La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
Ambientato tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1941, il romanzo si pone cronologicamente tra Lumen e Il cielo di stagno facendo luce sulla “vacanza” cretese che Bora si prese poco prima dell’invasione nazista dell’ Unione Sovietica, che sciolse di fatto il patto Ribbentrop-Molotov e diede il via all’ Unternehmen Barbarossa. (Operazione suicida con il senno di poi, ma già la storia aveva dato le sue lezioni, pensiamo solo a Napoleone).
Bora si trova a Mosca al seguito della delegazione diplomatica tedesca, quando riceve da Berija in persona il compito di recarsi a Creta, appena conquistata dai tedeschi, e sottratta agli inglesi, per procurarsi alcune casse di Dafni e Mandilaria, due pregiati vini cretesi da sfoggiare nei ricevimenti da ambasciata, anche se la richiesta più che altro poteva suonare come un memento, che il capo dell’NKVD poteva tutto, disponendo a piacimento della vita delle persone fossero anche state ufficiali tedeschi trasformati in suoi servitori.
Bora accetta l’incarico (non che abbia scelta) con una certa irritazione, ma quando si trova sotto l’accecante sole di Creta scopre suo malgrado che un altro incarico l’attende. Una strage di civili avvenuta in una villa poco lontano da Iraklion, sulla costa settentrionale di Creta, sembra avere ripercussioni quantomeno inquietanti. La vittima principale era un cittadino svizzero, (per cui l’incidente diplomatico con un paese neutrale non è una prospettiva tanto remota), per giunta membro dell’associazione Ahnenerbe di Himmler. Presunti colpevoli, un gruppo di paracadutisti tedeschi, che alcune foto, reperite in modo avventuroso, collocano sul luogo della strage al momento in cui fu perpetrata. Chiamato in causa, l’Ufficio Crimini di Guerra, onde evitare l’intervento della Croce Rossa Internazionale, e pure la curiosità di Himmler, incarica Bora di indagare sul caso, e possibilmente discolpare i paracadutisti coinvolti.
Aiutato dal commissario di polizia greco Vairon Kostaridis, personaggio solo apparentemente buffo, che riserverà parecchie sorprese, e da una recalcitrante archeologa americana, Frances L. Allen, “costretta” ad accompagnarlo all’interno delle isola sulle tracce di un testimone della strage, Bora dipanerà un’intricatissima matassa, illuminato da una singola parola, “prestigio”, causa di un suo litigio quando aveva solo dodici anni, che in realtà fa emergere nella sua coscienza (oltre all’intuizione risolutiva per la soluzione del caso) i germi di un’inquietudine che maturerà negli anni successivi. La coscienza del divario tra la sua Germania, alla quale si sente fedele e lealmente ne persegue gli interessi, e la Germania nazista, in mano a uomini nuovi come “Waldo” Preger, il ragazzino con cui si era accapigliato e che ora ritrova come capitano dei paracadutisti.
La strada per Itaca, si pone quindi come un romanzo di passaggio, dalle forti valenze psicologiche, capace di far luce sull’animo complesso e tormentato di Bora, novello Ulisse, (è l’omonimo romanzo di Joyce che si porta dietro tra i suoi pochi effetti personali assieme all’immancabile diario), sulla via di casa. Forse l’eccessiva complessità, rende la lettura meno scorrevole di altre letture, ma la bellezza della scrittura della Pastor, mai banale, mai scontata, dalle forti valenze letterarie, rende il testo ricco di fascino. La ricostruzione storica come sempre è accurata, e ricca di aneddoti e apparizioni (pensiamo solo allo scrittore americano Erskine Caldwell) e ci riporta al periodo della Seconda Guerra Mondiale, ancora controverso, ancora poco approfondito.
La Pastor sceglie di parlarci della storia, (l’aspetto investigativo è solo una sfumatura della narrazione, forse nemmeno quella più rilevante) dal punto di vista di un perdente, un ufficiale tedesco della Germania nazista (sebbene definirlo lui stesso nazista è sicuramente impreciso), e i rischi di questa scelta sono numerosi. Consideriamo solo l’apparente scarso coinvolgimento emotivo del personaggio per una strage di civili, difficile da considerare positivo per una sensibilità moderna. O l’accettare l’inganno (anche crudele) ai danni dell’archeologa americana, come naturale e giustificabile. (L’astuzia di Ulisse).
Ciò non toglie che un personaggio più noir di così è difficile immaginarlo e forse proprio questo rende la lettura una sfida. La mentalità, la concezione del suo stato sociale, i suoi ideali, la sua educazione, sono ricostruiti in modo degno di ammirazione, anche quando si contrappongono ai corrispettivi moderni. Martin Bora è un uomo del suo tempo, con limiti ed eroismi, e questa umanizzazione del personaggio è sicuramente la parte più riuscita del romanzo e dell’intera serie.
Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).
Con questa raccolta di sette racconti dal sapore autobiografico (La signora melograno, Ed. Calabuig, traduzione dal persiano di Anna Vanzan), Goli Taraghi ci guida in un viaggio sul filo della memoria, tra Parigi e Tehran, raccontandoci storie di esilio, lontananza, straniamento: piccole vicende quotidiane, mai banali, storie di vite “sospese” tra presente e passato.
La Napoli sotterranea e la popolazione che la anima sono i protagonisti di La letteratura Tamil a Napoli, il romanzo di Alessio Arena edito da Neri Pozza. Per la precisione chi vive nel ventre di Napoli sono i membri della comunità Tamil, arrivati in Italia dallo Sri Lanka, dopo l’uccisione, da parte delle forze governative, di Velupillai Prabhakaran la loro guida nella lotta tra tamil e singalesi. Arrivati nel capoluogo partenopeo nei primi anni Novanta, in venti anni la comunità Tamil ha formato nel sottosuolo la società segreta chiamata “Accademia dei sotterranei”. Questo gruppo è attivo nella riproduzione di opere letterarie napo-tamil e di tutti quei testi che vennero bruciati nella biblioteca di Jafna, durante gli scontri tra Tamil e Singalesi. Il giovane Bibberò, -che ha origini Tamil, ma si è perfettamente integrato nella cultura napoletana- è colui che guida il lettore dentro ai meandri di questo mondo nascosto nel quale si produce cultura e dove i veri personaggi progettano di farsi saltare in aria per far conoscere al mondo la tragica causa di Tamil Eelam. Il mondo narrato da Alessio Arena sembra una dimensione visionaria, fuori dalla realtà, poi però più ci si addentra nel mondo narrativo, più ci si accorge che tutti i personaggi in lotta per la causa Tamil agiscono in difesa e in funzione della salvaguardia della loro cultura originaria. Le voci narranti in Letteratura Tamil a Napoli sono due, ma in verità i protagonisti della storia di Alessio Arena sono molti di più, perché sono un’intera comunità di una minoranza etnica che non solo vive a Napoli, ma che con la città si è quasi perfettamente fusa. La mescolanza tra mondi e culture diverse non è solo data da unioni e relazioni interpersonali. A sancire questi legami si presentano per esempio i volantini attaccati ai muri dove il napoletano si mescola alla lingua Tamil, o ancora, seguendo i diversi personaggi tra le viuzze di Napoli ci si accorge di come le tipiche immagini religiose cristiane si siano fuse con quelle della religione indù per dare vita a madonne con proboscidi e code di elefante, patroni nati dalla fusione di Buddha e San Gennaro. Ogni capitolo è introdotto da una delle diverse reincarnazioni di Visnu alle quali i personaggi della storia sento di appartenere nel momento narrativo in cui agiscono, e ognuna di essa rappresenta i miti e i temi legati alla divinità che assumono il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. Letteratura Tamil a Napoli di Alessio Arena è un vero e proprio romanzo corale nel quale i personaggi si muovono tra il profondo attaccamento alle proprie radici culturali e la voglia di confrontarsi e fondersi con una cultura nuova (quella napoletana), per certi aspetti diversa, ma per molti altri (in particolare la sofferenza e la voglia di riscatto) uguale.
La letteratura per ragazzi è uno dei settori più stimolanti e interessanti, con alcune sorprese e non solo mode da seguire e nuovi nomi che si affacciano con proposte. Come la Runa editrice di Villafranca Padovana, che inaugura la collana in tema Apprendisti lettori con Nero di Angela di Bartolo, illustrato da Gianmaria Bozzolan.
Bentornato Piergiorgio su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista, dopo l’ultima concessaci nel luglio del 2012. Un po’ le cose sono cambiate da allora. Vivi a Londra mi pare? Come ti trovi all’estero?
Nella New York dove giungono gli echi della Guerra civile americana (1861-1865) e della conquista dell’Ovest vive nei bassifondi la piccola Annie, di origini irlandese, una delle tante quasi orfane con famiglie allo sbando. Ma un destino diverso è in agguato per lei: dopo varie peripezie, Annie va a servizio a casa del dottore e dottoressa Evans, specializzati in medicina per le donne, e impara il mestiere di ostetrica, che eserciterà arricchendosi ma scontrandosi anche con pregiudizi e limitazioni di leggi che, ancora più di oggi, erano fatte dagli uomini contro le donne.
John e Abigail sono i simpatici gemelli Templeton, figli di un padre inventore, neoassunto dalla Tapas (Teatral Accademia di palcoscenico e altre scienze) per inventare un marchingegno geniale in grado di salvare la scuola dal fallimento. John è un geniale batterista, Abigail invece è un asso nella risoluzione di cruciverba con definizioni fatte da crittogrammi. La loro vita sembra trascorrere al meglio tra compiti; incontri con simpatici e strampalati baby sitter che non leggono libri, perché non hanno occhiali adatti; fascinose insegnanti di teatro e le prove dello spettacolo teatrale orchestrato per salvare l’accademia. Tutto si complica quando sulla scena irrompono altri due gemelli – i guastafeste Dan D. Dan e Don D. Dann -, che non solo tenteranno di rapire Cassie, la cagnolina dei gemelli Templeton, ma cercheranno di derubare il professor Templeton della sua geniale invenzione per rovinare lui e la scuola. Abigail e John, scoperto l’imminente pericolo, daranno sfoggio a tutta la loro estrosa intelligenza e furbizia per fermare gli squattrinati gemelli D. Dann. I gemelli Templeton danno spettacolo è un avventuroso libro per ragazzi, ricco di suspense e di colpi di scena, poi c’è quell’intrigante narratore che appena può si rivolge direttamente al piccolo lettore per renderlo partecipe delle mirabolanti avventure dei gemelli Templeton. Dai 10 anni in su.
Tra gli autori di teatro di tutti i tempi, William Shakespeare ha senz’altro una posizione predominante di interesse, ed è stato celebrato in film e romanzi, raccontando la storia della sua vita di cui si sa molto poco e infatti c’è chi ha messo anche in dubbio la sua esistenza, creando un suo alter ego possibile e reale in una delle tante possibilità offerte da un personaggio di cui si conoscono benissimo le opere ma poco il vissuto reale.
Mio padre si chiamava Nicola Quartullo.
E pare che stanotte sia capitato di tutto, in città
Libro inchiesta che riporta un’attenta analisi fin troppo realistica del futuro del nostro pianeta.
Il mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un viaggio nella vita di una giovane donna turca emigrata in Svizzera. Qui, la ragazza, lasciata sola dal fidanzato, trascorre le sue serate nei caffè che animano la Città Vecchia di Ginevra. Il pellegrinare tra le viuzze del centro abitato e il frequentare i locali del posto, permetteranno alla giovane protagonista di scrivere memorie della propria vita. Allo stesso tempo, la sua mente e il suo animo saranno portati a compiere una riflessione sulla gioventù che la circonda, traendo conclusioni dolorose. Accanto alla storia della protagonista principale, si innestano altri brevi racconti che, come cartoline arrivate da lontano, narrano vicende di donne e uomini che non hanno avuto una facile esistenza. Gli esseri umani descritti dalla Erdoğan sono persone afflitte dal dolore, più che fisico, emotivo; da menomazioni e incompatibilità caratteriali e culturali che hanno ostacolato, e ostacolano, le relazioni interpersonali dei diversi protagonisti. La protagonista del primo racconto (Nel vuoto dell’occhio perduto) è una ragazza di nazionalità turca, con un occhio solo, che vive a Ginevra e le sue origini etniche, unite all’imperfezione fisica, pregiudicano l’approccio che gli altri hanno nei suoi confronti. Altro personaggio interessante è l’uomo originario della Turchia che dopo anni di lontananza torna nel suo paese d’origine dove, vedendo i luoghi di un tempo, ripensa allo sfacelo del proprio matrimonio. Tante sono le storie presenti ne Il mandarino meraviglioso, come tanti sono i personaggi che in esso vivono, messi a dura prova dalle esperienze della vita quotidiana. Ciò che accumuna queste donne e uomini, più e meno giovani, è il continuo pellegrinare fisico e psicologico dell’io, sempre alla ricerca di traguardi e mete da raggiungere, anche quando l’obiettivo a cui arrivare non è ben chiaro. Il libro della Erdoğan è una romanzo sulla forza del ricordo, sull’importanza che ha il mantenere vivo l’attaccamento alle proprie origini. Queste ultime sono le radici che hanno dato la vita ai protagonisti di questa storia e sono, in un certo senso e per alcuni di loro, la linfa vitale che li spinge ad affrontare ogni imprevisto della quotidianità e del destino. Altri temi trattati dall’autrice sono l’emigrazione e il senso di spaesamento che spesso da essa ne deriva. Una sensazione che ostacola i personaggi nel loro tentativo di farsi accettare dalla nuova società nella quale sono andati a vivere. Il fatto è che la difficoltà di farsi accogliere dagli altri non sembra essere un tratto comune solo a coloro che arrivano in una terra nuova. Il sentirsi fuori posto e inadatti ad un ambiente, a volte, travolge anche coloro che tornano nel posto dove sono nati, proprio come avviene nel racconto di chiusura Un visitatore dal paese del passato. Il mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un insieme di storie di emigrazione, di identità perse e ritrovate e di chi, come l’autrice stessa, ha vissuto e conosciuto città e culture diverse. Traduzione di Giulia Ansaldo.
























