«Nel campo dei Fori, dove tronchi di colonna emergono dal suolo come denti spezzati di antichi giganti, i nostri predecessori consentirono a un gruppo di monaci basiliani di erigere un monastero e una chiesa. Là dove è memoria che un tempo sorgesse il tempio di Marte. Sotto le nuove mura esiste ancora l’antico sanctum: prima di raggiungere l’imperatore, ci dirigeremo lì e consegneremo la cassa al priore, che è avvertito da tempo.»
«Il fardello ci rallenterà non poco…» osservò Harald con aria critica.
«Ma quello che contiene renderà più veloce il cammino dell’uomo sulla strada del sapere. Per questo è importante che si salvi.»
«Ma, se la… machina venisse catturata dai nostri nemici, essa potrebbe rivelare con la sua voce i segreti della vostra scienza», obiettò ancora il giovane. «Non sarebbe meglio distruggerla, come l’arte della guerra insegna si debba fare con ogni arma che il nemico potrebbe rivolgere contro di noi?»
Gerberto sorrise, poi estrasse da una piega dell’abito un cilindro di metallo splendente, mostrandolo al giovane. «Qui è inscritto il segreto che voglio sia dettato alle future generazioni. È questo cilindro il cuore della mia machina, e senza di lui essa non è che un inutile artifizio, come un corpo privato della testa. Non temere, esso resterà presso di noi, e neppure la morte potrà separarlo dalla nostra persona.»
Avventura, spy story, travestimenti, inseguimenti, attentati, segreti che hanno attraversato i secoli, macchine miracolose, cacce al tesoro si intrecciano nell’ ultimo romanzo di Giulio Leoni, Il testamento del papa, edito da Nord Edizioni. Un thriller storico di stampo classico, scritto in modo scorrevole e fluido, adatto sia ad un pubblico di lettori adulti, ma anche indicato ai ragazzi appassionati di romanzi d’avventura.
Due epoche storiche si alternano in capitoli per lo più brevi e introdotti dai luoghi dove si svolge l’azione: la Roma del 999 dopo Cristo, in cui fu papa Silvestro II, al secolo Gerberto d’Aurillac, e la Roma mussoliniana del 1928, con due brevi tappe a Berlino.
Protagonista l’architetto, antiquario Cesare Marni, personaggio già noto ai lettori di Leoni, apparso in E trentuno con la morte…, e in Il Cabaret del Diavolo, che questa volta si trova ad indagare sul trafugamento di un antica statua dalle forme femminili, appartenuta a Papa Silvestro II, che la ricevette in dono dall’imperatore d’Oriente. Statua che nasconde un segreto al suo interno, fatto di congegni e canne di vetro, che le consentono… di parlare.
Accompagnato da Marcella, giovane figlia di uno studioso che sostiene addirittura che la statua possa indicare il nascondiglio di un tesoro appartenuto ad Augusto, Marni si troverà coinvolto in una serie di morti misteriose, e dovrà vedersela con un misterioso conte Desmondi, capo di una setta che vuole restaurare culti pagani, e intenzionato a perseguire un piano che a suo dire dovrebbe cambiare la storia di Italia e con una pericolosissima spia tedesca in missione in Italia per trovare un misterioso oggetto che dovrebbe rendere invincibile la Germania in una prossima inevitabile guerra che si dovrebbe addensare sull’Europa.
Romanzo da leggere con attenzione, perché oltre alla trama complessa si inserisce un gioco di ruoli che Leoni sottopone sotto gli occhi del lettore, con un certo divertito sorriso di sfida. Nulla è come sembra insomma, le apparenze come sempre ingannano e sarà compito del lettore più scaltro, non cadere nell’inganno. E come nella tradizione dei racconti di avventura, l’azione costituisce l’ossatura della trama, in un susseguirsi di rocambolesche corse contro il tempo, condite da rischiosi stratagemmi e colpi di scena. I nostri eroi si troveranno a infiltrarsi in riunioni segrete di adepti di strani culti, e pure Evola, farà una breve comparsa come esperto a cui Marni si rivolge, a inseguire con aerei treni in corsa, a chiedere passaggi improvvisati in aperta campagna, ad affrontare spie spietate per quanto affascinanti, rischiando l’arresto in qualsiasi momento.
Il tono scanzonato della commedia riporta l’azione su un puro piano dell’intrattenimento, ma la ricostruzione d’epoca è fedele, i termini usati, precisi e accuratamente inseriti in un contesto proprio. Insomma una lettura interessante e divertente, e anche istruttiva. Il personaggio di Papa Silvestro ne esce mondato dai pregiudizi del suo tempo che lo volevano un mago asservito alle potenze occulte, ridandogli la sua statura di studioso e ingegnoso scienziato precorritore dei tempi. Altri personaggi realmente esistiti appaiono in vari capitoli, come Evola appunto, o Mussolini. Forse il personaggio di Marcella l’ho trovato piuttosto tradizionalista, ma in compenso bilanciato dal fascino di Zirka, l’enchanteresse merveilleuse. Divertente una battuta che si scambiano le due donne, quasi rivali: «Mia cara, a confronto con una bimbetta qualunque donna apparirebbe più matura», rispose acida lei. Memoria di Caccia al Ladro in cui Grace Kelly/ Frances Stevens si rivolge pressappoco così a Brigitte Auber/ Danielle Foussard.
Giulio Leoni, romano, è uno degli scrittori italiani di gialli storici e di narrativa del mistero più conosciuti all’estero, grazie anche alla fortunata serie di romanzi dedicati alle avventure investigative di Dante Alighieri, che è stata tradotta in tutti i maggiori Paesi del mondo. Ma oltre a riguardare il remoto passato, i suoi interessi vanno anche verso la storia del secolo appena trascorso, soprattutto nei suoi aspetti meno conosciuti e controversi. Studioso delle avanguardie artistiche, è un appassionato di storia dell’illusionismo e della pop-culture degli anni ‘50 e ‘60, di cui ricerca e colleziona testimonianze e memorabilia. Elementi che trasporta spesso nei suoi romanzi, dove anche le trame più imprevedibili e sorprendenti si sviluppano su uno sfondo storico ricostruito con grande precisione, e in cui personaggi reali e finzione narrativa s’intrecciano, dando vita a un teatro delle ombre enigmatico e affascinante.

Benvenuto Federico Roncoroni su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Si descriva ai nostri lettori, ci parli di sé. Punti di forza e di debolezza.
Egon Loeser è e non è nella Germania pre-nazista. È lì, fisicamente, mentre Hitler manomette la Repubblica di Weimar e i primi inquietanti segni di un regime che retrospettivamente verrà visto come il male in terra strisciano nella vita quotidiana. Ma non è lì, in realtà, perché Egon Loeser sta guardando ad altro, a qualcosa che ritiene più importante e più “vero” dei solo apparentemente eclatanti eventi storici. Nello specifico, Egon Loeser all’inizio di The Teleportation Accident (pubblicato in Italia da Neri Pozza con il titolo La macchina fatale) è assillato da una domanda: quando farà sesso la prossima volta, ora che ha appena lasciato la propria ragazza? Fra giorni, settimane, anni? Mai?
Secondo Tonino Guerra l’ottimismo è il sale della vita, dopo aver letto Publisher credo che anche per Alice Di Stefano il sale della vita sia l’umorismo. Ed è con questa caratteristica che l’editor della Fazi editore ha dato vita ad una sorta di biografia romanzata del consorte, Elido Fazi. Questo libro è un vero e proprio viaggio dentro al mondo di un editore raccontato in ogni aspetto pubblico e privato da uno punto di vista a lui molto vicino… quello della moglie. Sì, perché Alice Di Stefano, che non è difficile da scovare nascosta dietro la terza persona narrante, ci tratteggia in modo ironico e a tratti spiazzante il ritratto di suo marito, nonché datore di lavoro, Elido Fazi. Forse non tutto quello che questa allegra coppia combina sarà vero, ma è curioso scoprire il continuo spirito di intraprendenza che vive in Fazi e che gli ha permesso di diventare uno dei migliori editori italiani (ricordate I fratelli Burgess di Elizabeth Strout, Stoner di John William e l’intera saga di Twilight? Bene, son tutti editi da Fazi). La storia prende le mosse da un viaggio alle Maldive al quale ne seguiranno molti altri tra presente e un passato. Tanti pellegrinaggi avanti e indietro nel tempo che ci mostrano il publisher nella natia terra delle Marche pronto a prendere il volo per nuove terre (l’Inghilterra, un Giappone che non mi aspettavo e poi Roma) nelle quali Fazi ha dato sviluppo al suo fiuto per gli affari e alla sua capacità di “self made man”, fondando società e l’omonima casa editrice. Elido Fazi emerge in tutto il suo carattere non solo grazie alla presenza della compagna di vita, perché un ruolo importante per farci capire chi è questa persona lo giocano i tanti episodi riguardanti la presenza dell’editore nei saloni del libro, negli eventi culturali, e pure ne più noti premi letterari italiani. In queste occasioni chi legge si troverà, come i protagonisti stessi, di fronte a persone così istrioniche che a momenti ci si chiede quanto in questo libro ci sia di vero e di romanzato. Non credo sia importante saperlo, perché le pagine di Publisher riescono in ogni caso a tenere ancorata alla pagina l’attenzione di chi legge, tanto che si sorride e ride pensando a quell’originalità non sempre mostrata che si nasconde nel mondo dell’editoria. Nel libro, accanto ad Elido Fazi, un uomo dal carattere forte, nel quale si alternano in modo quasi inspiegabile fasi di agire e dire burbero a momenti di incredibile tenerezza, ci sono tanti scrittori tra i quali spicca un intenso ed emozionante ritratto del poeta Valentino Zeichen. Che dire… con Publisher Alice Di Stefano ci regala una nuova forma di commedia della vita, portandoci dentro ad un mondo, quello di Elido Fazi, che in fondo è anche po’ il suo, facendoci conoscere da vicino e con uno sguardo del tutto nuovo tra stupore e ammirazione, l’imprenditore marchigiano suo consorte e molto di quello che si nasconde tra le maglie del suo mondo editoriale. Una storia di vita e lavoro che potrebbe aiutarci a ritrovare un po’ di pace in questi tempi così cupi.
Avevo poco più di diciassette anni quando, nella primavera del 1986, successe il disastro nucleare di Chernobyl. Mentre la nube radioattiva attraversava l’Europa, ci dissero di non uscire di casa, di non mangiare l’insalata cresciuta negli orti in quei giorni, che sarebbe stata contaminata, e ci suggerirono per radio e televisione altri accorgimenti che ora suonano come mettere un cerotto su una ferita aperta, ma probabilmente fare così fu una buona pratica che tutti diligentemente seguimmo. Ci fu paura, molta paura, ma rassegnata, contenuta. Si sa che questi incidenti possono accadere, è il prezzo da pagare per voler tenere in vita le centrali nucleari, sicure e controllate almeno finché non succede l’imprevisto. E Fukushima ci ha riportato alla mente quei giorni.
Sembra la cronaca di un matrimonio in crisi, ma Serve una casa per amare la pioggia di Ingrid Thobois, in realtà è qualcosa di più. Il libro edito da Keller è un vero e proprio thriller psicologico che indaga nelle profondità della mente e del cuore dei protagonisti, dimostrando quanto a volte il sentimento e la passione amorosa possano destabilizzare la vita di coppia e il fragile animo umano. Norma-Jean, la protagonista, è un’affascinate filosofa francese che perde la testa per Marco Conti, un giovane italiano. Lui ha brutalmente ammazzato la giovane moglie senza avere un briciolo di pietà ed ora deve scontare la condanna per il massacro compiuto. Norma-Jean è così infatuata da Conti da riuscire a convincere il marito a trasferirsi in Toscana, ma lui, psicanalista di successo, questa volta non riescirà a capire cosa tormenta l’animo della consorte e deciderà di acconsentire alla proposta di lei. La donna, una volta in Italia, potrà dare il via al suo progetto e l’autrice ce la mostra a svolgere costanti visite settimanali nel carcere di Sollicciano dove l’assassino Marco Conti è rinchiuso a scontare la pena dell’ergastolo. Queste incursioni sono alternate a vari flashback che raccontano da diversi punti di vista – quello di Norma-Jean, quello del marito e anche del carcerato – cosa è accaduto nelle loro vite passate. A tratti la trama potrebbe apparire contorta, complicata, fatta da sovrapposizioni, ma questi accavallamenti di stati d’animo e di punti di vista a mio parere incarnano lo shock emotivo che ha per sempre messo in crisi la vita di Norma-Jean, del marito e del detenuto Conti. Leggendo con attenzione Serve una casa per amare la pioggia si ha l’impressione di trovarsi davanti ad una serie di schegge impazzite, ma ci si accorge che questi frammenti di ricordi e racconti, uniti gli uni agli altri ricostruiscono il dramma esistenziale della protagonista. Norma-Jean è sì una donna passionale e seducente, tanto è vero che il coniuge e pure l’ergastolano sono travolti da un forte attrazione per lei, ma Norma nel suo io profondo ha tormenti scatenati da traumi vissuti in passato e mai del tutto superati. Queste angosce emergeranno pagina dopo pagina, diventando sempre più opprimenti per la donna che, sotto la maschera di bellezza e fascino, nasconde in realtà una vicenda esistenziale segnata da una profonda fragilità. Il fulcro di attenzione di Serve una casa per amare la pioggia è la protagonista Norma-Jean, ma il valore narrativo dei personaggi comprimari è fondamentale per comunicare al lettore quanto claustrofobica possa diventare la vita di ogni giorno, quando una persona non riesce più a comprende in modo razionale i sentimenti del proprio cuore e a distinguere il vero dal falso. Ingrid Thobois ci traccia con fermezza incisiva il ritratto di una donna in perenne bilico tra passione e pazzia, un equilibrio precario dovuto alla mancata comprensione da parte di Norma Jean che il sentimento d’amore provato nel suo presente è solo una mera illusione. Serve una casa per amare la pioggia è un vortice di azioni, di parole e di emozioni dal quale si comprende quanto dolore, dispiacere e per qualcuno anche cattiveria e cinismo si possano nascondere dietro una facciata di apparente tranquillità.
Gli eredi di Scerbanenco tornano a raccontarci la Milano noir degli anni Duemila, gli anni della crisi, smesse le luci sfolgoranti del boom degli anni 60 o foss’anche delle luminarie al neon della Milano da bere degli anni ‘80 di Pillitteri. Ma la pioggia, sempre un po’ grigia, la nebbia, le case di ringhiera, i bar malfamati, le fabbriche dimesse, i capannoni abbandonati, i quartieri periferici a due passi dal nulla, sono sempre gli stessi, con lo stesso sobrio e feroce squallore, con lo stesso odore di terra e smog, con la stessa povertà accanto alla più arrogante ricchezza.
È piuttosto impegnativo chiamarsi Erika Mann, figlia prediletta dell’universalmente noto Thomas Mann, premio Nobel per la Letteratura nel 1929 e autore di opere come La montagna incantata, Morte a Venezia, I Buddenbrook. Come è altrettanto impegnativo essere un’intellettuale di origini ebraiche (da parte di madre) nella Germania nazista, scegliere l’esilio e abbracciare la letteratura militante come strumento di lotta politica, etica, filosofica, morale. Molti intellettuali tedeschi, artisti, scienziati, matematici lasciarono la Germania agli albori dell’era hitleriana e scelsero chi la Gran Bretagna, chi la Svezia come Bertolt Brecht, chi la Svizzera, o gli Stati Uniti come Thomas Mann stesso, come terra di rifugio e di esilio, prima che l’essere oppositori o anche solo ebrei diventasse un biglietto sicuro per i treni diretti verso i campi di sterminio o più sbrigative esecuzioni sul posto.
In principio fu l’Ute Vetorum, il raro libro contenente alcuni importanti precetti della cultura talismanica orientale, capace di evocare gli angeli. Poi arrivò la Turba philosophorum, l’antico manoscritto attribuito ad un discepolo di Pitagora contenente la formula alchemica per violare la natura degli elementi. Ora, quale sarà il nuovo reperto che incrocerà il suo destino con l’eroico Ignazio da Toledo? Per scoprirlo basta leggere Il labirinto ai confini del mondo, il terzo romanzo di Marcello Simoni con protagonista il saggio viandante. In questa occasione l’avventura prende il via da una cruenta scia di omicidi nella Napoli del 1229. L’unica cosa certa è che il sicario di queste uccisioni brutali ed efferate è un misterioso cavaliere che miete vittime su vittime, riuscendo sempre a farla franca. L’inquisitore Konrad von Marburg vuole porre fine a questa sterminata serie di morti e comincia ad indirizzare le sue indagini attorno ad un setta devota ad un antico culto astrale conosciuta con il nome di Luciferiani. I primi sospetti della ricerca si accentrano attorno a Suger de Petit- Pont, un noto magister medicinae cacciato dall’università di Notre-Dame, ma presto l’interesse degli investigatori e dell’inquisitore si accentrano su Ignazio da Toledo giunto a Napoli per vendere un’antiqua reliquia. L’avventuriero nato dalla penna di Simoni inizierà un ardito e insidioso viaggio di ricerca che lo porterà fino in Sicilia, alla Corte dei miracoli di Federico II di Svevia, per comprendere chi sono davvero i Luciferiani e dimostrare la propria innocenza al temibile inquisitore. Il labirinto ai confini del mondo è l’ultima avventura di Ignazio da Toledo e ancora una volta Simoni costruisce un perfetto mix tra documentazione storica e ’invenzione letteraria che evidenzia quanto l’epoca del Medioevo sia ricca di argomenti ideali per creare fiction narrative. Tanti sono i personaggi che il protagonista incontrerà in questa sua impresa, tra i quali Federico II di Svevia – storicamente vissuto e noto alle cronache per essere stato un abile stratega spesso in conflitto con il papato-, un regnante dal carattere allo stesso tempo geniale e un po’ oscuro, ma marchiato da quella voglia di conoscere che lo avvicina molto a Ignazio da Toledo. La suspense, i colpi di scena e l’azione incedono pagina dopo pagina portandoci a fianco di Ignazio che emerge dal libro di Simoni con la sua personale identità di personaggio letterario munito di pensieri, riflessioni e sentimenti umani che lo rendono simili a noi lettori e poi, la presenza nella sua vita di aspetti oscuri e non del tutto chiari sono gli elementi lo presentano misterioso agli occhi del lettore. Il labirinto ai confini del mondo è la conferma dell’abile capacità di Marcello Simoni di costruire romanzi storici ricchi di dinamismo e colpi di scena, nei quali la trama e l’ordito dell’intreccio narrativo sono determinati dal perfetto equilibrio tra il vero e la fantasia, che amalgamandosi originano enigmatiche e appassionanti storie d’avventura capaci di conquistare chi legge, dando informazioni su realtà storiche non sempre a tutti note. Con questo libro termina il ciclo dedicato all’eroico Ignazio da Toledo, ma vista la fervente creatività dell’autore ex archeologo laureato in Lettere e bibliotecario, credo che non dovremo aspettare molto tempo per compiere un nuovo viaggio nelle misteriose trame dell’epoca medievale.
Ciao Linda. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Linda Castillo? Punti di forza e di debolezza.
























