:: I miei capitani di Luisa Pérez-Pérez, (Self publishing, 2016) a cura di Micol Borzatta

4 aprile 2016 by

tmpDkgpPS001Don Francisco Pérez Garcia si trasferisce a vivere a Novelda subito dopo il “Grande disastro” di Cuba con tutta la famiglia.
È proprio a Novelda che i figli crescono, studiano per corrispondenza con il dottor Zamenhof e anche se il colonnello Pérez non riesce a garantire alle quattro figlie un matrimonio vantaggioso, cercò comunque di provvedere al meglio.
Una ricchissima saga familiare raccontata con calore ed emozione entrando nei complessi rapporti parentali con minuzia di ricordi e particolari.
Una storia di una famiglia che vive negli anni della repubblica e la guerra civile, una famiglia inventata ma non tanto diversa da quella dell’autrice che ha saputo unire alla perfezione fantasia e realtà mantenendo uno stile narrativo brioso, allegro e vivace.
Come molti romanzi stranieri autopubblicati si possono notare alcuni errori grammaticali e refusi, specialmente nella formazione delle frasi che non sempre rispecchia la forma corretta, ma non per questo un cattivo romanzo, anzi è migliore di molti romanzi pubblicati con procedura regolare.
Un romanzo che sa trasmettere i valori di una volta e il vero significato di famiglia.

Luisa Pérez-Pérez nasce nel Sahara Spagnolo, ma ha vissuto e lavorato a Torino fino al 2007. Nel 1992 ha pubblicato Generalissimo con Bollati Boringhieri e nel 1994 I miei capitani sempre con Bollati Boringhieri. Nel 2016 ha ripubblicato I miei capitani con self publishing.

:: Il principe rosso, Qiu Xiaolong (Marsilio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

3 aprile 2016 by
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Eccoci qui, noi “ricconi”, in un mese senza pioggia,
in un bar a forma di sampan, dove una giovane cameriera
raccomanda la specialità della casa, la carpa di Qianlong
con gli occhi che ancora roteano nel piatto.

Pagina 61 “Le poesie dell’ispettore Chen” Qiu Xiaolong

Non c’è niente di meglio per conoscere la Cina contemporanea che leggere un romanzo di Qiu Xiaolong, qualcosa di più di un giallo, e di giusto meno di un trattato di sociologia e politica. Per chi ama l’ Estremo Oriente, sempre in bilico tra tradizione e modernità, un’ occasione ideale per conoscere la Cina dall’ interno con le sue contraddizioni e la sua poesia, vista da occhi non filtrati dalla rigida censura governativa, ma di un cinese che vive nella “libera” America e può permettersi di delineare luci e ombre della più grande repubblica socialista ancora in piedi.
E’ crollato l’URSS, Cuba tentenna, la Cina resta rigorosamente e orgogliosamente rossa, con il suo statico governo centralizzato, la sua retorica rivoluzionaria rivisitata dalle canzoni patriottiche che risuonano dalle metropolitane ai locali pubblici, per riaccendere un fuoco forse sopito dopo anni di regime. Ma il sogno di Mao sembra resistere non ostante i compromessi, l’economia di mercato, l’inquinamento, i principi rossi, la corruzione diffusa, la burocrazia ceca, o il rampantismo carrierista.
E su tutto nello sfondo resiste la Cina antica con la sua poesia, con i suoi piatti tipici, le vecchie tradizioni dure a morire perché il socialismo reale in questo paese resta spiccatamente cinese, unico al mondo, forse improducibile in altri paesi anche dell’Asia.
Che Qiu Xiaolong provi nostalgia per la sua Shanghai è indubbio e come tutti gli esuli questa malinconia vela le sue pagine di rimpianto e aspettative. E tutto ciò è anche parte della bellezza dei suoi romanzi polizieschi, scevri da una rigida ortodossia, ma partecipi della vita che scorre in questa grande metropoli avveniristica per certi versi, ma che conserva angoli antichi dove bere una tazza di una delle miriadi varianti di pregiato tè. Ci sono i locali notturni, che scimmiottano i locali del vizio occidentali, frequentati dai ricchi oligarchi rossi e dai loro figli, e le trattorie tradizionali dove mangiare il pesce allevato, e non certo preso dai laghi inquinati, tragico strascico del boom economico.
Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao.
Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Ormai non è più ispettore, per toglierlo di mezzo è stato promosso a una carica, creata forse su misura, che finge di essere una promozione e invece nasconde insidie, puro bizantinismo in salsa cinese. Fuori dalla polizia non può fare più danni, o almeno così sperano coloro che tramano nell’ombra e vogliono la sua fine sociale e politica.
Di questa tacita cospirazione, di cui Chen Cao non sa spiegarsene il motivo, ne ha le prove quando rischia di essere sorpreso in un locale notturno in atteggiamenti equivoci con procaci fanciulle. Una telefonata della madre lo salva, ma chi è il nemico senza volto, chi vuole la sua fine? Chen Cao lo scoprirà e nel farlo scoperchierà un vero vaso di Pandora di corruzione, e delitti nascosti in cui l’unica radice resta l’avidità e la sete incontenibile di privilegi e ricchezze.
Non vi anticipo troppo della trama, perché i lettori dei gialli possano scoprirla pagina dopo pagina, ma è solida, intricata e prevede una rivelazione finale sicuramente all’altezza delle aspettative. Donne affascinanti, pericoli, principi rossi che nascondono le ombre di carriere apparentemente irreprensibili dove la ricerca del potere non è esattamente tesa al benessere socialista di tutti.
Chen Cao si interroga, smaschera ipocrisie, si tormenta con il rimpianto di non essere diventato lo studioso che il padre voleva che fosse, ma a suo modo è un uomo del sistema, che cerca di bilanciarlo con il suo senso di giustizia e di verità. E in più ha da salvare la sua vita e la sua reputazione.
Liberamente ispirato a fatti e scandali realmente accaduti, Il Principe Rosso è una storia nera dove non mancano coraggio, lealtà amore e speranza. Dopo tutto Chen Cao il poliziotto poeta resta un ottimista, un figlio della Cina. Una buona serie, all’altezza con le migliori, soprattutto per chi ama l’Oriente e il poliziesco.

Xiaolong Qiu è scrittore e traduttore. Nato a Shanghai, dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna Letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. Insieme ai nove episodi della serie dell’ispettore capo Chen Cao, pubblicata in venti paesi, di Qiu Marsilio ha pubblicato i romanzi Il Vicolo della Polvere Rossa e Nuove storie dal Vicolo della Polvere Rossa, oltre a un volumetto di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Chiara dell’Ufficio Stampa Marsilio.

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:: Forse non tutti sanno che nelle Marche, Chiara Giacobelli (Newton Compton, 2016) a cura di Micol Borzatta

2 aprile 2016 by
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Una raccolta di racconti, misteri e leggende scritte da una giovanissima marchigiana.

Il romanzo è composto da vari racconti, partendo da i Della Robbia, passando per i Da Varano, la biblioteca più famosa e importante del rinascimento costruita da Federico da Montefeltro, Renata Tebaldi che con la sua voce concorreva a Rossini, la riserva naturale Sentina e la sua liquerizia, Piero e Sara così simili a Paolo e Francesca ma non ugualmente conosciuti…

Racconti che parlano delle marche sconosciute, una terra che non è solo mare e grotte, ma anche misteri, storia e soprattutto vite. Vite di uomini e donne che hanno saputo amare e creare questa terra.

Un romanzo che in realtà è una guida per conoscere a fondo non solo le Marche, ma anche l’amore profondo che lega anima e corpo la terra all’autrice.

È proprio grazie a questa passione che Chiara Giacobelli è riuscita a creare un’opera avvincente e conturbante, fuori da ogni schema, un’opera che scritta da qualcun altro sarebbe solamente una semplice e noiosissima guida.

Chiara Giacobelli nasce ad Ancona nel 1983. Laureata in Scienze della comunicazione con una tesi sul Cinema di Antonio e Visconti, ha deciso di specializzarsi in seguito in Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo. Attualmente lavora come giornalista e scrittrice.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

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:: Personal, Lee Child (Longanesi, 2016) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2016 by
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Mi hanno cercato la prima volta due giorni dopo che un uomo aveva tentato di uccidere il presidente della Repubblica francese. L’avevo letto sui giornali. Un colpo messo a segno da lontano, con un fucile, a Parigi. Nulla che mi riguardasse. Io ero a novemila chilometri di distanza, in California, con una ragazza conosciuta su un pullman. Lei voleva fare l’attrice, ma io no, quindi dopo quarantott’ore passate insieme a Los Angeles ognuno aveva ripreso la sua strada. Di nuovo su un pullman, ero andato a San Francisco, dove ero rimasto per un paio di giorni, poi avevo fatto tappa a Portland, nell’Oregon, fermandomi per altri tre, e infine avevo proseguito per Seattle. Arrivati a Fort Lewis, due donne in uniforme militare erano scese lasciando sul sedile vicino a me una copia dell’Army Times del giorno prima.

Che se ne fa Jack Reacher di un passaporto (nuovo di zecca e indubbiamente autentico)? Semplice, deve lasciare l’America per una missione all’ estero, richiamato in servizio (si fa per dire) per onorare un vecchio debito con un generale che non aveva detto tutto quello che aveva visto. Un favore, di quelli che si fanno per spirito di corpo tra membri della stessa arma, per solidarietà, rispetto, stima. Non si rovina un collega, insomma.
E sono cose che non vanno in prescrizione, per cui quando Reacher vede su una copia dell’Army Times, abbandonata su un pullman, un messaggio indirizzato proprio a lui, vede proprio al centro della pagina, un riquadro largo quanto un’intera colonna conteneva cinque parole stampate in grassetto: JACK REACHER CHIAMI RICK SHOEMAKER, non ha scelta, i vecchi debiti si onorano, nella rigida etica e scala di valori che da sempre rispetta.
Un tale, John Kott, un brutto ceffo, un cecchino infallibile, uno che Reacher aveva contribuito a mettere in galera sedici anni prima, è il miglior candidato per avere sparato al presidente francese da una distanza che lo inchioda. Solo lui, e altri pochi che si contano in una mano, sparano da così lontano, facendo centro. Poi naturalmente c’era il vetro antiproiettile, (tenete a bada questo dettaglio se volete capirci qualcosa) e il presidente è illeso. Ma Kott è in circolazione, uscito freso fresco di galera, e il G8 si presenta come la sua nuova grande occasione per dimostrare al mondo quanto vale.
Reacher viene in un primo tempo spedito a Parigi, sul luogo del delitto mancato, e qui grazie a un soffio di vento letteralmente la scampa. Poi assieme a Casey Nice viene spedito a Londra. La sua missione: catturare, e possibilmente uccidere, John Kott. Un altro generale americano lo pretende, una leggenda, un tipo abituato a farsi ubbidire.
Questo è quello che appare, ma naturalmente le cose non stanno così. Toccherà a Reacher scoprire le carte e salvarsi la pelle, (Kott ha nella sua casa in Arkansas sagome con la sua faccia, su cui si è esercitato) e tra cecchini, gangster serbi, mafiosi inglesi (tra cui un tizio alto più di due metri che si è costruito una casa a misura di gigante), e altre piacevolezze non sarà esattamente una passeggiata. Ma Reacher è il migliore, sia quando si tratta di prendere decisioni sul campo o di menar le mani, e Casey Nice è una valida spalla. Insomma il cattivo verrà sconfitto, è indubbio, e il nostro potrà continuare il suo viaggio solitario. Non ci sono dubbi.
Non si leggono i libri di Jack Reacher per scoprire se riuscirà a conservare la pelle fino alla parola fine, si leggono perché è divertente leggere le sue avventure, seguirlo e partecipare con lui a storie incredibili, dove l’eroe non delude.
Jack Reacher è un eroe all’antica, sa sempre cosa è la cosa giusta da fare e ha il coraggio di farla. Per uno che viaggia con come unico bagaglio uno spazzolino da denti nella tasca, non è poco. Non ha bisogno di carte di credito, prende i soldi ai cattivi di turno, quando capita e dorme nei migliori alberghi, viaggia in taxi, o in aerei privati, (o di linea quando il budget statale esige) trova le armi di cui ha bisogno, anche se preferisce una sana scazzottata (anche se il suo pugno uccide, non pochi possono confermare).
Insomma i suoi libri sono romanzi d’azione, con una trama e un lieto fine (se per lieto fine considerate che Jack Reacher riesce sempre a difendere la sua libertà). Ma Reacher non è un ingenuo, sa bene quali sono le regole del gioco, sa bene che si governa il mondo non esattamente con le buone maniere, prima l’ hanno fatto gli inglesi, (ricordiamo che Lee Child gioca in patria) e ora lo fanno gli americani.
Personal (Personal, 2014) edito sempre da Longanesi e tradotto da Adria Tissoni, è un romanzo che non delude gli storici fan di Jack Reacher che amano l’azione, l’avventura, e che questa volta allarga il campo di azione toccando Francia e Regno Unito. Lee Child non perde colpi con il passare del tempo, anzi aggiorna le sue storie, e si vede che ama il suo personaggio, e questo si trasmette ai lettori. Non vedo l’ora di una nuova avventura. Ormai sono Jack Reacher addicted. Uscito il 1 aprile, quindi già in libreria e negli store online.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dopo aver lavorato per vent’anni come autore di programmi televisivi, nel 1997 ha deciso di dedicarsi alla narrativa: il suo primo libro, Zona pericolosa, è stato accolto con un notevole successo di pubblico e critica, e lo stesso è accaduto per gli altri romanzi d’azione incentrati sulla figura di Jack Reacher, personaggio definito dall’autore «un vero duro, un ex militare addestrato a pensare e ad agire con assoluta rapidità e determinazione, ma anche dotato di un profondo senso dell’onore e della giustizia». Lee Child vive negli Stati Uniti dal 1998.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

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:: Figlie dell’estate, Lisa-Maria Seydlitz, Keller 2015 a cura di Viviana Filippini

1 aprile 2016 by
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“E ho pensato alle famiglie che ci vengono date e a quelle che siamo capaci di costruire”, così Natascha Lusenti concludeva il suo risveglio di CaterpillaraAM, su Radio2, il 10 dicembre del 2013. Questa frase mi si è accesa nella mente appena mi sono imbattuta nella lettura di Figlie dell’estate di Lisa-Maria Seydlitz. Nel libro edito da Keller, la scrittrice crea un’intricata storia di vite umane, dove due giovani donne riusciranno, passo dopo passo, a superare ostacoli, incomprensioni e pregiudizi, dando vita ad un legame affettivo e di sangue indissolubile. Tutto comincia quando Juno, nella torrida estate tedesca, riceve una lettera anonima che l’avvisa di un fatto a lei del tutto sconosciuto. Frank, il padre defunto, le ha lasciato in eredità una casa in Bretagna. La ragazza è perplessa e un po’ sconvolta per il dono ricevuto. Il tutto diventa ancora più misterioso, quando facendo una serie di domande alla madre per avere spiegazioni sensate, l’unica cosa che la giovane riceve sono pesanti silenzi e un mazzo di chiavi. Juno capisce che la mamma non la aiuterà mai a risolvere questo enigma. Un bel giorno la ragazza sale in macchina e parte con una meta precisa: la Bretagna. Arrivata alla famigerata casa lasciatale dal padre, Juno scopre che nell’abitazione vicina al mare, ci vive un certa Julie, una ragazza di Marsiglia che lavora al Bar du Matin. Quest’ultima accoglie Juno, ma il suo atteggiamento si dimostra da subito un po’ circospetto e poco propenso al contatto. Da questo momento l’autrice, qui al sue esordio letterario, alterna il presente della Bretagna, al passato dal quale emerge molto dell’infanzia di Juno. Una parte della sua vita dove si scopre la passione per il nuoto del padre, il lavoro di libraia della madre e i frequenti viaggi in Francia di lui, fatti prima con la famiglia poi, troppo spesso, in solitaria. Tassello dopo tassello il lettore viene trascinato nel mondo di Juno, dove tante verità le sono state nascoste, ed esse, una volta scoperte, porteranno la protagonista a guardare se stessa e il mondo in modo del tutto nuovo e diverso da prima. La casa sul mare in Bretagna per Juno non è solo un’eredità del padre, essa è un vero e proprio dono che l’uomo le ha voluto fare, per permetterle di trovare un’altra parta della sua famiglia. Figlie dell’estate è un romanzo tutto al femminile, in quanto le principali protagoniste che agiscono sono donne (Juno, sua madre che vende libri, poi Julie e ancora Camille che gestisce il bar) e ognuna di loro, con il proprio dire e il proprio fare, contribuirà alla costruzione di un romanzo familiare. All’inizio Juno e Julie sono distanti, si guardano con sospetto, sono estranee poi, pian piano, tra loro nascerà una forte empatia condivisa, che evidenzierà quanto per entrambe è stato importante Frank. Lui non c’è più, ma la sua casa in Bretagna ha unito e avvicinato due persone per l’uomo-padre molto importanti. Lisa-Maria Seydlitz con Figlie dell’estate crea un romanzo dalla trama delicata, avvincente, nel quale l’amicizia, l’amore materno e fraterno sono gli strumenti ideali che permettono alle protagoniste di superare i diversi ostacoli e imprevisti che la vita riserva. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Lisa-Maria Seydlitz è nata nel 1985 a Mannheim, ha studiato scrittura creativa e giornalismo culturale alla Hildesheim Univesität e teatro all’ Université Aix-Marseille. Figlie dell’estate è il suo romanzo d’esordio.

Source: spedito al recensore dall’editore. Grazie a Silvia Turato per l’attenzione costante.

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Squisito! di Ruth Reichl (Salani, 2015) a cura di Federica Spinelli

1 aprile 2016 by
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Billie Breslin non è una ragazza che noteresti per la strada passando. Ha i capelli lunghi scuri che le ricadono sul volto, porta gli occhiali e un abiti slavati e informi. Billie è il diminutivo di Whiliemina, la sorella della perfetta Genie. Cresciuta all’ombra di quest’ultima, Billie custodisce un vero e proprio talento: la capacità di riconoscere con estrema precisione ogni singolo ingrediente che compone il sapore di un piatto, ma sviluppatolo fin da piccola, a causa di un tragico incidente è costretta a seppellire questa sua dote e ad allontanarsi da casa. Si trasferisce a New York da Santa Barbara con l’obiettivo di mettere tra lei e la sua famiglia più chilometri possibili e dedicarsi alla sua passione: il cibo, trova così un posto nella redazione della famosa rivista culinaria Squisito!. Quando Jake, il capo redattore della rivista, le fa un colloquio capisce subito che sotto quei vestiti si nasconde un talento, un’innata perspicacia nel riconoscere gli ingredienti e un sesto senso per la cucina. Per farle ottenere il posto e saggiare queste sue qualità Jake la mette alla prova con diversi trabocchetti, uno dei quali prevede il coinvolgimento di Sal, il benevolo proprietario di origini italiane di una “boutique” di alimentari che prende a cuore la ragazza, e la talentuosa cuoca del Pig, Thursday. Per Billie il posto da Squisito! è un’occasione per ricominciare, alla rivista si occupa della Garanzia, storico risarcimento elargito ai clienti insoddisfatti delle ricette pubblicate nei numeri. Lavorando nella bellissima Timber Mansion, la sede di Squisito!, Billie conosce l’insopportabile ma bravissima Maggie, Sammy, buongustaio dai modi raffinati e pieno di aneddoti su luoghi lontani, il fotografo Richard e molti altri che in breve diventano suoi amici. La ragazza si ambienta, riesce a ricostruirsi una routine tra il lavoro, in cui smista le chiamate di improbabili signore e Fontanari, il negozio di Sal, dove la ragazza trascorre i fine settimana. La vita sembra sorriderle di nuovo quando arriva la notizia che la rivista deve. Tutti tranne Billie sono costretti ad abbandonare Timber Mansion, mentre lei viene incaricata di continuare a occuparsi della Garanzia. Mentre gironzola per l’edificio deserto si imbatte nella biblioteca, rimasta chiusa per anni. In questo luogo che sembra il più bello di tutto l’edificio sono nascoste alcune lettere scritte da una lettrice di Squisito!, Lulu, al direttore della rivista, il famoso cuoco James Beard. A mano a mano che riesce a decrittare gli indizi che le permettono di scovarle, Billie e Sammy ricostruiscono la corrispondenza tra la bambina e il cuoco. Questo viaggio a ritroso nel tempo costringe Billie ad affrontare il suo passato e con esso il trauma che l’ha allontanata dalla famiglia, a ritrovare il coraggio di vivere la sua vita e a trovare l’amore. Mentre vengono alla luce le varie lettere, Billie sente sempre più forte il desiderio di ritrovare Lulu tanto da spingersi ad andare a cercarla…
Ruth scrive questo romanzo con estrema vivacità e meticolosità; in poco più di 400 pagine, l’autrice ricostruisce ambienti unici popolati da personaggi reali. Il cibo non è un pretesto per la storia ma ne è parte integrante, in maniera diversa muove ciascuno dei personaggi; si potrebbe quasi dire che esso stesso è un personaggio fondamentale della storia. La storia scorre veloce sotto gli occhi del lettore che si affeziona alla storia di Lulu, al talento di Billie, alla stravaganza di Sammy e a ciascuno dei personaggi raccontati. Le ambientazioni smbrano famigliari al lettore che si ritrova in una New York di editori e buon gustai, di leggende e racconti. Un romanzo da gustare, assaporare piano piano per non farlo finire troppo in fretta!

Ruth Reichl è nata e cresciuta al Greenwich Village. Ha scritto il primo libro di cucina a ventun anni. È stata direttore della rivistaGourmet per dieci anni, ha lavorato come critico gastronomico per ilNew York Times e per il Los Angeles Times. Ha scritto per Vanity Fair, Metropolitan Home, Food and Wine. Attraverso le sue recensioni di ristoranti e i suoi memoir bestseller (La parte più tenera e Confortatemi con le mele, entrambi usciti per Ponte alle Grazie) ha conquistato migliaia dilettori. Vive a New York con il marito, il figlio e due gatti.

Source: ebook ricevuto dalla casa editrice. Ringraziamo Matteo, addetto stampa Salani.

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:: A pietre rovesciate, il libro della memoria di Mauro Tetti (Tunué, 2016) a cura di Federica Guglietta

1 aprile 2016 by
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A pietre rovesciate è un libro difficile.
Un racconto solenne e antico, in cui vecchio e nuovo insieme a un passato remotissimo, un presente indefinito e un futuro più che mai immaginato si mescolano in una danza sconosciuta e incalzante, in un ritmo che sa di nocche che tamburellano tempie di un’anziana donna che non ama parlare, ma racconta storie.
Se non avessi la certezza che Mauro Tetti abbia trent’anni appena compiuti, abiti in Sardegna e che, nella vita, adori scrivere, lo scambierei sicuramente per aedo, rapsodo o cantastorie – che dir si voglia. Mauro Tetti è al suo primo romanzo.
Vero, sarà pure un libro difficile, alle cui pagine non ci si avvicina di certo facilmente, ma vale la pena leggerlo. In questo mio breve articolo proverò a esternare quelli che sono i motivi per cui si tratta di un’assoluta novità editoriale.
Quella in cui vi immergerete con A pietre rovesciate è una lettura intensa. Non è solo un romanzo, è più un libro della memoria: tanto prende dal passato, tanto è disposto a dare al futuro.
L’impostazione stessa del romanzo si rifà, come avrete già capito, a qualcosa che è tutt’altro che contemporaneo.
Nell’incipit, rigorosamente senza titoletto, assistiamo a una vera e propria reinterpretazione della Genesi:

“In principio Dio creò il cielo e la pietra. Il di su e il di giù. Le tenebre tremanti di su, le acque inerti di giù. E Dio disse: A Li Ga. Le acque si aprirono, emerse l’isola e Dio vide che era cosa buona. (…) E Dio disse: L’isola produca germogli, le erbe producano semi e i semi producano frutti, ciascuno secondo la sua specie. Dio si tastò più volte la fronte corrugata, dimenticava le cose.
Disse: L’isola produca povertà, produca miseria, ricchezza per pochi a svantaggio del resto della specie. E poi: L’isola brulichi di esseri viventi, rettili e bestie secondo la loro specie. Poi colse un pugno di farina bianca e una noce di miele di corbezzolo e disse: Cri Stia Nu. Dio creò l’uomo. A sua immagine lo creò.”

Ci troviamo davanti a una riscrittura personalissima e straniante, che lascia prefigurare quale sarà il successivo andamento successivo di tutta la narrazione. Tutto il romanzo, infatti, è caratterizzato da un ritmo spezzato, ma allo stesso tempo cadenzato. Una storia dal forte richiamo epico, pur restando attuale e ben contestualizzata nel suo essere sfuggente.
Persino lingua usata dall’autore, idioma misto che padroneggia alla perfezione, spazia dal repertorio classico e desueto, passando per termini autoctoni di inflessione sarda, fino a fondersi appieno con il carattere prevalentemente orale, vivo e spezzato della comunicazione non scritta.
Stessa cosa sul piano dei contenuti, una sorta di registro, vivido e in divenire, delle reminiscenze dell’antico paesaggio pietroso di Nur.
O meglio, della sua gente: ruvida come la pietra, resistente, ma scalfita da mille dolori. Una popolazione che esiste da sempre e per sempre, stirpe plasmata dal sudore e dal fango, che vive ai nostri giorni, ma che sembra esistere da quegli albori mitici, da quando Dio plasmò la sua prima Creatura, poi la Donna e il Maureddino, elemento di Caos e Perdizione.
La memoria di questo paese isolano, a metà tra fantasia e realismo, vive attraverso le parole di Nonna Dora, l’anziana racconta storie a cui facevamo riferimento all’inizio. Suo nipote l’ascolta, come se fosse un insegnamento indispensabile per vivere al meglio il suo presente, insieme a Giana, ragazza-bambina dal triste destino, che lui chiama, affettuosamente e molto spesso, “l’innamorata sua”, ma non le risparmia, in tono canzonatorio, persino un soprannome dispregiativo come “La Balena”, cosa che mai ci si aspetterebbe da un innamorato di tal specie. Eppure, per la sua Giana, questo ragazzo senza nome e senza fisionomia, che non è più un bambino, ma non è ancora del tutto un uomo, farebbe qualsiasi cosa.

“Giana La Balena la chiamavo io, e i suoi occhi, come gli occhi di una balena, si riempivano di lacrime. Mi dispiaceva molto, ma ridevo anche, allo stesso tempo. Il nostro umore cambiava alla velocità di uno sparo, contenti ma con le lacrime agli occhi. Ci amavamo molto.”

I due personaggi femminili vengono descritti dal ragazzo, voce narrante della storia, come figure decisamente creepy, eppur squisitamente degne di essere amate. Si tratta di descrizioni, sia quelle fisiche che quelle naturali, che hanno a che fare con la sfera del sogno: sono impalpabili e presenti, spaventose e bellissime. Tutto ruota principalmente attorno a questi tre co-protagonisti, ai quali, però, si alternano, come in un vortice senza fine, anche alcune figure del passato: regine guerrafondaie e principesse tristi, marinai e nonni eroi, giovani cadute nel pozzo per amore, ladri senza scrupoli e pugili fortissimi.
Provare a riassumere la trama di A pietre rovesciate in modo ancor più dettagliato sarebbe inutile e a tratti controproducente. Abbiamo sotto gli occhi un libro che va letto e capito, una narrazione intensa che prende e rapisce. Arriverete in poco tempo alla fine del libro e, credetemi, non ve ne accorgerete neanche. Di storie così ben fatte non ne scrivevano più da un pezzo.
Non a caso, questo romanzo breve in lunghezza e pieno di avvenimenti nei contenuti – quasi fosse un fiume in piena, fa parte della fortunata collana dedicata alla narrativa della Tunué, casa editrice che ci ha visto bene e lungo, proponendosi di dare voce a un arcobaleno di storie – sentitevi liberi di prendere quest’affermazione nel senso più letterale possibile e precipitatevi a guardare le loro copertine – , tutte nate dalla penna di giovani scrittori emergenti, con la curatela di Vanni Santoni: un dato, questo, che è più di una garanzia.

Mauro Tetti, classe 1986, vive a Cagliari. Ha pubblicato diversi racconti su Flanerì, Inchiostro e altre riviste. Nel 2011 ha vinto il premio Masala con il monologo Adynaton.
A pietre rovesciate, settimo titolo della collana Tunué Romanzi e vincitore del Premio Gramsci per inediti, è il suo primo romanzo.

Source: libro ricevuto dalla casa editrice. Ringraziamo Simone e Claudia, addetto stampa e ufficio stampa narrativa Tunué.

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:: Un’intervista con Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

30 marzo 2016 by

indexBenvenuto Qiu Xiaolong. Grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Qiu Xiaolong? Punti di forza e di debolezza.

R: Grazie per l’ intervista. Chi è Qiu Xiaolong?, mi ricorda una domanda simile che c’è nel mio nuovo romanzo dell’ ispettore Chen: chi è o chi diventa l’ ispettore Chen? Ebbene, solo alcune informazioni di base su di me. Sono un romanziere accidentale che scrive sulla Cina in lingua inglese. Accidentale in quanto durante la repressione di Tiananmen nel 1989 il governo cinese mise al bando una mia raccolta di poesie e mi fece scrivere in un’altra lingua, in un altro paese, e in un altro genere. Questo potrebbe in realtà indicare alcuni dei punti di forza e di debolezza della serie dell’ ispettore Chen. Sono stato educato come poeta, piuttosto che come romanziere, o tanto meno come un autore di crime in lingua non nativa, ma è ironico che questi svantaggi a volte si trasformino, almeno in parte o in modo imprevisto, in vantaggi in questa era globalizzata.

Una curiosità: qual è il tuo nome e quale il tuo cognome?

R: Il mio nome significa “piccolo drago.” Sono nato nell’anno del Drago, così i miei genitori mi hanno dato questo nome. È un nome abbastanza comune, poiché il drago è un simbolo fortunato nella mitologia cinese. Per quanto riguarda i cognomi cinesi, di solito non significano nulla. Il mio cognome Qiu è relativamente raro.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

R: Sono nato a Shanghai, in una famiglia di commercianti, che al tempo è stata condannata come “nera, e capitalista” alla luce della teoria della lotta di classe di Mao, e come risultato, ho sofferto di discriminazioni e umiliazioni per essere un “black puppet”. La fine dei miei anni di scuola primaria ha coinciso con l’inizio della Rivoluzione Culturale del 1966, quando tutte le scuole sono state chiuse e i giovani facevano la rivoluzione, così non ho quasi studiato nulla in quegli anni ad eccezione del Libretto Rosso di Mao. Poco dopo in attesa della ripresa della rieducazione dei giovani, nella campagna di Mao di mandare giovani istruiti in campagna per la rieducazione dai contadini poveri e della classe medio-bassa, ero fuori dalla scuola, e fuori dal lavoro. È stato allora che ho iniziato a studiare inglese da solo in Bund Park. E grazie a questo, dopo la Rivoluzione Culturale, sono stato in grado di superare il test di ammissione all’università con un punteggio alto in inglese, e quindi ho potuto ottenere la mia prima laurea in letteratura occidentale presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali.

Quando ti sei reso conto che volevi fare lo scrittore?

R: È difficile individuare un momento preciso. Fu probabilmente durante il periodo in cui stavo studiando inglese al parco. In quei giorni mi è capitato di entrare in possesso di alcuni romanzi in lingua inglese, la cui lettura mi ha aperto un nuovo mondo, e mi ha dato la voglia di iniziare a scrivere qualcosa di mio.

Shanghai Redemption, in Italia Il Principe Rosso, edito da Marsilio e tradotto da Fabio Zucchella, è una nuova storia dell’ispettore Chen Cao. Inizia in un cimitero per la festività di Qingming, quando Chen, sotto la pioggia, incontra una donna. Come continua? Qual è il ruolo di questa donna?

R: Shanghai Redemption inizia con la scena dell’ ispettore Chen che visita il cimitero durante le festività di Qingming. Il che ha un valore simbolico. Chen si sente così male per non aver seguito le orme di suo padre, uno studioso confuciano, a causa della sua scelta di fare un percorso diverso, ovvero di diventare un poliziotto membro del Partito al posto di essere anche lui uno studioso. E nel frattempo, Chen diventa sempre più disilluso della sua carriera nell’ambito di un sistema che pone l’interesse del Partito sopra ogni altra cosa, anche se non è ancora disposto a rinunciarvi anche quando viene privato del suo ruolo di ispettore. La donna che incontra lo fa precipitare ulteriormente nella crisi che sta attraversando con la sua richiesta di aiuto e lo trascina in un’indagine che coinvolge alti funzionari del Partito collegati ai vertici.

Shanghai Redemption è una storia di fantasia, ma nello stesso tempo si ispira al vero scandalo che coinvolse Bo Xilai, l’ex capo del partito di Chongqing, e Wang Lijun ex capo della polizia della città. Vuoi dire ai nostri lettori, che magari non conoscono questa vicenda, quali sono i fatti reali dietro la tua storia?

R: Tra i fatti reali dietro la mia storia: Bo era un membro del potente Central Politburo of the Communist Party of China e segretario del partito della città di Chongqing, un principe rosso in rapida ascesa con un gran numero di seguaci maoisti, ma a causa di un disastroso scandalo internazionale a seguito dell’omicidio di un uomo d’affari britannico da parte di sua moglie, e la fuga del capo della polizia di Chongqing nel consolato americano, Bo è stato distrutto dai suoi rivali in una feroce lotta di potere nella Città Proibita. È stato riconosciuto colpevole di corruzione e condannato all’ergastolo. Per inciso, Bo è stato un mio compagno di scuola presso la Graduate School della Accademia Cinese delle Scienze Sociali a Pechino nei primi anni Ottanta. Non che ci frequentassimo, ma un giorno prese in prestito la mia racchetta da ping pong preferita, mi ricordo, senza mai restituirmela. Per un principe rosso è stata forse una sciocchezza. Ma è forse non troppo dire che molti di questi principi rossi danno per scontate molte cose, anche in tutta la Cina, come se ciò fosse loro diritto.

In che misura la Rivoluzione Culturale ha cambiato, secondo lei, il destino della Cina?

R: La Rivoluzione Culturale è stata un disastro (1966-1976) con milioni di persone uccise, molte di più perseguitate o colpite in modi inimmaginabili, e l’economia del paese è stata praticamente distrutta. Di conseguenza, l’ideologia di Mao e la pratica della “rivoluzione continua sotto la dittatura del proletariato” e della “lotta di classe per tutto il periodo del socialismo cinese” sembravano essere totalmente screditate, così ho creduto che, a seguito di questa disastrosa lezione, non ci sarebbe mai stata una seconda Rivoluzione Culturale per la Cina. Solo un paio di anni fa, tuttavia, l’allora premier cinese Wen Jiabao ha messo in guardia circa la prospettiva di un’altra Rivoluzione Culturale in relazione alla cospirazione di sinistra di Bo. A dispetto della sua caduta, la inquietante possibilità riconosciuta da Wen sembra essere sempre di più realisticamente fattibile con tutti gli altri principi rossi al potere in una lotta disperata per la conservazione della loro dinastia autoritaria.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la stesura di questo libro?

R: Come accennato, la scrittura del libro è stata in parte ispirata dallo scandalo di Bo Xilai. Alcuni dei dettagli nella vita reale si sono rivelati ancora più incredibili e inimmaginabili rispetto alla mia finzione. Per esempio, Bo schiaffeggiò il viso di Wang (presumibilmente a causa della relazione di quest’ultimo con la moglie) ed è stato descritto come uno schiaffo che ha cambiato radicalmente il destino della Cina. Senza di questo Wang non si sarebbe mai nascosto nel Consolato Americano, rendendo così il caso un enorme scandalo internazionale, visto che come unica possibilità di sopravvivenza le autorità di Pechino avrebbero potuto benissimo coprire tutto dall’alto, e ciò è abbastanza sicuro, Bo è caduto a causa sua. Non ho potuto resistere alla tentazione di includere tale episodio nel romanzo, ma Chen è un poliziotto troppo onesto per fare ricorso a quel trucco diabolico. Questa si è rivelata una delle parti più laboriose nella scrittura del libro.

Il governo cinese permette la pubblicazione dei tuoi libri in Cina?

R: Il governo di Pechino ha permesso la traduzione e la pubblicazione di alcuni dei miei libri in Cina. Non troppo sorprendentemente, tuttavia, hanno fatto tagli e modifiche senza il mio permesso. Per esempio, nonostante l’importanza di Shanghai nei miei libri, i funzionari della censura hanno deciso che le storie di omicidio non potevano avere successo a Shanghai, e l’hanno cambiata in “città H” (H in inglese) nel testo cinese. Ho protestato più volte invano, così ho deciso di non dare più i diritti di traduzione all’editore che non poteva promettere di mantenere Shanghai nel testo cinese.

Quali poesie ti hanno ispirato più spesso nel corso della stesura di questo libro? Chen è un poeta anche lui, giusto?

R: Chen è un poeta e un traduttore. In origine, avrei citato Thomas Stearns Eliot più di chiunque altro, ma il mio editore americano era preoccupato per il costo dei diritti. Quindi ho scelto le poesie classiche cinesi composte durante la dinastia Tang e Song, più di mille anni fa, con le quali non ho preoccupazioni di questo tipo. E io stesso le traduco in inglese. Cosa c’è di più, scrivo anche poesie, sotto il nome dell’ ispettore Chen, per dare intensità lirica alla narrazione , poesie che diventano parte organica dei romanzi. Una collezione dal titolo Poesie dell’ ispettore Chen arriverà anche in italiano.

Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti?

R: Tra i poeti, Thomas Stearns Eliot, tra i romanzieri di polizieschi, Maj Sjöwall e Per Wahlöö, e Andrea Camilleri.

Pensando alla scuola, c’è stato un insegnante che è stato per te fonte di ispirazione?

R: Forse Bian Zilin più di chiunque altro, un poeta e traduttore e studioso di Shakespeare. Ho studiato “la poesia occidentale” sotto di lui presso l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ma lui mi ha influenzato molto di più come poeta, sostenendo che uno dovrebbe essere in grado di scrivere poesie prima di provare a essere un critico o un traduttore. Per coincidenza, anche lui stesso ha scritto un romanzo in inglese prima del 1949, che è diventato in ritardo una delle maggiori fonti di ispirazione per me quando ho deciso di provare a scrivere il primo romanzo della serie dell’ ispettore Chen in inglese.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

R: Sì, certamente. Per esempio, hanno dato enfasi alla parte sociologica presente nei miei romanzi polizieschi rendendola più consapevole. E più giustificabile anche.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente su questi incontri.

R: Una cosa davvero piacevole circa i tour letterari è la possibilità di incontrare e parlare con i lettori. E i lettori italiani sono così calorosi e meravigliosi. Un buon numero di loro sono ora connessi con me su Facebook. Durante una delle visite, ricordo, sono stato riconosciuto da due lettori italiani mentre ero a piedi lungo la strada. Così abbiamo camminato e parlato per un lungo tratto. Mi hanno detto che volevano che l’ ispettore Chen si sposasse, ma poi hanno aggiunto che fino a quando lui è relativamente felice, loro sarebbero stati felici per lui. Sono così nel personaggio, mi sento in dovere di andare avanti con la sua avventura, in particolare con tutto quello che sta accadendo oggi in Cina.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

R: Sono venuto in Italia un paio di volte. Per quanto riguarda i piani di visita futuri, sto lavorando con il mio editore. Alla fine di aprile verrò a Milano per un programma televisivo, e poi a metà giugno, al Festival Parolario a Como. Non vedo l’ora. E molti lettori italiani già mi hanno contattato su Facebook per eventuali incontri.

Pensi che i tuoi romanzi contribuiscano al processo di cambiamento culturale in atto oggi in Cina, o almeno migliorino la percezione all’estero di ciò che è l’universo cinese?

R: Per quanto riguarda la possibilità di migliorare la percezione all’estero di ciò che sta accadendo in Cina, penso di sì. Ho parlato con molti lettori occidentali, e questo è quello che mi hanno detto. Solo un paio di mesi fa, c’ è stato un “gruppo turistico” italiano che è andato in Cina, “seguendo le orme dell’ ispettore Chen,” ed ero così felice di parlare con loro attraverso Skype, rispondendo alle loro domande mentre erano seduti in un caffè di Shanghai. Per quanto riguarda un eventuale contributo al processo di cambiamento culturale in atto in Cina, lo spero. Ma le cose in Cina sono difficili da raccontare.

Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

R: In realtà, ho già finito il manoscritto del nuovo romanzo dell’ ispettore Chen, originariamente intitolato Becoming Inspector Chen. L’edizione francese, con il titolo cambiato in Once upon a Time, Inspector Chen, è uscita questo ottobre, ed è un romanzo in retrospettiva composto da storie legate tra loro, ben diverso nella sua struttura. Ho lavorato su un altro romanzo, con “l’ ispettore” Chen che sta lavorando su un caso sotto la copertura di scrivere una storia del Giudice Dee che sovverte una storia scritta da Van Gulik. Anche in questo caso, è abbastanza sperimentale, con le due indagini che si ispirano e che si contraddicono l’un l’altra, mentre scorrono in parallelo.

:: Blogtour, le tappe – Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco (Newton Compton, 2016)

25 marzo 2016 by

Blogtour Matteucci

Tra le novità di aprile vi anticipo un nuovo blogtour dedicato al libro Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco di Franco Matteucci, sempre organizzato da Newton Compton. Due libri in palio, 5 blog partecipanti, tra cui noi per un giallo a sfondo ecologista ambientato in una bellissima valle. Nella nostra tappa ci occuperemo di luoghi e personaggi, poi all’ultima tappa il giveaway. Vi lascio con la trama del libro di cui parleremo e un breve profilo dell’autore. A prestissimo.

Blurb: Un corpo senza vita giace sulla neve nell’apparente tranquillità del bosco. Accanto al cadavere, sul tronco di un albero, è stato inciso un cuore con all’interno il nome della vittima e una lettera greca. L’assassino ha lasciato la sua firma, un segno destinato a ripetersi e a seminare il panico tra i vicoli del paesino di montagna. L’ispettore Santoni, però, non riesce a indagare con la sua solita lucidità. Qualcosa – qualcuno – offusca la sua mente investigativa. E intanto il crimine continua a spandersi come una macchia di sangue, lentamente ma inesorabilmente. Gli abitanti di Valdiluce hanno paura: la loro cittadina, che una volta era un posto tranquillo e rilassante, rischia di trasformarsi nella tana di un pericoloso serial killer. Il tempo stringe per Marzio Santoni: stavolta in gioco c’è la vita di tutta la valle…

Franco Matteucci: Autore e regista televisivo, vive e lavora a Roma. Insegna Tecniche di produzione televisiva e cinematografica presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha scritto i romanzi La neve rossa (premio Crotone opera prima), Il visionario (finalista al premio Strega, premio Cesare Pavese e premio Scanno), Festa al blu di Prussia (premio Procida Isola di Arturo – Elsa Morante), Il profumo della neve (finalista al premio Strega), Lo show della farfalla (finalista al Premio Viareggio – Rèpaci). È autore di una serie di gialli di grande successo che hanno per protagonista l’ispettore Marzio Santoni: Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve, Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco. I suoi libri sono stati tradotti in diversi Paesi.

:: Un’ intervista con Federico Inverni

16 marzo 2016 by

Il prigioniero della notte_Esec.inddBenvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Federico Inverni non è il tuo vero nome per cui il primo mistero del libro è già racchiuso nell’identità del suo autore. Ipotizzo che tu sia un uomo, ringrazi tua moglie, ma non sappiamo la tua nazionalità, la tua età, la tua professione. Cosa spinge un autore a pubblicare i suoi libri sotto pseudonimo? Per motivi di privacy, per sicurezza, per tenere separate le carriere?

R- Grazie per aver deciso di ospitarmi, è un piacere. Ho scelto di adottare uno pseudonimo, sì, ma in fondo è un mistero di poco conto: la vera sfida è dentro il romanzo! Ho fatto questa scelta per motivi di privacy e personali, come dici tu, ma anche perché penso davvero che Il prigioniero della notte debba trovare i propri lettori senza trascinarsi dietro il peso dell’autore. I protagonisti sono Lucas e Anna, la scena è loro.

Come concilierai la tua identità nascosta e la vita dello scrittore con presentazioni, tour letterari, eventualmente premi?

R- Semplice: non farò presentazioni né tour letterari, se non ‘virtuali’ come questa intervista.

Come ti sei avvicinato alla scrittura?

R- Leggendo tanto, tantissimo, e anche attraverso fasi di crescita personali e professionali di cui però non posso parlare… Ma ricordo ancora il colore (nero e verde scuro) e la consistenza tattile (liscio metallo, fredda plastica dei tasti) della macchina da scrivere di mia madre, presa in prestito quasi clandestinamente per battere a macchina il mio primo ‘romanzo’ (in realtà un racconto breve), che ho rilegato cucendolo a mano. Ora che ci penso, ricordo perfino l’odore del nastro bicolore, rosso e nero.

Il prigioniero della notte è il tuo primo libro? O hai già scritto altri libri magari con il tuo vero nome?

R- No, questo è il mio primo romanzo pubblicato.

A quali autori o romanzi ti sei ispirato?

R- Adoro la crime fiction, credo si intuisca… Ma in realtà sono un lettore onnivoro. Da piccolo sono stato operato di appendicite, presa al pelo perché si stava trasformando in peritonite. Di quell’esperienza ricordo soltanto due cose: il conto alla rovescia prima di soccombere al gas narcotizzante che si usava all’epoca, e la felicità di poter trascorrere dei giorni di convalescenza in ospedale perché così potevo saltare la scuola e leggere, finalmente, quello che mi pareva.

Nell’ interessante nota dell’autore, al termine del romanzo, parli di memoria e identità, della vita come narrazione. Sono i temi centrali del libro? I punti di partenza da cui hai tratto la trama del romanzo?

R- Sono i temi centrali della mia ossessione, sì. Avrai visto anche dalle risposte che ti ho appena dato che mi sforzo di recuperare i miei ricordi come se fossero ancore, argini cui aggrapparmi per impedire alla vita di trascinarmi via con sé… Sì, Lucas è la forma narrativa di una mia ossessione concreta e reale. Sono i punti di partenza, esattamente come dici tu. Il resto, mi auguro e spero, è intrattenimento!

Il prigioniero della notte è un romanzo molto particolare, forse non tanto per lo schema narrativo, (abbiamo un serial killer, numerosi giovani vittime, e un’ indagine poliziesca con investigatori e profiler), ma per le interconnessioni tra passato e presente dei personaggi principali, Anna e Lucas, e se vogliamo anche l’assassino. Gravi traumi, sensi di colpa, possono causare danni alla memoria anche in persone psicologicamente sane? La patologia di Lucas è più marcata, ma anche Anna per motivi che non anticipo, è vittima di una sorta di memoria dissociata, pur essendo una persona apparentemente normale.

R- Nella finzione letteraria si tende a ingigantire certi aspetti per amor di efficacia narrativa. La realtà… È molto peggio, secondo me. Non solo ‘gravi traumi’, anche ‘piccoli’ traumi possono segnare una personalità, possono creare dei marcatori psichici che riconfigurano la struttura mentale in modi inattesi, imprevedibili e soprattutto oltre qualsiasi possibilità di controllo da parte del soggetto. Il fatto è che poi tutto questo, nella vita quotidiana, viene riconciliato, appianato, ristrutturato dal lavoro della memoria, che modifica retroattivamente le percezioni narrandoci una storia, la nostra, nella quale non possiamo fare a meno di identificarci. Insomma, il bello di tutto questo è che è la nostra stessa mente, la nostra stessa identità a rendere evidente una cosa: noi umani delle storie abbiamo bisogno, ne abbiamo un disperato bisogno, perché senza non avremmo alcun senso.

Non hai scelto un’ambientazione italiana, (siamo a Haven), i personaggi hanno nomi stranieri. Perché questa scelta?

R- Haven è una cittadina fittizia, e i nomi dei personaggi sono venuti di conseguenza… Oltre a essere in buona parte una specie di easter eggs… La verità è che volevo svincolarmi il più possibile da un ancoramento geografico, localistico, perché i protagonisti di questa vicenda sono le menti dei personaggi. C’era un luogo vero, in una primissima stesura. E’ durato qualche pagina, perché mi annoiava, mi costringeva a usare parole inutili e dispersive, mi appesantiva come un pranzo mal digerito un pomeriggio d’afa d’estate, la storia affondava con molta meno grazia e molto meno romanticismo di Di Caprio al termine di Titanic.

E soprattutto perché hai scelto una narrazione in prima persona per Anna. Un personaggio femminile. Che ruolo pensi abbiano le donne nella narrativa di genere, più spiccatamente thriller o noir?

R- Anna è nata come contraltare a Lucas, che è nato prima di lei. Ma mentre Lucas, per sua stessa natura, non può essere raccontato in prima persona, Anna ha trovato subito una sua voce, sorprendendomi, cogliendomi alla sprovvista, arrabbiandosi molto – com’è sua essenza – quando non le rendevo giustizia, quando usavo parole non sue. Nella narrativa in generale, e nella narrativa di genere in particolare, le donne hanno un duplice ruolo. Innanzitutto come autrici: fondamentali, spesso più acute dei colleghi maschi, benché tuttora poco riconosciute dalla critica ufficiale che invece è ancora, e ingiustamente secondo me, incline a “premiare”, diciamo così, gli scrittori maschi. Lo dicono tante statistiche sulle recensioni di giornali e riviste letterarie, in Italia e all’estero. E poi c’è il ruolo finzionale dei personaggi femminili. Non più solo vittime, nella crime fiction, ma protagoniste coraggiose, determinate, complesse, stratificate, e questo da lettore mi piace tantissimo. Proprio tanto.

Progetti di traduzione per l’estero?

R- Dita incrociate, ci sono molte cose che si muovono in tal senso… Ma staremo a vedere!

Quale è il tuo legame con i libri? Che tipo di lettore sei? Cosa leggevi da ragazzo? E che libro stai leggendo in questo momento?

R- Leggo tantissimo da che ricordo. Di tutto. E voracemente, infatti non sono un particolare collezionista di libri. Ci sono pochissimi volumi cui sono affezionato in quanto oggetto fisico, se un libro si rovina non me ne curo, ma le storie… Restano dentro di me. Ci sono alcuni romanzi che periodicamente ricompro, magari adesso anche in ebook, e rileggo, per ripulirmi la mente. Da ragazzo? Ho sempre preferito Topolino a Paperino – ovvio, era un detective. Agatha Christie, Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe. Bram Stoker, Wilkie Collins, Coleridge. Oscar Wilde. Bonvi e Max Bunker. Clive Barker, i minimalisti americani. Tutto Stephen King, ossessivamente e compulsivamente. In questo momento non ho tempo di leggere per piacere, purtroppo: mi sto documentando…

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa intervista domandandoti qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.

R- Se te ne parlassi, poi sarei costretto a… 🙂 A parte le battute: mi sto documentando, come ti dicevo, per provare a dare una forma alla storia che Lucas e Anna hanno ancora da raccontare.

:: La felicità è una pagina bianca, Elisabeth Egan (Nord, 2016) a cura di Micol Borzatta

1 marzo 2016 by
index

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Alice Pearce è una tranquilla madre di famiglia. Lavora part time per la rivista You e adora occuparsi dei suoi tre figli, a cui sta cercando di trasmettere l’amore per la lettura, e nel tempo libero aiuta la sua amica Susanna nella sua libreria organizzando eventi e a volte servendo i clienti.
Un giorno purtroppo il marito di Alice le comunica che è stato licenziato e che vorrebbe mettersi in proprio. Per fare tutto ciò Alice è costretta a cercare un lavoro a tempo pieno.
Viene assunta da Scroll, una grande azienda che ha come obiettivo aprire delle sale di lettura dove la gente può godersi un po’ di tempo libero in un luogo tranquillo leggendo delle prime edizioni.
Alice si butta anima e corpo nel lavoro, ma con il passare del tempo scopre che non è tutto come si aspettava, e Scroll non vuole più aprire sale di lettura, ma luoghi in cui i bambini possono giocare ai videogiochi e i genitori leggere qualche ebook.
La tensione lavorativa e gli orari impossibili stanno allontanando Alice dalla sua famiglia, il marito sta diventando un alcolizzato e i figli non le parlano quasi più.
Alice si trova dunque a dover decidere: continuare la carriera o tornare in famiglia?
Un romanzo davvero profondo che spiega nei minimi particolari le problematiche che possono esistere sia sul posto di lavoro, ma ancor di più in famiglia. Argomenti che sono presenti in ogni famiglia, specialmente nei tempi moderni dove si dà sempre più spazio al lavoro piuttosto che alla famiglia, perché ci viene imposto dalla situazione critica in cui permane il nostro paese.
Un romanzo che fa molto pensare, specialmente quei lettori che lo leggono durante il loro inizio di vita di coppia. Un romanzo da cui prendere molto insegnamento e su cui riflettere parecchio.

Elisabeth Egan lavora per la rivista Glamour, di cui è la responsabile della rubrica letteraria. Scrive recensioni che vengono pubblicate sulle più importanti testate americane. Attualmente vive nel New Jersey.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’Ufficio stampa Nord.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Deserto americano, Claire Vaye Watkins (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2016 by
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In un futuro prossimo, una temibile siccità ha colpito la California, trasformandola in un deserto, e creando nuove forme di vita, molto inquietanti, nella fauna e nella flora. Luz, ex modella che ha visto sfumare la sua carriera nonostante sia ancora molto giovane, e Ray, reduce da una delle tante guerre nel mondo che ha visto la sua città natale distrutta da una duna di sabbia incandescente, vivono all’interno di questo inferno, giovani ma già rassegnati.
Un giorno i due fanno un giro in una Los Angeles post apocalittica, dove incontrano una bambina sola, ignorata se non maltrattata dal branco di sballati e che abitano in quella che una volta era una delle capitali morali dell’Occidente e decidono di prenderla con loro. A questo punto diventa fondamentale cambiare luogo, e la piccola famiglia riunita parte per il Wisconsin, dove forse la siccità non è ancora arrivata. Sulla strada troveranno una comunità parareligiosa, dominata dal presunto rabdomante Levi, che plagia i suoi seguaci, e dal quale sarà difficile liberarsi, mentre nuove catastrofi incombono.
Inquietante, senza pietà, senza speranza, avvincente: sono tanti gli aggetttivi che possono venire in mente leggendo le pagine di Deserto americano, in cui la giovane autrice mette dentro le esperienze della sua infanzia, figlia di un guru di una setta che anni prima aveva seguito anche un’anima nera come Charles Manson, protagonista di uno dei più terribili fatti di cronaca nera a stelle e strisce.
A prima vista e non solo Deserto americano si pone nella tradizione della distopia fantascientifica, raccontando un futuro prossimo totalmente negativo, basato sul disastro ecologico che dopo la guerra atomica è diventato la nuova emergenza reale. Come in molte storie del genere distopico, le metafore dell’oggi sono evidenti, in una realtà alterata ma in parte già presente oggi, tra sette, emarginati, nevrosi. Questioni molto diffuse in California, Stato da un lato all’avanguardia come libertà civili e cultura, ma dove serpeggiano inquietudini e ingiustizie. Un libro interessante sia come romanzo di genere che come specchio della realtà, paragonato da qualcuno a Steinbeck e a Cormack, senza speranza forse perché in certe situazioni non esiste speranza.

Claire Vaye Watkins è nata a Bishop in California nel 1984 ed è cresciuta in comunità alternative tra il deserto del Mojave e il Nevada. La sua raccolta di racconti d’esordio, Battleborn, ha vinto nel 2012 lo Story Prize, il Rosenthal Award, il National Book Foundation «5 Under 35» e una borsa di studio della Guggenheim Fellowship. Le sue storie sono apparse su «Granta», «One Story», «The Paris Review». Attualmente è assistant professor alla University of Michigan e coordina insieme al marito, lo scrittore Derek Palacio, la Mojave School, un workshop di scrittura creativa per ragazzi.
Il sito ufficiale è http://clairevayewatkins.com/

Source: libro scelto dal gruppo di lettura Neri Pozza di Torino.

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