:: Il cromosoma dell’orchidea, Carlo Mazza, (E/O, 2014)

4 febbraio 2015 by

orchidea“In Italia ogni giorno si cementificano settantacinque ettari e ci sono quasi trecento abusi edilizi” proseguì Whitaker. ” E il cento per cento dei comuni è a rischio per la progressiva cementizzazione del territorio. Io credo che nessuno possa più fermare tutto questo”. Si fermò e sosprirò profondamente.” A volte gli uomini dormono un sonno così profondo che solo la forza degli eventi può destarli. Lei ama Shakespeare? “Un cielo così cupo non può schiarire senza una tempesta”… Ricorda?”

L’Italia del malaffare, delle collusioni tra politici, imprenditori e criminalità è al centro di Il cromosoma dell’orchidea ultimo romanzo di Carlo Mazza, edito l’anno scorso sempre per E/O, collezione Sabotage. Ritroviamo il capitano dei Carabinieri Bosvades, ma differenza di Lupi difronte al mare, non più Bari come scenario, ma una imprecisata grande città del Meridione, simile a tante altre città, ormai non solo del Sud.
Piccole cortesie tra amici è il titolo che avrei scelto io per questo romanzo, espressione usata dal senatore Leonardo Barracane rivolgendosi al sindaco Gabriele Lovero, preoccupato per la sua rielezione. In cambio dei voti che il senatore potrebbe assicurare, che consentirebbero la rielezione certa, Lovero si trova così legato ai maneggi e alle illegalità orchestrate dall’influente politico.
Un patto col diavolo? Sicuramente, con esiti inevitabilmente drammatici, come è prevedibile quando si gioca in un mondo senza regole e ci si trova costretti ad avvallare la costruzione, voluta da un consorzio edilizio dubbio, di un intero quartiere residenziale, nella zona della cava del Nazareno. Terreno protetto, tra due fiumi a rischio idrogeologico.
Se non fosse che la cava del Nazareno è stato teatro di un presunto suicidio, avvenuto anni prima, su cui il capitano Bosvades indaga. Che Lorenzo Vinciguerra, giovane avvocato ambientalista amico di Bosvades, si sia davvero buttato in una cava contigua ai futuri cantieri edilizi, sembra contraddetto dai riscontri e da una frettolosa indagine che voleva essere portata a termine il più in fretta possibile.
Se la sincerità degli intenti è indubbia, l’atto di denuncia e i meccanismi alla base di raggiri e corruzione che vedono implicata la pubblica amministrazione risulta credibile e per alcuni versi anche efficace nel portare l’attenzione del lettore su mali endemici (l’alluvione di Genova, è recente e le sue ferite sono ancora aperte) singolare la scelta dell’autore di non puntare sull’effetto, sulla drammaticità più immediata, ma anzi al contrario utilizzare un basso profilo che si riflette in uno stile se vogliamo dimesso, a tratti spoglio.
La quotidianità, la banalità del male che si riflette in scelte minime con ripercussioni a cascata, quasi intollerabili, sembra il cuore del romanzo e per descriverla l’autore utilizza una certa uniformità, anche nel caratterizzare i personaggi, quasi ombre in un teatro dove squallore e meschinità sembrano primeggiare.
Significativo e rivelatore lo scambio di battute tra il geologo Whitaker e Bosvades durante il loro incontro nella foresta di pini mediterranei. Quando Bosvades domanda perchè lo scienziato non abbia appoggiato Lorenzo Vinciguerra, e non si sia opposto fermamente, lui risponde candidamente per vigliaccheria, per non essere messo in mezzo e rischiare carriera e forse anche la vita.

Carlo Mazza è nato a Bari nel 1956, dove ha sempre vissuto. Lavora in banca da 35 anni e tra i suoi interessi ha coltivato anche la scrittura teatrale.
Con il personaggio di Antonio Bosdaves ha già pubblicato per la collezione Sabot/age il poliziesco Lupi di fronte al mare (Edizioni E/O 2011), incentrato sulle relazioni tra politica, finanza e sanità, e finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012.

:: Un’intervista con Bettina Müller Renzoni, traduttrice e scout letterario a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2015 by

Bettina-Balkon-Ebnat-2Ciao Bettina, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Sei il primo scout letterario freelance che intervisto. Inoltre tu operi in un settore molto specifico, facendo da tramite tra Italia e Germania, facendo appunto conoscere gli autori italiani in Germania, e viceversa penso. Collabori in stretto contatto con Agenzie letterarie, Editori, autori. In cosa consiste esattamente il tuo lavoro, in cosa differisce maggiormente da un scout classico, alle dipendenze di una grande Agenzia Letteraria?

Il mio lavoro principale è la traduzione. Lo scouting è piuttosto un’attività collaterale. Va detto subito che questo tipo di scouting è molto diffuso tra i traduttori. Case editrici mi incaricano con schede di lettura. E nel contatto con l’editor capita facilmente che mi scappa un: «Ho appena letto un bel romanzo che potrebbe fare per voi!» E l’editor: «Davvero? Dimmi!» Va detto poi che le case editrici più grandi hanno delle collaborazioni fisse con scout e/o agenzie letterarie. E quindi, anche se l’editor risponde: «Davvero? Dimmi!», il canale preferenziale per la scelta di nuovi titoli sarà quello dello scout ufficiale. Io suggerisco un titolo e basta. Se l’editore tedesco è interessato, dovrà acquisire i diritti presso l’editore italiano. Io non c’entro nulla con la compravendita e non ci guadagno nulla. Il mio obiettivo è la traduzione. Perché allora lo faccio? Intanto per consolidare il contatto con gli editor, e anche un po’ a mo’ di palestra: per misurarmi con ciò che cerca il mercato (ho azzeccato con il mio suggerimento o quello che a me sembra un capolavoro non interessa nessuno?) e per allenare la mia capacità di sintetizzare in modo efficace perché un romanzo secondo me sarebbe valido e dovrebbe essere tradotto.

Vivi ormai da anni in Italia. Dove operi e qual è la tua sede principale?

Casa e bottega, come tipico per i traduttori  … non abbiamo i soldi per pagare l’affitto di un ufficio 😉 Due anni fa mi sono “messa insieme” con una collega e amica tedesca. Io in Italia, lei in Germania: per motivi di sinergia facciamo lo scouting insieme. E in futuro magari anche delle traduzioni a quattro mani (ne abbiamo appena consegnato la prima). Ma non possiamo certo seguire i libri italiani a 360° per cui abbiamo deciso di mettere il focus per il momento sulla letteratura per ragazzi.

Hai studiato Ubersetzung & Scouting presso l’Università di Zurigo. Non credo ci sia un percorso di studi in Italia, ma neanche in Germania, per chi volesse intraprendere la tua professione. Considerata la tua esperienza, quali studi, corsi post universitari, consiglieresti a un giovane che volesse seguire le tue orme?

In realtà, Übersetzung & Scouting [traduzione & scouting] è solo la descrizione che ho dato alla mia attività professionale sulla pagina Facebook. Io ho una classica laurea umanistica, indirizzo letteratura francese e letterature comparate, alle università di Zurigo e Losanna. Con una tesi sulla poesia contemporanea (Yves Bonnefoy). Questa laurea non mi è mai servita neanche per mezzo secondo. Ho fatto poi un sacco di lavori, sia in Svizzera che in Italia, ho insegnato, ho gestito il segretariato di un’azienda italiana che costruiva pozzi d’acqua in Gabon, ho organizzato congressi di medicina assicurativa a livello europeo, ho diretto la redazione di una rivista medico-legale, ho lavorato in una casa editrice, sono stata project manager di una collana di gialli per ragazzi – e nessuno ha mai chiesto di vedere la mia laurea. Considero molto importante la formazione continua, lo scambio, il confronto su libri e testi con colleghi, workshop e seminari con docenti traduttori professionisti (non professori universitari!), ma ritengo molto più importante frequentare assiduamente le librerie che le aule universitarie.

Veniamo alle doti necessarie per intraprendere la tua professione. Innanzitutto, penso sia necessario conoscere le lingue, per lo meno quelle coinvolte nel proprio campo d’azione; poi conoscere le leggi riguardanti il diritto d’autore e la contrattualistica. Bisogna avere anche doti artistiche, e creative, amare la letteratura, innanzitutto, fiuto per lo scovare il libro giusto da proporre al momento giusto, all’editore giusto. Bisogna avere infine anche doti caratteriali specifiche come determinazione, comunicativa, onestà, intuito. Cosa ho dimenticato? Cos’altro è indispensabile?

La mia professione è la traduzione, come spiegato sopra. Per lo scouting devo frequentare assiduamente le librerie. Mi muovo tra ciò che viene pubblicato in Italia e ciò che viene letto in Germania. A parte la passione per la lettura, devo essere affascinata anche dal mercato editoriale e librario, cercare di individuare le tendenze, visitare le fiere del settore (Bologna, Torino, Francoforte, Londra, Parigi o altre a seconda della lingua di lavoro). Rifletto molto sui libri che leggo: perché mi piace/non mi piace? Potrebbe piacere ai lettori tedeschi? Perché sì/no? Invece la contrattualistica non è fondamentale per chi fa scouting freelance come me. Sarebbe importante se fossi agente letterario.

L’importanza di un sito dove presentare il proprio lavoro Quanto aiuta nella tua professione?

Ho un sito, ma non ho mai tempo di aggiornarlo. Secondo la mia esperienza gli editor nelle case editrici contattano i traduttori prevalentemente in base a conoscenze personali e/o precedenti lavori (vedi sopra, importanza di frequentare fiere del libro), non vanno a spulciare siti web. Diverso è la situazione nella saggistica dove conta tantissimo la competenza specifica e settoriale. Il proprio sito può essere invece un ottimo biglietto da visita, una vetrina che dà una veloce panoramica sui libri/autori che ho tradotto. Basterebbe aggiornarlo…

L’importanza di frequentare Fiere letterarie, come La Fiera del libro di Francoforte, o quella di Torino, Milano, Mantova. Che tipo di incontri si possono fare, solo ufficiali incontri di affari, o anche più colloquiali e informali?

Frequentare le fiere è fondamentale. Intanto passando tra gli stand mi aggiorno sulle novità di ogni editore e posso capire le tendenze che segue, se ha creato una nuova collana o chiusa un’altra, quali autori italiani pubblica. Parlando poi direttamente con gli editori allo stand mi informo su come un libro viene recepito in Germania, come vende, che recensioni ha ricevuto. Inoltre in fiera cerco il contatto diretto con editor di case editrici che mi interessano; sia in appuntamenti formali che in incontri informali.

Come procede il tuo lavoro. Sono le case editrici a rivolgersi a te sono gli scrittori a proporti i loro romanzi?

Sono le case editrici che mi contattano per una traduzione oppure per incaricarmi con una scheda di lettura. Una volta stabilito un contatto, divento anche proattiva e propongo all’editor un titolo che piace a me. Ma vale anche al contrario: se ho letto un libro che mi piace tanto, cerco di individuare un editore tedesco che potrebbe essere interessato e lo contatto. La probabilità che acquisisca i diritti per quel libro, è piuttosto bassa.* Succede invece spesso che tramite quel contatto creato dallo scouting l’editor mi chiami dopo per una traduzione o una scheda di lettura.

Attualmente il mercato tedesco che tipo di romanzi italiani preferisce? Thriller, storici, testi poetici?

Come detto, il mio scouting si concentra sulla letteratura per ragazzi. Inoltre, la mia collega e io abbiamo – per fortuna J – gusti simili, per esempio non amiamo il fantasy. Il genere del fantasy funziona in Germania come in Italia, trova il suo pubblico un po’ ovunque. Per il resto, gli editori tedeschi cercano storie accattivanti, una scrittura efficace e curata, con protagonisti forti, di carattere. Storie radicate in una realtà ben delineata. Un problema nella letteratura per ragazzi sono i libri illustrati perché spesso la storia piace all’editore tedesco, ma le illustrazioni no. I bambini tedeschi hanno gusti estetici diversi, sono abituati a un altro tipo di illustrazione e hanno un altro sapere enciclopedico rispetto agli italiani della stessa età.

* Per vari motivi. Uno è quello citato sopra, cioè la casa editrice ha un contratto di collaborazione con uno scout professionista o un’agenzia letteraria che costituisce il canale preferenziale per nuovi titoli. Un altro è che il mercato editoriale tedesco negli ultimi anni non fa a cazzotti per i libri italiani e tra gli editor sono rimasti pochi che sanno leggere l’italiano. Ciò significa che la decisione di acquistare i diritti per un romanzo italiano si deve basare esclusivamente su schede di lettura e valutazioni esterne. Ci vuole quindi molto più forza di persuasione per convincere l’editore.

:: Il dio del deserto, Wilbur Smith, (Longanesi, 2014) a cura di Micol Borzatta

2 febbraio 2015 by

il dioTamose, nuovo faraone e figlio del deceduto Mamose VIII, si ritrova a dover governare l’Egitto, ma per fortuna è seguito da Taita che gli rende le cose più semplici.
Non sono semplici però per Taita che si trova a dover fare anche da tutore alle due sorelle minori di Tamose, che rimaste orfane non hanno più nessuno che le guidi e si prenda cura di loro a parte il fratello, e lui lo ha promesso alla regina Lostris sul letto di morte.
A rendere ulteriormente complicate le cose arriva anche il momento in cui sorge la necessità si sigillare l’alleanza con Creta offrendo in dono a Minosse due vergini: le sorelle minori di Tamore, Tehuti e Bakatha. Ovviamente il compito ingrato di accompagnarle durante il viaggio spetta a Taita.
Le due ragazze però non hanno ereditato dalla madre solo l’aspetto fisico ma anche lo spirito e non accettano a cuor leggero la decisione.
Durante il viaggio che non è libero da sfide, avventure, imprevisti e guai, le due ragazze si innamorano rispettivamente di un luogotenente di Taita e di un soldato della flotta facendo aumentare a livelli spropositati le preoccupazioni del povero eunuco.
Arrivati a Creta dopo mille peripezie Taita scopre di essere solo all’inizio dei problemi.
Ultima uscita per ora della saga egizia non tradisce le aspettative dei lettori dimostrando ancora una volta che Wilbur Smith è il miglior romanziere storico dei suoi tempi.
Le descrizioni dei luoghi e gli avvenimenti storici raccontati denotano una conoscenza accurata derivata da grande passione e studio da parte dell’autore.
Anche stavolta la narrazione scelta è in prima persona con voce narrante quella di Taita.
I personaggi sono sempre molto realistici come ci ha abituato nei suoi libri precedenti.
Un romanzo che riempie il cuore e l’animo del lettore lasciando un vuoto grande alla sua fine.

Wilbur Smith nasce a Broken Hill, Zambia, nel 1933.
Nel 1954 consegue la laurea in scienze commerciali alla Natal and Rhodes University.
Dal 1954 al 1963 ha lavorato come contabile.
I suoi primi scritti vennero rifiutati da tutti gli editori sia europei che sudafricani. Un giorno però venne contattato da un editore londinese che lo incoraggiò e gli diede lo stimolo necessario per continuare a scrivere.
Ha venduto oltre 122 milioni di libri nel mondo, molti dei quali in Italia dove ha avuto più successo.

:: Il dio del fiume, Wilbur Smith, (Longanesi, 2010) a cura di Micol Borzatta

1 febbraio 2015 by

il-dio-delLostris è appena divenuta donna ed è pronta per vivere il suo amore con Tanus, guerriero agli ordini di suo padre, il Visir, e con cui è cresciuta fin da piccola. I due giovani sono seguiti e aiutati dall’eunuco Taita, schiavo del padre di Lostris che dopo averlo preso come amante, una notte, avendolo trovato a letto con una donna lo ha fatto castrare e ha fatto uccidere lei.
Lostris prega Taita di ottenere dal Visir il consenso per sposare Tanus, ma come risposta viene fatto frustare perché nel profondo il Visir odia Tanus.
Nel frattempo arriva la festa di Osiride e Taita fa partecipare alla rappresentazione Lostris e Tanus. Rappresentazione che porterà il faraone Mamose VIII a innamorarsi di Lostris e ottenere il consenso del padre alle nozze, e a punire Tanus per il discorso fatto alla fine della rappresentazione dove denuncia i problemi dell’Egitto. Il Visir chiede la morte di Tanus ma il faraone gli concede due anni per sistemare i problemi da lui denunciati, se ci riuscirà avrà salva la vita altrimenti la morte.
Taita dal canto suo ha una visione dove vede Lostris e Tanus insieme che crescono i loro figli, ma lei orami è la moglie del Faraone, com’è possibile? Eppure le sue visioni non sbagliano mai.
Primo romanzo della saga egizia di Wilbur Smith.
La scelta di narrazione fatta da Smith è quella di raccontare le vicende in prima persona usando come voce narrante quella di Taita, come se fosse un diario scritto di suo pugno.
Le ambientazioni sono descritte e raccontate fin nei minimi particolari denotando uno studio approfondito da parte dell’autore.
I personaggi poi sono davvero fantastici. Descritti con grande maestria trasmettono al lettore ogni singolo pensiero ed emozione che provano coinvolgendo il lettore non solo mentalmente ma anche sentimentalmente fin nel profondo.
Un romanzo davvero spettacolare che rivela tutta la bravura di Wilbur Smith.

Wilbur Smith nasce a Broken Hill, Zambia, nel 1933. Nel 1954 consegue la laurea in scienze commerciali alla Natal and Rhodes University. Dal 1954 al 1963 ha lavorato come contabile. I suoi primi scritti vennero rifiutati da tutti gli editori sia europei che sudafricani. Un giorno però venne contattato da un editore londinese che lo incoraggiò e gli diede lo stimolo necessario per continuare a scrivere. Ha venduto oltre 122 milioni di libri nel mondo, molti dei quali in Italia dove ha avuto più successo.

:: La sfida di Atene Alexis Tsipras contro l’Europa dell’austerità di Dimitri Deliolanes (Fandango, 2015)

1 febbraio 2015 by

ateneA Patrasso d’estate mi capita di passare di fronte all’enorme scheletro di un’industria dismessa. Ora è un rifugio per poveri immigrati che sperano di attraversare un giorno lo Ionio e approdare in Italia. Una volta questi ruderi si chiamavano Piraiki Patraiki, la più grande industria tessile dei Balcani. Fondata nel 1919 e chiusa definitivamente nel 1996, ma già nazionalizzata da Papandreou subito dopo l’ascesa al potere. Da tempo stava boccheggiando. Il perché va raccontato: è un bell’esempio di come vanno le cose nell’economia greca. Negli anni Settanta l’industria aveva perso 15 milioni di dracme, una cifra enorme all’epoca, sottratti illegalmente dal suo amministratore per devolverli in regali alla sua amante, una famosa attrice e cantante di nome Zozo Sapountzaki. Il responsabile è andato in galera, la Sapountzaki ha avuto un flirt con il figlio di Onassis ma l’industria non ha mai potuto riprendersi dal colpo.

Chi è Alexis Tsipras? Un Davide greco contro il Golia troika (Commissione Europea, Bce, Fmi)? Sembrerebbe, e dopo la vittoria del 25 gennaio di Syriza, (Coalizione della Sinistra Radicale) il suo partito, un attore politico da prendere in considerazione, con cui fare i conti nei tavoli delle discussioni in cui si decidono i destini dell’Europa. Ma oltre alle parole, ai proclami, agli inviti alla speranza, ha un concreto piano politico, economico, finanziario per portare avanti la sua battaglia contro la crisi umanitaria che ha colpito il suo paese? In ultima analisi dove troverà i soldi per rendere reali i suoi progetti, che vedono prioritaria una rinegoziazione del debito con l’Europa e la fine della politica di austerity voluta dalla troika, che in questi quattro anni ha messo la Grecia in ginocchio? Per rispondere a queste domande il giornalista Dimitri Deliolanes, da più di 30 anni corrispondente dall’Italia della Tv pubblica greca ERT, ha pubblicato per Fandango La sfida di Atene Alexis Tsipras contro l’Europa dell’austerità (mi sforzavo di cercare un traduttore, ma questo libro è stato scritto in italiano), un libro necessario per fare luce su una situazione obbiettivamente complessa e di non facile risoluzione.
Innanzitutto se l’Europa dell’austerity è il male, o per lo meno una cura che non porta alla guarigione del malato, per capire come si sia arrivati a questo punto è necessario conoscere le dinamiche e le debolezze interne al paese che hanno radici antiche, se vogliamo riconducibili all’ultimo periodo bellico, alla tormentata storia dei comunisti greci da sempre partito di opposizione (in un ampio capitolo vengono descritti i motivi del suo rifiuto ad azioni di governo, che spiegano la necessità di Syriza di cercare altri alleati per quanto improbabili come i Greci Indipendenti, Anel), e della stessa sinistra con l’ emblematico fallimento dell’esperienza del leader socialista Andreas Papandreou e del suo partito il Pasok, al rafforzarsi di forse di estrema destra apertamente neonaziste come Alba Dorata, alla corruzione, all’affarismo e al clientelismo, alla difesa dei privilegi dei più ricchi in modo sistematico e irragionevole, al sistema finanziario e bancario che praticamente ha fagocitato capitali e fondi Europei come in un pozzo senza fondo in un economia che non prevede crescita. Insomma il nemico non è solo la Merkel, e il suo no categorico a ogni rinegoziazione, ma se vogliamo ci sono ostacoli anche all’interno di Syriza stesso Nell’affrontare la nuova campagna elettorale i greci hanno dimostrato di sapere bene che ci sono anche difficoltà sostanziali, dentro il corpo dirigente di Syriza, divisioni interne, ingenuità e semplificazioni teoriche, inesperienza di governo, mancanza di personale politico preparato. Questo libro lo ha ripetuto fino alla noia: Alexis Tsipras è solo e cammina molte miglia di distanza avanti al suo partito.
Se questi sono i mali e le ombre, ampiamente analizzate da Deliolanes, credo sia doveroso sottolineare che Tsipras sebbene non abbia ancora all’attivo nessuna esperienza di governo, ha un progetto reale, delle reali misure da attuare per risolvere la crisi non solo greca ma europea, e se vogliamo il cuore del suo mandato politico si basa su un unico caposaldo: se c’è una pur minima chance di successo, sarà solo con la solidarietà europea. Le conseguenze dell’austerity non sono quindi un male solo per la Grecia, ma per tutti i paesi, prima quelli della periferia, poi gli stessi paesi “ricchi” con bilanci in attivo. Mettere in ginocchio i debitori non è la garanzia migliore per riottenere i debiti concessi. Tsipras auspica un nuovo New Deal che faccia tesoro delle lezioni del ’29, e riporti sicuramente la questione morale e l’uomo in primo piano.

“Questo esige azioni coordinate a livello nazionale e a livello europeo. Dal momento che non ci sono risorse nazionali per sostenere la crescita, bisogna farlo con fondi europei. È necessario elaborare un progetto complessivo per tutta la periferia dell’eurozona al fine di finanziare progetti, iniziative e imprese che portino alla crescita. Come? Stiamo cercando di rendere realistiche le nostre proposte. La crisi non è finita, anche negli altri paesi europei le risorse sono estremamente limitate. Quindi non pensiamo di chiedere a nessuno di mettere le mani in tasca. Chiediamo solo di diventare soci della nostra crescita, in modo che anche loro abbiano garanzie di ricevere indietro i capitali prestati. Altrimenti il sistema bancario greco ed europeo continuerà a gettare i soldi in un pozzo senza fondo. Chiediamo un’azione coordinata della Bce e della Banca Europea degli Investimenti sotto il controllo politico della Commissione Europea. La Bce dovrebbe dare grande liquidità alla Bei, comprando suoi titoli al posto di quelli dei paesi europei. Con questa liquidità la Bei sarà in grado di finanziare attività specifiche nei paesi indebitati. Questo è il nostro New Deal.”

Dimitri Deliolanes, giornalista professionista, segue il nostro paese da 30 anni come corrispondente della ERT (Radiotelevisione pubblica greca). Ha prodotto documentari sulle relazioni tra Italia e Grecia, ha studiato la strategia della tensione e il terrorismo italiano e ha tradotto in greco diverse opere della letteratura italiana. Per Fandango Libri ha pubblicato Come la Grecia (2011) e Alba Dorata (2013). Suoi articoli sono stati pubblicati da Limesil Manifestoil Foglio e Internazionale.

:: Milano1946. Delitti a città studi, Fulvio Capezzuoli, (Todaro, 2014) a cura di Viviana Filippini

31 gennaio 2015 by

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In una Milano postbellica, il commissario Maugeri, ex- partigiano, si trova a dove risolvere il misterioso caso di omicidio che ha per protagoniste le due sorelle Attanasio e il loro appartamento di Città Studi. Milano1946. Delitti a città studi, edito da Todaro, comincia con la denuncia da parte di una donna – una delle sue sorelle – della scomparsa del sua amato cane, fatto al quale tutto il commissariato riserva un’importanza relativa. Sarà poi il ritrovamento del cadavere di Rosalba Attanasio(la donna che aveva fatto la notifica di sparizione del cane) –precipitata dalla finestra del suo appartamento- e la misteriosa scomparsa dell’altra sorella – Carla – a far pensare a Maugeri che il caso è più complesso del previsto. Il tutto si complica quando alle forze dell’ordine arriva una segnalazione che indica la Attanasio superstite in fuga, oltre confine, con un uomo. Maugeri e compagni cercano di capire perché la donna sia scappata, ma un altro grave problema sorge quando i militari, facendo irruzione nell’appartamento delle due sorelle a Città studi, trovano anche il cadavere di Carla che si credeva in fuga e allora gli uomini i divisa cominceranno a sospettate che, forse, anche la morte di Rosalba non è del tutto accidentale. E allora chi le ha uccise? Ma soprattutto perché? Mentre la città sta cercando, senza non poche difficoltà, di tornare alla sua normalità e il capo commissario Spinelli è assente, Maugeri prenderà in mano le redini della situazione e proverà a districare la complessa rete di indizi nella quale criminali di guerra nazisti, nomi in codice, prostitute, interessi politici ed economici di portata internazionale si mescoleranno tra loro. L’ispettore dovrà anche sopportare, da un lato, i pregiudizi dei suoi superiori che non hanno mai visto di buon occhio la sua attività di partigiano e, dall’altro, il fatto che la convivenza della moglie con la suocera non sia una facile relazione da gestire. In Milano1946. Delitti a città studi la trama ben costruita riesce a conquistare il lettore dalla prima all’ultima pagina, grazie anche al fatto che il protagonista e la sua squadra hanno una umanità caratteriale che li rende simili a persone reali. Un altro aspetto da considerare, che dal mio punto di vista rende attraente il libro, è la scelta dell’autore di ambientare la storia nella Milano post-bellica, in quanto la descrizione accurata della capoluogo milanese e dei danni compiuti dai bombardamenti su alcune delle zone cittadine (l’area di Sesto San Giovanni, dove hanno sede la Falck, la Breda e altre industrie è la più martoriata) riescono a trascinare chi legge dentro al set letterario, dove si svolge la caccia al colpevole. Milano 1946. Delitti a città studi di Capezzuoli è un giallo storico ricco si suspense e di imprevisti colpi di scena che dimostrano ancora una volta a Maugeri- e allo stesso tempo chi legge- come non sempre le persone e i fatti sono quello che sembrano a prima vista.

Fulvio Capezzuoli nasce a Milano, dove compie i suoi studi laureandosi in Scienze Economiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Esperto critico cinematografico collabora con la Fondazione Cineteca Italiana . Nel 2006 esce L’estasi e il Tormento, in collaborazione con la fotografa Tony Tamagni, un testo sui suoi quindici anni di esperienza come organizzatore di Cineforum e, nel 2008, Locarno mon amour, dove i suoi testi si alternano alle foto di Tony Tamagni, per raccontare una giornata tipo al festival cinematografico della città svizzera. Gli anni del sole stanco (editore Edimond), nato da ricerche storiche, effettuate proprio nel Sud Italia, è la sua prima opera di narrativa pubblicata, ed ha vinto nell’ottobre del 2008 il Premio Letterario Città di Castello. Esce nel 2010 Al di là dell’oceano, romanzo storico sulla Grecia del V secolo a.c., ambientato nella città di Paestum (a quei tempi chiamata Poseidonia), che narra tra l’altro la costruzione della famosa Tomba del Tuffatore. Milano1946. Delitti a città studi (Todaro) è il suo primo romanzo giallo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Todaro.

:: Ogni giorno come fossi bambina, Michela Tilli, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

30 gennaio 2015 by

OgniArgentina è anziana, ma vive ogni giorno con l’entusiasmo di quando era bambina, ricordando il paesino in Basilicata che lasciò all’inizio degli anni Cinquanta per venire a vivere a Milano con il marito ormai morto. Arianna non ha ancora diciotto anni, soffre per il suo sovrappeso e bullismo e bocciature l’hanno portata a chiudersi in casa davanti al pc e in mezzo ai libri.
Due persone più diverse tra di loro non potrebbero esistere, ma quando Arianna viene praticamente costretta dai genitori ad accettare un lavoro come dama di compagnia di Argentina pena il non poter più usare il pc per rimanere in contatto con i suoi amici e scrivere sul suo blog letterario, tra queste due donne di età diversa nasce qualcosa di indescrivibile, che le porterà a rivoluzionare le loro vite, Argentina per quello che le resta, Arianna per trovare un nuovo inizio.
Il tema del rapporto tra generazioni è un evergreen e un qualcosa che torna molto nei romanzi di questi anni, soprattutto nelle storie al femminile. Nella storia che Michela Tilli racconta però sono tanti gli elementi interessanti e attuali, oltre che un’ambientazione per una volta italiana e non straniera, tra le metropoli del Nord e i paesini da cui tante persone sono partite anni e anni fa, per non tornare ma lasciando lì una parte del loro cuore.
Argentina, capace di raccontare storie appassionanti e di avere ancora sogni nel suo cuore, è un’anziana, che la figlia in carriera sopporta a fatica, perché è lontana anni luce dagli standard di efficienza della nostra società ed ormai è ai margini della vita. Arianna rappresenta un altro problema di oggi, l’emarginazione dei giovani soprattutto di genere femminile che non si adeguano ai canoni e ai modelli familiari e sociali, perché è sovrappeso, intelligente ma timida, persa in un suo mondo tra pc e libri da cui è difficile uscire e in cui lei sta bene e che i genitori non capiscono.
Da due marginalità, nate in maniera diversa ma sempre marginalità, nasce complicità e amicizia, perché Argentina darà a Arianna considerazione e stima, e Arianna darà ad Argentina la voglia di dare un’ultima svolta alla sua vita, perché non c’è un’età giusta per inseguire i propri sogni.
Tutto questo non è scontato né retorico, in una società come la nostra che discrimina anziani e diversi, dove aumenta il numero di ragazzi e ragazze, per la crisi ma non solo, che decidono di chiudersi in casa perché il mondo fuori ragiona per stereotipi: si chiamano hikikomori, termine giapponese perché nel Paese del Sol levante ci sono stati i primi studi su di loro, ma ormai ci sono in tutto il mondo occidentale.
Un libro che parla di ieri e di oggi, della vita nei decenni passati e di come si vive oggi, di amicizie improbabili ma vere, della difficoltà ma anche della ricchezza di essere diversi, dell’importanza di saper capire cosa si vuole e qual è il nostro posto nel mondo, anche se non si ha la fortuna di incontrare una Argentina nella propria vita.

Intervista con Michela Tilli qui.

Michela Tilli è nata a Savona e vive a Monza con il marito e i due figli. Dopo gli studi in filosofia ha intrapreso la carriera di giornalista che ha poi lasciato per dedicarsi alla scrittura narrativa. È stata autrice per la TV e attualmente lavora per il teatro.

:: La memoria dei fiori, Il diario di Rywka Lipszyc, (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

29 gennaio 2015 by

diaIl libro scelto da Garzanti per celebrare la Giornata della Memoria di quest’anno, che coincide con i settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, è La memoria dei fiori, titolo deciso a tavolino per presentare Il diario di Rywka Lipszyc, un’adolescente ebrea del ghetto di Lodz, in Polonia.
Non è il primo diario di una persona travolta dalla Shoah che capita di leggere, basti pensare al celeberrimo diario di Anna Frank, ma questa storia si distingue per originalità e peculiarietà.
La vicenda di Rywka, raccontata dalle sue parole in un diario incompleto, è da leggere e meditare, visto che è la testimonianza su un aspetto non così noto, la situazione del ghetto della città di Lodz, che si era distinta negli anni prima della guerra come una delle più illuminate a accogliere etnie e religioni diverse. Rywka è molto diversa da Anna Frank, che visse nascosta con la sua famiglia, è una ragazza che si trova orfana e costretta a lavorare in fabbrica per salvarsi la vita, con fratelli e sorelle a cui badare, oltre a tre cugine di cui due si sono salvate e vivono oggi in Israele, ormai anziane.
Ma la cosa interessante di questo diario, giunto alla pubblicazione dopo un lungo iter, è la storia che c’è dietro, anzi le storie. Il diario fu trovato ad Auschwitz da Zinaida Berezovskaya, medico militare dell’Armata Rossa che lo portò con sé a casa in Siberia, non parlandone con la sua famiglia. La nipote di Zinaida, Anastasia, trovò nel 1995 il diario nella casa della nonna che stava smantellando dopo la scomparsa di questa, e decise di portarlo a San Francisco, dove risiedeva, per affidarlo a persone più competenti.
Il diario di Rywka è giunto poi nelle mani del Centro di studi sull’olocausto del nord California e del Brooklyn College, che hanno riconosciuto l’importanza di questa testimonianza, lo hanno scansionato, trascritto e tradotto e poi pubblicato, cercando notizie su Rywka e la sua famiglia. Ma la storia di questa ragazzina sparita nelle maglie della Shoah non finisce qui.
Il diario fu trovato ad Auschwitz, da cui Rywka riuscì a salvarsi per l’arrivo dell’Armata Rossa, per essere ricoverata in un ospedale di campo inglese dove la videro per l’ultima volta le cugine sopravvissute, credendo per anni ad una sua morte mai confermata. Le notizie in seguito sono frammentarie: la storica Judy Janec racconta in appendice al libro le sue ricerche in merito, Rywka non risulta morta in ospedale come sembrava in un primo tempo, né deceduta altrove, ad un certo punto le notizie su di lei si perdono, senza che ci sia una tomba, cosa che ai reduci dei lager morti negli ospedali era comunque concessa. Ancora oggi il suo caso è aperto, e anche nell’edizione italiana si invita a dare notizie al Centro se si sa qualcosa in merito.
D’altro canto, dentro c’è un altro mistero, perché negli appunti della dottoressa Berezovskaya in merito al diario, si parla che conterrebbe la storia di una mamma separata da suo figlio, cosa che non corrisponde assolutamente al contenuto del documento.
Quindi il mistero resta, e la storia di Rywka è da un lato l’ennesima testimonianza su una tragedia immane, ma dall’altro offre la speranza che da qualche parte Rywka abbia potuto vivere la sua vita e che qualcuno un giorno possa dire come e dove è andata a finire.
Un libro per chi non vuole dimenticare e anche per chi vuole un attimo sperare sui casi della vita.

Rywka Bajla Lipszyc (ʁivka lipʃitz) (15 set 1929 – 1945?) è stata un’ebrea polacca che scrisse un diario personale, nel ghetto di Lodz in Polonia durante l’Olocausto. Sopravvisse alla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, seguita da un trasferimento a Gross-Rosen e ai lavori forzati nel sottocampo di Christianstadt. Sopravvisse anche a una marcia della morte verso Bergen-Belsen, e visse per vedere la sua liberazione nell’aprile del 1945. Troppo malata per essere evacuata, fu trasferita in un ospedale a Niendorf dove. Il suo diario, composto da 112 pagine, è stato scritto in lingua polacca tra l’ottobre 1943 e l’aprile 1944. Il diario è stato tradotto in inglese da Malgorzata Markoff e commentato da Ewa Wiatr. E ‘stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nei primi mesi del 2014, circa 70 anni dopo che era stato scritto.

:: Mediorientarsi – Specchi Rotti, Elias Khoury (Feltrinelli, 2014) a cura di Matilde Zubani

28 gennaio 2015 by

elE’ il 1990 a Beirut e Karim Shamms sta per compiere quarant’anni. Sta aspettando un taxi che lo porterà all’aeroporto, dove si imbarcherà alla volta Montpellier per fare ritorno a casa dalla moglie e dalle figlie. Comincia così questo nuovo libro di Elias Khoury (Specchi rotti, Feltrinelli, 2014), un romanzo che varrebbe la pena leggere solo per il suo essere semplicemente bello, ma che è molto di più: è un vortice di mille storie, accennate e intrecciate, che il lettore si trova a vivere, non una dopo l’altra, ma tutte insieme, perché ‘Beirut è una città di specchi dove ognuno è se stesso e molti altri’.
Innanzitutto è la storia di Karim Shamms e del suo ritorno in Libano dopo dieci anni passati in Francia, dove è diventato uno stimato dermatologo e dove ha trovato rifugio dalla tempesta che lunghi anni di guerra civile hanno agitato nella sua anima. Karim decide di tornare, perché suo fratello Nassim gli ha proposto di costruire insieme un nuovo ospedale per Beirut, proprio quando pensava di aver ormai chiuso la sua porta sul Libano.
Nassim e Karim sono due fratelli nati nello stesso anno eppure così diversi (il tema del “doppio” ricorre più volte all’interno del romanzo), tanto da ritrovarsi poi schierati su fronti opposti nel conflitto che ha infiammato la loro terra. Hanno trascorso la giovinezza accanto al padre Nasri, un uomo ossessivo, dalla forte personalità, che finirà per condizionare profondamente le loro vite. Tornare a Beirut significa per Karim ripiombare in un passato fatto di frasi non dette e di dolori appena sopiti, sotto i suoi occhi scorrono frantumi della sua stessa vita: ha cercato di lasciarsi alla spalle l’amore per Hind, diventata poi la moglie del fratello, i sensi di colpa e l’amarezza per la fine di alcuni compagni di lotta, le verità scomode sulla sua famiglia, eppure tutto è così vivido.
Il Libano non è solo uno scenario tormentato, colpisce l’atmosfera sensuale fatta di odori e sapori, ma anche di amori in carne ed ossa: incontri appassionati ed immagini estremamente poetiche, nel senso più mediorientale del termine. L’autore dimostra di tenere molto alla tradizione letteraria arabo-persiana servendosi di immagini allegoriche classiche, in primis quella dello specchio, nonché scegliendo di concludere il romanzo con un maqta’ in piena regola: come nel sonetto persiano, l’ultimo verso della narrazione contiene il nom de plume dell’autore, che viene tradizionalmente inserito nel contesto con qualche abile giro di parole. (Ringrazio un amico esperto di letteratura araba per avermi fatto notare questo imperdibile dettaglio, non so come, ma per un attimo avevo pensato ad una clamorosa caduta di stile!).
L’abilità narrativa di Khoury è notevole, il ritmo si mantiene impetuoso fino all’apice del finale, quasi apocalittico, lasciando spazio ad alcune parentesi storico-politiche che suggeriscono la complessità dell’ambientazione tout court, senza però pesare troppo sulla scorrevolezza della lettura.
Specchi rotti è un libro che mi è molto piaciuto e quindi, senza aggiungere altro, ve lo consiglio!

Elias Khoury è nato a Beirut nel 1948. Ha scritto numerosi romanzi, opere teatrali e saggi. In Libano è considerato una delle personalità di spicco in ambito letterario, ma anche politico. Da anni gioca un ruolo importante nella difesa della libertà d’espressione. Nel 2008 ha ricevuto il Sultan Oweiss Award per la narrativa e il Prix IMA pour le roman arabe. In Italia sono stati pubblicati anche: Il viaggio del piccolo Gandhi (Jouvence 2001), Facce bianche (Einaudi 2007), Yalo (Einaudi 2009) e La porta del sole (Feltrinelli 2014).

La guerra civile del Libano – In molti sostengono che alla base della lunga guerra che ha insanguinato storia del Libano per quindici anni ci sia stato l’esasperato confessionalismo su cui lo Stato si è fondato, dopo l’indipendenza dalla Francia (1943). Cercando di semplificare, possiamo distinguere cinque diverse fasi del conflitto: 1975-1976, Fase Palestinese, nel 1975, in seguito ad un massiccio afflusso di profughi si contano circa 300.000 palestinesi su tutto il territorio libanese, molti dei quali sono guerriglieri che combattono per la libertà della Palestina. La rappresaglia israeliana non si fa attendere e i bombardamenti aerei colpiscono indistintamente i guerriglieri e i civili (palestinesi e libanesi). I primi a reagire a questa presenza sono i cristiani e scoppia la guerra. 1976-1978, Fase Siriana, caratterizzata dall’intervento dei siriani in funzione di mediatori. 1978-1982, Fase Israeliana, Israele avvia in Libano un’operazione congiunta aerea e terrestre che durerà diversi giorni. Prima di ritirarsi l’esercito instaura una zona di sicurezza, che si trasforma in una vera e propria occupazione militare. Questa cosiddetta “fascia di sicurezza” sarà restituita al Libano solo nel 2000. 1982-1990, Fase Integralista, compaiono sul campo gli Hezbollah (milizia musulmana sciita filo-iraniana) creando profonde divisioni interne al fronte musulmano. 1988-89: Fase delle Guerra Inter-cristiana, in cui lo scontro è tra le varie fazioni della destra cristiano maronita, seguita alla “Pax Siriana”, che ufficializza la presenza dell’Esercito di Damasco in Libano attraverso un trattato di alleanza. Il 13 ottobre 1990 termina ufficialmente la guerra civile: 15 anni di combattimenti, massacri e tensioni provocano – fra civili e militari – più di 150.000 morti.

:: Liberi junior – Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry , (Beat edizioni, 2015) a cura di Viviana Filippini

26 gennaio 2015 by

Piccolo PrincipeIl piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry è uno dei libri per bambini – adatto anche agli adulti-, più conosciuti al mondo e non a caso è stato tradotto in più di duecento lingue e dialetti, tra cui l’Esperanto. Nonostante questa sua fama, l’ho letto – e me ne pento – per la prima volta solo qualche anno fa. La mia prima conoscenza del Piccolo principe è avvenuta attraverso un cartone animato che facevano in TV negli anni ’80, del quale ricordo l’immagine di questo ragazzino biondo, che viveva sul suo pianeta con una rosa parlante. Solo anni dopo, ho scoperto che quel cartoon era ispirato al libro dello scrittore di Lione, pubblicato per la prima volta il 6 aprile del 1943, in inglese, dall’editore Reynal & Hitchcock di New York. La storia è semplice e affascinate, perché narra l’incontro tra un pilota di aerei, precipitato nel deserto del Sahara, e un bambino che come prima cosa gli chiede di disegnargli una pecora. Il pilota, nel quale non è difficile, identificare l’autore stesso, rimane un po’ stranito dalle richieste e dalle cose che quello strambo ragazzino gli chiede. Solo ascoltandolo, l’adulto capirà che quel bambino ha in sé un’avventurosa storia da raccontare. Il Piccolo principe comincia a dire di sé, narrando che viene da un asteroide dove vive con rosa vanitosa che lui accudisce. Il ragazzino prosegue il suo racconto descrivendo i viaggi che ha fatto, prima di arrivare sulla Terra, partendo dall’asteroide 325 al 330. Queste esperienze gli hanno fatto scoprire che i grandi sono persone davvero molto strane. Il Piccolo Principe non venne solo scritto, ma anche illustrato da Antoine de Saint-Exupéry  e ciò che mi stupisce di questo libro, ogni volta che lo rileggo, sono la spontaneità insita nel piccolo protagonista e la sua capacità di stupirsi davanti alle piccole cose quotidiane. Lo sguardo puro e innocente del ragazzino venuto sulla terra da un altro pianeta, mi fa pensare a quella “parte bambina” che molte persone perdono, assieme alla capacità di provare meraviglia per gli eventi del viver quotidiano, quando diventano adulti. Forse al Piccolo Principe i grandi incontrati (un vecchio re solitario che si crede onnipotente e che cerca di farlo suo ministro per essere sempre ascoltato; un uomo d’affari che passa i giorni a contare le stelle credendo che siano sue; o un geografo seduto alla sua scrivania che ha idea di come sia fatto il suo pianeta) sembrano strani, poiché seguono un comportamento che non ha più la spontaneità tipica della fanciullezza, perché trasformato dalle prove della vita. Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry è sì un libro per bambini, ma ha in sé una natura filosofica che riflette su tematiche eterne della condizione dell’uomo come la solitudine, il significato dell’amore e dell’amicizia. Un pensare che invita tutti i lettori – grandi o piccini che siano – a cercare il senso della vita e a mantenere viva, anche da grandi, la stessa capacità di meravigliarsi per le piccole cose, tipica del Piccolo Principe venuto dall’asteroide B 612.

Traduzione integrale dal francese di Giuliano Corà, condotta sulla base dell’edizione originale dell’opera.

Antoine de Saint-Exupéry nacque a Lione nel 1900 e morì il 31 luglio 1944 a bordo del suo aereo, abbattuto da un caccia tedesco al largo della costa marsigliese. Scrisse numerose opere sul mondo dei primi voli aerei, tra i quali Volo di notteTerra degli uomini e L’aviatore. Compose Il Piccolo Principe negli Stati Uniti e lo dedicò al bambino che fu Léon Werth, suo grande amico. Nel 1946, a guerra finita, Gallimard diede alle stampe l’edizione francese dell’opera. Saint-Exupéry non ebbe dunque il tempo di vederla pubblicata in patria né di assistere al suo strabiliante successo dell’opera che ha venduto 150 milioni di copie.

:: Patagonia, Mauro Boselli, Pasquale Frisenda (Bao Publishing, 2014) a cura di Davide Mana

23 gennaio 2015 by

pat

Nel panorama della cultura “popolare” italiana, Tex è un colosso che getta un’ombra lunga in una quantità di direzioni diverse. Gli italiani non hanno imparato ad amare il West leggendo L’Amour o McMurtry – gli italiani hanno imparato ad amare il West leggendo Tex.
E il fumetto di casa Bonelli è diventato per molti un oggetto di culto, una forma di fede, un punto di riferimento fondamentale – tanto che qualunque variazione sui temi classici, qualunque deviazione dalla formula che si è dimostrata fin qui vincente, qualunque “invenzione” rischia di alienare lo zoccolo duro dei fan.
Gestire Tex, il personaggio, la serie, è un lavoro che richiede una delicatezza estrema, e una quantità di coraggio degna dell’eroe che mette il suo nome sulla copertina degli albi.
Bisogna essere come Tex, per fare Tex.
L’Albo Speciale numero 23, Patagonia, uscito all’orgine nel 2009 e ristampato ora in versione extralusso, gioca col mito e si allontana dalla pista battuta, correndo tutti i rischi del caso.
Dimostra coraggio e intelligenza, e viene premiato per entrambi.
Tex viene invitato in Argentina come mediatore, vista la sua esperienza nel gestire i rapporti non sempre idilliaci fra i “selvaggi” e le persone “civilizzate”.
La trasferta a sud dell’equatore porta il ranger con la camicia gialla a contatto con una cultura che è al contempo familiare – siamo dopotutto su di una frontiera, anche se non è quella dell’ovest – e alieno.
Sarà necessario entrare in contatto con questa nuova terra, imparare a conoscerla, per capire chi siano i buoni e i cattivi, per capire da che parte schierarsi.
Per tentare di risolvere un problema che forse è irrisolvibile.
Il senso di alienità strisciante, di ingannevole familiarità, è trasmesso anche dal disegno – che è Tex ma inserisce elementi stilistici diversi, lasciando al lettore la sensazione che tutto sia come al solito, ma non completamente.
Patagonia riprende la mitologia della frontiera ma la coniuga in maniera diversa. Adotta e incorpora la mistica del gaucho, gli scenari spazzati dal vento delle grandi pianure argentine.
Ci fu un tempo in cui era frequente che la discussione dei meriti e dei demeriti di Tex si incuneasse in una assurda diatriba politica.
Patagonia cortocircuita molte delle aspettative di coloro che hanno incasellato il personaggio a livello ideologico – e ci riesce senza tradire il personaggio stesso, insinuandoci così il dubbio reale che tutte quelle chiacchiere non fossero altro che questo, chiacchiere.
Alla fine, Tex rimane il colosso di sempre, un’icona per i suoi adoratori, un personaggio che sarebbe stupido ignorare per snobismo o pregiudizio per tutti gli altri.
Patagonia è arte sequenziale.
E vale una rilettura.

Mauro Boselli è nato a Milano il 30 agosto 1953. Sceneggiatore, redattore, traduttore, poligrafo, lavora da più di trent’anni nel campo dei fumetti. Dopo un’esperienza come assistente del creatore di Tex, Gianluigi Bonelli, e la realizzazione di pioneristici “fumetti in TV” (la serie “Tex & Company”, prodotta con Ferruccio Alessandri e Giorgio Bonelli), nel 1984 entra alla Sergio Bonelli Editore come redattore delle riviste “Pilot” e “Orient Express”. Factotum impegnato in traduzioni, revisioni, impaginazioni, correzioni, stesure di articoli e di “librini” allegati agli Speciali, Boselli scrive una prima storia di “Tex” con Gianluigi Bonelli, “La minaccia invisibile”, poi la mini-serie “River Bill”, su soggetto di Guido Nolitta. Il suo primo episodio di “Zagor”, personaggio di cui avrà la cura editoriale per oltre dieci anni, è del 1991. Nel 1994, con “Il passato di Carson”, entra nel ridottissimo staff di “Tex”. Nel 2000, crea, con Maurizio Colombo, la serie horror “Dampyr”. A tutt’oggi, Boselli ha realizzato più di trentamila pagine di fumetti per la Sergio Bonelli Editore e ha ricevuto svariati premi del settore. Dovuto alla sua penna è il romanzo “Tex Willer. La storia della mia vita”, autobiografia “ufficiale” di Tex, pubblicata da Mondadori. Dal 2012 è curatore di “Tex”.

Milanese, Pasquale Frisenda è nato l’8 gennaio 1970. Dopo aver seguito il Corso di Fumetto e Illustrazione presso il Castello Sforzesco, entra in contatto con lo Studio Comix, di Ambrosini e Casertano, che favorisce l’inizio della sua collaborazione con la testata “Cyborg” della Star Comics. Il battesimo del fuoco si dà per Frisenda nel 1992, con la pubblicazione di “Tenebra”, scritto da Michele Masiero, proprio sulle pagine di “Cyborg”. Pasquale Frisenda consolida la sua posizione professionale entrando a far parte della squadra che realizza le nuove avventure di Ken Parker, e lavora a Ken Parker Magazine fino al confluire della testata sotto l’egida della Sergio Bonelli Editore. A questo punto, il giovane disegnatore viene cooptato per l’horror-western di Gianfranco Manfredi, diventando copertinista della testata dal n. 32 al n. 75 della serie. Successivamente si mette al lavoro sul 23esimo “Tex Speciale”, uscito nel 2009, e su di una storia pubblicata nel quinto “Dylan Dog Color Fest”. Attualmente fa parte dei disegnatori di Tex.

:: La ballata di Dante, Eduardo González Viaña, (Baldini&Castoldi, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 gennaio 2015 by

LaballataQuello che mi ha stupito di La ballata di Dante di Eduardo González Viaña è la capacità dell’autore di realizzare una sorta di versione latinoamericana della Divina Commedia di Dante (non me ne vogliano le spoglie del sommo poeta). Non fraintendete l’affermazione precedente, ma conosce la vicenda narrata dal poeta fiorentino, leggendo questo libro edito da Baldini&Castoldi avrà la sensazione di sentir riecheggiare Dante nella contemporaneità americana di Viaña, dove cultura made in U.S.A. e made in Messico si incontrano e scontrano. Dante Celestino è come il Dante della Divina Commedia, perché anche il personaggio dello scrittore sudamericano partirà per un viaggio che lo porterà ad attraversare l’inferno e il purgatorio, prima di raggiungere una situazione di vita paragonabile alla tranquillità paradisiaca. Il messicano Dante Celestino arriva in Oregon e rimane sempre fermo in quel luogo dove, da solo, cerca di crescere la figlia Emmita, perché la moglie bibliotecaria Beatriz, altro riferimento alla Divina Commedia che richiama alla mente la Beatrice del paradiso dantesco, è morta. Quando la ragazzina raggiunge i quindici anni, Celestino preso dall’entusiasmo –troppo in effetti- organizza una spettacolare cerimonia per celebrare l’ingresso della figlia in società. La gioiosa fatica di Dante verrà spazzata dalla brutale irruzione durante i festeggiamenti di un gruppo di giovani motociclisti che semineranno paura e terrore tra i partecipanti. Il dramma si compie con la fuga di Emmita con Johnny Cabada, il capobanda dei bikers, che si è arricchito con il traffico di stupefacenti. Dante, accompagnato da un asino zoppo e parlante che gli fa da guida spirituale e che, non a caso, si chiama Virgilio, valica i confini dell’Oregon viaggiando per tutti gli Stati americani alla ricerca dell’amata figlia. Certo, nel libro di Viaña non troviamo i vari gironi danteschi con i loro dannati, ma nelle avventure vissute da Celestino povertà, istinto di sopravvivenza, violenza e male che mina gli uomini si mescolano in modo così perfetto da fa apparire, agli occhi di chi legge, il pellegrinaggio del protagonista un vero e proprio viaggio all’inferno. La ballata di Dante di Viaña è interessante perché attraverso la figura di Dante Celestino e della figlia, l’autore racconta le difficoltà di inserimento sociale che molti immigrati hanno nel momento in cui si trasferiscono dal loro Paese d’origine in quello che li ospita. Se la figlia di Dante si sente perfettamente americana e in certi momenti sembra quasi ripudiare le proprie origini del Sud, il padre è l’opposto. Dante vive da sempre in Oregon in condizioni economiche non floride, non sa parlare inglese, non ha documenti d’identità regolari e non riesce a integrarsi nella società americana, perché molto legato alle sue radici messicane. Questo non fa altro che creare un conflitto con la giovane e ribelle Emmita, un dissidio riguardante il classico conflitto generazionale tra genitori e figli. La ballata di Dante Eduardo González Viaña crea il giusto equilibrio tra fantasia e realtà, nel quale temi come gli scontri tra culture diverse e generazioni differenti è trattato con delicatezza, garbo e con una sottile ironia che conferma quanto i libri, spesso e volentieri, riflettano quella che è al realtà quotidiana nella quale i lettori vivono. Traduzione Lucia Lorenzini.

Eduardo González Viaña (Chepén, 1941) giornalista oltre che scrittore peruviano, da molti anni vive in Oregon, dove ha esercitato l’insegnamento presso l’Università, e da questa località invia periodicamente a un ampio circolo di lettori l’e-mail «Correo de Salem», che contiene spesso osservazioni pungenti sulla società statunitense. Ha pubblicato romanzi e numerose raccolte di racconti. Ha ricevuto importanti riconoscimenti fra i quali il Premio Juan Rulfo per il racconto (1999) e nel 2007 il prestigioso International Latino Book Award proprio per La ballata di Dante.