:: Segnalazione: Margherita Buy legge Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg (Emons Audiolibri, 2013)

31 ottobre 2013 by

emonslessicocove“Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: – Non fate malagrazie!”.

In Lessico famigliare, il riaffiorare alla memoria di parole, espressioni, frasi e modi di dire sentiti tante volte in casa da Natalia Ginzburg, scandisce, con ironia e tenerezza, la storia della sua famiglia – i Levi – ebrei e antifascisti, nell’Italia tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Novecento.

A cinquant’anni dalla prima pubblicazione e dal Premio Strega, Margherita Buy dà voce al Lessico famigliare di Natalia Ginzburg.  Esce, infatti, il 20 novembre per Emons: audiolibri Margherita Buy legge Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg. Qui potete leggerne un estratto.
Lessico famigliare – scrive la Ginzburg – è un romanzo di pura, nuda, scoperta e dichiarata memoria. Non so se sia il migliore dei miei libri: ma certo è il solo libro che io abbia scritto in stato di assoluta libertà”. Con la stessa libertà la Buy lo legge oggi, restituendoci l’intimità e insieme l’universalità di ogni sua pagina.

Natalia Ginzburg (1916 – 1991) è autrice di romanzi, saggi e opere teatrali, tra cui ricordiamo La strada che va in città (1942), Tutti i nostri ieri (1952), Le voci della sera (1961), Caro Michele (1973), La famiglia Manzoni (1983) e la raccolta di saggi Le piccole virtù (1962) di cui Emons ha pubblicato l’audiolibro nel 2011.

Margherita Buy ha recitato con i migliori registi italiani, tra i quali Nanni Moretti (Il caimano, Habemus Papam), Ferzan Ozpeteck (Le fate ignoranti, Saturno contro e Magnifica presenza), Paolo Virzì (Caterina va in città), Silvio Soldini (Giorni e nuvole) e Sergio Rubini (tra gli altri, La stazione ). Ha vinto più volte il David di Donatello e il Nastro d’Argento. Per Emons ha già letto Mal di pietre di Milena Agus, pubblicato nel 2008.

:: Recensione di E’ tempo sprecato uccidere i morti di Diego Di Dio (Dunwich Edizioni, 2013)

30 ottobre 2013 by

tempo sprecato uccidere i mortiA proposito dell’ arte del racconto Flannery O’Connor scrisse nei testi delle sue conferenze sulla scrittura che il significato e’ ciò che impedisce al racconto di essere breve, pur nella sua brevità. E che un racconto può dirsi riuscito se puoi sempre vederci qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano[1]. A dire il vero a me ancora sfugge il motivo per cui un racconto possa dirsi riuscito, a meno che non ci si limiti ad un parere meramente edonistico, al piacere della lettura. Un racconto può essere tecnicamente perfetto, grammaticamente ineccepibile e non trasmetterti niente, al contrario un racconto ricco di difetti può miracolosamente renderti felice di averlo letto.
Presumo che molta dipenda anche dallo stato d’animo del lettore, dalle sue letture pregresse, dalle sue aspettative e necessità. Ciò che alcuni giudicano noioso può essere visto da altri come geniale o per lo meno interessante. Stesso principio che ci guida quando per esempio affrontiamo le opere di uno scrittore come David Foster Wallace, che anche egli si cimentò nel scrivere racconti e vi consiglio di partire da questi se per la prima volta vi avvicinate a questo scrittore.
Tutto questo preambolo per dire che amo il racconto e il suo essere sfuggente. Ne ho scritti anche io e forse mi hanno più emozionato di scritti più lunghi. Recensire un libro di racconti non è un’impresa facile, non dico che sia come recensire componimenti poetici, lì ancora non mi reputo capace di inoltrarmi, ma devo dire che tra racconti brevi e poesia c’è sicuramente un rapporto di fratellanza.
Ho letto E’ tempo sprecato uccidere i morti” di Diego Di Dio edito da un piccolo editore romano, Dunwich Edizioni, e naturalmente sono partita dalla prefazione di Barbara Baraldi e subito dopo dalla postfazione di Andrea Carlo Cappi, che un attimo mi ha fatto sobbalzare perché sembrava canzonare il lettore intento a fare proprio quello che io stessa stavo facendo. Finge di dirci il nome di un colpevole di un racconto, per punirci della troppa curiosità. Ma che devo dire, io amo molto gli aneddoti collegati ad un’ opera e vorrei che tutti gli scrittori di racconti facessero come Isaac Asimov.     
Iniziamo dal titolo, E’ tempo sprecato uccidere i morti, citazione tratta dal fumetto di Dylan Dog “Oltre la morte”, come apprendo in epigrafe, che ci pone subito di fronte il genere che andremo ad affrontare, quella specie di thriller horror che sceglie di norma opere più a lungo respiro per esprimersi. E da qui già emerge una certa incoscienza o se vogliamo chiamiamola coraggio dell’autore procidano, classe 1985. In tutto sono 12 racconti, di cui due già li conoscevo La schiava e l’imperatore e Il ragazzo che sconfisse i lupi, ma non chiedetemi in che tempo e luogo li ho letti, quello che è certo è che mi hanno dato un piacevole senso di dejavu che non guasta, quando ci si vuole immergere in un certo tipo di atmosfera.
Apre la raccolta La signora, racconto con cui Di Dio ha vinto il premio Mario Casacci (Orme Gialle) 2011. Racconto noir ambientato a Procida che ha per protagonista una donna di mafia, di camorra per meglio dire, Donna Teresa, impegnata nelle sue lotte di potere, nelle sue vendette. Racconto asciutto, asciugato di ogni ornamento superfluo e spruzzato di dialetto, come molti altri racconti dell’autore.
Poi continua con La schiava e l’imperatore, un racconto sulla libertà e sulle sue molteplici forme per conquistarla. Si passa quindi al più surreale
Il delirio di un impiegato, racconto frammentario come i mille volti della follia, ispirato all’album Storia di un impiegato di Fabrizio De Andrè.
Cose liquide invece ci narra in prima persona un atto involontario di amore che diventa morte, racconto brevissimo, due pagine e mezzo scarse, quasi un frammento.
Più complesso e tradizionale se vogliamo Ricordati questo giorno, altro racconto procidano, su quanto sia importante fare la cosa giusta.
Poi segue Io non ti perdono, altro racconto brevissimo, su una vendetta, sulle ultime parole, quasi prive di senso, forse inutili, che si dicono a qualcuno che intendi uccidere.
Il Coltellaio, racconto vincitore della cinquantesima edizione del Nero Premio, è se vogliamo più macabro e tendente all’horror, con echi granguignoleschi, evocati in modo indiretto, specie quando al moglie dice: “vado a  prendere il secondo”.
Seguono i brevissimi Il ragazzo che sconfisse i lupi, e La signora dei maiali.
Più complesso Lasciatemi dormire.
Poi il brevissimo Mia madre, e per terminare Il supereroe, racconto diviso in 10 capitoli, forse il più compiuto ed espressivamente maturo. Se amate i racconti, concedete una possibilità a questo giovane autore. Saprà sorprendervi.

Diego Di Dio è nato a Procida, isola dove vive, nel 1985. Ha pubblicato una trentina di racconti che spaziano dal noi all’horror. Nel 2012 il suo racconto I dodici apostoli è comparso in appendice di un classico del Giallo Mondadori. Ha pubblicato saggi su Stephen King, Thomas Harris, Sergio Bonelli, su riviste di settore.


[1] O’Connor Flannery, ‘Nel territorio del diavolo – sul mistero di scrivere’, Minimum fax, 2003

:: Recensione di Zitto e muori di Alain Mabanckou (66th and 2nd, 2013) a cura di Giulietta Iannone

29 ottobre 2013 by

mabanckou_zitto_coverxwebNon smetto di pensare un solo istante al fatidico giorno che mi ha portato qua, al tardo pomeriggio di quel venerdì 13 in cui, invece di godermi l’estate appena arrivata, i parchi di Parigi, i lungosenna pieni di gente, le donne che passeggiavano mezze nude per la città, all’improvviso, in quella strada poco frequentata del XVIII arrodissment, ho visto calare una cortina scura sulla mia vita. Nessun altro ricordo mi ha mai tormentato tanto, e sono addirittura arrivato a credere di essere in balia di una specie di incubo, e che la mia esistenza attuale sia soltanto un miraggio che al mio risveglio svanirà.  

Oggi voglio parlarvi di un piccolo gioiellino noir che ho scovato prima leggendone la segnalazione su un blog, e poi leggendone la recensione di Lorenzo Mazzoni sul Fatto Quotidiano.
Si intitola Zitto e muori (Tais-toi et meurs, 2012) dello scrittore congolese Alain Mabanckou. Edito da 66thand2nd, giovane casa editrice romana che vi consiglio di tenere d’occhio, (ha una collana B-Polar con titoli decisamente interessanti come Non sta al porco dire che l’ovile è sporco del beninese Florent Couao- Zotti, e La bionda e il bunker della scrittrice francese, nata a Parigi da madre bosniaca e padre montenegrino, Jakuta Alikavazovic) e tradotto da Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, questo surreale e divertente noir ci porta nella multietnica e colorata Parigi dei giorni nostri, abitata da immigrati di tutte le nazionalità, la cui convivenza spesso turbolenta e indisciplinata, fatta non solo di solidarietà e aiuto reciproco ma anche di rivalità, gelosie e antagonismi, fa i conti con integrazione e razzismo.
La comunità congolese che ruota intorno al quartiere di Chateau-Rouge, definito con scherno e disprezzo da Mama La Padrona, proprietaria del ristorante l’Ambassade il “ghetto congolese”, fa da sfondo a questo romanzo insolitamente corale, sebbene narrato in prima persona da Julian Makambo, giunto a Parigi dal Congo-Brazzaville in cerca del suo pezzetto di futuro, in un mondo in cui il successo si misura anche solo nel potere mandare soldi a casa, o nei vestiti sgargianti dei Sapuer, membri del Sape (Société des Ambianceurs et des Personnes Élégantes), capaci di saltare i pasti pur di avere il guardaroba fornito di abiti firmati e scarpe di anaconda.
Ma Makambo, in lingala significa “guai” e al protagonista, sebbene clandestino con i falsi documenti di un certo Josè Monfort, i guai non mancheranno. Infatti l’amico e cognato Pedro Bolawa, piccolo delinquente che campa di espedienti e traffici illeciti, fornendo documenti falsi e abitazione e “lavoro” al clan di Rue de Paradis, è stato contattato per un colpo davvero grosso, pagato in contanti duecentomila euro, una sorta di regolamento di conti, perché il razzismo ha una doppia faccia ed esiste anche quello dei neri nei confronti dei bianchi, sembra dire l’autore con sincero disincanto, e sceglie proprio Julian come spalla e capro espiatorio. Perché nella comunità vige la legge dell’omertà e zitto e muori può essere inteso in modo metaforico o letterale, come spiega  Shaft al nostro esterrefatto Makambo che non ha nessuna intenzione di andare in galera per un crimine non suo.
Ecco in breve la trama di Zitto e muori, un noir africano che con ironia e sprazzi di vera comicità ci racconta di un mondo ai margini, vitale e pittoresco, se vogliamo anche naif, ma governato da regole spietate. La comunità africana a Parigi non è fatta tutta di delinquenti più o meno piccoli, ma c’è anche questo volto che Mabanckou ci descrive senza ipocrisie o falsità, ed è il bello di questo romanzo, privo di quel “buonismo” ipocrita che spesso accompagna il concetto che hanno alcuni dell’identità nera in Europa, e privo nello stesso tempo dei rugginosi preconcetti che fanno degli africani persone rozze e ignoranti. Esempio ne è lo stesso autore che ora vive in California e insegna alla Ucla.
Chiassoso, colorato, pieno di musica, non è un noir triste o che fa del facile vittimismo, anzi impreziosisce di pagine raccontate con uno stile elegante e fantasioso una narrazione anche eticamente importante. Sembra che non ci sia genere più indicato del noir per descrivere le ambivalenze e le oscurità della nostra società, – la critica del sistema legale francese è feroce, pur coi tratti dell’ironia (l’avvocato incapace, la psichiatra coi capelli grigi e ricci, i secondini)- , viste da un ospite, da uno straniero giunto in Francia per sfuggire alla povertà ma ancora legato alla sua terra d’origine, tenuta stretta con proverbi, musiche, aneddoti, ricordi.
La letteratura dell’immigrazione è ricca di perle come questa e dona nuova linfa ad un genere che sembra rinascere sempre con nuove facce. Spero di leggerne altri romanzi così. Vorrei segnalare come ultima cosa il simpatico disegno in copertina di Gigi Pescoldeung.                   

Eclettico e irriverente, il poeta e romanziere Alain Mabanckou è nato nel 1966 nella Repubblica del Congo. Figlio unico, è cresciuto nella caotica Pointe-Noire, capitale economica del paese, insieme all’amatissima madre, figura centrale della sua vita: non a caso tutti i suoi libri sono dedicati a questa donna forte e determinata che lo ha spinto nel 1989 a trasferirsi in Francia per completare gli studi. E a Parigi Mabanckou è rimasto per oltre dieci anni, assaporando il clima multietnico delle banlieue, dove culture diverse si incontrano e si scontrano, creando quel mix fertile che riaffiora nei suoi romanzi. Primo autore francofono dell’Africa subsahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana Blanche di Gallimard, Mabanckou ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi romanzi, tra cui il premio Renaudot per Memorie di un porcospino e il premio Georges Brassens per Domani avrò vent’anni. Attualmente Mabanckou insegna alla Ucla dove si è guadagnato il soprannome di «Mabancool» perché è considerato il professore più cool di tutta la California. Nel frattempo Black Bazar è diventato un disco, sono in preparazione due film tratti dai suoi libri e l’Académie française gli ha attribuito il Grand Prix de Littérature Henri Gal 2012 per l’insieme della sua opera.

:: Recensione di La solitudine di un riporto di Daniele Zito – (Hacca, 2013) a cura di Lucilla Parisi

29 ottobre 2013 by

solitudine“I libri lo annoiavano a morte. Non che ne avesse letti molti, ma sapeva che non contenevano nulla che potesse interessarlo; nutriva per essi uno schietto sentimento di repulsione che sovente si trasformava in limpida rabbia che andava a digradare verso le sfaccettature più cupe dell’odio cristallino, eredità, forse, dei giorni del manicomio, quando tra i fumi degli elettrodi intravedeva pareti cariche di libri, alle sue spalle, e medici sudati che guardavano il culo alle infermiere, poco più in là”.

Antonio Torrecamonica è il libraio meno azzeccato che si possa immaginare: non per scelta ma per dovere, si ritrova a gestire, suo malgrado, una clientela di lettori, più o meno appassionati, e le loro richieste troppo spesso prevedibili.
Dopo che Don Pietrino lo ha liberato dalle quattro mura di un ospedale psichiatrico e lo ha rinchiuso in una libreria per coprire gli affari sporchi dell’Organizzazione il libraio, rude e sgraziato, dotato di un improponibile riporto, si ritrova a covare il suo non celato odio per i libri e l’umanità tutta, tra scaffali polverosi e volumi di carta più utili per l’igiene personale che per ospitare parole.

“Aveva provato con centinaia di altri: il Don Chisciotte, Moby Dick, la Recherche, La Divina Commedia, l’Iliade, tutto Dostoevskij e altri ancora, ma nessuno di essi custodiva pagine tanto soffici come quelle di Anna Karenina. Provare per credere. Pulirsi il culo con Anna Karenina somigliava in maniera vertiginosa alla felicità. Ecco perché lo scaffale delle Anna Karenina era il suo santo Graal, la fonte stessa del suo potere”.

A rompere la solitudine dei suoi giorni, le telefonate senza filo con il fratello Paolo, scomparso anni prima quando Antonio era solo un bambino: il discorso interrotto con l’amato fratello riprende la forma di conversazioni immaginarie, tra sogno e realtà, nel tentativo disperato di rimettere insieme i pezzi di un’esistenza incomprensibile, scandita dal ritmo sempre uguale dei giorni.
Sarà la scoperta dell’amore per una donna sconosciuta e le parole inaspettate di un libro, a riaccendere nell’insano e grigio libraio il desiderio di fuga e libertà dalla sua forzata prigionia, fino a sconvolgerne completamente le speranza e le attese, a riportarlo alla vita e alla sua multiforme realtà. Grazie alle parole che Florentino Ariza rivolge alla sua amata di sempre Fermina Daza, protagonisti di uno dei più famosi romanzi dello scrittore Gabriel García Márquez, Antonio scopre infatti la sua verità: matura in lui la consapevolezza che la sua solitudine è un inaccettabile rifiuto alle possibilità del vivere e che l’amore è “una cosa seria. Una specie di roccaforte contro il passare del tempo, l’unica in grado di difenderci dal nemico più crudele di tutti. Noi stessi.”
La vicenda personale di Antonio si intreccia con quella del malavitoso Don Pietrino (devoto alla Santa, la defunta zia di Antonio) e dei suoi scagnozzi; con quella degli investigatori digossini guidati dall’ambizioso commissario Serracavallo, convinto che il libraio sia a capo di una pericolosa organizzazione terroristica; e dalla vedova di un uomo dell’Organizzazione, Irene, che Antonio amerà di un amore disperatissimo. Personaggi grotteschi – decisamente credibili nella loro disarmante meschinità – le cui azioni ed omissioni vengono descritte con pungente ironia dall’autore, bravo nel costruire aneddoti divertenti e dialoghi spassosi, anche nei momenti più tristi e amari della storia.
Il libraio vive ai margini della vita, chiuso al mondo e rassegnato alla miseria delle relazioni umane e alla superficialità delle azioni, imbruttito dalle scelte che altri hanno preso per lui. Fino al giorno in cui, grazie anche ai libri che tornano ad essere suoi compagni di vita, riprenderà in mano le sorti della propria esistenza.

La libreria era l’unica cosa reale di tutta la sua esistenza. Tutto il resto era sogno, sempre e soltanto sogno, il sogno di un uomo ridicolo.”

Lo scrittore siciliano Daniele Zito ci regala, con il suo romanzo d’esordio, una storia decisamente originale, che si snoda attraverso soluzioni mai scontate, giocando abilmente con l’intreccio e con i personaggi, ben manovrati nella trama ordita dal loro esperto burattinaio.

Daniele Zito (Siracusa, 1980) ha 33 anni e vive a Catania. Ha svolto per otto anni il secondo mestiere più antico al mondo (il precario della ricerca), occupandosi di grid, cloud e sistemi complessi tempo varianti. Collabora con l’«Indice dei Libri del mese», dedicandosi per lo più al teatro e alla narrativa italiana. Dal 2008 mantiene un blog giornaliero, seicose.blogspot.com, segnalato, tra gli altri, da «La Repubblica».

:: Un’ intervista con Ben Pastor, per Luna Bugiarda, (Sellerio, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2013 by

8. cover SELLERIOTorna a trovarci tra le nostre pagine Ben Pastor che ci ha raccontato della nuova edizione di Luna bugiarda, pubblicato per la prima volta undici anni fa da Sellerio e ora rieditato con alcune modifiche e precisazioni narrative. Un giallo storico coinvolgente e ad alta tensione dove le cose e le persone non sono mai quello che sembrano, ma parliamone con Ben che ci ha rilasciato questa intervista:

D. La prima uscita italiana di Luna bugiarda risale al 2002. Perché la scelta di questa nuova edizione e cosa ha di diverso rispetto a quella precedente?

R. Il pubblico di Martin Bora si è allargato negli anni, ma allo stesso tempo molti lettori – che hanno conosciuto il personaggio nelle edizioni Sellerio – ignoravano le sue precedenti avventure. Da qui la decisione di riproporre i romanzi precedenti a Il Signore delle cento ossa. Le modifiche alla nuova edizione di Luna bugiarda non sono sostanziali, ma piuttosto mirate ad armonizzare il testo con dettagli che si riferiscono ad investigazioni che non erano ancora state “coperte” in precedenza. Inoltre, anche la migliore traduzione va periodicamente rivista per linguaggio, stile, eccetera.

D. Martin Bora si trova in Veneto dopo l’8 settembre del 1943 ed è reduce da un attentato che gli lascia profondi segni fisici e interiori, ma nonostante tutto accetta la missione investigativa. Questo suo farsi detective è una passione vera o una sorta di via di fuga dal fronte e dall’ideologia nazista?

R. Le motivazioni ultime degli esseri umani, reali o inventati, sfuggono quasi sempre all’analisi. Azzardando un’ipotesi, anche grazie a letture di diari, corrispondenza e altre fonti primarie d’epoca, direi che un uomo dell’ambiente di Bora (colto, internazionale) debba necessariamente vedere la guerra come un terribile fenomeno che va affrontato come un dovere. Lo stesso senso del dovere, morale e filosofico, lo spinge a risolvere casi criminali che potrebbero altrimenti restare impuniti. La dittatura e i suoi orrori sono qualcosa con cui confrontarsi quotidianamente, senza cercare di sottrarsi.

D. Spesso nel libro accadono eventi e alcuni dei personaggi non sono davvero quello che sembrano a prima vista. Questo senso di ambiguità che rapporto ha con il titolo Luna bugiarda?

R. Spesso nella letteratura (non solo di detection), l’ambiguità è il sostrato stesso del narrato. La vita di per sé è complicata, e ogni volta che ci troviamo davanti alla complessità ci troviamo davanti a potenziali equivoci, finzioni, doppi sensi, menzogne. Quando c’è di mezzo un crimine, tutto diviene ancora più opaco e sfuggente. L’apparente “bugia” della luna, che è crescente proprio quando ha la gobba verso il tramonto, e viceversa, fornisce un’utile metafora, non solo linguistica, al romanzo.

D. Accanto a Bora c’è l’ispettore Sandro Guidi. I due hanno caratteri molti diversi tra loro, quanto questa diversità influenzerà le indagini e la percezione degli eventi a seguire?

R. Si sa che nella costruzione di una coppia di protagonisti le differenze sono necessarie. Letteratura e cinema abbondano di “strane coppie” dove per fisico, mentalità, attitudini, i due caratteri principali si completano a vicenda. Nel caso di Bora e di Guidi, le loro visioni della vita sono quasi opposte per indole, lingua, cultura: da qui l’interessante doppio binario che segue l’inchiesta, non senza diverbi e critiche reciproche. Chissà come avrebbero risolto il caso individualmente?

D. Il notabile Lisi, non è proprio uno stinco di santo, è uomo potente e ambiguo. I fatti di cui sarà protagonisti possono essere gli indizi che lui è un po’ vittima e carnefice di se stesso?

R. Sicuramente il fascismo, come ogni dittatura del Ventesimo secolo, esasperò le tendenze personali di coloro che vi parteciparono rivestendo ruoli pubblici. Un “ras” provinciale, adulato e obbedito, poteva ben essere tentato di anteporsi o addirittura sostituirsi alle regole: lo fanno anche i politici attuali! (più in Italia che negli Stati Uniti, a dire il vero). Lisi non è una vittima innocente, ma il mondo ideologico e brutale in cui si muove può avere contribuito a renderlo quello che è.

D.Tra i principali sospettati dell’omicidio c’è anche Claretta Lisi, la moglie della vittima. Mi ha ricordato molto le attrici dei film dei “Telefoni Bianchi”, tutta perfetta, patinata, ma la donna è così fragile come vuole far credere?

R. L’annosa questione della vera o presunta fragilità della donna (in generale) ha fatto versare fiumi d’inchiostro. Nell’Italia maschilista del Ventennio, in cui i ruoli di moglie e madre erano privilegiati, non mancavano tuttavia modelli più “leggeri” e attraenti che riscuotevano enorme successo: le attrici cinguettanti dei “Telefoni Bianchi”, appunto. Per Claretta Lisi, che fra l’altro condivide il diminutivo con l’amante ufficiale del Duce, l’immagine della bionda inerme e un po’ svampita è un mezzo per conquistare un marito ricco e potente, e non solo…

D. L’ambientazione è nell’Italia bellica, chi legge sa che è in corso il conflitto, ma la guerra non irrompe mai nella narrazione se non in modo sporadico. Come mai la scelta di questa funzione di “cornice” della Seconda guerra mondiale?

R. L’investigazione necessariamente richiede tempo e lucidità mentale. Questi elementi, sia per Bora che per Guidi, sono spesso interrotti dalla realtà terribile della guerra nell’Italia occupata dai nazisti. La scelta di usare gli eventi bellici come cornice – senza peraltro tralasciare episodi quali la deportazione, i bombardamenti, o la lotta partigiana – permette di ricostruire in modo plausibile quelle che potevano essere le giornate “lavorative” di un ufficiale tedesco e di un commissario di Pubblica Sicurezza alle prese con un caso politicamente delicato.

D. Martin Bora è un ufficiale della Wermacht, quindi un militare tedesco, ma il suo atteggiamento non del tutto chiaro verso la guerra e la situazione degli ebrei infastidisce – e non poco – il capitano delle SS Lasser. Come reagirà il superiore di Bora alla vaghezza di presa di posizione del protagonista?

R . Da tempi non sospetti, ovvero dalla sua partecipazione come giovane volontario alla Guerra Civile spagnola nel 1937, Bora si è confrontato con superiori che trovavano sospetto il suo tiepido atteggiamento verso la sopraffazione cieca (La canzone del cavaliere); dalla Notte dei Cristalli in poi (Il Signore delle cento ossa) l’antisemitismo diviene il principale se non l’unico dilemma morale con cui l’ufficiale si trova a confrontarsi, spesso a suo rischio. Come si vedrà nel prosieguo della sua carriera di soldato e di uomo, il suo terreno di manovra si farà sempre più ridotto, accidentato e pericolosissimo. È una scelta etica che molti fecero in Germania, e che pagarono con la vita.

D. In opposizione a Lasser troviamo il colonnello dell’aviazione tedesca Habermehl. Quanto è importante la sua figura per Bora?

R. Per un giovane, le figure maschili adulte sono quasi sempre in loco parentis, ovvero hanno una valenza paterna. Nel caso dell’affettuoso colonnello amico del patrigno di Bora, servizievole ma militarmente finito – anche per il suo alcolismo -, l’immagine è forse quella del padre di cui non si devono seguire le debolezze. Habermehl resta comunque una figura che rimanda ai gloriosi inizi dell’Arma aerea, e quindi all’immaginario eroico di un’intera generazione di ragazzi cresciuti nel primo dopoguerra.

D. In Luna bugiarda oltre all’indagine scopriamo che Bora ha una vita privata, una moglie, ma le mancate risposte alla sue lettere da parte della donna cosa determinano in lui?

R. Benedikta (Dikta) appare fin dagli inizi della serie come la controparte affettiva di Martin Bora. Prima come innamorata, poi come fidanzata – non senza l’opposizione della famiglia di lui – quindi come moglie lontana. In effetti, la lontananza è la costante della loro relazione: missioni estere, guerra, l’accavallarsi di corsi in prestigiosi istituti miliari riducono grandemente i tempi e gli spazi che la giovane coppia ha a disposizione. Per quanto sessualmente ben assortiti e appartenenti allo stesso milieu sociale, Martin e Dikta convivono ben poco. Perciò l’assenza di corrispondenza da parte di lei pesa così notevolmente su Bora in Luna bugiarda: un tocco tristemente realistico, poiché le relazioni amorose furono fra le prime vittime del conflitto.

D. Bora va in più occasioni a casa di Nando Moser, un gentiluomo di campagna, povero e decaduto come la sua abitazione che sta andando in frantumi. Qui c’è un pianoforte e si parla di Mozart, della sua genialità e del conflitto con Salieri. Quanto questa parte di storia passata è in rapporto con il vissuto e l’agire di Bora?

R. Figlio di un musicista di fama mondiale, e valente pianista lui stesso, nel romanzo Bora ha di recente subito la perdita della mano sinistra. Questa mutilazione, terribile di per sé, è doppiamente crudele per chi sia cresciuto con la passione della musica classica e del pianoforte. L’incontro con un vecchio e impoverito proprietario terriero, rappresentante di quella piccola nobiltà cui Bora stesso appartiene, echeggia il passato colto e soldatesco della Mitteleuropa spazzata via dalla Grande Guerra; allo stesso tempo, sembra presagire la sconfitta e lo smembramento territoriale che nel ’43 già si profilano per la Germania. Il ricordo del passato e le conoscenze musicali caratterizzano Bora nel profondo, e ne definiscono anche l’atteggiamento rigoroso verso la vita.

D. Nella casa di Moser ci sono una serie di vecchi trofei di battaglie vinte contro i Turchi e sulla bandiera turca c’è una Luna. Quanto essa è in rapporto con la Luna bugiarda del titolo spesso citata nella narrazione dai alcuni personaggi?

R. Ogni epoca e ogni nazione hanno avuto il proprio avversario ideale, di volta in volta definito come barbaro, alieno, altro da sé. Se per l’Europa moderna dal ’600 al 1918 l’Impero Ottomano fu il nemico da sconfiggere, ben altro fu lo scontro di ideologie nella Seconda guerra mondiale. I “Turchi” del romanzo non sono etnicamente definiti; sono da interpretare come coloro che sono diversi da noi, ma anche come i nostri complessi e conflitti interiori. Perciò appaiono le bandiere con la mezzaluna, il poliziotto siciliano a nome Turco (che definisce le male azioni “cose da Turchi”), e Bora parla dei “Turchi” che sono dentro ognuno di noi.

D. Nella nota finale c’è un’attenta riflessione sul romanzo e su quanto la tua vita e la Storia ti abbiano influenzato e continuino a farlo. Quanto è importante conoscere le nostre radici e quelle del mondo dove viviamo?

R. Fra le molte cose che ho imparato nella mia vita americana c’è anche un’attitudine molto pratica nei confronti delle esperienze concrete: Life happens, la vita succede. Con questo non si intende che non si debba avere un ruolo attivo e pienamente responsabile nei confronti delle proprie scelte, anzi. Si ammette però che le circostanze possono essere impreviste e anche negative, e che non aiuta piangersi addosso. Quando poi confronto la mia esistenza con quella delle generazioni che mi hanno preceduto, posso solo seguitare a rendere omaggio come posso, da scrittrice, alle loro difficili e spesso tragiche vicende. Non si tratta di giustificare, tanto meno di scusare: ma noi tutti deriviamo dalla nostra storia comune, e dobbiamo prenderne atto. Quanto alle radici familiari e personali, sono valide e importanti nella misura in cui ci aiutano a conoscerci e a migliorare: per me la vera genealogia è quella delle passioni e dei principi che condividiamo con i nostri vecchi, e con quelli prima di loro.

D. Un’ultima domanda: dopo la nuova edizione di Luna Bugiarda, sei al lavoro su qualche nuova avventura per Bora o ti stai dedicando ad altro?

R. Sono ormai a buon punto nella stesura del prossimo romanzo di Martin Bora, che si svolge nell’isola di Creta appena sanguinosamente occupata dall’aviazione tedesca nel 1941. Un’occasione per toccare alcuni aspetti del protagonista e alcuni temi – fra cui le antichità classiche e i miti del Mediterraneo – che finora non erano stati affrontati. Un’investigazione che si trasforma quasi letteralmente in un’odissea. Dopo la bruma padana di Luna bugiarda, la luce abbagliante della patria del Minotauro e del Labirinto!

:: Tutto Maigret letto da Giuseppe Battiston (Emons Audiolibri, 2013)

25 ottobre 2013 by

maigret cerviLa prosa scarna di Georges Simenon, la voce densa di Giuseppe Battiston, l’iconico profilo di Maigret nelle illustrazioni “vintage” di Ferenc Pintér: arrivano in audiolibro le più belle storie del mitico commissario Maigret.

Il meglio di Maigret letto da Giuseppe Battiston

In esclusiva per l’Italia con Emons Audiolibri

In libreria dal 20 novembre i primi due titoli con illustarzioni di Ferenc Pinter

IL PORTO DELLE NEBBIE

Il piccolo porto  di Oustreham, Bassa Normandia, è immerso nella nebbia, una nebbia silenziosa che sembra invadere tutto: le strade, le case, perfino i caffè in cui si muovono ormai quasi invisibili i suoi abitanti. Maigret arriva per accompagnare un uomo che ha perso la memoria e che subito dopo vi perderà la vita… Pubblicato nel 1932, il romanzo venne scritto da Simenon proprio a Ouistreham, dove lo scrittore si trovava a bordo della sua barca a vela.

L’IMPICCATO DI SAINT-PHOLIEN

Brema, una fredda notte di fine novembre. In un albergo di infima categoria, un uomo si spara un colpo di rivoltella in bocca sotto gli occhi di Maigret. Da questo suicidio apparentemente inspiegabile, prende le mosse una caccia che porterà il commissario da Brema a Parigi, da Parigi a Reims, e infine a Liegi, alla scoperta di una società segreta: la Confraternita dell’Apocalisse.

In libreria – e in download – dal 20 novembre con Il porto delle nebbie e L’impiccato di Saint Pholien. Poi avanti con quattro titoli all’anno per un totale di sedici: Pietro il lettone, Il cane giallo, Maigret, Il crocevia delle tre vedove, La ballerina del Gai-Moulin, Il defunto signor Gallet, La balera da due soldi, L’ombra cinese, Le vacanze di Maigret, Il caso Saint-Fiacre, I sotterranei del Majestic, Un delitto in Olanda, Una testa in gioco, Maigret a New York.

Maigret ideale anche nella presenza fisica, Giuseppe Battiston è uno degli attori italiani più talentuosi della sua generazione. Pluripremiato nel cinema e nel teatro, ha vinto ben tre David di Donatello per Pane e tulipani (2000) di Silvio Soldini, Non pensarci (2007) di Gianni Zanasi  La passione (2011) di Carlo Mazzacurati, lo ricordiamo anche in Io sono Li di Andrea Segre e Zoran, il mio nipote scemo di Matteo Oletto. A teatro ha vinto il premio Ubu per il suo Orson Welles’ roast. Ha già lavorato con Emons leggendo Diario di scuola di Daniel Pennac.

Georges Simenon (1903-1989) non ha bisogno di presentazioni. Tra il 1931 e il 1972 pubblica settantacinque romanzi e ventotto racconti che hanno come protagonista il commissario Maigret. Massiccio di corporatura – eredità delle sue origini contadine –, largo di spalle, di aspetto distinto ma d’indole burbera, Maigret non si separa mai dall’adorata pipa, suo segno distintivo. Ama i caffè, da cui osserva il mondo con il suo sguardo acuto e profondamente umano, ed è sposato con la signora Maigret.

Ferenc Pinter “Perché dopo ottanta-novanta copertine riesco e continuo a disegnarle con immutato interesse, anzi con piacere?”, scriveva Ferenc Pintér (1931-2008) nell’estate del 2007 e rispondeva “penso che la risposta stia nell’atmosfera creata dallo scrittore, aleggiante intorno a Maigret come il fumo grigioazzurro della sua pipa. Di che cosa è fatta questa atmosfera avvolgente? Io credo soprattutto di particolari, se vogliamo ripetitivi, come i nomi dei cibi – la blanquette de veau, il fricandeau, eccetera – o come i riti della brasserie Dauphine, dove, prima del calvados, compare sul banco l’immancabile uovo sodo”. Il linguaggio scarno e denso delle copertine di Pintér, la loro “capacità sintetica” (Federico Zeri) corrisponde perfettamente alla prosa di Simenon e, oggi, all’interpretazione di Battiston.

:: Recensione di L’abisso è alle porte, Beda, GDS editori 2013 a cura di Viviana Filippini

25 ottobre 2013 by

l'abisso è alle porteCosa è l’abisso? Così, su due piedi penso a qualcosa di profondo che non ha una fine. Una sorta di luogo dal quale sembra del tutto impossibile tornare indietro e se relaziono la parola abisso al titolo di questa raccolta poetica di Beda, penso che l’abisso sia alla porte come un qualcosa di cupo ed opprimente pronto a travolgere ognuno di noi. La raccolta di Beda, nata nel 2009, è un insieme di frammenti poetici di varie lunghezze nelle quali l’autore, che non ama definirsi un vero e proprio poeta, indaga situazioni di vita umana privata. Tanti versi dai quali emerge un pessimismo profondo nei confronti della vita e di come essa a contatto con la società di oggi stia abbruttendosi con la conseguente perdita  dei principi esistenziali positivi di un tempo. Il tutto è determinato dal contatto con un’organizzazione odierna e quotidiana dalla quale risulta quasi del tutto impossibile riuscire a ricavare qualcosa di buono e per tentare la costruzione di un oggi e di un domani migliore. Il tema delle poesie di Beda è esistenziale e le parole in questa raccolta sono il mezzo usato dall’autore per esprimere la sofferenza del vissuto quotidiano. Quello che emerge è un senso di profondo malcontento nei confronti del sistema contemporaneo nel quale ogni cosa sembra andare a rotoli (dal lavoro, all’economia fino a giungere allo scatafascio delle relazioni umane). Il pessimismo doloroso di Beda è così intenso che a volte si ha quasi l’impressione che la stessa parola poetica soffra nel tentativo di esprimere ciò che sta nel cuore di chi scrive. Dalla lettura di L’abisso è alle porte emerge il desiderio di chi comunica con in versi di sentirsi libero di esistere, ma è il mondo cupo e torbido nel quale si vive oggi a rendere difficile, ardito e quasi impossibile quest’ aspirazione. Tante sono le tematiche (amore, conflitti sociali, l’incomunicabilità tra le persone, sentimenti infranti) affrontate attraverso i versi, i paragoni e le metafore poetiche.  Tra i vari argomenti spiccano la consapevolezza della brutale trasformazione subita dal paesaggio naturale abbruttito e violato dall’ossessiva necessità di costruire insita nell’uomo (Amianto calmo e quieto) e il tempo Passato. Quest’ultimo è un esempio di un tempo fatto di pensieri, cose, gesti e persone trascorso per sempre e ormai irrecuperabile, composto da ricordi impossibili da riportare in vita, perché andati e finiti nell’oblio. Indicativa è l’immagine di copertina con quelle sbarre oltre le quali c’è una possibile libertà non facile da raggiungere per l’uomo odierno, fagocitato da un mondo che non è più quello che avrebbe dovuto e potuto essere. Il linguaggio di Beda è schietto e diretto proprio per fare arrivare il messaggio a chi legge, nella speranza di smuovere le menti dei lettori a prendere coscienza sulla deriva che il nostro universo sociale sta prendendo oggi.

Beda nasce e cresce a Padova, città dove ha vissuto  da bambino e da dove poi si è allontanato per esigenze familiari trasferendosi con la sua la famiglia in un tranquillo paese di campagna. Beda ha compiuto studi tecnici, che come dice l’autore: «poco si addicono alla mia vera indole». Beda si è iscritto a Lettere Moderne all’Università di Padova, ma ha abbandonato gli studi per dedicarsi ad altro in ambito familiare e lavorativo.

:: Recensione di La mano di Henning Mankell (Marsilio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2013 by

3171668Scese di nuovo le scale, si sedette con cautela su un vecchio divano e compose il numero della centrale di Ystad. Martinsson impiegò qualche secondo a rispondere.
“Dove sei?” chiese.
“Una volta si chiedeva “come stai” rispose Wallander. ” Adesso si chiede “dove sei”. Certo che il nostro modo di salutarci si è rivoluzionato”.
“E’ per dire questo che mi hai telefonato?”
“Sono nella casa”.
“Che te ne pare?”
“Non so. La sento estranea”.
“Be’, per forza, è la prima volta che ci metti piede”
“Mi farebbe piacere che mi diceste il prezzo che avete in mente. Non voglio cominciare a rifletterci sopra prima di saperlo. Lo capisci, no, che cè un sacco di lavoro da fare qui dentro?”
“Ci sono stato. Lo so”.
Wallander aspettò, sentendo respirare Martinsson nel ricevitore.
“Non è facile fare affari con gli amici” disse lui alla fine. ” Me ne sono reso conto solo ora”.
“Be’, considerami un nemico” rispose allegramente Wallander. “Un nemico povero, magari.”

Se L’uomo inquieto può essere definito l’inverno di Kurt Wallander, La mano (Handen, 2013), romanzo breve appena edito da Marsilio e tradotto da Laura Cangemi, non può che esserne l’autunno. E’ in autunno è ambientato, dall’ottobre al dicembre del 2002. Un autunno dell’anima che Henning Mankell tratteggia con i toni soffusi della malinconia e del disincanto.
Nella postfazione lo stesso Mankell ci spiega il curioso percorso di questo libro, a dire il vero molto sottile, ma non per questo meno interessante, specialmente per chi ami i racconti. Fu scritto diversi anni fa, per supportare un’iniziativa a favore della lettura che si tenne in Olanda. Era stato deciso che, in un certo mese dell’anno, a chi avesse comprato un libro poliziesco, venisse regalato un libro. Quel libro era appunto La mano di Henning Mankell. Poi anni dopo la BBC lo scovò e ne trasse una sceneggiatura in cui Kenneth Branagh aveva la parte di Wallander. Mankell vide l’episodio e decise che quel racconto poteva avere una nuova vita.
Ed è così che i fan di questa serie possono leggere questo inedito, (almeno in Italia), che sebbene cronologicamente si collochi prima di L’uomo inquieto, l’ultimo racconto della serie e non  esistano altre storie di cui Kurt Wallander sia il protagonista, può essere considerato senza dubbio la parola fine di un personaggio molto amato sia dall’autore, che dai lettori. Un piccolo cadeau del tutto inaspettato. Mankell ora si appresta a far vivere altri personaggi come Birgitta Roslin, comparsa recentemente ne Il cinese, e noi lettori non posiamo far altro che accettare la sua scelta.
La mano è una lettura piacevole, un piccolo squarcio su un personaggio burbero ma infondo buono, che dopo una vita spesa ad occuparsi di crimini e delitti sogna di ritirarsi in campagna, magari con un cane come compagno di solitudine. La figlia Linda, da poco entrata in polizia anche lei, un po’ lo sprona a cercarsi una compagna, a fare del moto, a occuparsi di sé stesso, ma Kurt, quasi presentendo il decadimento fisico e mentale che seguirà, cerca una piccola via di fuga, un’ illusione da coltivare, a cui aggrapparsi.
E’ inquieto Wallander, aspira ad un senso di serenità e pace che tristemente gli sfugge tra le dita e nel rapporto conflittuale con la figlia, di cui ammette di essere geloso del compagno, veniale debolezza di un padre che delega alle domeniche le giornate di cortesia, le piccole tregue dai bisticci della convivenza, quasi rivive il suo grande amore per Mona, l’unica donna che non può dimenticare. Linda ha un carattere forte quanto il suo, forse meno ombroso e suscettibile, ma altrettanto determinato, e nella dimessa e bellicosa quotidianità fatta di provocazioni e schermaglie il loro rapporto si solidifica e resiste, quasi come un ultimo atto di umanità.
Tornando alla trama romanzo, Martinsson offre a Wallander l’opportunità di visitare una casa in campagna, appartenente ad un parente di sua moglie, per la quale si accorderebbero ad un prezzo di favore, un po’ per l’amicizia che li lega e un po’ per il fatto che abbisogna di diversi lavori di restauro. Wallander la visita, e mentre perlustra il giardino qualcosa attira il suo sguardo. Se non fosse un poliziotto, abituato da anni e anni di servizio a notare tutto ciò che stona, che è fuori posto, non se ne sarebbe accorto, ma Wallander nota una radice, forse un pezzo marcito di un rastrello per poi accorgersi che è lo scheletro di una mano. E se c’è lo scheletro di una mano ci sarà anche tutto il corpo.
Ed infatti la squadra chiamata sul posto fa emergere lo scheletro di una donna di cinquant’anni, morta presumibilmente cinquant’anni prima. L’acquisto della casa sfuma, ma Wallander si trova ad indagare su un “presunto” omicidio che porterà alla scoperta di un altro scheletro sotto alcuni cespugli di ribes. Nyberg era il genere di persona capace di capire l’importanza della strana disposizione di un gruppo di cespugli di ribes.
Un caso difficile, due presunti delitti, ormai caduti in prescrizione, avvenuti in un tempo lontano, i cui responsabili con ogni probabilità sono morti. Un caso per il quale poche forze possono esser messe a disposizione. Ma Wallander è deciso a scoprire la verità, a conoscere chi gli ha fatto sfumare il sogno di avere la sua casa in campagna.
Pioggia, vento, neve si abbattono sulla Scania, e così nell’anima di Wallander, che vive gli ultimi anni nella rassicurante routine di riunioni coi colleghi, interrogatori, colloqui con i medici legali. E un po’ della sua malinconia passa al lettore che sfoglia le pagine, seppure la sua ironia, la sua capacità di scambiare buffe frecciate con Martinsson o Nyberg, o con la stessa Linda, non tracimano mai in vera tristezza. E’ una forma di addio, forse ancora più emozionante che ne L’uomo inquieto. L’addio di un autore ad un suo personaggio. Si usa ancora in letteratura, a volte.
Vorrei chiudere con una nota felice, Henning Mankell ritirerà quest’anno il Premio Raymond Chandler che gli sarà consegnato al Courmayeur Noir in Festival. Che sia la volta che riuscirò ad intervistarlo!

Lo storico Premio Chandler va a Henning Mankell “non solo per la sua geniale reinvenzione del romanzo poliziesco in chiave contemporanea, diventato insieme spietato meccanismo di disvelamento del male e lucida interpretazione sociale della Storia, così come denuncia di un’Europa malata di xenofobia e razzismo che dimentica il proprio passato a prezzo del proprio futuro.  Per una volta è un premio che va anche all’intera esistenza umana dello scrittore, da tempo impegnato in Africa sul fronte del riscatto culturale e materiale di quel continente oggi alla ribalta più che mai sia economicamente che politicamente.”

Henning Mankell (Svezia 1948) è tradotto in più di quaranta lingue e ha venduto nel mondo oltre quaranta milioni di copie dei suoi libri. Di recente, l’ispettore Wallander ha conosciuto ulteriore fama grazie alla serie televisiva prodotta dalla BBC, con Kenneth Branagh protagonista. In Italia, la serie di Wallander, dieci episodi, è interamente pubblicata da Marsilio, ora in tascabile. Nel catalogo Marsilio, anche la biografia Mankell (su) Mankell di Kirsten Jacobsen.

:: Recensione di Pensando a mio padre, Yan Lianke, Nottetempo 2013 a cura di Viviana Filippini

23 ottobre 2013 by

Yan-Lianke_Pensando_cover_hrPensando a mio padre sembra un romanzo, ma non lo è. Yan Lianke in questo libro edito da Nottetempo racconta di suo padre, un contadino della provincia cinese dell’Henan e della loro vita. Il romanzo biografico è diviso in due parti  –Pensando a mio padre e In quegli anni-, come se fossero le due metà di un frutto diviso, pronte per essere riunite in modo tale da restituire a noi lettori il quadro complessivo dei ricordi dell’autore e della sua famiglia nella Cina tra gli anni ’60 e i primi anni ’80. Nella prima parte –Pensando a mio padre – Lianke figlio mette un concentrato tasselli d’infanzia personali, tanti frammenti del passato dai quali emerge la figura di un padre operoso, contadino di una terra non propria e difficile da coltivare. Un uomo magro come un fuscello, ma così forte e determinato da riuscire portare a termine la promessa fatta: costruire per i suoi figli una casa in muratura, con i pavimenti e il tetto di tegole. Un impegno che Lianke senior porterà alla fine nonostante le difficoltà economiche e la grave forma di asma cronica che degenererà in modo sempre peggiore. Accanto a quest’uomo solido e allo stesso tempo esile, c’è il piccolo Yan (l’autore) diviso tra l’aiuto nei campi, la scuola e le marachelle che hanno spesso come conseguenze punizioni severe (leggete l’episodio relativo alla deliziose focaccine di sesamo delle quali Yan Lianke era ghiotto) per le trasgressioni compiute.  Nella seconda parte invece – In quegli anni– Lianke porta noi lettori dentro alla sua carriera scolastica, dall’infanzia fino all’adolescenza, in un’epoca storica di importanti cambiamenti politici per la Cina, passata nel corso del XX secolo da Stato comunista, a Stato socialista, al Monopartitismo. La cosa che stupisce in questa seconda sezione è la forte competizione nata tra Lianke e una sua compagna di classe. Lui è contadino, lei è cittadina, ed entrambi sono coinvolti in una sfida di apprendimento per la conquista del titolo del miglior della classe. Poi, con l’arrivo della rivoluzione e di Mao anche la formazione scolastica e culturale subirà delle profonde trasformazioni. Cambiamenti che toccheranno nel profondo l’autore, il quale si renderà conto che per essere uno studente modello ed eccellente non importa conoscere, ma è fondamentale recitare a memoria le parole del leader politico. Considerato in modo complessivo Pensando a mio padre è  un libro nel quale, parola dopo parola, si rivela la profonda ammirazione di un figlio verso il padre e la dolorosa consapevolezza per Yan Lianke di non essere stato un figlio perfetto. Vita di campagna, legami di famiglia, duro lavoro, convergono in questo memoir personale dello scrittore cinese, dove chi scrive non si limita a parlare dalla dimensione privata della famiglia Lianke, ma Yan mette a nudo se stesso e quel suo caratteraccio che lo ha portato in più occasioni a compiere gesti e ad avere pensieri non rispettosi verso i genitori. Pensando a mio padre è un vero e proprio tributo e salvataggio in fogli scritti delle proprie origini e dei ricordi, nei quali si intravede un profondo e costante senso di colpa che lo tormenta nell’ animo per non essere mai stato abbastanza riconoscente verso chi ha sacrificato la propria esistenza al lavoro pur di garantire una vita degna ai propri figli. Traduzione di Lucia Regola.

Yan Lianke è nato in Cina nel 1958 nella provincia contadina dell’Henan. Quando aveva 20 anni non potendosi permettere di proseguire gli studi, scelse la carriera militare cominciando a redigere testi della propaganda comunista. Nel 1985 Lianke si laura e poco dopo essere tornato alla vita civile inizia la carriera di scrittore che gli ha valso alcuni importanti premi letterari cinesi (Li Xun e Lao She). Molti dei suoi lavori, tra i quali Servire il popolo (Einuaudi, 2006) in cui prende in giro i precetti maoisti e Il sogno della città di Ding (nottetempo 2011, finalista al Man Asian Literary Prize) nel quale denuncia l’epidemia del’AIDS nelle campagne cinesi, sono stati sottoposti a censura in patria. Nel 2013 è stato tra i finalisti del Man Book Prize.

:: Un pomeriggio in libreria – Incontri con i librai: Scripta Manent di Roma

22 ottobre 2013 by

scripta1Abbiamo il piacere questo pomeriggio di avere con noi Lina Monaco che ci parlerà delle iniziative della libreria Scripta Manent, di Roma. Benvenuta Lina su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Libraia da quanto? Quanta fatica, quante soddisfazioni?

Cara Giulia grazie di questo incontro. Libreria Scripta Manent. è nata da quasi un anno, quindi sono o una neolibraia, ma ti dirò che probabilmente lo ero già da molto tempo prima, forse da quando mi sono innamorata dei libri e, proiettandomi nel futuro, le vicende della mia vita si sono intessute fino a portarmi ad aprire, col mio compagno Maurizio, uno spazio che somigliasse il più possibile a quello che frequentando librerie avremmo desiderato incontrare.
Come ti dicevo la libreria è aperta da appena 10 mesi, quindi per il momento la nostra strada è decisamente in salita. E non dico solo per la “crisi”, ma soprattutto perché la parte più impegnativa è quella di creare tessuto con i lettori, con i vicini, con gli abitanti del nostro quartiere. Ovviamente ci sono i libri, da scegliere, da presentare; gli editori da contattare e a cui spiegare il nostro progetto di libreria indipendente, con un’orbita a sé.

Parlaci della tua libreria. In che zona di Roma si trova? Quando è stata fondata? Sei la proprietaria?

La libreria si trova nel quartiere San Giovanni, vicino al parco della Caffarella. È una zona popolosissima, piena di scuole, di centri sportivi, in realtà qui non manca proprio nulla, se non una libreria come la nostra, uno spazio in cui i libri si sentano a casa propria e in cui i lettori possano trovare anche quando non stanno cercando nulla. È un corto circuito emozionale quello che cerchiamo di offrire. Con libri bizzarri, pop up, fumetti, illustrati, favole, poster, stampe, serigrafie, fanzines, autoproduzioni, libri d’arte. E, in più, una selezione di narrativa e saggistica d’autore.

Due importanti appuntamenti si terranno a novembre. Iniziamo col primo Narrare Per Immagini, curato da Maurizio Ceccato. Ce ne vuoi parlare?

Sarà un autunno caldo quello che ci attende. E ricco. A novembre si concentra buona parte delle proposte. Il primo di novembre, infatti, inaugureremo lo spazio Galleria ospitando EVIL, la mostra di Cristiano Baricelli (illustratore e autore di Corpus Homini – Grrrzetic editore). Narrare Per Immagini è il primo corso che terremo nella nostra sede. Si tratta di una serie di quattro appuntamenti che partono da lunedì 11 novembre per i successivi lunedì fino al 2 dicembre, che avranno come tema la Grafica di libri e dischi dagli anni 40 a oggi.
Un excursus sul design di alcune cover che hanno segnato l’immaginario contemporaneo e un approfondimento “dietro le quinte” sui lavori di ricerca storica, iconografica e semiotica. Maurizio Ceccato terrà le quattro lezioni in collaborazione con docenti d’eccezione: Francesca Chiappa, Federico Novaro, Simone Sbarbati e Stefano Scalich. Il 30 Ottobre alle 18,00 sempre qui in libreria Ceccato e Scalich proporranno un Workshop gratuito per presentare il corso.

Il secondo è Scanner, festival gratuito dedicato alle produzioni indipendenti italiane. Come è nato il progetto? Come si svolgerà?

SCANNER • automatici • autoprodotti • autoalimentati é il primo festival della libreria rivolto alle autoproduzioni. Tre giorni in cui fanzines, stampe, illustrazioni, tipografi, artigiani e artisti presenteranno i progetti a cui si stanno dedicando. Dal 15 al 17 novembre in diretta radio con MenteUltima e Ahmed Barkhia.
Il progetto è nato dalla smisurata passione che nutriamo per questo tipo di produzione, per il “fatto a mano” e con grande entusiasmo stanno aderendo tutti quegli “editori” che noi amiamo moltissimo. Tra i molti: BUBKA, CANEMARCIO, DELEBILE, CANICOLA, FLANERì, PASTICHE, INUIT, NU®ANT, SQUAME, SEMISERIE LAB, WATT, TEIERA, SUPERAMICI, STRANEDIZIONI, AMALIA CARATOZZOLO…e tutti gli altri che stanno aderendo.

Grazie della disponibilità, nel salutarti mi piacerebbe chiederti come immagini le librerie del futuro?

Bella domanda. Utopica?!
Più che le librerie del futuro mi piacerebbe vedere il futuro delle librerie. Quindi teniamo duro.
Grazie a te di questo incontro.

:: Intervista a Jelena Lengold, autrice de Il mago della fiera (Zandonai Editore – 2013) a cura di Lucilla Parisi

22 ottobre 2013 by

jelene-lengoldGentilissima Jelena, prima di tutto ti ringrazio per averci concesso questa intervista. Ho letto con grande piacere Il mago della fiera. E’ un testo intenso e fortemente realistico.
Nel tuo libro si parla di storie finite, di amori consumati, di relazioni sospese. Penso a Oliver e Katja, alla moglie di “A capofitto” o alla padrona di Lola in “Vagabondaggi”. Il racconto è una sorta di confessione dove i protagonisti rivelano al lettore le proprie fragilità e frustrazioni. L’introspezione e l’analisi profonda di questa pagine sono spiazzanti. Come si arriva ad un risultato del genere?

Come scrittrice, sono sempre stata interessata a quei momenti, a quegli spazi al limite tra il dolore e la felicità, tra il sogno e la vita “reale”.  E’ lì che siamo più fragili e lì dove tutti i nostri punti deboli sono scoperti. Penso che lo scrittore non debba avere paura di scavare in profondità. Il lettore si fida di te, se sente quello che tu senti e se può ritrovare la propria esperienza in ciò che scrivi.

Ciò che trapela da queste storie è anche l’insostenibile solitudine degli uomini e delle donne che le abitano. L’incapacità degli individui di affrontarla è tutta del nostro tempo. Non sappiamo stare soli. Il risultato di tale paura è il disperato tentativo di trattenere al proprio fianco persone inadeguate o a ricercare relazioni senza prospettive. Sei d’accordo?

In parte, sono d’accordo, ma penso anche che questo libro parli di solitudine, intesa come destino di ogni persona. Essere soli non significa necessariamente non avere nessuna persona intorno: ritengo invece che sia più uno stato mentale, una sorta di raggiunta consapevolezza per cui ogni individuo è solo indipendentemente dal numero di persone che lo circondano. I personaggi delle mie storie arrivano ad accettare questo tipo di consapevolezza con un pizzico di malinconia, ma nello stesso tempo come qualche cosa di ineluttabile.

E’ marcato nelle relazioni amorose che descrivi il contrasto donna-uomo. Si tratta di un rapporto di forza in cui è la prima – spesso (ma non sempre) – a soccombere, nonostante riveli una forza e un coraggio di gran lunga superiori all’uomo che, invece, tradisce una fragilità e una mediocrità d’intenti imbarazzanti. Penso al racconto “Il mago della fiera”, dove la donna – anche se descritta come un oggetto sessuale – ha in realtà la capacità di mantenere il suo presuntuoso amante in una quasi patologica e snervante attesa. Nell’immaginario collettivo – grazie anche ai modelli distorti pubblicizzati dai media e non solo – l’idea di “donna” non è molto diversa da quella del suo mago della fiera. Cosa ne pensi?

Cerco di scrivere le mie storie servendomi di entrambe le prospettive, quella maschile e quella femminile. Certamente prospettive differenti, ma ognuna con i suoi punti di forza e debolezza. Non saprei dire se chi aspetta sia necessariamente il più forte o chi sia in grado di provare la passione più importante o l’infelicità più profonda. Sinceramente non mi interessano molto gli stereotipi, siano essi di una donna o di un uomo, visto che i miei personaggi non sono mai dei soggetti “tipici”, ammesso che qualcosa del genere esista.

Ho compreso che potevo vivere senza fare l’amore con lui e potevo vivere senza vederlo”: è la protagonista di “Le tasche piene di sassi” a parlare. Come si arriva a questo paradosso in una relazione?

Credo sia il punto in cui si conservano e si nascondono in qualche luogo dentro di noi i sentimenti e il ricordo di una certa esperienza, fino al punto in cui quei sentimenti cominciano a contare più della persona che li ha provocati. Questo accade perché, talvolta, le altre persone, per un qualche motivo, arrivano ad essere per noi catalizzatori e riescono a entrarci dentro e raggiungere i livelli più profondi. Questa è la ragione per cui, anche in seguito, è possibile vivere senza di loro nonostante continuino a esistere in qualche modo dentro noi. L’espressione “avere qualcuno” può significare molte più cose di quanto si possa immaginare.

In “Sotto il mantello della letteratura” ho intravisto una speranza, un messaggio di salvezza anche per gli amori più disperati e disperanti. E’ così? O è solo una “licenza poetica”?

Nel momento in cui, con il passare del tempo, si ridimensionano o sminuiscono degli eventi passati, allora è possibile, forse, intravedere una speranza. In questo racconto, però, c’è una frase che spiega come anche una bella immagine sia solamente la parte di un quadro più grande che noi non riusciamo a vedere, ma che sappiamo esistere. Allo stesso modo, ogni paragrafo di un libro è solo una parte di una più grande verità. Per questo motivo, non farei affidamento su quella piccola speranza che fa capolino alla fine del libro. È solo un ritratto, un istante, congelato nel tempo, che ci dice che nel prossimo libro tutto questo ricomincerà di nuovo.

La tua scrittura – nella sua innegabile realisticità – appare a tratti visionaria. O meglio sono il sogno e l’eccentricità a penetrare la realtà sfaldandola, trasformandola, dileguandola. Penso all’esperienza erotico-sensoriale di Helena e Sandra, ad esempio, o all’incontro tristemente grottesco con il finto Elvis in “Love me tender”. Un escamotage narrativo o la convinzione che la realtà contenga in sé aspetti paradossali?

Esatto, hai colto molto bene la questione. Questa cosiddetta realtà per i miei personaggi non è solo ciò che sta accadendo nelle loro vite. Ci sono sempre uno o più livelli sotto la realtà, che non si riescono a cogliere al primo sguardo, ma che esistono. Se si scava e si è abbastanza coraggiosi e folli da andare in profondità, si possono vedere. Certo nessuno può garantire che dopo questa scoperta uno possa essere più felice di prima, ma almeno avrà raggiunto la consapevolezza che la vita non è poi così semplice.

Prima di approdare alla narrativa, ti sei dedicata alla poesia. Come è avvenuto questo passaggio? E perché – dopo l’esordio con il romanzo – hai scelto il racconto come prevalente modalità di espressione?

Per me e per la mia personalità considero il racconto la forma di espressione ideale. In esso c’è abbastanza spazio per caratterizzare i personaggi, per accelerare la tensione, per aprire la storia, arrivare alla conclusione e decidere di terminare solo quando la narrazione raggiunge un livello davvero interessante. Non sono una persona paziente, non so aspettare duecento pagine per vedere quello che succederà, e soprattutto non so vivere in maniera così intensa un’emozione per mesi o addirittura anni.
Così appena apro quella “scatola”, scrivo una storia e la richiudo di nuovo. Perchè se ci rimanessi più a lungo dentro, non sono sicura che sopravviverei.

Ho letto nella tua biografia ufficiale che ti sei occupata di “diritti umani e di risoluzione pacifica dei conflitti per conto dell’Accademia norvegese per le scienze umane”. Come e dove si colloca questa esperienza rispetto al recente conflitto dei Balcani?

Questa esperienza è stata, per quasi quindici anni, la mia vita parallela, oltre alla mia scrittura. Ho lavorato per un’eccellente università norvegese su un programma interessante, appassionante e del tutto nuovo per me che mi ha consentito di imparare e insegnare ad altri contemporaneamente. Abbiamo lavorato con diverse tipologie di persone, alcune di loro provenienti da conflitti in essere o da zone potenzialmente di conflitto, non solo dei Balcani ma di tutto il mondo. Interessante paradosso è che nel mio lavoro ho sempre detto che il dialogo è possibile, indipendentemente da ciò che è successo. Nei miei libri (dove non si parla di storia o di politica) sostengo, invece, che in qualche modo la reale comprensione tra le persone non è affatto possibile. Nessuna delle due è una bugia: è solo la differenza tra verità letterarie e verità della vita.

Belgrado è la tua città. In Italia, oggi, “fare” lo scrittore non è cosa semplice. Spesso anche chi ha cose interessanti da dire non ha lo spazio che merita per emergere. I grandi editori o gruppi editoriali (con le doverose eccezioni) prediligono pubblicazioni più commerciali rispetto alla qualità dei testi, a scapito della buona scrittura e lettura. Sono gli editori minori lo zoccolo duro della cultura, quelli che osano rischiare maggiormente su autori validi. Qual è la situazione in Serbia?

Molto simile a quella che hai descritto. Anche da noi il libro condivide lo stesso destino di semplice oggetto di commercializzazione. Così a volte è più importante il modo in cui gli scrittori appaiono piuttosto che quello che scrivono. Uno scrittore è spesso costretto ad essere presente sui media, se vuole che anche i suoi libri lo siano.  Ma essere commerciali non è sempre la reale misura della qualità. Eppure, a volte, questi due miracoli si incontrano, popolarità e qualità: ciò significa allora che anche in questo stato di cose è possibile superare gli ostacoli, se credi abbastanza in quello che fai.

Una domanda che pongo spesso nelle mie interviste: come si diventa scrittore?

E’ stata piuttosto la precoce consapevolezza che una vita, un destino, un grande amore, un karma, un solo corpo e una sola morale non erano abbastanza per me. Volevo vivere molte vite, più intense possibili. Ed è ancora quello che voglio.

[Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana]

:: Recensione di Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini (Edizioni E/O, collana Sabot/age, 2013) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2013 by

alcazarAnno 1939, diciottesimo dell’era fascista. La Maria Maddalena, partita da Napoli era diretta a Marsiglia. A bordo la compagnia teatrale Landi al completo. Un po’ per i bagagli voluminosi, un po’ per la confusione degli artisti, non passava inosservata tra la folla che si accalcava per guadagnarsi un posto in coperta. Erano sempre di più quelli che si imbarcavano per scappare dalla fame e dal fascismo. E sembravano tutti uguali con le loro valigie piene di pane e stenti.

Così inizia Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini. Con una partenza. Una compagnia al completo: l’orchestra, le ballerine, un comico, la coppia di cantanti, un prestigiatore, l’affascinante Cordera, al secolo Gino Santoni un cantante dalla voce di usignolo in fuga dalle avances di un gerarca fascista che lo credeva davvero una donna, e  infine lei Silvana Landi capocomico e vedette dello spettacolo, la grande attrazione, accompagnata dalla madre, la signora Giuseppina e dall’assistente Vittoria, la trasformista, unica donna in Europa a potere cambiare aspetto in pochi secondi sotto le luci del palcoscenico, sulle orme del grande Fregoli.
Fuggono dall’Italia, dalla fame, dal fascismo, dalle leggi razziali, dalle persecuzioni contro antifascisti, zingari, ebrei, omosessuali. Ad attenderli Marsiglia, e l’Alcazar. Les Italiennes sont arrivées annunciano i dockers con il loro francese strampalato. L’accoglienza è variopinta e calorosa, come la città in cui hanno trovato rifugio, li aspetta il Grand Hotel e uno dei teatri più rinomati di Francia. Le poltrone di velluto scuro, le logge stile moresco, il caffè, la puzza di sigarette: un luogo, un tempio, un simbolo. Non era un teatro qualunque l’Alcazar. Chevalier, Fernandel, Montand e tanti altri erano passati da qui, su questo palcoscenico, prima di spiccare il volo. (…) Le ultime stagioni erano state il trionfo dell’operetta marsigliese di Pagnol. Ma in città da qualche anno si cantava meno.
Siamo nel 1939, la guerra è alle porte, anche la Francia sarà occupata, dovrà subire il governo di Vichy del maresciallo Pétain, i bombardamenti, l’entrata in città dei nazisti a cavallo seguiti dai loro carriarmati. Marsiglia diventerà centro di spie collaborazionisti, anche il Milieu la mafia marsigliese si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo. La lotta intestina sarà inevitabile, sullo sfondo della grande guerra. Della coraggiosa opera di Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti. Per un attimo ho sperato che Silvana Landi si innamorasse di lui e non di Alfred Morello, il Chevalier, affascinante uomo di punta del Milieu.
Ma l’amore è misterioso ha le sue vie e Silvana Landi arriverà a mettere la sua vita nelle mani sue mani, combattuta tra l’amore e l’odio per la violenza che il suo uomo è costretto ad accettare. Si trasformerà in assassino Alfred, la tradirà, i regali, i pranzi abbondanti mentre tutti vivono la miseria sono frutto di traffici illeciti, di contrabbando, di commercio di droga, di traffico d’armi, di sfruttamento dei bordelli, di regolamenti di conti spietati. Ma prima di tutto ciò l’Alcazar vivrà la sua ultima stagione. La compagnia Landi porterà in scena Pioggia di stelle, un successo, un trionfo, un inno alla vita, alla bellezza, prima che tutto diventi terrore, macerie, morte.
Alcazar ultimo spettacolo di Stefania Nardini è tutto questo, ma è anche una storia d’amicizia, quella che lega Cordera a Silvana. Cordera sparirà, forse rapito dall’Ovra che con i suoi tentacoli arrivò fino a Marsiglia in cerca degli oppositori del regime di Mussolini. E Silvana lo cercherà disperatamente, arrivando ad andare sull’ isola di San Domino, una delle isole Tremiti, lager per antifascisti, partigiani, omosessuali. Le pagine più toccanti sono racchiuse qui, ho capito qui che era una storia vera, ispirata alla madre dell’autrice Silvana D’Agostino in arte Silvana Landi, (l’ho letto solo alla fine, nei ringraziamenti).
Alcazar ultimo spettacolo è un romanzo bellissimo, autentico, che racchiude uno straordinario personaggio femminile e un affresco storico attento ai dettagli e senza sbavature. Dramma e melodramma si intrecciano, lasciando emergere raggi di poesia, specialmente quando l’autrice parla di Marsiglia, dell’acqua del suo mare, del suo Mistral, dei quartieri più poveri e delle vie piene di caffè, ristoranti e bistrot, della gente accogliente e generosa, che ti offre le sue teglie di alici o ti invita a sorseggiare un pastis. Non ho letto abbastanza di Jean-Claude Izzo per fare raffronti, ma ho letto la biografia di questo scrittore scritta dalla Nardini, e molto dell’atmosfera me la richiama.

Stefania Nardini, nata a Roma nel 1959, è una scrittrice e giornalista innamorata delle due città dove ha trascorso parte della sua vita: Napoli e Marsiglia. Vive tra l’Umbria e la Francia. È autrice di Roma nascosta (Newton Compton, 1984), e del romanzo Matrioska, storia di una cameriera clandestina che insegnava letteratura (Pironti, 2001). Nel 2009, sempre con Pironti, ha pubblicato Gli scheletri di via Duomo, noir ambientato nella Napoli anni ’70. Nel 2010 con Perdisa Pop ha pubblicato Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese, una biografia sul famoso autore di romanzi noir. Alcuni suoi racconti compaiono su internet e su riviste letterarie e antologie. È collaboratrice del quotidiano Corriere Nazionale.