:: La linea, Enrico Astolfi, Aladin Hussein Al Baraduni (Lorusso Editore, 2015)

14 settembre 2015 by
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Per due punti distinti passa una sola retta. E due percorsi differenti hanno portato a incontrarsi lo scrittore Enrico Astolfi e il pittore, illustratore e street artist Aladin, l’uno figlio della periferia romana, dei centri di accoglienza per minori stranieri, l’altro figlio della primavera araba, fuggito dal suo paese (lo Yemen) quando la sua arte libera si opponeva troppo radicalmente alla dittatura in atto.
Per due punti distinti passa una sola retta e NO LINEA è il grido di battaglia, scritto sugli striscioni di una folla inerme e senza nome. Oltre alla linea, una zona militarizzata: scudi, elmetti, manganelli, armi. Provate a immaginare un terreno di scontro: megafoni, lacrimogeni, grida, minacce, intimidazioni. Questo lo scenario in cui si svolge la fiaba politica messa in scena dalle parole e dalle immagini di questi due eclettici artisti romani d’adozione.
La copertina a colori e la decina di tavole in bianco e nero accompagnano la narrazione serrata e senza sbavature di un racconto destrutturato dall’epilogo amaro e scontato. Abbiamo una società militarizzata, forse troppo, e lo spazio per la libertà, la fantasia, la creatività quasi annullato, cancellato. Un equilibrio di forze, sull’orlo dell’implosione, una metafora degli equilibri di forze in atto nelle società contemporanee.
E il senso di tutto questo si perde, anche se chi detiene il potere assicura che è in grado di dare spiegazioni, certezze. Ma a volte il potere si nutre di potere e per il potere combatte. Senza un altro motivo. Senza un’ altra giustificazione. E la ribellione, il no assumono un colore livido, sbiadito, all’orizzonte. Dopo tutto sappiamo tutti che il più forte vince, anche se non è così evidente dove la vera forza stia.
NO LINEA, no confini, se vogliamo un discorso di strettissima attualità, quando una massa oceanica di gente, che lascia il suo paese in guerra, o fugge semplicemente dalla fame ed alla povertà, si sposta verso l’Europa, che almeno per il momento accoglie, organizza, smista ma non ha usato ancora le armi. Una situazione esplosiva, frammentaria, di difficile soluzione. Una situazione con la quale è bene che prima o poi tutti si confrontino. Meglio prima.

Enrico Astolfi è nato a Magenta (MI) nel 1976; ferrarese di adozione, vive da 8 anni a Roma. Funambolo del precariato ha lavorato come fattorino, lavapiatti, attrezzista, manovale e operatore in un centro di accoglienza per minori stranieri. Ha pubblicato la raccolta di racconti Palude (Linea Bn, 2007, Ferrara) e il romanzo Casilina. Ultima fermata (Edizioni Pontesisto, 2013, Roma). Alcuni suoi racconti sono apparsi sul web e su antologie.

Aladin Hussein Al Baraduni è nato in Arabia Saudita nel 1979. Cresciuto nello Yemen, dal 2005 vive a Roma. Pittore, illustratore e street artist, ha realizzato numerosi murales di grandi dimensioni in spazi occupati e autogestiti in tutta Italia, oltre ad aver collaborato con riviste e produzioni culturali indipendenti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e l’ufficio stampa Lorusso editore.

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:: Correzione di bozze in Alta Provenza, Julio Cortázar (edizioni SUR, 2015) a cura di Federica Guglietta

14 settembre 2015 by
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Ho provato ad iniziare questa recensione in modo totalmente diverso, ma non c’è stato verso. Quindi non ci rinuncio, cancello e riscrivo, proprio come nel bel mezzo di una rilettura editoriale semi seria.

Quello che voglio dire, proprio qui, proprio ora, senza altrettanti giri di parole è: Correzione di bozze in Alta Provenza è un piccolo capolavoro. Sicuramente più di quel Libro de Manuel di cui nasce a corredo come scritto di revisione editoriale.

Ce lo dice lo stesso Cortázar nelle primissime pagine, ce lo ripete Giulia Zavagna, traduttrice di questo inedito uscito nel marzo di quest’anno per edizioni SUR, e ce lo ripete Juan Villoro, che ne cura diffusamente la prefazione, definendolo “Una breve opera maestra”.

Correzione di bozze in Alta Provenza è un libricino di neanche sessanta pagine che ti prende e ti trascina con Cortázar nel suo furgoncino Volkswagen rosso, scarrozzando per i paesaggi provenzali, accompagnato da provviste in scatola, vino, la sua fedelissima macchina da scrivere, la radio che offre sottofondi musicali a volte accettabili e a volte no e le breaking news sulla situazione argentina.

Il Libro de Manuel, mai pubblicato in edizione italiana, è il suo scritto più politico. Parla di attualità, quel filo sottile di avvenimenti soggetto al mutare del tempo e della situazione politica. Per questo ha bisogno di una rilettura aperta a qualsiasi cambiamento e concentrata. Una rilettura che poteva trovare il suo habitat solo in viaggio e per niente in un luogo fisso, stanziale.

Così il nostro autore decide di partire a bordo di quel furgoncino così sessantottino, con l’adesivo di una lettera dell’alfabeto applicato sul retro. Quella “F” sta per Francia, il Paese che lo ospiterà fino alla fine dei suoi giorni. Quella stessa “F” che per lui diventerà simbolicamente “Fafner”, proprio come il drago wagneriano sconfitto da Sigfrido.

Questo è il suo intensissimo diario di bordo in cui annota sì correzioni di refusi, accenti vari ed eventuali, strafalcioni e cancellature da editare, ma che ben presto – e il nostro autore lo sa proprio perché sono quelli gli anni in cui, ormai, è conosciuto e letto da tanti, da tutti, in cui non è più un autore di nicchia e ne sente il peso tutto sulle spalle – gli darà più soddisfazione del libro per cui è stato scritto a corredo.

Come abbiamo già detto, si tratta di un testo inedito del 1972, vergato come bisogno esistenziale, un confronto dell’autore faccia a faccia con la sua opera, passaggio che vuole necessariamente un cambiamento di prospettiva, un diventare un altro da sé per poter poi leggere, rileggere e modificare in modo critico una delle sue opere più ostiche proprio perché attuale.

Tutti noi interessati in maniera più o meno ampia e diversa alle vicende editoriali degli scrittori ci chiediamo come dovesse essere vivere da autore impegnato, totalmente figlio della sua epoca, ma che, nel frattempo, cerca di immergersi nel suo scritto per poi scapparne via il più lontano possibile.

Ecco, in queste poche pagine capirete proprio come ci si dovesse sentire a vivere una situazione di scontro, di odio e amore – azzarderei -, di lavoro di revisione sofferto, ma necessario. Vi troverete, inoltre, immersi in un’atmosfera quasi bohèmienne degna di un novello Robinson Crusoe che scappa da se stesso.

Julio Cortázar, nato a Bruxelles nel 1914, figlio di un funzionario dell’ambasciata argentina in Belgio. Autore di Rayela, Bestiario e Storie di cronopios e di famas. È considerato fra i maggiori autori di lingua spagnola del XX secolo. Morì di leucemia nel 1984 a Parigi, dove è sepolto. Oltre a Correzione di bozze in Alta Provenza, edizioni SUR ha pubblicato Un certo Lucas e i primi due volumi del suo epistolario: Carta carbone e Chi scrive i nostri libri.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’ufficio stampa edizioni SUR.

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:: Il Palazzo degli specchi, Amitav Gosh, (Beat, 2015) a cura di Viviana Filippini

13 settembre 2015 by
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Il palazzo degli specchi di Amitav Gosh, edito da BEAT, è un romanzo avventuroso, anzi un viaggio letterario tra la fine dell’Ottocento e buona parte del Novecento, che porta il lettore alla scoperta delle trasformazioni storico-politiche-sociali riguardanti luoghi come la Birmania e la Malesia. Il libro comincia nel 1885 quando il giovane Rajkumar, che lavora come garzone su un’imbarcazione, arriva a Mandalay e scopre che il giorno del suo arrivo è anche quello che segna la fine del regno del re birmano. Il ragazzino assisterà alla guerra lampo tra i soldati del sovrano e i barbari kulan inglesi, che non troveranno difficoltà a vincere la battaglia, perché l’esercito birmano posizionato in loro opposizione sarà composto da forze ridotte. Molti militari birmani hanno deciso di darsi alla fuga e questo permetterà non solo agli inglesi di vincere, ma al popolo di invadere e saccheggiare il Palazzo degli specchi dove viveva il re. In tutto questo trambusto, Rajkumar, dentro a quell’edifico interamente ricoperto di specchi in ogni millimetro della superficie, incrocerà una ragazzina, Dolly, che gli entrerà nel cuore e nella testa. Il protagonista non riuscirà mai a dimenticarla e farà ogni cosa possibile, pur di ritrovarla. Descritto così in breve, il contenuto del libro di Gosh potrebbe far pensare ad una storia d’amore un po’ travagliata di una giovane coppia, in realtà, l’amore c’è, ma è legato alle vicissitudini di un popolo e della loro terra. Il lavoro dello scrittore indiano si trasforma, pagina dopo pagina, in un romanzo corale nel quale Rajkumar si troverà a diventare adulto, e anziano, accanto ad altri personaggi che, come lui vedranno, cambiare per sempre il destino e il volto della Birmania. Ognuno dei personaggi che appare sulla scena narrativa compie delle azioni che permettono ai personaggi di costruirsi il proprio destino in relazione a quello che succede nel mondo nel quale vivono. Rajkumar da semplice mozzo si trasformerà in un imprenditore di legname (tek) e gomma; Dinu – uno dei figli dell’imprenditore – sceglierà di vivere grazie alla fotografia; Uma si trasformerà in una donna impegnata nella lotta dei diritti civili, la piccola Jaja una volta diventata adulta ricostruirà attraverso l’arte della scrittura la storia della sua famiglia e la lascerà in eredità allo stesso scrittore. Attraverso un’accurata descrizione paesaggistica e delle dinamiche umane, il lettore entra dentro ad un universo lontano e differente per usi e costumi, nel quale però i sentimenti messi in gioco hanno valore planetario. Accanto alle storie di questa umanità umile e, molto spesso, tormentata si innestano trasformazioni dovute agli effetti dei grandi cambiamenti storici che in Birmania si manifestarono con disordini interni, con le conseguenze delle due guerre mondiali, con cambiamenti a livello commerciale e pure con lo sviluppo di una politica repressiva postbellica. Il palazzo degli specchi di Amitav Gosh è un libro monumentale, non tanto per le dimensioni (637 pagine), ma perché ogni sua parola contiene la storia di un mondo, di una famiglia e di un intero popolo a cavallo di due secoli. Traduzione Anna Nadotti.

Amitav Gosh, scrittore, giornalista e antropologo indiano. Ha studiato a Oxford e vive tra la sua città natale e New York. Considerato «uno dei più grandi scrittori indiani» (La Repubblica), è autore di Il cerchio della ragione (Garzanti, 1986), Le linee d’ombra (Einaudi, 1990), I fantasmi della signora Gandhi (Einaudi, 1996). Per Neri Pozza ha pubblicato: Il paese delle maree (2005, 2015), Circostanze incendiarie (2006), Il palazzo degli specchi (2007), Mare di papaveri (2008, 2015), Il cromosoma Calcutta (2008), Lo schiavo del manoscritto (2009) e Il fiume dell’oppio (2011).

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:: Il segno, Sarah Lotz (Nord editore, 2015), a cura di Micol Borzatta

11 settembre 2015 by
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12 Gennaio 2012. Giovedì. Il giovedì nero come verrà ricordato nella storia. il giovedì in cui quattro aerei in quattro continenti diversi cadono contemporaneamente.
Di tutti i passeggeri solo tre bambini sono i superstiti. Vengono subito ricoverati e dopo i primi esami si notano delle strane reazioni e dei strani comportamenti, ma tutti li attribuiscono allo shock subito.
I governi si mobilitano immediatamente per scoprire come sia potuto succedere e decidono di accettare la tesi dell’attacco terroristico, anche se devono scoprire la correlazione dei quattro avvenimenti.
Nel frattempo un religioso continua a divulgare la sua certezza che i tre bambini superstiti sono un segnale dell’arrivo dell’Apocalisse.
Ovviamente questa affermazione crea il panico obbligando così il governo a mettere al riparo i bambini e a tenerli sotto protezione fino a quando non saranno chiariti tutti i dettagli degli incidenti.
Un romanzo molto particolare con argomenti molto forti e in alcuni tratti quasi mistico.
Una lettura un po’ complessa, non tanto per il linguaggio o lo stile che sono molto semplici, ma per come viene suddiviso.
La prima parte, infatti, che descrive i disastri aerei è davvero coinvolgente e l’autrice riesce a trasmettere gli stati d’animo di terrore e ansia che provano i parenti delle vittime direttamente nel cuore del lettore che inizia a sentire il peso dell’attesa di notizie e il dolore della scoperta come se fosse fisicamente con i parenti delle vittime e conoscesse pure lui i passeggeri dei voli.
Dalla seconda parte però il ritmo di narrazione rallenta notevolmente e il lettore spesso si trova ad avere difficoltà nella lettura pur trovando comunque una trama coinvolgente concentrata su indagini, complotti e rivelazioni mistiche.
Superata la parte centrale dei complotti, però, troviamo nuovamente lo stesso stile narrativo della prima parte che accompagnerà il lettore fino alla fine, tra colpi di scena e momenti di suspense, in un vortice emozionale incredibile che risucchierà il lettore tenendolo in uno stato quasi da cardiopalma a cui lui non potrà sottrarsi se non alla fine del libro.
Un romanzo accolto con tanta aspettativa data dal tipo di pubblicità che gli è stato fatto e che non ha per niente deluso.

Sarah Lotz è una sceneggiatrice sudafricana che con Il segno ha esordito con il suo nome nella narrativa, avendo già pubblicato come co-autrice il romanzo Il Manichino, scritto a quattro mani con Louis Greenberg, sotto lo pseudonimo S. L. Gray. Il segno è stato un caso letterario alla fiera di Francoforte ed è stato acquistato da oltre 20 editori.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Nord Edizioni.

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:: Gli scrittori parlano dei loro libri: Valeria Pecora racconta “Le cose migliori”

10 settembre 2015 by

cover“Gli scrittori parlano dei loro libri” è una rubrica che riserva soprese. E’ interessante ascoltare uno scrittore che parla di un suo libro, così ho pensato perchè (invece di scrivere un’ impersonale segnalazione) non permettere a questa giovane scrittrice sarda di parlarci di Le cose migliori, ancora di più perchè tratta di un argomento piuttosto delicato come i malati di Parkinson. Spesso conviviamo con persone, genitori, figli, amici che affrontano gravi malattie e non sempre reagiamo come gli altri si aspettano da noi. Lascio la parola quindi a Valeria.

E’ un romanzo nato due anni fa, riposto in un cassetto. L’ho scritto con furore in un mese e mezzo. Non sentivo più niente, scrivevo e scrivevo. E’ venuta fuori una storia sulla quale sono tornata più volte: per smussarla, migliorarla, cambiarla. Per renderla degna di essere letta. Una volta che ho raggiunto la consapevolezza che potesse meritare la lettura (dopo mesi!) l’ho spedita a diverse case editrici. Poche a dire la verità. Sono una sconosciuta e nel mare delle truffe e dei desideri facili, di chi ti fa pubblicare a tutti i costi, volevo solo risposte serie e sincere. Non mi sarei fatta spillare dei soldi per vedere stampato “il mio capolavoro”. Non cado in queste trappole. Non sono una scrittrice. Ho la stoffa per scrivere ma il percorso sarà ancora lungo, faticoso, intenso. Spedisco il mio manoscritto a novembre 2014 e a primavera 2015 mi arriva la proposta di pubblicazione da parte di una piccola casa editrice. Non vogliono un euro da me, fanno regolare contratto, investiranno loro tempo, soldi ed energie per la mia storia.
Ho avuto un blocco dopo, nonostante la felicità e l’entusiasmo. Pubblicare o non pubblicare?
C’è tanta vita che mi appartiene e che prende vita nelle pagine del mio romanzo. C’è la mia vita di bambina, c’è mio padre, mia madre, ci sono le mie due sorelle, i miei nonni.
Parlare di se stessi e basta è scomodo, può essere imbarazzante ma è un rischio che si può correre.
Parlare delle persone che ami di più al mondo diventa pericoloso, ti fa sentire nuda e vulnerabile soprattutto se sei una persona che scrivendo non vuole e non riesce a plastificare la realtà o seguire gli stereotipi.
Nel mio libro si parla di una maternità che non dovrebbe esistere. Si sente il mio essere “orfana” nonostante mia madre sia ancora viva. E’ l’“orfanitudine” della malattia di Parkinson che quando colpisce le madri giovani le rende sofferenti, imperatrici nella sfera familiare e trasforma i figli in piccoli sudditi, bambini travestiti da adulti troppo in fretta. Genitori che diventano fragili come bambini, figli che diventano genitori di chi li ha messi al mondo.
Ho capito che dovevo superare il blocco e pubblicare perché dignità vuol dire questo: avere il coraggio di ammettere tutta la verità, non sfuggire alle proprie ombre, non fare del dolore un culto ma neanche rifuggirlo, disconoscerlo, dargli mentite spoglie.
La maternità che trabocca nel mio romanzo è quella zoppicante di una madre che purtroppo ha zoppicato fin da quando l’ho conosciuta. Il suo zoppicare è stato reale e metaforico, la sua “assenza” ha pesato sulla mia crescita lasciando carichi di rabbia e di dolore. Ho voluto smentire tutti i luoghi comuni che circondano la malattia e la sofferenza: “fortificano e rendono migliori”. La verità è che spesso non si ha un’alternativa e si è costretti a combattere per restare a galla.  E’ un libro spietato, duro, vero.  Credo che ci sia però anche la mia voglia di amare, di riscatto tra queste pagine e la speranza nelle cose migliori che arriveranno a sorprenderci e farci rinascere ancora.

Valeria Pecora, nata il 06.04.1982 a Cagliari, abita ad Arbus, un piccolo paese tra mare e miniere. Lavora come guida turistica in lingua inglese, francese e spagnola. Adora leggere e scrivere. “Le cose migliori” è il suo romanzo d’esordio (casa editrice Lettere Animate, 2015).

:: Il tuo corpo adesso è un’isola, Paola Predicatori (Rizzoli, 2015), a cura di Valeria Gatti

9 settembre 2015 by
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“Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli”

Arthur Schopenhauer

Si può dire che la libertà sia il motore del mondo. Oggi come non mai, purtroppo, assistiamo increduli a fatti crudi e crudeli, che obbligano uomini a fuggire dal proprio paese nel quale, la libertà, appunto, è solo un effimero sogno. Tanto si è scritto, molto si è detto, tutto si è venduto per ottenere la tanto ambita possibilità di vivere senza vincoli una vita nuova e dignitosa. Politica e società si dividono e si accusano reciprocamente per difendersi, da anni, da secoli, da sempre.
Eppure, sembra che manchi qualcosa all’appello per far sì che ognuno di noi si possa sentire davvero libero. Esistono legami che non si possono spezzare, che sono forti e presenti anche quando sembrano dimenticati, gli stessi che ci rendono le persone che siamo.

“ […] gli ultimi giorni non riesce nemmeno a dormire. Di notte si tira su e resta in ascolto: della città fuori; dei rumori che giungono da ogni punto dell’edificio e da cui cerca di indovinare l’origine; del cielo e del vento; e si accorge di una solitudine nuova, pacificata, che lo fa sentire più forte […]”

Questo accade ad Ascanio, il protagonista dell’ultimo romanzo di Paola Predicatori edito da Rizzoli, intitolato “Il tuo corpo adesso è un’isola”.
Si tratta della storia di un adolescente, Ascanio, dal nome così importante e principesco. È un ragazzo schivo e solitario, che si affianca a compagni di scuola allegri per combattere un vuoto e una solitudine che fa fatica a comprendere. Il suo compagno di avventure è Siro, che nella sua saggezza da ragazzo di strada, lo introduce al concetto di libertà.

“ […] sai perché quello è così? Perché è come gli animali dello zoo: quando guarda fuori la prima cosa che vede è sempre la gabbia e allora si incazza […] a volte sono stato molto solo, ma sono sempre stato libero […]”

I genitori di Ascanio sono separati e, come molto spesso accade, uno dei due trova il modo di rifarsi una vita, perché anche questo è sinonimo di libertà e la vita deve continuare, nonostante tutto.
E poi c’è Jacopo, il fratello di Ascanio, il quale, a causa dei suoi innumerevoli problemi fisici che l’hanno accompagnato dalla nascita, ha vissuto una vita breve e sofferta, dalla quale si è liberato troppo presto per diventare un angelo.

“ […] ogni volta deve sforzarsi per ricordare i lunghi periodi trascorsi dal fratello in ospedale, l’unica cosa che rammenta è un tempo indefinito di assenza […]”

E proprio Jacopo, questa figura dolce e delicata, aleggia tra le pagine del romanzo. E’ come un soffio, leggero e calmo, ma talmente profondo e unico che non si spegne mai. Anche quando non è di lui che si sta occupando la scrittrice è il suo ricordo a dettare le parole.

“ Jacopo in quei momenti stava sempre fermo e attento: doveva costargli uno sforzo enorme mantenere tutti i sensi concentrati su di lui […] e invece era lui che si perdeva in quello sguardo […]”

Ascanio crede di aver dimenticato il legame con il suo sfortunato fratellino ma, quando Adele, la nuova compagna di classe, quella “diversa”, entra nella sua vita, viene rimbalzato nel passato e non può far a meno di abbandonarsi al mare di tenerezza e senso di protezione che lei risveglia in lui. Ma questo non è tutto, anzi, questo incontro è proprio l’inizio di tutto. Della paura, della solitudine, del voler perdere ogni contatto con quella realtà che sente troppo stretta, della necessità impellente di fuggire senza meta, lontano dalle sue prigioni, per isolarsi dal passato e dal presente.

Adele se ne va, l’hai saputo?

Un romanzo toccante e delicato che ha la capacità di accompagnare il lettore in un viaggio all’interno di legami famigliari complessi e all’apparenza indomabili. Un commuovente e ben riuscito mix di sentimenti, emozioni, lacrime e sorrisi abbinato a una scrittura calda e precisa che sa accarezzare il dolore, capace di esplorare il delicato emisfero della diversità, della sofferenza, della malattia, capace di tradurre in parole cariche di significato l’emozione del distacco.

Paola Predicatori è nata nelle Marche e vive a Milano. Lavora nel mondo dell’editoria. “Il mio inverno a Zerolandia”, suo romanzo d’esordio, è stato tradotto in otto lingue e pubblicato in decine di Paesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa RCS Libri.

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:: L’isola di Arturo, Elsa Morante (Einaudi, 2014) a cura di Micol Borzatta

8 settembre 2015 by
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Arturo Gerace è un ragazzo orfano di madre che vive sull’isola di Procida con il padre Wilhelm, figlio bastardo di Antonio Gerace e riconosciuto in tarda età, quando ormai Wilhelm era già un ragazzo, e da lui sempre odiato.
Arturo è sempre cresciuto da solo, con un ragazzo che gli faceva da tutore mentre il padre era sempre in mare per i suoi viaggi. In questi anni di solitudine Arturo ha imparato da autodidatta studiando tutti i libri presenti in casa e creandosi da solo le sue regole di vita dove alla base c’è il suo grande amore per il padre. Un amore che è una vera e propria venerazione.
Crescendo in un ambiente solo maschile in Arturo aumenta la convinzione che le donne siano tutte brutte e inutili, esseri inferiori, e proprio perché cresciuto con questa convinzione si sente tradito quando il padre gli comunica che si sposa, e ancora di più quando lui porta la nuova moglie a casa.
Con il passare del tempo però l’affetto che Arturo inizia a provare per la matrigna, che ha solo un anno in più di lui, si trasforma in amore, amore corrisposto e per questo li porta a evitarsi, fino a spingere Arturo ad abbandonare l’isola arruolandosi come volontario insieme al suo vecchio tutore come soldato nella Seconda Guerra Mondiale.
L’isola di Arturo è un romanzo un po’ diverso dalle solite storie biografiche a cui siamo abituati. Molto poco romanzato e scritto tutto in prima persona trasmette al lettore la sensazione di essere seduto nella grande cucina della casa dei guaglioni di Procida e avere Arturo seduto di fronte a raccontare la sua storia.
Storia ricca di emozioni, sentimenti e pensieri che la Morante sa descrivere alla perfezione.
I temi principali di tutto il libro sono la crescita e la trasformazione che avviene nel protagonista, evolvendolo da bambino ad adolescente, toccando tutte le fasi e le varie esperienze da quando da bambino ha vissuto in una realtà immaginaria creata da lui a quando da adulto prende coscienza della cosa e inizia a riconoscere la vera realtà.
A questo si aggiungono i sentimenti della solitudine, della gelosia e del rapporto parentale tra padre e figlio, descritti nella loro complessità e visti sotto i vari punti di vista: quelli di Arturo bambino, quelli di Arturo adulto, quelli del padre e quelli della matrigna.
Argomenti molto forti che fanno capire al lettore l’importanza dei rapporti umani e che non vengono eclissati nemmeno quando alla fine del libro viene approfondito un altro tema molto forte, ovvero l’omosessualità.
La bravura della Morante sta proprio nel trasmettere al lettore tutti questi sentimenti in un racconto lineare, con un linguaggio semplice che crea un’atmosfera reale che arriva al cuore del lettore che percepisce come sua la solitudine e la sofferenza di Arturo insegnando l’importanza di amare e di apprezzare quello che ha.
Un romanzo che dovrebbero leggere tutti almeno una volta nella vita scritto da una grande autrice del suo tempo.

Elsa Morante nasce a Roma nel 1912 e muore sempre a Roma nel 1985. Scrittrice, saggista, poetessa e traduttrice è considerata una tra le più importanti autrici del secondo dopoguerra. Ha iniziato a scrivere fin da giovanissima filastrocche e favole che vennero pubblicate dal 1933 fino al 1945 su vari giornali e riviste. Nel 1941 pubblica il suo primo libro, una raccolta di racconti, intitolato Il gioco segreto con la casa editrice Garzanti. Sempre nel 1941 convoglia a nozze con Alberto Moravia, lo scrittore, con il quale fa conoscenza e inizia a frequentare i massimi scrittori italiani del tempo. Dopo una lunghissima carriera letteraria nel 1984, dopo la pubblicazione del suo ultimo libro Aracoeli che ha vinto il premio Prix Médicis, scopre di essere gravemente ammalata e tenta il suicidio, ma viene salvata dalla sua governante, per morire nel 1985 stroncata da un infarto. I suoi manoscritti sono conservati alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma che ha organizzato nel 2006 e nel 2012 due mostre dedicate alla scrittrice.

Source: acquisto del recensore

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:: Un’ intervista con Valeria Arnaldi, a cura di Elena Romanello

8 settembre 2015 by

val 2Valeria Arnaldi, giornalista e organizzatrice di vari eventi, ha scritto per la nuova collana Shibuya di Ultra edizioni dedicata agli anime giapponesi due saggi, rispettivamente sul maestro Hayao Miyazaki e su Lady Oscar. L’abbiamo incontrata per parlare di questa passione travolgente, che ormai unisce varie generazioni, per manga ed anime e l’immaginario ad essi legato.

Come mai ha scelto di occuparsi di Lady Oscar e che rapporto ha con questo personaggio?

Lady Oscar era un personaggio nuovo all’interno della produzione animata giapponese dell’epoca, che a sua volta rappresentava già una rottura rispetto all’animazione cui eravamo abituati in Occidente. Era una donna alle prese con la riflessione su identità, ruolo, desideri. Non la classica icona “domestica”, più spesso addomesticata, della quasi totalità di favole e serie, ma una donna combattiva, determinata, energica. Mi interessava studiare questa nuova femminilità, più moderna e femminista ma non priva di elementi anche maschilisti della tradizione, e raccontarla uscendo dal semplice discorso nostalgico per proporne un’analisi più ampia. L’affezione ha comunque un suo peso. Come direttrice della collana Shibuya, scegliendo gli autori dei vari libri, ho cercato persone con background diversi che avessero uno speciale legame con il personaggio che avrebbero raccontato. Ho seguito questo criterio anche per me: Lady Oscar, da bambina, era la mia serie animata preferita.

Secondo lei come mai Lady Oscar è ancora così amata anche da chi non segue manga ed anime?

Credo sia molto amato per i tanti stimoli che offre. C’è la commistione tra storia e finzione, con tutte le suggestioni che la riconoscibilità di contesto e personaggi porta con sé in termini di credibilità della storia. C’è il fascino del periodo storico, ricostruito tra realismo e stereotipi. Poi, appunto, il carattere di Oscar, la trama emotiva molto articolata e ricca di colpi di scena. È una storia complessa, colma di sorprese, coinvolgente. Un “cappa e spada” al femminile: al tempo stesso, dinamico e romantico.

Che differenze ci sono state tra scrivere il saggio su Miyazaki e scrivere quello su Oscar?

L’approccio, per ricerca e modalità di studio, è stato il medesimo: privilegiare le fonti dirette, ossia appunti e dichiarazioni degli stessi autori, documentare la “cronaca” del loro lavoro, e poi passare all’interpretazione personale di testi, serie e film, a seconda dei casi. Vuole essere proprio nell’interpretazione critica, che nel mio caso segue i principi che adotto nella critica d’arte, il cuore di questi lavori: proporre un approccio diverso, non tradizionale, che guardi all’animazione come linguaggio artistico del contemporaneo, facendola uscire da quella nicchia cui spesso una certa Cultura, per snobismo, la relega. Non è un caso che, nel libro su Miyazaki, sul cui esempio ha poi preso vita la collana,e dunque anche in Lady Oscar, io abbia inserito un capitolo sugli omaggi degli artisti contemporanei in tutto il mondo. Fin qui le somiglianze. La differenza è già insita nei titoli. Nel saggio su Hayao Miyazaki, parlo di un regista e della totalità del suo lavoro, attraverso i decenni. In Lady Oscar, pur parlando di Riyoko Ikeda e del contesto in cui sono nati i suoi lavori, seguo un personaggio e il suo mondo, anche nelle citazioni successive, ma dovendo forzatamente evitare di approfondire altri passaggi della carriera dell’autrice.

Cosa ha reso secondo lei i manga e gli anime anni Settanta ed Ottanta così mitici e unici?

I lavori del cosiddetto “Anime Boom” hanno rappresentato una rivoluzione nel panorama italiano in particolare e occidentale. Eravamo abituati al buonismo, soprattutto disneyano, con le sue favole ritoccate per lasciare la paura, anche l’orrore a volte, ma stemperato dalla garanzia del lieto fine. La produzione giapponese era diversa, più “adulta”, fatta di chiaroscuri, sangue e carne, violenza ma anche passione e perfino erotismo. Era qualcosa di completamente diverso, una “bomba” per le generazioni che, per prime, sono venute a contatto con quel mondo.

Prossimi progetti dedicati agli anime e ai manga o in generale?

Da autrice, ho in programma, nei prossimi mesi, l’uscita di nuovi titoli nei quali, stavolta, vorrei proporre anche letture trasversali di un medesimo tema, attraverso più serie e più epoche. Da direttrice, la collana andrà avanti ancora con monografie dedicate ai personaggi cult dell’animazione dell’epoca, che hanno cresciuto più di una generazione. Personaggi divenuta icona, come, ad esempio, Lupin III.

:: Quello che non uccide, David Lagercrantz (Marsilio, 2015), a cura di Micol Borzatta

7 settembre 2015 by
QUELLO CHE NON UCCIDE

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Frans Balder, grande scienziato svedese di fama internazionale, specializzato nell’intelligenza artificiale, torna in Svezia dopo aver passato anni a lavorare negli Stati Uniti. il suo ritorno in patria interessa a molte persone, specialmente visto il grande cambiamento avvenuto in lui, che oltre a renderlo quasi irriconoscibile lo riavvicina al figlio autistico permettendogli in questo modo di scoprire che il piccolo è un savant, ovvero rientra nel gruppo di autistici che grazie al loro QI superiore alla media sono dei geni.
L’interesse nei suoi confronti però non coinvolge soltanto i suoi familiari e conoscenti, ma anche un’organizzazione criminale interessata ai suoi studi.
Balder, sentendosi in grave pericolo, si rivolge prima a Lisbeth Salanger, hacker sua amica, per scoprire chi lo stia spiando, e poi contatta Mikael Blomkvist, giornalista di cui è un grande ammiratore per la sua integrità e coerenza, per fargli rendere pubblici i suoi studi e le sue scoperte.
Purtroppo Mikael non scoprirà mai cosa Badler volesse comunicargli perché appena arriva all’appuntamento lo scienziato viene ucciso davanti agli occhi del figlio.
L’omicidio di Badler riunisce così nuovamente le strade di Mikael e di Lisbeth che torneranno a indagare insieme per scoprire il responsabile della morte dello scienziato e rilevare i suoi studi secondo le sue volontà.
Romanzo che ha fatto parlare molto di sé e che si è rilevato un ottimo seguito della trilogia originale.
Lagercrantz infatti riesce a ricalcare pienamente le orme di Larsson riproducendone perfettamente lo stile, la tipologia di descrizioni e il ritmo di narrazione.
Ritroviamo, quindi, anche in questo romanzo personaggi non particolarmente approfonditi e ambientazioni descritte lo stretto necessario. C’è da aggiungere però che Lagercrantz, per permettere anche a chi non ha letto la trilogia originale di leggere il libro, spesso ripete e riassume il passato dei personaggi in moda da permettere a chi ha letto i precedenti libri di fare mente locale, ricordarsi gli avvenimenti e ripartire così da zero.
Anche in questo nuovo capitolo troviamo degli argomenti di fondo molto forti e di rilevanza sociale come la violenza sulle donne, la disabilità, nello specifico il problema dell’autismo, e il progresso scientifico come la creazione di un’intelligenza artificiale. Tematiche molto amate da Larsson, e l’ultima molto cara a Lagercrantz.
La storia narrata è davvero intrigante e coinvolgente e sa come catturare il lettore esattamente come hanno fatto i primi tre capitoli della saga, anche se il continuare, da parte dell’autore, a ripetere il passato dei personaggi per cercare di dare la possibilità di ripartire da zero rende la narrazione a tratti lenta e pesante, narrazione che oltretutto ha una grave carenza di suspance causata dalla brutta abitudine dell’autore di svelare troppe informazioni troppo presto.
Nonostante questi due piccoli problemi negativi il romanzo è davvero spettacolare e sa soddisfare appieno tutte le aspettative che chi ha amato Larsson si aspettava di trovare.

David Lagercrantz è nato in Svezia nel 1962. Giornalista e scrittore ha fatto il suo ingresso nella letteratura internazionale con il romanzo biografico Zlaba Ibrahimovic: Io, Ibra pubblicato nel 2011, ma in realtà aveva pubblicato già altre due biografie in Svezia: Gora Kropp nel 1997 e Ett Svenskt Geni nel 2000, che non sono mai state tradotte.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ufficio stampa Marsilio.

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:: La trappola, Melanie Raabe (Corbaccio, 2015), a cura di Micol Borzatta

7 settembre 2015 by
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Linda Conrads ha solo 38 anni, ma da undici vive rinchiusa nella sua casa, una villa sul lago Stanberg. Il suo mondo è la sua casa, al punto che ha rinominato ogni locale con il nome di un continente e in quel locale lei rivive i ricordi relativi ai suoi vecchi viaggi nel continente in questione. L’unico contatto con il mondo esterno è quando il suo cane, Bukowski, entrando dai suoi viaggi in giardino sporca il parquet di fango e sgocciola l’acqua piovana assorbita dal suo pelo.
Il suo periodo nero e di reclusione è iniziato quando andando a far visita alla sorella l’ha trovata morta, a terra, brutalmente assassinata. Ad aumentare ulteriormente la sua paura è l’aver visto l’assassino scappare. Una visione che ha continuato a tormentarla provocandole incubi tutte le notti, fino a quando un giorno non lo vede per caso in televisione, dandole finalmente la forza di uscire di casa e affrontare il mondo esterno. Forza derivante dalla capacità di lui di mettere talmente tanti dubbi in testa da faticare a riconoscere la raltà dalla fantasia.
Un romanzo che sa davvero tenerti legato a sé tanto da non farti staccare per tutte le circa 10 ore necessarie per finirlo.
Capacità che l’autrice ha creato tessendo una storia incredibile in uno stile tutto nuovo. Il libro infatti si apre con la soluzione del caso, già questa cosa stranissima per un giallo, e si sviluppa intorno alla cattura dell’assassino.
Altro punto a favore dell’autrice è la sua maestria nel raccontare molto profondamente le emozioni della protagonista, analizzando in profondità il senso di solitudine e di vuoto che l’attanagliano e trasmettendoli al lettore con una narrazione tutta in prima persona che riesce a farti immedesimare e provare le stesse emozioni.
Ottimo anche lo stratagemma dell’autrice per rendere partecipe e a conoscenza il lettore dei fatti del passato inserendoli tra un capitolo e un altro in capitoli tratti dal libro che sta scrivendo la protagonista, creando così un libro dentro al libro che rende il romanzo ancora più reale, come se raccontasse effettivamente dei fatti di cronaca.
Un romanzo incredibile che sa conquistare e rapire il lettore lasciandoci in attesa di una prossima opera.
Un grande successo per un’autrice esordiente.

Melanie Raabe nasce a Jena nel 1981 e cresce a Turingia, una piccola città del Nord Reno-Westfalia.
Scrittrice, giornalista, blogger, artista e attrice. Laureata in letteratura ora vive a Colonia. La trappola è stato tradotto in Italia, Francia, Paesi Bassi, Spagna e nei paesi di lingua inglese

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Letizia dell’ufficio stampa Corbaccio.

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:: Un’ intervista con Marisa Giaroli, a cura di Elena Romanello

7 settembre 2015 by

canMarisa Giaroli, scrittrice e poetessa, ha pubblicato vari libri in cui ha affrontato tra l’altro il tema, per certi versi attualissimo ma di cui si parla spesso a sproposito, dell’amore tra donne. La sua ultima fatica è il romanzo Canoni e contrappunti, edito da Corsiero, storia di un amore che nasce tra le due protagoniste nella bassa Padana degli ultimi decenni. Le abbiamo chiesto alcune cose su questa storia, sui libri, sull’amore.

Com’è nata l’idea di Canoni e contrappunti?

Chi scrive a mio parere deve essere molto attento a quello che accade nel mondo, intorno a lui. In questi ultimi anni si parla molto di omosessualità, nel bene e nel male, anche a livello delle istituzioni. Alcuni Stati hanno approvato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, si parla sempre più della Teoria del Gender.
Mentre scrivi una storia cerchi di entrare nell’animo dei personaggi, in questo caso di una persona che ama una persona dello stesso sesso ne percepisci le sofferenze, le gioie le difficoltà a portare avanti la relazione

Nella storia, il personaggio di Carmen affronta un percorso tortuoso prima di riconoscersi come lesbica. Secondo te quali sono le principali difficoltà oggi per una donna che ama le donne nel nostro Paese?

Penso che le difficoltà siano comuni per entrambi i sessi, non solo per le donne, perché a tutt’oggi i pregiudizi nei confronti degli omosessuali sono ancora molto diffusi Spesso si pensa a loro esclusivamente in termini di sessualità e pratiche sessuali, ci si limita a chiedersi come facciano l’amore e non le si considerano come persone che una propria storia, affetti autentici e profondi. Questo rende difficile mostrarsi a tutti senza veli, confidarsi apertamente, alla pari. Le cose poi si fanno ancora più difficili se si vive in un paese di provincia dove tutti sanno tutto di tutti.

Nel tuo libro ci sono ben pochi stereotipi: per te quali sono le difficoltà e i pregi di scrivere di amore tra donne?

Nei miei romanzi metto sempre in evidenza l’importanza dell’amore nella vita dell’uomo. Che ad amarsi siano persone dello stesso sesso o di sesso opposto nel mio scrivere non ha importanza. È l’amore a prevalere. Non è sempre facile parlare delle emozioni che l’amore genera si rischia spesso di cadere nel sentimentalismo. Ho raccontato la storia di una religiosa, di un notaio avanti negli anni che s’innamora di una giovane donna, di una ragazza alla ricerca della madre e ho cercato in ogni caso di esprimere l’importanza dell’amore nelle loro vite.

Cosa pensi della visione delle donne che si amano nei film, telefilm, romanzi? Quali sono stati i tuoi modelli in tal senso?

È un terreno che sta diventando sempre più fertile, c’è del buono e del meno buono, questo vale per film e romanzi.

Prossimi progetti?

Non progetto mai i miei romanzi, deve esserci qualcosa che accende la mia curiosità, il desiderio di sapere. Parto quando sento che ho qualcosa da comunicare, da condividere, quando mi sento coinvolta in una situazione.

:: Intervista a Stefania Auci, autrice di “Florence” (Baldini & Castoldi, 2015), a cura di Federica Guglietta

4 settembre 2015 by

auAvevamo già parlato di Florence, il terzo romanzo della scrittrice siciliana Stefania Auci, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi.

Oggi abbiamo il piacere di parlarne proprio con lei.

Benvenuta su Liberi di Scrivere, Stefania. Come da tua richiesta, mi permetto di darti del tu.  La prima cosa che mi viene da chiederti è: perché proprio il romanzo storico? 

Ciao e grazie a voi per l’accoglienza. Romanzo storico perché mi piace. Banale da dirsi ma è così: adoro la Storia perché credo che sia la più grande maestra del presente. E poi mi emoziona pensare alle “vite che non sono la mia”, per citare Carrére.

La tua professione di insegnante ha influito in questa scelta? 

No e sì. Essere insegnante ti permette di avere un contatto continuo e diretto con le nuove generazioni, di capire il loro linguaggio e ora più che mai c’è bisogno che i ragazzi conoscano il nostro passato, recente e non, per capire al meglio il presente. Credo che un romanzo storico possa essere un buon strumento per veicolare questo messaggio e agevolare la conoscenza.

Florence“, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi è il tuo terzo romanzo appartenente a questo genere, il primo ambientato in Italia. Gli altri due, “Fiore di Scozia” e il suo seguito “La rosa bianca” (entrambi pubblicati da Harlequin Mondadori tra il 2011 e il 2012), invece, nella Scozia di Carlo Stuart. Si tratta di epoche e background diversissimi. Con quale ti sei trovata più a tuo agio nella stesura del romanzo? 

Sono due ambienti profondamente diversi: la Scozia degli Stuart era ancora arretrata, profondamente legata a una coscienza medievale che noi non possiamo facilmente immaginare, poiché il vissuto politico della Scozia è estremamente diverso da quello italiano (sebbene ci siano state strumentazioni politiche sul punto).
L’Italia dei primi del Novecento, paradossalmente, è stata molto più difficile poiché era una nazione incerta, fragile, con un panorama politico estremamente parcellizzato e con una coscienza comune del tutto assente. Sì, Florence senza dubbio è stato il più complesso tra i due.

In Italia, quando si pensa al romanzo storico, viene automatico il rimando al Manzoni e a I promessi sposi. Eppure hai scelto un periodo, quello della Prima Guerra Mondiale molto più vicino prima al realismo di Verga e al Neorealismo cinematografico e letterario, poi. 
Quanto queste correnti hanno influenzato il tuo lavoro? 

Sarò sincera: Verga mi sta sullo stomaco. Da sempre. Non posso dire lo stesso di Manzoni, di cui ho amato le descrizioni dei luoghi e le personalità così vivide e forti. Per cui sì, se devo trovare un riferimento, lo trovo in Manzoni, anche se il vero punto di riferimento per questo romanzo è nella letteratura post bellica di ambientazione anglosassone. Su tutti, un autore e un romanzo: Ford Madox Ford con il suo Parade’s end.

Parliamo più nello specifico di Florence, in cui affronti con fluidità l’inizio di un secolo complessissimo come è stato il ‘900.
Il tuo romanzo è la dimostrazione che sentimenti e materia bellica possono coesistere senza annoiare o risultare banali. 
Quanto c’è di studio dietro? Questa dicotomia nell’argomento ha rappresentato in qualche modo una sfida tra l’autrice e il suo libro? 

Tanto studio e tanta passione, dalla ricerca dei movimenti sul territorio della Marna alle costruzioni rurali e alle case – torri della campagna toscana. E poi sì, la ricerca minuziosa del luogo e del punto in cui innestare una scena che ti ronza dentro da un po’. Per me non è una sfida: è che non riesco a pensare di poter scrivere in maniera diversa. Sono una persona pignola e appassionata.

Florence” racchiude in sé più temi e filoni narrativi: troviamo guerra, amore e passione, meschinità e violenza, speranza e colpi di scena. Il tutto raccordato nello schema narrativo del diario, che qui diventa un vero e proprio diario di guerra. 
Dal punto di vista prevalentemente stilistico, quello del diario è un modus scrivendi che senti tuo?

Più che di diario, parlerei di mescolanza di strumenti: c’è l’articolo di giornale, c‘è la lettera privata, i momenti introspettivi. Ho cercato di usare gli strumenti che avevo per tirar fuori in modo quanto più preciso possibile i personaggi, dando loro una coloritura ben determinata. Per me rimane prioritario l’approfondimento psicologico del personaggio.

I personaggi del tuo romanzo, come già accennato nella recensione, sono tanti e caratterialmente ben delineati, tanto da sembrare i personaggi di un film. Hanno un volto? Ti sei ispirata a personaggi realmente esistiti? 

No, o meglio. Non dal punto di vista caratteriale. Nascono così nella mia testa ed è difficile smontarli o fargli fare qualcosa che non vogliono. Per Ludovico ho tratto spunto da Luigi Barzini, antesignano dei cronisti di guerra. Per Irene e Claudia, invece, mi sono guardata attorno è mi sono concentrata su ciò che oggi è importante per una donna, su ciò che rappresenta aspirazione e limite. A distanza di cento anni, le donne sono ancora divise tra angeli del focolare e creature in cerca di un loro posto nel mondo.

Sono rimasta molto colpita dal personaggio di Irene. 
Nel suo essere laica, pacifista, colta, una donna che non ha nulla da spartire con i primi anni del Novecento, ma che è già protratta molto più avanti, rappresenta appieno gli esiti culturali e sociali del Novecento.
Vedi una matrice femminista in lei o è solo conseguenza naturale del tempo in cui vive? 

Sono molto felice che tu mi abbia fatto questa domanda. Irene è un personaggio femminista nell’accezione in cui decide di prendere in mano la sua vita e fare ciò che desidera. È una ragazza che ha le idee chiare, ma nello stesso tempo, sconta la diffidenza di un mondo profondamente maschilista da una parte, e dall’altra si trova a dover affrontare una realtà che la trova impreparata.
Irene è ciò che le ragazze di oggi cercano di essere: donne che vogliono avere le stesse opportunità di un uomo, con lo stesso salario e lo stesso rispetto. Non oggetti sessuali o lavoratrici di serie B. Sappiamo tutte che il cammino è ancora lungo. E che dobbiamo lavorare con le giovani generazioni, sia maschi che femmine, per far sì che questo accada.

Sposerai l’idea di scrivere altri romanzi storici di ambientazione nostrana?

Assolutamente sì.

Descrivi il tuo essere scrittrice in tre parole.

Coraggiosa, tenace, arrabbiata.
E grazie per la vostra gentilezza.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Castoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.