:: Recensione di La macchina fatale di Ned Beauman (Neri Pozza, 2013) a cura di Serena Bertogliatti

by

accidentEgon Loeser è e non è nella Germania pre-nazista. È lì, fisicamente, mentre Hitler manomette la Repubblica di Weimar e i primi inquietanti segni di un regime che retrospettivamente verrà visto come il male in terra strisciano nella vita quotidiana. Ma non è lì, in realtà, perché Egon Loeser sta guardando ad altro, a qualcosa che ritiene più importante e più “vero” dei solo apparentemente eclatanti eventi storici. Nello specifico, Egon Loeser all’inizio di The Teleportation Accident (pubblicato in Italia da Neri Pozza con il titolo La macchina fatale) è assillato da una domanda: quando farà sesso la prossima volta, ora che ha appena lasciato la propria ragazza? Fra giorni, settimane, anni? Mai?
Beauman non fa mistero dell’identità di Egon Loeser: è un anti-eroe. Lo dice il cognome, che lo fa intuire un perdente (“loser” in inglese) prima ancora che possa essere introdotto dalla narrazione. Lo dice la narrazione della sua vita inconcludente di scenografo di una rappresentazione teatrale che, già dall’inizio, sembra non avere futuro. Lo dice la sua ammessa incapacità con le donne, che è poi il motivo per cui si domanda con tanta ansia come farà a procacciarsi del sesso, ora che è nuovamente single.
Ma Egon Loeser non è semplicemente uno dei tanti anti-eroi sbocciati a inizio Novecento: è un anti-eroe post-moderno, che ha lasciato la propria ragazza – nonché fonte di sesso assicurato (e no, Loeser non è un erotomane, è semplicemente platonicamente ossessionato dal sesso) – perché lei era troppo stupidamente ingenua per un’ottica post-moderna. Loeser lo realizza una sera, quando lei – per confortarlo dopo un’umiliazione – gli dice:

Don’t slip into the dark.

Don’t slip into the dark” è una citazione. Viene da un film americano, Scars of Desire, che – da quanto intuiamo attraverso la descrizione di Loeser – non è che la versione anni ‘30 di un melenso film romantico confezionato su misura per un pubblico affamato di emozioni e troppo pigro per essere critico. Quel genere di film, insomma, che anche oggi scatena reazioni aggressivamente ironiche, come ogni prodotto confezionato al fine di fare un guadagno facile e sicuro: la solita sbobba che (si suppone) piace sempre a una salda fetta di pubblico, senza rischiose innovazioni.
Ma il problema non è la citazione in sé. Il problema è che la ragazza ha “internalised some lazy screenwriter’s lazy offering to the point where she was no longer even vaguely conscious of its commercial origin”. Il problema, insomma, è squisitamente post-moderno, maturato dall’intellighenzia occidentale posteriormente (e a causa di?) all’epoca delle propagande dei regimi dittatoriali. Come fa Egon Loeser ad avere lo spirito critico di un epoca che non ha ancora vissuto?
Egon Loeser non crede al progresso, né alla Storia – quella, con la “S” maiuscola, che ha senso studiare perché ci parla di un cambiamento dell’umanità. Per Egon Loeser il mondo è retto da quella che chiama, in maiuscolo, “Equivalenza”: il principio per cui non c’è nessuna sensibile differenza tra nazisti e comunisti, ricchi e poveri, ieri e domani. Tutto si ripete, insomma, se si applica un’ottica a lungo termine. E allora perché Loeser dovrebbe preoccuparsi dei nazisti?
Egon Loeser è pronto a scommettere che l’ascesa di Hitler non cambierà poi di molto la sua vita, nonostante i toni eclatanti con cui alcuni suoi amici lo avvisano della pericolosità del regime che va formandosi, e in un certo senso scoprirà di aver ragione. Sarà una donna a dettare la trama del suo percorso, facendolo andare prima a Parigi e poi a Los Angeles, per tornare in Germania solo dopo la fine della guerra. La donna in questione, ironia vuole, si chiama Adele Hitler – ma è un caso, uno di quei casi che suggeriscono che la realtà, come la storia, non è governata da nessi logici, ma dal caso.
Una storia d’amore, quindi? No, neanche quello, perché Loeser non è innamorato di Adele, ma dell’idea di Adele – similmente a come è innamorato del sesso, dell’idea di essere uno sceneggiatore, di quella di essere uno scrittore, e ancora dell’idea che si fa degli scrittori che legge, per poi scoprire ogni volta, puntualmente, che i suoi sogni, sottoposti alla prova della realtà, non sono che manipolazioni della realtà che la sua mente ha arbitrariamente e solipsisticamente architettato. L’unica cosa reale, ossia tangibile, che rimane è il desiderio – ma questa è un’altra storia, una delle tante che The Teleportation Accident narra.
C’è tra tutte, la storia che dovrebbe essere più eclatante, ma che in questo romanzo non lo è: la storia del nazionalsocialismo, vista – ossia ignorata – dagli occhi di Loeser. E qui ci sarebbe molto da dire. Bisognerebbe dare un’occhiata alla letteratura sul nazionalsocialismo degli ultimi anni, e capire che sta succedendo.
Jonathan Littell, nel 2006, fa uscire Le benevole. Il protagonista è Maximilien Aue, un ufficiale delle SS che narra l’ascesa e la caduta del nazismo passando per i punti più scottanti, tra cui la Shoah. La voce parlante non è quella di un uomo qualunque – il protagonista è un ufficiale delle SS consapevole degli eventi, con una sessualità più che problematica, seguendo la poco cara vecchia formula che vuole che i cattivi in realtà siano individui problematici (specialmente sul piano sessuale) – ma la narrazione è in prima persona, e Aue non si presenta né come un sadico né come uno spietato manipolatore né come un individuo incapace di intendere e volere. Soprattutto, non è un antisemita. Chi riesce a proseguire nella lettura – perché conosco persone che lo hanno rifiutato prima di leggere 20 pagine – finisce con l’empatizzare con Aue, e a fine libro il nazismo non è più il solito male preconfezionato che viene insegnato tra i banchi di scuola.
Umberto Eco, nel 2010, fa uscire Il cimitero di Praga, libro sull’antisemitismo. Eco è Eco, e come al solito si occupa della ricostruzione della nascita di un’idea. Anche questa volta, il protagonista – questa volta antisemita – ha pesanti turbe mentali, che vengono a galla tramite il sesso. A parte ciò, Eco mette su carta l’evoluzione del sentimento antisemita con una chiarezza tale da risultare didascalico. L’idea, già conosciuta, è che chiunque può diventare antisemita, date certe condizioni – ci si domanda se la psicopatia rientri tra queste.
La psicopatia sembra fungere da postilla per chiunque scriva di Shoah: davanti a un tribunale che li accusi di simpatizzare con l’antisemitismo, Eco e Littell potranno sempre dire che “dopotutto i loro protagonisti non avevano tutte le rotelle a posto”. Intanto, però, entrambi hanno normalizzato la figura del nazista/antisemita, e non “normalizzato” nel senso teorico del termine, con scambi tra accademici in pubblicazioni lette da nessuno, ma “normalizzato” per le ampie masse, tramite la fiction, pubblicamente e con tanto di acclamazioni.
Arriviamo all’altro ieri, al 2013, quando in Italia viene pubblicato Lui è tornato di Timur Vermes. Sempre una prima persona, e in questo caso a narrare è Hitler stesso, che si risveglia – oggi – a Berlino. Non un Hitler qualunque, ma un Hitler fedelmente ricostruito da questo ex ghost-writer: lo Hitler di Vermes ha la prosa pedante dello Hitler storico, le sue idee politiche, le sue preferenze personali, e tutto quello che – accorpato assieme – ci dà una verosimile ricostruzione del Führer: dall’antisemitismo all’ambientalismo, dai megalomani piani di conquista all’animalismo. Pur considerando che questo non è Hitler, ma la rappresentazione di Hitler fatta da Vermes, qui non si tratta più di domandarsi come fosse un verosimile individuo durante il nazionalsocialismo, l’individuo comune o quello patologico: qui c’è Hitler. Ed è uno Hitler che smaschera le contraddizioni della moderna democrazia, che redige un programma politico, aggiornato a oggi, che non sembra poi tanto male, in quanto contiene le stesse linee guida di programmi politici attualmente esistenti.
E, infine, arriviamo a oggi, a Egon Loeser che vive nel nazismo eppure riesce benissimo a vivere a prescindere dal nazismo. E non c’è bisogno di forzature per estromettere il nazismo dalla sua vita. La sua non è una lotta solipsista per ignorare deliberatamente e vivere quindi in pace. Semplicemente, gli eventi che gli accadono attorno non lo interessano, e si confondono sullo sfondo. Per aggiungere la beffa al danno, quando Loeser va negli Stati Uniti si ritrova a essere ebreo – non che lo sia, né vuole diventarlo, né lo fa per tutelare gli ebrei tedeschi rimasti in patria. Lo diventa un po’ per caso un po’ per opportunismo, ma solo poco, perché neanche in questa parte del libro le questioni nazista e antisemita smettono di essere periferiche. Anzi, ogni tentativo da parte della realtà di coinvolgerlo in quelle che percepisce come faccende politiche, senza distinzione di gravità, lo infastidisce. Così, quando riceve lettere da un amico ebreo residente a Berlino che gli narra in diretta il crescere dell’antisemitismo, Loeser comincia a leggerle per poi cestinarle, puntualmente, in quel tutto contemporaneo miscuglio di noia e fastidio.
Ma, come Loeser dice a inizio libro, Hitler non cambierà la sua vita in modo sostanziale, né coerentemente cambia la rotta del romanzo, in cui il nazionalsocialismo è un evento contingente tra tanti eventi contingenti. Per dimostrarlo, il romanzo ha quattro finali, e solo in uno il nazionalsocialismo sembra avere lasciato qualche traccia: quello in cui Loeser, a fine guerra, decide di occuparsi della questione del trasporto dei deportati ebrei durante il regime nazista. Non che gli interessino gli ebrei in sé, ma piuttosto il trasporto di grandi masse di persone – e quello degli ebrei è solo un caso tra tanti.
Il filo rosso del romanzo risiede nel titolo, in quel congegno di teletrasporto a cui lavorò Lavicini nel Seicento, a cui lavora Loeser oggi, a cui lavora uno scienziato coevo di Loeser. Nei primi due casi i congegni sono ad uso teatrale, nel terzo si tratta di una vera e propria macchina per il teletrasporto – ma la differenza, quando si guarda a questi casi dall’alto, sembra minima, come minimo si fa il confine tra teletrasporto e trasporto, tra il problema di costruire un sistema di trasporti a Los Angeles e quello di spostare milioni di individui sul suolo europeo. È l’Equivalenza a ridurre i confini concettuali:

All those people [ebrei], killed in transit – killed by the weight of their own bodies, in a sense, because the heavier they were, the more fuel the engine would burn, so because they’ve been starving for months they’d have a few more minutes to live – an equation about calories and masses, like all the rest of history…

Rimane un’ultima equivalenza da fare, quella tra spostamenti nello spazio e spostamenti nel tempo, e a quanto questo confine sia labile nei mondi creati da Beauman.

Ned Beauman è nato nel 1985 a Londra, e attualmente vive a New York. Ha scritto per Dazed & Confused, AnOther e per il Guardian. Il suo primo romanzo, Pugni svastiche scarabei, è stato finalista del First Book Award del Guardian e del Desmond Elliot Prize, e ha vinto il Writers’ Guild Award for Best Fiction Book e il Goldberg Prize for Outstanding Debut Fiction. Ned Beauman è stato inserito da The Culture Show tra i 12 Migliori nuovi scrittori inglesi nel 2011.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.


<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: