:: Recensione di Il cerchio di Sara Elfgren e Mats Strandberg (Salani, 2012) a cura di Elena Romanello

30 novembre 2013 by

il_cerchio_sara_elfgren_mats_strandbergTorna la letteratura scandinava in libreria, proponendo questa volta un romanzo urban fantasy, primo di una serie (una costante di questo genere, nel bene e nel male), e cioè Il cerchio, scritto da Sara Elfgren e Mats Strandberg ed uscito in italiano per Salani, storico editore presente da decenni ma divento emblematico per chi legge il genere fantastico per aver proposto la saga di Harry Potter.
All’apparenza Il cerchio può sembrare l’ennesima proposta rivolta ad un pubblico adolescenziale, visto che fa leva su un tema abbastanza comune negli ultimi decenni, quello del gruppo di adolescenti di sesso femminile che scopre la magia, la sua forza ma anche i pericoli ad essi connessi, usandola come un mezzo per superare i propri disagi e drammi, sempre presenti in misura più o meno elevata nell’adolescenza e capaci spesso di influenzare tutta una vita.
Ci sono però alcuni punti di interesse in questo romanzo, non poi così scontato come ormai purtroppo questo tipo di letteratura sembra aver abituato i lettori, anche se le premesse sembrerebbero simili, con tanto di ragazze compagne di scuola che scoprono di dover combattere le forze del male, e non solo per il Paese scelto, la Svezia e non luoghi inflazionati come Gran Bretagna e Stati Uniti.
Il cerchio racconta una storia di fantasia, ma parla di cose anche molto reali e realistiche e abbastanza scomode, quali le famiglie disgregate, l’omosessualità, il bullismo, la droga, i disturbi alimentari. Tematiche non poi così scontate nel genere urban fantasy, soprattutto quando si rivolge ad un pubblico di adolescenti, ma che qui vengono trattate senza compiacimenti, con uno stile non certo idealizzante e molto crudo.
Del resto, anche autori di altri generi letterari, come lo Stieg Larsson della trilogia Millenium, il Lindqvis di Lasciami entrare e la nuova autrice romance Simona Arhnstedt avevano mostrato come si poteva essere realistici fino ad essere spietati non solo in un thriller dai contorni disturbanti, ma anche in una storia di vampiri e in un romance storico, mettendo in luce il lato oscuro dei Paesi scandinavi, visti da molti dal dopoguerra in poi come esemplari per il welfare e la costruzione di una società civile e solidale, ma incapaci di risolvere fino in fondo drammi e problematiche come le violenze familiari, il maschilismo, l’odio verso il diverso, emerse tra l’altro anche recentemente nelle cronache nazionali rimbalzate in tutto il mondo.
Detto questo Il cerchio magico, pur con premesse interessanti, non sa poi decidersi tra realtà e fantasia, tra critica sociale e storia di un’iniziazione magica, mentre gli altri autori scandinavi sapevano comunque poi essere convincenti. Detto questo, è un primo capitolo comunque interessante di una possibile trilogia, di cui viene voglia di conoscere i prossimi sviluppi, con le avventure di queste ragazze magiche dell’estremo nord, non tanto supereroine ma molto piene di problemi e non solo sovrannaturali.

Sara Bergmark Elfgren, classe 1980, è un’ autrice svedese di romanzi fantasy rivolti ad un pubblico  young adult. Ha lavorato precedentemente come sceneggiatrice sia per il cinema che per la televisione. Il suo primo romanzo Il cerchio è stato scritto nel 2011 assieme a Mats Strandberg.  Il cerchio è stato nominato all’  August Prize nella categoria dedicata alla narrativa per ragazzi.

Mats Strandberg, classe 1976, è uno scrittore e giornalista svedese. Strandberg lavora per il  Aftonbladet. Ha debuttato nel 2006 con il romanzo d’esordio  Jaktsäsong.  Ha pubblicato nel 2011 con Sara Elfgren il fantasy young adult Cirkeln (Il Cerchio).

:: Recensione di Nulla resta nell’ombra di Claudia Vilshöfer (Giano editore, 2013) a cura di Elena Romanello

29 novembre 2013 by

nulla resta nell'ombraDopo aver popolato per anni gli schermi televisivi con gialli in salsa teutonica, sono arrivati anche in libreria gialli scritti da autori tedeschi e austriaci, per certi versi ancora più efficaci dei loro omonimi televisivi e non meno avvincenti di quelli ambientati in altre zone più classiche, come il mondo anglosassone.
Ne è un esempio Nulla resta nell’ombra di Claudia Vilshofer, dove si fa i conti con uno dei temi del giallo forse meno trattato dalla finzione, se si esclude il telefilm a stelle e strisce Senza traccia: la scomparsa di una persona e tutto quello che può avere a che fare con questo, un tema che ha dato vita a trasmissioni popolari come Chi l’ha visto ma che forse la finzione non ha ancora sviscerato del tutto, e che resta uno dei più angoscianti, forse più di un omicidio palese.
Il romanzo racconta la storia di Sarah e Mark, giovane coppia tedesca appena sposatisi, che decidono di venire in viaggio di nozze nel nostro Paese e che si trovano senza benzina su una stradina deserta della Val Bormida, in Piemonte. Mark si allontana in cerca di rifornimenti e sparisce nel nulla, Sarah inizia a cercarlo ma si scontra contro il disinteresse delle forze dell’ordine e con alcune inquietanti verità che viene a scoprire su quest’uomo di cui è innamorata ma su cui scopre di sapere relativamente poco. Mark si infatti è licenziato dallo studio fotografico in cui lavorava per alcune foto compromettenti, ha ritirato tutti i suoi soldi dal conto corrente, ma soprattutto per tutta la sua vita ha vissuto per pochi anni in vari posti, sparendo ogni volta di colpo, come se nascondesse un segreto.
Claudia Vilshofer intreccia due misteri, uno contemporaneo, legato ad un serial killer che agisce nelle colline piemontesi, tanto belle ma tanto inquietanti, e uno legato ad un fatto del passato di Mark, che non ha mai smesso di turbare la sua vita.
Il risultato è una trama tesa, intorno ad un’investigatrice per caso, Sarah, non aiutata da nessuno se non dal suo intuito, in cerca di una verità su se stessa, la propria vita e la persona con cui vorrebbe passarla, pronta a scontrarsi con chi liquida il suo caso come uno dei tanti e lei come la possibile vittima di un inganno.
A differenza di altri libri del genere, Nulla resta nell’ombra  riesce a mescolare bene le varie carte, il passato e il presente, e non porta ad un finale affrettato pur portando avanti in parallelo due trame di investigazione distinte tra di loro, accomunate solo dal fatto che in qualche modo hanno avuto a che fare con il personaggio di Mark.
Claudia Vilshofer, tedesca, descrive ottimamente il suo Paese di origine, con i suoi segreti nascosti e le sue contraddizioni, ma dà il suo meglio quando porta i suoi lettori in mezzo alle colline piemontesi, ultimamente molto amate dai tedeschi, proprio perché così diverse dalla loro madre patria, ma proprio per quello luogo estraneo e misterioso, così ricche di nascondigli e lontane da una certa idea di ordine e regolarità tipicamente teutonica.
Ma non ci sono frecciatine al nostro Paese e alla sua cultura: leggendo questo giallo anzi si potrà scoprire un aspetto che magari non si era considerato da una zona rinomata finora soprattutto per l’enogastronomia e il paesaggio, ma capace di nascondere un lato oscuro, anche in un’assolata giornata d’estate.

Claudia Vilshöfer è nata in Brasile nel 1968. Appassionatasi alla scrittura fin dai tempi della scuola, si è dedicata al suo primo libro solo anni dopo, scegliendo la strada del thriller psicologico. L’ispirazione le è venuta dalla sua attività lavorativa nel campo del turismo e dai numerosi soggiorni trascorsi all’estero. Oggi Claudia Vilshöfer vive con la sua famiglia nei pressi di Colonia. Nulla resta nell’ombra è il suo secondo romanzo.

:: Recensione di Cosa vuoi fare da grande di Ivan Baio e Angelo Orlando Meloni (Del Vecchio Editore, 2013) a cura di Micol Borzatta

27 novembre 2013 by

cosa vuoi fare da grandeNarra la storia di due bambini senza genitori che a scuola vengono presi di mira sia dai compagni che dagli insegnanti.
La loro storia si interseca con la storia di un altro ragazzo diventato famoso per una sua invenzione e con quella degli insegnanti.
Ogni vita viene descritta nei minimi particolari raccontando le varie problematiche che ogni protagonista deve affrontare, descrivendo nei minimi particolari i sogni e le difficoltà di ognuno.
Un romanzo breve e di veloce lettura che trasmette al lettore le problematiche che devono affrontare tutti in tutte le epoche tra cui il bullismo, la difficoltà di trovare lavoro, il rapporto difficoltoso tra bambini e genitori, e con i docenti, in modo profondo ma nello stesso tempo comico e ironico, riuscendo così ad avvicinare ogni tipo di lettore.
Lo stile scherzoso riesce a coinvolgere il lettore che durante la lettura riesce a trovare un momento di svago dai problemi quotidiani, ma fa in modo che a fine lettura la sua mente automaticamente ripensa a quanto letto e prende coscienza effettivamente delle problematiche che affliggono il mondo di oggi.
Nella lettura sono stati riscontrati alcuni errori ortografici che devono essere scappati durante la fase di editing prima della pubblicazione.

Ivan Baio nasce a Siracusa, ma nella vita ha vissuto a Milano, Roma e infine a Berlino.
Scrittore e inventore attualmente segue un social network.

Angelo Orlando Meloni è nato a Catania e vive a Siracusa.
Scrittore, attualmente segue un blog che ha scelto di colore verde perché è il colore della speranza e dell’ecologia.

:: Recensione di Gratitude di Lorenzo Cherubini (Einaudi, 2013) a cura di Valeria G.

27 novembre 2013 by

gratitude“Sono a Riccione, in un residence di fronte al porto turistico. Sono qui per scrivere le mie memorie di 25 anni. A Riccione è iniziato tutto. Non è vero, qui c’è stato uno dei miei inizi… O forse è iniziato tutto quando mi sono trovato di fronte all’Estasi di santa Teresa del Bernini…”

Quando e in che modo tutto ebbe inizio? Questa è la domanda di apertura della storia di vita di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti.
Tale dubbio potrebbe essere svelato: forse l’avventura incominciò con un incontro molto particolare.
Lorenzo era solo un bambino quando partecipò ad una gita scolastica nella città di Roma, l’opera che vide era una scultura di Gian Lorenzo Bernini.
La scultura è la famosissima “Transverberazione di Santa Teresa d’Avila” e lui stesso scrive di aver pensato per giorni all’energia che l’opera sprigionava. Inconsciamente forse, il nome Teresa fu per lui di forte ispirazione infatti, molti anni dopo, lo scelse come nome di battesimo per sua figlia.
Nel 1600 il cardinale Federico Cornaro decise di affidare la realizzazione della cappella funeraria della propria famiglia all’interno della chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, al grande Gian Lorenzo Bernini. Il Bernini realizzò una delle sue più belle e intese opere barocche. Lo scultore fece realizzare una finestra alle spalle dell’opera in modo da ottenete un ingresso di luce che si riflette dall’alto e che crea un effetto palcoscenico per ottenere maggiore enfasi ed effetto teatrale. Come non collegare questo altro elemento al nostro Lorenzo? Lui ci vivrebbe su di un palcoscenico.
L’ultima sorprendente analogia tra l’opera e Lorenzo è la seguente. Avete presente la scultura? La santa in estasi ha il viso sollevato verso un cherubino dal viso dolcissimo.
Se si crede ai segni del destino, questo non può essere che un inizio.
La scrittura di Lorenzo è semplice, ma efficace. Con estrema facilità riesce a coinvolgere il lettore nelle sue esperienze di vita più importanti, e lo trascina nel profondo della sua essenza. E’ Lorenzo che parla in prima persona e che racconta, con la sua straordinaria energia, tutte le esperienze più significative della sua vita: l’affetto verso la famiglia d’origine, le scelte lavorative rischiose, il successo, i viaggi, l’incontro con la moglie e la nascita della figlia. E poi naturalmente la musica. Le pagine suonano al ritmo delle sue più famose canzoni.
Ma la musica, sebbene sia l’universo che spinge l’artista all’espressione massima del suo io, non è tutto.
Lorenzo si mette a nudo e racconta ciò che più lo ha cambiato nella sua ricchissima esistenza: il viaggio in Sudamerica e Sudafrica, l’amicizia con i colleghi, l’affetto delle persone, il dolore per l’improvvisa morte del
fratello, l’impegno politico, la malattia della mamma, la relazione con la sua compagna. E’ estremamente interessante come usa rivolgersi alla moglie: utilizza l’articolo davanti al nome, lo fa sapendo di commettere un errore grammaticale ma si prende questa licenza per sottolineare in modo molto romantico
l’importanza della persona in questione, non è una Francesca qualunque, è” La Francesca” : lei ,l’unica Francesca che lui possa amare, l’unica che possa stare al suo fianco, il completamento della sua persona.
Lorenzo appare come un uomo che ha saputo mantenere l’umiltà del cuore e che sa ancora sorprendersi davanti alle bellezze che la vita gli propone.
Il suo messaggio arriva forte e chiaro: il suo “pensiero positivo” e il suo affidarsi alla vita sono il suo più grande successo.
Gratitudine, quindi, a Lorenzo per aver aperto la sua anima e per averci donato la poesia del suo cuore.

Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, nasce a Roma nel 1966, terzo di quattro fratelli. Inizia giovanissimo la sua esperienza lavorativa come dj a Roma, approda a Milano e, diventa in pochi anni, con la sua musica ed il suo modo inconfondibile di “narrare ” le canzoni uno dei più famosi artisti italiani conosciuti in tutto il mondo.

:: Recensione di Joyland di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2013) a cura di Giulietta Iannone

25 novembre 2013 by

joylandRicordo ancora la giornata di Mike e di Annie al parco come se fosse ieri, ma ci vorrebbe un narratore molto più dotato di me per farvi capire che cosa provai e per spiegarvi perché da quel momento in poi Wendy Keegan non fu più padrona del mio cuore e delle mie emozioni. Posso solo confermarvi un fatto risaputo: certi giorni valgono più dell’oro. Non sono molti, ma nel corso di quasi ogni vita ne esistono almeno un paio. Quello fu uno dei miei giorni e ogni volta che sono giù di corda e il mondo non mi sorride e tutto mi sembra finto e dozzinale come la passeggiata di Joyland in un pomeriggio di pioggia, io ritorno con la memoria a quel martedì di ottobre, anche solo per ricordare a me stesso che la nostra esistenza non è sempre un gioco da spennapolli. Talvolta i premi sono reali. Talvolta hanno un valore immenso.

È la prima volta che recensisco Stephen King, anche se naturalmente Joyland non è il primo libro di King che abbia letto. Non che la cosa mi imbarazzi, tutt’altro, ho recensito Euripide, Arthur Miller e Graham Greene tanto per dire, recensire i mostri sacri della letteratura è un’ esperienza stimolante e istruttiva, che consiglio a  tutti i lettori. Comunque recensire King è anche un’ esperienza catartica ed è bizzarro che abbia avuto questa sorta di battesimo del fuoco proprio con una storia di iniziazione e struggente nostalgia, ricca degli stessi spunti narrativi presenti bene o male in tutti i suoi romanzi, horror compresi.
Che Joyland non sia un horror è già stato detto, anche che si ricollega in un certo senso alla poetica de Il corpo, da cui è stato tratto il film generazionale Stand by me – Ricordo di un’ estate, stessa cosa che non è un vero thriller e men che meno un giallo classico di tipo deduttivo, un whodunit come sembra averlo definito Charles Ardai editor di Hard Case Crime (l’editore americano del romanzo), sebbene ci sia una ragazza morta, ultima di una serie di vittime di una specie di serial killer, e parte del romanzo si riveli essere un’ indagine condotta dal protagonista per smascherarlo, che comunque si riduce ad essere una ricerca per biblioteche e vecchi quotidiani condotta da Erin, dalla quale il protagonista ricaverà l’intuizione fatale. Ben poco, concorderete con me, per definirlo appunto un whodunit.
Potremmo a questo punto giocarci la carta della ghost story, e qui abbiamo ben due fantasmi che giocano un ruolo fondamentale nella storia, sebbene il primo, quello della ragazza Linda Gray, sembra solo capace di segnare il destino di Tom Kennedy, spegnendo un po’ della sua contagiosa allegria (il protagonista non arriverà mai a vederlo, limitandosi a notare un cerchietto azzurro, appartenuto alla ragazza). A questo punto ritengo che la cosa più onesta da fare sia definire Joyland un romanzo senza classificazioni, forse tutt’al più un romanzo di formazione che segue con amorevole cura il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di un giovane universitario americano che sogna di fare lo scrittore e finirà per fare il giornalista, con un groppo alla gola per l’estate dei suoi ventun’anni, relegata nel 1973 in un parco di divertimenti sulle coste della Carolina del Nord.
Pubblicato in Italia, in contemporanea con l’America, da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, e tradotto da Giovanni Arduino, Joyland (Joyland, 2013) è un romanzo come dicevo prima profondamente kinghiano. Parla di nostalgia, dell’ingenuità degli anni ’70, sorta di Eden dorato in cui anche King era giovane e i parchi di divertimento erano ancora quasi a gestione famigliare, sorta di ribellione contro l’avvento omologante e massivizzante di parchi di divertimento modello Disney World. (Se Devin Jones vive in quell’estate gli ultimi scampoli della sua adolescenza, anche Joyland vive una delle sue ultime stagioni, prima del fallimento.)
Parla del passaggio dall’adolescenza all’età adulta con conseguente perdita di innocenza, sostituita da una dolente accettazione per le regole, a volte crudeli, di cui è fatta la vita. Parla d’amore, corrisposto, fugace, infelice, tradito, del rapporto tra padri e figli, velato ma presente nel legame tra Devin e suo padre e in quello tra Devin e il piccolo Mike, per citare i modelli positivi, e in quello doloroso tra Annie e il predicatore.
Parla d’amicizia, di malattia, di morte, del soprannaturale (perché nei romanzi di King il soprannaturale anche sfumato c’è sempre) nascosto nelle pieghe di una quotidianità così spesso avvilente, fatta di sacrifici, perdite, sconfitte, povertà, desiderio di riscatto.
Parla della magia di un parco di divertimenti in riva al mare, di quelli simili alle giostre paesane itineranti che ogni anno ancora oggi toccano la mia città. Il tirassegno, la ruota panoramica, le tazze ballerine, il Castello del Brivido, la cartomante vestita come una gitana magiara, segnata dal forte accento di Brooklyn, quando si distrae, che legge la mano e predice la fortuna e forse è realmente dotata del “dono”.
Parla dei codici di comportamento, di cosa significhi essere figli del carrozzone, della loro bizzarra parlata, del senso di appartenenza ad una comunità coesa e bislacca. Hot dog, zucchero filato, il regno dell’infanzia di molti, forse di tutti.
King è un maestro nel rendere epico qualcosa di così radicato nell’immaginario comune, e sebbene qui descriva l’America di provincia degli anni ’70, Heavens Bay, Carolina del Nord, non è difficile rivivere le stesse sensazioni, gli stessi odori, la musica (i Doors, i Pink Floyd) i falò sulla spiaggia fissi nei ricordi dei lettori, almeno di quelli che erano ragazzi negli anni ’70.
King schiaccia il pedale della nostalgia e di una certa buona dose di sano sentimentalismo, soprattutto nel rapporto tra Devin e Mike, ragazzino malato di distrofia muscolare ma quasi mitico per la sua forza, e il suo accecante sorriso, (difficile non piangere e commuoversi nel finale, soprattutto se avete avuto l’esperienza nella vostra vita di accompagnare un bambino malato) e gioca con le ombre trasfigurate di un allora quasi più candido, coraggioso, giocoso, onesto (Devin arriva a rifiutare l’assegno di un genitore che vuole ricompensarlo per avere salvato la vita di sua figlia), fatto di scintillante polvere di stelle.
E poi per non scadere nello sdolcinato e nel melenso a  tutti i costi, o forse per non commuoversi troppo, innesta la trama quasi thriller, (badate dico quasi), con un tocco di macabro, quando ci presenta Linda Gray, ovvero il fantasma della ragazza sgozzata quattro anni prima che vaga chiedendo di essere liberata per il Castello del Brivido e appare solo ai lavoranti del luna park, terrorizzandoli a morte.
Naturalmente sarà Devin Jones, voce narrante del lungo flashback di cui è costituto il romanzo, a scoprire quasi per caso il suo assassino, e a scoprire qualcosa di ancora più importante: il potere dei sentimenti, catturati in una goccia d’ambra come l’immagine di una soleggiata estate in cui il senso della vita si materializza privandoci forse dell’innocenza, ma donandoci in cambio qualcosa di ancora più prezioso.
Succede poco, la lentezza della prima parte è quasi biblica, il finale mystery un po’ artificioso, sembra di sentire il rumore di King che si arrampica sui vetri, l’addio al fantasma, personaggio che per tutto il romanzo sembra di vitale importanza, un po’ improvviso e deludente, è stato detto che le parti più deboli dei romanzi di King siano i finali, un po’ come se esaurita la carica creativa, vada avanti per inerzia e chiuda il tutto senza eccessiva cura, ma pur tuttavia è anche evidente che a King non interessa aderire ad un genere o superarlo, parla decisamente d’altro, di una materia molto più fluttuante e indefinibile, parla di sogni, di aspirazioni, di come da vecchi guarderemo indietro con rimpianto e malinconia l’altro noi stesso di allora.
È stato definito nient’altro che una sorta di young adult d’autore, e chi lo fece non voleva fare certo un complimento, pur tuttavia credo sia vero, credo sia davvero un regalo che King abbia fatto ai suoi più giovani lettori o a quelli che non ostante l’età anagrafica abbiano conservato la giovinezza del cuore. Forse i suoi lettori storici ameranno di più le sue storie horror, presto ci sarà il seguito di Shining, pur tuttavia se amate la poetica kinghiana ne riconoscerete i tratti distintivi.

Stephen King, acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie da incubo sono clamorosi bestseller internazionali che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. www.stephenking.com

:: Recensione di I giorni chiari, Zsuzsa Bánk, (edizioni BEAT, 2013) a cura di Viviana Filippini

22 novembre 2013 by

i_giorni_chiariI giorni chiari di Zsuzsa Bánk è un romanzo corale nel quale tutti i personaggi sono protagonisti di questo lungo film temporale della vita. Aja, Evi e Zigi, Seri, Karl e le loro famiglie sono i tanti personaggi principali di questa umana vicenda ambientata nella Germania degli anni’60. Qui, dopo un lungo periodo di pellegrinaggio, troveranno riparo Aja ed Evi. La casa dove madre e figlia vivono è nella periferia di uno sperduto villaggio di campagna. Non è un’abitazione di lusso, anzi è povera, ha gli infissi rotti e non esistono serrature alle porte e al cancello, ma questa miseria alle due giovani donne non importa, perché per Aja e sua madre ciò che conta è il solido legame d’amore che le unisce, così profondo che nulla sembra poterlo scalfire. Manca solo Zigi, il padre vagabondo, sempre in giro per il mondo a far conoscere la sua arte circense per guadagnare qualche soldo da spedire alle donne della sua vita. Lui ogni tanto torna a casa, ma per la maggior parte del tempo è in viaggio e ad Aja rimangono fitte lettere provenienti da ogni parte del globo che la madre analfabeta guarda solo senza poterle leggere. Accanto ad Aja, vittima di un brutto incidente che le lascerà segni indelebili nel corpo e nell’anima, compaiono due suoi amici: Seri e Karl. Come la protagonista, i due ragazzini hanno subìto dei traumi infantili che segneranno per sempre la loro esistenza. Seri è rimasta orfana di padre, morto all’improvviso, mentre Karl ha assistito impotente alla scomparsa del fratello salito su un’automobile e mai più tornato a casa. Accanto a loro ci sono quelle madri e quei padri che traumatizzati da ciò che è accaduto ai figli, faticano a vivere la vita in modo tranquillo. Evi è ossessionata dalla paura che ad Aja possa accadere un nuovo infortunio, la madre di Seri rimasta vedova farà di tutto per aiutare Evi a dare una degna esistenza alla figlia, il padre di Karl, dopo la scomparsa del figlio, si chiuderà sempre più in sé stesso, recidendo i legami con i familiari e con la società. I giorni chiari del titolo, corrispondenti ai momenti di intensa felicità e spensieratezza provata dai protagonisti durante la loro esistenza, fanno del libro della Bánk un romanzo di formazione, nel quale attraverso un lungo viaggio dal passato al presente scopriamo da cosa è stata caratterizzata la via di Aja e dei suoi amici. I tre ragazzi sono sì molto diversi tra loro, ma la rivelazione di alcune verità riguardanti il loro vissuto li renderà simili, tanto che tra loro si instaurerà un’amicizia così profonda e solidale che nemmeno il peggior ostacolo riuscirà a intaccarla. La voce narrante è quella di Seri e ci porta dentro al mondo di Aja dove lei stessa ha vissuto. Pagina dopo pagina si accumulano in una piacevole sequenza i ricordi, i traumi, le verità dolorose e le importanti prese di coscienza che hanno fatto diventare adulti i tre compagni, permettendogli di trovare il loro posto nel mondo, senza mai dimenticare i sacrifici compiuti da chi li ha messi al mondo e cresciuti.  Il romanzo della Bánk attua una vera e propria indagine sull’importanza dei legami tra amici e tra genitori e figli, dimostrando quanto le verità nascoste, una volta venute a galla possono cambiare per sempre l’atteggiamento verso la vita di chi le ha scoperte. I giorni chiari sono quelli dell’infanzia, sono spogli da qualsiasi dubbio e preoccupazione, essi sono momenti di pura felicità che dovranno confrontarsi e fare i conti con le disillusioni, il dolore e le incomprensioni che l’età adulta porta in dote.

Zsuzsa Bánk, nata nel 1965, dopo aver lavorato come libraia, ha intrapreso gli studi di giornalismo, scienze politiche e lettere nelle università di Mainz e di Washington. Vive a Francoforte con il marito e due figli. Il suo primo romanzo, Der Schwimmer, ha ricevuto grande consenso di critica e pubblico e numerosi premi, tra cui il Deutscher Buchpreis.

:: Recensione di L’analfabeta che sapeva contare di Jonas Jonasson (Bompiani, 2013) a cura di Michela Bortoletto

18 novembre 2013 by

L'analfabeta che sapeva contareTrad. a cura di Margherita Podestà Heir

Con L’analfabeta che sapeva contare sembra proprio che Jonas Jonasson sia riuscito a trovare un’ottima e gustosa ricetta per un romanzo divertente e travolgente da mangiarsi a grossi e saporiti bocconi.
Gli ingredienti? Eccoli! Prendete una ragazzina tanto intelligente quanto impertinente cresciuta a Soweto , la più grande township del Sud Africa, negli anni Settanta e amalgamatela a tutti i pregiudizi e alle tremende leggi dell’apartheid che vigevano a quell’epoca.
Aggiungete poi un fedele suddito svedese cresciuto nel secondo dopoguerra con il mito del proprio re. Mischiatelo con il sovrano in questione fino ad ottenerne un fervente repubblicano il cui unico scopo della vita sarà eliminare la monarchia svedese dalla faccia della Terra.
A parte fate fondere un ingegnere bianco e ubriacone che ha il compito di costruire un arsenale nucleare per il Sud Africa assieme a tre ragazze cinesi molto intraprendenti ma anche tanto ingenue.
Prendete poi due gemelli, nati dal suddito citato prima, che hanno lo stesso nome e dei quali sono uno è “legalmente” registrato all’anagrafe. Fateli crescere con i poster dei grandi sostenitori della Repubblica, montateli con un po’ di odio verso i sovrani regnanti e otterrete due distinte creme: un tranquillo ragazzo e un pazzo furioso che vuole continuare la missione del padre!
A quest’ultimo aggiungete una ragazzina borghese che odia tutto e tutti tranne il suddetto esemplare da manicomio.
Tagliate a rondelle due agenti del Mossad israeliano  e affettate un giovane e promettente assessore cinese assieme al suo interprete. Non dimenticatevi poi del “più grande terrorista di tutti i tempi” che otterrà il Nobel per la Pace!
Prendete poi un Primo Ministro molto impostato e un re fuori dagli schemi e discendente da quel primo sovrano che segue tutto tranne l’etichetta reale e aggiungente al tutto una bomba atomica che ufficialmente non esiste.
Se gradite potete poi sbattere il composto con della carne essiccata di Antilope e  una vecchietta di nobili origini che vive in campagna coltivando patate.
Non dimenticate infine di aggiungere un pizzico di diamanti, un camion per il trasporto di patate, un pony e una Volvo.
Amalgamate il tutto fino ad ottenere una storia ricca di colpi di scena, imprevedibile, surreale e assolutamente imperdibile.
Infornate per qualche ora, spennellate con una forte dose di umorismo e servite tiepido!
Un consiglio: gustatevelo tranquillamente a grandi fette dalla prima all’ultima pagina: non vi lascerà con un peso sullo stomaco!

Jonas Jonasson è nato in Svezia e vive a Ponte Tresa. Giornalista e consulente media, sta scrivendo il suo secondo romanzo. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, ai primi posti delle classifiche di vendita in Svezia per oltre un anno, è in corso di traduzione in oltre trenta paesi. È stato “Miglior libro dell’anno 2009” in Svezia; premiato dai librai svedesi con lo Swedish Book Seller Award 2009 (lo stesso che fu di Stieg Larsson) e vincitore dello Swedish Audio Prize 2009. Dal romanzo è in preparazione un film con un cast internazionale.

:: L’ICWA (Italian Children’s Writers Association) nata per la tutela, diffusione e riscoperta della Letteratura italiana per ragazzi a cura di Viviana Filippini

16 novembre 2013 by

Slide_3Dicono che leggere sia il cibo per la mente, ed è vero, ma secondo me leggere è anche un modo per viaggiare in epoche e mondi tutti nuovi da conoscere e scoprire. E la cosa bella della lettura è che non c’è nessun limite di età e nemmeno di genere, perché ogni persona adulta o bambina che sia può, anzi ha il diritto di leggere quello che desidera e incuriosisce. Leggere è fin dall’infanzia un atto di piacere e per far riscopre l’importanza della Letteratura per bambini è nata l’ICWA (Italian Children’s Writers Association) che troverete al seguente indirizzo www.ICWA.it. L’ICWA, in italiano Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi, è una libera associazione fondata nell’ottobre del 2012 da un folto gruppo di autori per ragazzi con lo scopo di favorire un’ampia e significativa apertura internazionale alla nuova letteratura italiana per bambini e ragazzi. La finalità del progetto è quella di stabilire un produttivo dialogo con gli editori italiani. Uno degli altri impegni del gruppo è scaturito dalla consapevolezza che nelle redazioni straniere del settore editoriale per l’infanzia la lingua italiana costituisce un ostacolo, per la mancanza di lettori d’italiano. Per colmare questo vuoto di comunicazione, che ha raggiunto un arco di tempo ventennale, l’ICWA si propone di tradurre un campione di opere contemporanee da proporre all’estero. Gli autori del gruppo sono consapevoli della difficoltà che comporta l’approccio ad un mercato fino ad ora molto chiuso, ma negli ultimi tempi si sono verificati alcuni cambiamenti. Uno esempio è il fatto che gli editori inglesi stiano prendendo coscienza dell’isolamento culturale in cui si trovano e sentano l’esigenza di cominciare a tradurre testi da altre culture, partendo proprio dal settore per ragazzi. Questa è stata una delle tematiche più affrontate durante la London Bookfair, un interessante dibattito al quale purtroppo gli autori italiani non erano presenti.

Il sogno dell’ICWA è di riuscire a promuovere gli autori nazionali all’estero, un ruolo che negli altri Paesi è svolto dalle istituzioni culturali. I soci dell’ICWA credono che questo obiettivo vada perseguito insieme agli editori, che affrontano le medesime difficoltà, e sono convinti che organizzandosi come associazione di categoria il cammino possa essere meno arduo. Il primo evento pubblico dell’ICWA sarà la presentazione della finalità dell’associazione alla prossima Fiera del Libro per Ragazzi a Bologna, insieme a un E-Book bilingue (italiano-inglese) che presenterà il gruppo di scrittori associati e il progetto completo.

Tra gli altri obiettivi dell’Associazione Italiana Scrittori per Ragazzi ricordiamo:

  • La già citata promozione della letteratura italiana per ragazzi all’estero, e in particolare nei paesi anglosassoni, per recuperare un ruolo internazionale.
  • La volontà di superare in Italia il comune che relega i libri per ragazzi alla “serie B” della letteratura.
  • La costruzione di un dialogo proficuo con gli editori, al fine di superare eventuali squilibri contrattuali e di collaborare alla diffusione della letteratura per ragazzi in Italia.

Inoltre, l’ICWA offre la possibilità di organizzare incontri con gli autori nelle biblioteche, nelle scuole e anche nelle librerie, come indicato sul sito nella sezione “Incontri con gli autori”.

Ad oggi, gli iscritti all’ICWA sono circa 50, diversi tra loro per anzianità editoriale, tematiche, stile, e rappresentano una grossa parte della letteratura italiana per bambini e ragazzi. Tra gli autori associati ricordiamo la presidente dell’associazione Manuela Salvi, la vice-presidente Anna Vivarelli, Anna Lavatelli (addetta all’ufficio stampa), Roberto Piumini, Annalisa Strada, Chiara Lossani (referente per rapporti con le biblioteche), Guido Quarzo (referente per apporti con le scuole) e Annamaria Piccione (referente per Progetto Sud).

:: Recensione di Ancora una volta il mare di Nataša Dragnić (Feltrinelli, 2013) a cura di Valeria G.

16 novembre 2013 by

ancora una volta il mareNon conosco il rapporto tra fratelli in quanto sono figlia unica. Da piccola non ho mai sofferto la mancanza di altri bimbi in casa, anzi mi sentivo una privilegiata, tutte le attenzioni erano rivolte a me soltanto. Crescendo invece, durante la fase dell’adolescenza, spesso invidiavo le mie amiche che avendo fratelli o sorelle più grandi godevano di maggiori libertà, rispetto a me invece, che dovevo lottare in solitudine per aggirare i divieti imposti dai miei genitori.
Ora invece, da adulta, devo ammettere che questa solitudine un po’ mi spaventa.  Quando dovrò inevitabilmente affrontare la vecchiaia dei miei genitori (e tutto quanto questo comporta), con chi dividerò le mie pene? il rapporto tra fratelli è unico, nessun rapporto di amicizia o amore lo può sostituire.
Quanto accade alle protagoniste di questa storia mi ha dimostrato che questo mio pensiero è alquanto reale.
Le protagoniste di “Ancora una volta il mare” sono tre sorelle toscane. La primogenita Roberta è ambiziosa,  quelli che tutti in famiglia definiscono perfetta, diligente e studiosa. Lucia invece è l’esatto contrario di Roberta, vivace e ribelle ma con un sogno ben preciso: sposarsi e avere dei figli. E poi c’è Nannina, dolce e considerata da tutti la piccolina di casa.
Roberta Lucia e Nannina, sebbene abbiano caratteri molto diversi hanno un denominatore comune: un disperato bisogno di amare.
Per assecondare tale necessità le loro strade si divideranno, si incontreranno, si divideranno ancora, in un turbine di lacrime e sorrisi e il loro rapporto verrà costantemente messo in discussione.
Tuttavia “Ancora una volta il mare” non è solo il racconto di una grande storia d’amore ; vengono toccati altri temi importanti,  come la nascita e la morte.
In particolare quest’ultimo tema viene affrontato in modo diretto e molto profondo. In modo semplice e molto commuovente emergono  tutti i sentimenti che la perdita di una persona cara ci obbliga ad affrontare: impotenza, dolore, rassegnazione,  rabbia.

Nataša Dragnić è nata in Croazia ma vive in Germania dove insegna letterature straniere. “Ancora una volta il mare” è il suo secondo romanzo.

:: Premio letterario: Narratori della Sera

15 novembre 2013 by

edsLa casa editrice romana Edizioni della Sera bandisce il suo primo premio letterario: “Narratori della Sera” dedicato ad opere di narrativa, esclusa fantasy e gialla. Ai primi due classificati verrà proposto un contratto di pubblicazione, al terzo una targa di partecipazione.
Scadenza 6 dicembre 2013. E’ prevista una tassa di iscrizione di 20,00 Euro.

Ecco di seguito il link al bando completo:

http://www.edizionidellasera.com/wp-content/uploads/2013/10/Premio-Narratori-della-Sera.pdf

Per maggiori informazioni potete contattare:  premi@edizionidellasera.com

:: Il Paradiso degli Orchi al cinema

14 novembre 2013 by

paradiso orchiEsce oggi nei cinema italiani, Il Paradiso degli Orchi, diretto da Nicolas Bary con Raphael Personnaz, Bérénice Bejo e Emir Kusturica, tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Pennac.  Stavo proprio pensando di inaugurare una rubrica che parlasse di cinema e letteratura, ovvero dei film tratti dai romanzi e questo post mi da la possibilità di iniziare. Vi rimando alla recensione del libro di Diego Di Dio qui e lasciandovi con le parole di Pennac: “Il film è meno noir rispetto al romanzo, è anche meno politico perché in questi trent’anni in Francia sono capitate varie cose, per esempio non c’è più il Partito comunista, non esistono più i sindacati. Tutti gli aspetti sociali sono venuti meno. Ma la famiglia è rimasta. Andate a vederlo“, vi auguro buona visione!

:: Recensione di La musica segreta dei ricordi di Alyson Richman, (Piemme, 2013)

14 novembre 2013 by

RichnamIl giorno che la presero la prima volta, aveva sognato le ninfee. La calura dell’estate le si appiccicava addosso, e Salomè attribuì quel sogno al fatto che presto i bei gigli d’acqua avrebbero chiuso i petali per arrivare al mare.
La presero che i bambini erano a scuola e Octavio era fuori a cercare lavoro. Vennero con un furgone nero, che imboccò il vialetto e si fermò a metà, parcheggiato accanto alle aiuole in piena fioritura, con l’ortensia che si colorava d’azzurro nella luce estiva.
Quel pomeriggio era in casa da sola. Consuelo era al mercato e Salomè aveva passato la mattina a leggere un romanzo, a sognare le ninfee, a chiedersi quando ci sarebbero tornati lei, e i bambini, al mare.

La musica segreta dei ricordi (Swedish Tango, 2004 – The Rhythm of Memory, 2012) di Alyson Richman, tradotto dall’inglese da Isabella Zani ed edito da Piemme, è un romanzo che ho avuto modo di leggere in anteprima – uscirà in libreria il 19 novembre – grazie a Piemme, che ha proposto ad alcuni siti di critica letteraria, tra cui il mio, di pubblicare una recensione di questo romanzo nei giorni precedenti l’uscita. Ha iniziato ieri Debora Lambruschini per Critica Letteraria, (potete leggere qui la sua bella e dettagliata recensione), oggi è il mio turno, poi toccherà a Sul Romanzo, Sololibri, Gli amanti dei libri e Libreriamo.
Subito leggendone la trama, perchè capita sempre che i libri in qualche modo ti scelgano, ho avuto la sensazione che parlasse di argomenti decisamente inconsueti per un romanzo sentimentale e sebbene non sia un testo autobiografico, l’autrice è troppo giovane per avere vissuto sulla sua pelle i fatti narrati, pur tuttavia conserva un’ attenzione, anche dolorosa, per gli aspetti psicologici e morali legati ai sopravvissuti, che ne fanno un’ opera difficilmente classificabile come un puro romanzo di evasione.
Non ostante lo stile poetico, l’attenzione per i colori, i profumi, la bellezza della natura, (anche un vero poeta apparirà come personaggio nelle pagine luminose di questo scritto), è un libro che tratta temi forti, con derive anche sgradevoli, evidenziando quanto le cicatrici fisiche e mentali della guerra o di una dittatura possano segnare le vite delle vittime, dei sopravvissuti appunto, arrivando anche a distruggere esistenze, sentimenti, famiglie. Sia nella Finlandia della Seconda Guerra Mondiale, che nel Cile di Pinochet, i legami familiari sono i primi a sciogliersi e a disgregarsi quando la violenza si impone come l’unica legge al potere, logorati da un complesso meccanismo di sensi di colpa, risentimenti, ipotetiche mancanze che l’autrice approfondisce attraverso le vite dei personaggi, non solo ombre sullo sfondo, ma reali catalizzatori della vicenda. La sensibilità e il realismo con cui questi temi sono trattati è sicuramente la parte più riuscita di un romanzo oggettivamente complesso, non ostante lo stile ispiri paradossalmente un senso di leggerezza e spontaneità.
Quando la piccola Kaija, lascia la natia Finlandia, sola con una valigia, per diventare una figlia di guerra in Svezia, trovando una nuova famiglia adottiva che non può avere figli, i vecchi legami familiari si rompono, per sempre, come si rompono i legami d’amore tra Octavio e Salomè, ormai esuli politici in Svezia, abbandonato il nativo Cile dopo la terrificante esperienza (di lei) del carcere e della tortura.
Ma le ferite si cicatrizzano e anche i sentimenti hanno questa capacità e i quattro personaggi, (due coppie Salomè e Octavio Ribero e Kaja e Samuel Rudin), al centro di questo romanzo si troveranno proprio a vivere questo lento processo di metabolizzazione.
La musica segreta dei ricordi è dunque una storia di sentimenti e di rinascita. Si sopravvive alla guerra, alle torture degli aguzzini di Pinochet, si sopravvive alla lontananza dalla propria casa, dalla propria terra, all’abbandono, al silenzio di chi no sa o non vuole chiedere aiuto, si sopravvive alla malattia e alla morte delle persone amate e quasi ci si chiede come ciò sia possibile. Ma le capacità di recupero dell’essere umano sono strane e misteriose e spesso la forza è nascosta in gesti minimi, in sfumature della voce, in atti di impalpabile tenerezza quasi fragili come ragnatele, ma nello stesso tempo risanatrici e rigeneranti.
L’ascolto che Samuel presta a Salomè, nelle ore di seduta psicanalitica, quando l’invita a parlare della sua detenzione e dell’orrore che ha vissuto, riporta al centro dell’attenzione il potere della parola e dei ricordi, di quanto il dolore trovi liberazione se condiviso, se privato della solitudine che lo rende tossico e asfissiante. L’autrice porta all’attenzione del lettore questa semplice verità e lo fa con garbo ed equilibrio, senza eccedere in effetti drammatici seppure alcune pagine descrivano in maniera davvero cruda e realistica gli atti di tortura e deprivazione della dignità, prima che della libertà, dei prigionieri. Quando Salomè sarà chiamata a testimoniare in Inghilterra, davanti ad un tribunale istituito contro Pinochet, chiamata a rievocare cose che per tutta la vita ha volontariamnete tenuto nascoste alla sua famiglia e soprattutto a suo marito Octavio, dal quale ha scelto di vivere separata dopo il divorzio, capirà la lezione più importante e sentirà dal marito le parole che aspattava da una vita. Con questo messaggio di speranza e di fiducia nel potere dell’amore si chiude il romanzo lasciando nel lettore la sensazione di aver fatto un viaggio nei sentimenti minimi di gente comune sullo sfondo della Storia. E non è poca cosa.
Venerdì 15 novembre alle 18.00 l’autrice presenterà il romanzo nella libreria Coop Nautilus di Piazza Ottantesima Fanteria, 19 di Mantova. Insieme all’autrice interverrà Edgarda Ferri.

Alyson Richman Americana, vive a Long Island, New York. Ha pubblicato quattro romanzi, tradotti in quindici paesi, molto apprezzati dal pubblico e dalla critica. A fare di lei un’autrice bestseller è stato Un giorno solo, tutta la vita, un vero successo del passaparola. Il suo prossimo libro sarà ambientato ai tempi della Resistenza in Italia, paese cui è particolarmente legata.