:: L’età della febbre – Storie di questo tempo, AA. VV., curatori Christian Raimo e Alessandro Gazoia (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

17 agosto 2015 by
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L’età della febbre, come da titolo, parla di una malattia e si presenta come cura. Una cura necessaria, azzarderei infallibile, ma dolorosa, che non esclude qualche strascico, così come qualche ricaduta.

Undici racconti, undici voci uniche, undici protagonisti. Ognuno con la propria vita e il proprio microcosmo emotivo, sociale e di genere che mette in luce aspetti di questo nostro tempo in cui, pur avendo tutto, non ci resta proprio nulla.

Insomma, dieci storie più una, un bellissimo graphic novel nato dalla matita di Manuel Fior – autore, tra l’altro, dell’illustrazione di copertina: narrazioni eterogenee, una diversa dall’altra, ma complementari come vuole il filone che conduce l’intera antologia. Storie figlie di autori tutti under 40, tutti emergenti. Così come si era verificato con La qualità dell’aria ben dieci anni fa, minimum fax torna a pubblicare la sua raccolta principe di racconti brevi, che, tuttavia, colpiscono al cuore e alla coscienza di ognuno di noi quasi quanto il peso di un romanzo di seicento pagine finito dritto dritto tra capo e collo.

Perché parlare proprio di “età della febbre”?

Lo stato febbricitante ha la capacità e il potere di dilatare tempo e materia: la temperatura corporea si alza e, con questa, si abbassa la percezione del reale, il contatto che ognuno ha col mondo e con la propria vita. Caratteristica della febbre è proprio quel delirio fatto di irrequietezza e di annichilimento vero o presunto tale. In questo stato versiamo da ammalati, in questo stato stato si ritrova l’Italia degli anni Dieci del Duemila.

Il futuro?

Non pervenuto. Si vive in un presente che non ci piace. Sì, perché i protagonisti de L’età della febbre sono persone comuni che vivono esistenze standardizzate. Niente di più niente di meno rispetto alle nostre di esistenze, alla quotidianità nuda e cruda, quella che ci attanaglia e quasi ci soffoca.

Ce lo può dire Leonardo, livornese con un’esperienza tutt’altro che rosea nella Marina e anni di vita brava in Erasmus a Berlino che proprio lì torna, dopo i risultati delle analisi del sangue, senza dire nulla a Camilla, la sua fidanzata con cui convive da anni. Torna in quel locale dove, anni prima, aveva conosciuto Uwe, principalmente per chiedergli se fosse stato ad infettarlo.

Ce lo può dire ancora Ines che beve il suo Martini con oliva e guarda il marito Aldo ingozzarsi di fragoline, zucchero e maraschino: una combo letale dal punto di vista glicemico che non ha ancora sortito il suo effetto. I due, intanto, sono in vacanza a Nemi, in compagnia di una coppia più ricca di loro. Unica pensiero di Ines è la figlia Beatrice: trentaquattro anni, una laurea in Lettere, molti lavori alle spalle e nessuna certezza. Tutto il contrario di Ines, che, nonostante l’estrema stabilità (e monotonia) della propria vita non si aspetta di certo di finire la serata legata dentro al bosco.

Ce lo può dire di nuovo Nicola che è stato trovato dal padre nel parcheggio dell’Ikea di Corsico, periferia di Milano, e che, dopo quattro anni, vive ancora da lui. Il padre lo asseconda, lo tratta come ogni genitore tratterebbe il proprio ragazzo, gli dice “bravo”, lo spinge a trovarsi un lavoro legale. Nicola cerca di cancellarsi le impronte digitali e si appunta sulla pelle – quasi fosse il protagonista di Memento, film di Christopher Nolan – quelle parole che devono diventare per lui una sorta di ammonizione per il futuro : cavia umana, elettricista, uomo invisibile, amore perduto.

Delle altre otto storie non vi anticipo nulla e neanche vi svelo quale siano state quelle che mi hanno colpito di più. Perché? Semplice: non è possibile, non ne sono capace, vi rovinerei la lettura e non ve lo meritate.

Curatori del volume, ancora una volta, Christian Raimo e Alessandro Gazoia che si servono magistralmente della prefazione al libro di loro pugno per presentarcelo e far sì che, fin da subito, ci sia chiaro l’obiettivo di questo lavoro editoriale:

Cogliere il presente è oggi un imperativo morale e un’ossessione continua; quasi dovessimo ogni giorno – se non ogni attimo – riconoscere da tracce volatili l’essenza sfuggente di un’epoca. Mentre forse è vero che quella sensazione di non riuscire a tenere il passo è il più sincero sentimento del presente: l’ansia di non trovarlo, il posto giusto nel mondo, il timore di restare indietro, smarriti.
Quando una decina d’anni fa, a minimum fax, decidemmo di curare un’antologia di nuova narrativa italiana, avevamo intuito uno scarto: sentivamo di appartenere a un mondo iper-rappresentato, eppure ben poco di quel racconto riguardava davvero le nostre vite, le scelte e le vertigini emotive. E immaginammo che quella mancanza fosse determinata da un errore di prospettiva.
Chiedemmo per questo a un gruppo di scrittori con meno di quarant’anni di provare a raccontare l’Italia contemporanea, affinando l’attenzione, lavorando sul minimo passaggio. «Il vostro tempo sulla vostra pelle» erano le parole con cui tentavamo di comunicare quello che sentivamo urgente. Il libro che ne scaturì, “La qualità dell’aria”, sorprese felicemente i due curatori e ai lettori piacque molto: una nuova generazione di narratori rivelava un’inedita capacità di coinvolgimento e di testimonianza, una generosità ostinata e resistente, oltre le passioni tristi.
Dieci anni dopo, e dopo che molti di quegli scrittori – da Valeria Parrella a Emanuele Trevi, da Mauro Covacich a Paolo Cognetti – sono diventati voci autorevoli, anzi imprescindibili, della letteratura italiana contemporanea, ci è sembrato che un’ulteriore trasformazione fosse avvenuta, e che questo tempo andasse raccontato nuovamente da altre voci.
Ci siamo ispirati a un doppio e altissimo modello: il New Yorker negli Stati Uniti e Granta nel Regno Unito, due riviste che a cadenza decennale dedicano una loro uscita a un’antologia dei best under 40. Per dire, nel numero di Granta del 1983 c’erano Ian McEwan, Kazuo Ishiguro e Salman Rushdie; in quello del New Yorker del 1999 David Foster Wallace, Jonathan Franzen e Jhumpa Lahiri.
Ora non vi è nulla di più provinciale dell’affermare «la letteratura italiana non teme confronti» e la nostra critica ancora ricorda con terrore quando si preferiva Carducci a Baudelaire, anzi Aleardo Aleardi ad Arthur Rimbaud.
Noi siamo però convinti che oggi manchi alla nostra letteratura soprattutto la struttura di produzione e ricezione di altri paesi, appunto un New Yorker e un Granta e un pubblico largo che guarda con amore e orgoglio alla storia e al presente della propria tradizione (come accade anche in Francia e Germania). Ci sono scrittori molto bravi in Italia, e per questo volume abbiamo faticato a scegliere quelli che ci sembravano i migliori narratori under 40. La regola aggiuntiva che non avessero già pubblicato opere in proprio per minimum fax ha reso – sia concesso dirlo – le cose più difficili.
Volevamo però cercare fuori, anche dai nostri gusti, luoghi e conoscenze. Compilata la lista e ottenute le adesioni, i ruoli si sono ribaltati. A noi è stata posta la questione: che tipo di racconto volete? «Vogliamo un racconto bellissimo» era la nostra imbarazzata, convinta risposta. La verità è che sapevamo molto bene solo quello che non volevamo: appare sempre più retriva, troppo facile e falsa, la narrazione dell’Italia contemporanea come terra della crisi e del risentimento senza fine, e la sua gioventù (dai confini sempre allargati) non è una massa sconfitta di viziati o depressi, lo sfondo mesto per la sociologia con la lacrimuccia e il rimbrotto della tv del pomeriggio. Queste riduzioni e distorsioni sono feticci giornalistici e politici. E se la letteratura si presta al gioco non è nemmeno più uno specchietto per attirare le allodole, ma giusto per provarsi il trucco.
Nelle pagine seguenti troverete undici storie che assomigliano a una quest collettiva, a delle indagini intorno a un mistero che è quello della definizione di un sentimento corale. C’è ben più, vedrete, di una vaga aria di famiglia tra queste storie: si tratta piuttosto di un’inaspettata comunione. È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo. Il Novecento con i suoi slanci, le sue ferite, le sue buone famiglie borghesi da cui affrancarsi è ormai lontanissimo. Per impeccabile paradosso la narrazione della crisi, del post-berlusconismo, della società digitale sta ancora più indietro, suona ancora più sorda e vuota nella sua etica con troppe maiuscole a cui aggrapparsi. I narratori dell’Età della febbre conoscono solo quello che viene dopo, la frattura storica e lo spazio che si apre dopo la «vita precaria». In questo mondo nuovo c’è un’ineludibile, violenta sincerità.
La febbre ci mostra, fuor da qualunque fasullo intimismo, che le coscienze sono indecifrabili e le emozioni complesse, e quello che filtra è spesso più importante di quello che sta in primo piano. La fragilità è anche furia, il desiderio è repulsione, l’amicizia vendetta, l’affetto voglia di annichilimento, le scelte un puro caso, la libertà paura, la sincerità volontà di persuasione. Ma nel presente ravvicinatissimo e nel futuro prossimo di questi racconti non contempliamo mai un territorio deserto: rimane piuttosto l’infinito e tenace amore per ogni forma di sopravvivenza. I personaggi inventati da questi undici autori non hanno un animo sconfitto e malinconico, un’infelicità, o anche una felicità, senza desideri. Vivono slanci che assomigliano talvolta a manie, altre volte a profezie a corto raggio, o persino a speranze impreviste.”

Christian Raimo, classe 1975, è nato, cresciuto e vive a Roma. Ha studiato Filosofia con Marco Maria Olivetti. Ha partecipato a diverse (meteoriche ma fondamentali) riviste letterarie romane: Liberatura, Elliot-narrazioni, Accattone – Cronache romane, Il maleppeggio – Storie di lavori. Per minimum fax ha tradotto Charles Bukowski e David Foster Wallace, per Fandango il romanzo in versi di Vikram Seth The golden gate, insieme a Luca Dresda e Veronica Raimo.
Sempre per minimum fax ha pubblicato due raccolte di racconti: Latte (2001) e Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di «minima&moralia». Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli). È tra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014) e tra le firme di Internazionale.

Alessandro Gazoia, laureato in Filosofia della Scienza, Letteratura Italiana e Informatica, scrive di giornalismo, media, informatica su «minima&moralia» e sul suo blog (jumpinshark.blogspot.it). Ha pubblicato per minimum fax l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia (2013) e Come finisce il libro – Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale (2014).

Autori dei racconti antologizzati: Violetta Bellocchio, Emmanuela Carbé, Claudia Durastanti, Manuele Fior (illustratore e fumettista), Vincenzo Latronico , Antonella Lattanzi, Rossella Milone, Vanni Santoni, Paolo Sortino, Chiara Valerio, Giuseppe Zucco.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Rossella dell’ufficio stampa minimum fax.

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:: Io sono Jonathan Scrivener, Claude Houghton (Castelvecchi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

17 agosto 2015 by
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Ma infine una domanda ben precisa emerse dalla spuma di quel mare di aneddoti e scandali con cui Rivers si era dilettato fino ad allora. “Ma di che parlate, lei e Scriv, quando lui è qui? Lo chiamo sempre Scriv perché suona così inappropriato. Dunque, di che parlate?”.
“Scrivener non le ha detto che non ci siamo mai visti?” chiesi.
“Buon Dio, no! Dice sul serio?”.
“Si”.
“Oh ma è stupendo. Dobbiamo pranzarci su. Sembra l’inizio di un giallo. Assumere un segretario che non si conosce. Ottimo presupposto per la trama di un giallo! Sa che ne ho scritto uno, tempo fa? Ultimamente ne ho cominciato un altro. Mi giuri che non sta scherzando”.

Critici e pubblico concordano nel ritenere Io sono Jonathan Scrivener, (I Am Jonathan Scrivener, 1930) l’opera migliore di Claude Houghton, certamente quella di maggior successo. A volte qualità e successo non vanno di pari passo, ma in questo caso il libro si presta davvero a riflessioni interessanti, e anche profonde, sempre che il termine “profonde” non spaventi i lettori in cerca di una lettura rilassante e poco impegnativa.
Io sono Jonathan Scrivener è solo in apparenza un libro semplice e lineare, che nasconde (basta sapere dove cercare) grotte sotterranee e giochi di luce tra parti emerse e parti sommerse. Si parla di identità e niente forse è più fluttuante e indistinto di questo concetto, un’identità ricostruita tramite le riflessioni di alcuni personaggi “emersi”, di un personaggio “sotterraneo” che non compare mai sulla scena, e il vero mistero del libro è se mai comparirà. Se esiste davvero, (per lo meno come i personaggi lo vedono), se è vivo, morto, in fuga, un impostore, un manipolatore, un fantasma.
Mille facce per un uomo, nella realtà forse banale e comune, come banale e comune non è James Wrexham, vero protagonista del libro, e creatore di questo gioco di specchi, la cui identità e altresì un mistero tanto quanto quella di Jonathan Scrivener.
Solo che è il narratore della storia, l’alter ego dell’autore, quello che sceglie quali parti mostrare, in che luce, con che sfumature. Attraverso i suoi occhi vediamo la scena, e questa lisa consuetudine e frequentazione ci può indurre in errore, farci credere che lui non sia un miraggio, come il resto dei personaggi.
I dialoghi sono brillanti (molto british), così come le parti descrittive, un piacere per gli occhi, un gioco di intelligenza che riesce a non rendere noiose pagine e pagine in cui non capita sostanzialmente nulla.
Per darvene un saggio vi cito questo brano:

A volte si va a teatro per vedere un grande attore che vi è piaciuto immensamente anni prima, ma che da allora non avete più rivisto, la sua recitazione vi sembra quasi un plagio di se stessa, di quello che era nel suo periodo più felice. La voce, il modo di gesticolare, i suoi atteggiamenti, il suo stile non sono cambiati: ma questa volta riescono soltanto ad irritarvi. Non sono più indispensabili e inevitabili, perchè l’ispirazione, che un tempo li fondeva in un’ organica unità, è svanita. Erano stati, in passato, espressione spontanea di una grande vitalità: oggi sono consapevolmente, studiatamente sfruttati. L’attore non è più un artista: è diventato una collezione di trucchi del mestiere. (E continua, su questo tono, con la stessa leggerezza e malinconia).

Sì, seguiamo James Wrexham dalla rarefatta e claustrofobica atmosfera della biblioteca di Jonathan Scrivener, (è stato assunto come suo segretario in una maniera abbastanza singolare) alle peregrinazioni in un’altrettanto rarefatta e claustrofobica Londra, fatta di caffè, ristoranti alla moda, palchi dell’opera, case private, boschi oscuri, pioggia, lampioni e nebbia. Ma sia esterno che interno creano la stessa tensione, la stessa mancanza d’aria, tutto nell’economia della crescita della suspense, di un thriller, non thriller, dove sì ci sono anche i morti, per lo più deceduti in circostanze dubbie e misteriose, ma tutto è successo prima che il romanzo inizi, e ha ripercussioni poco meno che ininfluenti sullo svilupparsi della trama.
Temo che la mia recensione sia altrettanto misteriosa quanto il romanzo, e con i lettori me ne scuso, ma riflette senz’altro la profonda suggestione che questo libro mi ha trasmesso e il suo fascino, passato incorrotto dal 1930 a oggi, e per nulla datato. Il libro porta i suoi anni con disinvoltura, e molte sue riflessioni sono attualissime e straordinariamente reali, facendo sembrare la Londra postbellica (si parla della Prima Guerra Mondiale, con la Seconda a stretto giro di boa) molto simile alle nostre realtà metropolitane, popolate di individui cinici e nello stesso tempo ingenui (e a modo loro romantici), che dalla guerra hanno imparato a non prendere niente sul serio.
Io sono Jonathan Scrivener meriterebbe un testo di critica altrettanto lungo quanto il romanzo, ed evidentemente qui non è il luogo appropriato, ma senz’altro va citata la breve prefazione di Henry Miller, uno dei tanti scrittori blasonati che hanno apprezzato Houghton. Traduzione dall’inglese di Allegra Ricci.
Una lettura da non perdere.

Claude Houghton (Sevenoaks, 1889 – Eastbourne, 1961) Scrittore inglese, popolare e apprezzato dalla critica. Fu autore di romanzi psicologici attraversati da un’originale vena di misticismo, che ricevettero sostegno e ammirazione da parte di molti scrittori, da G.K. Chesterton a Hugh Walpole, da Graham Greene a Tomáš Masaryk. Per Castelvecchi è uscito Io sono Jonathan Scrivener, il suo libro di maggior successo e Vicini.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Castelvecchi.

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:: La vita davanti a sé – Romain Gary (Neri Pozza 2010 – 10° edizione), a cura di Alice Strangi

13 agosto 2015 by
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La vita davanti a sé” è un’opera di cui molti avranno facilmente sentito parlare, ma più che altro per il sorprendente contesto in cui è apparso. La parte più famosa di questo libro è infatti la storia del suo scrittore, Emile Ajar, che però non è Emile Ajar ma Romain Gary; e Romain Gary che è l’unico scrittore ad aver vinto due premi Goncourt, anche se uno l’ha vinto sotto pseudonimo (di Emile Ajar, appunto); e il nipote di Gary che finge di essere Emile Ajar e ritira il premio e nessuno sa né sospetta nulla di tutta la beffa; e Romain Gary che mantiene il silenzio rigorosamente per anni, e che si porta dietro il suo segreto fino al giorno in cui decide di spararsi un colpo di pistola, e della vera identità dell’autore de “La vita daventi a sè” ancora nessuno sa niente; e Jean Seberg, bella e triste che, Gary ci tiene a specificarlo, non c’entra nulla; ma forse Emile Ajar l’aveva già scritto: si può vivere senza amore, ma non è possibile vivere senza qualcuno da amare.
Anch’io conoscevo tutta questa storia, ma non avevo mai letto il libro. Per quello che ne sapevo, era una sorta di Oliver Twist ambientato a Parigi, e non mi interessava più di tanto. Poi, quasi per caso, me lo sono ritrovato tra le mani e l’ho letto. Praticamente tutto d’un fiato. Perché questo libro, di per sé, meriterebbe tutta la fama che ha la storia del suo eccentrico autore, e perché forse non ha esagerato troppo chi l’ha definito “un romanzo toccato dalla grazia”.
La vita davanti a sè” ti conquista gradualmente: leggi le prime pagine ed effettivamente ti pare un po’ Oliver Twist ambientato a Parigi, solo con più puttane. C’è questo orfanello di nome Momo, figlio di una che faceva “la vita”, che è arabo perché gli è stato detto così, e che vive al sesto piano senza ascensore di un condominio di Belleville nel secondo dopoguerra. Ad allevare Momo, insieme a un gran numero di altri bambini tutti figli di prostitute, c’è la vecchia madame Rosa, un’ebrea grassa e grossa, che ha tutte le malattie possibili tranne il cancro, ed è sopravvisuta ai marciapiedi di Pigalle e all’olocausto nazista. Intorno a loro si muove tutto un circo di coloratissimi personaggi, dal comprensivo dottor Katz al transessuale senegalese ex campione di boxe, dal saggio signor Hamil, che vendeva tappeti e ora dispensa lenzioni di vita e di filosofia, ad un’affascinante donna bionda che appare e scompare, e che ha lo straordinario potere di riportare indietro il tempo. Più che a Dickens, l’ambiente del romanzo di Gary fa pensare a Pennac e alla sua saga Malaussene, solo scritto circa 40 anni prima. E tutta questa umanità improbabile e marginale ci viene narrata attraverso lo sguardo diretto e onesto di Momo, che è un ragazzino di circa 10 anni, ma che sa già bene che “non si è mai troppo giovani per niente”. Così le sue parole limpide, le sue domande ingenue, le sue azioni impulsive e le reazioni delicatamente commoventi diventano una luce crudelmente sincera sui sentimenti e sulla vita stessa: tutto appare come nuovo, sorprendente e senza filtri, e tutto appare ovvio e essenziale, come fosse davanti ai nostri occhi da sempre, ma non riuscissimo a vederlo nascosto dalle abitudini, dalle convenzioni e dagli eufemisimi.
La vita davanti a sè” insegna tre cose più di tutto: la prima è la vecchiaia; Momo è un ragazzino che si muove in un mondo di vecchi, gli altri bambini intorno a lui sono figure di contorno poco rilevanti. Ad aver peso e importanza nella vita di Momo sono piuttosto il signor Hamil, che dimostra come la vecchiaia possa insegnare; il dottor Katz che dimostra come possa salvare; e ovviamente madame Rosa, che dimostra come la vecchiaia possa proteggere.
La seconda è la bellezza: la bellezza che non è poggiata passivamente sugli oggetti o sui corpi, ma che risplende all’improvviso solo e soltanto negli occhi di chi guarda. Madame Rosa è vecchia, grassa, malata, si trucca pesantemente e si mette addosso abiti succinti e troppo stretti, eppure Momo a volte si ferma a osservarla e proprio così com’è gli sembra bellissima: è bella perché quella donna è la sua famiglia, quella donna è casa sua, è la leonessa che di notte sogna che venga a leccarlo come fa con i suoi cuccioli. La bellezza non è nelle strade di Parigi, ma in una tribù di immigrati africani che danzano e cantano nudi intorno a una donna in stato di ebetudine, per spaventare e allontanare i suoi demoni. La bellezza non è altro che quello che vorremmo potesse durare per sempre.
La terza cosa, manco a dirlo, è l’amore. L’amore esplode dalle pagine di questo libro: l’amore per la vita, per il mondo, per gli esseri umani in quanto tali, senza genere, nazionalità, legge, religione. L’amore che è sempre il motore di tutto, e lo è sempre con una semplicità tale da risultare disarmante.
C’è poi una quarta cosa che insegna questo libro, ed è il futuro: perché qualunque cosa accada, qualunque disgrazia o imprevisto, il tempo per compiangersi è sterile e poco, ma bisogna andare avanti, trovare il buono di ogni situazione, trovare qualcuno a cui voler bene. E tutto nella vita e nella mente di Momo resta sempre coraggiosamente proiettato al futuro, “davanti a sè”, appunto.

Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914 in Lituania, figlio naturale di un’attrice, ebrea russa fuggita dalla rivoluzione, e di Ivan Mosjoukine, la più celebre vedette, insieme a Rodolfo Valentino, del cinema muto. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Nel 1956, vince il Goncourt con Les racines du ciel. Nel 1960 pubblica uno dei suoi capolavori La promessa dell’alba (Neri Pozza 2006). Nel ’62 sposa Jean Seberg, l’attrice americana di Bonjour tristesse, l’interprete di A bout de souffle. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Emile Ajar (identificato all’inizio come Paul Pavlovitch, nipote reale di Romain Gary), La vita davanti a sé (Neri Pozza 2005) che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt. Il pomeriggio del 3 dicembre 1980, Gary si uccide, nella sua casa di place Vendôme a Parigi. Con un colpo di pistola alla testa. http://www.romaingary.org/

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:: Intervista a Bianca Pitzorno, a cura di Federica Guglietta

12 agosto 2015 by

biancaLa vita sessuale dei nostri antenati è l’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, pubblicato a giugno scorso da Mondadori. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con l’autrice, che non si risparmiata nell’illustrarci ampiamente il lavoro preparatorio e la visione del mondo che c’è dietro. Buona lettura!

Buongiorno e benvenuta su Liberi di Scrivere, Bianca. La ringrazio per averci concesso quest’intervista. Rompo il ghiaccio chiedendole subito: qual è stato il motore della narrazione de “La vita sessuale dei nostri antenati”?

Da tempo desideravo scrivere una storia che raccontasse il ‘Prima’ e il ‘Dopo’ nei costumi sessuale delle donne di oggi: le più anziane come me cresciute e educate nel dopoguerra con una mentalità che presupponeva il silenzio, la rimozione ipocrita dell’aspetto fisico nelle relazioni sentimentali e in quelle coniugali, e quelle cresciute dopo la rivoluzione del Sessantotto che ci ha liberato da tabù e pregiudizi a questo riguardo. Le giovani donne di oggi, le mie ‘lettrici-bambine’ cresciute, spesso vivono questa libertà come un dato di fatto scontato, naturale, qualcosa che spetta loro di diritto, e non sanno, o non riflettono su quanto è costato alla nostra generazione conquistarla.
Mentre ordinavo il materiale preparatorio per questa storia mi è capitato sotto gli occhi l’albero genealogico di una famiglia che conoscevo e che risaliva al ‘500 e sono rimasta colpita dall’enorme numero di figli che le donne del passato mettevano al mondo. Riflettendo sulla loro vita quotidiana, sulle norme esplicite e implicite che la regolavano, sul fatto che non solo il diritto, ma la conoscenza stessa del desiderio sessuale e del piacere venissero riconosciuti solo agli uomini (o alle donne di malaffare, ma forse neppure a quelle), ricordando il concetto di ‘debito coniugale’ come sgradevole ‘incombenza’ obbligatoria conseguente al matrimonio, in vigore fino agli anni della mia adolescenza, ho pensato che la riflessione sulla conquista della libertà sessuale dovesse andare più indietro, dovesse considerare anche le donne delle generazioni precedenti alla mia.  È nata così la catena di antenate, a partire dalla fine del Cinquecento fino agli anni Ottanta del secolo scorso, ciascuna con i suoi problemi, con la sua personalità, con la sua intelligenza e iniziativa per superare gli ostacoli. Ed è anche nata in me una grande pietà per loro, una solidarietà, una ammirazione per quello che avevano dovuto sopportare e per come erano riuscite nonostante tutto a conservare la loro dignità, a compiere il loro dovere per pesante che fosse. Poi, naturalmente, essendo il mio libro un’opera di narrativa e non un saggio di sociologia, la storia ha riguardato singoli individui, non categorie.

Trovo che, sia sul piano degli studi e del percorso di vita, lei abbia molti punti in comune con la protagonista del suo romanzo. Si sente vicina ad Ada Bertrand Ferrell?

In realtà io ho in comune con Ada solo l’anno di nascita e la formazione culturale, non il percorso di vita. I miei interessi successivi alla laurea e le mie esperienze di lavoro non potrebbero essere più diversi dai suoi. La famiglia da cui provengo non ha da vantare alcuna aristocrazia, i miei genitori hanno allevato me e i miei tre fratelli con una grande libertà (e sono morti quando noi quattro eravamo già adulti e avviati ognuno a suo modo nella vita). Mia madre era una donna colta, grande lettrice, grande viaggiatrice fino agli ottant’anni, curiosa delle novità e ironica, amante degli scherzi fino alla beffa: niente a che vedere con la megera anaffettiva che qualche critico superficiale ha voluto ricostruire dai miei testi, dal mio desiderio di contrastare, scrivendo, il cliché melenso della mamma ‘da Mulino Bianco’ e di molta letteratura per l’infanzia. Errori e ingenuità che nascono da voler confondere la fiction con l’autobiografia. Per rispondere alla domanda, mi sento vicina a Ada Bertrand Ferrel nel senso della ‘sorellanza’ femminista’. Non mi sento però affatto simile: la mia esperienza di vita è stata totalmente diversa dalla sua.

Cuore pulsante del romanzo è il richiamo al Sessantotto e ai movimenti femministi. Come si pone rispetto quegli anni? Pensa che gran parte delle teorie del tempo siano ancora attuabili?

Penso che grazie a quelle teorie, anche le più utopiche, abbiamo fatto molti passi avanti. Basta pensare al diritto di famiglia, alle leggi sul divorzio e sull’aborto. All’abolizione delle attenuanti per il ‘delitto d’onore’. Alla presenza massiccia delle donne nel mondo degli studi e del lavoro. Davvero voi ragazze non riuscite a immaginare com’era il mondo PRIMA. Purtroppo oggi la crisi economica colpisce per prime le donne facendo fare loro dei passi indietro. Mi auguro che sappiano ricominciare a combattere come abbiamo fatto noi. La prima, fondamentale libertà, per le donne come per chiunque, è quella economica.

In tutti i suoi scritti si può notare un richiamo costante alla famiglia, di ieri e di oggi. Bambini, genitori (spesso assenti o lontani), nonni, zii, parenti di vario ordine e grado. Di questi tempi se la sentirebbe di affrontare anche il tema della omogenitorialità?

Sono cresciuta nel dopoguerra. Molti padri non erano tornati dal fronte, molti orfani miei amici o compagni di scuola venivano allevati dalla madre con l’aiuto di zie, nonne, amiche, vicine di casa. L’esperienza, del tutto positiva e normale, di una famiglia con due o più madri, l’ho vista da vicino. Diversa quella di una famiglia con due o più padri, non ne ho mai vista una se non negli ultimissimi anni, non ne ho esperienza. Ma se devo dare la mia opinione, dico ‘Perché no?’. Le qualità necessarie per allevare un bambino non sono legate al genere, ma alla personalità individuale delle persone che se ne occupano.  Potrei anche raccontare la storia, vera, di un mio amico giapponese, che quando l’ho conosciuto, prima attraverso le lettere, poi di persona con i suoi durante una sua visita in Italia, era un professore universitario di Tokio, padre affettuoso e responsabile di due adolescenti, buon marito di una moglie casalinga. Poi, all’età di 56 anni questa persona ha deciso di cambiare sesso; dice che lo desiderava fin dall’infanzia. Ma è rimasta a vivere in famiglia. Con qualche problema, specie col figlio maschio, ma non più di quanti ce ne siano in una famiglia tradizionale.
Quella che non mi piace troppo, in certe coppie omo ma anche etero, è la smania di ‘giocare a casetta’ con biberon, pannolini e passeggini come nei giochi infantili, nel voler riprodurre il modello ‘famigliola perfetta’ proposto dalla pubblicità. Lo giudico un modello deleterio. Mettere il bambino, il figlio, al centro di tutto, come l’elemento più importante, indispensabile alla vita di coppia, è qualcosa di pericoloso. Non fa bene al bambino, lo fa sentire non un membro di una comunità uguale agli altri ma un piccolo tiranno, e insieme lo carica di aspettative e responsabilità che non sempre è in grado di soddisfare e che possono provocare in lui sensi di inadeguatezza e frustrazione.

Il pubblico che recepisce i suoi scritti, composto in gran parte da noi, piccoli lettori di fine anni ’80 – inizio anni ’90, tende a considerarla una “scrittrice per bambini”. Quanto le pesa quest’etichetta?

Non mi peserebbe affatto se in Italia la critica considerasse lo scrittore per bambini uno scrittore appunto e non un educatore e/o un pedagogista. Se i suoi testi venissero giudicati per il loro valore letterario e non per l’uso che ne può fare a scuola un insegnante; se di un romanzo venisse apprezzato non ‘il messaggio’ (che ovviamente deve essere ‘edificante’), ma la lingua, la struttura, la verità dei personaggi, la profondità di pensiero eccetera a prescindere dall’età di chi lo leggerà. Io non mi vergogno affatto dei libri per bambini o per ragazzi che ho scritto, so che alcuni sono migliori di altri, ma so anche che ho cercato di scriverli al meglio che potevo, che il mio obiettivo era la LETTERATURA e non la pedagogia. Quello che mi dispiace è venire considerata una ‘Mary Poppins’ alla Disney (quella vera raccontata da Pamela Traves è un personaggio straordinario, severo, profondo, imperscrutabile). Quello che mi dispiace è venire invitata alle festicciole di compleanno dei bambini ricchi accanto al prestigiatore o al modellatore di palloncini (ovviamente non ci vado).  Quello che mi dispiace è che si tenda a ignorare i miei libri per adulti scritti negli stessi anni degli ‘juvenilia’- La biografia di Eleonora d’Arborea è del 1984, stesso anno de’ La Casa sull’Albero’. ‘Ritratto di una strega’ è del 1995, precedente a ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ e a ‘La voce segreta’. ‘La bambinaia francese’ è stato collocato dall’editore in una collana per ragazzi, sebbene io lo consideri un libro per adulti (d’altronde negli anni Cinquanta i libri delle due Brontë o di Jane Austen venivano pubblicati in collane per ragazzine). Quello che mi dispiace è che sui media si parli con entusiasmo dei miei libri senza che chi ne scrive si sia preso la briga di leggerli, fidandosi del fatto che li abbiano letti con entusiasmo i più piccoli.

A questo proposito, si sente pienamente realizzata dopo la pubblicazione di quello che (e lo ha dovuto ribadire anche più volte) è un romanzo per adulti?

Non avevo bisogno di pubblicare quest’ultimo romanzo per sentirmi realizzata. Ritengo di aver già fatto un buon lavoro con ‘Ascolta il mio cuore’ e con il meno popolare ma da me molto amato ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ che penso diventeranno dei classici e dureranno nel tempo. Quanto ai ‘libri per adulti’ la mia ‘Vita di Eleonora d’Arborea’, ha già 31 anni. E’ da allora che mi sento ‘pienamente realizzata’, anche se il libro è conosciuto e apprezzato solo in ambito specialistico.
In questo caso ho voluto – e dovuto – ribadire che si tratta di un libro per adulti per evitare che qualche stolido genitore – come nonostante il titolo è avvenuto – lo metta in mano a un bambino, cosa che era già capitata con il mio saggio sulle donne cubane ‘Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente’. E non perché un bambino non debba leggere storie di sesso, ma perché il tema principale, che è la versione moderna del mito di Orfeo, il desiderio di scendere agl’inferi e di parlare con i propri morti, è un desiderio tipico dell’età matura per cui un bambino non prova giustamente alcun interesse.

Descriva il suo essere scrittrice in tre parole.

Tempo fa una mia giovane e sensibile lettrice oggi più che trentenne mi scrisse in una lettera: ‘I tuoi libri mi piacciono perché c’è sempre una famiglia dove succedono delle cose’. Dopo tanti anni e tante recensioni ritengo che questa definizione sintetica sia quella che più si addice alla mia scrittura.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).

:: Dal 27 agosto “Quello che non uccide” di David Lagercrantz (Marsilio, 2015), quarto capitolo della saga Millenium

12 agosto 2015 by
QUELLO CHE NON UCCIDE

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L’attesa sembra stia per finire (sempre che qualche colpo di scena non blocchi tutto all’ultimo minuto) il 27 agosto esce in contemporaea mondiale, – in Italia per Marsilio-, Quello che non uccide (titolo originale Det som inte dödar oss), quarto capitolo della saga Millenium, questa volta non più scritto da Stieg Larsson (con la collaborazione della compagna Eva Gabrielsson) ma da David Lagercrantz.
Tutto è avvolto dalla massima segretezza, forse paragonabile a quella durante gli studi sulla macchina Enigma a Bletchley Park, ma qualcosa è trapelato, a patto di conoscere lo svedese.
Innanzitutto sappiamo che sarà un tomo di 500 pagine, in piena tradizione Larsson, che la copertina almeno dell’edizione italiana è questa affianco, che le strade di Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander si rincontreranno, lei sempre impegnata nel suo ruolo di hacker e lui a cercare scoop, che ci sarà un professore principale autorità nella ricerca sull’ Intelligenza artificiale pronto a fare scottanti rivelazioni. E poi ci saranno Erica Berger, Holger Palmgren, l’ispettore Jan Bublanski, Sonja Modig, e molti altri, insomma tutto il cast letterario che i fan della serie hanno imparato ad amare.
Trovata pubblicitaria, frutto del marketing più estremo o libro di reale spessore letterario? Beh mancano pochi giorni per svelare questo mistero dell’estate. Non è sicuramente le prima volta che una serie iniziata da un autore, che nel frattempo è morto, è continuata da un altro scrittore, anche se questa volta tra beghe legali, risse tra eredi, e scrupoli morali, tutto assume un sapore più amaro.
Delle 200 pagine di Larsson per l’abbozzo del “suo” quarto capitolo David Lagercrantz non se ne è servito (come poteva?) è tutto insomma farina del suo sacco. Ma vediamo di saperne di più di David Lagercrantz. Innanzitutto è nato nel 1962, qualche anno dopo Larsson che era del 54, è un giornalista e uno scrittore. Ha debuttato nel 1997 con un libro sull’ ascesa del Monte Everest dell’avventuriero svedese Goran Kropp. Il suo romanzo più recente Syndafall i Wilmslow ha per protagonista lo scienziato britannico Alan Turing famoso per aver lavorato per il controspionaggio inglese e aver decifrato la macchina Enigma dei tedeschi, personalità che forse l’ha ispirato per il personaggio di Frans Balder. Il suo più grande successo è un libro su Zlatan Ibrahimovic, Io sono Zlatan, che è uscito nel 2011.
Il libro, come tutti voi, naturalmente non ho avuto modo di leggerlo, ma il titolo mi ha fatto sorridere e ricordato una frase che diceva sempre mia nonna: “Quello che non ammazza ingrassa“. Modo di dire più grezzo di “Quello che non mi uccide, mi fortifica” di Friedrich Nietzche. A risentirci allora dopo il 27 agosto.

:: La pietà dell’acqua, Antonio Fusco (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

11 agosto 2015 by
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Torna il personaggio del commissario Casabona, protagonista di una nuova indagine, che parte da un efferrato omicidio che avviene in un assolato Ferragosto sulle colline toscane. Casabona mette a rischio la sua già precaria situazione matrimoniale andando a indagare su questo, scoprendo legami inquietanti con un altro omicidio avvenuto in Francia negli anni Sessanta, ma soprattutto i collegamenti con un eccidio nazista che avvenne nel luogo del delitto di oggi durante la guerra, che riemerge mentre un antico paesino viene temporaneamente liberato dalle acque di una diga che l’ha ricoperto. Accanto a Casabona ci sarà Monique, giornalista francese anche lei alla ricerca della verità, costi quello che costi, e quello che si scoprirà sarà terribile e dolorosissimo.
Appassionante: il primo aggettivo che viene in mente pensando a questo libro è proprio questo. Un thriller teso, che mette insieme passato (ormai i cold case sono la nuova frontiera del thriller, e con giuste ragioni) e presente, portando man mano verso la conclusione che annoda varie trame sparse nelle pagine, sempre ribadendo l’importanza di cercare la verità ma anche di non dimenticare mai il passato se non si vuole ripeterlo, senza esserne però ossessionati.
Attuale: ne La pietà dell’acqua si parla di corruzione, di ricerca della verità, di segreti che si vogliono nascondere, tutte tematiche di oggi nel nostro Paese. In particolare, il famoso Armadio della Vergogna in cui sono state nascoste le prove di tante, troppe stragi nazifasciste, anche per non rovinare i rapporti commerciali con la Germania Ovest, esiste davvero e ha probabilmente ancora molto da raccontare.
Struggente: nella ricerca del perché di una serie di morti cruente e improvvise di oggi, di gente che sembra insospettabile, Casabona scoprirà retroscena terribili, ma anche una storia toccante e struggente, per cui alla fine risulterà molto difficile saper dividere i “buoni” dai “cattivi”, e forse i veri cattivi restano coloro che hanno permesso e fatto certe cose decenni fa.
Interessante: il romanzo si regge su una trama non banale, con una buona variante sul tema del serial killer, con tanti filoni narrativi, il tutto risolto non in maniera prolissa, in un momento in cui anche i thriller hanno stazze da saga fantasy o da classico russo.
Un libro per chi ama i thriller, ovviamente, soprattutto quando non sono scontati e dicono anche qualcos’altro oltre la ricerca di un colpevole, ma un libro in generale per chi sia interessato al passato, al presente, ai segreti vergognosi nascosti e a chi non si arrende e cerca sempre la verità. Non è un caso che tra gli eroi di Antonio Fusco ci sia proprio Ilaria Alpi, la giornalista uccisa a Mogadiscio, tanto simile a Casabona nella sua ricerca della verità, che però ha pagato con la vita.

Antonio Fusco è nato nel 1964 a Napoli. Laureato in Giurisprudenza e Scienze delle Pubbliche amministrazioni, è Funzionario nella Polizia di Stato e Criminologo forense. Ha lavorato a Roma e a Napoli. Dal 2000 vive e lavora in Toscana, dove si occupa di indagini di polizia giudiziaria. La pietà dell’acqua è il secondo romanzo sul commissario Casabona, il primo è Ogni giorno ha il suo male, sempre edito da Giunti.

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:: Nemmeno Houdini, Alessio Mussinelli (Fazi 2015) a cura di Viviana Filippini

10 agosto 2015 by
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“Il cane doveva aver già raggiunto il ciuco poiché non giungeva alcun guaito e la macchina era una grossa palla di fuoco da cui nemmeno Houdini sarebbe uscito vivo”.

Una situazione fenomenale quella descritta nella frase sopra, ed è solo un piccolo assaggio delle stravaganti avventure narrate nel nuovo romanzo di Alessio Mussinelli, Nemmeno Houdini, uscito per Fazi editore. In questo suo secondo lavoro letterario, lo scrittore porta il lettore dentro al mondo della provincia bergamasca alla fine degli anni Trenta. Per la precisione, la trama narrativa si sviluppa nel paesello di Sarnico, sulle rive del Lago d’Iseo, nel 1938 (andateci a visitarlo se vi capita, hanno una biblioteca museo stupenda e non solo). Nemmeno Houdini è un romanzo corale, dove i protagonisti sono tanti, perché ognuno dei personaggi presenti contribuisce, con il proprio vissuto, a vivacizzare la monotonia della vita quotidiana. Tanto per farvi un esempio sulla scena irrompe la signora Moranti, un’anziana vedova con la fissa di far breccia nel cuore di Gabriele D’Annunzio (e non sa che il Vate è morto da tempo) e di trovare un domestico che la assista in ogni cosa. Il dipendente però deve avere caratteristiche precise per soddisfare le esigenze della signora: deve essere bello, aitante, giovane e muscoloso. Il ruolo perfetto per Esperanto Barnelli, lo scansafatiche di turno che riuscirà a conquistare la fiducia dalla vedova e a farsi mantenere da lei. Il Barnelli un po’ alla volta farà compiere alla Moranti spese pazze che le svuoteranno il portafoglio, ma le porteranno a casa una motocicletta, una macchina di lusso (e lui non ha la patente) e pure il contratto di una super villa sul lago di Garda. Che dire poi del Bruttezza, all’anagrafe Metello Patelli, aspirante organista di paese che dovrà fare i conti con il nuovo parroco, don Fulvio Mertinelli, religioso che non ama per niente la musica. Questi sono solo alcuni dei personaggi usciti dalla penna di Mussinelli, in realtà, tra le pagine compaiono tanti altri simpatici protagonisti (Archemio il ragazzo emaciato che irromperà nella vita della vedova Moranti, l’orchestrina dei “Singhiai” – i Cinghiali- che girerà nelle osterie di paese, vescovi e pure psudopreti dall’identità nascosta) che con il loro agire, la loro voglia di fare e di vivere daranno vita ad intrecci davvero vivaci e curiosi. Le situazioni narrative di Nemmeno Houdini sono così avvincenti che il lettore è spinto ad immergersi nelle lettura per scoprire come andrà a finire la storia e quale sarà il destino di questo microcosmo umano. Nel suo nuovo libro Mussinelli mescola con maestria situazioni comiche, drammatiche e grottesche che evidenziano la miriade infinita di sfumature che la vita umana può assumere nel suo corso in divenire. Nemmeno Houdini di Alessio Mussinelli è un ritratto fresco e simpatico di quella piccola, a tratti strampalata, ed esuberante provincia italiana fatta di chiacchiere, in italiano e pure in dialetto, di pettegolezzi e di intrallazzi socio-familiari di ogni genere, che la contemporaneità ipertecnologica di oggi sembra aver dimenticato per sempre.

Alessio Mussinelli è nato e vive in provincia di Bergamo, a due passi dal lago d’Iseo. Laureato in Lettere, ha conseguito il diploma di Master in scrittura e produzione per la fiction e il cinema presso l’Università Cattolica di Milano. Appassionato di dolci e fai-da-te, è tastierista in un gruppo di musica da ballo e si dedica con grande trasporto alla scrittura. Nel 2013, con Fazi, ha pubblicato Nemmeno le galline.

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:: Un’intervista con Kathy Reichs a cura di Giulietta Iannone

7 agosto 2015 by

3382328-9788817082839Chi non conosce Kathy Reichs, Temperance Brennan, e la serie tv “Bones”? Pochi, molto pochi, credo. Kathy per tutti gli amanti della crime fiction non ha bisogno di grandi presentazioni, ma forse non tutti i suoi lettori italiani sanno che è oltre che una scrittrice è Professore di Antropologia Forense, Vice Presidente dell’ Accademia Americana di Scienze Forensi, e lavora per il National Police Services Advisory Council in Canada. Bene, Kathy Reichs, in una pausa del suo book tour, è qui con noi.   

Benvenuta, Kathy, su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Il tuo ultimo romanzo, – Speaking in Bones– ora pubblicato in Italia con il titolo La verità delle ossa, è il tuo diciottesimo romanzo con protagonista la dottoressa Temperance Brennan. Potresti parlarcene?

Tempe non risolve tutti i casi. E la infastidisce che alcuni cadaveri languano senza nome, non identificati, nel suo laboratorio. Le informazioni su alcuni di questi UIP, persone non identificate, sono disponibili on-line, ed è il lavoro delle “websleuths” abbinarli con i MP, le denunce di persone scomparse. All’inizio della storia, Tempe riceve la visita di uno di questi detective dilettanti che crede che uno scheletro rimasto in deposito da Tempe sia quello di una giovane donna scomparsa da tre anni. Quella che sembra essere a prima vista una tragedia isolata assume una prospettiva più sinistra quando Tempe scopre due ulteriori serie di ossa. Ancora scossa dalla diagnosi di sua madre e dallo shock per la proposta di Andrew Ryan, che potenzialmente le cambierebbero la vita, Tempe cerca di risolvere gli omicidi prima che il numero dei cadaveri salga ulteriormente.

Parlaci della tua protagonista, la dottoressa Temperance “Temp” Brennan? Chi ti ha ispirato il personaggio? E’ simile a te per certi versi?

Professionalmente Temperance Brennan e io siamo esattamente le stesse. Tempe ha un solo figlio, mentre io ne ho tre. Tempe è divorziata, mentre io sono sposata da oltre 40 anni. Tempe è un’ alcolista, mentre io sono incline solo a un secondo bicchiere di Pinot. Tempe è molto più impulsiva di me, e tende a mettersi nei guai. Mi piace andare sul sicuro e lascio libero il personaggio. Penso che ciò che dà ai miei libri autenticità è che faccio quello di cui sto scrivendo. Credo che il fatto che io stia in una sala autopsie, che vada sulle scene del crimine e lavori in un laboratorio forense perfettamente attrezzato dà i miei libri un sapore che altrimenti non avrebbero.

Quali sono le principali differenze tra il personaggio letterario Temperance Brennan e il personaggio televisivo?

La TV è un animale diverso dai libri. Quando abbiamo venduto l’idea alla Fox, inizialmente hanno deciso che avrebbero preferito una versione più giovane del personaggio. Quando abbiamo assunto Emily Deschanel per il ruolo di Tempe, ha apportato il proprio stile alla parte. Il disagio sociale del personaggio televisivo Tempe era in parte la sua interpretazione del ruolo. Sono stata molto soddisfatta della serie televisiva, e credo che Emily sia stata una meravigliosa Tempe.

Qual è il ruolo di Internet mentre scrivi i tuoi libri? O è più importante la tua esperienza diretta?

Alcuni argomenti li ricerco su internet. Speaking In Bones introduce il tema del web sleuthing che è una ricerca appunto on-line. Come al solito, la storia emerge dalla coalescenza di diverse particelle di idea che galleggiano nel mio cervello. Migliaia di persone si impegnano nel web sleuthing in tutto il mondo. Sono rimasta affascinata dal concetto e ho pensato che anche i miei lettori avrebbero potuto trovare l’argomento interessante. Brown Mountain, che si trova nel mio stato, il North Carolina, è famoso per un fenomeno inspiegabile di luci fluttuanti la cui origine nessuno sa spiegare. Le Blue Ridge Mountains sono la patria di molti gruppi religiosi insoliti e poco conosciuti, alcuni dei quali allevano serpenti velenosi e parlano in lingue sconosciute come parte del loro culto. Ho preso questi avvenimenti disaparati, li ho inseriti in alcuni vecchi casi, e Speaking In Bones è stato il risultato. Sono sempre alla ricerca di idee e nuovi argomenti per il prossimo libro, e così realmente si tratta di un mix di casi su cui ho lavorato e di casi che ho letto. Comincio con un caso o una situazione e penso “cosa succederebbe se …” Deja Dead (Corpi freddi, 1998)) si basa sulla mia prima indagine di omicidio seriale. Death Du Jour (Cadaveri innocenti, 1999) ha origine dal lavoro che ho svolto per la Chiesa cattolica, e sul culto di omicidio-suicidio di massa della setta del Tempio solare. Fatal Voyage (Viaggio fatale, 2001) si basa sul mio lavoro di disaster recovery di massa. Grave Secrets (Il villaggio degli innocenti, 2001) è stato ispirato dalla mia partecipazione alla esumazione di una fossa comune guatemalteca.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Mi piace sentire e incontrare i miei lettori. Faccio un sacco di firma libri e presentazioni, e sento tante storie su come Temperance Brennan abbia ispirato i lettori e gli spettatori a intraprendere la carriera di antropologo, di medico legale o in un campo di carattere scientifico. I lettori mi possono seguire su Facebook: https://www.facebook.com/kathyreichsbooks Twitter: https://twitter.com/KathyReichs Instagram: https://instagram.com/kathyreichs/ Pinterest: https://www.pinterest.com/kathyreichs/ o possono visitare il mio sito web all’indirizzo http://www.kathyreichs.com

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

A dir la verità ora sto lavorando ad un libro non della serie. Nuovi personaggi, nuova premessa, senza Temperance Brennan… ma basta spoiler!

:: Gli eroi della guerra di Troia, Giorgio Ieranò, (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

6 agosto 2015 by
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Giorgio Ieranò, classicista e già autore di libri divulgativi su miti ed eroi di Grecia e Roma, è tornato in libreria con Gli eroi della guerra di Troia, un saggio che ricorda le gesta dei partecipanti a quella che fu la guerra di tutte le guerre dell’antichità.
Mettendo insieme varie fonti del mondo classico, dai poemi omerici a altre opere meno note oggi ma non meno importanti nella costruzione di un immaginario, l’autore racconta i vari percorsi di figure maschili e femminili uniche, che si incontrano a scuola per la prima volta e che per molti restano poi nel cuore come i primi eroi a cui ci si appassiona, quelli da cui sono derivati quelli di cui oggi leggiamo sui romanzi e vediamo al cinema, anche in genere che sembrano lontani dal mito e non sono come il fantasy e la fantascienza.
L’autore affronta anche la questione se la guerra di Troia sia realmente accaduta oppure no: per secoli fu considerata una mera fantasia, ma oggi molti studiosi propendono per collocarla realisticamente mille anni prima di Cristo, e fu qualcosa di talmente temibile e potente da influenzare appunto storie, leggende e miti per vari secoli dopo.
Nelle pagine del libro rivivono Achille e Ettore, Ulisse e Agamennone, Elena e Clitemnestra, Pelope e Atreo, per citare alcuni nomi, in una trattazione non didascalica e noiosa, ma viva, moderna, appassionante, come se si parlasse di eroi di oggi. Ma in fondo questi protagonisti sono rimasti e sono eterni, le loro sono storie esemplari, nel bene e nel male, e continuano ad appassionare e colpire, e questo libro ne è la prova, una lettura appassionante e mai banale, da cui è difficile staccarsi.
Un libro quindi di divulgazione, non dotto e accademico, ma alla portata di tutti, sia per chi vuole fare un attimo il punto su chi erano e cosa facevano gli eroi omerici, sia per chi vuole scoprire di più, sia magari per gli studenti come supporto ai testi classici.
E quello che fa venire voglia questo libro è proprio di riprendere in mano i classici e rileggerli, ricostruendo queste esistenze tra leggenda e mito, con forse un fondo di verità. Da segnalare una nota nostalgica che non guasta: l’autore conclude il libro rievocando quel capolavoro oggi purtroppo non più noto ai più giovani dello sceneggiato Odissea di Franco Rossi, che avvicinò molti a fine anni Sessanta e poi durante le repliche negli anni successivi al mondo classico, facendo nascere passioni che sono durate poi tutta la vita, come nel caso di Giorgio Ieranò e di molti suoi lettori.

Giorgio Ieranò è docente di Letteratura greca all’Università di Trento. Ha pubblicato vari saggi, sia accademici che di divulgazione. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo Arianna. Storia di un mito (2010) e La tragedia greca. Origini, storia, rinascite (2010), mentre per Sonzogno ha pubblicato i volumi di narrazioni mitologiche Olympos (2011) ed Eroi (2013).

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:: Un’ intervista con Alice Ozma

2 agosto 2015 by

Oz Oggi abbiamo il piacere di avere con noi una scrittrice americana davvero speciale. Si chiama Alice Ozma ed è l’autrice di un libro dal titolo La lettrice di mezzanotte. Se seguite il mio blog certamente questo titolo non vi è nuovo, ed è davvero bello. La lettrice di mezzanotte parla di libri, di lettura ad alta voce, di sentimenti, ma con leggerezza ed ironia. Se volete avvicinare ai libri qualcuno a cui tenete, fargli leggere questo libro è una buona occasione. Ora a lei la parola.

Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

La mia debolezza è il glutine. 🙂 Sono celiaca, quindi non posso mangiare grano. Ma va tutto bene – trovo alternative. Ho appena finito di cucinare un sacco di cose buone a casa.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono la seconda di due figli – mia sorella ha 7,5 anni più di me. Sono cresciuta nel New Jersey, in una zona con un sacco di boschi e non tante fabbriche. Per lo più tutti lavoravano presso l’ospedale, la prigione, o le scuole. Ho frequentato l’università locale e ha ottenuto una laurea in inglese. Come materia secondaria teatro.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Non penso che sia una cosa così ufficiale o complicata. Non mi sono svegliata una mattina e ho detto “sarò una scrittrice!” un giorno. Scrivo cose per puro divertimento da quando ero molto piccola. Quando avevo quattro anni, hanno pubblicato una mia poesia in una rivista. Mio padre l’ha incorniciata!

The Reading Promise, il tuo romanzo d’esordio, appena pubblicato in Italia con il titolo La lettrice di mezzanotte, è un piccolo gioiello, un libro che consiglio a tutti coloro che amano la lettura. Perché hai deciso di scriverlo?

Ho pensato che avrebbe potuto essere un modo divertente per guadagnare qualcosa, ah scherzo! In realtà, ho pensato che avrei potuto ispirare le persone a riflettere su temi come la famiglia, l’alfabetizzazione, e su tutte quelle cose che ritenevo essere importanti.

Che cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Mi è stato offerto un contratto editoriale al college, che suonava meglio che affrontare la disoccupazione dopo la laurea, così mi sono buttata. Non so come facciano gli altri, ma io ho iniziato con il primo capitolo. Ho provato a scrivere un po ‘ in ordine cronologico, anche se saltavo un po’ in giro, quando mi bloccavo.

Hai avuto un insegnante (oltre al tuo padre), che è stato per te una particolare fonte di ispirazione?

La mia insegnante di inglese del mio secondo anno di liceo era (ed è tuttora!) una donna divertente. Mi ha incoraggiato a trovare il senso dell’umorismo nella mia scrittura. Aveva letto alcune cose che avevo scritto ridendo con le lacrime che le scendevano giù per il viso, ridendo proprio istericamente. Poteva trovare l’umorismo in qualsiasi cosa, e mi ha fatto pensare che avrei potuto fare lo stesso anche io. Ho sempre amato le donne forti e divertenti.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere La lettrice di mezzanotte?

Ci sono voluti qualcosa come 6 settimane. E’ stato un lavoro intenso- sarebbe stato impossibile scrivere un lavoro così impegnativo per un lungo periodo di tempo, quindi mi sono concentrata intensamente e ho agito infretta!

Il tuo libro è un piccolo tesoro di consigli di lettura per una ragazza giovane, ma non solo. Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia maggiormente influenzato la tua scrittura?

Wow, grazie – non so se questi sono davvero buoni consigli, ma sarebbe bello che lo fossero, ah! Amo David Sedaris – è un autore tradotto in Italia? Spero di sì . Mi piace anche molto Curtis Sittenfeld; mi trovo a meditare sui suoi scritti anche mesi dopo la lettura. In generale, però, io non seguo specifici autori – ho letto un sacco di libri unici. Inoltre leggo generi molto diversi.

Che cosa stai leggendo in questo momento?

Recentemente ho finito un libro intitolato Full Cicada Moon, di Marilyn Hilton. Ho avuto il piacere di leggere una copia anticipata come parte del mio lavoro per la Scholastic Book Fairs. Ero semplicemente attonita. Che scrittrice potente. Il libro narra una storia così delicata di apprendimento e di amicizia e di crescita. E’ ambientato nel 1969, ma ci si sente che è senza tempo. Il protagonista vuole diventare un astronauta, così come mia nipote, e così tutto era molto reale per me. Parlarne bene non sarebbe mai abbastanza. Se sei un lettore giovane con tutta la vita davanti, leggelilo, che tu sia una ragazza o un ragazzo . Ho pianto. Parecchie volte. Su un aereo!

Ci sono attualmente in corso progetti cinematografici?

Sì! Ma è tutto in costantemente movimento, quindi non so cosa sia pubblico o meno. Doug Atchison, che ha scritto Akeelah and the Bee, sta scrivendo la sceneggiatura. Ho sentito dire che è brillante. Ma non sono riuscita ancora a vederla!

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Per lo più sì, anche se a volte mi manca molto casa mia. Andare a mangiare fuori è difficile per me, per le mie restrizioni dietetiche, quando sei fuori casa può essere difficile. Mio marito dice sempre che le donne vogliono immediatamente farmi da madre. Ovunque io vada, le donne più anziane stravedono per me. Sono le migliori. Le mie nonne non sono più vive da quando frequentavo la scuola media, così mi piace. Vorrei poter avere una nonna in ogni città!

Verrai in Italia per presentare il tuo romanzo?

Sono aperta all’ idea! Anche se è difficile essere ovunque in una volta sola, quando si ha anche un lavoro. Ma i miei fan italiani sembrano persone fantastiche!

Come è il tuo rapporto come i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Se cerchi Alice Ozma su Facebook, mi trovi. Mi scuso in anticipo – ma io parlo solo inglese! Parlo spesso con i miei lettori su facebook- so che tutti dicono così, ma i miei fans sono davvero i migliori. Io li adoro. Sono così solidali e così interessanti.

Come immagini il tuo futuro, in questo momento?

Quest’estate è stata pazzesca, sono stata parecchio occupata, quindi non è che mi auguri che tutto finisca, ma non vedo l’ora di un po’ di riposo. Questo è tutto quello che immagino per il mio futuro, quello che mi sento in grado di pensare in questo momento! L’autunno è la mia stagione preferita, e faccio il conto alla rovescia tutto l’anno perchè arrivi. Non vedo l’ora di avere il mio caminetto acceso, le candele che bruciano e qualcosa di buonissimo nel forno. Mio marito ed io siamo molto legati alle nostre famiglie, quindi non vedo l’ora che arrivino le vacanze in autunno e in inverno. Mi piace avere una scusa per vedere tutti!

:: Un’ intervista con Karen Sander

31 luglio 2015 by

coCiao Karen. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Karen Sander? Punti di forza e di debolezza.

Hm, credo di essere una persona molto curiosa, mi interessano le persone, i luoghi, la storia, tutta quella roba. Credo che la curiosità ti aiuti quando sei uno scrittore, perché è necessario arrivare al cuore delle cose per raccontare belle storie. A volte, però, dà fastidio alla gente. Pensano che io li stia fissando o faccia troppe domande. (Sorride)

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho sempre amato le storie. Quando ero piccola, mia nonna leggeva per me, e più tardi, quando ho potuto leggere io stessa, ho letto più e più volte i miei libri preferiti. Ho iniziato a scrivere le prime storie mie quando avevo solo otto anni. E ho scritto il mio primo romanzo quando avevo sedici anni. Però non è mai stato pubblicato. All’università ho studiato letteratura e traduzione. E ho scritto la mia tesi di dottorato sulla giallista scozzese Val McDermid.

Cosa ti ha spinto a diventare una scritttice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Come ho detto amavo leggere fin da piccola, e ho iniziato a scrivere storie non appena ho potuto leggere. Quindi non è stata una decisione, ma piuttosto una conseguenza logica.

Muori con me (Schwesterlein komm stirb mit mir, 2013) è il tuo romanzo d’esordio. Puoi parlarcene?

E’ il mio debutto come Karen Sander, ma ho già pubblicato un paio di romanzi polizieschi tradizionali. Questo è il mio primo thrller, e parla di un serial killer che uccide donne molto speciali – ma non mi dilungo in ulteriori dettagli, non voglio rovinare l’esperienza di lettura.

Che cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è stata l’idea di narrare la storia di una giovane donna con un passato molto scuro, con una famiglia disfunzionale. Uno scenario che la rende una buona profiler, perché sa più lei degli assassini che la maggior parte delle altre persone.

Siamo a Düsseldorf, una città della valle del Reno, piuttosto insolita come ambientazione (nei thriller o nelle detective story tedesche siamo più abituati a vedere – anche in TV – storie ambientate a Monaco o Berlino). Perché questa scelta?

Beh, sono cresciuta a Düsseldorf, quindi conosco molto bene la città con tutti i suoi luoghi straordinari, interessanti e anche oscuri, e penso che sia importante, quando si scrive una storia e si vuole essere realistici, avere una conoscenza approfondita dell’ ambiente.

Il commissario capo della polizia, Georg Stadler, si appresta a visitare la scena di un crimine. Così inizia il romanzo. Che succede? Un punto di partenza un po ‘splatter’, tipico dei romanzi horror, giusto?

Sì, Stadler arriva su una scena del crimine dove trova un sacco di sangue in una stanza dove c’è molto bianco. Ho apprezzato l’immagine del sangue che distrugge la purezza simbolica del colore bianco.

Di solito è il personaggio maschile della storia quello con più lati oscuri (non è detto che Georg non li abbia, e forse i lettori li troveranno nei prossimi romanzi della serie), ma in questo romanzo è la bella Liz Montario, la profiler donna, con una cascata di riccioli rossi e gli occhi verdi (bella anche se un po’ trascurata), che ha un passato che l’ opprime e la condiziona. Perché questa scelta?

Volevo che la storia fosse diversa da tutti quei romanzi polizieschi con protagonisti maschili in una crisi di qualche tipo, e volevo creare un’ interessante, stimolante figura femminile. Ma, naturalmente, anche Georg ha i suoi lati oscuri …

L’aspetto psicologico della storia è importante nel romanzo. Una storia di serial killer, di legami familiari irrisolti, scontri di personalità. Lo psico thriller è un genere molto popolare in Germania. Dorn, Fitzeck, per citarne solo alcuni. Il tuo romanzo è uno psico thriller?

Sì, penso che la psicologia giochi un ruolo importante nei miei libri. La protagonista è una psicologa, dopo tutto. A parte questo penso che la suspense psicologica sia la forma più intensa di suspense, crea semplicemente un senso di pericolo o di minaccia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti influenzata?

Ho letto tutti i generi di romanzi, ma mi piace particolarmente il romanzo poliziesco. Amo Val McDermid, Michael Robotham, Ian Rankin, Tami Hoag, Elizabeth George, Tana French, per citarne solo alcuni.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“La ragazza del treno” di Paula Hawkins, uno straordinario thriller psicologico.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Sì, è sempre divertente incontrare i lettori e parlare con loro dei miei libri. A volte mi hanno chiesto, se ho sperimentato tutte le cose che accadono nelle mie storie. Sarebbe una vita veramente incredibile …

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Molti lettori mi parlano durante gli eventi quando presento un mio libro, ma ricevo anche un sacco di email da parte di persone che mi dicono che gli piacciono i miei libri o mi chiedono particolari domande su di loro (di solito quando è in arrivo il prossimo).

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe. Sono stata in Italia solo due volte, ci sono molti posti che mi piacerebbe vedere, e mi piacerebbe incontrare i miei lettori italiani, naturalmente.

Wer nicht hören will, muss sterben è il tuo nuovo romanzo. Quando uscirà in Italia?

Non lo so. Questa è una domanda per il mio editore italiano.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Ho appena finito il terzo romanzo della serie. Parla di un killer che usa famosi omicidi del cinema come fonte di ispirazione.

:: Chi manda le onde, Fabio Genovesi (Mondadori, 2015) a cura di Federica Guglietta

31 luglio 2015 by
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La mia reading list per quest’estate comprende – o dovrei dire comprendeva, touché – tutti titoli scelti per curiosità, per caso o per una sorta di iniziazione. Il libro di cui vi parlerò oggi racchiude in sé un po’ tutte e tre le categorie.

Non avrei mai pensato di parlarne in questi toni, ma Chi manda le onde è un romanzo che ti apre il cuore.

Proprio così: uno di quei romanzi che proprio non te l’aspetti, ti capita così, tra capo e collo, e *puff* è capace di farti sentire in pace col genere umano. Almeno per un giorno.

Dovrebbe essere testo in programma in maggior parte delle scuole medie e superiori di tutt’Italia, questo è poco ma sicuro. Non è un caso che abbia vinto il Premio Strega Giovani di quest’anno con la seguente motivazione:

“Ogni pagina di questo romanzo è un’ondata di emozioni. Brancoliamo tutti nel buio di un oceano piatto e infinito che è la nostra vita, alla ricerca di correnti giuste che possano condurci a certezze e verità.”

Pensandoci bene, forse a scuola non lo vorrebbero mai tra i testi adottati per il linguaggio un po’ troppo diretto, scanzonato e, sicuramente, scurrile. Tuttavia non è mistero che già dalle medie i ragazzini abbiano molto da insegnarci, non si scandalizzeranno mica per due parolacce e qualche intercalare di troppo, no?

Il romanzo segue una struttura ben precisa.

Elemento unificante è il mare, quello della Versilia, che spinge e sospinge, che prende e dà. Costante nella vita di chi è nato qui e ci resta anche quando la stagione balneare finisce.

Come Sandro, che a quarant’anni suonati dorme nella stessa cameretta di quando era adolescente e vive ancora coi suoi. Adesso è diventato anche professore, o meglio supplente che viene chiamato quando altri supplenti non sono disponibili. Come Serena, che serena lo è solo di nome, donna splendida, ma che si veste sempre di verde militare e mamma single di due splendidi ragazzini: Luca, diciassettenne da sempre il piccolo uomo della famiglia, e Luna, di undici anni, mingherlina e coi capelli e la pelle candidi come la neve perché è nata albina. E ancora Rambo e Marino, Ferro e Zot.

Un romanzo corale in cui ogni capitolo lascia spazio al punto di vista di un protagonista differente: una volta parla Serena, l’altra Sandro, l’altra ancora Luna.

Nonostante il variare dei narratori e delle situazioni, l’economia del libro si risolve in modo da ritrovarci come dentro a un film: Genovesi non perde mai il filo nel raccontare le storie di queste persone che, quasi compresse tra il blu mare della Versilia e il verde delle Alpi Apuane, sono divise in passato e futuro, in quelli che non ce l’hanno fatta ad andarsene, a crearsi la vita che speravano da giovani e in quelli che sperano in qualcosa di migliore.

E il mare sta lì a guardare… ed è tutt’altro che calmo.

Fabio Genovesi, classe 1974, è nato a Forte dei Marmi. Ha scritto i romanzi Versilia Rock City ed Esche vive, tradotto in dieci Paesi tra cui Stati Uniti e Israele, il saggio cult Morte dei Marmi e Tutti primi sul traguardo del mio cuore, diario on the road della sua avventura al Giro d’Italia. Collabora con il Corriere della Sera e Glamour. Con 69 voti Chi manda le onde ha vinto la seconda edizione del Premio Strega Giovani, assegnato da una giuria di circa 400 ragazzi/e tra i 16 e i 18 anni in rappresentanza di 44 scuole secondarie superiori in Italia e tre all’estero (Berlino, Bucarest, Parigi). Il vincitore è stato proclamato l’8 giugno a Palazzo Montecitorio alla presenza del Presidente della Camera Laura Boldrini.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo la sig.ra Anna dell’Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.