:: Primi passi verso il Salone del Libro 2016, a cura di Elena Romanello

12 febbraio 2016 by

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Dal 12 al 16 maggio ci sarà la ventinovesima edizione del Salone del libro al Lingotto di Torino, dopo mesi di illazioni, fango, notizie contraddittorie. La conferenza stampa ufficiale sarà ad aprile, ma ci sono già le prime anticipazioni, sotto la guida di Giovanna Milella.
Si parla di Visioni quest’anno, in parallelo tra cultura umanistica e scientifica, mentre tra i sostegni al Salone si aggiungono quelli dei MIUR e del MIBAC. Il logo del Salone è realizzato dall’artista Mimmo Paladino, mentre si confermano le presenze dei grossi gruppi editoriali e i biglietti non aumenteranno, con in più una nuova tariffa di cinque euro per chi entra dopo le 18.
Ci sono due mostre già confermate, una sui Quaderni del carcere di Antonio Gramsci e l’altra sullo storico Piero Melograni e la Grande Guerra. Dopo le polemiche sulla presenza dell’Arabia saudita, il Paese ospite quest’anno sarà l’insieme delle culture del mondo islamico, dal Nord Africa all’Iraq, con ospiti quali il direttore del Museo del Bardo di Tunisi, Moncef Ben Moussa, il poeta siriano-libanese Adonis, considerato l’autore contemporaneo più significativo della lirica in lingua araba, ma anche un lucido osservatore delle derive dell’Islam radicale e il narratore algerino Yasmina Khadra (nome d’arte di Mohamed Moulessehoul), che nel suo ultimo libro ha ricostruito le ultime ore di Gheddafi.
Poi ci sarà spazio per alcuni importanti anniversari: il 2016 è il centenario della morte del poeta piemontese Guido Gozzano, cantore delle buone cose di pessimo gusto, ma anche il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, autrice che a Torino ambientò tra gli altri il suo celeberrimo Lessico familiare. Ma nel 2016 sono anche cinquecento anni dalla prima uscita di Orlando furioso di Ludovico Ariosto, poema epico cavalleresco e antenato del moderno fantasy, oltre che il mezzo millennio delle morti di Shakespeare e Cervantes, a pochi giorni di distanza, ancora amatissimi oggi.
Ci sarà insomma molto da seguire, leggere, su cui riflettere, per cui non resta che iniziare il conto alla rovescia e aspettare.

:: Addio a Juliette Benzoni, decana del romanzo storico francese, a cura di Elena Romanello

12 febbraio 2016 by

julieIn Italia fu pubblicata, solo parzialmente, tra gli anni Sessanta e Settanta sul’onda di altre storie del genere, con alcuni dei suoi romanzi, che comunque si possono ancora trovare sulle bancarelle: in Francia, invece, Juliette Benzoni, morta l’8 febbraio scorso a 95 anni, anzi quasi 96 anni, visto che era nata nel 1920, è considerata una gloria nazionale, oltre che una delle autrici più prolifiche di sempre di romanzi a sfondo storico.
La sua produzione, molto eclettica, con diverse miniserie e senza mai fossilizzarsi più di tanto su un unico personaggio, si è incentrata sul genere storico, spaziando su varie epoche, con eroine al femminile ma non solo, scrivendo un totale di 85 libri a partire dagli anni Cinquanta, quando approdò alla letteratura dopo aver lavorato come giornalista.
L’ultimo libro di Juliette Benzoni è stato pubblicato il 28 gennaio 2016 con il titolo  “Le Vol de Sancy”  ed è la quindicesima avventura del principe Aldo Morosini, da Venezia alla Francia; l’autrice è rimasta in contatto con i suoi fan tramite i social network e Internet.
La sua serie più famosa è quella di Catherine, ambientata nella Francia del Quattrocento, durante la guerra dei Cent’anni e l’epopea di Giovanna d’Arco. Tra gli altri romanzi che ha scritto, ci sono la saga di Marianne, durante l’epoca di Napoleone, quella di Le Gerfaut des brumes, che ricostruisce l’epopea della Rivoluzione francese, Marie, che racconta la vita della realmente esistita Marie de Chevreuse, dama di Luigi XIII, e La Florentine, rimasta inedita da noi stranamente, perché è ambientata a Firenze sotto Lorenzo il Magnifico.
Juliette Benzoni ha anche scritto alcuni libri di saggistica storica divulgativa, come Le roman des chateaux de France, dove racconta alcuni aneddoti inediti di castelli poco noti, e Dans les lits des reines, sugli amori delle sovrane dall’antichità al Novecento.
Un’autrice di narrativa popolare, certo, ma molto amata: alcuni suoi libri sono stati trasposti al cinema o in tv, ma di questo molto poco è trapelato al di fuori dalla Francia, ed è un peccato, perché i suoi libri si inseriscono nella tradizione romanzesca alla Dumas senza troppe sbavature sentimentali e possono essere una piacevolissima lettura se si ama il genere.
Si trova qualcosa su Catherine e Marianne nelle vecchie edizioni Garzanti, altrimenti occorre rivolgersi al mercato francese, magari approfittando di una vacanza, dove i romanzi di Juliette Benzoni sono tutti disponibili, in edizione economica.
Per sapere di più su di lei si può anche visitare il suo sito ufficiale: http://www.bibliojbenzoni.unblog.fr

:: La copia infedele, Stefano Trinchero (66thand2nd, 2016)

11 febbraio 2016 by
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Tra gli esordi italiani di questi primi mesi del 2016 si conquista il suo spazio un noir, piuttosto divertente, dal titolo sfuggente La copia infedele, scritto da Stefano Trinchero, – vercellese, classe 1979-, e pubblicato da 66thand2nd che non ringrazierò mai abbastanza per aver portato in Italia Alain Mabanckou. Ambientato interamente a Torino, La copia infedele è dunque un esempio di cosa un giovane (non tanto per età anagrafica) autore può fare partendo dai canoni del noir più classico di ambientazione sabauda (pensiamo a un Fruttero & Lucentini d’annata) e innestando una propria freschezza e vivacità in cerca della propria voce, sforzo credo principale di chi da alle stampe la propria opera prima.
Trinchero è bravo, e non privo di una sua dignità letteraria e questo rende il romanzo già interessante di per sé, anche se non è un autore di trame, (in questo romanzo è a dire il vero piuttosto esile) ma di atmosfere, di personaggi, di dialoghi, di sfumature. Ha una scrittura molto sobria, asciutta, schiva, priva di barocchismi, in sottrazione se vogliamo incarnazione quanto mai veritiera del tipico understatement torinese ed è piacevole seguirla mentre il suo protagonista, un giornalista sportivo, indaga su un incidente occorso a una stella (cadente) del calcio torinese non di prima categoria. (Se non amate il calcio, niente paura il tema è più un pretesto per parlare d’altro, come vi accorgerete durante la lettura).
Dicevo che è un noir divertente, l’umorismo torinese è piuttosto particolare (se vogliamo diametralmente opposto a quello toscano), ma se lo gradite, qui non manca, educato, composto, un po’ dolente. C’è una certa critica sociale, anche se sfumata, nella più piena tradizione del néo-polar, e sebbene non credo Trinchero sia un militante, si trova decisamente a suo agio a stigmatizzare vizi, ipocrisie e privilegi della buona borghesia del denaro, sempre con le dita guantate di un educato disincanto.
La Torino di Trinchero è sicuramente la Torino della crisi (sia morale che economica) di questi anni, dei capannoni abbandonati, delle fabbriche in disuso, dei barboni che dormono nelle auto, delle truffe delle assicurazioni, della bassa manovalanza, e di chi cade sempre in piedi, dei calciatori che hanno visto finire sogni e denaro, di giornalisti squattrinati. Anche la geografia del romanzo è piuttosto puntuale, piena di punti di riferimento, da ripercorrere se vogliamo con la mente, dal centro (ancora carico di una sua dignitosa bellezza) verso la periferia disagiata. Esilarante la scena al Platti, tra dialoghi dalla penna avvelenata e le abilità funamboliche di chi riesce a mettere in un piatto solo tutto un menù di antipasti a sbafo.
Insomma le premesse per un buon esordio ci sono tutte, e anche numerose promesse, sarà interessante infatti vedere Trinchero cimentarsi nella sua opera seconda, (spero presto), concludo con l’augurargli quel briciolo di fortuna che permette alle opere di trovare la loro strada, ma se tanto mi da tanto, La copia infedele non farà fatica.

Stefano Trinchero è nato a Vercelli nel 1979. Vive a Torino. La copia infedele è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marco dell’Ufficio Stampa 66thand2nd.

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:: Cronache di Mondo9, Dario Tonani (Mondadori, 2015) a cura di Barbara de Carolis

9 febbraio 2016 by
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“Avrei dovuto capirlo subito che c’era qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui quella “cosa” ci guardava, acquattata nella sabbia. Immersa nei brontolii dei suoi intestini. Ma avevo solo undici anni e a quell’età i portenti generano soltanto stupore. Non paura. E poi il deserto è così grande che hai sempre l’impressione che le sue ali ti possano proteggere, che sia più forte di ogni avversità. E che ci sia sempre un luogo dove scappare… “

Esiste un mondo nel quale sangue, metallo e dolore sembrano fondersi continuamente.
Tre lune illuminano le notti di Mondo9, il cui desertico silenzio è rotto dall’incessante stridore del vivo metallo, che operoso, muove ogni sua molecola in cerca di nuova linfa. In questo pianeta nulla sembra morire… tutto si trasforma in altro.
Dario Tonani scrive una fantascienza inquietante, intelligente, immaginando e raccontando le cronache di un luogo inospitale, popolato da creature ibride, lontane dalla originale natura, che si manifesta ormai in un’oscura e abominevole parvenza di vita. I pochi umani, sopraffatti e malati, portano avanti le loro esistenze in un pianeta dove il metallo e gli ingranaggi vivono, mutano e si moltiplicano, occupando, di fatto, il gradino più elevato della gerarchia evolutiva. Il cupo futuro che attende gli abitanti di queste terre viene implacabilmente ricordato – quasi a monito di un destino già scritto – e raffigurato ai loro occhi, dai corpi straziati che si trascinano sui ponti delle navi, tra il metallo bramoso di accoglierne le carni che alimentano ogni funzione e che placano l’infinito appetito dei pesanti mezzi. La narrazione procede, le vicende dei protagonisti si intrecciano come anelli taglienti, il metallo si muove, il morbo incombe, mentre gli interludi tra un capitolo e un altro costruiscono quieti sipari di respiro, che preparano il lettore a sconcertanti epiloghi o a nuovi e inaspettati inizi.
Le navi, affondano scaltre la propria imponenza nelle sabbie tossiche degli sconfinati deserti e l’autore invita lo sguardo del lettore a posarsi anche sul cielo, dove poter scorgere la presenza di macchine volanti messaggere di morte; tuttavia, la speranza non è ancora del tutto straniera a queste lande e la possibilità di una conservazione della propria umanità si cela proprio là dove di umano c’è rimasto ben poco…

Dario Tonani è decisamente uno scrittore di fantascienza nonché giornalista italiano. Vincitore di numerosi concorsi dedicati alle opere fantastiche, nelle Cronache di Mondo9 racchiude un ciclo steampunk di successo, tradotto e apprezzato anche all’estero. Le illustrazioni sono del bravissimo Franco Brambilla che ha dato corpo al metallo.

Source: acquisto del recensore.

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:: Adone, Elisa Zimarri, (Scienze e lettere, 2015) a cura di Viviana Filippini

8 febbraio 2016 by
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Adone è il protagonista del nuovo libro per bambini edito da Scienze e lettere, realizzato da Elisa Zimarri. Il volume dalla bella e intrigante copertina arancio appartiene alla collana Monstra, che la casa editrice ha creato per occuparsi di tutte quelle figure della mitologia antica, non esistenti in natura, che sono un po’ uomini e un po’ animali, ma forse anche qualcosa di più. Il libro di Adone è caratterizzato da un perfetto mix di parole e immagini colorate che narrano al lettore bambino la storia di questo essere dei miti antichi. Ogni bambino appassionato di lettura si addentrerà in un mondo di parole, forme e colori per conoscere la storia di questo giovanotto nato da Mirra, trasformata in albero da Zeus, colmo di pietà per lei e per l’inganno che le aveva giocato la gelosa Afrodite. Il piccolo Adone, uscito dal ventre dalla mamma albero, verrà affidato da Afrodite a Persefone, la signora dell’Ade. Quest’ultima si innamorerà alla follia del ragazzino e dimostrerà la sua esplicita intenzione di tenerlo con sé per sempre e di non restituirlo mai ad Afrodite. Il forte e saggio Zeus interverrà per porre fine alle liti tra le due dee, stabilendo che Adone dovrà vivere sei mesi con una dea e se mesi con l’altra. Adone accetterà questo destino e vivrà in modo spensierato la sua vita sui monti del Libano, fino a quando l’incontro con un cinghiale cambierà per sempre la sua vita e determinerà la nascita del fiore rosso dell’anemone. A narrare il tutto, grazie alla scorrevole scrittura di Elisa Zimarri, è Adone in prima persona, che prende per mano i piccoli lettori portandoli in una dimensione nella quale natura, mito e sentimento si mescolano alla perfezione. Adone è sì un libro per bambini, ma lo consiglio anche agli adulti per riscoprire la storia della mitologia classica e i suoi personaggi. Vivaci, colorate e molto utili per rendere ancora più coinvolgente il testo son le immagini di Martina Vanda.

Elisa Zimarri è laureata in lettere antiche con indirizzo archeologico, studiosa di miti dell’arte antica, insegnante di lettere ed esperta di educazione interculturale. Si occupa di integrazione di disabili, di alunni con bisogni educativi speciali e di alunni con DSA. Il suo incontro con la figura di Adone è avvenuto in occasione della redazione della tesi di laurea e l’approfondimento è stato realizzato con viaggi di studio in Sira e Libano.

Martina Vanda è autrice e illustratrice di picture books, designer e ceramista. I suoi libri son pubblicati in Italia e all’estero in Francia, Spagna, Messico, Cina e Cile. Dal 2012 dirige le autoproduzioni TunellingP. Per Scienze e Lettere ha realizzato Sirene e ha avuto riconoscimenti internazionali come la selezione alla Mostra Illustratori di Bologna (2012 e 2015), alla Biennale di Bratislava (2012), al CJ BOOK Awars Korea (2010) e al Premio Querty (2010). Il suo libro Estela Grita muy fuerte ha venduto 100mila copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Scienze e Lettere.

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:: Bianca da morire, Elena Mearini, (Cairo, 2016) a cura di Natalina S.

8 febbraio 2016 by
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“Siedo alla scrivania. Il portatile acceso, un bicchiere d’acqua e trenta pasticche di cinque diversi colori. Ne ingoierò sei alla volta colore dopo colore.”

Porta il nome dell’innocenza e un rigurgito di arcobaleno impigliato nello stomaco la protagonista del nuovo romanzo di Elena Mearini, Bianca da morire, pubblicato da Cairo editore. Si chiama Bianca, ha sedicianni e vive a Milano, una città che le somiglia e di cui Bianca ne è perfetta metafora, perchè anche Milano come Bianca è stata amputata nelle sue parti più vere, anche Milano come Bianca appare candida e pura. Da tre anni frequenta il Liceo artistico, nè per talento nè per interesse, per quel desiderio smisurato di corteggiare l’Immagine e diventare una Star anche al prezzo di stuprare la propria esistenza. È figlia Bianca – di un tempo suo e di un tempo non suo- di una società che gravita attorno al vuoto morale e di una famiglia troppo patriarcale per riservare alla donna il ruolo di una Stella. Forse è proprio questa una delle ragioni per la quale Mearini sceglie, ancora una volta, come nel suo romanzo di esordio, “360 gradi di rabbia”, ed in quello successivo, “Undicesimo comandamento”, di dar voce al sentire femminile, tanto più in un contesto spazio-temporale quotidianamente macchiato di rosa. L’autrice consegna a Bianca carta e penna la quale racconta, in prima persona e attraverso il valore simbolico dei colori, il proprio morso di bestia ferita. Bianca recita dal principio alla fine un monologo da teatrante perfetta, o quasi, senza però riuscire a prevedere la fine. È uno sfogo, il suo, che restituisce a sè stessa la propria identità e a noi la fotografia più autentica di una società che, troppo rapidamente, sta cambiando volto ed è assai lontana dal sapore buono dei frollini della nonna. Bianca ci racconta il male d’esistere degli adolescenti di cui noi adulti siamo attori/spettatori spesso inconsapelvolmente responsabili; Bianca accusa e, nella mancanza di ascolto, risiede la colpa più grande. Ancora una volta, come per Vera e Serena, nei primi due romanzi, l’autrice lombarda consente a noi lettori di avvicinarci alle riflessioni più intime e fragili della sua protagonista, la sveste mettendone a nudo le carni sporche di sangue per restituirla vergine e bianca a nuova vita. Lo fa attraverso un linguaggio che sfiora la poesia e un ritmo che lascia spazio al respiro anche quando le vicende della Storia il respiro lo tolgono e il romanzo si tinge di nero.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Si occupa di narrativa e poesia, conduce laboratori di scrittura in comunità e centri di riabilitazione psichiatrica. Nel 2009 esce il suo primo romanzo 360 gradi di rabbia (Excelsior 1881, Premio Giovani lettori Memorial Gaia di Manici Proietti), nel 2011 pubblica per Perdisa Pop Undicesimo comandamento (Premio Speciale Unicam-Università di Camerino). Seguono il terzo romanzo A testa in giù (Morellini Editore, Premio Giovani lettori Memorial Gaia di Manici Proietti) e le raccolte di poesie Dilemma di una bottiglia (Edizioni Forme Libere) e Per silenzio e voce (Marco Saya Editore).

Source: libro inviato al recensore dall’autrice.

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:: Un’ intervista con Mirko Zilahy a cura di Giulietta Iannone

5 febbraio 2016 by

e cosìBenvenuto Mirko su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa intervista. Romano, classe 1974, professore al Trinity college di Dublino, saggista, traduttore letterario, editor, e ora romanziere. Zilahi de’ Gyurgyokai è un cognome di origine ungherese, vero? Parlaci delle origini della tua famiglia.

R- Mio padre Gherardo è nato a Budapest negli anni Quaranta ed è venuto a Roma da piccolo. In effetti delle mie origini ungheresi mi resta la suggestione di alcuni scrittori e una strana nostalgia delle radici che conosco poco.

Come è iniziato il tuo amore per i libri e la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

R- Ho iniziato da ragazzino, con mia madre che mi obbligava a leggere il pomeriggio dopo scuola. Ricordo i primi due libri che mi hanno rapito, letteralmente, e mi hanno fatto ammalare di lettura: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Dracula di Bram Stoker. Da allora non ho più smesso.

Hai da poco esordito con È così che si uccide, un romanzo molto particolare, un po’ thriller, un po’ poliziesco, un po’’ noir, con una forte componente procedural, un’attenta caratterizzazione e scavo dei personaggi e un tema di fondo che si potrebbe se vogliamo definire “sociale”. A che scuola di narrativa ti sei ispirato? Quali autori o romanzi ti sono stati utili nella creazione di questo insolito tipo di romanzo?

R- Quando si inizia a scrivere un romanzo vengono a galla le suggestioni letterarie di una vita. Da lettore, da studioso, da appassionato, i maestri che avevo nelle orecchie e nel cuore quando mi sono messo a scrivere È così che si uccide non erano autori contemporanei. Per i miei spunti la realtà mi interessa il giusto, come l’attualità. Avendo come nume tutelare Poe, mi interessano gli effetti delle storture, delle violenze, delle ingiustizie che si riverberano sulle esistenze delle persone, sulla psiche degli individui e che hanno un’eco nei loro animi, nelle vicende personali che a volte sfociano nel crimine efferato. Perciò prediligo lo scavo psicologico, apprezzo la detection come ricerca intima, come sonda delle paure, dei dubbi, delle angosce. Oltre ad Edgar Allan Poe mi sento legato alla scrittura tecnica di Carlo Emilio Gadda e a quella barocca di Giorgio Manganelli, mentre per il carattere thriller devo molto a Shane Stevens.

Roma, dove è ambientato È così che si uccide, è in un certo senso la co-protagonista del romanzo. Riflette, come in uno specchio, gli stati d’animo del commissario Mancini. Perché questo taglio insolito? Roma è una città noir?

R-Roma è un setting ideale per ogni tipo di narrazione, anche thriller, ma è stata sempre sfruttata per le sue bellezze classiche, o barocche. Io invece ho cercato uno sfondo che riportasse il lettore alle atmosfere fumose della Londra vittoriana. Per farlo non ho dovuto inventarmi niente, perché l’ho trovata a poche centinaia di metri da dove abito, tra le rovine della Mira Lanza e il cilindro ferroso del grande gazomentro. Ed è qui, tra le strutture ruggiose di questi siti dell’archeologia postindustriale che il serialkiller del mio romanzo, che si fa chiamare l’Ombra, depone le sue vittime orribilmente mutilate.

Dicevo nella mia recensione al tuo libro che il tuo romanzo apre nuove strade, infrange in un certo senso un tabù: utilizzare una malattia – ormai diffusa come una metastasi del mondo contemporaneo – come metafora di un malessere più profondo, e qui ci avviciniamo al noir. Quanto è stato difficile affrontare questo tema? Avendo vissuto questo dramma da vicino (ho perso mio padre di cancro a giugno), il realismo di molte scene è forte, come se parlassi di una tua esperienza personale. E’ corretta questa mia sensazione?

R- Mi intreressava registrare tutte le forme del Male e della paura, quelle più tipiche del thriller (omicidi seriali e violenza) e quelle che sono un po’ fuori genere. Cercare di guardare il dolore e il terrore da tutti i punti di vista, e per farlo ho dovuto mettere in gioco delle esperienze personali molto dolorose.

Stai ricevendo una bellissima accoglienza, il tuo libro è ben recensito sia dalla critica, che dai lettori. Ti aspettavi tutto questo? Intendo con un libro oggettivamente difficile, non per un’ oggettiva difficoltà di lessico ma per i temi trattati?

R- Sapevo di aver scritto un romanzo difficile da addomesticare, perché è un thriller sui generis e perché ha una materia nera e molto toccante al centro. Per questo motivo non sapevo cosa immaginare, sinceramente. La critica e i lettori sono incuriositi e mi apprezzano, e le due cose mi fanno un grande piacere. Ma mi obbligano a migliorarmi per non deludere nessuno nella stesura del mio prossimo romanzo.

Il genere “serial killer” è un genere prevalentemente americano. Ho studiato il fenomeno, sebbene non da specialista, ed è difficile sentire parlare di serial killer, in Europa, nelle cronache. Il tuo villain è un serial killer, sebbene sui generis. Di solito i serial killer non si fermano, a meno che non siano fermati, uccidono per perseguire una sorta di appagamento nello stesso atto dell’uccidere. Il tuo killer invece no, persegue una vendetta e si sente nel giusto. Come hai caratterizzato questo personaggio?

R- In effetti abbiamo una nutrita schiera di serial killer anche in Italia, su cui iniziamo a conoscere i nomi e i cognomi come si faceva prima con i più celebri assassini seriali americani. I serial killer uccidono per ragioni differenti, a seconda delle patologia di cui sono essi stessi vittime. Senza fare spoiler, posso dire che nel mio romanzo la perdita del senso di giustizia e alla mancanza di umanità sono due motori della vicenda.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

R- Sì, È così che si uccide è stato venduto all’estero prima di essere pubblicato in Italia. In estate uscirà in Spagna, poi Germania, Francia, Olanda, Grecia, Turchia e in altri paesi.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Nei prossimi due anni sarò occupato a scrivere il secondo e il terzo romanzo della trilogia che ha per protagonista Enrico Mancini e la sua Roma e lascerò in stand-by la traduzione e le altre attività editoriali.

:: Ascolta o muori, Karen Sander (Giunti, 2016)

5 febbraio 2016 by
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Nuova indagine per la psicologa e profiler Liz Montorio e il capocommissario Georg Stadler, seguito del (per me) bellissimo Muori con me di Karen Sander. Il secondo episodio si intitola Ascolta o muori (Wer nicht hören will, muss sterben, 2014). Siamo sempre a Düsseldorf, con capatine in Olanda e in Inghilterra (per Liz Montorio), siamo sempre alle prese con un feroce (anzi due) serial killer. Stessi meccanismi del volume precedente: una squadra affiatata, una certa alchimia e tensione (erotica) tra i due protagonisti (che finisce in niente), personaggi tormentati dai propri rovelli personali, stessa traduttrice del primo volume, la brava Lucia Ferrantini, insomma gli ingredienti per un buon thriller ci sono tutti, o perlomeno per ripercorrere le buone orme del primo, tuttavia mi è piaciuto notevolmente meno. Sempre un buon thriller, scorrevole, superiore a una buona quantità di thriller che si leggono di questi tempi, ma parte della magia del primo è come dire evaporata. Georg Stadler, il protagonista che tanto sembrava promettente in Muori con me, qui appare più che altro uno stereotipo (il cinquantenne a caccia di storie di una notte con ragazze molto più giovani) e pure decisamente antipatico, saranno i dialoghi un po’ banali (proprio le parole che l’autrice gli fa dire), saranno le sue reazioni a tratti ingiustificabili (tratta male Birgit senza nessuna concreta ragione in una scena quasi slegata dal contesto). E sebbene si approfondiscano un po’ le ragioni del suo animo tormentato (è rimasto orfano da piccolo, è stato cresciuto da un nonno autoritario che usava spesso la cinghia e ha rischiato seriamente di finire lui tra i fascicoli su cui indaga) difficilmente torniamo di nuovo in empatia con il personaggio, almeno io non ce l’ ho fatta. Magari queste erano le intenzioni dell’autrice, (togliergli spessore umano) ma stranamente ho notato che i personaggi secondari hanno prevalso in un certo senso, sia il personaggio del commissario Birgit (forse quello che mi è piaciuto di più) che quello del commissario Miguel, per lo meno fedeli a sé stessi rispetto al primo libro. Il personaggio di Liz Montorio non riserva particolari sorprese ed è anche lei in un certo senso sottotono (sono arrivata a sperare che il suo fidanzato David fosse lui il serial killer). A un certo punto mi sono detta è cambiato il traduttore, (a volte può succedere) e invece no è la stessa traduttrice quindi non si può far risalire il cambio di tono a questo. Anche sul fronte delle indagini le cose non migliorano di molto. In realtà abbiamo due indagini parallele, una condotta in Inghilterra per fermare un serial killer di bambine, (non la principale ma sebbene affidata ad altri investigatori la Montorio viene contattata per una perizia non ufficiale), e giusto a un certo punto c’è l’arresto improvviso e quasi ingiustificato (ah, il numero di previdenza sociale) del vero colpevole; la seconda condotta in Germania sempre alla caccia di un serial killer questa volta di ragazzi poco più che adolescenti. Indizi (confusi), false conclusioni degli investigatori (come nel primo caso commettono errori, ma qui quasi per trascuratezza), coincidenze un po’ strane (una ragazza legata all’ indagine principale è vittima di un crimine parallelo), insomma non è lineare seguire le indagini e questo toglie piacere alla lettura. Di solito i libri che non mi piacciono non riesco a leggerli (e perciò a recensirli), li abbandono in cerca di altro, questo l’ ho letto dall’inizio alla fine, soprattutto perché è oggettivamente una buona serie, con alte potenzialità (e non lo dico con leggerezza), e spero che il terzo episodio (che leggerò senz’altro) se mai ci sarà, ritorni alle origini. Comq non è un libro scadente, se appunto non avete aspettative, io forse ne avevo troppe.

Karen Sander vive in Renania. Traduttrice e docente universitaria, ha esordito con lo straordinario successo di Muori con me (Giunti 2015), primo romanzo della serie incentrata sulla coppia investigativa Stadler-Montario, entrato nella top-ten dei libri di narrativa straniera più venduti. In Germania, il secondo episodio, Ascolta o muori, si è piazzato subito fra i bestseller dello Spiegel, e la serie nell’insieme ha venduto oltre 150.000 copie.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Giunti.

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:: Il paradiso degli animali, David James Poissant (NN Editore, 2015) a cura di Federica Guglietta

4 febbraio 2016 by
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Una legge non scritta dell’editoria è solita sentenziare che “tanto le raccolte di racconti non vendono”.
Niente di più sbagliato, almeno per me che, nell’ultimo anno, ho decisamente privilegiato, nelle letture personali più o meno assidue, proprio questo genere.
Ebbene sì, Il paradiso degli animali è definitivamente “La raccolta di racconti del 2015”: l’unica che è stata capace di scardinare il mio punto di vista fino ad ora, straniante e umana, tagliente e spietata nei temi e nel linguaggio, assolutamente fuori dal comune.
Altro punto a suo favore? David James Poissant è uno scrittore emergente. A riprova del fatto che non solo i racconti possono interessare ed essere letti da tanti, ma anche che esiste un nuovo – nuovissimo – modo di intendere la scrittura che nulla toglie e tanto dà alla letteratura canonica.
Il paradiso degli animali ci racconta l’America. Non di certo quella straordinaria e patinata, dei grattacieli, uomini d’affari e della vita che passa frenetica tra un taxi giallo e una limosine, magari. Ci racconta un’America tanto ordinaria quanto inaspettata e cruda. L’America figlia degli uomini del sud. Il Sud, appunto: dall’Alabama passando per la Georgia e la Florida. Luoghi che sembrano stampati nella mente dell’autore, che li descrive nel dettaglio pur non scadendo in qualsivoglia intento didascalico. Sedici racconti, torno a ripetere, totalmente e “stranamente” americani per ambientazione, modus vivendi e fatti narrati.
Ci racconta un’America popolata di esistenze e di storie che sconvolgono fino a far male. Storie di fallimenti e delusioni, dissapori e false partenze che si stagliano contro le strade sempre dritte e periferiche che si perdono a vista d’occhio nell’orizzonte, costellate di motel, market e polvere che brucia sotto al sole. Storie di padri e figli, incompresi ognuno a suo modo: il genitore manesco e chiuso nelle sue convinzioni diventa predatore, il figlio (seppur tanto amato e “bellissimo”) preda indifesa e sanguinante, come in Lizard Man, racconto in apertura di fortissimo impatto emotivo.
La raccolta prende il titolo da The Heaven of Animals, poesia di James L. Dickey: qui la vita animale è vista come qualcosa di inesorabilmente predestinato in cui i predatori si distinguono in maniera netta dalle prede e saranno in grado di primeggiare e cacciare, gli uni, e di fuggire e poi soccombere, gli altri:

“Sotto l’albero
cadono
sconfitti,
si rialzano,
si rimettono in cammino.”

Di paradiso degli animali si torna poi a parlare anche nell’ultima delle storie, quella che chiude il libro e che, per questo motivo, porta lo stesso titolo. Come a voler rappresentare l’ultimo anello di un cerchio che si chiude, ciclo vitale animalesco e ciclo esistenziale squisitamente umano si mescolano in un’atmosfera slegata, ma continuativa, che non smette mai di stupire.
Poissant è riuscito a trasporre questa metafora, mutuandola dalla poesia e dalla tensione ferina propria del regno animale, in ognuno dei suoi racconti in modo differente e più che unico.
La narrazione risulta attuale in ogni suo punto. Proprio come “animali sociali”, ma neanche troppo dediti all’aggregazione, i personaggi di Poissant sono aggressivi e fragili, cadono e rialzano per poi riaccasciarsi, perennemente sul filo del rasoio, con un piede saldo a terra e l’altro a penzoloni in un fosso. Poco importa se nel fosso inaspettatamente troveremo un alligatore a cui legheremo la bocca stretta nel nastro isolante.
Degna di menzione la traduzione dall’inglese a cura di Gioia Guerzoni: evocativa, mai noiosa e, sicuramente, di assoluta efficacia narrativa.

David James Poissant, esordiente, ha scritto numerosi racconti poi pubblicati su diverse riviste e nella antologia Best New American Voices, che hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Alice White Reeves della National Society of Arts & Letters.
Con Il paradiso degli animali ha vinto il Florida Book Award 2014, ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize e al PEN/Robert W. Bingham Prize. Docente del master in Fine Arts all’University of South Florida, nel 2015 viene nominato vincitore al New Writers Award for fiction, come in passato autori del calibro di Alice Munro e Richard Ford.

Gioia Guerzoni, traduce prevalentemente narrativa, da vent’anni. Sue le traduzioni di autori come Teju Cole, Iris Murdoch, Siri Hustvedt. Si occupa di progetti editoriali e scouting, oltre a partecipare a numerosi festival letterari internazionali.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Colpo grosso in libreria, di PessimeScuse

4 febbraio 2016 by

ladri

Un leggero bussare, un sonoro “avanti!”, e la testa del piantone fece capolino dalla porta socchiusa.
«Mi scusi signor Commissario, il signor Vice Questore la desidera. Con urgenza, ha detto».
«Digli che arrivo fra un attimo».
«Veramente ha detto…» prova a balbettare, ma l’occhiata che riceve lo fa battere in ritirata. Con quel tizio era un attimo farsi trasferire in Barbagia.
«Chissà che vuole» borbottò tirando una boccata dal sigaro puzzolente mentre siglava il foglio che aveva davanti. Le volute di fumo denso e bianco si sparsero per la stanza e s’infransero sul cartello che annunciava che in quel posto era vietato fumare, ai sensi etc… etc…
Si alzò, posò il sigaro sistemandolo nel posacenere a far compagnia agli altri mozziconi, prese la giacca dall’attaccapanni e si diresse sospirando verso l’ufficio del Gran Capo.
Il signor Vice Questore lo aspettava davanti all’uscio del suo ufficio, fatto assolutamente inusuale che non prospettava niente di buono. Di solito gli faceva fare almeno venti minuti di anticamera, adesso, invece, eccolo lì come la piccola vedetta lombarda sull’orlo di una crisi di nervi.
«Venga carissimo» gli si fece incontro con un sorriso stiracchiato, lo afferrò per un braccio e lo spinse dentro.
«Stia comodo, carissimo» lo pregò untuoso mentre circumnavigava l’enorme scrivania linda come un tavolo operatorio e si abbatteva sulla mega poltrona di pelle nera.
Il Commissario si accomodò dall’altra parte dell’enorme manufatto e lo fissò con curiosità.
«Una tragedia, una vera e propria tragedia» esordì passandosi la mano paffuta sui capelli ricoperti da uno strato di gel che gli serviva a bloccare la forfora. Senza quella barriera si sarebbe depositata come uno scialle bianco sul colletto nero dell’abito sartoriale che ricopriva il suo corpaccione obeso.
Guardò senza parere a una crosticina bianca rimastagli tra le dita, la fece cadere a terra e puntò i suoi occhi da cocker indifeso sul Commissario.
«Solo lei mi può aiutare, carissimo» belò.
Azz, tra i due c’era lo stesso feeling che univa l’ex Cavaliere e i magistrati della Procura di Milano e si amavano allo stesso modo. Non solo, un giorno che le aveva particolarmente girate, aveva affermato che aspettava con ansia il momento in cui avrebbe portato una bella corona di fiori bianchi al funerale di quell’odioso del suo sottoposto. E, se il Signore fosse stato particolarmente magnanimo, anche a quello dei suoi collaboratori. Una banda di sardacci capitati chissà come a Milano, al cui cospetto i membri dell’Anonima Sarda facevano la figura di chierichetti. Ergo, la faccenda doveva essere di estrema gravità.
Accavallò le gambe in attesa del seguito.
«Una rapina, carissimo, una rapina in un tempio della cultura. Con un’aggravante particolarmente odiosa». Si allungò sul piano della scrivania, guardò a destra e poi a sinistra, e infine con voce talmente bassa che a malapena fu intesa da Commisario, svelò l’arcano.
«Il fattaccio coinvolge l’Illustrissimo Signor Sindaco».
Annuì più volte per evidenziare la gravità del caso.
«Il Sindaco ha compiuto una rapina?» Domandò il Commissario scettico, anche se, di questi tempi, non si stupiva di nulla.
«Ma che cazz, no, no, no, ma quando mai l’Illustrissimo Signor Sindaco, ma quando mai. Mi scusi carissimo, ora le spiego. Nemmeno un’ora fa un bandito, forse un terrorista, ha rapinato la libreria Feltrinelli in Buenos Aires».
«Si è fregato l’incasso?».
«Peggio».
«Ha ferito qualcuno?».
«Peggio».
«Peggio?».
«Si».
La caricatura di Botero cavò di tasca un fazzolettone a righe blu e si asciugò l’abbondante sudore che gli colava dalla fronte al triplo mento.
«Hanno rapinato otto libri che l’Illustrissimo Signor Sindaco aveva acquistato per farne dono ad un personaggio di cui non posso rivelare il nome».
«E il Sindaco, era presente? Sta bene?».
«No, no, li aveva ordinati per telefono e dovevano essere consegnati oggi stesso. Ed è in piena forma, se mi è consentita un’opinione, anzi in formissima. E molto incazzato. Mi ha chiesto un’indagine celere e discreta. Mai e poi mai deve trapelare il suo coinvolgimento».
«Faccio un salto in libreria, la terrò informato».
«Ho predisposto tutto, carissimo. Ho fatto isolare gli impiegati coinvolti in modo che non abbiano contatti con la stampa e l’attendono. Deve, e sottolineo deve, mostrare che la Polizia è efficiente e ci andrà in forze. Porti con lei i suoi accoliti, pardon, la sua squadra e si ricordi che deve venire a capo del fattaccio. Con qualunque mezzo, non m’importa come farà, ma io la coprirò, stia tranquillo».
La caricatura di Botero si era sollevata in tutta la sua altezza, un metro e sessanta di ciccia e forfora, e tormentava il fazzoletto a righe come se potesse dargli la forza che il fatto criminoso richiedeva.
Il Commissario si estirpò dalla poltrona e infilò la porta prima che il Gran Capo facesse qualcosa d’irreparabile, come abbracciarlo e baciarlo per la gratitudine.
Tornato nel suo ufficio, si accese un sigaro e prese il telefono.
«Marrocu? Chiama Casu e Deidda e passate da me».
Tre minuti dopo l’ispettore Capo Marrocu, l’ispettore Deidda e il sovrintendente capo Casu erano seduti davanti al Commissario che li mise al corrente del fatto.
«Otto libri?» Domandò incredulo Deidda che leggeva solo le pagine della Gazzetta dello Sport quando parlavano della squadra del Cagliari.
«Rari?» intervenne Marrocu, più concreto.
«Dei gialli» rispose il Commissario dando uno sguardo all’elenco che gli aveva fornito il Gran Capo «Tutti di Massimo Carlotto».
«Un depravato, sicuramente» concluse Casu che apprezzava lo scrittore come un ciclista al Giro d’Italia ama un foruncolo sul culo.
«Adesso andiamo, in pompa magna come desidera il Gran Capo, sentiamo un po’ cosa è successo e ci facciamo dare le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della libreria e dei negozi tutt’attorno».
Gli impiegati rapinati erano chiusi in una stanza con solo due sedie per tre persone. Uno di loro lamentava una gran voglia di recarsi al bagno e lo disse chiaramente appena vide gli sbirri.
«Raccontatemi prima come sono andate le cose e poi sarete liberi di fare tutto quello che volete, tranne parlare con chicchessia della rapina».
«C’è poco da dire» cominciò il più magro con i capelli scolpiti da un barbiere in preda al delirium tremens e dei tremendi pantaloni gialli. «I libri erano sul bancone, dovevo preparare una confezione regalo, quando è apparso il tizio, li ha presi e se n’è andato».
«Tutto qui?».
«No, quando gli ho detto che erano venduti, mi ha risposto che se ne fregava e che dovevo farmi i cazzi miei o mi avrebbe spaccato il muso».
«E lei?».
«Sono svenuto, aborro la violenza, io».
Casu lo guardava di sottecchi prendendo seriamente  in considerazione l’idea di tornare la settimana successiva, arrestarlo con un motivo qualsiasi e ficcarlo in una cella con due camorristi e tre magnaccia rumeni.
«E’ successo così, signor Commissario» intervenne una ragazzotta belloccia «Ho l’ho visto piombare a terra e subito dopo il tizio afferrare i libri e scappare a gambe levate».
«Ci sono telecamere di sorveglianza in negozio?».
«Dappertutto» intervenne il terzo scuotendo la grossa coda che gli legava i capelli lunghi e unti».
«Deidda, cerca il direttore così possiamo visionare le registrazioni. Voi potete andare. Acqua in bocca, con tutti».
«Se qualcuno di voi tre spiffera qualcosa, gli infilo questa mano su per il culo, gli afferro la lingua e la faccio uscire dal buco, come la coda di un leprotto» puntualizzò Casu.
I tre guardavano preoccupati il pugno teso di Casu e nemmeno per un istante dubitarono che avrebbe messo in pratica la minaccia. Casu incazzato non era un bel vedere. Nemmeno allegro, se per questo.
La visione del filmato fu una mera formalità. Le immagini erano chiarissime e si distingueva perfettamente un elemento dal un viso cavallino, l’espressione confusa, una massa di capelli ricci e un giubbotto dal collo di pelo con una sciarpa negligentemente appoggiata sul collo. Casu annuì con convinzione, l’aveva riconosciuto.
«Johnny Lo Sfigato» comunicò al Commissario una volta lasciata la libreria.
«Un nome, una garanzia» ci rise sopra Marrocu che non riusciva a capacitarsi come mai il tipo non si fosse almeno coperto il viso con la sciarpa per non farsi riconoscere.
«In realtà si chiama Giovanni Vanoni, orfano. Vive con la sorella Mafalda ex donna cannone part-time».
«Part-time?».
«Per la sua stazza veniva ingaggiata saltuariamente da qualche circo di mezza tacca che passava in zona, ma due anni fa qualcuno la convinse che con la sua bellezza avrebbe potuto fare l’indossatrice e si mise  a dieta. Passò da duecentotrenta a centodieci chili ma perse il posto di lavoro in quanto da fenomeno che era divenne solo una delle tante ciccione di cui è piena l’Italia».
«Sai dove abita?».
«L’ho arrestato sette volte. In mezzora siamo da lui.»
Il quartiere non era dei più trendy, per cui lasciati Marrocu e Deidda di guardia all’auto, il Commissario e Casu Bussarono alla porta del rapinatore.
«Buongiorno dottor Casu» salutò tranquillo il Vanoni aprendo la porta.
«Non sono dottore e nemmeno infermiere, non cercare di leccare il culo, Johnny. Caccia i libri che hai fregato, sempre che non te li sia già venduti».
«Non li ha voluti nessuno, dottore» Allargò sconsolato le braccia e li precedette in cucina. I libri stavano in bella mostra sul tavolo di formica celestina.
«Eccoli, speravo di poterne ricavare il tanto da combinare il pranzo di Natale, ma nemmeno cinque euro per tutti e otto mi hanno voluto dare».
«Hai cannato autore, mio caro. Mettiti il giubbotto e vieni con noi».
Lasciata la banda nel suo ufficio con Johnny Lo Sfigato, il Commissario si diresse dal Gran Capo con i libri sotto braccio.
«Ecco il maltolto».
Era entrato senza bussare, aveva posato i libri sulla scrivania ed era rimasto a fissare la caricatura di Botero che lo osservava allibito con l’indice ancora infilato nella narice sinistra. Pulizie di Natale, aveva pensato notando il foglietto bianco su cui erano state allineate una decina di caccole evidentemente estirpate dal naso del Gran Capo e colà disposte come tanti soldatini.
«Come cazzo si permette…» esclamò, salvo poi ripiegare in un «Carissimo, lo sapevo che su di lei potevo fare affidamento» dopo aver notato gli otto libri sul ripiano lucido.
«Caso risolto, anche se…».
«Anche se?».
«Il rapinatore dichiara di aver rubato a sua insaputa».
La caricatura di Botero sistemò la caccola nel posto che le era stato assegnato e lanciò al suo sottoposto un’occhiata maligna.
«Mi sta prendendo per il culo?».
«Non oserei mai, dottore. Si tratta di una tesi difensiva già adottata da un Ministro della Repubblica che la stessa Magistratura ha accolto in toto, tant’è che lo ha assolto. E in tempi recentissimi anche un Cardinale, uomo di Dio per antonomasia, ha sostenuto la stessa cosa. Ricorda?».
«Già» disse, chiaramente sulla difensiva.
«Il problema, secondo me, risiede nel fatto che il rapinatore a sua insaputa in un eventuale processo sarà, per i precedenti che le ho citato, senza dubbio alcuno assolto Ma…».
«Ma?».
«Ma solo dopo l’arresto e con il conseguente clamore mediatico. Cosa non certo gradita al Sindaco, mi pare di aver capito.»
«Gli ho garantito la più assoluta discrezione» Sospirò disperato.
«Se lo arrestiamo, lo processano e lo assolvono, tanto vale lasciarlo libero con un bel risparmio per le casse dello Stato e senza incorrere nelle ire del Sindaco che, mi dicono, sia molto ma molto vendicativo. Come tutti comunisti d’altronde».
«Lei è un genio, un vero genio» esclamò la caricatura di Botero balzando in piedi e allargando le braccia come Domenico Modugno quando cantava “volare ohoh”. Lasci libero quell’innocente mentre comunico all’Illustrissimo Signor Sindaco che la Polizia ha risolto brillantemente e rapidamente il caso».
Vanoni Giovanni, detto Johnny Lo Sfigato, fumava beatamente la sigaretta offertagli da Deidda raccontando aneddoti su San Vittore e sui delinquenti che aveva conosciuto in galera.
«Vanoni!» Tuonò il Commissario facendogli andare di traverso il fumo e provocandogli un accesso di tosse.
«Prendi le tue cose e vattene, per questa volta non ti arrestiamo».
Johnny Lo Sfigato balbettò un ringraziamento, agitò le mani per salutare tutti e infilò la porta.
«Vanoni!».
Il poveraccio rimise la testa dentro. Aveva l’espressione triste e rassegnata di chi per tutta vita aveva preso calci nelle palle.
Il Commissario gli allungò cinquanta euro.
«Tieni e compra qualcosa per il pranzo di Natale».

PessimeScuse (accontentatevi dell’alias) ha sessantasei anni e dopo una vita avventurosa, che l’ ha visto anche trafficante di porchetti sardi in barba all’embargo per la peste suina (li travestiva da barboncini e li rivendeva a Milano), si gode il meritato riposo nel suo buen retiro insieme ai suoi baffi, una serie di tatuaggi particolari, un’ auto militare d’epoca e la sua dolce metà.
Per il resto, scrive romanzi surreali e politicamente scorretti, ma solo quando ne ha voglia, perché per lui scrivere è un divertimento e se deve piazzarsi davanti al pc ogni giorno per produrre pagine, non si diverte per niente.

:: Un’ intervista con Roberto Mingoia

3 febbraio 2016 by

indexOspito oggi sulle pagine di Liberi di scrivere un giovane scrittore sardo con un progetto interessante, che sarà utile anche a tanti giovani scrittori che cercano una strada nel (difficile) mondo dell’editoria. Lascio a lui la parola.

Benvenuto Roberto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Quanti anni hai? Dove sei nato? Che studi hai fatto?

Buona sera e grazie a voi per l’interesse. Ho 37 anni, sono di Cagliari e sono laureato in Scienze Politiche. Ho sempre amato scrivere ma ho aspettato ad essere gratificato sul lavoro e ad avere del tempo libero prima di buttarmi in questa avventura. Ora la gente mi considera uno scrittore, è una cosa meravigliosa ma anche una responsabilità. Anche quando prendo degli appunti o scrivo la lista della spesa non posso sbagliare una doppia o scrivere qualcosa di insensato.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono state le tue prime letture? C’è qualcuno nella tua famiglia o nella scuola che ti ha trasmesso l’amore per i libri?

Leggo da sempre, forse perchè vedevo mio papà farlo. Leggevo i libri che prendeva in prestito dalla biblioteca vicino a casa, ora sarà lui a leggere i miei. Mia mamma mi ha raccontato che si è commosso come ha letto i primi articoli sul mio nuovo romanzo.
Le prime letture che mi sono rimaste impresse sono state di Wilde, Orwell e Pirandello.

Da scrittore esordiente quali sono le principali difficoltà? Trovi attenzione presso i mass media: blog, giornali, radio, tv?

Da scrittore esordiente è durissima, devi avere una energia e una determinazione assoluta. Altrimenti è impossibile. Devi vedere l’obiettivo di arrivare al grande pubblico già realizzato anche se in un primo momento ti leggono solo i tuoi familiari o i tuoi amici, quello rimarrà sempre il nocciolo duro di pubblico per cui scrivi. Ma la persona per cui devi davvero scrivere tutti i giorni per il puro gusto di farlo, sei tu. Io scrivo per me stesso e sono in ogni caso contento di farlo perchè provo piacere nel farlo, nel trovarmi davanti a una pagina bianca con la mente vuota per poi riscoprire un capitolo pieno di personaggi e aneddoti che non pensavo nemmeno di poter concepire. Poi scrivo anche per trasmettere qualcosa di positivo agli altri, come se mettessi il mio cuore e i miei pensieri in una capsula del tempo e li dedicassi per sempre agli altri. Se ci credi funziona è il mio motto. Ora ho tantissima gente che mi chiede cosa sto scrivendo e non vede l’ora di leggermi.

E’ uscita su Bookabook.it (il primo portale italiano di crowdfunding del libro grazie a cui le opere più seguite verranno pubblicate) la tua opera dal titolo “Il Commissario Casu: la banda dei sequestratori seriali“, ambientata in Sardegna e in particolare nella città di Cagliari. Ce ne vuoi parlare? Come hai avuto l’idea di partecipare?

Ho avuto l’idea di partecipare in quanto avevo già percorso la via dell’autopubblicazione e quella della ricerca di un editore. E’ un’avventura davvero stimolante e ti apre mille orizzonti. Del resto a prescindere da chi o come è stato pubblicato il libro per farlo davvero arrivare a un pubblico vastissimo bisogna muoversi sul territorio: contattare biblioteche, associazioni, istituzioni, non lasciare nessuna strada intentata. Sono stato invitato anche da diverse scuole medie e superiori per presentare il libro e dar vita a dei laboratori di scrittura.

Il crowdfundig è un nuovo modo di promuoversi per chi ama scrivere, molto utilizzato all’estero ma ancora poco praticato e conosciuto in Italia. Come te lo spieghi?

In Italia è ancora poco conosciuto perchè in alcune cose fatichiamo ancora a sperimentare e sopratutto fatichiamo spesso a dare fiducia agli altri o a chiedere il sostegno degli altri. Sono tra le persone che crede che il crowdfunding sia il futuro sia nell’editoria che nel mondo dell’economia. E’ una forma di meritocrazia, va avanti chi funziona, chi riceve l’apprezzamento e il sostegno della gente, degli utenti finali.

Fino ad oggi è stata un’esperienza positiva? Stai ricevendo buona accoglienza?

E’ un’esperienza molto positiva e gratificante. Ho ricevuto complimenti, interviste, inviti a presentare l’opera nei circoli dei sardi in tutta Italia. Non pensavo nemmeno potesse piacere così tanto. E piace anche ai non sardi perchè il sardo è un testardo che si butta a capofitto in tutte le cose e si fa voler bene. Bisogna stare dietro alle biblioteche e alle istituzioni, i tempi sono lunghi e a volte sembra che ti stanno facendo un favore. Pensate all’obiettivo e che se si chiude una porta si apre un portone!

Parlaci del tuo libro, “Il Commissario Casu: la banda dei sequestratori seriali“, raccontaci di cosa parla, a che genere appartiene, quali sono le sue caratteristiche più insolite?

E’ un giallo avvincente, a tinte pulp, ambientato in Sardegna ma studiato sulla scia dei classici americani: medico legale, gangster, inseguimenti al cardiopalma. Il Commissario Casu, è pieno di caratteristiche insolite, ama bere, fumare, gli piacciono le donne e le auto sportive. Ama anche la musica raeggeton e il buon cibo, è gentile e generoso, è un inguaribile ottimista ma anche allo stesso tempo un’anima inquieta che soffre per le brutture del mondo ed è intenzionato a fare la sua parte per eliminarle. E’ anche un giocatore, ama fare la sua capatina settimanale nella sua agenzia di scommesse preferite e fare due chiacchiere con quella moltitudine di simpatici personaggi che la popola.
Il romanzo fa rivivere le atmosfere di suspence e tensione dell’epoca dei sequestri degli anni ’90 in Sardegna e lo fa in chiave moderna e originale. Il Commissario ama anche scrivere poesie e leggere libri motivazionali, una persona piena di risorse che non vi annoierà un minuto.

Quanta importanza ha per te una bella copertina nella vendita dei libri? Pensi sia un dettaglio marginale?

Una bella copertina è fondamentale. La mia l’ho realizzata in modo minimalista richiamando la sagoma di un delitto, colorata di giallo per evidenziare il genere della storia. Poi ci ho messo il Commissario che prende appunti con il suo taccuino, immancabile compagno di viaggio, dalla serie i dettagli sono importanti.

Diventerà una storia a fumetti?

Potrebbe benissimo diventarlo, finora a parte il grande interesse generale c’è stato anche l’interessamento di un regista. Lo vedo già il Commissario protagonista di un intrigante film giallo.

Sei uno scrittore che legge? Cosa stai leggendo in questo momento?

Leggo tanto, tutto quello che mi capita. Ora sto leggendo un libro giallo “Il Commissario Bordelli” di Marco Vichi. Carino, trovo tante affinità ma anche tante differenze, tutto questo è davvero stimolante.

Progetti per il futuro?

Sto finendo il secondo libro sull’investigatore sardo. “Il Commissario Casu e il serial killer della stella”. Ho in mente poi un terzo capitolo della saga ambientato tra Londra e New York per farlo conoscere ancora di più al grande pubblico e farlo cimentare in casi internazionali, visto che ama tanto anche viaggiare e non rinuncia mai alle sfide.

:: Into the wild truth, Carine McCandless (Corbaccio, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 febbraio 2016 by
index

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Carine McCandless è la sorella di Chris, il ragazzo che a soli 24 anni morì in Alaska e che fu il protagonista prima di un articolo su “Outside” intitolato Death of an Innocent (Morte di un innocente) e poi del libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme. Libro da cui Sean Penn realizzò la versione cinematografica Into the wild – Nelle terre selvagge.
Rispettando il volere di Carine, all’epoca, Jon e Sean Penn non dissero tutta la verità sulle motivazioni che avevano spinto Chris a compiere quel viaggio sventurato, questo perché Carine non voleva che i genitori passassero per dei mostri, sperando che quello che era accaduto al fratello li facesse ragionare e decidessero finalmente di cambiare. Un cambiamento che non è mai capitato, anzi erano peggiorati. Prendevano forza dalle malelingue che accusavano Chris di essere stato un figlio egoista, di aver voluto far soffrire i genitori di proposito, di essere uno stupido e uno sconsiderato.
Tutti questi fatti fecero prendere a Carine la decisione, vent’anni dopo la morte del fratello, di dire finalmente tutta la verità sulla sua famiglia, sul suo passato e quindi sulle motivazioni che spinsero il fratello a fare quel viaggio, un viaggio che non poteva evitare, una scelta che era quasi obbligata.
Cresciuti in uno stato continuo di violenza sia fisica che psicologica, in un continuo raccontarsi bugie, negare le evidenze e recitare sempre per difendere delle apparenze inesistenti, Carine e Chris passarono da uno stato mentale in cui credevano che quella fosse la normalità a quello in cui resisi conto di cosa gli girasse intorno decisero di non volerlo più sopportare e di distaccarsi.
La storia di due famiglie, quella di Carine e quella della prima moglie del padre, che furono distrutte da questo uomo che per riuscire a vivere doveva tenere il prossimo soggiogato a sé.
Into the wild truth nasce come romanzo per spiegare quello che era stato lasciato in sospeso nel primo romanzo (Into the wild), ma via via che lo si legge si capisce che è molto di più.
Carine riesce a trasmettere attraverso le parole tutto il dolore provato nella vita, descrive situazioni estreme e argomenti molto pesanti e profondi, come la violenza domestica, con una narrazione stilistica leggera, ma nello stesso tempo con la profondità che tali argomenti richiedono trasmettendo perfettamente il suo stato d’animo, le sue emozioni, il suo pensiero al lettore, che riesce a vivere e capire perfettamente le scelte fatte sia da lei che dal fratello.
Descrizioni dettagliate portano a immedesimarsi ancora più negli avvenimenti creando così un legame a doppio filo tra lei e il lettore.
Un romanzo biografico che perde il suo lato saggistico prendendo, grazie allo stile narrativo scorrevole scelto da Carine, un ritmo molto più confidenziale, come se fosse una chiacchierata tra amiche, chiacchierata in cui ci si sfoga del peso sul cuore e sull’anima, in cui ci si apre totalmente condividendo tutte se stessi. Una chiacchierata che sa tenere il lettore immerso nella lettura fino alla fine, e che dopo l’ultima pagina vorrebbe davvero prendere il telefono in mano per chiamare Carine e dirle: «Io sono qui. Ti capisco e ti sono vicino.»
Un romanzo che sa intrappolare. Un romanzo che sa sconvolgere. Un romanzo che sa insegnare. Un romanzo che entra nel cuore e nell’animo per non uscirne mai più.

Carine McCandless nasce a Annandale in Virginia nei primi anni del 1970. Sorella minore di Christopher McCandless ha passato la vita cercando di fare da paciere nella sua famiglia.
Imprenditrice e madre di due bambine ha sempre cercato nella sua vita di seguire la verità preservandola da tutto. Unica sua regola di vita l’ha portata ad affrontare molti periodi neri dai quali è riuscita a uscirne sempre a testa alta e ogni volta più forte.
Into the wild truth è il suo primo romanzo, scaturito dalla voglia di rendere giustizia al fratello e far sapere finalmente tutta la verità sugli avvenimenti che lo hanno spinto a prendere una decisione rivelatasi fatale.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.