:: Segnalazione di Buio. Per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2013)

11 novembre 2013 by

131126 BUIOEsce il 26 novembre il nuovo libro di Maurizio de Giovanni, Buio. Per i bastardi di Pizzofalcone:

Buio, qui dentro. Il buio è sempre pieno di rumori. Il buio non sta mai zitto. Erano i peggiori poliziotti della città. Sono stati riuniti in una squadra con la certezza che avrebbero fallito, e loro hanno sorpreso tutti. Li chiamano i Bastardi di Pizzofalcone.

Nel tepore ingannevole di un maggio malato, il raccogliticcio gruppo di investigatori comandato da Gigi Palma si trova a fronteggiare un crimine terribile: un bambino di dieci anni, nipote di un ricco imprenditore, è stato rapito. Le indagini procedono a tentoni, mentre il buio si impadronisce lentamente dei cuori e delle anime e la morsa di una crisi di cui nessuno intravede l’uscita stravolge le vite di tanti, spegnendo i sentimenti piú profondi. Anche un banale furto in un appartamento può nascondere le peggiori sorprese. I Bastardi dovranno essere piú uniti che mai, per trovare insieme la forza di sporgersi su un abisso di menzogne e rancori dove non balena alcuna luce. Intanto, nel commissariato piú chiacchierato della città, i rapporti di lavoro e quelli personali si complicano, e il vecchio Pisanelli prosegue la sua battaglia solitaria contro un serial killer alla cui esistenza nessuno vuole credere.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: Recensione di Felici i felici di Yasmina Reza (Adelphi, 2013) a cura di Lucilla Parisi

10 novembre 2013 by

felici i feliciTraduzione di Maurizia Balmelli

Due persone vivono fianco a fianco e ogni giorno la loro immaginazione li allontana in modo sempre più definitivo. Le donne, nel loro intimo, si costruiscono palazzi incantati. Tu sei lì dentro da qualche parte mummificato ma non lo sai. Nessuna sregolatezza, nessuna mancanza di scrupoli, nessuna crudeltà sono considerate reali. […] Tutto è fraintendimento, e torpore. Gli oggetti si accumulano e diventano inutili. […] Tutto ciò che abbiamo sotto gli occhi è già passato. Non sono triste. Le cose sono fatte per svanire. Me ne andrò senza storia. Non troveranno né bara né ossa. Tutto continuerà come sempre. Tutto se ne andrà allegramente nella corrente.

I personaggi di Yasmina Reza sono l’altra metà di niente: coppie alla deriva, genitori rassegnati, figli spaesati e anziani in attesa della morte. Donne e uomini senza speranza, calati in un presente realisticamente scontato e arenati in un passato perduto.
Ogni racconto è il punto di vista dell’altro: mogli e mariti che vivono, a loro modo, una storia che non ha più niente da raccontare e che aspettano al varco la fine di un calvario amoroso consumato dal tempo; amanti fedeli come cani da compagnia, in attesa delle briciole di un padrone distratto dai doveri familiari; amici di una vita incapaci di raccontarsi la verità dei propri fallimenti.
In tutta questa miseria dove si nasconde la felicità? Nella cinica visione di chi nei sentimenti non ha mai creduto o ha smesso di crederci da un pezzo. L’infelicità è là dove campeggia l’ideale d’amore, destinato irrimediabilmente e penosamente a soccombere tra le pieghe del tempo, soffocato da logiche di mercato (sesso usa e getta) e da politiche economico-amorose più vantaggiose. Per chi ancora si ostina ad amare non rimane che la dannazione dell’anima:

Gli uomini sono di un immobilismo assoluto. Siamo noi a creare il movimento. Ci danniamo ad animare l’amore.

Nel gioco a due delle relazioni non vi sono vincitori, ma solo vinti: colui che rimane saldo ad una scialuppa di salvataggio in mezzo al mare – nell’irrecuperabile naufragio del matrimonio – e chi si abbandona alle continue incursioni esterne di nuove passioni.

Le coppie mi ripugnano. Il loro rattrappimento, la loro vieta connivenza. Non mi piace niente di questo organismo itinerante che attraversa il tempo alla faccia dei solitari.

La scrittrice francese non fa prigionieri, solo vittime del gioco dei sentimenti e della vita. Esistenze segnate dall’incontro-scontro, a volte casuale, con l’altro, con quella metà ancora ignara del potere e dell’influenza che può avere sulle scelte altrui. Un abile intreccio che fa di questi racconti un romanzo a tasselli, un mosaico di storie che prende forma e regala al lettore una visione sempre più ampia delle cose, trasformandolo da spettatore in silenziosa voce narrante delle vicende umane descritte. Una sorta di empatia crescente capace di avvincere fino all’ultima pagina, in attesa della rivelazione.
Il tutto è scandito da un’ironia graffiante, da una descrizione grottesca ma fortemente realistica dei personaggi, capace di far scaturire nel lettore un sorriso, il riso amaro di chi si riconosce inevitabilmente in quelle dinamiche contorte e dolorose proprie delle relazioni umane.

“La vista di quella moglie legittima e trascurata è stata ben più letale di tutte le delusioni, le attese, le promesse non mantenute, le candele e le tavole apparecchiate invano.

In questo libro vi è tutta l’abilità dell’autrice di teatro, che ha reso Yasmina Reza una commediografa di fama mondiale. Una per tutte, tra le sue opere teatrali, Il dio del massacro (Adelphi, 2006), da cui il regista Roman Polanski ha tratto, nel 2011, la versione cinematografica intitolata Carnage.

Yasmina Reza è nata a Parigi nel 1959, da madre ungherese e padre russo di origini iraniane. Ha pubblicato sette testi teatrali, tra cui Art, rappresentati sui palcoscenici di tutto il mondo. Ha ottenuto riconoscimenti prestigiosi, come il Laurence Olivier Award e il Tony Award. È inoltre autrice di diverse opere di narrativa, tra cui Una desolazione e Uomini incapaci di farsi amare, pubblicati da Bompiani.

:: Recensione di Chiuso per lutto, Gianni Simoni, (Tea, 2013) a cura di Viviana Filippini

10 novembre 2013 by

chiuso_per_luttoLa pubblicità di un noto snack di qualche anno fa recitava: “C’è sempre qualcosa dietro”, ed è quello che ho pensato pagina dopo pagina, mentre leggevo il nuovo giallo di Gianni Simoni, Chiuso per lutto, edito da Tea. Direi che il genere preciso al quale ricondurre il libro con le indagini del giudice in pensione Petri e dell’amico ispettore, mancato pensionato, Miceli è il togato ambiente del legal thriller. Il libro ha un ritmo incalzante e si svolge su due piani. Da un lato, c’è il piano che fa da cornice e rigurda la difficile situazione del commissario Miceli, il quale a causa di un errore di calcolo degli anni lavorativi dovrà, come indicato in una lettera ricevuta dal Ministero, rimandare di un anno il pensionamento e si troverà alle prese con la  convivenza e collaborazione con il nuovo commissario: Grazia Bruni. L’altro piano, quello che ci trascina e ci coinvolge portandoci accanto a Petri, è l’indagine per la risoluzione di due efferati casi di omicidio a Brescia. Le vittime brutalmente assassinate sono un macellaio e un anziano professore. Petri li conosceva entrambi. Dal venditore di carne il giudice andava ogni giorno per comprare tagli più o meno pregiati e salutare l’avvenente moglie dell’uomo. Con il secondo, l’amicizia era nata da poco, dopo essersi incrociati in alcune occasioni nello stesso negozio del macellaio. L’ex giudice in pensione si lascerà coinvolgere sempre più nelle indagini e nella caotica sequenza di eventi dove intrighi, tresche amorose, ritorsioni private, possibili tradimenti e sensi di colpa dovranno essere riordinati come le tessere di un puzzle, per capire se tra i due delitti ci siano legami e cosa li abbia scatenati. In un primo momento gli indizi sembrano condurre chi indaga verso un colpevole preciso, ma piccoli fatti quotidiani, parole e gesti mettono in crisi ogni certezza degli investigatori. Petri vuole capirci qualcosa e decide di continuare la ricerca del colpevole, perché sente un bisogno necessario di comprendere la dinamica degli omicidi. Simoni fornisce a tutti i personaggi presenti – dalle vittime ai carnefici, fino agli ispettori – una dimensione psicologica dalla quale emergono le contorte macchinazioni che animano le menti umane e che spesso portano le persone, comprese quelle che sembrano le più indifese e insospettabili, a compiere gesti impensabili. A rendere serrata e claustrofobica la caccia all’assassino e a incupire l’animo di Petri ci pensa Brescia, la città di ambientazione, che in Chiuso per lutto è permeata in modo costante dalla pioggia, da un’umidità che si insidia ovunque mescolando le prove e da un pungente gelo che penetra nei cuori delle persone indurendole, fino a renderle insensibili al dolore. L’umanità presente in questo legal thriller è ambigua, caratterizzata in alcuni casi da una doppia personalità che vive in corpi unici, nei quali, in alcuni casi, la parte più tetra e cupa prende il sopravvento, portando l’uomo o la donna comune a diventare un brutale carnefice. Chiuso per lutto è un giallo ad alta tensione, scorrevole e dinamico, nel quale il giudice Petri nonostante la pensione e la lunga carriera lavorativa non smetterà mai di stupirsi nello scoprire – per l’ennesima volta – che le persone non sempre sono quello che a prima vista sembrano.

Gianni Simoni, ex magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Con Garzanti ha pubblicato Il caffè di Sindona, in collaborazione con Giuliano Turone. La precedente indagine del commissario Miceli e dell’ex giudice Petri pubblicata da Tea è Commissario, domani ucciderò Labruna.

:: Un’ intervista con Camilla Läckberg

10 novembre 2013 by

bambino segretoCiao Camilla. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Camilla Läckberg? Punti di forza e di debolezza.

Probabilmente mi piacerebbe che mi descrivessero come una persona determinata che pensa che sia importante avere uno spirito aperto e curioso. Le cose più importanti della mia vita sono i miei figli. La mia forza è probabilmente la mia determinazione, mentre la mia debolezza è che a volte posso essere troppo gentile.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nata e cresciuta nella cittadina di Fjällbacka, un vecchio borgo di pescatori lungo la costa occidentale. Sono stata influenzata molto presto dal mondo della letteratura poliziesca, e all’età di otto anni avevo già divorato la maggior parte dei romanzi di Agatha Christie.

Che lavori hai svolto in passato, prima di diventare una scrittrice a tempo pieno? Cosa puoi dirci di questa esperienza?

Per molti anni ho lavorato come economista, ma non era una cosa importante per me. Il mio cuore è sempre stato legato alla scrittura.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Da quando ero molto giovane! All’età di cinque avevo già scritto il mio primo romanzo crime dal titolo ” Babbo Natale”.

Sei l’ autrice della serie poliziesca di Erica Falck e Patrik Hedström, ambientata a Fjällbacka. Dopo La principessa di ghiaccio, Il predicatore, Lo scalpellino e L’uccello del malaugurio, Il bambino segreto è il tuo quinto romanzo pubblicato in Italia da Marsilio. Potresti parlarcene? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura ?

La Seconda Guerra Mondiale è sempre stato un argomento rilevante di discussione e volevo esplorare il ruolo neutrale della Svezia in questo periodo. Ho avuto l’ispirazione quando sono passata davanti ad una lapide che era stata contrassegnata con “Tyskungen”, il titolo svedese del romanzo. Traduzione letterale “Il bambino tedesco”.

Che tipo di ricerche hai svolto?

Ho fatto molte ricerche sulla Seconda Guerra mondiale e usando diversi tipi di fonti.

Potresti dirci qualcosa dei protagonisti ?

Erica è una scrittrice ostinata spesso coinvolta nel lavoro della polizia locale, dalla quale a volte non è molto apprezzata. E’ una madre amorevole e premurosa. Patrik, il marito di Erica, lavora presso la locale stazione di polizia. Ha una grande dedizione per il suo ruolo di padre.

Fjällbacka, è uno scenario straordinario per un romanzo. Può descriverci questo paesaggio nordico?

Fjällbacka è un luogo idilliaco, molto influenzato dalla presenza del mare. Il paesaggio nordico può essere molto vario, e non mi azzardo nemmeno a provare a descriverlo. Devi venire e scoprirlo tu stessa!

Quale è la tua scena preferita in Il bambino segreto ?

Questa è una domanda difficile! Davvero troppo difficile.

Eventuali progetti di film tratti dal tuo libro?

The Hidden Child, Il bambino segreto, è ora disponibile come film ed  è stato mostrato questa estate nelle sale cinematografiche di tutta la Svezia. Credo che sia una cosa abbastanza irreale e davvero fantastica!

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?

Leggo molto e tutte le volte che ne ho la possibilità, ma uno dei miei scrittori preferiti è Peter Robinson.

Cosa stai leggendo in questo momento? Chi sono i tuoi scrittori esordienti svedesi preferiti?

Ci sono molti grandi autori là fuori e uno di questi è Martin Melin.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

Le promozioni letterarie, come le fiere del libro e le presentazioni, sono molto importanti per avvicinarsi ai fan. Mi piace molto ascoltare da i fan i commenti sui personaggi principali per esempio. Hanno opinioni diverse circa Erica e Patrik.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Non c’è niente di stabilito, ma spero di venire presto a visitare il vostro bel paese!

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori ? Come possono mettersi in contatto con te?

Cerco di rimanere legata il più possibile ai mie lettori, anche se alcuni di loro vivono dall’altra parte del mondo. I social media, come Instagram, Twitter e Facebook mi hanno aiutato a mantenere un bel dialogo con i miei lettori. Questo è qualcosa di veramente importante per me.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ora sto lavorando al mio nono romanzo poliziesco, The Lion Tamer, e al mio quarto romanzo per bambini su Super-Charlie.

:: Segnalazione di Sono stato un numero Alberto Sed racconta (La Giuntina, 2009) a cura di Natalina S.

9 novembre 2013 by

Sono-stato-un-numero“Le pagine più belle non sono di carta, le scrive il cuore”. Parto da questa frase che, insieme a tante altre contenute nel libro, mi è entrata dentro durante la lettura. La mia testimonianza non vuole essere una recensione, semplicemente un consiglio per avvicinarsi ad una narrazione reale, significativa, profonda, oserei dire, catartica di cui solo il cuore può esserne l’autore. Arrivata fino in fondo, con gli occhi carichi di lacrime, la voce interrotta dal singhiozzo e il cuore strozzato dalla crudeltà di cui il genere umano, quello stesso a cui appartengo, si è reso artista maledetto, sento il bisogno di preservare coloro che non sono pronti ad affrontare una lettura tanto forte, così come lo stesso Riccardi raccomanda. Al contrario, se il vostro cuore si sentisse pronto, apritelo, perché oltre al dolore, in questa historia, è contenuta la freschezza della vita. Al signor Alberto, che lo immagino con il volto buono di mio nonno, il mio grazie perché dall’orrore è riuscito a far sgorgare solo amore come lo stesso De Andrè cantava “dal diamante non nasce niente, dal letame può nascere un fiore”. A  Riccardi, la più sincera gratitudine per aver raccolto e fatto giungere a noi quel cuore che l’Olocausto non è riuscito a sporcare ma intingere di sentimenti più puri.

Questo libro racconta la vita di Alberto Sed dalla nascita ai giorni nostri. Rimasto orfano di padre da bambino, Alberto è stato per anni in collegio. Le leggi razziali del 1938 gli hanno impedito di proseguire gli studi. Il 16 ottobre 1943 è sfuggito alla retata effettuata nel ghetto di Roma. E’ stato catturato in seguito, insieme alla madre e alle sorelle Angelica, Fatina ed Emma. Dopo il transito da Fossoli, la famiglia è giunta ad Auschwitz su un carro bestiame. Emma e la madre, giudicate inabili al lavoro nella selezione condotta all’arrivo, sono finite subito nella camera a gas. Angelica, un mese prima della fine della guerra, è stata sbranata dai cani per il divertimento delle SS. Solo Fatina è tornata, segnata da ferite profonde: ha assistito alla fine di Angelica ed è stata sottoposta agli esperimenti del dottor Mengele.
Alberto è sopravvissuto a varie selezioni, alla fame, alle torture, all’inverno, alle marce della morte. Ha partecipato per un pezzo di pane ad incontri di pugilato fra prigionieri organizzati la domenica per un pubblico di SS con le loro donne. Dopo essere scampato a un bombardamento, è stato liberato a Dora nell’aprile 1945. Tornato a Roma, superate le difficoltà di reinserimento, ha iniziato a lavorare nel commercio dei metalli e si è sposato. Ha tre figli, sette nipoti e tre pronipoti.

Roberto Riccardi (Bari, 1966), colonnello dell’Arma e giornalista, dirige la rivista Il Carabiniere. Ha esordito per Giuntina con Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (2009), che ha vinto il Premio Acqui Storia ed è arrivato in finale al Premio dei Ragazzi dell’Adei-Wizo. Con Legame di sangue (Mondadori, 2009) si è aggiudicato il Premio Tedeschi, annuale del Giallo Mondadori. Ha pubblicato racconti per il Giallo Mondadori e per Hobby & Work Publishing.

:: Recensione di La notte di Praga di Philip Kerr (Piemme, 2013) a cura di Giulietta Iannone

9 novembre 2013 by

la notte di pragaC’era poca birra in giro, spesso non ce ne era affatto. Taverne e osterie iniziarono a chiudere un giorno alla settimana, poi due, a volte tutte assieme, e dopo poco ci furono solo quattro localini in città dove si potesse regolarmente trovare un boccale di birra. Quell’acqua acida, marroncina e salmastra che sorseggiavamo tristi dai nostri bicchieri mi ricordava più che altro il liquido dentro i buchi delle granate e le pozzanghere stagnati della Terra di Nessuno, dove a volte eravamo stati costretti a cercare riparo. Per un berlinese era quella la vera disgrazia. Era difficile trovare i superalcolici e questo significava che era impossibile ubriacarsi e sfuggire a se stessi. Ecco perché a tarda notte finivo spesso a pulire la pistola.     

La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), tradotto da Elena Orlandi ed edito da Piemme, è l’ottavo romanzo dedicato dallo scrittore scozzese di Edimburgo, classe 1956, Philip Kerr, al personaggio di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista.
Tutto cominciò con una trilogia Berlin Noir composta da tre romanzi: Violette di marzo (March Violets, 1989), Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991) portati in Italia da Passigli editore.
Ma naturalmente un personaggio come “Bernie” Gunther meritava altro spazio e quindici anni dopo Kerr riprese la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), tutti editi da Passigli, l’inedito Field Grey del 2010, appunto La notte di Praga, e l’ultimo, ancora anch’esso inedito in Italia, A Man Without Breath del 2013.
Se avete amato la serie di Martin Bora di Ben Pastor troverete di sicuro interesse anche questa serie caratterizzata forse da una maggiore crudezza e durezza.
Siamo a Berlino nell’autunno del 1941, e il commissario della polizia criminale di Alexanderplatz “Bernie” Gunther, di ritorno dall’Ucraina in cui ha partecipato a veri e propri stermini di massa, vive tormentato dal rimorso e dall’avversione sempre più crescente per il regime nazista, meditando ogni sera il suicidio, smontando e rimontando la sua Walther automatica.
La vita a Berlino è fatta di grandi ristrettezze. Manca tutto e quello che resta è razionato: le patate, la carne,

in teoria ognuno di noi aveva diritto a mezzo chilo di carne alla settimana, ma anche a patto di trovarla era più probabile riceverne solo cinquanta grammi per un buono da cento, il latte, il pane, sapeva di segatura e molti giuravano che fosse fatto proprio con quella. Difficile trovare vestiti, o scarpe, non si poteva compare un paio di scarpe ed era impossibile trovare un calzolaio,

o qualsiasi altro oggetto di consumo se non prodotti di imitazione e di scarsa qualità

i lacci si spezzavano quando cercavi di stringerli. I bottoni nuovi si rompevano tra le dita mentre ancora tentavi di cucirli. Nessuno si lavava quasi più se non con un misero pezzo di sapone sbriciolato grande come un biscotto(…) un pezzo per un mese intero.

La propaganda sui giornali titola: La nostra disgrazia sono gli ebrei e intanto le bombe della RAF si abbattono su cose e persone tra un coprifuoco e l’altro.
Tutto manca a Berlino tranne i furti e i delitti e “Bernie” Gunther, ritornato a lavorare alla Kripo, si trova a indagare su un presunto suicidio che ben presto si rivela un omicidio.
Geert Vranken, un operaio di ferrovia volontario, trentanovenne nato in Olanda, viene rinvenuto ai lati di una ferrovia dopo essere stato investito da un treno. Profonde ferite di coltello evidenziano successivamente che è stato assassinato.
Mentre indaga su questo delitto (che sembra scollegato ma che ritroveremo connesso alle indagini successive) Bernie salva una ragazza, Arianne Tauber, da una apparente tentativo di violenza. E qualcosa di molto simile all’amore entra nella sua vita. Arianne lavora come guardarobiera in un night club e forse non è niente altro che una prostituta, ma per Bernie è soprattutto l’occasione di distrarsi, di vivere una storia che abbia qualcosa di umano per non pensare continuamente al suicidio.
Poi una vecchia conoscenza del passato, il generale delle SS Reinhard Heydrich, ora promosso governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, lo chiama a Praga con la scusa di aver bisogno di una guardia del corpo, dopo una serie di recenti attentati alla sua vita. Il vero motivo è ben diverso e Bernie lo scoprirà, a caro prezzo, indagando sull’omicidio di un assistente di Heydrich.
Omaggio sicuramente a L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, La notte di Praga è un romanzo interessante sia per la parte storica, la ricostruzione di un’epoca, che per la parte puramente investigativa e deduttiva. In fondo è anche una spy story classica, narrata con tinte noir e arricchita da un protagonista come Bernie Gunther difficilmente paragonabile al classico eroe positivo di tanta letteratura gialla.
E’ stato strumento di atti di pulizia etnica, e sebbene non condivida l’ideologia nazista, anzi ritenga tutti i nazisti, Hitler in testa, semplici criminali, e sfrontatamente dichiari la sua avversione al potere anche a rischio di ritorsioni, è pur tuttavia colpevole di aver ubbidito a ordini che tormentano la sua coscienza di poliziotto e di soldato. E proprio la sua coscienza lo rende un osservatore quasi imparziale dei meccanismi che regolano il potere nazista.
Sicuramente è difficile immaginare che un poliziotto potesse avere tutta l’autonomia e la sfrontatezza del personaggio creato da Kerr, immagino che nella realtà sarebbe finito ben presto accusato di alto tradimento e giustiziato, pur tuttavia è difficile non provare simpatia sia per questo personaggio che per Arianne Tauber, donna con cui vive una breve parentesi sentimentale e che si rivelerà ben diversa da come la immaginava.
Bernie Gunther resta comunque un buono, per quanto le condizioni lo rendano possibile, in un mondo dove il Male governa indisturbato.
Da recuperare i romanzi precedenti.

Philip Kerr, nato a Edimburgo, vive tra Wimbledon e la Cornovaglia. Dopo la laurea in Legge, ha cambiato completamente ambito e ha lavorato per anni come copywriter in alcune delle più importanti agenzie pubblicitarie inglesi. Ha all’attivo numerosi romanzi, i più famosi dei quali compongono la serie noir in cui compare il detective Bernie Gunther, indimenticabile protagonista de La notte di Praga. Autore bestseller in Gran Bretagna e in Francia, Philip Kerr è amatissimo tanto dal pubblico quanto dalla critica, che gli ha tributato numerosi riconoscimenti, tra cui l’Ellis Peters Historical Award.

:: Recensione di Come un fiore ribelle di Jamie Ford (Garzanti, 2013) a cura di Natalina S.

9 novembre 2013 by

Come un fiore ribelleÈ un’ironia suprema e un orribile scherzo del destino che una madre debba trincerare e seppellire l’amore per il proprio bambino dietro la fortezza della vergogna e sotto il peso del dolore. Non c’è colore della pelle, profumo emesso dalle ghiandole sebacee o forma degli occhi che possa giustificare un tale strappo se non la gravità dell’odio. Dopo “Il gusto proibito dello zenzero”  Jemie Ford è, nuovamente, in vetta alle classifiche degli Stati Uniti con un nuovo emozionante romanzo: “Come un fiore ribelle”, in Italia tradotto da Alba Mantovani e pubblicato ancora una volta da Garzanti. Sono le strade di Seattle, quelle in cui lo stesso autore è cresciuto, a guidarci nella travolgente vita di Liu Song e William Eng, protagonisti centrali di questa triste storia di amore tra madre e figlio insieme ai loro sentimenti. Il romanzo si apre con il rigore e la disciplina dell’orfanotrofio in cui William trascorre, ormai da 5 anni, il suo tempo sospeso. È il 28 settembre 1934 e l’Istituto festeggia il compleanno di tutti i bambini abbandonati. Una ricorrenza universale che mal si addice alla storia personale di ognuno. In questo giorno ai bambini è concesso fare domande sul destino dei loro genitori e William trova il coraggio per chiedere di sua madre. L’amore viscerale che lega un bimbo alla donna che lo ha portato in grembo per nove lunghi mesi è in grado di arrivare in qualsiasi forma e stato; William sente che la risposta ricevuta da Suor Briganti non corrisponde a verità poiché quell’energia ancor prima di giungere alla mente arriva al cuore. Ripone fiducia nell’animo di Charlotte, una bimba dell’orfanotrofio con lo sguardo sempre fisso sul mondo e la luce dentro al cuore, alla quale William confida le sue emozioni. Insieme decidono di scappare ma la Seattle degli anni 30 è decisamente poco rassicurante per un bimbo dagli occhi a mandorla e una bimba dallo sguardo opaco. Ad illuminare la strada è la fiamma che William ha nel cuore, quella speranza sempre accesa che Liu Song sia ancora viva e non molto distante da lui ma soprattutto il desiderio di sapere cosa ha spinto sua madre ad abbandonare ciò che prima ha amato, al di sopra di tutto, al di là di tutto. William non troverà Liu Song ma la voce di una donna famigliare quanto quella di sua madre, quella di Willow Frost. “La persona che William ha conosciuto è sepolta sotto il dolore e la vergogna”, soffocata dai sensi di colpa e da quella violenza inaudita che l’ha portata a concepire la vita stessa di suo figlio. È una storia triste e dal sapore amaro quella che Ford ci racconta in questo romanzo che affonda le sue radici in un contesto storico-sociale segnato da forme di razzismo e chiusure culturali, soprattutto, nei confronti di donne e bambini appartenenti ad etnie orientali. La vita di tutti i personaggi del romanzo è segnata dalla solitudine e dall’abbandono, nonché dagli strappi dolenti causati dalla scomoda verità che la natura umana possa essere tanto malvagia quanto buona, tanto codarda quanto coraggiosa poiché “ognuno porta in sé una mescolanza confusa di amore e odio, di gioia e dolore, di nostalgia e oblio, di verità travisate e inganni dolorosi”. Attraverso una struttura narrativa ideata su analessi  e continui ritorni al presente, l’autore ci consente di scavare in profondità nella vita dei personaggi al punto di palpare con mano sentimenti ed emozioni in grado di graffiare e scavare cicatrici dolorose quanto le mancanze e le assenze che hanno segnato per sempre l’animo stesso dei protagonisti; ma soprattutto ci guida a riflettere sulle conseguenze che il dolore può causare e protrarre nel tempo e nel corso delle generazioni poiché è estremamente difficile far nascere un fiore dall’odio anche se non impossibile, come lo stesso Ford ci insegna.

Jamie Ford: è cresciuto nella zona della Chinatown di Seattle e ora vive nel Montana con la moglie e i figli. Discende da un pioniere del Nevada, Min Chung, emigrato nel 1865 dalla Cina a San Francisco, dove adottò il nome occidentale Ford. Il suo primo romanzo, Il gusto proibito dello zenzero, è stato un bestseller internazionale.

:: Un’ intervista con Matteo Di Giulio

6 novembre 2013 by

delitti-7-virtuBenvenuto Matteo su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia nuova intervista. Iniziamo con le presentazioni. Presentati ai nostri lettori. Chi è Matteo di Giulio?

Al momento uno scrittore. Sono stato impiegato, informatico, critico cinematografico. Ora, grazie a una serie di fortunate coincidenze, ho l’opportunità di occuparmi solo dei miei romanzi e voglio sfruttarla per trovare le mia strada nella narrativa. Nel tempo libero amo leggere e, come sempre, il cinema e le serie tv. Oltre a curare gli animali – cinque: due cani, due gatti, una tartaruga – che fanno parte della nostra famiglia. Amo viaggiare, purtroppo non riesco a farlo spesso quanto vorrei.

Hai iniziato scrivendo noir metropolitani, e sei passato, con successo devo dire, al romanzo storico. E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo I delitti delle sette virtù edito con Sperling & Kupfer. Da poco ho fatto un’ intervista ad un altro autore italiano che ha fatto la tua stessa scelta. Come è maturata per te la decisione di cimentarti con questo genere?

È stata una sfida e una scommessa. Avevo in mente di puntare in una direzione diversa rispetto ai miei precedenti romanzi. Quei due romanzi mi hanno dato grandi soddisfazioni ma da qualche anno stavo cercando un’altra strada, sempre tinta di nero e di giallo. L’idea per il romanzo è venuta parlando di Savonarola con la mia compagna. Ho iniziato a studiare il personaggio e la trama, che parte da un fatto reale della sua biografia – la costruzione di un convento nel 1494 –, è venuta da sola. Dopo aver esaurito le prime ricerche ho cominciato a scrivere e avevo molti timori, perché il salto dal contemporaneo allo storico non è da poco: sono stato il primo a sorprendermi di quanto mi sia divertito. Più avanzavo con la storia e più mi sentivo coinvolto in prima persona.

Molti autori, anche non esordienti, si chiederanno come hai fatto a pubblicare con la Sperling. Sono curiosa anche io. Hai avuto l’appoggio di un agente? Come è andata?

L’editor del mio secondo romanzo, Andrea Scarabelli, ha lavorato per un periodo in Sperling. Essendo amici e parlando spesso dei nostri rispettivi progetti, gli ho accennato della mia idea e lui mi ha aiutato con molti utili consigli. Quindi mi sono messo sotto a lavorare e quando ho avuto una prima stesura, gliel’ho sottoposta. Lui ha pensato che in Sperling potessero essere interessati e così l’ha fatta leggere. Per fortuna il romanzo è piaciuto. Soltanto diversi mesi dopo aver raggiunto un accordo con Sperling, ho firmato con il mio attuale agente.

Quali pensi siano le insidie che nasconde questo genere letterario? Gli aspetti più complessi, se non proprio ostici, che hai incontrato e forse non ti aspettavi.

Evitare i clichè. È una norma di buon senso per qualsiasi tipo di narrazione di genere, ma nello storico lo è forse ancora di più. L’ostacolo più alto, per me, è stato trovare un equilibrio tra la mia esigenza di narrare una storia di finzione e calarla in un contesto storico verosimile, senza che quest’ultimo apparisse posticcio, o ancora peggio ostentato. Ho cercato di coniugare un ritmo rapido, molto moderno, con il rispetto per lo scenario e per tutti quei piccoli dettagli necessari a ricostruire ex novo un mondo tanto lontano.
Quando ho cominciato a pensare al progetto, avevo il grande timore delle ricerche, che sapevo non avrebbero potuto essere superficiali. Invece tornare a studiare, a tanti anni di distanza dal liceo e dall’università, non è stato così difficile: al contrario, anche la fase della “scoperta” delle fonti, dei personaggi, di tutto ciò che li circondava, si è rivelato interessante e stimolante.

Alfredo Colitto, Carlo A Martigli, Umberto Eco, penso che il suo Nome della Rosa abbia dato nuova linfa ad un genere, il romanzo storico investigativo, forse per lungo tempo trascurato dagli autori italiani. Ti senti debitore verso questi autori? In che misura ti hanno ispirato? E soprattutto pensi che ci sia un risveglio del thriller storico in Italia, prima che diventi una moda, come per esempio è successo per il noir?

Riflettevo qualche giorno fa su come il romanzo storico di genere si stia evolvendo. Una nuova ondata di scrittori si affaccia a questo tipo di storie, apportando ciascuno le proprie esperienze di precedenti e la propria sensibilità. Penso che Alfredo Colitto, con Cuore di ferro, abbia avuto il grande merito di aprire questa strada, dimostrando come si possa fare letteratura d’intrattenimento intelligente e appassionante. Aggiungo ai nomi che fai quello di Leonardo Gori, e tolgo invece quello di Eco, che per aspirazioni, provenienza accademica e intenti aveva in mente qualcosa di completamente diverso. Oggi ci sono ottimi narratori, come Alberto Custerlina, Mauro Marcialis o Marcello Simoni che riescono a trasmettere attraverso il passato emozioni forti ai lettori: ed è questo di cui ha bisogno di nutrirsi, secondo me, un mercato editoriale in crisi. Passione e concretezza.

Tornando al romanzo mi dicevi che I delitti delle sette virtù è il primo episodio di una trilogia. Come hai immaginato il piano completo dell’opera?

Il romanzo è nato da solo, come opera a sé. Dopo aver finito il lavoro di editing in Sperling, ed essermi calato ancora di più nei panni del mio protagonista, un ragazzo di nome Rafael dal passato misterioso, mi sono reso conto che la storia non aveva esaurito le sue potenzialità. Ho quindi cominciato a scrivere un seguito, che sto rifinendo proprio in questi giorni. E dopo aver scritto la parola fine a questo nuovo dattiloscritto mi sono di nuovo reso conto che la serialità in questo tipo di romanzo riesce ad aggiungere ulteriori livelli di lettura e di approfondimento, un po’ come accade nelle serie tv. Ogni romanzo equivale grossomodo a una stagione, ma mentre lo scrivi non sai se ce ne sarà una successiva. Ora penso a una trilogia, ma in realtà non c’è nulla di definito. A me piace molto, sotto questo punto di vista, il mondo dei fumetti o del fantasy, dove il concetto di continuity è portante, con seguiti, prequel, spin-off e saghe che si susseguono senza interruzioni. Il tipo di serialità che fa George Martin, poi, mi sembra la migliore possibile: non ha paura di uccidere i suoi personaggi principali, di farli soffrire, di farli sembrare vivi. Da lettore lo trovo un atto di grande rispetto nei miei confronti.

Il romanzo è ambientato nella Firenze medicea di fine Quattrocento. Come ti sei documentato, che testi ha consultato prevalentemente? So che hai fatto un capillare lavoro di ricerca nelle biblioteche.

Sono partito dal personaggio di Savonarola. Ho cercato in libreria, su internet e in biblioteca tutto il materiale possibile su di lui. Poi ho allargato il raggio della ricerca passando a saggi che si occupassero della quotidianità nel Medioevo, che era l’aspetto pratico più importante, per me, per creare un contesto credibile. Poi, gradualmente, ho letto saggi ambientati su Firenze nel Medioevo e nel Rinascimenti, altri saggi su Savonarola. I libri più interessanti sono quelli di Jacques Le Goff, uno storico che sa essere divulgativo senza essere mai noioso. Internet è servito infine per colmare molti dubbi: il Dizionario Biografico degli Italiani – Treccani, per esempio, mi ha fornito spunti sui personaggi storici dell’epoca.

Protagonista del romanzo è Rafael, un ragazzo proveniente dal Regno di Castiglia in cerca di vendetta. Parlaci di questo personaggio, come è nato, come si è sviluppato nel corso del romanzo?

Volevo un personaggio che si contrapponesse in modo forte a Girolamo Savonarola. Doveva quindi avere delle caratteristiche che lo “elevassero” sopra gli altri. Non volevo però il classico eroe perfetto e senza macchie. Rafael è caratterizzato da un passato misterioso, molto doloroso, perché ha perso i genitori su uno dei primi roghi dell’Inquisizione, a Burgos, nel Regno di Castiglia. È di origine mora: nel contrasto tra uno straniero musulmano e un fondamentalista cattolico ho trovato quel conflitto che cercavo. Sono stato costretto a farlo giovane: perché se i primi roghi sono del 1481 e lui era ancora un ragazzino, nel 1494, quando Savonarola ordina di costruire il suo convento, non poteva essere invecchiato troppo. Alla fine le tessere del mosaico si sono ricomposte quasi da sole, e Rafael ha preso vita. Sui vent’anni, carnagione olivastra, capelli neri, magro, solitario. Bravo con la spada ma con un grosso trauma che lo condiziona quando combatte; ed eccelle nella matematica e nell’astronomia, come la tradizione araba del periodo ci ha testimoniato.

Hai collocato nel romanzo un serial killer ante litteram, un assassino che lascia inchiodati ai corpi delle vittime delle pergamene in cui vengono citate le virtù teologali e cardinali. Un po’ ho pensato a Seven, film del 1995 diretto da David Fincher con Brad Pitt, Morgan Freeman, Kevin Spacey. Da appassionato e esperto cinematografico, quali film ti hanno ispirato nella stesura del romanzo?

A dire il vero l’unica ispirazione forte che ho avuto, oltre a diversi romanzi di genere, è stata la serie Il trono di spade di George Martin, sia su carta che su schermo. Non a caso ho inserito qua e là delle citazioni e dei segni della mia stima. Martin riesce, inventando tutto, a essere più realistico di molti scrittori che si basano su fatti reali. La sua fanta-politica è credibile e attuale. Mi rendo conto che a volte il genere fantasy riesce a offrire, soprattutto nelle scene d’azione, degli spunti che il romanzo storico tout court, dovendosi adattare alla realtà dei fatti, non trasmette con la stessa intensità.

Stai lavorando all’editing del tuo nuovo romanzo. Vuoi anticiparci qualcosa?

Ci sarà un viaggio pericoloso da Firenze a Milano, e qui il protagonista sarà vittima di una sorta di complotto politico. Sarà un rapimento il motore iniziale dell’azione. Ci saranno ancora più morti del primo romanzo, dove già il conto degli omicidi era elevato, e avrà una trama complessa basata su tre intrecci – quello principale ambientato sette anni dopo I delitti delle sette virtù, nel 1501; quelli secondari nella prima metà del ‘400 e nel 1472 – che si intersecano. Avrà un ruolo molto importante, nella storia, uno dei grandi libri misteriosi, il cosiddetto manoscritto Voynich, tutt’ora indecifrato nonostante teorie e tentativi d’ogni genere. Di più non posso dire, se no svelo troppo.

L’intervista è finita, nel ringraziarti ancora della disponibilità mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere, non solo letterari.

Ho altri progetti letterari, come ti dicevo voglio continuare a cercare la mia strada. Ho in mente un nuovo romanzo di questa serie e, più avanti, un prequel con protagonista il padre di Rafael, ambientato tra l’Africa e Palermo nel 1457. E poi una serie di romanzi d’avventura, ma stavolta per ragazzi delle scuole medie: e questa, se ci riuscirò, credo che sarà per me la sfida più difficile.

:: Un’ intervista con Daniele Zito a cura di Lucilla Parisi

6 novembre 2013 by

solitudineDaniele Zito, autore de La solitudine di un riporto, edito da Hacca edizioni (2013), ha risposto a qualche domanda sul suo originalissimo romanzo d’esordio. Lo scrittore sarà a Milano il prossimo 14 novembre, al Gogol & Company di via Savona, per la presentazione del libro e, prossimamente, anche a Torino (15 novembre – Libreria Trebisonda), a Cagliari ( 22 novembre – Pazza Idea) e a Matelica (30 novembre – Kindustria).

D. Antonio Torrecamonica, il libraio del tuo romanzo, odia i libri. Non è sempre stato così: la sua drammatica vicenda personale ha generato in lui un rifiuto rabbioso nei confronti della carta stampata. Il destino beffardo, però, lo ha portato a trascorrere le proprie giornate tra scaffali di libri. Un paradosso intorno a cui ruota tutta la storia. Da dove è nata un’idea tanto originale?

R. E’ nata da un’insofferenza. Ho trovato spesso figure di librai nei libri che ho letto. Per lo più si tratta di personaggi secondari, descritti come persone colte, sagge e carismatiche, capaci di condurre il protagonista verso una comprensione più elevata del proprio percorso esistenziale. Per quando mi riguarda, considero personaggi di questo tipo “bidimensionali”, figurine di carta completamente avulse dalla realtà.
Antonio Torrecamonica è nato come reazione a tutto questo. Volevo creare un libraio differente, un libraio che odiasse libri, lettori e letteratura, scorbutico, misogino e bombarolo. E’ una figura grottesca – me ne rendo conto – eppure plausibile. Anche il suo rapporto con la sua libreria è differente da quello consueto. Non c’è nessun amore o attaccamento possibile in esso, né tanto meno un rapporto simbiotico, come spesso accade in tanta letteratura. Lo spazio all’interno del quale si muove il mio protagonista è uno spazio angusto, privo di luce e di vie di fuga reali o immaginarie. In esso, l’unica possibilità è la prigionia. La libreria del mio romanzo non è altro che una gabbia, percepita come tale. Tra l’altro non è neanche una gabbia dorata. E’ una gabbia brutta, sporca e cattiva. Come tutte le gabbie.

D. Antonio, con la sua rabbia esistenziale, è il prodotto di una società spietata: rinchiuso e isolato in un manicomio, vessato dalla malavita organizzata, usato da una polizia corrotta e senza scrupoli. In un mondo dove il confine tra il bene e il male è labile o addirittura inesistente, l’onestà e la coerenza rischiano davvero di diventare una chimera, o addirittura roba da folli. Il tuo “folle” libraio è forse un eroe dei nostri tempi?

R. A dire il vero, io non penso di avere ben capito com’è fatto un eroe dei nostri tempi. Me lo domando spesso, senza mai trovare una risposta univoca.
A occhio e croce, direi che il precario è una figura iconica di questi anni; anche i rivoluzionari senza rivoluzione, o meglio dentro un conflitto parcellizzato che non riesce mai a esprimersi in modalità condivise, costretti, loro malgrado, a un individualismo indotto, probabilmente lo sono; lo stesso vale per gli esodati: pure loro, volenti o nolenti, sono eroi dei nostri tempi. Suppongo che ce ne siano anche molti altri. Siamo dentro una mutazione profonda delle strutture che regolano la società e la sua compagine economica.
Il libraio, a suo modo, esprime alcuni dei tratti caratteristici di tutte queste figure. Nel libro provo a descrivere una rabbia che è sia personale che collettiva; ciò consente al libraio di essere fratello sia del precario, che del ragazzo che sogna il riot, che dell’esodato.
La vicenda del libraio tenta anche di descrivere un possibile arco esistenziale di figure come queste, proponendo anche una soluzione di fuga, diciamo così, abbastanza estrema. Non mi sembra che la realtà, nel nostro paese, stia evolvendo verso scelte di quel tipo, per cui, ad oggi, mi sa che il mio libraio più che essere un eroe dei nostri tempi, sia al contrario un antieroe. Certo, ora che l’ho detto, ora che mi sono sbilanciato, la realtà farà di tutto per smentirmi.

D. E’ proprio un libro a spingere il protagonista verso la libertà.  A spalancare la porta della sua libreria per inseguire il suo sogno d’amore. Assistiamo, quindi, ad un trasformazione improvvisa e quasi miracolosa dell’uomo cinico e rassegnato delle prime pagine. Potere della cultura?

R. Potere di quel gesto tanto apparentemente insignificante che è aprire un libro per leggerlo. Io sono convinto che nell’esperienza di ogni lettore ci sia sempre un libro di partenza, il primo libro che ti spezza il cuore, facendoti entrare nel tunnel della lettura. Per molti questo primo amore letterario arriva presto, nell’infanzia o nella prima adolescenza; per il libraio arriva a cinquantotto anni. Per certi versi il mio libro è un romanzo di formazione stravagante, dove il protagonista, piuttosto che essere un giovanotto inesperto, è un uomo maturo detentore di un riporto agghiacciante. Quasi un romanzo di deformazione.

D. Nel tuo libro si respira tutta l’amarezza di un uomo che scopre di aver sprecato la sua vita. “Ci sono momenti in cui tutta la miseria di una vita diventa improvvisamente chiara. Un attimo prima stai guardando un tramonto, e un attimo dopo capisci di aver sciupato tutta la tua vita dietro a una stronzata. E la cosa peggiore è che non si torna indietro”. Spesso questo non è il pensiero di un singolo uomo, ma quello di un’intera generazione: quella dei sogni accantonati, delle aspettative deluse, degli ideali traditi, quella dei “nessuno in mezzo a milioni di altri nessuno”. Nel tuo romanzo non l’ho intravista: pensi che ci sia una qualche speranza per una o più generazioni di invisibili?

R. Penso che, sotto certe condizioni (difficili da prevedere in anticipo), a volte si vengano a formare delle vere e proprie generazioni di passaggio, generazioni che si ritrovano a vivere a cavallo di due o più epoche senza appartenere a nessuna di essa, vere e proprie generazioni-ponte il cui tratto distintivo è lo spaesamento. La generazione a cui appartengo e quella a cui appartengono i miei fratelli e le mie sorelle maggiori, sono generazioni di passaggio. Storicamente per generazioni di questo tipo non c’è alcuna speranza.
La Storia però ha uno strano modo di “far rima”, non è detto che stavolta da tutto questo spaesamento non nasca qualcosa d’interessante. Al momento, però, non vedo nulla di incoraggiante.

D. Tra le righe del tuo romanzo si legge una critica, neanche troppo velata, ad una categoria di lettori poco consapevoli. “Se quella zona era piena di lettori, non erano di certo suoi clienti: probabilmente compravano i libri di merda da un’altra parte”. Magari in qualche megastore. E’ solo il giudizio di un libraio arrabbiato o pensi che dietro a certe scelte editoriali molto commerciali ci sia anche un pubblico di lettori poco preparato?

R. Sono propenso a ritenere che il successo dei megastore è dovuto probabilmente alla loro capacità di aggredire fette di mercato sempre nuove, utilizzando tecniche di marketing e di concentrazione dei capitali molto aggressive. Da quello che ho visto qui a Catania, la velocità con la quale un megastore riesce a spazzar via ogni altro concorrente e creare il deserto attorno a sé, deriva da un mix complesso di spregiudicate operazioni finanziarie e tecniche avanzate di ingegneria sociale.
Il pubblico che deriva da tutto questo è per forza di cose un pubblico molto strano. Strano e variegato. Io non so se sia più preparato o meno preparato di quello col quale siamo abituati a confrontarci, di sicuro è differente. Ed è un pubblico con il quale noi scrittori dobbiamo iniziare a fari i conti sul serio.
Io l’ho fatto in maniera molto violenta, lungo tutte le pagine del mio romanzo. E’ soltanto una delle tante possibilità sul piatto. Col tempo probabilmente se ne proporranno altre. E’ tutto ancora molto magmatico, non ci sono tendenze consolidate. E’ difficile prevedere come evolverà questa situazione. Vedremo.

D. Da ricercatore precario a scrittore. Un passaggio obbligato o una passione improvvisa?

R. Un modo differente di studiare la realtà.

D. Prima ancora che dei libri, il tuo romanzo è un elogio della parola. Le parole sono importanti, ha urlato qualcuno. “Aveva un conto in sospeso con gli scrittori, la letteratura e i libri, ma ancora più in generale con le parole. Era una questione privata”. Hai anche tu questioni aperte con le parole?

R. Ogni scrittore ha un conto aperto con le parole. Nel mio caso, credo che si possa parlare di sindrome di Stoccolma.

D. Per concludere e senza svelare troppo a chi non ha ancora letto il tuo libro, ti rivolgo una domanda doverosa. Cosa pensi dell’Accademia della Crusca?  

R. Penso che grammatica e sintassi non siano, né possano essere, un terreno d’agibilità comune, quanto invece il luogo in cui i conflitti tra gruppi sociali ed economici differenti, – mossi da istanze, rappresentazioni, narrazioni e obiettivi profondamente divergenti – lungi dall’essere mediati o negoziati, sono sempre spinti fino al parossismo.
Dal momento che questi interessi sono divergenti e insanabili, si va sempre allo scontro. Il conflitto, a quel che vedo, è l’elemento fondante di ogni grammatica e di ogni sintassi. Non c’è molta poesia in tutto questo. Chi vince, si prende tutto. Chi perde, perde tutto.
In quest’ottica, la lingua scritta e quella parlata rappresentato l’esito problematico, complesso e mai scontato, di tale conflitto. Quelle che sembrano questioni di lana caprina, dunque, spesso sottendono intense battaglie politiche e culturali che durano anni.
L’Accademia della Crusca, in Italia, è l’organo deputato a ratificare gli esiti di tali battaglie. E’ il moloch normativo attorno al quale chi vince costruisce la propria immagine, distruggendo tutte le altre. Colpire l’Accademia vuol dire tentare di colpire quel moloch, o meglio porsi il problema della sua conquista, prendere parte a una battaglia che c’è, agisce, miete vittime, ma di cui nessuno parla.

:: Da Venerdì 8 novembre al via la Rassegna della Microeditoria Italiana a Chiari a cura di Viviana Filippini

6 novembre 2013 by

indexTorna a Chiari da Venerdì 8 novembre, la Rassegna della Microeditoria Italiana dedicata alla cultura e ai piccoli editori indipendenti presenti sul territorio nazionale.
La manifestazione si svolgerà dall’8 al 10 novembre e sarà un’intensa immersione di tre giorni nella cultura, all’interno della cornice  liberty di Villa Mazzotti Biancinelli, a Chiari in provincia di Brescia (www.microeditoria.it/).
L’edizione 2013 prenderà il via Venerdì 8 novembre alle 17.30 e darà ampia visibilità alla produzione dei piccoli e medi editori italiani, con l’intento di creare dibattito attraverso il coinvolgimento di  grandi nomi della cultura nazionale e presentazioni di libri, alternati ad appuntamenti artistici e musicali. Tra i tanti ospiti in calendario figurano Philippe Daverio, Andrea De Carlo, Katiuscia Lutring e tanti altri autori ed editori che parleranno della loro esperienza di artigiani dell’editoria. Non mancheranno esposizioni come la mostra Trasformazioni ibride con le illustrazioni di Paride Cevolani giovane artista ferrarese, curata da Annalisa Mombelli,  laboratori per ragazzi ed eventi collaterali tanto altro ancora che potete trovare qui www.microeditoria.it/programma-2013/ . Il tutto in un mix perfetto per un weekend all’insegna della cultura e dell’arte, ma anche dello svago e dell’intrattenimento per adulti e bambini.
La kermesse culturale è curata dall’Associazione Culturale l’Impronta, in collaborazione con il Comune di Chiari e il patrocinio della Provincia di Brescia e della Regione Lombardia, Consiglio Regionale della Lombardia e della Consigliera provinciale di Parità. I numerosi visitatori – e si parla di migliaia di persone- delle passate edizioni sono il segno concreto del successo crescente di un evento che con il passare degli anni scatena sempre maggior curiosità e interesse nel pubblico, grazie a proposte particolari, raffinate e di nicchia, che vengono offerte gratuitamente durante la tre giorni.
Per maggiori informazioni visitate il sito http://www.microeditoria.it/

Villa Mazzotti si trova a Chiari in Viale Mazzini, 39

La Rassegna della Microeditoria di Chiari sarà aperta nei seguenti orari:

Venerdì 8, dalle 17.30-22
Sabato 9, dalle 10-22
Domenica 10,  dalle 10-20

:: Segnalazione di 1913 L’anno prima della tempesta di Florian Illies (Marsilio, 2013)

5 novembre 2013 by

image0011913 L’anno prima della tempesta
di Florian Illies
traduzione di Marina Pugliano, Valentina Tortelli
Marsilio

Che cosa ha avuto di particolare quell’anno, l’ultimo prima dello scoppio della guerra? L’Europa si è riempita di personalità ineguagliabili. Florian Illies traccia uno straordinario ritratto dell’ultimo anno di pace centinaia di storie che offrono un quadro di un concentrato di geni probabilmente unico nella storia dell’umanità. Geni che si affacciarono al 1914 con qualche presentimento di quello stava per accadere.

Il 1913 è l’anno chiave del Novecento, l’anno che avrebbe plasmato tutto un secolo. A dispetto dell’incombente tragedia – lo scoppio della prima guerra mondiale -, cento anni fa si manifestarono un fermento e una fecondità di opere e di talenti senza pari. La letteratura, l’arte e la musica sono ancora estranee alla perdita dell’innocenza che l’umanità avrebbe sperimentato di lì a poco, e tutto sembra possibile. Così, mentre Franz Kafka arriva quasi a impazzire d’amore, Ernst Ludwig Kirchner disegna le cocotte di Potsdamer Platz; Virginia Woolf ha pronto il suo primo libro mentre Robert Musil consulta un neurologo; Thomas Mann pensa alla Montagna magica e Oskar  Kokoschka compra una tela grande quanto il letto dell’amata Alma Mahler; Igor Stravinskij festeggia la prima assoluta di Le sacre du printemps e incontra la sua futura amante, Coco Chanel; D.H. Lawrence fugge con la donna che gli ispirerà il personaggio di Lady Chatterley; Picasso e Matisse vanno a cavallo insieme; Freud e Jung incrociano le spade; Louis Armstrong si esibisce per la prima volta in pubblico e Charlie Chaplin firma il suo primo contratto con una casa cinematografica; Prada inaugura a Milano la sua prima boutique; Ernst Jünger, diciotto anni, fa le valigie e parte per arruolarsi nella legione straniera; montando la ruota anteriore di una bicicletta su un comune sgabello da cucina Marcel Duchamp compie la grande rivoluzione concettuale del Novecento; ad Augusta un arguto quindicenne di nome Brecht scrive su una rivista studentesca. A Monaco, un uomo venuto dall’Austria dipinge acquerelli con le vedute della città e cerca di venderli. Si chiama Adolf Hitler. Con grande maestria letteraria e uno stile non privo di ironia, Florian Illies ci conduce lungo un immaginario quanto piacevole viaggio attraverso queste e tante altre storie che messe insieme formano un’incredibile storia culturale.

Florian Illies (1971) è storico dell’arte. Editorialista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», è stato poi anche direttore delle pagine culturali della «Zeit». Tra i fondatori della rivista d’arte «Monopol», oggi è socio della casa d’aste “Villa Grisebach”, responsabile dell’arte del XIX secolo.

:: Un’ intervista con Vanessa Roggeri

4 novembre 2013 by

ROGGERI Cuore selvatico gineproBenvenuta Vanessa su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Presentati alle nostre lettrici e lettori. Chi è Vanessa Roggeri? Punti di forza e di debolezza.

Ti ringrazio per l’invito. Sono felice di rispondere alla tua intervista, ma sono sempre in imbarazzo quando mi chiedono di presentarmi o di descrivermi perché non sono brava a parlare di me. Proverò a fare un piccolo riassunto. Posso dirti che sono testarda, molto, e determinata. Soffro quando non posso dire quello che penso (le circostanze spesso impongono una necessaria diplomazia!). Ho gusti difficili, mi piacciono poche cose, ma quando mi piacciono veramente è per la vita (cose, persone, animali, non c’è differenza). Sono per metà concreta, pragmatica, e per metà sognatrice, qualità questa indispensabile per fare lo scrittore. Sono anche ironica e autoironica, doti indispensabili per sopravvivere in questo pazzo mondo. A volte sono impulsiva, e allora la mia lingua può fare qualche danno, ma nella maggior parte dei casi cerco di ponderare prima di parlare. Mi piace dormire, che tradotto potrebbe voler dire che sono pigra (mia madre toglie il “potrebbe” e dice che sono pigra!). Sono una persona curiosa e socievole ma non sono un animale sociale, che tradotto vuol dire che detesto i luoghi comuni di aggregazione sociale, ad esempio le discoteche.
Per i punti di forza e le debolezze, fate un po’ voi.

Parlaci un po’ della tua infanzia, in una terra bella come la Sardegna, ricca di storia, tradizioni, bellezza.

Per mia fortuna è stata un’infanzia felice e serena, passata a giocare con i miei animali (galline, oche, cani, conigli ecc), a cercare fossili in giardino e a inventare storie avventurose con mia sorella. Da bambina detestavo le bambole e non amavo leggere, preferivo giocare all’aria aperta o disegnare. Però amavo tantissimo sentire le storie che mi raccontavano i miei nonni. Storie di streghe, le cogas, di fate che abitavano i nuraghi, storie di quando i miei nonni erano bambini e la vita era diversa, più semplice e povera, ma anche più autentica. Grazie a loro ho potuto elaborare con la mia fantasia una Sardegna che non c’è più, una Sardegna magica e misteriosa, all’apparenza lontanissima.

Che studi hai fatto? Hai seguito la tua strada fino a diventare scrittrice. Era questo il tuo sogno?

Mi sono laureata in Relazioni Internazionali, ma non ho mai pensato di fare il diplomatico. Il mio sogno fin dall’adolescenza è sempre stato quello di diventare una scrittrice famosa. Volevo che i miei libri fossero in libreria, che la gente leggesse e si appassionasse alle mie storie e adesso che ci sono riuscita non mi sembra vero. Era un obiettivo di vita che ho perseguito senza mai lasciarmi scoraggiare. Le cose belle che adesso mi stanno accadendo hanno superato di gran lunga la mia fantasia.

Sei l’autrice di un romanzo a mio avviso bellissimo, Il cuore selvatico del ginepro, una storia ambientata nella Sardegna di fine Ottocento, una storia di sentimenti, amicizia, che trasmette forza, indipendenza, coraggio. Nella tua isola le superstizioni sono ancora oggi capaci di condizionare la vita delle persone?

Durante il tour di presentazione del libro in Sardegna, ho conosciuto persone che non muovono un passo se una donna di loro fiducia non ha praticato la “medicina dell’occhio” per liberarle dalle influenze nefaste del malocchio. In ogni paese della Sardegna c’è una persona che pratica questi antichissimi riti e lo fa per vocazione, perché ha il “dono”, mai per denaro. Grazie ai lettori che mi scrivono ho scoperto che in alcuni paesi, soprattutto nell’interno dell’isola, ancora oggi pronunciare la parola coga è considerata al pari di una bestemmia (il nome richiamerebbe lo spirito della strega). Penso sia un fatto naturale che dopo secoli e secoli di antiche credenze che hanno scavato così profondamente nella coscienza di una comunità, le superstizioni siano ancora in grado, almeno in parte, di condizionare la vita delle persone. La superstizione non incide nella vita quotidiana tanto quanto ottant’anni fa, è inevitabile, tuttavia si crede abbastanza perché “certe magie” accadano ogni giorno. Basta crederci (ho sentito fare racconti incredibili!)

Lucia e Ianetta sono le due protagoniste, due sorelle legate da una grande amicizia, capace di sconfiggere l’ignoranza, la superstizione, la cattiveria che molto spesso è solo una maschera della paura che alberga nell’animo umano. Ci vuoi parlare di questi personaggi?

Lucia e Ianetta sono legate da un sentimento che è amore vero. Amore capace di resistere all’odio, alla distruzione, alla morte, proprio come la pianta di ginepro che vegeta anche dopo un incendio. Lucia è un personaggio assolutamente positivo, è capace di gettare il cuore al di là dell’odio e dell’ignoranza e di vedere oltre quella cappa di superstizione che avvelena la sua famiglia. Ma è anche umana ed è proprio superando i dubbi e le paure che riesce a scardinare tutto un sistema di credenze e riti che si sono cristallizzati nei secoli. Con la sua forza di donna porta la luce della speranza e del cambiamento. La povera Ianetta è una creatura sfortunata in cerca di amore e dolcezza, nemmeno lei sa bene chi è. È un po’ come quei bambini che a furia di dirgli che sono stupidi finiscono per crederci. E infatti dopo tanto odio sputato addosso crederà di essere una coga. Ma per fortuna c’è Lucia che in lei riesce a vedere soltanto sua sorella.

Oltre a Lucia e Ianetta, ci sono altri personaggi altrettanto interessanti. Ce ne vuoi parlare? A quali ti senti più legata?

Amo tutti i personaggi, indistintamente. A volte li vedo come un corpo unico e ci manca davvero poco che li consideri persone in carne e ossa, tale è la loro forza nel travalicare i confini cartacei del libro. Indubbiamente è un romanzo al femminile: ci sono le cinque sorelle di Lucia che costituiscono un caleidoscopio di personalità, anch’esse forti un po’ come mamma Assunta, ma anche come la domestica Cicita, che in un certo senso è la vera padrona di casa che conosce tutti gli affanni della famiglia. Per non parlare della bruja Priama (una sorta di maga-sciamana), una donna piena di misteri e segreti. Tra i personaggi maschili ci sono il babbo Severino, che per tutta la vita pagherà lo scotto per un unico atto di debolezza, e Efisio, il nonno, uomo saggio e cinico allo stesso tempo. Forse, a parte Lucia e Ianetta, ho particolarmente a cuore il dottor Spada, per la razionalità, l’amore e il coraggio che a un certo punto porta nel paese di Baghintos. Incarna l’epoca dell’Illuminismo, epoca di luce, di ragione e scienza, venuta dopo alcuni secoli neri di caccia alle streghe.

Ambienti la tua storia in Sardegna, un’ isola piena di bellezza, di tradizioni, di fierezza. Anche la natura svolge un ruolo importante nel tuo libro. In che misuro trasmette la forza dei personaggi?

La natura si può considerare un personaggio vero e proprio all’interno del romanzo. Foreste impenetrabili di lecci, intrichi di lentischi e ginepri, rocce e pietre, ruscelli e colline che sovrastano, creano una commistione di spiriti e di forza con i protagonisti da risultare quasi inscindibili. La natura ha un ruolo preponderante, richiama quel legame atavico che l’uomo ha sempre avuto con essa e che in Sardegna è ancora vivo. Penso che in buona misura anche la mia scrittura sia influenzata da questo legame.

Assunta Zara sta per partorire il settimo figlio, che malauguratamente è una femmina. Una coga. Cosa succede nella mente del tuo personaggio capace di rifiutare e rinnegare la sua stessa bambina? Come hai descritto questo dramma nel tuo libro?

Non è stato facile dare vita ad un personaggio così complicato, duro, controverso. Assunta è una madre avvelenata dall’ignoranza, quell’ignoranza che le permette di far prevalere nel suo cuore più i condizionamenti dettati dalla superstizione, che l’amore naturale che dovrebbe sentire per sua figlia Ianetta. Non c’è un vero istinto di madre in lei. È talmente terrorizzata dalle conseguenze che possono scaturire dalla nascita di Ianetta, da rimanere schiacciata dalle sue stesse paure, oppressa da un odio indescrivibile per la fonte di tutte le loro disgrazie, prosciugata di tutto l’amore per le altre figlie e per suo marito Severino. Quando ho immaginato il personaggio di Assunta ho dovuto svestirmi di qualunque spirito di condanna che potesse nascere spontaneo in me; soltanto in questo modo l’avrei lasciata libera di agire. E infatti Assunta non si trattiene in niente, esprime il suo odio e la sua rabbia fino a concretizzare l’atto più aberrante che una madre possa mai compiere.

Il tuo romanzo ha uno stile molto particolare, letterario. C’è qualche romanzo, qualche autore, italiano o straniero, che ti ha ispirato?

Sono una lettrice onnivora, mi piace leggere di tutto, ma distinguo tra libri che sono di puro intrattenimento e letteratura. Quindi il mio punto di riferimento sono i grandi classici. Il mio libro del cuore, che non mi stanco mai di rileggere, è Jane Eyre. Trovo le sorelle Bronte straordinarie e rivoluzionarie per l’epoca in cui sono vissute, estremamente passionali e drammatiche.

Se decidessero di farne una trasposizione cinematografica, chi vedresti bene per i personaggi principali, quale regista?

Dunque, se devo sognare allora voglio sognare in grande! Per il mio libro vorrei un grande regista italiano: Giuseppe Tornatore. Per il dottor Spada ci vedrei bene Beppe Fiorello, mentre per Lucia vorrei un’esordiente.

Che romanzo stai leggendo attualmente?

Sto leggendo il libro di un caro amico, Per le mute vie di Eliano Cau, un bel romanzo di formazione ambientato nella Sardegna degli anni sessanta.

Ci sono progetti di traduzioni per l’estero?

Qualcosa bolle in pentola ma ancora non ho notizie certe.

Avrai iniziato a fare presentazioni in tutt’Italia per l’uscita del romanzo. Raccontaci se c’è qualche avvenimento curioso avvenuto durante questi incontri?

Sì, durante l’ultima presentazione a Cagliari è accaduto un incontro magico e incredibile: ho conosciuto una delle sorelle Zara! Preciso che la famiglia Zara è frutto della mia fantasia, non ho nemmeno mai conosciuto nessuno che avesse questo cognome, e mai avrei creduto che in realtà esistessero nove sorelle Zara e che tre di queste si chiamassero come le mie protagoniste: Lucia, Mariuccia, e Pina. È proprio vero che spesso la realtà supera la fantasia.

Che relazioni hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Grazie alla mia pagina facebook, Vanessa Roggeri-autrice, posso avere un rapporto diretto con i miei lettori. Mi scrivono cose bellissime, meravigliose: mi descrivono le emozioni che hanno provato leggendo il libro, il loro entusiasmo, i pianti che si sono fatti leggendo di Ianetta e le loro riflessioni sulle varie chiavi di lettura della storia. Dopo che passi mesi chiusa nella tua stanzetta a scrivere e vivere la storia che hai nella testa in perfetta solitudine, tutto ciò diventa un tesoro davvero prezioso.

L’intervista è finita, ringraziandoti per la disponibilità mi piacerebbe farti un’ ultima domanda: stai lavorando ad un nuovo romanzo? Puoi parlarcene?

Sto scrivendo un nuovo romanzo, una storia appassionata e appassionante come IL CUORE SELVATICO DEL GINEPRO. È ambientata in Sardegna, ma non voglio svelare di più.
Grazie mille per avermi ospitata.