:: La strada per Itaca, Ben Pastor, (Sellerio, 2014) a cura di Giulietta Iannone

25 dicembre 2014 by

4717-3La strada per Itaca, (The Road to Ithaca, 2014), edito da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito, è il nono romanzo dedicato da Ben Pastor al personaggio di Martin Bora, capitano della Wehrmacht, prestato all’Abwehr, il servizio di controspionaggio tedesco.
Ambientato tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1941, il romanzo si pone cronologicamente tra Lumen e Il cielo di stagno facendo luce sulla “vacanza” cretese che Bora si prese poco prima dell’invasione nazista dell’ Unione Sovietica, che sciolse di fatto il patto Ribbentrop-Molotov e diede il via all’ Unternehmen Barbarossa. (Operazione suicida con il senno di poi, ma già la storia aveva dato le sue lezioni, pensiamo solo a Napoleone).
Bora si trova a Mosca al seguito della delegazione diplomatica tedesca, quando riceve da Berija in persona il compito di recarsi a Creta, appena conquistata dai tedeschi, e sottratta agli inglesi, per procurarsi alcune casse di Dafni e Mandilaria, due pregiati vini cretesi da sfoggiare nei ricevimenti da ambasciata, anche se la richiesta più che altro poteva suonare come un memento, che il capo dell’NKVD poteva tutto, disponendo a piacimento della vita delle persone fossero anche state ufficiali tedeschi trasformati in suoi servitori.
Bora accetta l’incarico (non che abbia scelta) con una certa irritazione, ma quando si trova sotto l’accecante sole di Creta scopre suo malgrado che un altro incarico l’attende. Una strage di civili avvenuta in una villa poco lontano da Iraklion, sulla costa settentrionale di Creta, sembra avere ripercussioni quantomeno inquietanti. La vittima principale era un cittadino svizzero, (per cui l’incidente diplomatico con un paese neutrale non è una prospettiva tanto remota), per giunta membro dell’associazione Ahnenerbe di Himmler. Presunti colpevoli, un gruppo di paracadutisti tedeschi, che alcune foto, reperite in modo avventuroso, collocano sul luogo della strage al momento in cui fu perpetrata. Chiamato in causa, l’Ufficio Crimini di Guerra, onde evitare l’intervento della Croce Rossa Internazionale, e pure la curiosità di Himmler, incarica Bora di indagare sul caso, e possibilmente discolpare i paracadutisti coinvolti.
Aiutato dal commissario di polizia greco Vairon Kostaridis, personaggio solo apparentemente buffo, che riserverà parecchie sorprese, e da una recalcitrante archeologa americana, Frances L. Allen, “costretta” ad accompagnarlo all’interno delle isola sulle tracce di un testimone della strage, Bora dipanerà un’intricatissima matassa, illuminato da una singola parola, “prestigio”, causa di un suo litigio quando aveva solo dodici anni, che in realtà fa emergere nella sua coscienza (oltre all’intuizione risolutiva per la soluzione del caso) i germi di un’inquietudine che maturerà negli anni successivi. La coscienza del divario tra la sua Germania, alla quale si sente fedele e lealmente ne persegue gli interessi, e la Germania nazista, in mano a uomini nuovi come “Waldo” Preger, il ragazzino con cui si era accapigliato e che ora ritrova come capitano dei paracadutisti.
La strada per Itaca, si pone quindi come un romanzo di passaggio, dalle forti valenze psicologiche, capace di far luce sull’animo complesso e tormentato di Bora, novello Ulisse, (è l’omonimo romanzo di Joyce che si porta dietro tra i suoi pochi effetti personali assieme all’immancabile diario), sulla via di casa. Forse l’eccessiva complessità, rende la lettura meno scorrevole di altre letture, ma la bellezza della scrittura della Pastor, mai banale, mai scontata, dalle forti valenze letterarie, rende il testo ricco di fascino. La ricostruzione storica come sempre è accurata, e ricca di aneddoti e apparizioni (pensiamo solo allo scrittore americano Erskine Caldwell) e ci riporta al periodo della Seconda Guerra Mondiale, ancora controverso, ancora poco approfondito.
La Pastor sceglie di parlarci della storia, (l’aspetto investigativo è solo una sfumatura della narrazione, forse nemmeno quella più rilevante) dal punto di vista di un perdente, un ufficiale tedesco della Germania nazista (sebbene definirlo lui stesso nazista è sicuramente impreciso), e i rischi di questa scelta sono numerosi. Consideriamo solo l’apparente scarso coinvolgimento emotivo del personaggio per una strage di civili, difficile da considerare positivo per una sensibilità moderna. O l’accettare l’inganno (anche crudele) ai danni dell’archeologa americana, come naturale e giustificabile. (L’astuzia di Ulisse).
Ciò non toglie che un personaggio più noir di così è difficile immaginarlo e forse proprio questo rende la lettura una sfida. La mentalità, la concezione del suo stato sociale, i suoi ideali, la sua educazione, sono ricostruiti in modo degno di ammirazione, anche quando si contrappongono ai corrispettivi moderni. Martin Bora è un uomo del suo tempo, con limiti ed eroismi, e questa umanizzazione del personaggio è sicuramente la parte più riuscita del romanzo e dell’intera serie.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

:: Mediorientarsi: La signora melograno, Goli Taraghi, (Ed. Calabuig, 2014) a cura di Matilde Zubani

25 dicembre 2014 by

Cover_SignoraMelograno1-253x300Con questa raccolta di sette racconti dal sapore autobiografico (La signora melograno, Ed. Calabuig, traduzione dal persiano di Anna Vanzan), Goli Taraghi ci guida in un viaggio sul filo della memoria, tra Parigi e Tehran, raccontandoci storie di esilio, lontananza, straniamento: piccole vicende quotidiane, mai banali, storie di vite “sospese” tra presente e passato.
Il mio racconto preferito (che poi è anche quello più famoso) è senz’altro La signora melograno, che dà il nome all’intera raccolta. Il setting è quello dell’aeroporto, metafora di quel limbo tra il paese vecchio e il nuovo, dove l’autrice incontra l’anziana signora Anar (letteralmente “melograno”) che ha lasciato per la prima volta il suo villaggio di campagna per raggiungere gli amati figli, emigrati ormai da anni in Svezia. Quello di Anar è un vero e proprio “viaggio della speranza”: paure, aspettative e illusioni si mescolano alle difficoltà materiali e fisiche di un’arzilla vecchietta semianalfabeta che si scontra con una modernità ostile quanto incomprensibile.
Molto interessante, seppur dal retrogusto più amaro, anche il racconto intitolato Madame Lupo, ambientato a Parigi dove l’io narrante (anche in questo caso femminile) e i figli trovano scampo dai bombardamenti dell’aviazione irachena su Teheran. C’è qui una riflessione sull’ansia e la frustrazione dell’emigrante che si trova a fare i conti con il suo orgoglio ferito dall’emarginazione in cui è costretto a vivere, dal sospetto con cui viene guardato. Quell’orgoglio “che ci è stato installato 2500 anni fa e ci fa guardare dall’alto, con distacco, gli accadimenti della civiltà e ogni cambiamento, protetti dalla convinzione che noi, eredi di Ciro e Dario, anche nei momenti di decadenza e rovina, siamo comunque superiori a tutti gli altri”.
Cresciuta a Tehran in una famiglia agiata e colta, Goli Taraghi lascia l’Iran nel 1978, quando la Rivoluzione Islamica irrompe nella sua vita costringendola a cercare rifugio all’estero. In questo spazio, geografico-temporale, si muovono i suoi personaggi: uomini e donne apparentemente stanchi e malinconici, ma mai sconfitti. Dalle pagine trapelano i complicati rapporti della scrittrice con il suo paese d’origine e con quello che l’ha accolta, impazienza e tenerezza si alternano sottolineando di volta in volta l’amarezza e l’ironia.
Lo stile è scorrevole, il ritmo culla piacevolmente il lettore, merito forse anche della traduzione che Anna Vanzan, iranista e islamologa, ha fatto direttamente dal persiano (cosa rara!). Da questi racconti emerge un’eterna testimonianza di vitalità dal valore universale, che sopravvive agli eventi più imprevedibili e drammatici, mentre il viaggio non è più solo tra Oriente ed Occidente, ma è dentro ognuno di noi.
Consigliato a chi si sente “geograficamente in sospeso” e a chiunque sia curioso di scoprire di più sulla diaspora iraniana attraverso osservazioni accorte e sensibili.

Diaspora iraniana – La rivoluzione iraniana del 1979, che porta alla caduta dello Shah e al rientro dell’Ayatollah Khomeini dall’esilio a Parigi, coincide con l’esodo di circa cinque milioni di iraniani. I primi a lasciare il paese sono coloro che erano stati i più vicini allo Shah – comandanti delle forze armate e personale amministrativo – che si considerano minacciati dal nuovo regime. La situazione precipita quando l’Iraq dichiara guerra all’Iran: in molti fuggono per salvarsi dai bombardamenti e dalla miseria. A partire dalla rivoluzione khomeinista, è comunque soprattutto la repressione politica e sociale ad alimentare l’emigrazione: leggi che limitano la libertà individuale (diritti delle donne, censura, diritti politici) spingono un numero crescente di iraniani, tra cui diversi intellettuali, a lasciare il paese. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, tra i paesi in via di sviluppo, l’Iran è quello in cui l’emorragia di risorse intellettuali è più forte. Oggi sono gli Stati Uniti ad ospitare il maggior numero di iraniani al di fuori dell’Iran: tra il 1980 e il 1990 la percentuale è aumentata del 75% e si stima che oggi siano circa 5-600.000. L’area metropolitana con maggiore concentrazione di immigrati iraniani è la città di Los Angeles che per questo motivo viene soprannominata “Tehrangeles”.

:: La letteratura Tamil a Napoli, Alessio Arena, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

24 dicembre 2014 by

Arena e CoverLa Napoli sotterranea e la popolazione che la anima sono i protagonisti di La letteratura Tamil a Napoli, il romanzo di Alessio Arena edito da Neri Pozza. Per la precisione chi vive nel ventre di Napoli sono i membri della comunità Tamil, arrivati in Italia dallo Sri Lanka, dopo l’uccisione, da parte delle forze governative, di Velupillai Prabhakaran la loro guida nella lotta tra tamil e singalesi. Arrivati nel capoluogo partenopeo nei primi anni Novanta, in venti anni la comunità Tamil ha formato nel sottosuolo la società segreta chiamata “Accademia dei sotterranei”. Questo gruppo è attivo nella riproduzione di opere letterarie napo-tamil e di tutti quei testi che vennero bruciati nella biblioteca di Jafna, durante gli scontri tra Tamil e Singalesi. Il giovane Bibberò, -che ha origini Tamil, ma si è perfettamente integrato nella cultura napoletana- è colui che guida il lettore dentro ai meandri di questo mondo nascosto nel quale si produce cultura e dove i veri personaggi progettano di farsi saltare in aria per far conoscere al mondo la tragica causa di Tamil Eelam. Il mondo narrato da Alessio Arena sembra una dimensione visionaria, fuori dalla realtà, poi però più ci si addentra nel mondo narrativo, più ci si accorge che tutti i personaggi in lotta per la causa Tamil agiscono in difesa e in funzione della salvaguardia della loro cultura originaria. Le voci narranti in Letteratura Tamil a Napoli sono due, ma in verità i protagonisti della storia di Alessio Arena sono molti di più, perché sono un’intera comunità di una minoranza etnica che non solo vive a Napoli, ma che con la città si è quasi perfettamente fusa. La mescolanza tra mondi e culture diverse non è solo data da unioni e relazioni interpersonali. A sancire questi legami si presentano per esempio i volantini attaccati ai muri dove il napoletano si mescola alla lingua Tamil, o ancora, seguendo i diversi personaggi tra le viuzze di Napoli ci si accorge di come le tipiche immagini religiose cristiane si siano fuse con quelle della religione indù per dare vita a madonne con proboscidi e code di elefante, patroni nati dalla fusione di Buddha e San Gennaro. Ogni capitolo è introdotto da una delle diverse reincarnazioni di Visnu alle quali i personaggi della storia sento di appartenere nel momento narrativo in cui agiscono, e ognuna di essa rappresenta i miti e i temi legati alla divinità che assumono il valore dell’universalità e per tale ragione riguardano tutti gli uomini. Letteratura Tamil a Napoli di Alessio Arena è un vero e proprio romanzo corale nel quale i personaggi si muovono tra il profondo attaccamento alle proprie radici culturali e la voglia di confrontarsi e fondersi con una cultura nuova (quella napoletana), per certi aspetti diversa, ma per molti altri (in particolare la sofferenza e la voglia di riscatto) uguale.

Alessio Arena, nato a Napoli nel 1984, è scrittore e cantautore. Ha vinto la XXIV edizione di Musicultura, Festival della canzone popolare e d’autore, e il premio A.F.I. al miglio progetto discografico. All’inizio del 2014 ha pubblicato il primo album plurilingue Bestiari(o) familiar(e), inciso tra Napoli e Barcellona. Scrive testi per il teatro e ah pubblicato due romanzi L’infanzia della cose (premio Giuseppe Giusti Opera Prima) e Il mio cuore è un mandarino acerbo.

:: Nero, Angela Di Bartolo, (Runa editrice, 2014) a cura di Elena Romanello

23 dicembre 2014 by

neroLa letteratura per ragazzi è uno dei settori più stimolanti e interessanti, con alcune sorprese e non solo mode da seguire e nuovi nomi che si affacciano con proposte. Come la Runa editrice di Villafranca Padovana, che inaugura la collana in tema Apprendisti lettori con Nero di Angela di Bartolo, illustrato da Gianmaria Bozzolan.
Nero è un gatto del colore del suo nome, ed è una specie di star nella Città eterna, visto che ogni giorno, da tre anni, prende il trenino da Centocelle al centro di Roma e dopo un po’ torna a casa. Un giorno Nero sparisce e il suo proprietario offre una ricompensa di mille euro a chi glielo riporta, suscitando l’interesse di due compagni di scuola, due ragazzini di borgata, Matteo e Ahmed che si mettono alla sua ricerca, attirati da quello che potrebbero fare con quei soldi.
I due, che all’inizio non si sopportano granché, cominciano un’avventura tra le strade di Roma, sulle tracce del gatto ma anche del passato della città, tra rovine e incontri a sorpresa, scoprendo la verità dietro al ruolo di Nero e del suo padrone di casa, e imparando a conoscersi e ad essere amici, superando la diffidenza reciproca.
Si dice che almeno le storie per i più piccoli devono essere educative, ma questo non vuol dire che devono essere retoriche e ridondanti. Angela di Bartolo, appassionata di archeologia, erudisce innanzitutto i più giovani e non solo loro sulla storia e le bellezze di Roma, ma tra le righe racconta anche di integrazione e di lotta al razzismo, facendo vedere come due giovanissimi, nati in Paesi diversi, possono alla fine scoprire di avere molte più cose in comune. Un tema quanto mai attuale oggi, e i pregiudizi vengono superati essendo coinvolti in un progetto insieme, che porterà nuovi sogni e aspirazioni a questi due amici per caso e forse per sempre.
Nero è una storia per ragazzi con echi delle vecchie storie per ragazzi, quelle che ricordano bene chi era ragazzino negli anni Settanta e Ottanta, con avventure in giro per la città e non chiusi davanti al pc, ed è per questo che può piacere anche a chi non è più piccolissimo e può essere una storia che unisce più generazioni, i bambini di ieri che giravano per le città e quelli di oggi che sono soli davanti ad uno schermo.
Il gatto Nero è il grande protagonista, il personaggio che crea tutti questi cambiamenti, e che simboleggia l’amore per gli animali disinteressato e che alla fine risulta vincente, e questo senza anticipare i colpi di scena finali della storia e la fine di quest’avventura.
Nero è un libro interessante e nuovo, una favola che a tratti profuma d’antico ma parla dell’oggi, una storia per gattofili e per chi cerca la sua strada o ricorda quando la cercava, una manciata di pagine che si leggono con piacere. Un buon inizio per la collana Apprendisti lettori, che vuole creare nuovi amanti della carta stampata.

Angela Di Bartolo è nata a Bologna dove vive tuttora. Laureata in Scienze Politiche, lavora presso il suo Comune come Assistente Sociale. Le sue passioni, oltre alla letteratura, sono il giardinaggio, la storia e l’archeologia.
Negli ultimi anni ha partecipato con successo a concorsi per racconti di genere fantastico, fra i quali il Premio Sentiero dei Draghi con Ottobre (poi pubblicato nell’antologia Il Ritorno, ed. Lulu, 2008), il Trofeo RiLL con Ponti (uscito in Cronache da Mondi Incantati, ed. Nexus, 2009), SFIDA con Relitti (in Riflessi di Mondi Incantati, ed. Giochi Uniti, 2010), Nostos (ne Il Carnevale dell’Uomo Cervo e altri racconti, ed. Wild Boar, 2012) e La conquista (in Perchè nulla vada perduto e altri racconti, 2013). Il racconto Proxima è stata pubblicato da Ciesse Edizioni nell’antologia Favole della Mezzanotte, 2011, a cura di Stefano Pastor. Ha pubblicato nel 2014 con Runa Editrice Per altri sentieri, antologia di racconti fantastici.

:: Un’intervista con Piergiorgio Pulixi a cura di Giulietta Iannone

22 dicembre 2014 by

appuntamentoBentornato Piergiorgio su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista, dopo l’ultima concessaci nel luglio del 2012. Un po’ le cose sono cambiate da allora. Vivi a Londra mi pare? Come ti trovi all’estero?

Ciao Giulia, è un piacere essere di nuovo qui. Mi trovo molto bene. Hai sempre la sensazione di essere al centro del mondo, e la città pulsa di energia giorno e notte. E sicuramente un luogo speciale per me.

E’ uscito da poco un tuo breve romanzo per EO, L’appuntamento. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

L’idea è nata da diverse scintille. Una sicuramente è stata l’aver visto una sera che sono andato a cena fuori una donna sola al tavolo di un ristorante: dalle sue espressioni, dai suoi sguardi, dai suoi tic nervosi, era chiaro che stesse aspettando qualcuno. Io ho iniziato a mangiare, primo, secondo… ma lei era sempre sola, e il suo appuntamento non arrivava. Dolce, caffè, ammazzacaffè… e lei sempre sola. Alla fine, quando me ne sono andato, lei stava ancora aspettando. “Chi?” mi chiesi, “e perché non ti arrendi all’idea che ti ha dato buca?” da lì la mia mente ha iniziato a lavorare alla storia… perché effettivamente forse non stava aspettando ma era costretta ad aspettare.

In questo libro tratti temi di stretta attualità: l’usura, la sicurezza informatica, la violazione della privacy. Che riflessioni pensi farà un tuo ipotetico lettore una volta chiuso il libro? C’è qualche messaggio che hai voluto trasmettere?

Penso di sì. Io volevo soltanto far riflettere il lettore sul fatto che ormai gran parte delle nostre vite è sul web, e tutti noi abbiamo ormai un’identità reale e un’identità virtuale, e abbiamo consapevolezza di quali siano i limiti di entrambi. Però in qualche modo quando stiamo davanti al pc questi limiti si sfumano fino a confonderci, non per noi, ma per chi ci osserva… Mi spiego meglio: lo schermo che abbiamo davanti è come se fosse un vetro come quelli a specchio nelle stanze per interrogatori della polizia: tu vedi riflesso te stesso, ma in realtà dall’altra parte c’è qualcuno che ti guarda, ti osserva, e ti giudica. Internet è un po’ così: quando noi postiamo su FB, mitragliamo tweet, etc, dall’altra parte c’è qualcuno che ci giudica sulla base della nostra “identità virtuale” che percepisce come una summa tra quella reale e quella che invece reale non è. Ciò è sicuramente affascinante, ma anche molto pericoloso.

La prima parte è decisamente spiazzante. Un uomo e una donna ad un tavolo di un ristorante, intenti a combattere una piccola guerra fatta di umiliazioni, e offese. Mi sono sentita a disagio anche solo leggendo quelle pagine. Da pochi giorni si è svolta la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, in che misura secondo te le violenze psicologiche sono diffuse nel tessuto sociale? Sono altrettanto devastanti quanto le violenze fisiche?

Secondo me sì. Viene data a questo tipo di violenza un’attenzione minore, nonostante – a mio parere – sia un tipo di violenza molto più diffusa, soprattutto in ambiente lavorativo. Tutti noi siamo bombardati soprattutto a livello mediatico da un tipo di violenza molto materiale, morti, omicidi, torture, etc. Molta di questa violenza appariscente e splatter va addebitata a noi romanzieri, agli sceneggiatori e ai creatori di videogiochi, e in qualche modo ormai siamo tutti assuefatti al sangue, alle botte, e così via (nonostante non ci si dovrebbe mai abituare alla violenza, di qualsiasi genere sia); la violenza psicologica, quella fatta di umiliazioni, spersonalizzazione, processi di de umanizzazione, è dilagata in seguito alla crisi economica che ha avuto grosse ricadute anche a livello sociale e personale, ma soprattutto, ripeto, a livello lavorativo, dove chi è in una posizione privilegiata può abusare del potere economico/contrattuale che possiede, rifacendosi su chi invece non ha alcun tipo di potere contrattuale. Questo è un incubo degno di un horror.

La manipolazione dei dati, dei flussi di informazioni che ogni giorno immettiamo nel web, sembra il passo successivo alla semplice violazione della privacy. Ciò che descrivi nel tuo libro, sebbene portato alle estreme conseguenze, non è comunque uno scenario tanto fantastico. Su che basi hai costruito tutto questo? Hai parlato con veri hacker? Con tecnici informatici che lo fanno realmente?

Sì, entrambe le figure. A un certo punto mi sono reso conto che le cose di cui stavo scrivendo, sebbene basate su ricerche e piccole inchieste, mi sembravano fantascienza; a quel punto ho avuto la necessità di sentire il parere di persone che ne sapessero più di me e che potessero confermarmi o meno alcuni passaggi. Diciamo che mi hanno detto che ci sono andato leggero, e basta pensare al virus Regin, o allo scandalo SonyGate, o alla falla nella tecnologia SS7 che permette di intercettare qualsiasi cellulare in qualsiasi parte del mondo, per capire che avevano perfettamente ragione.

Giochi la trama su un concatenarsi di colpi di scena e cambi di punti di vista. Nessuno dei personaggi è quello che appare in un primo momento. Come mai questa scelta?

È una delle regole del noir che prendo come bussola. “Nel noir nulla è mai come sembra” l’ha detto Jim Thompson, uno dei miei autori preferiti. Per me è diventato un principio cardine delle mie storie.

Il potere sembra il tema conduttore del romanzo, il controllo che si può esercitare in un mondo sempre più virtuale e fragile. Il protagonista, lo possiamo definire un malato di controllo? Quando si sente vittima lui stesso, si scatena, e scatena tutta la sua violenza in modo estremo. Ma non ha fatto i conti con la sua vittima. Anche lui in fondo è una vittima?

Fondamentalmente tutti noi siamo vittime. Vittime di noi stessi, in primis. Vittime della società, della cultura vigente, delle scelte di chi ci ha preceduto. Paghiamo le conseguenze di una realtà a cui apparentemente non possiamo ribellarci, e questo crea conflitto e crisi che non è solo economica ma anche identitaria. Nello specifico l’uomo del romanzo è vittima della noia: è una persona ricca, ricchissima, potente, influente, ha una posizione privilegiata rispetto al 99% delle persone comuni, ha davvero tutto, eppure è annoiato. Allora per combattere questa stasi di brividi, elabora tutta una serie di perversioni che hanno a che fare con le vite degli altri. Giocando con le vite degli altri si sente vivo. Questa è la sua condanna, o meglio, è la condanna della donna che è costretta a “godere” della sua compagnia quella notte. Sul “paso doble” tra vittima e carnefice… lasciamo un po’ di suspense.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità mi piacerebbe sapere se hai in uscita un nuovo libro e se stai scrivendo al momento.

Uscirà per le Edizioni E/O ad Aprile 2015 un nuovo romanzo di genere thriller intitolato “Il Canto degli innocenti” che inaugurerà una nuova serie, e nell’autunno del prossimo anno torneranno Mazzeo e le sue pantere con il terzo romanzo della saga. In primavera e d’estate inoltre sarò ospite di due antologie di racconti con un altro dei miei personaggi seriali, il commissario Carla Rame… Grazie a te per la tua gentilezza e disponibilità. A presto.

:: Una levatrice a New York, Kate Manning, (BEAT, 2014) a cura di Elena Romanello

22 dicembre 2014 by

kate manningNella New York dove giungono gli echi della Guerra civile americana (1861-1865) e della conquista dell’Ovest vive nei bassifondi la piccola Annie, di origini irlandese, una delle tante quasi orfane con famiglie allo sbando. Ma un destino diverso è in agguato per lei: dopo varie peripezie, Annie va a servizio a casa del dottore e dottoressa Evans, specializzati in medicina per le donne, e impara il mestiere di ostetrica, che eserciterà arricchendosi ma scontrandosi anche con pregiudizi e limitazioni di leggi che, ancora più di oggi, erano fatte dagli uomini contro le donne.
Una levatrice a New York inizia con toni dickensiani da romanzo d’appendice ottocentesco, ricorrendo all’espediente caro anche al nostro Manzoni del ritrovamento di un manoscritto inedito con tanto di autocensure di parolacce riportate direttamente, e poi evolve in una ricostruzione appassionante e cruda della professione medica rapportata alle donne nell’Ottocento, dove fino ad un certo punto contraccezione e aborto erano tollerate a patto che non se ne parlasse troppo e dove il ruolo della donna come medico era disprezzato da parte dei dottori uomini, che intrapresero una vera e propria crociata contro ostetriche e levatrici estromettendole dalla professione.
Annie, ispirata al personaggio reale della levatrice Ann Lohmann, con qualche aggiunta romanzesca che rende il tutto più pepato, è un personaggio interessante, che mescola le eroine dei romanzi d’appendice dell’Ottocento con moderne istanze femministe e discorsi che, al di là della contestualizzazione di un’epoca restituita con cura, sono sempre attuali e interessanti. Antesignana di dottoresse come Margaret Sanger, che portò il dibattito sulla salute della donna e sui suoi diritti riproduttivi ad un livello ufficiale di battaglia, Annie aiuta sia le donne che vogliono essere madri che quelle che si trovano in difficoltà, scontrandosi con povertà, una cosa che lei conosce bene, ignoranza, violenze, incoscienza, sopraffazione, fino ad arrivare ad un processo che può distruggerla e ad un colpo di scena che cambierà la sua vita.
Un romanzo con l’anima ottocentesca ma con un fondo di impegno sociale, un libro da leggere come evasione ma anche come pamphlet contro chi vorrebbe ancora oggi riportare indietro l’orologio della Storia, una storia femminista e militante che svela retroscena e vite della Grande Mela quando era un universo per lo più di disperati da diverse parti del mondo, in cui chi stava peggio erano proprio le donne e i bambini. Da leggere se si hanno a cuore i diritti e se si cerca una storia che racconta di lotte e libertà senza retorica, partendo dalla realtà.

Kate Manning ha scritto e prodotto diversi documentari, con cui ha vinto due Emmy Awards e un Edward R. Murrow Award. Collabora con il New York Times, il Los Angeles Times Book Review, Glamour, ed altre riviste e quotidiani. Una levatrice a New York è il suo secondo romanzo.

:: I gemelli Templeton danno spettacolo, Ellis Weiner e Jeremy Holmes, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

20 dicembre 2014 by

TEMpletonJohn e Abigail sono i simpatici gemelli Templeton, figli di un padre inventore, neoassunto dalla Tapas (Teatral Accademia di palcoscenico e altre scienze) per inventare un marchingegno geniale in grado di salvare la scuola dal fallimento. John è un geniale batterista, Abigail invece è un asso nella risoluzione di cruciverba con definizioni fatte da crittogrammi. La loro vita sembra trascorrere al meglio tra compiti; incontri con simpatici e strampalati baby sitter che non leggono libri, perché non hanno occhiali adatti; fascinose insegnanti di teatro e le prove dello spettacolo teatrale orchestrato per salvare l’accademia. Tutto si complica quando sulla scena irrompono altri due gemelli – i guastafeste Dan D. Dan e Don D. Dann -, che non solo tenteranno di rapire Cassie, la cagnolina dei gemelli Templeton, ma cercheranno di derubare il professor Templeton della sua geniale invenzione per rovinare lui e la scuola. Abigail e John, scoperto l’imminente pericolo, daranno sfoggio a tutta la loro estrosa intelligenza e furbizia per fermare gli squattrinati gemelli D. Dann. I gemelli Templeton danno spettacolo è un avventuroso libro per ragazzi, ricco di suspense e di colpi di scena, poi c’è quell’intrigante narratore che appena può si rivolge direttamente al piccolo lettore per renderlo partecipe delle mirabolanti avventure dei gemelli Templeton. Dai 10 anni in su.

Ellis Weiner è autore di articoli divertenti, divertenti sceneggiature televisive e, insieme a Barbara Davilman, di molti libri divertenti. Ha scritto tutto da solo anche vari altri libri divertenti (tra cui The Joy of Worry). Pubblicata con Gallucci, I gemelli Templeton è la sua prima serie per ragazzi… ed è divertente! Ellis Weiner vive in California.

Jeremy Holmes dirige Mutt Ink, la società di design di cui è il fondatore. I suoi lavori di illustratore sono stati elogiati su diverse riviste. È arrivato in finale al Flash Forward Film Festival. Il suo libro di esordio, C’era una volta una vecchia signora che ingoiò una mosca, è stato definito “sorprendente” e “bellissimo” da “The New York Times Book Review” e ha vinto il prestigioso BolognaRagazzi Award, promosso annualmente dalla Fiera del libro per ragazzi di Bologna. Vive in Pennsylvania.

:: La dama nera, Sally O’Reilly, (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

20 dicembre 2014 by

la dama neraTra gli autori di teatro di tutti i tempi, William Shakespeare ha senz’altro una posizione predominante di interesse, ed è stato celebrato in film e romanzi, raccontando la storia della sua vita di cui si sa molto poco e infatti c’è chi ha messo anche in dubbio la sua esistenza, creando un suo alter ego possibile e reale in una delle tante possibilità offerte da un personaggio di cui si conoscono benissimo le opere ma poco il vissuto reale.
La dama nera, primo romanzo di Sally O’Reilly ad essere tradotto in italiano, racconta la storia del Bardo da una prospettiva nuova, quella della donna che ispirò i suoi sonetti più belli, la Dark Lady, perché si sa che Shakespeare aveva una moglie più anziana di lui da cui visse per lo più separato, ma la sua vita privata e personale è nascosta nelle illazioni e nel limbo del non noto, tra amori leciti e illeciti e possibili figli illegittimi, tutto rimasto nascosto nelle pieghe della Storia segreta.
Il romanzo racconta quindi la storia di Aemilia Bassano, figlia di un musicista veneziano di origine ebraica, dama di corte di Elisabetta e favorita di un nobile molto più anziano di lei, che rimane travolta da una passione per Shakespeare, un amore impossibile ma che durerà per tutta la sua vita, che la renderà madre ma la intrappolerà in un matrimonio infelice, riunendola al Bardo solo in età matura, ai tempi della ricostruzione del Globe. Aemilia, personaggio realmente esistito con poche fonti e quindi possibilità di ricamare su, è stata una poetessa, una donna istruita anche in odore di stregoneria, e la sua epopea rivive in pagine cupe e appassionanti, che restituiscono l’epoca di Elisabetta I non solo nel suo splendore ma anche nel suo lato oscuro, tra epidemie, superstizioni, oppressione delle donne, paura del sapere, persecuzioni contro il diverso o presunto tale, e Aemilia era donna, ebrea, italiana, istruita e interessata a cose che la fecero anche additare come strega.
La dama nera è quindi un romanzo storico originale e non scontato, a tratti crudo nelle descrizioni e nelle situazioni, il ritratto di una donna in anticipo sui suoi tempi e che forse fu l’artefice di alcune delle figure femminili shakesperiane più inquietanti, e cioè Lady Macbeth e le streghe appunto di Macbeth, a lei ispirate da alcune esperienze ai confini della realtà.
Un romanzo a tratti onirico e paranormale, che restituisce un’epoca sospesa tra razionale e irrazionale, attraverso le parole di una donna, cortigiana, intellettuale, lavoratrice, che rimane nel cuore di chi legge, fuori dagli schemi di tante, troppe eroine romanzesche, raccontando pagine comunque non notissime dell’epoca, tra bassifondi e corte, tra drammi e gioie, tra felicità impossibili e voglia comunque di lasciare una traccia per i posteri.

Sally O’Reilly giornalista e scrittrice inglese, vive con la sua famiglia a Brighton.

:: Finché notte non ci separi, Eva Clesis, (Lite Editions, 2014)

14 dicembre 2014 by

CoverMio padre si chiamava Nicola Quartullo.
Era impiegato alle poste da circa trent’anni e presto sarebbe andato in pensione. Il suo colore preferito era il rosso e aveva una passione per la pesca dei granchi. Gli piacevano la carne di agnello e le gite domenicali. Portava un’acqua di colonia al sandalo che secondo mia madre sapeva di vecchio, aveva una collezione di cravatte che non indossava mai e un’altra di cartoline da tutto il mondo. Si arrabbiava se sorprendeva me o Paola a dire le parolacce. Aveva le foto di quando eravamo piccoli nel suo portafoglio. Non ci aveva mai comprato un animale domestico nonostante sapesse che avevo sempre voluto un cane o un gatto. Detestava le castagne e le serie tv, la sua stagione preferita era l’estate e…

E’ brava Eva Clesis, pseudonimo di un’autrice pugliese nata a Bari nel 1980. L’avevo già capito leggendo Parole sante, forse uno dei libri più belli che ho letto l’anno scorso. Ha un modo di scrivere particolare che ti fa leggere con piacere storie nerissime, che di bello hanno ben poco. Parlo dei noir, ha scritto anche libri più leggeri come per esempio il romanzo per teenager E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco, per dire.
Finché notte non ci separi è il suo quinto (breve) romanzo. Un noir. Feroce. Senza lieto fine. La storia di una vendetta, in cui tutti i personaggi restano sconfitti, sullo sfondo di una Bari livida, fredda, piovosa. Il perfetto scenario per un noir. Anche il tema della vendetta è un tema tipico da noir. Mette in moto meccanismi crudeli che non sempre portano i personaggi dove vorrebbero. Anche quando le vendette vanno a buon fine. Anche quando l’antieroe di turno, ottiene quello che vuole: l’annientamento della sua vittima.
Nell’antica Grecia sono le Erinni le personificazioni femminili della vendetta. Tre sorelle terribili dedite a vendicare i delitti, per lo più di familiari, portando molto spesso l’assassino alla pazzia. E se vogliamo Finché notte non ci separi è una storia nata sotto la loro stella.
Abbiamo un figlio che vuole vendicare la morte del padre e quando la giustizia umana non porta ad alcun risultato, escogita un piano per distruggere colui che ritiene colpevole. Questo è il cuore della storia, da cui partono varie diramazioni, varie derive. C’è Elisa, la fidanzata del protagonista, che credendosi tradita decide di partecipare a una festa. E c’è un padre che cerca disperatamente la figlia, tra stazioni di polizia e strade affollate di gente.
Tutto si giocherà in poche ore, in pochi frammenti narrativi, in un venerdì sera come tanti. Dante, Elisa, Cristina, Arturo si muovono ognuno recitando il proprio ruolo, sullo sfondo di una città affacciata sul mare, intrecciando i loro destini. A un tratto sembra esserci uno spiraglio, una via di fuga, ma lascio a voi scoprire dove porterà.
Forse una tra le mie autrici italiane contemporanee preferite.

Eva Clesis, nata a Bari nel 1980. Ha pubblicato A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas, 2008), 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010), E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (Newton Compton, 2011). A marzo 2013 è uscito il suo quarto romanzo, il noir Parole sante con Perdisa Pop.

:: Perfection (Le storie di Perfection Vol. 1), Germano Hell Greco, (Amazon KDP, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2014 by

coverE pare che stanotte sia capitato di tutto, in città

Oggi, 7 Giugno 2142, mentre l’Europa rielegge Joseph Zeudi quale suo Dittatore Pro Tempore, e soffoca per l’alta concentrazione di acidi gassosi nell’aria, residuo dei disastri ambientali seguiti alle Guerre del Mediterraneo, dall’altra parte del mondo, nell’Alleanza delle Americhe, viene discusso al Parlamento di New Rio un nuovo disegno di legge, estensione del d.l. 447, il ter; esso prevede il ritiro di tutti i modelli robotici detenuti da privati a scopo di intrattenimento e la produzione in serie, per almeno vent’anni e fino a soddisfatta necessità, dei modelli Lei™, per sopperire all’elevato tasso di mortalità femminile della popolazione terrestre, contaminata dall’Agave.
Destinazione d’uso dei modelli Lei™: libero rilascio nella società umana, previa estensione a ciascuno di essi delle libertà e dei diritti dell’individuo.
Numero di modelli in pre-ordine: oltre diciannove milioni.

Siamo a Perfection, una sparuta cittadina del sud del Texas, in un futuro prossimo in cui una pandemia sta decimando la popolazione femminile.
Tema classico di molta fantascienza apocalittica e post apocalittica questo, rivisitato dall’autore con derive nichiliste ed esistenzialiste, apparentemente nascoste da uno stile scanzonato e leggero.
La fantascienza può anche trattare temi seri e impegnativi, senza perdere la sua funzione di divertire e intrattenere il lettore, che per intelligenza e sensibilità ama scoprire nuovi significati senza fermarsi all’apparenza delle cose, e proprio questo fa l’autore con questo primo episodio di una serie ancora in via di progettazione.
L’ironia certo non manca, ma sempre di fine del mondo si tratta. L’umanità sta morendo, pochi riescono a riprodursi e sebbene il delirante padre di tutti gli androidi di nuova generazione ipotizza di creare androidi femmina capaci di generare la “vita”, resta appunto un sogno, un’ utopia, alla quale ben pochi credono. In questo scenario si muovono i nostri personaggi, un po’ umani, un po’cibernetici.
E Germano Hell Greco ci racconta le loro storie.
L’ultimo round, Betty™, Blue Moon, La storia di Kumi, Dottie, La variante, Cinderella’s Death, La stretta via dell’alba, sono i titoli dei vari racconti che si intrecciano tra loro, in una narrazione corale e composita in cui la vita umana ormai sulla via del disfacimento e il suo surrogato più prossimo si completano, lasciando quasi nel lettore la sensazione che la “vita” cibernetica sia una forma di evoluzione della vita umana, con una propria coscienza, con i propri diritti, con la propria sensibilità sintetica (il personaggio di Dot sicuramente ispira queste riflessioni), ma anch’essa destinata a perire, perché anche i componenti degli androidi sono destinati all’usura e alla consunzione.
Figlio di Blade Runner e di tanto cinema anni 80, colmo di citazioni sia cinematografiche che letterarie, Perfection ricrea un mondo che come sempre in tutta la buona fantascienza, anticipa se non supera la realtà.
Attualmente epidemie come l’ebola non rendono così lontano il 2142 ipotizzato, anche se il teletrasporto, l’energia elettrica senza fili, la manipolazione genetica, l’ ibridizzazione tra esseri umani e animali, sono cose studiate solo da qualche scienziato (pazzo) nel chiuso del suo laboratorio.
Illustratore Marco Siena.

Germano M. è laureato in lettere. Ha avuto esperienze lavorative che nulla hanno a che vedere con la sua laurea o l’ambiente letterario.
Dal 2009 è un blogger e si dedica alla scrittura a tempo pieno.
Fondatore del blog collettivo Book and Negative, è l’ideatore principale dell’ambientazione DARKEST e del premio Boomstick Award.
E’ l’autore di Girlfriend from Hell, volume piuttosto noto del Progetto Survival Blog con più di 15.000 download. Attualmente è una delle menti dietro al progetto Risorgimento di Tenebra. Gli piace viaggiare, cucinare la carne e sogna di vivere in Antartide.

:: Il pianeta tossico, Giancarlo Sturloni, (Piano B Edizioni, 2014) a cura di Micol Borzatta

10 dicembre 2014 by

imagesLibro inchiesta che riporta un’attenta analisi fin troppo realistica del futuro del nostro pianeta.
L’autore descrive nei minimi particolari come abbiamo sfruttato il nostro pianeta, pretendendo sempre di più senza rispetto. Stiamo consumando il doppio di quello che il pianeta potrebbe fornirci naturalmente e non ci stiamo fermando, ma anzi stiamo cercando di spremerlo ancora di più come un virus autodistruttivo.
Nelle sue riflessioni Sturloni ci fa notare come il pianeta è riuscito a vivere per miliardi di anni senza l’uomo, e anzi viveva molto meglio, e quindi nulla toglie che continuando in questo modo il mondo decida a un certo punto di voler continuare a vivere senza di noi e quindi si possa arrivare alla nostra estinzione.
Un romanzo che tratta indubbiamente un argomento molto serio e importante che riguarda tutti noi, con un linguaggio molto semplice e alla portata di tutti.
Lo stile usato risulta però un po’ lento rendendo difficoltosa la lettura già appesantita dal tema trattato.
Infatti in un periodo dove la gente è sobbarcata da problemi quotidiani, dove fa fatica ad arrivare a fine mese quando legge un libro vorrebbe qualcosa per svagare la mente e distrarsi almeno per un po’ dalla routine quotidiana, con Il pianeta tossico invece viene catapultato in una realtà ancora più dura che però dovrebbe far pensare e magari convincere a fare qualcosa per migliorare il nostro futuro.
Nel complesso un’ottima lettura consigliata a tutti che fa aprire gli occhi e ci obbliga a pensare a prendere coscienza di fatti che vogliamo ignorare solo per stare meglio, anche se è un benessere solo momentaneo.

Giancarlo Sturloni nasce nel 1973. Saggista e giornalista viene considerato cintura nera in comunicazione della scienza. Consulente in campo scientifico, sanitario e ambientale. Collaboratore presso la RAI, giornalista per l’espresso e curatore del blog Toxic Garden sui rischi ambientali. Docente di comunicazione del rischio all’università degli studi di Udine e Governance e cittadinanza scientifica alla SISSA di Trieste.
Nel 2006 ha pubblicato Le mele di Chernobyl sono buone. Mezzo secolo di rischio tecnologico con la casa editrice Sironi.
Nel 2007 con la casa editrice Codice e in collaborazione con Daniela Minerva ha curato il volume Di cosa parliamo quando parliamo di medicina.
Nella sua vita ha conseguito una laurea in Fisica, un master in comunicazione della scienza e un dottorato in scienza e società.

:: Il mandarino meraviglioso, Asli Erdoğan, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

9 dicembre 2014 by

Mandarino CoverIl mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un viaggio nella vita di una giovane donna turca emigrata in Svizzera. Qui, la ragazza, lasciata sola dal fidanzato, trascorre le sue serate nei caffè che animano la Città Vecchia di Ginevra. Il pellegrinare tra le viuzze del centro abitato e il frequentare i locali del posto, permetteranno alla giovane protagonista di scrivere memorie della propria vita. Allo stesso tempo, la sua mente e il suo animo saranno portati a compiere una riflessione sulla gioventù che la circonda, traendo conclusioni dolorose. Accanto alla storia della protagonista principale, si innestano altri brevi racconti che, come cartoline arrivate da lontano, narrano vicende di donne e uomini che non hanno avuto una facile esistenza. Gli esseri umani descritti dalla Erdoğan sono persone afflitte dal dolore, più che fisico, emotivo; da menomazioni e incompatibilità caratteriali e culturali che hanno ostacolato, e ostacolano, le relazioni interpersonali dei diversi protagonisti. La protagonista del primo racconto (Nel vuoto dell’occhio perduto) è una ragazza di nazionalità turca, con un occhio solo, che vive a Ginevra e le sue origini etniche, unite all’imperfezione fisica, pregiudicano l’approccio che gli altri hanno nei suoi confronti. Altro personaggio interessante è l’uomo originario della Turchia che dopo anni di lontananza torna nel suo paese d’origine dove, vedendo i luoghi di un tempo, ripensa allo sfacelo del proprio matrimonio. Tante sono le storie presenti ne Il mandarino meraviglioso, come tanti sono i personaggi che in esso vivono, messi a dura prova dalle esperienze della vita quotidiana. Ciò che accumuna queste donne e uomini, più e meno giovani, è il continuo pellegrinare fisico e psicologico dell’io, sempre alla ricerca di traguardi e mete da raggiungere, anche quando l’obiettivo a cui arrivare non è ben chiaro. Il libro della Erdoğan è una romanzo sulla forza del ricordo, sull’importanza che ha il mantenere vivo l’attaccamento alle proprie origini. Queste ultime sono le radici che hanno dato la vita ai protagonisti di questa storia e sono, in un certo senso e per alcuni di loro, la linfa vitale che li spinge ad affrontare ogni imprevisto della quotidianità e del destino. Altri temi trattati dall’autrice sono l’emigrazione e il senso di spaesamento che spesso da essa ne deriva. Una sensazione che ostacola i personaggi nel loro tentativo di farsi accettare dalla nuova società nella quale sono andati a vivere. Il fatto è che la difficoltà di farsi accogliere dagli altri non sembra essere un tratto comune solo a coloro che arrivano in una terra nuova. Il sentirsi fuori posto e inadatti ad un ambiente, a volte, travolge anche coloro che tornano nel posto dove sono nati, proprio come avviene nel racconto di chiusura Un visitatore dal paese del passato. Il mandarino meraviglioso di Asli Erdoğan è un insieme di storie di emigrazione, di identità perse e ritrovate e di chi, come l’autrice stessa, ha vissuto e conosciuto città e culture diverse. Traduzione di Giulia Ansaldo.

Asli Erdoğan è nata a Istanbul. Laureata al Robert College nel 1983 e presso il Dipartimento di Ingegneria Informatica di Boğaziçi University nel 1988, ha lavorato in varie parti del mondo prima di tornare in Turchia e diventare scrittrice a tempo pieno.
Il suo primo romanzo, Kabuk Adam, è stato pubblicato nel 1994; in seguito esce Il mandarino meraviglioso, una serie di racconti legati uno all’altro. Nel 1998 vede la luce il romanzo Kirmizi Pelerinli Kent che viene tradotto in varie lingue guadagnandosi il riconoscimento della critica e dei lettori. Unanimemente definita come una delle autrici più interessanti di questi ultimi anni, è stata inserita dal magazine francese «Lire» nella classifica dei 50 Writers of Future.