:: Recensione di Marmellata di prugne di Patrizia Fortunati (Ali&no edizioni, 2013)

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marmellataAvevo poco più di diciassette anni quando, nella primavera del 1986, successe il disastro nucleare di Chernobyl. Mentre la nube radioattiva attraversava l’Europa, ci dissero di non uscire di casa, di non mangiare l’insalata cresciuta negli orti in quei giorni, che sarebbe stata contaminata, e ci suggerirono per radio e televisione altri accorgimenti che ora suonano come mettere un cerotto su una ferita aperta, ma probabilmente fare così fu una buona pratica che tutti diligentemente seguimmo. Ci fu paura, molta paura, ma rassegnata, contenuta. Si sa che questi incidenti possono accadere, è il prezzo da pagare per voler tenere in vita le centrali nucleari, sicure e controllate almeno finché non succede l’imprevisto. E Fukushima ci ha riportato alla mente quei giorni.
Errore umano, imperizia, cedimento strutturale, fatalità. Allora non ci interrogammo troppo sulle cause ma sugli effetti e pian piano giunsero le scarne notizie dalla zona dell’incidente. Il reattore da seppellire nel cemento, i danni da contenere e sussurrate le conseguenze di quella catastrofe. Le vittime che avrebbero continuato ad ammalarsi e morire ancora per molti anni, per lo più bambini. Ricordo che diverse associazioni organizzarono i viaggi dei bambini di Chernobyl, anche nella mia città, per permettere a molti di loro di vivere alcuni mesi in zone non radioattive, per respirare aria buona, mangiare cibo non contaminato, depurarsi dal maledetto cesio137.
Patrizia Fortunati, autrice di Marmellata di prugne, edito da Ali&no editrice di perugina, fece parte di queste famiglie generose, che fecero dell’accoglienza e della condivisione, una fattiva pratica di solidarietà. Il suo romanzo non è una cronaca di quell’esperienza, forse i nomi sono stati cambiati, non ci sono foto a testimoniare abbracci, arrivi o partenze, ma tuttavia da quell’esperienza di accoglienza trae ispirazione per raccontarci la vita di Lyudmila, che noi incontriamo nel 2077, nel distretto di Lelchitsy, ormai vecchia, seduta davanti ad una tazza di tè e una fetta di pane nero ricoperto di marmellata di prugne. L’autrice proietta la sua vita così lontana del tempo per dare un futuro a vite che molto probabilmente si spengono e si spegneranno molto presto. Per potere rivedere il percorso che la portò da bambina, a donna, a vecchia, sotto il filtro di una sincera confessione tesa a raggiungere uno stadio di consapevolezza e di pace.
Lyudmila vuole fare pace con il suo passato prima di morire e ci racconta la sua infanzia in un povero villaggio nella Bielorussia meridionale, al confine con l’Ucraina. La durezza della povertà, se non proprio miseria, la ruvidezza di una madre, l’alcolismo di un padre assente, quasi sempre lontano nei campi o addormentato tra i fumi alcolici. Le violenze domestiche, l’anaffettività, i disagi, la mancanza di sorrisi e tenerezza. E poi i viaggi in Italia, dieci estati meravigliose, trasfigurate forse dai ricordi, ma capaci di cambiare la sua vita. L’incontro con una famiglia di italiani che l’aiuterà finanziariamente per tutta la vita, che andrà a trovarla in Bielorussia, che manterrà rapporti di affetto e di tenerezza. Il sapore dei primi gelati, le scarpe della sua misura, le gita al parco, la prima volta che vide il mare.
E poi la sua vita di donna, il suo “matrimonio” con Ivan, così simile a suo padre, le sue due figlie, la solitudine, il vero matrimonio con Vladimr, e la sua drammatica conclusione. Patrizia Fortunati ci racconta tutto questo ripercorrendo sentieri fatti di memoria e di esperienza vissuta, dandogli le cadenze di un romanzo intimista e malinconico, delicato e sincero. Della tragedia di Chernobyl poco traspare, è più una conseguenza, una macchia lontana, che ha portato una bambina di 8 anni a trascorrere le sue estati fino alla maggiore età nella parte giusta del mondo. Forse una parte giusta del mondo non c’è, e drammi e sofferenza ci accompagnano in Italia come in Bielorussia, ma è certo che la povertà di certe realtà non permette spiragli di speranza e di miglioramento. Patrizia Fortunati ne delinea le conseguenze, con un tono accorato e forse didascalico ma sicuramente sincero e mai cosparso di arroganza o giudizi sommari. Una lettura edificante, come si diceva una volta, consigliata anche ad un pubblico di lettori adolescenti. Un romanzo scritto inaspettatamente bene, con giusto ritmo narrativo, scorrevolezza e una punta di inattesa poesia.

Patrizia Fortunati vive e lavora a Terni. Laureata in Lettere e appassionata di scrittura, ha lavorato per oltre dieci anni nell’ambito delle politiche sociali, del volontariato e dell’associazionismo. “Marmellata di prugne” tratto da una storia vera, è il suo romanzo d’esordio.

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