che io e, mi auguro, i lettori amiamo del Professionista. Chance si trova in una situazione disperata, braccato dall’Inglese che non è certo morto sulle montagne dell’Himalaya e finisce per accettare una missione di infiltrazione ad alto rischio. Da qui parte una storia complessa piena di colpi di scena e ambientazioni differenti, c’è Gangland, ma anche la Parigi di Pietrafredda, poi un inedito paesaggio del deserto del Taklimakan, il ‘luogo dove non vive nulla’ e poi Shangai con le triadi, i servizi segreti che si contendono potere e denaro. E poi i ninja, la vecchia squadra con la Bimba e persino un inedito Gobbo… innamorato. Ma c’è anche qualcosa di più, un filo diretto ma comprensibilissimo con uno dei miei primi romanzi Lacrime di Drago. Chance incontra la figlia dei protagonisti di quella vicenda che era la storia del traffico di eroina dal 49 agli anni 90. Ma oggi la situazione è del tutto cambiata. Invece che l’eroina si spacciano metanfetamine. Insomma credo che una storia così non l’abbiate mai letta. Un bell’inizio per annunciare che dal prossimo anno, oltre le ristampe leggerete  3 nuovi Professionista in collana…

LdS. Sei un maestro dell’action noir, che consigli daresti ai giovani autori che volessero intraprendere la tua strada?

SDM. Leggere, leggere, leggere. Scrivere, scrivere, scrivere. Così semplicemente. E anche vivere però, perché anche nel Pulp la nostra vita, seppure trasfigurata, ha una sua importanza e nessuno ha mai raccontato belle storie chiuso dentro casa.

LdS. C’è nell’aria una storia con antichi romani, gladiatori, soldati e affascinanti schiave? Ti dedicherai all’action storica?

SDM. È ancora un po’ presto per parlarne. È un progetto digitale per un altro prestigioso gruppo di cui mi fido particolarmente. Un progetto che molti mi hanno spinto a intraprendere. Ne parleremo in una fase più avanzata però al momento, posso dire che sarà uno Sword & Sorcery piuttosto ferale ambientato in una Roma in cui la storia… lascia dei punti oscuri e si contamina con la magia… Obscura Legio…

LdS. Tra i romanzi in uscita in questo giorni, c’è qualche esordiente o qualche veterano che ti sentiresti di consigliare?

SDM. Sicuramente vi consiglio la lettura dell’ultimo Grangé Kaiken,-  Il respiro della cenere in italiano-, per chi  ama il thriller puro. Tra gli action mi è piaciuto molto Red Notice di Andy MacNabb  e The English Girl del maestro della spy story Daniel Silva. Sono entrambi ancora inediti ma sono certo che saranno pubblicati in Italia.

LdS. Cosa stai leggendo tu attualmente? Cosa legge il Prof quando si rilassa con un buon sigaro e un bicchiere di Bourbon?

SDM. Per rilassarsi un buon sigaro e una buona vodka… anche se ovviamente con moderazione. Scherzi a parte ho terminato da pochissimo L’arena dei perdenti di Varenne (letto in originale Le Mure, le Kabyle e le marin…a un prezzo decisamente più interessante per il lettore…7 euro invece di 20) e sto aspettando sempre in originale il 200° SAS. Tra gli italiani ho in dirittura di lettura il premio Tedeschi vinto dal mio amico Andrea Franco L’odore del peccato.

LdS. Stai traducendo? C’è qualche autore estero, snobbato dalle nostre case editrici che ti piacerebbe tradurre e portare in Italia?

SDM. Ho appena consegnato la traduzione di Pines di Blake Crouch, un thriller Horror che uscirà per Sperling. Molto, molto bello. Attualmente ho ridotto un po’ l’attività di traduttore. Sto scrivendo a tempo pieno, ma è sempre parte del mio lavoro. Mi piacerebbe tradurre regolarmente SAS… chissà se un giorno…

LdS. Il più bel noir che hai letto ultimamente?

SDM. Il romanzo che citavo poc’anzi. L’arena dei perdenti di Varenne realmente un bellissimo noir impegnato ma senza esagerazioni. E soprattutto senza piegarsi alle leggi dell’editoria che oggi in Italia ti pubblicano in libreria solo se scrivi ‘a tavolino’ un romanzo per compiacere i ‘supposti’ gusti del pubblico femminile. Il che mi sembra anche una stupidaggine perché conosco moltissime donne che leggono thriller e romanzi senza l’ossessione di dover essere coccolate con melensaggini o pseudoerotismi… il modo migliore per rispettare le donne è non creare il mito di una loro letteratura con valori diametralmente opposti a quelli che sino a oggi hanno  guidato l’editoria. Un bel libro è un bel libro e basta… (Sorride)

LdS. E’ da pochi giorni mancato Tom Clancy, un maestro del techno-thriller made in Usa, padre dell’indimenticato Jack Ryan, un personaggio invidiabile per ogni scrittore di action. Clancy è morto a Baltimora a soli 66 anni. Che ricordo hai di questo scrittore? Hai scritto un post sul tuo blog.

SDM. Clancy è un punto di riferimento per chi scrive spy story anche se non è uno dei miei autori –modello. Troppo americano e ‘patriottico’ per i miei gusti. Mi piacevano molto le sue trasposizioni cinematografiche, con Ford in primo luogo. Però Attentato alla corte d’Inghilterra resta un grandissimo romanzo. Clancy ha saputo approdare alla multimedialità, romanzi, spin off, giochi, film…insomma tutto quello che a me e ad altri suppongo, piacerebbe fare.

LdS. Avventura, azione, esotismo, arti marziali, donne non solo belle ma anche intelligenti e forti, capaci di tener testa ai personaggi maschili, un tocco di erotismo, mai volgare, mai grezzo, sempre venato di rispetto per i tuoi lettori, una sana gioia di vivere, un pizzico di introspezione, questi sono i segreti del tuo successo. Sei d’accordo? Cosa pensi i tuoi lettori amino di più dei tuoi libri?

SDM. Esattamente questi ingredienti che hai individuato con tanta precisione. L’avventura, il divertimento di chi scrive ancor prima di chi legge. La formula o il segreto se vuoi è proprio questo. E, lo ripeto, per me è una grandissima soddisfazione sentire lettori e amici in rete. Pensate quando l’autore se ne stava solo soletto senza alcun riscontro…

LdS. Penso che sia tutto, nel salutarti ti ringrazio nuovamente della tua disponibilità.

SDM. Grazie a te e ai lettori di Liberi Di scrivere per avermi ospitato ancora una volta. Ci vediamo sulle pagine dei libri…o in rete…

:: Recensione di Il mago della fiera di Jelena Lengold – (Zandonai Editore, 2013) a cura di Lucilla Parisi

7 ottobre 2013 by

jelene-lengoldTraduzione di Alice Parmeggiani

Nessuno mai ve lo insegna. La fragilità del desiderio […] Nessuno me lo ha detto, veramente. Assieme ai consigli sulla dieta, alla lista dei medicinali, avrebbero dovuto dirmi anche questo: – Da adesso, tu sei sua madre, e non la sua amante. Lo amerai di più, ti preoccuperai per lui molto di più, ma lo desidererai di meno -. Nessuno ve lo dice. Tutti vi parlano solo di una sana nutrizione e della necessità di camminare”.

I racconti della scrittrice serba Jelena Lengold ci parlano di partenze e di mancati ritorni, di perdite e di vuoti a perdere, di incontri fugaci e di desideri scomparsi.
I personaggi, spesso protagonisti senza nome di queste pagine, si fanno flusso di pensieri, osservatori inermi, vite impigliate come pesci stanchi nella rete del destino.
In una dimensione sospesa tra realtà e immaginazione, tra sogno e visione, le storie narrate prendono forma lentamente, conducendo il lettore in un percorso di scoperte inaspettate, raggiungendo con le parole gli strati più profondi dell’essere.
La Lengold si rivolge all’animo umano con spietata sincerità, non lasciando nulla di intentato nell’opera di rivelazione dei ruoli e delle dinamiche dei rapporti tra le persone. Ciò che ne discende è un ritratto crudo ma veritiero della fine dei legami e degli amori, del disperato e pietoso attaccamento ai gesti indifferenti dell’amato, della riduttiva e misera considerazione delle relazioni da parte degli individui.

Certi amori finiscono proprio così, in modo meschino e senza senso. Quando meno ve lo aspettate. O l’errore è proprio nel fatto che ve l’aspettate. Gli esiti negativi bisognerebbe aspettarseli sempre. Solo, come può vivere uno che si aspetta sempre un esito negativo?”.

L’analisi della scrittrice si spinge fino a descrivere il malsano rapporto di forza tra donna e uomo, spesso ridotto ad un’amara resa della prima alla meschinità del secondo, superficiale nei suoi giudizi e nelle sue scelte, prestigiatore dei sentimenti, mago delle parole e argonauta in fuga. Alla Medea abbandonata non rimane che scrivere lettere immaginarie, che non arriveranno mai a destinazione.

E ora eccomi qui, richiudo l’asse da stiro e sono un po’ senza respiro. Il mio respiro se ne è andato da qualche parte dentro di lui, nella ridicola convinzione che quell’uomo sarebbe stato sempre qui, vicinissimo, e che ogni volta che fosse stato necessario mi sarei potuta avvicinare a lui e inspirare quel tanto che mi serviva”.

Poi esiste anche il destino del ritorno, delle parole di chiarimento, del ritrovarsi, come accade spesso nella letteratura ma un po’ meno nella vita.
La scrittura della Lengold cattura sin dalle prime pagine: è schietta, scandita dalla forza dei pensieri che scorrono veloci lungo i binari della narrazione, senza cedimenti.

Perché là, fuori da questa recinzione, esiste tutta una vita che si deve esplorare. Annusare. Mordere. Graffiare. Perché ogni gatti ha diritto alle sue ferite e ai suoi vagabondaggi. E se non ti rassegni a questo, allora è meglio che tu non tenti nemmeno di amare qualcuno. Mai”.

Con Il mago della fiera l’autrice serba ha ottenuto nel 2011 l’European Union Prize for Literature.
Consigliatissimo.

Jelena Lengold (1959) occupa da vent’anni un ruolo unico nella letteratura serba contemporanea. Dopo diverse raccolte di poesia si dedica alla narrativa con il romanzo Baltimor (2003) e quattro volumi di racconti. Ha lavorato per dieci anni nella sezione culturale di Radio Beograd e si è inoltre occupata di diritti umani e risoluzione pacifica dei conflitti per conto dell’Accademia norvegese per le scienze umane. In Italia il suo racconto L’ascensore è stato pubblicato in Casablanca serba: racconti da Belgrado (Feltrinelli, 2003). Scrive e vive a Belgrado.

:: Intervista a Adrián N. Bravi autore di L’albero e la vacca, (Nottetempo editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

4 ottobre 2013 by

alberoCiao Adrián benvenuto qui a Liberi di scrivere per parlarci del tuo nuovo romanzo, L’albero e la vacca, edito da Nottetempo. Una storia a tratti surreale e fantastica, ma allo stesso tempo ben salda alla realtà per le tematiche familiari che affronta. Protagonista è Adamo,un ragazzino che ama arrampicarsi su un albero di tasso nei giardini pubblici di Recanati e guardare il mondo da lassù.

D. Da dove nasce l’idea di L’albero e la vacca?

R. Quando aveva otto o nove anni mio figlio ha subito un piccolissimo intervento con anestesia totale. Quando l’ho rivisto, subito dopo l’intervento, era ancora sotto l’effetto dell’anestesia e faceva un po’ ridere. Mi ha raccontato, tra le altre cose, che aveva visto una vacca bianca nella sala operatoria. Tutto è nato da quella visione lì.

D. L’atmosfera che permea la narrazione è in perenne bilico tra surrealismo e realtà. Perché il confine tra i due poli è così labile?

R. È difficile stabilire questo confine, perché non esiste, siamo noi che lo poniamo. Io cerco, entro i miei limiti, di guardare la “realtà” attraverso la finzione, ma senza fissare una distinzione tra i due piani.

D. Il protagonista si chiama Adamo, ama salire su un albero e mangiarne i frutti velenosi. Il protagonista bambino del tuo romanzo ha qualche rapporto con l’Adamo della Bibbia?

R. Non direttamente. Avrei potuto scegliere un altro nome, non sarebbe cambiato nulla. Mi piace pensare che l’Adamo di questo libro scopre per la prima volta, come l’altro Adamo, l’archetipo, le virtù consolatorie che si nascondono nei frutti del tasso. In quei piccoli frutti il bambino trova le visioni che lo riscattano dal disagio famigliare.

D. L’albero del tasso con i suoi frutti, miti e leggende cosa rappresenta per il protagonista? Un qualcosa di proibito che gli permette una fuga da un mondo che non ama?

R. Sul tasso c’è una letteratura affascinante, sempre legato alla morte. È un albero che sembra porsi al confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Non a caso si trova in molti cimiteri (suppongo stia lì per ospitare le anime dei morti prima della loro migrazione nell’aldilà). Attraverso i frutti, che si chiamano arilli, Adamo fugge dal suo mondo quotidiano, fatto di liti e conflitti famigliari. Il tasso e i suoi frutti sono un rifugio, simile a quello che trovano gli stranieri quando all’estero parlano la linguamadre: una protezione.

D. La vacca bianca che compare in più occasioni che significato ha per Adamo?

R. Significa un riscatto dalla realtà. Adamo trova nella vacca quella maternità e quella tranquillità che non riesce a trovare a casa, nella vita quotidiana. È una fuga, se vogliamo, ma allo stesso tempo è forma di salvezza.

D. Ad un certo punto della narrazione c’è un riferimento a Borges. Ti ha influenzato un po’ questo scrittore per la stesura di questo e di altri tuoi libri?

R. Per la stesura di questo libro direi di no, anche se compare a un certo punto un riferimento a “Il libro degli esseri immaginari”. Ad ogni modo, Borges è un autore che leggo da anni (mi sono anche laureato in filosofia con una tesi su Borges). Per un argentino della mia generazione è impossibile non farci i conti.

D. L’io narrante è Adamo adulto, ma quanto è rimasto in lui di quando era bambino?

R. Sì, l’io narrante è un adulto, ma lo sguardo rimane quello di un bambino che non capisce bene quello che gli sta accadendo intorno e accetta ogni cosa con un certo fatalismo, tipicamente infantile. Non giudica la decisione della madre di volersi separare dal padre, non ha gli strumenti; osserva e subisce le scelte.

D. Il mondo e l’umanità protagonista di L’albero e la vacca sono grotteschi e stralunati. Perché inserire in un contesto di questo tipo una storia che racconta il disgregarsi di un famiglia?

R. Noi viviamo in un’epoca stracarica di realtà ed esigiamo che la letteratura stessa ce la racconti in tutte le sue sfaccettature. Sembra che tutto debba fare i conti con la “verità”. Io sento il peso di questo eterno presente che ci soffoca. A me interessa osservare i tic delle persone, i loro conflitti, le loro ossessioni, ma attraverso la finzione. Credo, paradossalmente, che le storie “grottesche e stralunate” come questa possano raccontarci meglio la nostra quotidianità.

D. I genitori di Adamo, Luciano ed Enrichetta, sono due poli opposti. Cosa determina questa diversità nel piccolo protagonista?

R. In fondo i genitori sono due persone sole, ognuna triste e noiosa a modo suo. Due persone inconciliabili, e il povero Adamo cerca di fare del suo meglio, come per esempio buttare di nascosto nel sugo della pasta alcune bacche di tasso per far riconciliare i genitori, con risultati devastanti e inaspettati.

D. Luciano, storico dell’ornitologia, ha una vera e propria ossessione per degli scheletrini di plastica. Cosa significa per lui portarsi sempre appresso questo feticcio?

R. Sì, gli scheletrini sono un feticcio, un piccolo oggetto che gli ricorda, ogni volta che li vede, la condizione ultima dell’uomo. “A cosa serve litigare se questa è la fine di ciascuno di noi?” si chiede ogni tanto. E Adamo si prende cura degli scheletrini del padre.

D. Il tempo passa e Adamo cresce, ma questo comporta per lui la perdita delle persone che ama di più. Queste “mancanze importanti” cosa determinano nel protagonista?

R. Ci sono alcune morti importanti nel libro, ma, in un modo o l’altro, i morti continuano a comunicare con i vivi. Diventano una presenza costante, viva. La nonna di Adamo, per esempio, chiede al marito morto di “intercedere” affinché le zanzare non pungano il nipote; oppure Adamo che a un certo punto eredita la “moncosità” del padre, dopo la morte di questo. Insomma, le morti fanno parti del suo percorso, sono la sua vita.

D. Quale potrebbe essere la colonna sonora ideale per L’albero e la vacca?

R. Questa è una domanda davvero difficile, alla quale non so rispondere, perché non ho mai pensato a questo racconto in termini musicali. È una voce unica che narra la storia, quindi non potrei immaginarla in termini polifonici. Non so, sceglierei per alcune parti del libro il contrabbasso di Stefano Scodanibbio.

D. Quale è l’ultimo libro letto che vorresti consigliare ai nostri lettori?

R. L’ultimo che ho letto è stato La lucina di Antonio Moresco, un libro che mi è piaciuto molto, anche qua si racconta la storia di un bambino. Ieri invece ho iniziato a leggere Paradiso e inferno dell’islandese Jón Kalman Stefánsson e poi vorrei leggere Lo splendore casuale delle meduse di Judith Schalansky, so che è un bel libro.

:: Segnalazione di Dodici anni di schiavitù di Solomon Northup (Castelvecchi, 2013)

4 ottobre 2013 by

12-Years

Solomon Northup
Dodici anni di schiavitù
Castelvecchi

«Il libro di Solomon Northup è degno del pubblico più vasto: illuminante sullo schiavismo e sull’America precedente la guerra civile, e colmo di umanità, intelligenza e spiritualità» JOSH ZAJDMAN

Per la prima volta tradotto in italiano il libro da cui è tratto il nuovo film di Steve McQueen con Brad Pitt e Michael Fassbender, premiato al Festival di Toronto.

Negli Stati Uniti pre-guerra civile, Solomon Northup, uomo di colore nato libero, arriva a Washington in cerca di lavoro. Qui, nel 1841, viene adescato con una finta proposta, rapito e venduto come schiavo a un proprietario terriero della Louisiana.
Riacquistata infine la libertà nel gennaio del 1853, dopo dodici anni di  prigionia, Northup cita in giudizio i mercanti di schiavi che l’avevano imprigionato; ma il lungo processo seguente si conclude senza condanne o risarcimenti.
Pubblicato nel 1853, l’anno dopo La capanna dello zio Tom, il libro di Northup è il resoconto di quella terribile esperienza; scritto in tre mesi con l’aiuto di un autore bianco, Dodici anni di schiavitù al tempo della sua uscita ha venduto 30.000 copie in tre anni. Dopo un lungo periodo di oblio, forse dimenticato perché non aderente ai canoni della narrativa sullo schiavismo, Dodici anni di schiavitù è ormai rivalutato e considerato, per ricchezza dei dettagli e fedeltà nelle descrizioni, un’importante fonte storica.
Nel 2013 Steve McQueen ha tratto dal racconto un film – interpreti Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender e Brad Pitt –, già acclamato dalla critica e premiato al Festival di Toronto.

Solomon Northup (1808-1864 ca.) Afroamericano di Saratoga Springs, New York, ceduta la sua fattoria per problemi economici, si guadagna da vivere come musicista e con altre occupazioni saltuarie. Dopo il periodo di prigionia, Northup diventa un fervente abolizionista, tenendo decine di conferenze in tutto il Paese a sostegno della causa contro lo schiavismo. Nei primi anni Sessanta del XIX secolo, collabora con un sacerdote metodista del Vermont per aiutare i fuggitivi sulla «Underground Railroad», la rete semiclandestina per la fuga degli schiavi neri verso i Paesi liberi.