:: Recensione di Il testamento del papa di Giulio Leoni (Editrice Nord, 2013)

14 dicembre 2013 by

medium«Nel campo dei Fori, dove tronchi di colonna emergono dal suolo come denti spezzati di antichi giganti, i nostri predecessori consentirono a un gruppo di monaci basiliani di erigere un monastero e una chiesa. Là dove è memoria che un tempo sorgesse il tempio di Marte. Sotto le nuove mura esiste ancora l’antico sanctum: prima di raggiungere l’imperatore, ci dirigeremo lì e consegneremo la cassa al priore, che è avvertito da tempo.»
«Il fardello ci rallenterà non poco…» osservò Harald con aria critica.
«Ma quello che contiene renderà più veloce il cammino dell’uomo sulla strada del sapere. Per questo è importante che si salvi.»
«Ma, se la… machina venisse catturata dai nostri nemici, essa potrebbe rivelare con la sua voce i segreti della vostra scienza», obiettò ancora il giovane. «Non sarebbe meglio distruggerla, come l’arte della guerra insegna si debba fare con ogni arma che il nemico potrebbe rivolgere contro di noi?»
Gerberto sorrise, poi estrasse da una piega dell’abito un cilindro di metallo splendente, mostrandolo al giovane. «Qui è inscritto il segreto che voglio sia dettato alle future generazioni. È questo cilindro il cuore della mia machina, e senza di lui essa non è che un inutile artifizio, come un corpo privato della testa. Non temere, esso resterà presso di noi, e neppure la morte potrà separarlo dalla nostra persona.»

Avventura, spy story, travestimenti, inseguimenti, attentati, segreti che hanno attraversato i secoli, macchine miracolose, cacce al tesoro si intrecciano nell’ ultimo romanzo di Giulio Leoni, Il testamento del papa, edito da Nord Edizioni. Un thriller storico di stampo classico, scritto in modo scorrevole e fluido, adatto sia ad un pubblico di lettori adulti, ma anche indicato ai ragazzi appassionati di romanzi d’avventura.
Due epoche storiche si alternano in capitoli per lo più brevi e introdotti dai luoghi dove si svolge l’azione: la Roma del 999 dopo Cristo, in cui fu papa Silvestro II, al secolo Gerberto d’Aurillac, e la Roma mussoliniana del 1928, con due brevi tappe a Berlino.
Protagonista l’architetto, antiquario Cesare Marni, personaggio già noto ai lettori di Leoni, apparso in E trentuno con la morte…, e in Il Cabaret del Diavolo, che questa volta si trova ad indagare sul trafugamento di un antica statua dalle forme femminili, appartenuta a Papa Silvestro II, che la ricevette in dono dall’imperatore d’Oriente. Statua che nasconde un segreto al suo interno, fatto di congegni e canne di vetro, che le consentono… di parlare.
Accompagnato da Marcella, giovane figlia di uno studioso che sostiene addirittura che la statua possa indicare il nascondiglio di un tesoro appartenuto ad Augusto, Marni si troverà coinvolto in una serie di morti misteriose, e dovrà vedersela con un misterioso conte Desmondi, capo di una setta che vuole restaurare culti pagani, e intenzionato a perseguire un piano che a suo dire dovrebbe cambiare la storia di Italia e con una pericolosissima spia tedesca in missione in Italia per trovare un misterioso oggetto che dovrebbe rendere invincibile la Germania in una prossima inevitabile guerra che si dovrebbe addensare sull’Europa.
Romanzo da leggere con attenzione, perché oltre alla trama complessa si inserisce un gioco di ruoli che Leoni sottopone sotto gli occhi del lettore, con un certo divertito sorriso di sfida. Nulla è come sembra insomma, le apparenze come sempre ingannano e sarà compito del lettore più scaltro, non cadere nell’inganno. E come nella tradizione dei racconti di avventura, l’azione costituisce l’ossatura della trama, in un susseguirsi di rocambolesche  corse contro il tempo, condite da rischiosi stratagemmi e colpi di scena. I nostri eroi si troveranno a infiltrarsi in riunioni segrete di adepti di strani culti, e pure Evola, farà una breve comparsa come esperto a cui Marni si rivolge, a inseguire con aerei treni in corsa,  a chiedere passaggi improvvisati in aperta campagna, ad affrontare spie spietate per quanto affascinanti, rischiando l’arresto in qualsiasi momento.
Il tono scanzonato della commedia riporta l’azione su un puro piano dell’intrattenimento, ma la ricostruzione d’epoca è fedele, i termini usati, precisi e accuratamente inseriti in un contesto proprio. Insomma una lettura interessante e divertente, e anche istruttiva. Il personaggio di Papa Silvestro ne esce mondato dai pregiudizi del suo tempo che lo volevano un mago asservito alle potenze occulte, ridandogli la sua statura di studioso e ingegnoso scienziato precorritore dei tempi. Altri personaggi realmente esistiti appaiono in vari capitoli, come Evola appunto, o Mussolini. Forse il personaggio di Marcella l’ho trovato piuttosto tradizionalista, ma in compenso bilanciato dal fascino di Zirka, l’enchanteresse merveilleuse. Divertente una battuta che si scambiano le due donne, quasi rivali: «Mia cara, a confronto con una bimbetta qualunque donna apparirebbe più matura», rispose acida lei. Memoria di Caccia al Ladro in cui Grace Kelly/ Frances Stevens si rivolge pressappoco così a Brigitte Auber/ Danielle Foussard.

Giulio Leoni, romano, è uno degli scrittori italiani di gialli storici e di narrativa del mistero più conosciuti all’estero, grazie anche alla fortunata serie di romanzi dedicati alle avventure investigative di Dante Alighieri, che è stata tradotta in tutti i maggiori Paesi del mondo. Ma oltre a riguardare il remoto passato, i suoi interessi vanno anche verso la storia del secolo appena trascorso, soprattutto nei suoi aspetti meno conosciuti e controversi. Studioso delle avanguardie artistiche, è un appassionato di storia dell’illusionismo e della pop-culture degli anni ‘50 e ‘60, di cui ricerca e colleziona testimonianze e memorabilia. Elementi che trasporta spesso nei suoi romanzi, dove anche le trame più imprevedibili e sorprendenti si sviluppano su uno sfondo storico ricostruito con grande precisione, e in cui personaggi reali e finzione narrativa s’intrecciano, dando vita a un teatro delle ombre enigmatico e affascinante.   

:: Recensione di Buio, per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2013)

13 dicembre 2013 by
131126 BUIO

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Maggio è il più crudele dei mesi, parafrasando T.S. Eliot.
Cosa c’è di più crudele, infatti, nel rapire un bambino, nel chiuderlo in una stanza buia, in compagnia solo di un pupazzetto di plastica con le sembianze di Batman, in cambio di denaro e di due passaporti russi per fuggire in Sud America? Cosa c’è di più aberrante di un crimine commesso contro un indifeso, ciò che di più vicino all’innocenza c’è in questo nostro bastardo mondo? Maurizio de Giovanni ce lo racconta in Buio, per i Bastardi di Pizzofalcone, edito da Einaudi nella collana Stile libero Big.
Non è facile narrare crimini contro l’infanzia, avere la delicatezza necessaria, senza eccedere, senza cercare l’effetto drammatico a tutti i costi, soprattutto se si è genitori e si comprende che il male fatto ai propri “cuccioli” e mille volte peggiore del male fatto a se stessi. Un rapimento non è un omicidio, non è un crimine definitivo, perché forse (a volte, no) ci sarà un futuro, ci sarà un dopo. Ho conosciuto persone che sono state rapite, un imprenditore piemontese che fu rapito all’inizio degli anni 70, allora ventenne, e ho vivido il racconto che ne fece in una tavolata, ringraziando le forze dell’ordine che lo liberarono. Per un bambino di 10 anni deve essere ancora più doloroso, tormentato dalla domanda perché il mio papà (che a quell’età è ancora poco meno di un supereroe) non viene a liberarmi e a portarmi a casa?
Il rapimento del piccolo Edoardo “Dodo” Cerchia fa da filo conduttore a questa nuova storia del gruppo di poliziotti della squadra investigativa del commissariato di Pizzofalcone, che abbiamo imparato a conoscere nel precedente romanzo I bastardi di Pizzofalcone, – l’ispettore Lojacono, ancora prima ne Il metodo del coccodrillo-. In questa serie contemporanea, sempre ambientata a Napoli, -una Napoli più metropoli che città, intasata dal traffico, dal rumore dei mercati rionali, dalla musica sempre presente sia di giorno che di notte, penso al pianoforte che si sente suonare a tarda sera, pensando che in un’altra città avrebbe già richiamato rimproveri e vivaci proteste se non una vera e propria denuncia per schiamazzi notturni-, de Giovanni sceglie un approccio corale, senza negare l’influenza che ha avuto su di lui la serie dell’87 Distretto di Ed McBain.
Tanti comprimari quindi, non solo un unico protagonista, sebbene l’ispettore Lojacono in un certo senso emerga, ma sempre senza oscurare gli altri personaggi. Le vicende personali dei poliziotti protagonisti si alternano alle vicende lavorative, quando molto spesso vita privata e lavoro tendono a sovrapporsi, non concedendo spazio, respiro, a persone che la tacca di eroe se la trovano inchiodata sul petto, senza a volte manco volerlo.
Siamo comunque abituati a questa formula dagli sceneggiati televisivi che si susseguono in un’ ottica per lo più buonista e celebrativa. De Giovanni cerca di infondergli un po’ di cattiveria, ma a suo modo, perché il mondo di oggi, le sterminate città fatte di periferie disagiate, palazzi superaffollati, scippi, rapine, violenze domestiche e non solo, ci hanno reso tutti più cinici e insensibili, più duri per autodifesa, per mero spirito di sopravvivenza. Riusciremo ancora a commuoverci per il rapimento di un bambino? O scrolleremo le spalle con indifferenza tornando a pensare ai fatti nostri? Questa è la scommessa. Certo è una storia di pura invenzione, ma i sentimenti in gioco sono per lo più gli stessi di una ipotetica eventualità in cui potremmo trovarci. Tanto vale riflettere.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Federico Roncoroni a cura di Giulietta Iannone

13 dicembre 2013 by

roncoroniBenvenuto Federico Roncoroni su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Si descriva ai nostri lettori, ci parli di sé. Punti di forza e di debolezza.

Leggo, scrivo e viaggio e faccio altre cose che il tacere è bello. Il mio punto di forza è che leggo più di quanto scrivo e la mia debolezza è che non leggo quanto vorrei.

Editor, italianista, autore di manuali di scrittura e di una delle più diffuse grammatiche della lingua italiana, e ora con Un giorno, altrove romanziere. Come è nata l’ esigenza di scrivere un romanzo, un romanzo epistolare nell’era di internet?

Come ha già detto qualcuno, ho scritto un romanzo per smettere di viverne uno. E ho scritto un romanzo epistolare perché tutto è nato da una lettera, anzi da una mail.

Un giorno, altrove è un romanzo d’amore, di ricordi condivisi, di malattia, di dolore, di morte. Veniamo anche a conoscere il rapporto del protagonista con i suoi genitori negli ultimi anni. Ha paura della vecchiaia, o la considera una semplice età della vita?

Non ho paura della vecchiaia perché non ho mai avuto paura neanche della giovinezza: come dice lei, sono due tappe della vita ineludibili, a meno di non morire infanti.

La memoria è un altro tema che affronta in questo libro, il rapporto del protagonista col passato, ricreato con le parole e vivo solo più nella sua mente. Lo stesso amore per Isa è fatto di ricordi, che si fanno comunione e appartenenza. Crede che l’amore aiuti a fissare nella memoria ciò che resta del passato?

La memoria è una carta assorbente: prende e asciuga tutto quello che di più evidente si trova sotto.

Ha scelto una struttura insolita, una serie di email che testimoniano un dialogo amoroso tra due personaggi Filippo e Isa, di cui conosciamo solo le mail di lui, mentre quelle della donna dobbiamo in un certo senso ricostruirle dalle sue risposte, in una sorta di presenza-assenza. Perché questa scelta?

È stata una scelta obbligata. La vera Isa ha posto come condizione alla narrazione della sua storia che le sue mail non apparissero. Mi sembra però che, proprio per la sua assenza, risulti più presente.

Sembra quasi un unico lungo discorso con se stesso, un ininterrotto flusso di coscienza; in che misura la solitudine si insinua nella vita del protagonista?

La solitudine si insinua nella vita di chiunque la elegga a suo modo di vivere, ed è un bel modo di vivere a patto che non sia imposta da nessuno o da nulla e possa essere interrotta quando lo si voglia. Nel caso di Fil è la solitudine di chi aspetta che una persona arrivi a rompere l’incantesimo.

La malattia, il costante pensiero della morte, riportano il protagonista a confrontarsi in modo combattivo con il male, l’assenza, la perdita. Eppure il tono che usa non è né triste, né sconfitto. Come ha scelto le parole per descrivere questo paradosso?

Uscito fuor dal pelago a la riva, Fil si volge a retro a rimirar lo passo che non lasciò giammai persona viva: non si dispera e non si rallegra ma guarda il tutto con l’ironia del sopravvissuto.

Un fiore, una cattleya, un omaggio a Proust?

Sì, brava. Un omaggio a Isa che come l’Odette di Swann amava ornarsi il petto e il crine con una cattleya.

Il finale permette di rivedere il romanzo intero sotto una nuova luce; è un atto d’amore pure il silenzio, la mancanza di assoluta sincerità, anche se poi la verità è inevitabile che faccia la sua apparizione?

Isa ha taciuto la verità per amore, anche se non poteva ignorare che alla fine la verità sarebbe venuta a galla e avrebbe avuto un effetto devastante.

Curatore dell’archivio di Piero Chiara, cosa ha in comune con questo autore lombardo? Si sente in qualche modo vicino alle tematiche da lui trattate?

Come discepolo di un maestro come Piero Chiara, ho in comune con lui tutto quello che mi ha insegnato ma che ho cercato di superare per distinguermi da lui. Le nostre tematiche sono comunque differenti perché abbiamo avuto esperienze diverse, ma quello che conta è la lezione linguistico-narrativa: debbo a lui il piacere di raccontare e, spero, la limpidezza della scrittura.

Lei è un grande appassionato e studioso della letteratura dell’Ottocento e Novecento. Quali sono i suoi autori preferiti? Quelli che maggiormente l’hanno influenzata? E tra i contemporanei, c’è qualche esordiente che ha apprezzato particolarmente?

Difficile scegliere tra gli autori dell’Ottocento e Novecento, perché sono tutti grandi, e ancora più difficile scegliere tra i contemporanei, perché scegliere qualcuno vorrebbe dire lasciar credere di considerare gli altri da meno. Tra i contemporanei stranieri, anche se non è un esordiente e non scrive neanche più, amo di immenso amore Philip Roth e, tra gli italiani, Melania A. Mazzucco, che per fortuna continua a scrivere.

Si parla di candidare il suo romanzo allo Strega. Come affronta questa avventura?

Con gratitudine verso quanti si stanno impegnando in proposito a favore del mio romanzo. Con il giusto scetticismo per quello che mi riguarda.

Infine concluderei questa intervista ringraziandola ancora per la disponibilità e chiedendole se attualmente sta scrivendo un nuovo romanzo.

No, e per il momento non ho nessuna intenzione di farlo.

:: Recensione di La macchina fatale di Ned Beauman (Neri Pozza, 2013) a cura di Serena Bertogliatti

12 dicembre 2013 by

accidentEgon Loeser è e non è nella Germania pre-nazista. È lì, fisicamente, mentre Hitler manomette la Repubblica di Weimar e i primi inquietanti segni di un regime che retrospettivamente verrà visto come il male in terra strisciano nella vita quotidiana. Ma non è lì, in realtà, perché Egon Loeser sta guardando ad altro, a qualcosa che ritiene più importante e più “vero” dei solo apparentemente eclatanti eventi storici. Nello specifico, Egon Loeser all’inizio di The Teleportation Accident (pubblicato in Italia da Neri Pozza con il titolo La macchina fatale) è assillato da una domanda: quando farà sesso la prossima volta, ora che ha appena lasciato la propria ragazza? Fra giorni, settimane, anni? Mai?
Beauman non fa mistero dell’identità di Egon Loeser: è un anti-eroe. Lo dice il cognome, che lo fa intuire un perdente (“loser” in inglese) prima ancora che possa essere introdotto dalla narrazione. Lo dice la narrazione della sua vita inconcludente di scenografo di una rappresentazione teatrale che, già dall’inizio, sembra non avere futuro. Lo dice la sua ammessa incapacità con le donne, che è poi il motivo per cui si domanda con tanta ansia come farà a procacciarsi del sesso, ora che è nuovamente single.
Ma Egon Loeser non è semplicemente uno dei tanti anti-eroi sbocciati a inizio Novecento: è un anti-eroe post-moderno, che ha lasciato la propria ragazza – nonché fonte di sesso assicurato (e no, Loeser non è un erotomane, è semplicemente platonicamente ossessionato dal sesso) – perché lei era troppo stupidamente ingenua per un’ottica post-moderna. Loeser lo realizza una sera, quando lei – per confortarlo dopo un’umiliazione – gli dice:

Don’t slip into the dark.

Don’t slip into the dark” è una citazione. Viene da un film americano, Scars of Desire, che – da quanto intuiamo attraverso la descrizione di Loeser – non è che la versione anni ‘30 di un melenso film romantico confezionato su misura per un pubblico affamato di emozioni e troppo pigro per essere critico. Quel genere di film, insomma, che anche oggi scatena reazioni aggressivamente ironiche, come ogni prodotto confezionato al fine di fare un guadagno facile e sicuro: la solita sbobba che (si suppone) piace sempre a una salda fetta di pubblico, senza rischiose innovazioni.
Ma il problema non è la citazione in sé. Il problema è che la ragazza ha “internalised some lazy screenwriter’s lazy offering to the point where she was no longer even vaguely conscious of its commercial origin”. Il problema, insomma, è squisitamente post-moderno, maturato dall’intellighenzia occidentale posteriormente (e a causa di?) all’epoca delle propagande dei regimi dittatoriali. Come fa Egon Loeser ad avere lo spirito critico di un epoca che non ha ancora vissuto?
Egon Loeser non crede al progresso, né alla Storia – quella, con la “S” maiuscola, che ha senso studiare perché ci parla di un cambiamento dell’umanità. Per Egon Loeser il mondo è retto da quella che chiama, in maiuscolo, “Equivalenza”: il principio per cui non c’è nessuna sensibile differenza tra nazisti e comunisti, ricchi e poveri, ieri e domani. Tutto si ripete, insomma, se si applica un’ottica a lungo termine. E allora perché Loeser dovrebbe preoccuparsi dei nazisti?
Egon Loeser è pronto a scommettere che l’ascesa di Hitler non cambierà poi di molto la sua vita, nonostante i toni eclatanti con cui alcuni suoi amici lo avvisano della pericolosità del regime che va formandosi, e in un certo senso scoprirà di aver ragione. Sarà una donna a dettare la trama del suo percorso, facendolo andare prima a Parigi e poi a Los Angeles, per tornare in Germania solo dopo la fine della guerra. La donna in questione, ironia vuole, si chiama Adele Hitler – ma è un caso, uno di quei casi che suggeriscono che la realtà, come la storia, non è governata da nessi logici, ma dal caso.
Una storia d’amore, quindi? No, neanche quello, perché Loeser non è innamorato di Adele, ma dell’idea di Adele – similmente a come è innamorato del sesso, dell’idea di essere uno sceneggiatore, di quella di essere uno scrittore, e ancora dell’idea che si fa degli scrittori che legge, per poi scoprire ogni volta, puntualmente, che i suoi sogni, sottoposti alla prova della realtà, non sono che manipolazioni della realtà che la sua mente ha arbitrariamente e solipsisticamente architettato. L’unica cosa reale, ossia tangibile, che rimane è il desiderio – ma questa è un’altra storia, una delle tante che The Teleportation Accident narra.
C’è tra tutte, la storia che dovrebbe essere più eclatante, ma che in questo romanzo non lo è: la storia del nazionalsocialismo, vista – ossia ignorata – dagli occhi di Loeser. E qui ci sarebbe molto da dire. Bisognerebbe dare un’occhiata alla letteratura sul nazionalsocialismo degli ultimi anni, e capire che sta succedendo.
Jonathan Littell, nel 2006, fa uscire Le benevole. Il protagonista è Maximilien Aue, un ufficiale delle SS che narra l’ascesa e la caduta del nazismo passando per i punti più scottanti, tra cui la Shoah. La voce parlante non è quella di un uomo qualunque – il protagonista è un ufficiale delle SS consapevole degli eventi, con una sessualità più che problematica, seguendo la poco cara vecchia formula che vuole che i cattivi in realtà siano individui problematici (specialmente sul piano sessuale) – ma la narrazione è in prima persona, e Aue non si presenta né come un sadico né come uno spietato manipolatore né come un individuo incapace di intendere e volere. Soprattutto, non è un antisemita. Chi riesce a proseguire nella lettura – perché conosco persone che lo hanno rifiutato prima di leggere 20 pagine – finisce con l’empatizzare con Aue, e a fine libro il nazismo non è più il solito male preconfezionato che viene insegnato tra i banchi di scuola.
Umberto Eco, nel 2010, fa uscire Il cimitero di Praga, libro sull’antisemitismo. Eco è Eco, e come al solito si occupa della ricostruzione della nascita di un’idea. Anche questa volta, il protagonista – questa volta antisemita – ha pesanti turbe mentali, che vengono a galla tramite il sesso. A parte ciò, Eco mette su carta l’evoluzione del sentimento antisemita con una chiarezza tale da risultare didascalico. L’idea, già conosciuta, è che chiunque può diventare antisemita, date certe condizioni – ci si domanda se la psicopatia rientri tra queste.
La psicopatia sembra fungere da postilla per chiunque scriva di Shoah: davanti a un tribunale che li accusi di simpatizzare con l’antisemitismo, Eco e Littell potranno sempre dire che “dopotutto i loro protagonisti non avevano tutte le rotelle a posto”. Intanto, però, entrambi hanno normalizzato la figura del nazista/antisemita, e non “normalizzato” nel senso teorico del termine, con scambi tra accademici in pubblicazioni lette da nessuno, ma “normalizzato” per le ampie masse, tramite la fiction, pubblicamente e con tanto di acclamazioni.
Arriviamo all’altro ieri, al 2013, quando in Italia viene pubblicato Lui è tornato di Timur Vermes. Sempre una prima persona, e in questo caso a narrare è Hitler stesso, che si risveglia – oggi – a Berlino. Non un Hitler qualunque, ma un Hitler fedelmente ricostruito da questo ex ghost-writer: lo Hitler di Vermes ha la prosa pedante dello Hitler storico, le sue idee politiche, le sue preferenze personali, e tutto quello che – accorpato assieme – ci dà una verosimile ricostruzione del Führer: dall’antisemitismo all’ambientalismo, dai megalomani piani di conquista all’animalismo. Pur considerando che questo non è Hitler, ma la rappresentazione di Hitler fatta da Vermes, qui non si tratta più di domandarsi come fosse un verosimile individuo durante il nazionalsocialismo, l’individuo comune o quello patologico: qui c’è Hitler. Ed è uno Hitler che smaschera le contraddizioni della moderna democrazia, che redige un programma politico, aggiornato a oggi, che non sembra poi tanto male, in quanto contiene le stesse linee guida di programmi politici attualmente esistenti.
E, infine, arriviamo a oggi, a Egon Loeser che vive nel nazismo eppure riesce benissimo a vivere a prescindere dal nazismo. E non c’è bisogno di forzature per estromettere il nazismo dalla sua vita. La sua non è una lotta solipsista per ignorare deliberatamente e vivere quindi in pace. Semplicemente, gli eventi che gli accadono attorno non lo interessano, e si confondono sullo sfondo. Per aggiungere la beffa al danno, quando Loeser va negli Stati Uniti si ritrova a essere ebreo – non che lo sia, né vuole diventarlo, né lo fa per tutelare gli ebrei tedeschi rimasti in patria. Lo diventa un po’ per caso un po’ per opportunismo, ma solo poco, perché neanche in questa parte del libro le questioni nazista e antisemita smettono di essere periferiche. Anzi, ogni tentativo da parte della realtà di coinvolgerlo in quelle che percepisce come faccende politiche, senza distinzione di gravità, lo infastidisce. Così, quando riceve lettere da un amico ebreo residente a Berlino che gli narra in diretta il crescere dell’antisemitismo, Loeser comincia a leggerle per poi cestinarle, puntualmente, in quel tutto contemporaneo miscuglio di noia e fastidio.
Ma, come Loeser dice a inizio libro, Hitler non cambierà la sua vita in modo sostanziale, né coerentemente cambia la rotta del romanzo, in cui il nazionalsocialismo è un evento contingente tra tanti eventi contingenti. Per dimostrarlo, il romanzo ha quattro finali, e solo in uno il nazionalsocialismo sembra avere lasciato qualche traccia: quello in cui Loeser, a fine guerra, decide di occuparsi della questione del trasporto dei deportati ebrei durante il regime nazista. Non che gli interessino gli ebrei in sé, ma piuttosto il trasporto di grandi masse di persone – e quello degli ebrei è solo un caso tra tanti.
Il filo rosso del romanzo risiede nel titolo, in quel congegno di teletrasporto a cui lavorò Lavicini nel Seicento, a cui lavora Loeser oggi, a cui lavora uno scienziato coevo di Loeser. Nei primi due casi i congegni sono ad uso teatrale, nel terzo si tratta di una vera e propria macchina per il teletrasporto – ma la differenza, quando si guarda a questi casi dall’alto, sembra minima, come minimo si fa il confine tra teletrasporto e trasporto, tra il problema di costruire un sistema di trasporti a Los Angeles e quello di spostare milioni di individui sul suolo europeo. È l’Equivalenza a ridurre i confini concettuali:

All those people [ebrei], killed in transit – killed by the weight of their own bodies, in a sense, because the heavier they were, the more fuel the engine would burn, so because they’ve been starving for months they’d have a few more minutes to live – an equation about calories and masses, like all the rest of history…

Rimane un’ultima equivalenza da fare, quella tra spostamenti nello spazio e spostamenti nel tempo, e a quanto questo confine sia labile nei mondi creati da Beauman.

Ned Beauman è nato nel 1985 a Londra, e attualmente vive a New York. Ha scritto per Dazed & Confused, AnOther e per il Guardian. Il suo primo romanzo, Pugni svastiche scarabei, è stato finalista del First Book Award del Guardian e del Desmond Elliot Prize, e ha vinto il Writers’ Guild Award for Best Fiction Book e il Goldberg Prize for Outstanding Debut Fiction. Ned Beauman è stato inserito da The Culture Show tra i 12 Migliori nuovi scrittori inglesi nel 2011.

:: Recensione di Publisher, Alice di Stefano, (Fazi, 2013) a cura di Viviana Filippini

10 dicembre 2013 by

publisherSecondo Tonino Guerra l’ottimismo è il sale della vita, dopo aver letto Publisher credo che anche per Alice Di Stefano il sale della vita sia l’umorismo. Ed è con questa caratteristica che l’editor della Fazi editore ha dato vita ad una sorta di biografia romanzata del consorte, Elido Fazi. Questo libro è un vero e proprio viaggio dentro al mondo di un editore raccontato in ogni aspetto pubblico e privato da uno punto di vista a lui molto vicino… quello della moglie. Sì, perché Alice Di Stefano, che non è difficile da scovare nascosta dietro la terza persona narrante, ci tratteggia in modo ironico e a tratti spiazzante il ritratto di suo marito, nonché datore di lavoro, Elido Fazi. Forse non tutto quello che questa allegra coppia combina sarà vero, ma è curioso scoprire il continuo spirito di intraprendenza che vive in Fazi e che gli ha permesso di diventare uno dei migliori editori italiani (ricordate I fratelli Burgess di Elizabeth Strout, Stoner di John William e l’intera saga di Twilight? Bene, son tutti editi da Fazi). La storia prende le mosse da un viaggio alle Maldive al quale ne seguiranno molti altri tra presente e un passato. Tanti pellegrinaggi avanti e indietro nel tempo che ci mostrano il publisher nella natia terra delle Marche pronto a prendere il volo per nuove terre (l’Inghilterra, un Giappone che non mi aspettavo e poi Roma) nelle quali Fazi ha dato sviluppo al suo fiuto per gli affari e alla sua capacità di “self made man”, fondando società e l’omonima casa editrice. Elido Fazi emerge in tutto il suo carattere non solo grazie alla presenza della compagna di vita, perché un ruolo importante per farci capire chi è questa persona lo giocano i tanti episodi riguardanti la presenza dell’editore nei saloni del libro, negli eventi culturali, e pure ne più noti premi letterari italiani. In queste occasioni chi legge si troverà, come i protagonisti stessi, di fronte a persone così istrioniche che a momenti ci si chiede quanto in questo libro ci sia di vero e di romanzato. Non credo sia importante saperlo, perché le pagine di Publisher riescono in ogni caso a tenere ancorata alla pagina l’attenzione di chi legge, tanto che si sorride e ride pensando a quell’originalità non sempre mostrata che si nasconde nel mondo dell’editoria. Nel libro, accanto ad Elido Fazi, un uomo dal carattere forte, nel quale si alternano in modo quasi inspiegabile fasi di agire e dire burbero a momenti di incredibile tenerezza, ci sono tanti scrittori tra i quali spicca un intenso ed emozionante ritratto del poeta Valentino Zeichen. Che dire… con Publisher Alice Di Stefano ci regala una nuova forma di commedia della vita, portandoci dentro ad un mondo, quello di Elido Fazi, che in fondo è anche po’ il suo, facendoci conoscere da vicino e con uno sguardo del tutto nuovo tra stupore e ammirazione, l’imprenditore marchigiano suo consorte e molto di quello che si nasconde tra le maglie del suo mondo editoriale. Una storia di vita e lavoro che potrebbe aiutarci a ritrovare un po’ di pace in questi tempi così cupi.

Alice Di Stefano dopo la laurea, il dottorato, l’assegno di ricerca (un breve periodo di attività come giornalista sportiva free lance, diverse pubblicazioni scientifiche e numerose comparsate al cinema), ha insegnato letteratura contemporanea all’università. Poi, conquistata dal mondo dell’editoria e soprattutto dall’editore, ha iniziato a lavorare alla Fazi, in cui è editor dal 2008, fino a dar vita a Le Meraviglie, uno spazio tutto suo dedicato espressamente alla narrativa umoristica, a guide insolite e curiose e a tutto ciò che più le piace.

:: Un’ intervista con Giulio Leoni

9 dicembre 2013 by

mediumBenvenuto Giulio su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Avevi già risposto ad alcune nostre domande in occasione dell’intervista collettiva dedicata a Nero Novecento. In questa parleremo solo di te e dei tuoi libri, anzi principalmente del tuo ultimo libro edito da Nord, Il testamento del papa. Ma ora iniziamo come di consueto con le presentazioni. Parlaci di te, descriviti ai nostri lettori. Romano, classe 1951. Chi è Giulio Leoni? Punti di forza e di debolezza?

Il mio più grande punto di forza è quello di riuscire a superare tutte le molte debolezze che mi affiggono. Punti di debolezza? Nessuno, ovviamente: scrivere è un mestiere per uomini duri, sottopone natiche e schiena a ore e ore di tortura, e bisogna saperle affrontare con distacco e il sorriso sulle labbra.

Come è nato il tuo amore per la scrittura e per i romanzi storici particolarmente?

Scrivo per il motivo per cui scrivono tutti gli scrittori: per il desiderio di essere amato. E spero di riuscirci raccontando storie interessanti e piacevoli. Non necessariamente istruttive, perché per quello basta già la vita reale. Quanto all’amore per la storia, deriva essenzialmente dal fatto che la Storia è un’innamorata che non ti respinge mai, è sempre disponibile e soprattutto ha una lunga, lunghissima pazienza. Oltre al fatto che francamente non saprei nemmeno immaginare una racconto non “storico”: anche se mi limitassi a descrivere quello che sta accadendo in questo preciso momento, già il tempo necessario per scrivere lo trasformerebbe in un racconto storico, anche se di storia recente. Stando così le cose, tanto vale allora sfruttare a pieno le immense risorse di tutto il tempo trascorso, senza limitarsi a quella fettina in cui per caso ci è toccato di esistere.

I thriller storici necessitano di approfondite ricerche. Raccontaci un tuo segreto, un tuo modo di procedere quando raccogli materiale per un tuo nuovo libro, che possa essere utile a giovani autori che vogliano seguire le tue orme.

Anzitutto cerco sempre di trattare epoche e personaggi dei quali abbia già in partenza una buona conoscenza. Poi procedo con un metodo che potrei definire vagamente popperiano, applico la regola della falsificazione: formula una ipotesi, una teoria, immagino una situazione che mi piacerebbe raccontare, e quindi mi metto in caccia di una qualsiasi prova, documento o anche solo argomentazione convincente che quello che ho pensato sia errato o impossibile. Se non trovo niente che possa smentirmi allora procedo, altrimenti cambio storia, senza rimpianti. Questo fa sì che in tutti i miei libri, anche in quelli in cui si avanzano ipotesi spericolate, non ci sia mai nulla che possa essere dimostrato falso.

Sei conosciuto, almeno da me, per il ciclo dedicato alle avventure investigative di Dante Alighieri. Ma hai spaziato con le tue opere in tutti i generi legato al fantastico, dal fantasy all’horror, dal giallo investigativo alla fantascienza, occupandoti anche di letteratura per ragazzi e non disdegnando i racconti. Amato all’estero, amato nel nostro paese, quale sfida ti sei posto, che non hai ancora raggiunto?

La sfida è sempre la stessa, cercare di fare sempre meglio, raccontare un’altra storia ancor più curiosa e affascinante, commuovere, emozionare, sconcertare, al limite infastidire  ancora un altro lettore. È un lavoro che non finisce mai, come tutti quelli che hanno un rapporto anche lontano con il campo dell’arte.

Ne parlavo con Matteo Di Giulio di una sorta di risveglio del thriller storico in Italia, i lettori sembrano apprezzarlo particolarmente, autori come Colitto, Martigli, Custerlina, pur variando scenari ed epoche sono molto amati. Cosa pensi affascini maggiormente del passato? Gli enigmi, i segreti nascosti in epoche lontane sono più avventurosi?

Credo dipenda da un bisogno profondo della nostra psiche: praticamente tutto l’ultimo secolo è stato caratterizzato da una continua innovazione scientifica e tecnologica, che costringeva l’uomo a mutare continuamente abitudini e costumi, spinto sempre più avanti verso un futuro magari inquietante ma anche luminoso. Ma la grande e terribile novità degli ultimissimi tempi è che è finito il futuro: non esiste più un orizzonte magari anche lontano e incerto, ma la cui prospettiva veniva a giustificare ogni fatica. Ormai cominciamo a sentire che ogni ulteriore trasformazione della nostra vita indotta dal progresso sarà ineluttabilmente verso il peggio. Questo diffuso sentimento porta a riscoprire il passato come un più sicuro ancoraggio, e i suoi enigmi anche i più tenebrosi fonte di una bizzarra consolazione.

Il testamento del papa è il primo libro tuo che leggo, quasi per caso. La Nord me l’ha inviato e come faccio sempre ne ho iniziate alcune pagine. Non ho potuto smettere di leggere, sarà per lo stile fluido, sarà per i personaggi decisamente interessanti, e per il mistero legato alla statua data in dono a Papa Silvestro II dall’imperatore d’Oriente. Si parla anche di un tesoro di Augusto, un bottino di guerra che aveva portato tornando dall’Egitto. Gli ingredienti per un thriller avventuroso ci sono tutti. Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo, quale è stato il punto narrativo di partenza?

Benissimo, le cosa che accadono per caso nella vita sono quasi sempre quelle più decisive! Come per tutti gli altri miei racconti, l’idea di fondo è scaturita da una serie di domande che io per primo mi ponevo da tempo: come è nata la leggenda nera intorno alla figura di Silvestro II? Cosa c’è di vero? Cosa poteva essere la famosa testa magica che gli veniva attribuita, e se è mai esistita come poteva funzionare? E venendo più vicini a noi, chi era la famosa spia tedesca H27, Mademoiselle le Docteur, e cosa fece dopo la guerra? Chi si batteva negli anni Venti per la rinascita dei culti pagani a Roma? Fornire una serie di risposte plausibili ha costituito l’ossatura del romanzo, il resto lo ha messo la penna.

Due piani temporali paralleli, il 999 della Roma di Papa Silvestro II e il 1928 della Roma mussoliniana. Hai trovato affascinante accostare e confrontare queste due epoche? Hai notato anche delle similitudini?

Indubbiamente tra le due epoche, pur così lontane sotto tutti i punti di vista, esistono alcune “consonanze” che mi hanno spinto a sceglierle come sfondo per la vicenda. Entrambe sono gravate da un eguale sentimento di catastrofe imminente, ma con una singolare inversione dei ruoli: alla fine del primo millennio erano soprattutto gli strati più popolari e ingenui ad essere preda del terrore per la vicina fine dei tempi, mentre con poche eccezioni le gerarchie della chiesa e in genere le classi dominanti mantennero un atteggiamento molto più scettico e disincantato. Al contrario nei tardi anni Venti erano le élite più avvertite e inserite nei vertici del potere a presentire l’avvicinarsi di un secondo e ben più devastante conflitto, mentre i popoli vivevano una stagione tutto sommato più tranquilla e di relativa ripresa economica.

E’ anche un gioco di spie: H27 una spia tedesca, che tutti credevano morta, incaricata da un colonnello dell’ Abwehr di trovare “Qualcosa di estremamente prezioso per la Germania futura. E di pericoloso. Qualcosa che è andato perduto”, metterà in moto un gioco pericoloso. John Phillips verrà convocato nell’Ambasciata del Regno Unito per fermarla. Dunque anche un tocco di spy story?

Assolutamente sì: il periodo tra le due guerre mondiali è stato un campo di battaglia tra gli spionaggi di tutte le maggiori potenze non meno affascinante di quello della successiva Guerra Fredda. Meno conosciuto, perché non ha (ancora) avuto i suoi Fleming e Le Carré, ma altrettanto pieno di spunti e di personaggi che meritano di essere raccontati.

Protagonista è l’architetto antiquario Cesare Marni. Come hai sviluppato il suo personaggio?

Come in tutti gli altri casi, gettandolo nel pieno di una vicenda e cercando di immaginare le sue reazioni. È questo soprattutto che determina il carattere di un personaggio, spesso occorre soltanto pazienza e capacità di osservazione.

E vogliamo parlare dell’affascinante Zirka, l’enchanteresse merveilleuse, la grande illusionista che arrivava dalla Germania anticipata da una fama leggendaria? Una sua profezia sembra destinata ad avverarsi.

Zirka è modellata su un personaggio realmente esistito, con questo stesso nome. È stata all’inizio del secolo una delle più grandi maghe di ogni tempo, bella e affascinante. Che potesse essere anche una spia è ovviamente una mia congettura. Ma la sua profezia avrebbe potuto essere formulata da chiunque avesse un minimo di attenzione alla storia e a quello che stava avvenendo nel mondo.

Anche papa Silvestro, al secolo Gerberto d’Aurillac, è un personaggio affascinante, avvolto da una fama sulfurea. E’ più un damnatio memoria lanciata dai suoi nemici o davvero commerciava con l’occulto?

No, era soltanto una grande mente di scienziato in anticipo sui suoi tempi. E come avveniva allora e spesso avviene ancora oggi, questo non gli venne perdonato dai suoi contemporanei. I geni morti sono sempre onorati, ma quelli vivi e operanti troppo spesso incutono timore e suscitano invidie mortali.

Innovazione scientifica, progressi della scienza e della tecnica sono temi al centro del tuo romanzo. Non ci dire quale mistero è contenuto nella statua, ma mi piacerebbe sapere in che misura questo segreto avrebbe potuto cambiare la storia. Almeno qualche accenno, per non rivelare ai lettori troppo.

La storia potrebbe essere cambiata anche da un battito d’ali, è per questo che la fisica contemporanea ha elaborato la teoria degli universi paralleli! È difficile sapere quanto avrebbe inciso un eventuale ritrovamento della testa magica nei secoli passati: forse la rivoluzione scientifica che ha portato alla costruzione di macchine che imitano in modo sempre più perfetto il comportamento dell’uomo sarebbe cominciata con molti anni di anticipo.

L’intervista è finita, nel ringraziarti ancora della disponibilità mi piacerebbe sapere se hai altri progetti in cantiere, non solo letterari.

Al momento tra le altre cose sto lavorando alla sceneggiatura di un film dell’orrore, naturalmente affrontato con i modi che i miei lettori hanno imparato a conoscere. Sarà anche questa una storia in cui verità, finzione e incubo si mescoleranno in modo da non poter mai essere distinti dallo spettatore. È un’esperienza nuova, che dovrà naturalmente superare tutte le difficoltà che affliggono il cinema italiano per vedere la luce, ma che è molto stimolante.

:: Recensione di Marmellata di prugne di Patrizia Fortunati (Ali&no edizioni, 2013)

8 dicembre 2013 by

marmellataAvevo poco più di diciassette anni quando, nella primavera del 1986, successe il disastro nucleare di Chernobyl. Mentre la nube radioattiva attraversava l’Europa, ci dissero di non uscire di casa, di non mangiare l’insalata cresciuta negli orti in quei giorni, che sarebbe stata contaminata, e ci suggerirono per radio e televisione altri accorgimenti che ora suonano come mettere un cerotto su una ferita aperta, ma probabilmente fare così fu una buona pratica che tutti diligentemente seguimmo. Ci fu paura, molta paura, ma rassegnata, contenuta. Si sa che questi incidenti possono accadere, è il prezzo da pagare per voler tenere in vita le centrali nucleari, sicure e controllate almeno finché non succede l’imprevisto. E Fukushima ci ha riportato alla mente quei giorni.
Errore umano, imperizia, cedimento strutturale, fatalità. Allora non ci interrogammo troppo sulle cause ma sugli effetti e pian piano giunsero le scarne notizie dalla zona dell’incidente. Il reattore da seppellire nel cemento, i danni da contenere e sussurrate le conseguenze di quella catastrofe. Le vittime che avrebbero continuato ad ammalarsi e morire ancora per molti anni, per lo più bambini. Ricordo che diverse associazioni organizzarono i viaggi dei bambini di Chernobyl, anche nella mia città, per permettere a molti di loro di vivere alcuni mesi in zone non radioattive, per respirare aria buona, mangiare cibo non contaminato, depurarsi dal maledetto cesio137.
Patrizia Fortunati, autrice di Marmellata di prugne, edito da Ali&no editrice di perugina, fece parte di queste famiglie generose, che fecero dell’accoglienza e della condivisione, una fattiva pratica di solidarietà. Il suo romanzo non è una cronaca di quell’esperienza, forse i nomi sono stati cambiati, non ci sono foto a testimoniare abbracci, arrivi o partenze, ma tuttavia da quell’esperienza di accoglienza trae ispirazione per raccontarci la vita di Lyudmila, che noi incontriamo nel 2077, nel distretto di Lelchitsy, ormai vecchia, seduta davanti ad una tazza di tè e una fetta di pane nero ricoperto di marmellata di prugne. L’autrice proietta la sua vita così lontana del tempo per dare un futuro a vite che molto probabilmente si spengono e si spegneranno molto presto. Per potere rivedere il percorso che la portò da bambina, a donna, a vecchia, sotto il filtro di una sincera confessione tesa a raggiungere uno stadio di consapevolezza e di pace.
Lyudmila vuole fare pace con il suo passato prima di morire e ci racconta la sua infanzia in un povero villaggio nella Bielorussia meridionale, al confine con l’Ucraina. La durezza della povertà, se non proprio miseria, la ruvidezza di una madre, l’alcolismo di un padre assente, quasi sempre lontano nei campi o addormentato tra i fumi alcolici. Le violenze domestiche, l’anaffettività, i disagi, la mancanza di sorrisi e tenerezza. E poi i viaggi in Italia, dieci estati meravigliose, trasfigurate forse dai ricordi, ma capaci di cambiare la sua vita. L’incontro con una famiglia di italiani che l’aiuterà finanziariamente per tutta la vita, che andrà a trovarla in Bielorussia, che manterrà rapporti di affetto e di tenerezza. Il sapore dei primi gelati, le scarpe della sua misura, le gita al parco, la prima volta che vide il mare.
E poi la sua vita di donna, il suo “matrimonio” con Ivan, così simile a suo padre, le sue due figlie, la solitudine, il vero matrimonio con Vladimr, e la sua drammatica conclusione. Patrizia Fortunati ci racconta tutto questo ripercorrendo sentieri fatti di memoria e di esperienza vissuta, dandogli le cadenze di un romanzo intimista e malinconico, delicato e sincero. Della tragedia di Chernobyl poco traspare, è più una conseguenza, una macchia lontana, che ha portato una bambina di 8 anni a trascorrere le sue estati fino alla maggiore età nella parte giusta del mondo. Forse una parte giusta del mondo non c’è, e drammi e sofferenza ci accompagnano in Italia come in Bielorussia, ma è certo che la povertà di certe realtà non permette spiragli di speranza e di miglioramento. Patrizia Fortunati ne delinea le conseguenze, con un tono accorato e forse didascalico ma sicuramente sincero e mai cosparso di arroganza o giudizi sommari. Una lettura edificante, come si diceva una volta, consigliata anche ad un pubblico di lettori adolescenti. Un romanzo scritto inaspettatamente bene, con giusto ritmo narrativo, scorrevolezza e una punta di inattesa poesia.

Patrizia Fortunati vive e lavora a Terni. Laureata in Lettere e appassionata di scrittura, ha lavorato per oltre dieci anni nell’ambito delle politiche sociali, del volontariato e dell’associazionismo. “Marmellata di prugne” tratto da una storia vera, è il suo romanzo d’esordio.

:: Recensione di Serve una casa per amare la pioggia, Ingrid Thobois, (Keller editore, 2013) a cura di Viviana Filippini

7 dicembre 2013 by

serve una casaSembra la cronaca di un matrimonio in crisi, ma Serve una casa per amare la pioggia di Ingrid Thobois, in realtà è qualcosa di più. Il libro edito da Keller è un vero e proprio thriller psicologico che indaga nelle profondità della mente e del cuore dei protagonisti, dimostrando quanto a volte il sentimento e la passione amorosa possano destabilizzare la vita di coppia e il fragile animo umano. Norma-Jean, la protagonista, è un’affascinate filosofa francese che perde la testa per Marco Conti, un giovane italiano. Lui ha brutalmente ammazzato la giovane moglie senza avere un briciolo di pietà ed ora deve scontare la condanna per il massacro compiuto. Norma-Jean è così infatuata da Conti da riuscire a convincere il marito a trasferirsi in Toscana, ma lui, psicanalista di successo, questa volta non riescirà a capire cosa tormenta l’animo della consorte e deciderà di acconsentire alla proposta di lei. La donna, una volta in Italia, potrà dare il via al suo progetto e l’autrice ce la mostra a svolgere costanti visite settimanali nel carcere di Sollicciano dove l’assassino Marco Conti è rinchiuso a scontare la pena dell’ergastolo. Queste incursioni sono alternate a vari flashback che raccontano da diversi punti di vista – quello di Norma-Jean, quello del marito e anche del carcerato – cosa è accaduto nelle loro vite passate. A tratti la trama potrebbe apparire contorta, complicata, fatta da sovrapposizioni, ma questi accavallamenti di stati d’animo e di punti di vista a mio parere incarnano lo shock emotivo che ha per sempre messo in crisi la vita di Norma-Jean, del marito e del detenuto Conti. Leggendo con attenzione Serve una casa per amare la pioggia si ha l’impressione di trovarsi davanti ad una serie di schegge impazzite, ma ci si accorge che questi frammenti di ricordi e racconti, uniti gli uni agli altri ricostruiscono il dramma esistenziale della protagonista. Norma-Jean è sì una donna passionale e seducente, tanto è vero che il coniuge e pure l’ergastolano sono travolti da un forte attrazione per lei, ma Norma nel suo io profondo ha  tormenti scatenati da traumi vissuti in passato e mai del tutto superati. Queste angosce emergeranno pagina dopo pagina, diventando sempre più opprimenti per la donna che, sotto la maschera di bellezza e fascino, nasconde in realtà una vicenda esistenziale segnata da una profonda fragilità. Il fulcro di attenzione di Serve una casa per amare la pioggia è la protagonista Norma-Jean, ma il valore narrativo dei personaggi comprimari è fondamentale per comunicare al lettore quanto claustrofobica possa diventare la vita di ogni giorno, quando una persona non riesce più a comprende in modo razionale i sentimenti del proprio cuore e a distinguere il vero dal falso. Ingrid Thobois ci traccia con fermezza incisiva il ritratto di una donna in perenne bilico tra passione e pazzia, un equilibrio precario dovuto alla mancata comprensione da parte di Norma Jean che il sentimento d’amore provato nel suo presente è solo una mera illusione. Serve una casa per amare la pioggia è un vortice di azioni, di parole e di emozioni dal quale si comprende quanto dolore, dispiacere e per qualcuno anche cattiveria e cinismo si possano nascondere dietro una facciata di apparente tranquillità.

Ingrid Thobois nasce nel 1980 à Rouen. Insegna francese in Afghanistan, è stata giornalista in Iran e ad Haiti. Ha partecipato a missioni di monitoraggio elettorale e di sviluppo in diversi paesi (Moldova, Azerbaijan, Indonesia, ecc.). È anche autrice di svariati romanzi memorabili per lo stile, la costruzione e l’acutezza dell’analisi psicologica come Le roi d’Afghanistan (Prix du premier roman 2007) e L’Ange anatomique (2008). Nel 2011 è uscito Sollicciano per Zulma.

:: Recensione di Un giorno a Milano di AA.VV. (Novecento editore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2013 by

un giono a milanoGli eredi di Scerbanenco tornano a raccontarci la Milano noir degli anni Duemila, gli anni della crisi, smesse le luci sfolgoranti del boom degli anni 60 o foss’anche delle luminarie al neon della Milano da bere degli anni ‘80 di Pillitteri. Ma la pioggia, sempre un po’ grigia, la nebbia, le case di ringhiera, i bar malfamati, le fabbriche dimesse, i capannoni abbandonati, i quartieri periferici a due passi dal nulla, sono sempre gli stessi, con lo stesso sobrio e feroce squallore, con lo stesso odore di terra e smog, con la stessa povertà accanto alla più arrogante ricchezza.
È cambiata la gente, la fauna silenziosa di un sottobosco criminale che conserva come un eco lontano le cadenze della parlata gergale della mala di un tempo e ricorda quale quartiere diede i natali a Vallanzansca, quasi un eroe, o meglio un antieroe di una mitologia metropolitana sbiadita e impolverata. Ora le puttane si chiamano ‘escort’ e molte vengono dall’est con i loro nomi esotici e i passaporti confiscati da vecchie ‘battone’ in pensione reciclatesi maîtresse, le cameriere dei bar hanno gli occhi a mandorla e i capelli lisci, lucidi e neri come inchiostro. Cinesi, coreane, tailandesi, chi può dirlo in questa confusione di etnie, dialetti, imbastardite tracce di una nuova razza che si afferma, più forte, più vitale e forse spietata.
Ora ci sono i negozi di kebab, i cambia valute o le agenzie dove spedire i soldi a casa, quando non vai direttamente in posta e ti trovi al centro di una rapina, i parrucchieri cinesi che per pochi euro copiano i tagli più alla moda, i locali per esuli ed espatriati dove dai juke-box  ti può capitare di sentire l’ex moglie del comandante Arkan che canta.
Milano con le sue strade, con i suoi quartieri, con la metropolitana sempre in funzione, resta geografia muta di un disagio, di un malessere, che non spiega del tutto il volto nuovo della criminalità stratificata e integrata come un male necessario e inevitabile. E questo volto descrivono gli autori reclutati da Andrea Carlo Cappi, per seguire un’idea di Paolo Roversi. E l’antologia Un giorno a Milano, prima pubblicazione della collana di gialli e noir metropolitani ‘Calibro 9′ di Novecento Editore, introduzione di Andrea G. Pinketts, è il risultato. Nove racconti scabri, aspri, intrisi di un realismo non di maniera e diversi per stile e sensibilità, a seconda della mano che li ha scritti. Racconti disomogenei se vogliamo, ognuno figlio di percorsi umani e creativi differenti. Unico filo conduttore, un giorno di novembre, un giorno di nebbia e pioggia, screziato di nero, come nera è l’anima del poliziotto che organizza una rapina e tira con sé due balordi, come è nera l’anima di una donna che organizza un piano per sfuggire a un creditore, come è nera l’anima della ‘battona’, che sfrutta e ricatta, uccisa nel quartiere di Lambrate.
Alcuni personaggi sono noti, figli di altre storie come il Professionista di Stefano Di Marino o il Bruno “Butch” Moroni di Giancarlo Narciso, o ancora il giornalista in Vespa gialla e Clarks ai piedi Enrico Radeschi di Paolo Roversi. Poi ci sono autori che non conoscevo come Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone, Francesco G. Lugli, Francesco Perizzolo. E vecchie conoscenze come Andrea Carlo Cappi, Giuseppe Foderaro e Ferdinando Pastori. Immagino la faccia di Scerbanenco se fosse vivo e avesse a disposizione il materiale sociologico e umano con cui questi autori si sono confrontati. Ma lo stile di questi autori è personale e non apocrifo. Non hanno ricalcato il grande maestro del noir, hanno camminato con le loro gambe con scelte stilistiche a volte coraggiose, penso al “tu” di Ferdinando Pastori, (lo usa anche nei suoi romanzi, è si può dire sia un suo marchio di fabbrica). Un’antologia con i controfiocchi (mi limito, non dico parolacce nelle mie recensioni, almeno ci provo) merita il successo che sta riscuotendo.

Gli autori: Stefano Di Marino (Kanun – Codice della vendetta), Giancarlo Narciso (Un nome su una lista), Ferdinando Pastori (Un diamante non è per sempre), Paolo Roversi (Ai confini della metropoli), Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (Chi non risica non rosica), Andrea Carlo Cappi (Yo no soy marinero), Giuseppe Foderaro (Ex abrupto), Francesco Perizzolo (La persona sbagliata) Francesco G. Lugli (Maledetto anticipo).

:: Recensione di Quando si spengono le luci di Erika Mann (Il Saggiatore, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2013 by

quandoÈ piuttosto impegnativo chiamarsi Erika Mann, figlia prediletta dell’universalmente noto Thomas Mann, premio Nobel per la Letteratura nel 1929 e autore di opere come La montagna incantata, Morte a Venezia, I Buddenbrook. Come è altrettanto impegnativo essere un’intellettuale di origini ebraiche (da parte di madre) nella Germania nazista, scegliere l’esilio e abbracciare la letteratura militante come strumento di lotta politica, etica, filosofica, morale. Molti intellettuali tedeschi, artisti, scienziati, matematici lasciarono la Germania agli albori dell’era hitleriana e scelsero chi la Gran Bretagna, chi la Svezia come Bertolt Brecht, chi la Svizzera, o gli Stati Uniti come Thomas Mann stesso, come terra di rifugio e di esilio, prima che l’essere oppositori o anche solo ebrei diventasse un biglietto sicuro per i treni diretti verso i campi di sterminio o più sbrigative esecuzioni sul posto.
Anche la figlia di Mann scelse l’esilio e oltre a spingere suo padre ad opporsi alla dittatura nazista, fu lei stessa una strenua paladina di quell’intellighenzia che non aveva accettato la “barbarie” o si era prostituita al regime come il fratello Klaus accusa il poeta Gottfried Benn, durante uno scambio di punti di vista piuttosto vivaci. Troverete questo accenno nella postfazione di Agnese Grieco, Un nuovo tipo di scrittrice,  curatrice di Quando si spengono le luci (The Lights Go Down, 1940), per la prima volta proposto in italiano da Il Saggiatore, come numerosi altri spunti di riflessione e informazioni biografiche su Erika Mann e il periodo in cui visse.
Comunque non è solo impegnativo trovarsi ad essere l’erede morale di un genio della letteratura tedesca, e un’ intellettuale impegnata, in un certo senso combattere è anche necessario e inevitabile. Un intellettuale naturalmente non utilizza armi, la sua unica forza è il pensiero e Erika Mann scelse anche la forma del racconto per poterlo trasmettere a più persone possibili. Quando si spengono le luci è infatti una raccolta di racconti, l’ultimo dei quali da il titolo al libro, pubblicata in America da Farrar & Rinehart nel 1940, e solo nel 2005 in versione tedesca col titolo Wenn die Lichter ausgehen. E dobbiamo aspettare appunto il 2013 per leggerne l’edizione in lingua italiana grazie alla ricercatrice, scrittrice e drammaturga Agnese Grieco. Condizione bizzarra per un libro che ci riporta indietro nel tempo, quasi fotografando squarci di vita “reale” di personaggi anch’essi reali anche se filtrati dalla sensibilità artistica dell’autrice.
Paragoni col padre è ingeneroso farne, e li eviterò con cura,  tuttavia un respiro di epica drammaticità soffia sulle pagine dandogli vita. Con stile secco, tagliente, quasi corrosivo quando usa l’ironia per difendersi dalla disperazione di un mondo troppo sinistro e inquietante, Erika Mann ci tratteggia vite normali, personaggi normali, imprigionati in vicende dominate dal caos morale e materiale che caratterizzò la Germania ante guerra. Gente comune che si trova a fare i conti con la propria coscienza, a volte anestetizzata, a volte colpevolmente incapace di avvertire il baratro che si nasconde dietro l’accettazione di un regime inutilmente feroce, caparbiamente dispotico.
Lo straniero che si muove ne La nostra città, racconto introduttivo, sorta di prefazione, ci da il benvenuto in un viaggio didascalico nell’orrore, raggelante e raggelato proprio perché comune, rassegnato, privo di picchi di coscienza. Lo straniero attraversa una tipica città bavarese (che sarà scenario di tutti i dieci racconti) al crepuscolo, sentendo una voce lontana che scambia per il latrato di un cane. E’ la voce di Hitler che tutti i tedeschi sono obbligati ad ascoltare se non vogliono incorrere in spietate repressioni, controllati da una polizia che si aggira furtiva, che ascolta le delazioni di nemici e rivali, che impone scelte forse non condivise, ma inevitabili. Come le trombe del giorno del giudizio, della fine del mondo, la voce di Hitler pervade le coscienze dei tedeschi, alcuni vittime e alcuni complici, e ci apre le porte dell’abisso.
Così veniamo a conoscenza della storia di Peter e Marie, due giovani fidanzati che sognano di fare lei la maestra e lui l’avvocato, protagonisti di A causa di un deplorevole errore… I nomi sono cambiati, lo scenario è differente per non creare problemi ai protagonisti o a chi per loro ne ha raccontato la storia a Erika Mann, (in appendice la curatrice spiega le ragioni che hanno spinto l’autrice a scegliere alcune storie invece che altre e che il titolo originale era appunto Fatti, prima di scegliere il più poetico Quando si spengono le luci) ma appunto la consapevolezza che fosse una storia realmente accaduta mi ha accompagnato durante tutta la lettura assieme all’ammirazione per lo stile della Mann. E’ una storia tragica la loro, e la tragedia è tanto più dolorosa quanto appunto comune, quotidiana. Non sono ebrei né comunisti Peter e Marie, non sono oppositori politici, né eroici paladini di cause nobili o pericolose. Forse hanno qualche dubbio, almeno Marie li ha, ma sono due semplici ragazzi che si troveranno a vivere una vicenda che l’assurdo che la sovrasta rende ancora più tragica.
In Checks and Balances è il sospetto un sentimento sporco e paralizzante il vero protagonista. Un commerciante dalla faccia onesta e pulita, anche se i suoi tratti vagamente semiti gli hanno causato qualche guaio, decide di falsificare i libri contabili della sua drogheria che gestisce per dichiarare una cifra sufficiente a non fargli chiudere il negozio, ma non ha calcolato la reazione della moglie. E di nuovo l’assurdo e il grottesco entra prepotentemente in scena con il suo amaro sapore di fiele.
In Herr Huber proprietario di fabbrica è lo sforzo bellico analizzato sotto la lente di ingrandimento, con le sue contraddizioni e quel grottesco nome di “angeli della pace” dato alle armi. Materiali scadenti, ritmi di lavoro sfiancanti, Herr Huber ha seri dubbi che tutto questo possa portare a qualcosa di buono e mentre si confida con la segretaria e anzi le dichiara il suo amore, riceve la notizia che lei per metà è ebrea. “Tragica” fatalità che stempera i suoi sogni d’amore. E intanto l’ubbidienza sembra la sola legge che governa le coscienze.
In Giustizia è ciò che serve alla nostra causa, un professore universitario di diritto penale guida moralmente la sua aula in un atto di “sabotaggio” che porta a deridere con pungente sarcasmo e ironia l’azione di due SA venute ad arruolare studenti da mandare nella Prussia dell’Est.
In A ricordo di un eroe tutto inizia con una direttiva del capo della polizia municipale di arrestare gli ebrei di sesso maschile, di nazionalità tedesca, benestanti, non in età avanzata, che occupano una posizione rilevante nella società.
Il sesto racconto intitolato Un contadino fugge in città narra le peripezie di un giovane contadino che lascia la campagna per trasferirsi in città, che dista solo quattro ore di treno ma che per lui è un mondo sconosciuto, sullo sfondo della Germania trasformata nel Terzo Reich. Fa parte del fenomeno denominato “esodo dalle campagne” e intanto sente dentro di sé la sensazione di stare fuggendo.
In Compagni di sventura il contadino del racconto precedente si trova in cella con l’accusa di aver dato da mangiare mangime pregiato alle sue galline.
In L’ultimo viaggio Max Murks, giovane marinaio, parte per il suo viaggio verso NewYork e la madre lo prega di portarle un poco di caffé tostato, perché lì in città non se ne trova più. Ma il giorno in cui Max avrebbe dovuto tornare a casa per Natale si presenta un suo amico alla porta.
In Su indicazione medica il dottor Scherbach si trova a dirigere l’ospedale della città e si vede sostituite le suore che prima lavoravano da infermiere, con infermiere di provata fede nazista.
Infine nell’ultimo racconto, che dà il titolo alla raccolta, il membro del partito Hans Gottfried Eberhardt, redattore culturale presso “Der Anzeiger”, decide quasi per scherzo di correggere gli errori grammaticali, trentatrè gravi errori stilistici e grammaticali, di un discorso del Fuhrer del quale doveva scrivere la trionfale introduzione, chiudendo così per sempre la seppur modesta carriera di giornalista. Per sei anni aveva scritto quello che voleva il regime e passato sotto silenzio ciò che al regime non piaceva. E ora invece il visto d’ingresso per lui e la sua famiglia per gli Stati Uniti diventa l’unica cosa importante.

Erika Mann (Monaco di Baviera, 1905 – Zurigo 1969), saggista, performer, scrittrice e giornalista, figlia primogenita di Thomas Mann e Katja Pringsheim, abbandona la Germania del Terzo Reich nel 1933 assieme al fratello Klaus, scegliendo la via dell’esilio che la porterà in Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti. Corrispondente per radio e giornali inglesi e americani, autrice di fortunati libri per l’infanzia, reporter di guerra, conferenziera di successo, curatrice del lascito letterario del padre e del fratello, Erika Mann attraversa anni cruciali all’insegna di un instancabile impegno intellettuale. Tra le pubblicazioni in italiano, Caro Mago. Lettere e risposte 1922-1969 (il Saggiatore 1990), che raccoglie la corrispondenza con il padre.

:: Recensione di Il labirinto ai confini del mondo, Marcello Simoni, (Newton Compton, 2013) a cura di Viviana Filippini

2 dicembre 2013 by

labirintoIn principio fu l’Ute Vetorum, il raro libro contenente alcuni importanti precetti della cultura talismanica orientale, capace di evocare gli angeli. Poi arrivò la Turba philosophorum, l’antico manoscritto attribuito ad un discepolo di Pitagora contenente la formula alchemica per violare la natura degli elementi. Ora, quale sarà il nuovo reperto che incrocerà il suo destino con l’eroico Ignazio da Toledo? Per scoprirlo basta leggere Il labirinto ai confini del mondo, il terzo romanzo di Marcello Simoni con protagonista il saggio viandante. In questa occasione l’avventura prende il via da una cruenta scia di omicidi nella Napoli del 1229. L’unica cosa certa è che il sicario di queste uccisioni brutali ed efferate è un misterioso cavaliere che miete vittime su vittime, riuscendo sempre a farla franca. L’inquisitore Konrad von Marburg vuole porre fine a questa sterminata serie di morti e comincia ad indirizzare le sue indagini attorno ad un setta devota ad un antico culto astrale conosciuta con il nome di Luciferiani. I primi sospetti della ricerca si accentrano attorno a Suger de Petit- Pont, un noto magister medicinae cacciato dall’università di Notre-Dame, ma presto l’interesse degli investigatori e dell’inquisitore si accentrano su Ignazio da Toledo giunto a Napoli per vendere un’antiqua reliquia. L’avventuriero nato dalla penna di Simoni inizierà un ardito e insidioso viaggio di ricerca che lo porterà fino in Sicilia, alla Corte dei miracoli di Federico II di Svevia, per comprendere chi sono davvero i Luciferiani e dimostrare la propria innocenza al temibile inquisitore. Il labirinto ai confini del mondo è l’ultima avventura di Ignazio da Toledo e ancora una volta Simoni costruisce un perfetto mix tra documentazione storica e ’invenzione letteraria che evidenzia quanto l’epoca del Medioevo sia ricca di argomenti ideali per creare fiction narrative. Tanti sono i personaggi che il protagonista incontrerà in questa sua impresa, tra i quali Federico II di Svevia – storicamente vissuto e noto alle cronache per essere stato un abile stratega spesso in conflitto con il papato-, un regnante dal carattere allo stesso tempo geniale e un po’ oscuro, ma marchiato da quella voglia di conoscere che lo avvicina molto a Ignazio da Toledo. La suspense, i colpi di scena e l’azione incedono pagina dopo pagina portandoci a fianco di Ignazio che emerge dal libro di Simoni con la sua personale identità di personaggio letterario munito di pensieri, riflessioni e sentimenti umani che lo rendono simili a noi lettori e poi, la presenza nella sua vita di aspetti oscuri e non del tutto chiari sono gli elementi lo presentano misterioso agli occhi del lettore. Il labirinto ai confini del mondo è la conferma dell’abile capacità di Marcello Simoni di costruire romanzi storici ricchi di dinamismo e colpi di scena, nei quali la trama e l’ordito dell’intreccio narrativo sono determinati dal perfetto equilibrio tra il vero e la fantasia, che amalgamandosi originano enigmatiche e appassionanti storie d’avventura capaci di conquistare chi legge, dando informazioni su realtà storiche non sempre a tutti note. Con questo libro termina il ciclo dedicato all’eroico Ignazio da Toledo, ma vista la fervente creatività dell’autore ex archeologo laureato in Lettere e bibliotecario, credo che non dovremo aspettare molto tempo per compiere un nuovo viaggio nelle misteriose trame dell’epoca medievale.

Marcello Simoni, ex archeologo laureato in Lettere, nato a Comacchio nel 1975, lavora come bibliotecario e ha pubblicato diversi saggi e romanzi storici. Con Il Mercante di libri maledetti, romanzo d’esordio, con oltre 500mila copie vendute, ha vinto il 60° Premio Bancarella, è stato selezionato al premio Fiesole 2012 e finalista al Premio Emilio Salgari 2012. I diritti di traduzione sono stati acquistati in 18 Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato anche La biblioteca perduta dell’alchimista, secondo capitolo della trilogia del famoso mercante, e L’isola dei monaci senza nome. Per la collana Live è uscito I sotterranei della cattedrale, che ha venduto oltre 150.000 copie.

:: Un’intervista con Linda Castillo a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2013 by

vicolo ciecoCiao Linda. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Linda Castillo? Punti di forza e di debolezza.

Ti ringrazio tantissimo per avermi invitato. Sono cresciuta in una piccola comunità agricola in Ohio, un paio di ore da Amish Country. Mio marito ed io attualmente risiediamo nella regione di Texas Panhandle, in un piccolo ranch. Abbiamo due cavalli, quattro cani presi dal canile e un gatto domestico. Sono una grande amante degli animali e passo tutto il tempo che posso con i miei cavalli a cavalcare. Vorrei dire che la mia forza più grande è la perseveranza. La mia maggiore debolezza è che a volte tendo ad essere una maniaca del lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto il mio primo romanzo quando avevo tredici anni. Era un romanzo young adult dal titolo The Long Journey, scritto a mano in un quaderno a spirale. Che ancora conservo. Certo era scritto male, ma ho sempre amato scrivere storie e creare personaggi. Mi è sempre piaciuto mettere quei personaggi in situazioni difficili o pericolose.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Ho scritto diversi libri prima di riuscire a venderli. Il mio primo libro pubblicato si intitolava Remember the Night. Era un romanzo romantic suspense edito da Harlequin nel 2000.

Quali sono per te le qualità tipiche che caratterizzano un buon scrittore?

L’ editoria è un business difficile in cui avere successo. E scrivere un romanzo è un lavoro talvolta lungo e difficile. Penso che uno scrittore, sia uomo che donna, che voglia avere successo debba prima di tutto essere perseverante. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore prendere lezioni di scrittura e imparare quanto più possibile non solo i segreti della scrittura, ma anche come funziona il business vero e proprio. Penso anche che sia estremamente importante per uno scrittore essere appassionato del suo lavoro.

La serie di thriller con protagonista Kate Burkholder è ambientata nella terra degli Amish. La comunità Amish è un’ ambientazione insolita per un romanzo. Come ha influenzato la tua scrittura? Penso al film Il testimone con Harrison Ford. Ti ha influenzato in qualche modo?

Mentre mi è piaciuto molto il film, Witness in realtà non ha influenzato in alcun modo il mio lavoro. Una visita nell’ Amish Country nel 2004 mi ha suggerito l’ idea di base e l’ambientazione per Sworne to silence (Costretta al silenzio, 2010). Non riuscivo a pensare ad un’ ambientazione più interessante per il mio libro. Come scrittrice ho voluto esplorarne la cultura. Volevo scrivere di una protagonista da poter inserire in quel mondo. Un personaggio diviso tra due culture,  che molte volte si scontrano. Ho voluto iniettare qualcosa di terribile in questa piccola città sana per vedere come questo personaggio eterogeneo gestisse quel tipo di stress. Amo la giustapposizione di ciò che è sano posto contro il male.

Ti sei ispirata ad eventi reali per creare le tue trame? Dove trovi di solito le idee?

La maggior parte delle mie idee vengono da notizie che apprendo dai giornali, dalla tv e c’è un rifornimento apparentemente senza fine. Ci sono omicidi e sparizioni e sparatorie che nascondono una parte di mistero. Ho sempre voglia di sapere chi è stato e perché. E così prendo una notizia interessante – di una persona scomparsa, per esempio-, e cerco tutti gli attori coinvolti, do un’occhiata a tutti i possibili scenari e le motivazioni, e mi metto al lavoro. Cerco anche di pensare a come i crimini influenzano la vita delle persone e di come la gente reagirà. Chi ha qualcosa da nascondere? Chi sta mentendo? E’ un processo disordinato nella fase iniziale, ma alla fine ottengo di solito qualcosa che posso davvero utilizzare per i miei romanzi.

Hai anche scritto numerosi romance e romantic suspense. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ho venduto il mio primo libro nel 1999 a Harlequin e ho scritto 27 libri da allora. Scrivere romantic suspense mi ha insegnato alcune cose molto importanti per quanto riguarda la scrittura. Ho imparato a dare importanza al conflitto emotivo e ho imparato a creare personaggi forti, che sono entrambi elementi vitali in ogni buon libro. Scrivendo thriller l’approccio differisce in quanto sono in grado di concentrarmi maggiormente sul lato mystery rispetto al rapporto tra i personaggi. Sono anche in grado di esplorare gli elementi più oscuri di una storia. In termini di voce non ci sono sottili differenze tra i due generi per quanto riguarda la scelta delle parole e il livello di intimità o di sesso esplicito. Mentre mi sono divertita a scrivere quei miei primi libri, l’idea di scrivere un thriller mi ha sempre attirato. E’ stata una sfida scrivere ad un altro livello ed esplorare qualcosa di nuovo.

Breaking silence, ora pubblicato in Italia da Time Crime con il titolo In un vicolo cieco, è il tuo terzo libro della serie Kate Burkholder. Potresti dirci qualcosa della trama?

Mi è piaciuto molto scrivere questo libro, in particolare l’aspetto mystery. Ecco la trama : La piccola città di Painters Mill viene scossa quando una coppia di Amish, – genitori di quattro figli – sono trovati morti nella fossa del letame nella loro fattoria, apparentemente vittime di asfissia. Inizialmente le morti sembrano essere il risultato di un tragico incidente. Tutto cambia invece quando l’autopsia rivela che una delle vittime ha subito un colpo alla testa poco prima della morte. Che tipo di mostro sarebbe capace di uccidere una coppia Amish e lasciare quattro bambini orfani? Consapevole della natura dolce degli Amish, il capo della polizia Kate Burkholder approfondisce il caso sospettando una vendetta, solo per rendersi conto che niente è come sembra.

Potresti dirci qualcosa sui tuoi protagonisti principali?

La protagonista della serie, Kate Burkholder, è nata Amish, ma ora è il capo della polizia in una piccola cittadina dell’Ohio. Penso che una delle cose di Kate che maggiormente amino i lettori è il fatto che sia così imperfetta. Lei è fallibile. Fa errori. A volte si sente troppo coinvolta. Penso che la sua stessa umanità è una caratteristica che attiri i lettori. L’uomo di cui è innamorata, John Tomasetti, è un agente della Polizia di Stato del Bureau of Criminal Identification and Investigation. Questi due personaggi non sono perfetti. Sono stati danneggiati dal loro passato. Ma sanno che il loro rapporto è una parte importante del processo di guarigione. Amo la chimica tra questi due personaggi.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi ha influenzato maggiormente la tua scrittura ?

Sto sempre leggendo qualcosa e ci sono tanti autori meravigliosi tra cui scegliere. Alcuni dei miei preferiti sono Tana French, Gillian Flynn, Lisa Gardner, Tami Hoag.

Cosa stai leggendo in questo momento ?

Ho appena finito di leggere Through The Evil Days di Julia Spencer- Fleming ed è stato incredibile!

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Amo scrivere i romanzi della serie di Kate Burkholder e ho ancora molto da esplorare con questo personaggio. Finché i miei lettori leggeranno e apprezzeranno la serie di Kate Burkholder, io continuerò a scrivere.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Scrivere ogni giorno. Prendere lezioni di scrittura. Leggere molto. Sognare in grande. E non mollare mai. .

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Io amo fare tour promozionali. Mi piace interagire con i lettori e parlare di libri. Mi piace conoscere i librai e i bibliotecari. Durante il mio primo tour, ero a Dallas all’aeroporto Ft . Worth proveniente dall’ Ohio per il mio primo evento. Ero appena scesa dal Skylink, dopo il mio arrivo al terminal. Mentre stavo scendendo giù per la scala mobile, ho guardato giù e ho visto una famiglia composta da una dozzina di Amish, seduta in un gruppo di sedie alla base della scala mobile. Vederli è stato  talmente inaspettato che per un paio di secondi ero assolutamente certa che i miei libri avessero in qualche modo offeso la comunità locale Amish ed che fossero usciti per protestare contro l’uscita del mio libro. Inutile dire che non hanno fatto la minima attenzione a me. Due anni fa, ho viaggiato nei paesi Amish dell’Ohio e ho avuto la fortuna di trascorrere del tempo con un paio di famiglie Amish. Ho anche avuto modo di guidare un buggy! E ‘stata un’esperienza meravigliosa e molto divertente.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi ?

Mi piacerebbe visitare l’ Italia! Non solo per parlare con i lettori di libri, ma per incontrare la gente davvero incantevole che vive in Italia e vedere il bel paese. Avete tanta  storia, voi. Non ho mai avuto l’opportunità di viaggiare in Italia, ma mia sorella l’ ha recentemente visitata e le è piaciuta davvero molto. Spero, un giorno, di visitare l’ Italia anche io.

Parlaci del tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Mi piace moltissimo sentire i lettori! Non parlo italiano (scusate!), ma posso sempre usare google per tradurre. Il modo migliore per i lettori di raggiungermi è tramite e-mail: books@lindacastillo.com. È anche possibile raggiungermi via mail attraverso il mio sito: www.lindacastillo.com.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento ?

Ho appena completato il sesto libro della serie Kate Burkholder. Si intitola The Dead Will Tell e uscirà negli Stati Uniti l’8 luglio. Sono molto entusiasta di condividerlo con i miei lettori .