:: I venerdì da Enrico’s, Don Carpenter (Frassinelli, 2015) a cura di Giulietta Iannone

16 dicembre 2015 by
62

Clicca sulla cover per l’acquisto

Don Carpenter non ebbe in vita il successo che si sarebbe meritato, questo è un dato di fatto. Triste. Sì, molto triste se pensiamo che ancor oggi lo si cita  sempre partendo dalle cause della sua morte, cosa che non farò, perchè per me era e resta un autore starordinario che merita di essere ricordato più per i suoi romanzi, per i suoi racconti, per le sue sceneggiature (il suo incontro con Hollywood gli ha permesso di scrivere pagine  memorabili e inconsuete  sulla vita di scrittori, agenti, editori della Mecca del cinema, che già da sole meritano il prezzo del viaggio) che per il resto. Lasciò incompiuto un romanzo, Fridays at Enrico’s e solo grazie a Jonathan Lethem, che l’ha editato (sfoltendo qualche ripetizioni e giusto aggiungendo qualche pagina) e finito, è stato pubblicato nel 2014 da Counterpoint Press.  In italia è arrivato grazie a Frassinelli, nella traduzione lucida e asciutta di Stefano Bertolussi.  Mai una parola banale, mai un periodo privo di ripercussioni sul resto del testo e sull’animo del lettore, e molto è sicuramente merito di Lethem. Aveva un diamante ed è riuscito a tagliarlo alla perfezione. Quindi se di Carpenter non potremo leggere più nulla, di Lethem siamo ancora in tempo, e forse è questo il vero  splendido regalo postumo, che ci ha fatto generosamente Carpenter, oltre al suo libro. I venerdì da Enrico’s parla di scrittori, di libri, di carriere, di matrimoni, della scintillante stagione del Beat Generation vissuta a San Francisco ma non dalle star del movimento: Kerouac, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti, Mailer.  No, i nostri eroi sono altri, scrittori che vedono il loro maggior momento di gloria vendendo un racconto a Playboy, scrittori che ci mettono anni a scrivere il Romanzo capace di vedere cambiare le sorti della letteratura, per poi non pubblicarlo mai, venendo in extremis rincorsi da Hollywood per progetti che mai si realizzeranno, scrittori dotati di talento non ostante si mantengano facendo i ladri d’appartamento, e la cui tappa obbligata sia il carcere, scrittori che riescono ad amare i propri cari solo scrivendone su libri che scalano le classifiche.  Scrittori che Carpenter ha conosciuto, o che gli permettono di parlare di sè. Di quanto scrivere a volte sia più una maledizione che un dono, perchè uno scrittore ha bisogno di spazio, di silenzio, di estraniarsi e non essere interrotto, e questo quasi mai si concilia con le dinamiche familiari. Non ostante le ombre però la comunità degli scrittori sembra davvero un mondo a parte e Carpenter ce lo fa sentire così vicino e luminoso, un mondo di persone eccezionali pur nelle loro debolezze e fragilità.  I venerdì da Enrico’s  è questo e molto altro: è la neve che cade in Oregon, è girare il mondo in barca a vela, è un’adolescente alta e bellissima che guarda i suoi genitori non più insieme, è un bar dove bere un Lemon Hart, è un appartamento arredato in modo monacale, è una piscina in cui nuotare e prendere il sole nudi sotto il sole di Hollywood.  E’ difficile non innamorarsi di Charlie e Jaime, non parteggiare Stan Winger, quando impara a memoria il suo primo romanzo nella sua cella di isolamento, non rattristarsi per Dick Dubonet quando il padre naturale viene a riprendersi il figlio e Linda McNeill lo abbandona.  Che dire I venerdì da Enrico’s è un libro scintillante come i festoni a Natale, che si rilegge anche volentieri quando già si sa che finirà da Enrico’s a bere e sbronzarsi in solitudine. Perchè si è soli, sembra dire Carpenter, nonostante i figli, le storie d’amore che sembrano mai finire anche quando sono finite, i personaggi immaginari dei propri libri. E nonostante  questa nota di tristezza non si riesce a non sorridere e a complimentarsi con il destino che ti ha fatto incontrare un libro simile.

Don Carpenter nacque a Berkeley, California, nel 1931. Durante la Guerra di Corea si arruolò in aviazione. Al ritorno in patria si stabilì a San Francisco. Autore di dieci romanzi e numerosi racconti, fu molto apprezzato dalla critica e dai colleghi scrittori ma non ottenne mai successo di pubblico. Tra gli anni Sessanta e Ottanta si guadagnò da vivere scrivendo per Hollywood. Segnato da gravi problemi di salute, morì suicida nel 1995. I venerdì da Enrico’s è il suo ultimo romanzo, incompiuto e inedito fino al 2014, quando Jonathan Lethem ha deciso di portarlo a termine e pubblicarlo. La critica lo definisce già un classico moderno. Come Stoner di John Edwards Williams.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Lucia dell’ Ufficio Stampa Frassinelli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Nonostante tutto, Francesca Vignali Albergotti, (Fazi 2015) a cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2015 by
nonostante-tutto-light

Clicca sulla cover per l’acquisto

Nonostante tutto è il titolo del romanzo d’esordio di Francesca Vignali Albergotti, pubblicato da Fazi editore. La storia ha una trama che paragonerei ad un gustoso e sfizioso minestrone, perché quello che l’autrice mette sulla carta, non è una vicenda dove il protagonista è uno solo. Quello della scrittrice, originaria di Verona, è un romanzo corale. Dodici sono i personaggi che caratterizzano la dozzina di storie presenti in questo libro e, tutti, sono lo stereotipo, o forse sarebbe meglio dire, la “macchietta” dei tanti comportamenti che caratterizzano la nostra specie umana. Le diverse creature letterarie sembrano essere le une indipendenti dalle altre, invece, la Albergotti costruisce un impianto narrativo nel quale tutti i suoi personaggi, apparentemente slegati tra loro, diventano protagonisti di un’unica storia, nella quale sottili fili, quasi invisibili, informano noi lettori dei legami esistenti tra i vari attori narrativi. Tanto per farvi un esempio, il romanzo si apre con Susy, una donna di mezza età che si mantiene in forma e al passo con i tempi. Accanto a lei, il nuovo marito Carlo, un tipo che dimostra di essere infallibile con il gentil sesso. Quest’ultimo ha un figlio, Leonardo, depresso e abbattuto, pronto a guarire grazie all’aiuto di Paola, una psicologa professionista, innamorata persa del paziente omosessuale. Paola è sposata, ha due figli (Camilla e Gianmaria) che, all’apparenza, non dimostrano problemi e un marito, Edoardo, perfetto ingegnere. Potrei fermarmi qui, ma è giusto che vi faccia conoscere anche gli altri protagonisti. Così, Edoardo, non abbastanza soddisfatto della propria vita coniugale, ha un amante, Rebecca, ex fidanzata di Andrea, che si è già pentito di averla lasciata per Irina. La straniera Irina pensa con nostalgia a Peppe, un ricco imprenditore, pure lui sposato con Gloria. Più ci si addentra nella storia, più l’autrice porta chi legge dentro a vite che, dietro una superficie di luccicante perfezione, dimostrano una fragilità estrema e incombente. Si viene a sapere come certe donne di mezza età pensino più al botulino, che al marito (fardello) malato di demenza senile. Ci son adolescenti infelici di se stessi e del proprio fisico, pronti a tutto pur di raggiungere il peso perfetto. Vicino a loro, futuri padri pronti ad amare il proprio pargolo, ma pentiti di essersi innamorati di una donna che è pura forma e zero sostanza. E che dire dei furbetti che si sono arricchiti con giochetti loschi, senza rendersi conto che, come ricorda un noto detto popolare: “le bugie hanno le gambe corte”? Questo romanzo di vita si inoltra nella profondità dell’animo umano e ci spiazza mostrandoci le paure, le ossessioni, la voglia di riscatto da una vita non felice e la fragilità caratteriale che contrassegna tutti i diversi personaggi. I protagonisti sono “tipi” umani minati dalla solitudine, dall’incapacità di essere sinceri con se stessi e con il mondo che li circonda. Ognuno di loro è come bloccato e incapace, non si sa per colpa di chi o cosa, a comunicare e ad esternare il proprio malessere. In Nonostante tutto, le creature della Albergotti sono lontane tra loro e sono individui così strambi da sembrare quasi surreali, ma se provassimo a metterli in relazione alla nostra vita reale, ci renderemmo contro che, forse, nonostante tutto, tanto diversi da noi non sono.

Francesca Vignali Albergotti, nata a Verona, ha vissuto a Bologna e negli Stati Uniti prima di trasferirsi ad Arezzo, dove vive in una grande dimora-albergo risalente al 1100, dopo aver sposato un uomo che è anche un marchese. Amante della musica, legge molto e dorme poco, cucina e scrive ossessivamente.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’ Ufficio Stampa Fazi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Benzine, Gino Pitaro (Ensemble, 2015) a cura di Valeria Gatti

13 dicembre 2015 by
indexd

Clicca sulla cover per l’acquisto

“ … c’è una teoria che dice che anche i più piccoli avvenimenti possano insegnarci qualcosa … magari ciò che ci riesce nella vita, anche le cose più piccole, hanno un senso nella nostra esistenza, se le sappiamo leggere senza superstizioni …”

Nel lontano 1929, pochi anni prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, a Sacile, ridente cittadina friulana incorniciata dalle acque del Livenza e divenuta Città decorata al Valor Militare per la Guerra di Liberazione per la sua fervida attività partigiana durante il conflitto bellico, Pier Paolo Pasolini non superò la prova di italiano necessaria per accedere al ginnasio. Chissà cosa pensò il giovane Pasolini vedendo in rosso, probabilmente, il suo nome nella tabella esposta sul vetro della scuola. Forse si sentì inadeguato al ruolo che egli voleva ricoprire, forse provò rabbia e dentro di lui nacque un sentimento di profonda ingiustizia verso chi non riconosceva il suo talento. Sicuramente non si fece abbattere da quell’ostacolo perché si presentò per l’esame una seconda volta e lo superò. Il resto divenne storia e lui e le sue opere, amate e odiate, osannate e condannate, formarono parte della nostra cultura.
E, il Pasolini della periferia di Roma, lui che si accontentava della sua passione, che sospettava dei neonati borghesi del dopoguerra, gli stessi perbenisti che puntavano il dito su lui e sulle sue opere, per molti aspetti, si incarna delicatamente in Luigi, il protagonista del nuovo romanzo di Gino Pitaro “Benzine” pubblicato dalla Edizione Ensemble.
Luigi è un ragazzo come tanti. Uno di quelli che non può contare sul conto in banca dei genitori per ottenere il dottorato. Uno di quelli si butta nella giungla dei precari con l’innocenza di un bambino. Uno che non si spaventa di fronte alla dura ed estenuante vita del pendolare che non sa quando partirà né tantomeno se e quando arriverà a destinazione. Uno che non smette di sognare e che, nonostante tutto, ha la capacità di accettare il suo non perfetto presente col sorriso.
Lo sfondo narrativo è quello della periferia romana moderna con i suoi palazzi fatiscenti in cui vige il divieto assoluto alla debolezza, nella quale anche il degrado diventa una solida abitudine, il tutto condito da una spiccata ironia che si respira nelle avventure del protagonista, nei brevi dialoghi e nei lunghi confronti che Luigi ha con gli amici che crede intimi e fidati, negli scambi di messaggi di circostanza tra lui e gli sconosciuti invisibili che appaiono sulla sua strada.
Un romanzo scritto da una penna calda, ironica, leggera e precisa che oltre ad aprirci le porte della Roma di periferia con i suoi tanti contrasti attraverso la voce di Luigi, offre numerosi spunti per osservare meglio la nostra società.
Un viaggio lungo attraverso il mondo dell’istruzione, nel quale è sempre più complesso dimostrare le proprie capacità:

… senta, tra noi assistenti se ci conosciamo ci vogliamo mangiare vivi, se non ci conosciamo ci ignoriamo … stiamo preparando un concorso, seguire voi che avete già il fiato sul collo su di noi e che anzi ci sopravanzate è un peso … non so se mi spiego …”

Una ricca e a tratti divertente analisi della vita lavorativa, precaria e logorante:

“ … la parola che apre le porte del primo articolo della Costituzione è CALL CENTER… una volta ho saputo di uno che offriva chiarimenti in merito alla Costituzione. Il top credo sia rispondere per venti centesimi a chiamata (lordi) a una persona che ti chieda delucidazioni riguardo all’articolo primo …”

E sotto la crosta delle vicende quotidiane, si celano altri importanti messaggi, diretti e sempre attuali, come quello dell’integrazione culturale e razziale : “… non sappiamo se la nostra bandiera sia verde, bianca e rossa o blu, gialla e rossa …”, dell’amicizia che tradisce i sentimenti “ … cosa sappiamo in effetti della vita degli altri? …” dell’amore che nasce inaspettatamente “ … a proposito, adesso facciamo coppia …”.
La scelta stilistica di affidare il compito della narrazione al protagonista rende “Benzine” una sorta di diario speciale nel quale le riflessioni vengono trattate con impegno e semplicità e nel quale ogni pagina nasconde una semplice e grande verità.

Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia il 7 luglio 1970. Nel suo percorso svolgevarie attività, tra cui quella di redattore e articolista freelance e di documentarista indipendente. Nel 2011 esce il suo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore), che ottiene buoni riscontri di critica e diviene una delle opere underground più lette nel 2012. Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario è il secondo libro, con il quale vince il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata III ediz. (sez. narrativa edita), il premio speciale antologia al Concorso Letterario Caterina Martinelli II ediz., il premio giuria al Concorso Letterario Città di Parole III ediz. – patrocinato dalla Città di Firenze, dall’AICS (sezione cultura) e dall’Associazione Artecinema Rive Gauche -, il riconoscimento Libri di Morfeo, 4° posto (Città di Siracusa). Babelfish inoltre è stato segnalato al concorso Percorsi Letterari dalle Cinque Terre al Golfo dei Poeti I ediz. Benzine è il nuovo romanzo.

Source: omaggio dell’autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi, Carlo Sperduti (Gorilla Sapiens Edizioni, 2013) a cura di Federica Guglietta

12 dicembre 2015 by
sp

Clicca sulla cover per l’acquisto

Chi mi legge da tempo su Liberi di Scrivere avrà notato che nelle mie letture tendo a prediligere le raccolte di racconti. A dire il vero, quasi tutto il 2015 è stato per me l’anno delle raccolte di racconti. Non solo, certo, ma in larga parte. Ecco, allora altro giro, altra raccolta, altra recensione.
Prima di parlarvi di “Un terribile intanchesimo e altri rattonchi”, però, vorrei fare una cosa che, di solito, non mi era mai capitata: presentarvi prima la casa editrice che lo ha pubblicato, Gorilla Sapiens Edizioni – piccola casa editrice indipendente romana che seguo da un anno e più tramite social e che ho avuto modo di apprezzare durante l’ultima edizione di Più Libri Più Liberi a Roma, evento a cui ho partecipato per il nostro blog collettivo, come già accennato qui, e che merita un articolo a parte, quindi direi che sì, sia proprio arrivato quel momento, provvederò. Gorilla Sapiens pubblica per lo più narrativa e tantissimi scrittori interessanti, innovativi e imprevedibili.
Pare sia proprio il caso di Carlo Sperduti che con la sua raccolta “Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi” ci offre 125 pagine da leggere in quelle giornate proprio no, in cui tutto sembra andare storto, quel maledetto giorno in cui persino il cane del portiere del condominio in cui vivete da trent’anni pare avercela con voi, sì, proprio quella mattina in cui l’unica cosa buona da fare sarebbe rinfilare la testa sotto quattro cuscini e dormire fino al giorno dopo. Ecco che, in emergenze come queste, subentra il libro di Sperduti o Loris D. Crepatu o Dr. Luce Spiratu o Ciro Del Raptus o Normanno Calvadòs.
Insomma, chiamatelo come più vi aggrada, ma aprite il suo libricino ed immergetevi nella lettura. Il vostro umore, sicuramente, ne gioverà. O ne uscirete più arrabbiati di prima e allora avrete tutto il sacrosanto diritto di prendervela prima con la sottoscritta e poi con l’autore, anche se difficilmente potremmo provvedere ai vostri danni morali, vi conviene fidarvi a scatola chiusa del consiglio di questa recensione.
Protagonisti dei racconti le più improbabili anime che potrebbero trovarsi su questa terra: una “Giorgia a caso” con una personalità davvero “a caso”, per esempio. Una cena a quattro “Nonostante Eleonora”, perché proprio quel “nonostante” sta a voi scoprirlo. Il mistero irrisolvibile di un “nano seduto”. La storia di un “turuttuttù nairananài” ossessivo compulsivo ripetuto nella testa di una donna e poi del suo dottore, e tante altre storie.
Un libro da leggere assolutamente per migliorarsi la giornata con sferzante ironia, pastiche letterari e paradossi inaspettati.

Carlo Sperduti, classe 1984, vive e scrive a Roma, dove si occupa di eventi e laboratori letterari. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da CaratteriMobili e Zero91.
Per Intermezzi Editore ha pubblicato “Caterina fu gettata” nel 2011, “Valentina controvento” nel 2013 e “Ti mettono in una scatola” nel 2014.
“Un terribile intachesimo e altri rattonchi” (dicembre 2013) è il suo primo libro edito da Gorilla Sapiens Edizioni. Sempre per Gorilla Sapiens pubblica “Lo Sturangoscia” (2015), romanzo scritto a quattro mani insieme a Davide Pedrosin.
Uscirà prossimamente il suo “Episodi di vita e di morte dell’uomo che faceva le cose al contrario”.
Il suo blog è: http://carlosperduti.wordpress.com

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame, James De Mille (Marcos Y Marcos, 2015) a cura di Davide Mana

11 dicembre 2015 by
agguato all'incrocio

Clicca sulla cover per l’acquisto

Strano destino, quello di James De Mille.
Docente universitario di Letteratura Classica e prolificissimo narratore popolare, il canadese De Mille (1833-1880) ottenne fama e successo dopo la propria morte, quando il suo Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame venne pubblicato a puntate su Harper’s Weekly e successivamente in volume, nel 1888.
Strano destino, si diceva, perché il romanzo – per ovvi motivi scritto prima del 1880 – venne pubblicato dopo il successo planetario de Le Miniere di Re Salomone (1885) e Lei (1886), di Henry Rider-Haggard – e furono in molti a segnalare come il romanzo di De Mille fosse “palesemente ispirato” ai lavori dell’autore inglese.
Maltrattato dalla storia e a lungo patrimonio di una piccola comunità  di appassionati di letteratura d’avventura, ora il romanzo di De Mille viene pubblicato in italiano da Marcos y Marcos, nella traduzione di Pietro Polidori.
Nel febbraio del 1850, i passeggeri dello yacht Falcon, in preda alla bonaccia fra le Canarie e Madeira ritrovano un cilindro di rame alla deriva. All’interno, lo strano manoscritto di Adam More, marinaio inglese naufragato poco dopo essere salpata dalla Tasmania.
More narra del suo arrivo in una misteriosa isola tropicale annidata fra i ghiacci antartici. Accolto dalla civiltà  che popola questi luoghi, More deve confrontarsi con un mondo popolato di mostri preistorici. Il popolo che abita queste terre si definisce Kosekin, capovolto, nel quale la luce viene sfuggita in favore delle tenebre, e la ricchezza viene considerata un malanno da punire a termini di legge. La morte viene venerata come una divinità, e nulla è più catastrofico dell’amore corrisposto, e quando More incontra Almah, anch’essa una straniera arrivata dal mondo esterno, la vicenda si complica alquanto.
Il “Cilindro di Rame” di De Mille si inserisce in un filone – quello dei mondi e delle civiltà  perdute – che fu molto popolare fra la fine del Diciottesimo e la prima metà  del Ventesimo secolo. Oltre al già  citato Rider Haggard, possiamo ricordare E. A. Poe, Edward Bulwer-Lytton, e soprattutto Arthur Conan Doyle e Edgar Rice Burroughs, come rappresentanti del genere.
De Mille fa chiaramente riferimento a Poe fin dal titolo (il suo “manoscritto” riecheggia quello “trovato in una bottiglia” dell’autore americano), e si ispira al Gordon Pym di Poe nel delineare le avventure di Adam More.
Il continente misterioso in acque antartiche inesplorate e popolato di creature preistoriche ricorda l’isola di Caprona de La Terra Dimenticata dal Tempo (1918) di Edgrar Rice Burroughs – e indubbiamente il padre di Tarzan conosceva ed apprezzava De Mille.
Ciò che distingue il lavoro di De Mille dai principali lavori del genere è tuttavia l’impianto palesemente satirico, quasi “swiftiano” della sua storia. Meno interessato rispetto ai suoi colleghi all’avventura per il gusto dell’avventura e all’esplorazione dei grandi misteri del passato, De Mille vuole sbertucciare i valori fasulli e l’ipocrisia dei suoi contemporanei. Ciò rende il suo romanzo al comtempo più attuale e più datato rispetto alla produzione media del “lost world romance”. Attuale, perché l’ipocrisia e i valori fasulli sono sempre attuali, nonostante sia passato più di un secolo. Datato, perché questo tipo di satira feroce ma manierata si legge oggi con un certo senso di nostalgia.
Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame si legge con piacere, dall’inizio “classico” fino al finale che è tutto fuorchè classico (e lasciamo ai lettori il piacere di scoprirlo). Si tratta di un testo fondamentale della letteratura fantastica, ed è stato dimenticato troppo a lungo.

James De Mille. Nato a Saint John nel 1833, James De Mille era figlio di un ricco mercante. Navigò per il mondo in lungo e in largo sui velieri del padre, attraversò l’Europa a piedi e si fermò in Italia molto a lungo. Si divertiva a imparare le lingue (pare sia arrivato a parlarne dodici) e a osservare luoghi, persone e usanze. Tornato in Nord America, si lanciò avventurosamente nel commercio di libri, dimostrandosi ben presto più tagliato per la scrittura e l’insegnamento della storia. Si dilettava con ogni forma d’arte, illustrava Omero per i suoi quattro figli, e chi lo accompagnava nelle lunghe battute di pesca era avvertito: a bordo si parlava solo latino “per non profanare i misteri della pesca”. Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame è uno dei suoi romanzi più celebrati, incredibilmente inedito in Italia fino a ora; recentissimo il suo fortunato rilancio in Inghilterra.

Pietro Polidori, vive in Namibia, dove possiede un’azienda che produce un olio cosmetico molto ricercato. Lavorano senza impatto alcuno sull’ambiente e a stretto contatto con le comunità rurali che gli forniscono le materie prime. Incidentalmente, è consigliere di ambasciata dell’Ordine di Malta presso la Repubblica di Namibia, ancorché dimissionario: l’Ambasciata gestisce una scuola/asilo/orfanotrofio che si prende cura pressoché totale di 170 bambini circa.
In tutte le attività è supportato da sua moglie e dai suoi due figli, tutti e tre attualmente in Italia dal momento che il secondogenito ha ancora pochi mesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberta dell’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten, 2015), a cura di Serena Bertogliatti

11 dicembre 2015 by
co

Clicca sulla cover per l’acquisto

Chiusi il libro e con calma lo riposi nel mio zaino. Io non avevo nessuna fretta. Una donna dall’altra parte del corridoio mi guardava perplessa, pensando, forse, di organizzare una colletta umanitaria per pagare il mio biglietto. Prima di abbandonare l’autobus, mi avvicinai al viso del controllore e gli ruttai in faccia. La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco. Non mi voltai a guardare la sua espressione. L’autista chiuse le porte dell’autobus e se ne andò. E così, non arrivai mai a Huesca.

L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten Edizioni, 2015) è un bestiario di disagi contemporanei, soprattutto ma non solo italiani. La lente d’ingrandimento punta là dove la sfera sociale e quella intima sfregano l’una sull’altra senza riuscire a incastrarsi, come due coinquilini riluttanti in una nicchia claustrofobica, e il risultato non può essere che uno: una bruciante abrasione su ambo le superfici.
La domanda sembra essere: come reagisce l’opossum – “uno dei mammiferi più soggetto ai predatori”, ci ricorda Spurio – quando il mondo lo assedia?
L’antologia, che dell’opossum fa una metafora per l’essere umano, offre ventuno possibili scenari, ventuno racconti brevi tramite cui osservare quanto e come ci si dibatta più o meno goffamente quando la realtà – sia quella interiore o quella esteriore – ci tiene sotto scacco.
Il prototipo umano osservato da Spurio è, essendo figlio della società che lo forma (e deforma), in buona parte italiano. Ne L’opossum nell’armadio troviamo il padre di famiglia che non regge alla batosta morale della crisi economica; il fuorisede mammone che ama-odia il cordone ombelicale che lo nutre; l’impiegato che un sistema kafkiano scaglia verso mansioni per cui non è competente, ma per cui s’improvvisa; la ragazza rea di aver esposto il proprio corpo in una di quelle microsocietà di perenne provincia in cui il maschilismo si fa feudatario. Ma ci sono anche temi che della penisola hanno solo la spezia con cui la narrazione li ha insaporiti: la morte di cari e la troppo pesante eredità lasciata o l’incolmabile vuoto delle eredità non lasciate; i sensi di colpa che non emergono ma dall’abisso chiudono porte; le piccole-grandi cose con cui ci si consola dall’amarezza di certe vite. E via discorrendo.
La prospettiva da cui Spurio decide di narrare questi frammenti di disagio è ambigua. I suoi narratori – a volte in prima, a volte in terza persona – non sono asettici antropologi che si limitano a registrare le azioni e le affermazioni dei tartassati protagonisti e delle tartassate protagoniste. Al contrario, la narrazione è spesso interna ai personaggi. Ciò nonostante, non ci sono né un’immedesimazione patita – che stravolgerebbe la percezione di questi sofferenti esseri umani, e con essa la prosa – né l’occhio clinico-tecnico dello psicoanalista che fa dell’accuratezza il proprio strumento e che renderebbe ogni racconto un’anamnesi. Né antropologo, né em-patizzante, né psicoanalista… Che cosa, allora?
Non sono riuscita a capire questa (non)scelta di prospettiva dell’autore, trovandomi – al termine di alcuni racconti – a fronteggiare la domanda:
E quindi?
Perché, per quanto tutti assieme i racconti vadano a comporre un interessante bestiario, alcuni di essi, presi singolarmente, non mi hanno lasciato molto. O, meglio, non ho capito che cosa l’autore mi stesse servendo sul vassoio, tra i tanti ingredienti. Non una novità (le casistiche presentate da Spurio sono per la maggior parte già note), non un’introspezione che mi permettesse di nutrirmi di quei dettagli che a un’occhiata esterna non sono concessi, non una prospettiva che ribaltasse la canonica interpretazione di alcuni accadimenti.
Ci sono, qui e lì, interpretazioni, analisi (che, nel caso della narrazione in prima persona, divengono autoanalisi) dei sommovimenti psicologici che sembrano voler essere perno della raccolta, ma tali analisi sono distaccate (pur essendo immedesimate) e a tratti didascaliche, come nello stralcio riportato a inizio recensione (“La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco”).
Questa immedesimazione distaccata, qui e lì corollata da diagnosi non tecniche, sembra essere il filo conduttore de L’opossum nell’armadio. Se è voluta, non riesco a capirne l’intento, il potenziale, l’irriproducibilità. Non riesco a capire se sia una scelta e, se lo è, che cosa abbia scelto che io non riesco a vedere.
Tranne, forse, con qualche eccezione.
È il caso del racconto “L’ultimo compleanno”, il cui finale ha una strana, deliziosa perché amara, ironia, che giova non poco del tono distaccato, quasi noncurante, con cui l’evoluzione della condizione socio-economica del protagonista mammone viene narrata. Da un nido a un altro. Da un cordone ombelicale a un altro. Come se nulla fosse. Con nonchalance, appunto.
È il caso, opposto, del racconto “Una casa fredda”. La compostezza glaciale della prosa rende perfettamente il carattere di Mariano, uno di quegli zii un po’ burberi che diventano in fretta i preferiti dei nipoti. In questo frangente la mancanza di connotazione emotiva della narrazione sembra un riflesso dell’incapacità di esprimersi dell’uomo – perché, se Mariano sapesse far parlare i propri sentimenti, il finale di questo racconto non sarebbe così raggelante. Ma neanche così bello.
C’è, infine, la spinosa questione dei congiuntivi fuori luogo. Non si tratta di congiuntivi mancanti laddove dovrebbero presenziare (il classico “Penso che è tardi”, ad esempio), ma del contrario. L’antologia mostra infatti esempi del cosiddetto “ipercorrettismo”: il congiuntivo viene usato laddove sarebbe corretto il più semplice indicativo (“Lei mi guardò sorridendo come se ciò che avessi detto fosse una grande sciocchezza…”; “La cucina le piaceva anche se non fosse la tipa che comprasse libri di ricette…”; “Sapevo che si trattasse degli stessi mocciosi, ma dall’altezza in cui mi trovavo, loro non mi riconobbero”). Tale caratteristica stride con una prosa che, come detto, non si fa modellare dal modo di parlare dei protagonisti, ma si presenta invece stabilmente nella forma di un italiano sintatticamente complesso, con scelte lessicali proprie dello scritto più che del parlato. L’impressione generale che rimane è quella di un italiano (mal) controllato, in un’antologia che avrebbe beneficiato di un intervento di proofreading ed editing più attento e profondo.

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985) è scrittore di saggistica e narrativa, fondatore della rivista di letteratura Euterpe, presidente del premio “L’arte in versi” e Presidente di Giuria del premio “Città di Fermo”.

Source: omaggio dell’autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il silenzio del lottatore, Rossella Milone (minimum fax, 2015), a cura di Federica Guglietta

10 dicembre 2015 by
max

Clicca sulla cover per l’acquisto

Penso che una delle cose più difficili al mondo sia parlare d’amore e affini senza cadere nel patetismo. Per questo motivo, non leggo mai storie, racconti, favolette che abbiano come centro assoluto quest’argomento, di solito preferisco starne lontana. Non perché sia la persona meno immaginaria che potreste incontrare, tutt’altro. Adoro le raccolte di racconti, ma ho bisogno di realismo. Paradossalmente, preferisco un libro che faccia male per quanto è forte, vero e crudo a tanti altri. Un pugno allo stomaco ben assestato che ti fa pensare che, in effetti, la vita è proprio così.
Ho preso Il silenzio del lottatore a scatola chiusa. Di sera, in una libreria adiacente al cinema, poco più di mese fa. Ci ho messo un po’ ad iniziarlo, ho impiegato pochissimo a finirlo. Dal primo momento, la Milone ha scardinato tutte le mie convinzioni e le mie reticenze. Non storie d’amore, ma storie sull’amore. In tutte le sue forme, a trecentosessanta gradi.
Quell’amore sconosciuto che fa crescere, che consola, che rassicura, che abbandona, che ferisce, che uccide. Quell’amore malcelato, taciuto, gridato, sbattuto, sensuale, represso, abitudinario, sorprendente, malinconico, desiderato, passato e futuro, allontanato, pregato, pianto. Quell’amore che graffia, scalpita e strepita, quell’amore che a volte non è più amore, quell’amore che ancora non lo è del tutto.
In questa raccolta di racconti nulla è lasciato al caso: con una precisione quasi chirurgica, l’autrice penetra nella vita delle protagoniste, mettendo in luce le loro fragilità e le loro contraddizioni. La narrazione è lenta, le descrizioni vivide e accurate. Ogni personaggio ha un qualcosa che lo caratterizza, che riesce a descriverlo senza che ci sia bisogno di aprire bocca. Una peculiarità che è la sua, ma che può essere estesa come categoria generale. Eppure, in quel momento, quelle persone, quelle donne, quelle amanti rappresentano un unicum difficilmente replicabile, allo scopo di far capire e comprendere a fondo a noi che leggiamo quanto l’amore ci sconvolga nel nostro intimo. E ci riesce. Sempre con quel pugno ben assestato, ma ci riesce.
Pagina dopo pagina, si riesce ad entrare nella storia per osservarla più da vicino, avvertendo le sensazioni delle preadolescente che scopre amore e attrazione grazie ai ricordi un po’ sbiaditi di un’anziana signora; della ragazza che, per sentirsi desiderata, finirà per allontanarsi dalla sua più cara amica in un misto di invidia, frustrazione, paura e dolore; di chi si illude di aver trovato l’uomo della propria vita; di chi cerca di raccogliere i cocci dopo l’ennesima delusione sentimentale… e ancora di chi, superata una certa età, deve trovare la forza di lasciarsi alle spalle i propri sbagli e l’orgoglio per tentare di salvare il proprio matrimonio in situazioni che possono sembrare irreali.
In silenzio. Perché è questo il modo migliore di lottare e farsi male, di continuare ad amore e trovare, così, la forza per ricominciare.

Rossella Milone, classe 1979, è nata a Napoli e vive a Roma. Ha pubblicato diverse raccolte di racconti: “Prendetevi cura della bambine” (Avagliano, 2007), con cui ha ricevuto una menzione al Premio Calvino, e “La memoria dei vivi” (Einaudi, 2008). Esce per Laterza il suo “Nella pancia, sulla schiena, tra le mani” (2011) e per Einaudi “Poche parole, moltissime cose” (2013). Scrive per diverse testate giornalistiche ed è coordinatrice di “Cattedrale”, osservatorio sul racconto. Il suo sito è rossellamilone.it

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Info: disponibilità immediata solo un pezzo.

:: Le solitudini dell’anima, Maurizio de Giovanni (CentoAutori, 2015)

9 dicembre 2015 by
LE-

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ve lo sareste mai aspettato che Maurizio de Giovanni, autore della saga del Commissario Ricciardi e dell’Ispettore  Lojacono, nonché uno degli autori italiani più venduti e amati anche all’estero avesse una vena horror di tutto rispetto? Diciamo che qualche sospetto l’ avrete pure avuto leggendo le vivide descrizioni delle anime morte che appaiono come una maledizione al commissario Ricciardi ogni volta che attraversa a piedi la Napoli degli anni ’30 recandosi o in Commissariato o sul luogo di qualche macabro delitto. Per alcuni de Giovanni è troppo sentimentale, melanconico, quasi melodrammatico, quando invece nasconde un’ anima gotica davvero interessante, che andrebbe coltivata. Me ne sono accorta in modo inequivocabile leggendo i racconti contenuti nella raccolta Le solitudini dell’anima, edito da Edizioni CentoAutori. Il primo racconto è un inedito di Ricciardi, gli altri invece sono storie contemporanee. Senza spoilerare troppo troverete cannibali, confessori assassini,  anime dannate, vecchi che riflettono sul potere e sui suoi lati demoniaci. Ci sono anche racconti divertenti, ironici, leggeri per così dire ma in altri l’orrore ha dita sottili e si insinua nelle pagine come un ragnatela di fili di seta.  Il sovrannaturale, sebbene presente, non è mai del tutto consolante, o rassicurante, c’è sempre uno spiraglio ma non è ben chiaro dove porti. Il gusto per il macabro però non è quasi mai puro splatter, anche se qualche timido passo è stato fatto in questa direzione ma più con lo scopo penso di creare inquietudine nel lettore che vera e propria paura. Anche se la paura della follia in Ricciardi, per esempio, è molto reale, concreta, forse maggiore della paura generata dalle mere allucinazioni orrorifiche quanto si voglia. I fantasmi ricciardiani hanno connotazioni spaventose e grottesche, pur se prevale una certa compassione specialmente quando i personaggi sono bambini. Nella prefazione Paola Egiziano, sua moglie con cui divide la vita da ormai molti anni e cura le prefazioni dei suoi libri per CentoAutori, riporta un episodio bizzarro in cui una giornalsita l'”accusa” di essere lei l’autrice dei libri di de Giovanni, e per quel poco che lo conosco è più che evidente che ciò sia impossibile. La vera curiosità è invece vedere se de Giovanni si cimenterà davvero in un romanzo o una raccolta di racconti puramente horror, dove non solo siano presenti suggestioni di tal genere. Questa sì che sarebbe una sfida interessante. E sono certa farebbe davvero paura.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha pubblicato con crescente successo la saga del commissario Ricciardi, ambientata nella Napoli del fascismo e composta dai romanzi Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi (2007), La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi (2008), Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi (2009), Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi (2010), Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi (2011), Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi (2012), In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi (2014) e Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi (2015), tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero. Nel 2012 è uscito per Mondadori il romanzo Il metodo del coccodrillo, a cui hanno fatto seguito i romanzi I Bastardi di Pizzofalcone, Buio per i Bastardi di Pizzofalcone e Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone, tutti editi da Einaudi Stile Libero. Nel 2015 è uscito il romanzo Il resto della settimana, edito da Rizzoli, dedicato alla vera passione dello scrittore: il tifo per il Napoli. Per Edizioni Cento Autori sono uscite le antologie L’omicidio Carosino. Le prime indagini del commissario Ricciardi (2012), Le mani insanguinate (2014) e Una lunga notte (2015), con Alessandra D’Antonio.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Salvatore dell’Ufficio Stampa CentoAutori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Silver. L’ultimo segreto: La trilogia dei sogni [vol. 3], Kerstin Gier (Corbaccio, 2015) a cura di Micol Borzatta

9 dicembre 2015 by
3

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ed eccoci arrivati agli eventi finali. Henry e Liv sono riusciti a fare molta pratica nei corridoi dei sogni, specialmente dopo quello accaduto a Mia, la sorellina di Liv, ma purtroppo sono ancora deboli rispetto ad Arthur. Non si sa esattamente come faccia ma ha la capacità di programmare le persone nei loro sogni a fare qualsiasi cosa lui voglia senza che la povera vittima abbia il minimo ricordo, esattamente come aveva fatto con Mia quando credevano che fosse solo un attacco di sonnabulismo.
Oltre ad Arthur un altro pericolo si aggira per i corridoi dei sogni: Anabel. Uscita dalla casa di cura ha deciso di smettere con i medicinali che le avevano prescritto per la sua schizofrenia e ora sta continuando a minacciare Liv ed Henry del ritorno del Demone delle Tenebre.
In concomitanza con tutto questo altri strani eventi stanno accadendo, l’apparizione di strane piume nere e un’oscurità misteriosa che invade i corridoi dei sogni.
L’unica bella notizia è che Jasper è tornato dalla Francia, il gruppo è al completo, ma Jasper non vuole saperne più niente di viaggi nei sogni e demoni.
Liv, Henry e Grayson sono rimasti da soli a combattere con le forze oscure, fino a ora hanno vinto tutte le battaglie, ma vinceranno anche questa?
Con L’ultimo segreto si conclude la trilogia della saga Silver. Una saga avvincente che saputo coinvolgere i suoi lettori fin da subito, nonostante si siano riscontrati alcuni spunti presi da dei telefilm, ad esempio la figura di Secrecy assomiglia alla blogger di Gossip Girl e la presentazione della famiglia di Ernest ricorda molto Cruel Intentions, ma nonostante questo si nota subito una trama molto ben sviluppata e coinvolgente.
Peccato che questo coinvolgimento e il brio della narrazione lo andiamo a perdere durante la lettura del secondo romanzo e per una buona metà del terzo a causa di un rallentamento della storia. L’autrice infatti per trasmettere nel modo più concreto possibile al lettore lo stallo in cui si trovano i protagonisti cade nella noia, racconta eventi che sembrano essere tutti uguali, ogni tanto dà qualche spunto facendo accadere un piccolo colpo di scena o rivelando un’informazione utile e nuova ma le lascia cadere subito nel nulla lasciando così il lettore ad arrancare nella lettura fino a metà del terzo romanzo, ovvero di L’ultimo segreto appunto, dove con un grandissimo colpo di scena si vede la narrazione salire nuovamente a vertici mai visti con eventi travolgenti che rapiscono il lettore assorbendolo fino alla fine del romanzo, dove si dimentica delle parti lente, delle pagine arrancate e vorrebbe solo continuare a leggere la storia dei suoi beniamini per seguirne le vite, invece di doverli a malincuore salutare per sempre dopo l’ultima pagina.
Bisogna riconoscere alla Gier che ha saputo descrivere gli ambienti dei sogni e il procedimento dei sogni lucidi con grande maestria sapendo trasportare il lettore ogni volta in mondi nuovi e invogliandolo a provare lui stesso a mettere in pratica gli insegnamenti di Liv per poter a sua volta vivere avventure grandiose.
Un romanzo che oltre a parlare di sogni sa far sognare grandi e piccini.

Kerstin Gier nasce a Bergisch Gladbach nel 1966.
Dopo aver studiato musicologia germanica e anglistica è passata alla pedagogia della comunicazione e alla psicologia, fino a laurearsi in Educazione e diventare insegnante.
Nel 1995 ha iniziato a scrivere romanzi femminili.
Nel 1996 ha scritto Männer und andere Katastrophen da cui hanno tratto un film con Heike Makatsch.
Nel 2005 ha ricevuto il Premio Delia internazionale per Ein unmoralisches Sonderangebot come miglior libro della letteratura romantica in lingua tedesca.
Anche della sua Trilogia delle gemme è stata realizzata una serie di film: Ruby Red uscito in Germania nel 2013 e Ruby Red II uscito nel 2014.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Carola Blasi, a cura di Elena Romanello

8 dicembre 2015 by

caroCarola Blasi ha scritto il libro Alla ricerca della felicità, non un diario autobiografico, ma la storia di un cervello in fuga italiano a Barcellona, divisa tra lavoro, amiche, sogni, amore per gli animali. La abbiamo incontrata per parlare del suo libro ma anche di quello che c’è dietro.

Come è nata l’idea della storia che racconti?

Qualche anno fa viaggiavo molto per lavoro e tra treni, aeroporti e notti solitarie in hotel avevo più tempo libero di quello che mi sarebbe piaciuto…così cominciai, quasi per scherzo, a mettere nero su bianco (esagerando un po’, diciamoci la verità) tutto ciò che non mi piaceva del mio lavoro e i vari dubbi che mi frullavano per la testa. Prima quasi di rendermene conto mi ritrovai con pagine e pagine scritte…a quel punto decisi di creare dei veri e propri personaggi, tracciare una storia e trasformare le mie lamentele in un vero e proprio libro 🙂

Il tuo libro si svolge quasi tutto a Barcellona: che rapporto hai con questa città?

Vivo a Barcellona! Proprio come la protagonista del libro ho vissuto quasi tutta la vita a Torino e a 24 anni mi sono trasferita in Spagna, in una delle città che amo di più al mondo.

Uno degli argomenti del tuo libro è l’animalismo: tu ti dichiari animalista e se sì cosa fai in tal senso e come sei arrivata a fare questo percorso?

Lavoro in una ONG di protezione animale, quindi possiamo dire che dedico tutte le mie energie a questa causa. Sia io che il mio compagno inoltre siamo vegani e nelle nostre scelte quotidiane cerchiamo di essere il più coerenti possibili con la nostra decisione di rispettare tutti gli essere viventi.

Uno dei temi del libro è la possibilità, malgrado la crisi, di porsi degli obiettivi da realizzare: tu cosa consiglieresti ad un ragazzo o ragazza in tal senso?

Per quanto sia difficile (so che lo è!), gli/le direi di cercare di dimenticarsi un pochino della crisi e continuare a lottare per realizzare i suoi sogni, perché tutti abbiamo il diritto di averne! E se questo significa lavorare il doppio o rinunciare a parte del suo tempo libero…il sacrificio varrà sicuramente la pena!

Prossimi progetti?

Fare la mamma a tempo pieno fino a fine gennaio e poi ritornare al lavoro più carica di prima 🙂

:: Si chiamava Tomoji, Jiro Taniguchi, (Rizzoli Lizard 2015) a cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2015 by
tomoji00

Clicca sulla cover per l’acquisto

In Si chiamava Tomoji, il disegnatore Jiro Taniguchi affronta un’epoca del Giappone (l’era Taisho che va dal 1912 al 1926) finita oggi un po’ nel dimenticatoio. In questo periodo rurale prendono forma le avventure di vita di due giovani ragazzi, i cui destini si intrecceranno per sempre. Da una parte, i disegni di Taniguchi ci mostrano Tomoji Uchida, una ragazzina di tredici anni sulla strada di casa dopo la scuola. Dall’altra parte, mentre lei cammina immersa nella natura, a casa Uchida c’è in visita Fumiaki Itô, un diciannovenne appassionato di fotografia che, poco dopo aver scattato qualche immagine, riprende il suo cammino. Sarà il verso di un falco a richiamare la loro attenzione e a far capire a noi lettori che le vite dei due ragazzi si uniranno presto. Tomoji continua a vivere la sua vita di adolescente, ma la spensieratezza verrà messa da parte presto a conseguenza di una serie di drammatici eventi che colpiranno lei e la sua famiglia. La ragazzina maturerà presto e si dividerà tra studio e lavoro, fino a quando Fumiaki Itô ricomparirà nella sua vita per restarci. Taniguchi utilizza il fumetto non solo per raccontare un’epoca storica, ma per narrarci gli amori, i dolori, i desideri e le preoccupazioni di una giovane donna che cresce in un Giappone antico, dove i ritmi della vita non son scanditi dall’orologio, ma dall’alternarsi delle stagioni. L’autore prende spunto da personaggi realmente vissuti -Tomoji Uchida e il marito Fumiaki Itô, fondatori di un’importante branca religiosa del buddismo- per fare un fumetto storico biografico ricco di sentimenti e di speranza per il futuro. Traduzione Vincenzo Filosa.

Jiro Taniguchi nasce a Tottori, Giappone, nel 1947. Nel corso della sua carriera vince numerosi premi, tra cui l’Osamu Tezuka Culture Award (1998), l’Alph’Art al Festival del fumetto di Angoulême e, nel 2010, il riconoscimento come “Maestro del fumetto” nell’ambito del Lucca Comics and Games. Tra i libri dell’autore pubblicati in italiano, Al tempo di papà, In una lontana città e, per Rizzoli Lizard, i due volumi de Gli anni dolci, La montagna magica, Uno zoo d’inverno, Un anno – Primavera, Furari – Sulle orme del vento e la serie La vetta degli Dei – tratta da un romanzo di Baku Yumemakura. Vive e lavora a Tokyo.

Source: prestito bibliotecario.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Rod Reynolds a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2015 by

cover68275-mediumQuest’estate ho avuto modo di leggere in inglese un libro di esordio molto interessante The Dark Inside, esattamente il genere che amo, noir vintage questa volta anni ’40. Un romanzo che spero davvero di vedere al più presto tradotto in italiano. Ora non so a che punto sono le trattative, se ci sono, ma se fossi un editore non me lo lascerei scappare. Qui di seguito potete leggere tradotta una mia intervista fatta all’autore. 

Ciao Rod. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto sul mio blog. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Rod Reynolds?

Grazie per avermi invitato sul tuo blog! Ho trentacinque anni e vivo nel nord di Londra con mia moglie e le mie due figlie.  Sono un londinese doc e ho vissuto qui la maggior parte della mia vita, anche se ho viaggiato molto. Ho sempre avuto un grande amore per i libri e per gli Americana e, in particolare per i noir ambientati negli USA – quindi forse non è una sorpresa che il mio romanzo d’esordio, The Dark Inside, sia una storia molto radicata in quella tradizione.

Raccontaci qualcosa del tuo background e dei tuoi studi.

Mi sono laureato con una tesi in Storia e Storia Antica (molto tempo fa oramai!). E per quasi dieci anni ho lavorato a Londra nel settore pubblicitario, come media buyer. Mi sono cimentato con la scrittura per la prima volta dieci anni fa, ma non sono andato molto lontano. Ero più che altro un appassionato, però nel 2010 ho deciso di fare sul serio, seguendo un corso di formazione a distanza per studiare i fondamenti della scrittura dei romanzi, e ho scritto il mio primo romanzo (inedito) in poco più di due mesi. Mi è piaciuta molto l’esperienza e ho capito che era una cosa che volevo proseguire a fare, ma la vita vera ha ripreso il sopravvento per un paio di anni ancora. Poi, nel 2013, ho fatto un master presso la City University di Londra, con l’idea di scrivere una storia che avevo accarezzato e su cui avevo fatto ricerche da tempo- e che alla fine è diventata The Dark Inside.

Quando hai saputo che volevi fare lo scrittore? The Dark Inside ha ricevuto molti rifiuti dagli editori?

Ho sempre amato i libri, ma quando ero più giovane non pensavo di essere davvero uno scrittore, perché mi sembrava una cosa così fuori portata – come quando dici che vuoi diventare un calciatore o una rockstar. Con il tempo quando ho compiuto circa venticinque anni, però non ero soddisfatto della mia carriera, e mentre cercavo qualcosa di più appagante, ho scoperto il lavoro di James Ellroy, che è la mia più grande fonte di ispirazione. A quel punto ero così ingenuo da pensare che avrei potuto davvero provarci! La prima volta che mi ricordo di aver pensato che volevo davvero fare lo scrittore è stata quando ho letto The Cold Six Thousand (Sei pezzi da mille) – un libro che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto pensare, ‘ Voglio farlo’ E, come ho detto sopra, appena ho provato davvero a scrivere un romanzo, ho capito che era la cosa giusta per me.
In termini di rifiuti, sono stato abbastanza fortunato con The Dark Inside dato che ho avuto un agente che ha trovato un editore molto rapidamente, e in realtà aveva diversi editori che avevano fatto offerte una volta che il libro aveva iniziato a circolare. Ma io sono stato dall’altra parte della barricata per troppo tempo – il mio primo romanzo è stato respinto da una quarantina di agenti e così si impara ad accettare che anche il rifiuto e la critica sono parte del gioco (anche se alcuni hanno detto cose molto incoraggianti sulla mia scrittura).

Leggi? Se sì, quali sono i tuoi autori preferiti?

Sì, ho sempre almeno un libro in lettura. Ci sono così tanti grandi autori che potrei citare; i miei preferiti in assoluto sono James Ellroy, David Peace, Raymond Chandler, Joseph Kanon, Don Winslow, Daniel Woodrell e James Lee Burke. Ma ho anche letto un sacco di debuttanti ultimamente, e ci sono alcuni nuovi scrittori fenomenali là fuori – Eva Dolan, Tom Bouman, Tim Baker, David Giovani, Helen Giltrow, Paul E. Hardisty, SJI Holliday per citarne solo alcuni. Davvero potrei andare avanti tutto il giorno.

Sei l’autore del romanzo d’esordio The Dark Inside , un romanzo liberamente ispirato a fatti realmente accaduti. Come sei venuto a conoscenza dei fatti relativi agli omicidi irrisolti definiti dalla stampa negli anni ’40 The Texarkana Moonlight Murders? Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a drammatizzarli in un romanzo?

Mi sono imbattuto nel caso per caso. Avevo guardato il film di David Fincher ‘Zodiac‘ sull’ assassino seriale denominato Killer dello Zodiaco a San Francisco negli anni ’60 e ’70, e durante le mie ricerche sul caso, ho visto un link per The Texarkana Moonlight Murders. Appena ho iniziato a leggere i fatti del caso, ho avuto la sensazione che volevo scrivere un romanzo su di essi. Gli omicidi erano così strani e brutali, e l’atmosfera a Texarkana era così claustrofobica e terrificante, che mi ha dato i brividi. Subito, ho capito che volevo usarla per raccontarli e la storia ha iniziato a formarsi, insieme con un senso di quel tipo di clima di terrore che volevo evocare.

Che tipo di ricerche hai fatto per riprodurre lo slang americano del profondo Sud anni ’40?

Ho sempre avuto un grande interesse per la cultura americana, libri e TV, così un sacco di cose provengono da questo. Ma ho anche letto e riletto libri dell’epoca, per cercare di riprodurre i modelli di discorso e il vocabolario, e ho guardato vecchi film per lo stesso motivo. Ho anche cercato di ascoltare i podcast e cose di questo genere, di texani o gente dell’ Arkansans, cercando di raccogliere alcuni degli idiomi locali che vengono utilizzati oggi, alcuni dei quali erano chiaramente abbastanza vecchi per essere stati in uso anche negli anni ’40. Poi nel 2013, mi sono recato a Texarkana, per cercare di ottenere di prima mano informazioni  sul dialetto e sul modo in cui la gente parla. Infine, la mia agente, Kate Burke, è stata fantastica nell’ aiutarmi ad affinare il testo, eliminando le cose che suonavano inautentiche o anacronistiche.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere The Dark Inside?

Ho trascorso circa sei settimane in ricerche e pensando la storia, poi ho messo tutto da parte per due anni e mezzo e dopo sono tornato di nuovo a lavorci. Una volta che ho effettivamente iniziato a scrivere il libro, mi ci è voluto circa un anno per finire la prima bozza – sempre a causa dei miei impegni di lavoro e familiari.

Il capitolo di apertura presenta il protagonista, il giornalista Charlie Yates. Racconta ai lettori cosa succede.

Nel primo capitolo, Charlie Yates arriva a Texarkana, una piccola città sul lato opposto del paese dove vive e lavora a New York City. La vita di Charlie è fuori controllo, ha problemi con il suo lavoro, con il suo matrimonio e a causa del suo carattere. Come punizione, è un modo per emarginarlo, i suoi capi lo hanno mandato a Texarkana per occuparsi della storia di un killer che uccide coppiette, e per ora ci sono tre morti. Per Charlie ed i suoi capi, questa storia è priva di interesse, e Charlie è convinto di aver toccato il fondo assoluto con questo incarico. Ma sta per scoprire che è entrato nel bel mezzo di un incubo, e trovare l’assassino diventerà presto tutto per lui …
Potete leggere il primo capitolo qui.

Texarkana, è una piccola città rurale al confine tra Texas e Arkansas. Parlaci dell’ambientaizone del tuo libro

Texarkana è un posto molto interessante. E’ tecnicamente due città – Texarkana, Texas e Texarkana, Arkansas, ognuna con la propria forza di polizia, il sindaco, i giudici ecc. La linea di demarcazione passa proprio attraverso il centro della strada principale della città, State Line Avenue, in modo che ti trovi in uno stato diverso a seconda di quale lato della strada ti trovi. Ho trovato questa dualità interessante per diversi livelli, ed è stato un tema che ho cercato di inserire nella storia. Inoltre, nel 1946 Texarkana era un grande nodo ferroviario per i militari di ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, così la città era piena di soldati. Ho pensato che era uno scenario interessante per ambientarci un crimine, sia per le domande che si aprono circa l’identità del killer, e anche a causa del modo in cui la guerra ancora oscura tutto in quel punto – nel cuore dell’America, che non fu mai toccato direttamente dai combattimenti.

The Dark Inside sta ricevendo un’accoglienza molto positiva da parte dei blogger. Credi nel potere del passaparola? Stai ottenendo un feedback positivo anche da parte dei lettori e della stampa?

Sono stato molto fortunato finora, sì il libro è stato ben accolto. Credo assolutamente nel potere del passaparola, e con i social network – in particolare Twitter – si può effettivamente vederlo in azione. Certo, ci sono molte più probabilità di prendere un libro se è stato consigliato da qualcuno che conosci e della cui opinione ti fidi.
Speriamo che le recensioni positive continuino; sono certo ci saranno alcuni che non ameranno il libro, e va bene anche perché i libri sono soggettivi e tutti abbiamo i nostri gusti e le nostre opinioni, ma è particolarmente gratificante sentire feedback da persone che hanno apprezzato il mio lavoro, perché, alla fine , tutto quello che uno  scrittore spera è di raccontare una storia che alla gente piaccia.

Se Hollywood chiamasse, quali sarebbero le tue raccomandazioni per la parte di Charlie e Lizzie?

Hah – Non dovrei sfidare il destino in questo modo – e sono abbastanza sicuro che a Hollywood non interesserebbe il mio parere comunque! Se proprio mi obbligassero a una scelta, forse Johnny Depp per Charlie e Jessica Chastain per Lizzie.

Progetti per traduzioni? Hai contatti con editori italiani?

Al momento sto pubblicando solo in inglese, ma la mia agenzia ha fatto un grande lavoro per generare interesse negli editori di tutta Europa, quindi spero che il libro sia tradotto.

A che cosa stai lavorando in questo momento? Su un sequel?

Sì – sto per inviare il mio secondo libro al mio editor alla Faber. Si tratta di un sequel di The Dark Inside che vede Charlie costretto a tornare in Arkansas, nonostante i suoi presentimenti. Non appena arriva le cose vanno subito male, e Charlie scopre che è di nuovo coinvolto in un incubo di omicidi, tradimenti e corruzione. Mentre cerca di scappare, scopre che la verità potrebbe avere radici nel passato che pensava di aver sepolto …