:: Il canto del ribelle, Joanne Harris (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acqusito

Tutto si può dire di Joanne Harris, tranne che non sia un’autrice eclettica, che ha provato e sperimentato vari generi, dal romanzo storico al thriller, dalla commedia sociale al fantasy.
Ne Le parole segrete e Le parole di luce ha tracciato un intreccio ispirato alla mitologia norrenica, gli Dei del nord, in un mondo fantastico alternativo in un futuro remoto dove si scontrano due personaggi femminili magici e interessanti. In Il canto del ribelle Joanne Harris invece racconta una sorta di antefatto della sua storia precedente, con la ribellione di Loki ma anche l’aiuto che porta agli altri dei, Odino e Thor in testa. Una storia eterna, raccontata dal punto di vista dell’antagonista, dell’outsider, scelta non nuova per Joanne Harris che nei suoi romanzi ha sempre messo al centro personaggi maschili e femminili fuori dalle regole, stravaganti, insoliti, in anticipo sui loro tempi.
Loki, d’altro canto, sta vivendo un periodo di grande interesse nella cultura popolare e nerd, dopo la sua comparsa decisamente carismatica nei due film ispirati alle avventure di Thor secondo il fumetto della Marvel, e non è un caso che sia stata citata proprio la casa editrice di supereroi come lancio per un romanzo anomalo, interessante, eclettico, come la sua autrice.
Tra gli altri a cui Il canto del ribelle può piacere ci sono i lettori della saga del Ghiaccio e del Fuoco, meglio nota come Game of thrones di George R.R. Martin, il cui autore sta tenendo da anni sulle spine visto che non si decide a terminare gli ultimi due libri della saga, creando problemi anche alla serie tv. D’altro canto, il fantasy si rifà come genere a miti, leggende, fiabe, epica, e molti intrecci tornano nelle sue storie, e per motivi di vicinanza culturale dei tanti autori e autrici anglosassoni il mondo degli dei e degli eroi nordici risulta essere di grande ispirazione.
A chi si rivolge un’autrice come Joanne Harris? Le storie che ha raccontato sono talmente diverse tra di loro che possono, volta per volta, accontentare pubblici diversi o comunque gente curiosa, che ha voglia di cambiare e essere stimolata. Il canto del ribelle è senz’altro per questi ultimi, ma è un libro che non può mancare nelle biblioteche dei cultori del genere fantasy, e si distingue comunque per originalità, in un ambito dove spesso si trovano cose un po’ ripetitive.

Joanne Harris è nata, da padre inglese e madre francese, nello Yorkshire, dove v ive tuttora.. Si è laureata al St Catharine’s College di Cambridge, dove ha studiato francese e tedesco medievale e moderno. Fino al 1999 ha insegnato francese nelle scuole secondarie di Leeds. Tra i suoi libri di maggiore successo vanno ricordati ovviamente Chocolat, trasposto anche al cinema, il seguito Le scarpe rosse, il romanzo storico La donna alata, il thriller Il ragazzo con gli occhi blu e il gotico Il seme del male.

Source: libro inviato al collaboratore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Librerie, Jorge Carrión (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

1 marzo 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Chi ama i libri e la lettura ha, fin dall’infanzia, un suo luogo di elezione, anzi due: la libreria e la biblioteca. I bibliofili, quando sono in altri luoghi, anche distanti da casa, per svago o lavoro, tendono a cercare un luogo dove ci sono i libri, con alcuni incontri folgoranti soprattutto quando si va in città di un certo tipo, come Londra, Parigi, New York, Tokyo e non solo.
Alle librerie del mondo è dedicato questo saggio, non una guida turistica ma utilizzabile come tale, in cui l’autore racconta i suoi giri per il mondo in cerca di templi dei libri, imperdibili se si sente la passione per la carta stampata. Un percorso con aneddoti, storie, salti tra passato e presente, per raccontare una passione e una ricerca, che non può mancare in chiunque dica di amare i libri, e che rende il libro interessante e curioso, anche se non esaustivo sull’argomento, ma per quello ci volevano molte più pagine.
Un saggio, certo, ma a tratti appassionante come un romanzo, con cose anche poco note nelle sue pagine, illustrate da foto in bianco e nero di diversi di questi luoghi, giusto per far venire un po’ di acquolina in bocca.
L’autore porta comunque non solo in luoghi aulici, come le librerie di Londra e Parigi, ma anche in America latina (una delle più belle librerie del mondo è appunto a Buenos Aires, in un ex teatro), a Atene, città sulle prime pagine dei giornali non certo per i libri ma dove questi non mancano certo, nel Maghreb, in Oriente, mescolando anche aneddoti su intellettuali e scrittori, in una storia forse un po’ stringata ma che dà buoni spunti di giri e riflessioni. Tra le righe si parla anche di censura e lotte, di storie di autori e autrici non solo libresche e di tanto altro ancora, e c’è da sperare in future integrazioni sul tema.
Del resto, se si pensa bene, ci sono libri su tutti gli argomenti e con tutti i tipi di storie, ma di libri sui libri e sul mondo legato a loro non ce ne è poi così tanti. Certo, può apparire una libreria in un romanzo (o in un film), ma un libro che racconti come e perché ci sono le librerie, luoghi fondamentali per la diffusione della lettura non è così frequente. I libri parlano di tutto ma raramente di loro stessi e del loro mondo. Curioso, ma con le Librerie di Jorge Carrión si può cominciare a compensare una mancanza.

Jorge Carrión (Terragona, 1976) insegna letteratura contemporanea e scrittura creativa preso l’Universidad Pompeu Fabra di Barcellona. Collabora come critico per varie testate tra cui El Pais e Letras Libres.

Source: libro inviato al collaboratore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Garzanti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Blogtour – La Mappa della Città Morta (Newton Compton, 2016) – prima tappa

1 marzo 2016 by

coverEN1149.jpg

Inizia oggi il Blogtour dedicato al romanzo di avventura La Mappa della Città Morta di Stefano Santarsiere, edito da Newton Compton. Bolognese, classe 1974, già due romanzi all’attivo, Santarsiere ci porta nell’ altopiano del Mato Grosso (grande bosco), in Brasile, sulle tracce di un mistero. Mengele, manoscritti antichi, leggende, città perdute, civiltà antiche che conservano immensi saperi, la glaciazione dell’ Antartide saranno parte del viaggio che continuerà sul web in altre cinque tappe. Siete pronti a partire con noi?

֎ A come avventura… ֎

Hugo Pratt, certo una persona informata dei fatti, un paio di decenni or sono osserva che:

la narrativa d’avventura sta alla geografia come il romanzo storico sta alla storia.”

La narrativa d’avventura ci parla di luoghi lontani, e ci offre spesso un personaggio che per qualche urgente motivo deve andare da A a B. Sull’urgenza, poi, possiamo discutere – Ulisse impiega dieci anni, ad andare da A a B.
E probabilmente per questo legame col viaggio e con l’esplorazione che la narrativa avventurosa prospera nell’era delle grandi esplorazioni e successivamente, nel periodo coloniale. Nel compiere il proprio viaggio da A a B, l’eroe scopre il mondo e, attraversdo la sua nuova conoscenza del mondo, arriva a conoscere meglio se stesso, e ad allargare i propri orizzonti non solo in termini strettamemnte geografici.
E’ il modello utilizzato da Robert Louis Stevenson, e da Kipling, e da Edgar Rice Burroughs. E’ il modello tanto di Sir Henry Rider-Haggard che di Talbot Mundi – quest’ultimo un propugnatore delle teorie teosofiche della Blavatski, e quindi fortemente sensibile al tema della conoscenza attraverso l’avventura (e viceversa). E’ il modello che Harold Lamb adatta alla narrativa storica e Robert E. Howard piega alle necessità  della narrativa fantastica.
La narrativa d’avventura accompagna gli anni fra le due guerre, e fornisce ad autori diversi una collezione di strumenti, di cliché, un linguaggio, che viene piegato alle necessità  espressive del narratore. In fondo, Hemingway e Chandler sono entrambi autori d’avventura, ma sarebbe limitativo e miope descriverli come tali.

Nel secondo dopoguerra, l’avventura (come ogni forma di narrativa di genere) comincia ad assumere un sapore spiacevole per una certa fetta del pubblico – e in particolare per la critica. La narrativa d’avventura si trasforma da letteratura di viaggio in lettura da viaggio – il libro per le vacanze, per il lungo percorso in treno, per le noiose ore sotto al sole sulla spiaggia.
Passatempi, intrattenimento, fuga dalla realtà.
Libri che si leggono per divertirsi – come se esistessero libri che si leggono per soffrire.
Sono poi venute le critiche proprio per quel passato coloniale e quella rappresentazione scortese di persone diverse da noi.
Tarzan e Mowgli sono stati eliminati dalle blioteche scolastiche perché diseducativi.
Che valanga di sciocchezze!
Eppure la narrativa avventurosa resta saldamente nella lista dei best seller – e i nomi di Smith e Cussler vengono citati proprio nel presentare “La Mappa della Città  Morta“, una novità  che è in realtà la prosecuzione di una tradizione lunga e – per lo meno un tempo – rispettabile, che ha in Emilio Salgari uno dei suoi numi tutelari.
Storie di terre lontane, di strani popoli, di antichi misteri, azione, pericolo. Narrativa d’intrattenimento.
C’è chi se ne vergogna. Sono degli sciocchi.

Davide Mana

֎ L’intervista ֎

Benvenuto Stefano su Liberi di scrivere in questa prima tappa del blog tour dedicato al tuo libro La Mappa della Città Morta. Prima di parlare del tuo libro mi piacerebbe che ci raccontassi qualcosa di te, della tua infanzia, dei tuoi studi, di come ti sei avvicinato alla scrittura.

La mia storia inizia in un piccolo paese della Lucania, dove ho assaporato la più spontanea e felice libertà, e continua a Bologna, dove ho imparato a disciplinarmi e organizzare la mia vita. In mezzo ci sono viaggi e libri letti, il lavoro all’università, i progetti, i fallimenti, le ripartenze e la famiglia.
La scrittura ha seguito lo stesso cammino: è nata nel paese come puro istinto, è cresciuta in città come sperimentazione, come studio e apprendimento, infine è diventata tutt’uno con la mia quotidianità, nutrendosi giorno per giorno di esperienze.
Mi sono avvicinato ad essa in un lontanissimo pomeriggio di infanzia, mentre guardavo insieme ai miei fratelli il film La notte del demonio, di Jacques Tourneur. E oggi, a distanza di quasi tre decenni, puntualmente vedo tra le righe che scrivo tutto quello che ho vissuto e ciò che io stesso sono diventato, come se mi guardassi in un vecchissimo specchio.
Ecco come intendo la scrittura: il riflesso di me attraverso le trame e gli eventi raccontati, ma con la magia aggiuntiva di esprimere anche i miei desideri, e le mie paure.

La Mappa della Città Morta è il tuo primo romanzo? So che è un fenomeno del web, sei stato in altre parole un autore indie, che ha auto-pubblicato il suo romanzo. Parlaci di questa esperienza, quale è stato il tuo segreto per farti conoscere dai lettori?

In realtà è il terzo, ma si tratta della prima storia che ha come protagonista questo copywriter del mistero che si chiama Charles Fort. A gennaio dello scorso anno ho pubblicato il libro su Amazon, con la formula KDP, e in tre mesi è stato scaricato poco meno di quattromila volte occupando stabilmente la top 10 dei libri più venduti. È stata una sorpresa anche per me, visto che mi sono limitato a creare la pagina Facebook del romanzo e fare un po’ di advertising con Google AdWords. È stato emozionante vedere giorno per giorno crescere il gradimento e le recensioni, fino a quando ho ricevuto una e-mail dalla Newton Compton. Spero che la seconda vita del libro sia altrettanto fortunata.

Il tuo romanzo si inserisce nel filone del romanzo avventuroso: un manoscritto antico, un tesoro, una spedizione nel Mato Grosso, popolazioni indigene, un mistero da svelare. Pensi che oggi il fascino delle spedizioni del passato sia ancora presente nelle nuove generazioni, o ormai il pianeta terra, grazie ai moderni mezzi tecnologici (penso ai satelliti, ai telefoni satellitari, agli equipaggiamenti in dotazione agli esploratori) non ha più segreti ?

In verità non sono certo che il pianeta abbia svelato tutti i suoi segreti. Fra i temi del libro v’è anche questo: quanto è solida la convinzione che ogni cosa sia ormai alla luce del sole, in bella mostra sotto i nostri occhi. Dobbiamo proprio escludere che esistano angoli ancora in grado di offrire qualcosa alla nostra onniscienza? Eppure basta pensare al sottosuolo, o al fondo degli oceani, o guardare alle nuove specie viventi che ancora vengono scoperte grazie alla ricerca, per incrinare quella convinzione.
Credo che il fascino dell’ignoto e della scoperta sia rimasto inalterato anche in quest’epoca illuminata dalla fredda luce della tecnologia e inondata di informazioni che ci raggiungono alla velocità di un click. E questo per una sola ragione: abbiamo dentro un’innata e insopprimibile sete di conoscenza, mista alla speranza che ci sia qualcos’altro oltre l’orizzonte che vediamo ogni mattina dalle finestre di casa.

Come ti sei documento per la stesura del tuo romanzo. In che misura la scienza incide nelle tue trame?

Ho fatto una ricerca bibliografica su tre elementi chiave: culture e territorio dell’Amazzonia, esplorazioni geografiche e modalità di sopravvivenza durante le spedizioni, teorie scientifiche sulle glaciazioni e in genere sugli eventi estremi che hanno caratterizzato la storia del pianeta.
Ho letto alcuni libri che propongono ricostruzioni alternative della storia umana o del passato geologico della Terra, e relazioni di antichi esploratori che hanno compiuto favolose scoperte nel profondo della giungla. Più di ogni cosa, mi sono appassionato alla storia di un avventuriero inglese del secolo scorso, che ha trascorso l’ultima parte della sua vita a inseguire il sogno di una città perduta nel cuore del Brasile.
Tutto ciò ha contribuito senza dubbio a consolidare la trama, ma con una dinamica che mi sarebbe difficile ricostruire perché ogni elemento, entrando a contatto con la storia, si è fuso indissolubilmente con essa.

Nelle tue storie vengono prima i personaggi e poi l’avventura, o i personaggi vengano creati in funzione della trama, e come?

Di norma la storia, o meglio l’idea centrale, viene prima. Gli eventi si aggregano uno dopo l’altro intorno a questo nucleo, come nella formazione di un pianeta. Ma arriva un momento in cui devo arrestare il processo e fare ordine, ed è qui che i personaggi emergono definitivamente o svaniscono nella nebbia. Quelli che restano prendono in mano la vicenda e la condizionano, la adattano al loro modo di essere e la conducono fino al termine. Il finale può essere una parziale sorpresa anche per me, ed è un piccolo dispiacere salutarli quando scrivo la parola ‘fine’.

Oltre a modelli letterari, hai avuto anche modelli cinematografici? Quali sono i film di avventura dai quali hai tratto maggiore ispirazione?

Il cinema è la mia seconda grande passione insieme alla letteratura. Ho anche girato un paio di cortometraggi, uno dei quali, ‘Scaffale 27’, è un piccolo thriller che ha avuto il suo successo a Bologna. Ho amato moltissimi film, non necessariamente di avventura, anche se pellicole come All’inseguimento della pietra verde o la saga di Indiana Jones hanno avuto una certa influenza sul mio concetto di ritmo e azione in un libro come La mappa della città morta. Ma in generale preferisco un cinema di respiro più ampio e anche, paradossalmente, dai ritmi più lenti. E sono proprio questi riferimenti che entrano maggiormente nel libro. Posso svelare, ad esempio, che nelle pagine finali c’è una citazione a 2001: Odissea nello spazio.

Come organizzi la tua giornata dedicata alla scrittura, e come concili la scrittura con gli impegni familiari e la vita di tutti i giorni?

La scrittura è per me una costante, un’abitudine, un’energia a volte latente, altre volte che si accende e mi trascina. In ogni caso è sempre lì, fissa nella mia mente, a richiedere attenzione sulla storia che sto scrivendo. Perciò mi è inevitabile trovare il modo di inserirla nella mia giornata. In genere scrivo tra le 18.00 e le 20.00, sempre. Talvolta prevale la ricerca o il lavoro sul progetto, ma è pur sempre tempo dedicato alla storia.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa breve intervista domandandoti qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri.

Grazie a voi!
Ho appena concluso la seconda stesura della nuova avventura di Charles Fort. Stavolta porto il lettore nei mari del sud, sulle isole Fiji. Ci lavorerò ancora qualche mese con una terza stesura, dopo vedremo il da farsi. Molto dipenderà da quanto si farà apprezzare La mappa della città morta.

֎ Per partecipare al giveaway ֎

La Newton Compton mette in palio due copie del romanzo. Se volete concorrere all’estrazione che si terrà il 31 marzo sul blog “Il flauto di Pan” seguite queste semplici istruzioni:
– Commentate tutte le tappe del tour.
– Diventate
follower dei blog partecipanti.
– Mettete “mi piace” alla pagina FB deciata al romanzo e a quella di Newton Compton.
Sistema di estrazione: random org

Prossime tappe:

Seconda tappa: Blog Expres 8 marzo
Terza tappa: Penna d’Oro 10 marzo
Quarta tappa: Thriller Magazine 15 marzo
Quinta tappa: ThrillerPages 22 marzo
Sesta tappa: Il flauto di Pan 29 marzo

:: Senza nome, Wilkie Collins (Fazi, 2015) a cura di Elena Romanello

29 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

La casa editrice Fazi continua la sua proposta di classici ottocenteschi tutti da riscoprire con questo titolo di Wilkie Collins, autore all’epoca popolare quanto il più celebre oggi Charles Dickens, prolifico e capace di alternare romanzi di ambientazione realistica ad altri a tematica fantastica e gotica.
Senza nome, ottocento pagine raccontate attraverso le voci vive di personaggi, tra peripezie, lettere, articoli, con uno schema molto moderno, racconta la vicenda di Magdalen e Norah Vanstone, due giovani donne di ottima famiglia, cresciute senza che a loro mancasse niente, che devono confrontarsi con la morte improvvisa dei genitori, il padre in un incidente, la madre di parto. Le due ragazze scoprono di essere figlie illegittime, perché i genitori si sono sposati molto tempo dopo la loro nascita, e per la legge vittoriana non hanno diritto a niente e sono costrette a stravolgere le loro vite. Norah accetta di abbracciare una delle poche carriere concesse alle donne, quella di governante, rassegnandosi ad una vita di rinunce in tutti i campi, compreso quello sentimentale, mentre Magdalen diventa attrice, ma vuole alla fine riconquistare il suo posto in società, arrivando a valutare un’offerta di matrimonio da un uomo che detesta.
Senza nome racconta una storia di denuncia sociale, ambientata non in mezzo ai bassifondi cari a Dickens, di cui Collins era ottimo amico e collaboratore sul suo giornale letterario, ma in quell’alta società vittoriana da cui si poteva venire esclusi perché non rispettosi delle sue regole, a cominciare da quella sui figli illegittimi. L’autore, usando i toni della narrativa popolare ma non certo scadente, racconta una storia di caduta agli inferi e di risalita, mostrando le storture sociali e la psicologia di due personaggi femminili, doppiamente discriminati in un Paese governato da una donna come la regina Vittoria che però non fece molto per aiutare le sue simili.
Senza nome è quindi una storia appassionante che si divora, ma anche una riflessione impietosa su regole sociali disumane e sulle discriminazioni a cui sono soggette le donne, con al centro due dei tanti personaggi femminili interessanti della letteratura dell’epoca, da scoprire o riscoprire, visto che il libro manca da parecchio nelle nostre librerie.

Wilkie Collins (1824-1889), londinese, figlio del pittore di paesaggi William, è considerato il padre del genere poliziesco. Studiò Legge e divenne avvocato, senza praticare mai la professione legale, ma utilizzando la conoscenza del crimine nei suoi scritti. Amico di Charles Dickens, fu uno dei più prolifici tra gli scrittori vittoriani e collaborò alla rivista “All the year round”. Ha scritto venticinque romanzi, più di cinquanta racconti, numerose opere teatrali Tra le sue opere più famose ci sono La donna in bianco e La pietra di Luna, uno dei primi romanzi gotici.

Source: libro inviato al collaboratore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fazi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’amante giapponese, Isabel Allende (Feltrinelli, 2015) a cura di Elena Romanello

29 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Isabel Allende è tornata in libreria con una storia ambientata di nuovo in California, sua patria d’adozione da ormai più di vent’anni, mettendo in scena una vicenda che mette tanta carne al fuoco come tematiche e personaggi, con al centro, come suo solito, i personaggi femminili, in questo caso due.
Da una parte c’è Alma Belasco, ex ragazzina ebrea fuggita dall’Europa minacciata dal nazismo, cresciuta e invecchiata negli States con un unico grande amore, dall’altra c’è Irina, giovane infermiera di origine moldava, con un passato da dimenticare e un presente tra lavoro e fantasie su romanzi fantasy. Due persone diverse, ma che si trovano unite nell’eccentrica casa di riposo in cui Alma ha deciso di passare gli ultimi anni della sua vita,tra ricordi del passato e nuovi spunti per il presente.
L’autrice parla, come suo solito, di tanti argomenti, alcuni scomodi, come la pedofilia nel civile Occidente, o le persecuzioni a cui furono sottoposti i giapponesi durante la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, pagina praticamente assente e su cui non si parla mai in in film e romanzi, se si toglie il film degli anni Novanta Benvenuti in paradiso di Alan Parker e poco altro. Ichimei, l’amore di tutta la vita di Alma, che vivrà un matrimonio insolito con un omosessuale nascosto tra le altre peripezie della sua esistenza, viene infatti rinchiuso con la sua famiglia in un campo di raccolta durante la guerra, vergogna nascosta nella storia americana che toccò tutti coloro che erano originari, anche solo come famiglia ma non loro direttamente, facendo loro perdere tutto e facendo nascere astii e disagi poi non più sopiti, in una variazione sul tema del razzismo che non colpì invece tedeschi e italiani.
Una storia tra ieri e oggi appassionante e non melensa: amore, morte, discriminazioni, razzismo, violenze, possono sembrare tematiche scontate, ma non lo sono se uno vuole trattarle in maniera efficace e senza sbavature e cose già viste. Dopo aver raccontato anni fa l’epopea del suo Cile, Isabel Allende è a suo agio anche in storie presso altre culture, un Occidente europeo e americano di cui tocca alcuni aspetti salienti, positivi e negativi, nell’incontro tra due donne che restano nel cuore, nelle pagine di un romanzo che, a dispetto del titolo, è tutto tranne che una storiella rosa e melensa, ma è una vicenda di formazione, un romanzo storico, una storia di denuncia, il ricordo di ingiustizie da non dimenticare.
In attesa ovviamente della prossima fatica di Isabel Allende, che non sembra intenzionata per ora ad andare in pensione. E che chissà dove ci porterà.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Parente alla lontana di Salvador Allende, ha lasciato il Cile dopo il golpe di Pinochet e si è traferita negli Stati Uniti. Il suo romanzo d’esordio è stato La casa degli spiriti, del 1982, grandissimo successo, e da allora si è affermata come una delle scritttrici più importanti in lingua spagnola. Tra i suoi altri libri ci sono D’amore e ombra, Il Piano infinito storia del marito statunitense, lo struggente Paula, la trilogia per ragazzi La città delle Bestie, Il Regno del Drago d’oro e La Foresta dei pigmei, il thriller Il gioco di Ripper.Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

Source: acquisto della collaboratrice sul mercatino “Il libro ritrovato”, la mostra-mercato dei libri antichi e fuori stampa a Torino.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Straluna, Giuseppe Pompameo (Scrittura & Scritture, 2016) a cura di Valeria Gatti

29 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

“ A Nuvàl, dove tutto, finora, è stato perfettamente plausibile, una fobia incontrollabile, sconosciuta fino a qualche giorno fa, adesso semina il terrore. La peggiore delle fobie, la realtà, invadente, che in un attimo può aprire una crepa nella vita di ognuno, fino a sconvolgerla. “E se capitasse, prima o dopo, anche a uno di noi ?”. Nessuno aveva il coraggio di darsi una risposta.”

La piccola comunità di Nuvàl è un luogo speciale. Lì, infatti, sembra che la realtà abbia un senso meno tragico di quanto ne abbia in altri luoghi. Lì, in quella landa lontana da tutto, una serie di personaggi vive la leggerezza di un esistenza senza troppe fatiche, appagati dalla semplicità e dalla voglia di stare insieme. Una cittadina fondata sul principio che la solitudine, se fruttata al meglio, può essere un regalo, che si può, e si deve, abbandonare un’esistenza triste al fine di cambiare il corso della propria vita. Un principio egregio, un atto dovuto, un simbolo di libertà. Tutto perfetto, insomma. Se non fosse che la realtà non è una pagina che si possa cancellare con un semplice colpo di spugna. Se non fosse che, qualche volta, è più semplice costruirsi un’ immagine del proprio passato lontana da quello che è stato davvero, forse per difesa, forse per comodità. Se non fosse che la vita, ogni tanto, si prende gioco di noi, fregandoci con le nostre stesse mani.
Giuseppe Pompameo nel suo ultimo lavoro “Straluna”, pubblicato da Scrittura & Scritture, da voce a un ironico e pungente narratore che racconta le vicende di Octavio Serna, unico postino di Nuvàl e dei suoi amici concittadini. Un fiume di storie, tra passato e presente, tra realtà e fantasia.
Un romanzo breve (sono solo 122 pagine) ma non per questo povero di concetti e messaggi. La solitudine, appunto, il desiderio umano di ricominciare daccapo, la volontà di stravolgere il passato, la paura di affrontare il futuro.
Un scrittura ricercata e creativa accompagnata da un ritmo incalzante fanno di “Straluna” un romanzo affascinante e simbolico.

Giuseppe Pompameo è consulente editoriale e docente di scrittura creativa.
Insieme allo scrittore Maurizio de Giovanni, tiene un corso di scrittura presso l’Istituto Pontano di Napoli.
Ha pubblicato due raccolte di racconti, Le strane abitudini del caso (2011) e E per dolce mangia un cuore (2012), entrambi editi da Scrittura & Scritture.
Un suo racconto compare nel volume Scrittori per Eduardo (ESI, 2014) accanto a nomi di calibro come Maurizio de Giovanni, Silvio Perrella, Antonella del Giudice, Giuseppe Montesano.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Vincenza dell’Ufficio Stampa Scrittura & Scritture.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Craig Johnson, autore della serie di Walt Longmire a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2016 by

index

Ciao Craig. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Craig Johnson?

Sono l’autore bestseller del New York Times dei libri di Walt Longmire, base per la serie televisiva Netflix Longmire.

Raccontaci qualcosa della tua città e del tuo paese. Qual è il tuo background?

Sono uno scrittore e nello stesso tempo proprietario di ranch del nord del Wyoming, lungo il confine con il Montana, e la città più vicina al mio ranch ha una popolazione di 25 anime. Ora sono essenzialmente uno scrittore, ma ho passato la maggior parte della mia vita lavorativa nei ranch e anche parecchi anni nei rodei.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Quando ti sei interessato alla letteratura crime e western? Quando hai iniziato a scrivere?

Sono arrivato alla scrittura grazie alla tradizione orale; vengo da una famiglia di cantastorie e per me è stato naturale scrivere le storie che loro raccontavano a voce. L’ interesse per la letteratura poliziesca mi è nato durante il periodo in cui ho lavoro per le forze dell’ordine e ho iniziato a vedere le persone al loro peggio e al loro meglio.

Cosa hai scritto per prima cosa?

The Cold Dish, il primo romanzo della serie è stato il mio primo libro, seguito dagli undici successivi, due novelle, e una raccolta di racconti, tutti con Walt Longmire protagonista, lo sceriffo della contea meno popolata nello stato meno popolato degli Stati Uniti.

Sei stato incoraggiato a scrivere nei primi tempi e se sì, da chi?

Non molto, voglio dire io venivo da una famiglia operaia e quando dicevo che volevo fare lo scrittore era un po’ come se avessi detto che volevo fare l’ astronauta, in modo che nessuno, me compreso, ha mai preso sul serio questo genere di cose. Così è stato qualcosa che ho tenuto chiuso nel mio cuore mentre lavoravo nell’edilizia, o come cowboy tutte cose che ho fatto nei miei primi anni.

Raccontaci qualcosa della tuo debutto.

Ti dirò è stato un po’ come la storia di Cenerentola, ho scritto The Cold Dish, è stato preso da un agente davvero meraviglioso e potente di New York, il quale l’ ha presentato a uno dei cinque editori più grandi del mondo. Un anno dopo che era stato inviato The Cold Dish era sugli scaffali di tutte le librerie degli Stati Uniti.

Pensi che qualche scrittore in particolare abbia influenzato il tuo stile o il tuo approccio alla scrittura?

Assolutamente, e John Steinbeck primo fra tutti. Amo i narratori che dipingono su una grande tela, quelli che non hanno paura di parlare di grossi argomenti, ma lo fanno ad una scala umana con personaggi assolutamente coinvolgenti, che prendono queste idee come verità e giustizia e le rendono accessibili mantenendo la scrittura ad una scala umana.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No. Ho avuto un sacco di attenzione da parte dei media e meravigliose recensioni, ma alla fin fine sono solo opinioni, né meglio né peggio di una e-mail o di una conversazione casuale sul mio lavoro.

Che tipo di libri ti piaceva leggere quando eri un ragazzo?

Tutto. Sono cresciuto in una di quelle case in cui i libri erano dappertutto. La più grande colpa nella casa dei miei genitori era quella di essere visti senza un libro ed è qualcosa che fa parte della mia vita, ancora oggi.

Cosa ti ha portato alla pubblicazione?

Scrivere un libro, che è sempre la parte più difficile, scrivere qualcosa che possa essere degno di essere pubblicato. Generalmente una possibilità l’otteniamo tutti, ed è meglio non farla scappare, perché non è detto che si possa avere un’altra possibilità. La mia storia, come ti ho già raccontato, è più una storia di Cenerentola, non granché come modello, in quanto ho incontrato un grande agente e un grande editore in meno di un anno.

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Brady Udall, Willy Vlautin, Daniel Woodrell, Christopher Moore, James Lee Burke, Cormac McCarthy, Ken Kesey…

Dashiell Hammett o Raymond Chandler?

Hammett, mi piacciono gli aspetti politici della sua scrittura.

E ora parliamo della serie di Walt Longmire. Come è nata?

Kathryn Court, il capo della Penguin, mi disse che dovevo davvero continuare a far vivere i miei personaggi in una serie e io, con l’esperienza di chi aveva pubblicato solo un libro, fui d’accordo con lei. Mi disse di tornare al mio ranch e pensarci su, così ho fatto.

Mi piacerebbe parlare un po’ dello sceriffo Walt Longmire. Chi ti ha ispirato per questo personaggio?

Ho fatto davvero tante cavalcate assieme a tanti sceriffi in Wyoming e Montana e li ho assemblati in Walt, lui è parte di un sacco di quei ragazzi, intelligenti, duri e che hanno cura delle persone delle loro comunità.

Ci sono parti autobiografiche?

Oh, certo, è difficile scrivere un’ intera serie di libri in prima persona e non metterci un po’ di te stesso in tutti i personaggi.

Cosa consigli agli aspiranti scrittori?

Scrivere con il proprio cuore; se stai solo cercando di farti pubblicare non funzionerà mai. Seguire le tendenze è un gioco a somma zero, qualsiasi cosa tu stia cercando di emulare, il treno ha già ha lasciato la stazione.

Se potessi iniziare la tua carriera di nuovo, cambieresti qualcosa?

No, non una sola cosa.

Sei uno scrittore così prolifico. Quale è il tuo libro preferito?

E’ un po’ come chiedere quale è il preferito tra i tuoi figli. Sono tutti preferiti, ma per motivi diversi, alcuni sono più veritieri, altri divertenti, perspicaci, coinvolgenti, impossibile dirlo.

Sei un autore molto acclamato dalla critica. Hai ricevuto recensioni negative? Come hai reagito?

Oh, certo. C’è sempre qualcuno là fuori a cui non piace quello che stai facendo, ma non si può farne una questione personale. Se si vuole si può vedere cosa hanno scritto loro e vedere se hanno qualche merito, se no, solo buttare le critiche nella spazzatura e andare avanti.

Pensi che la tua scrittura stia migliorando?

Assolutamente, se no non scriverei più.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura?

Beh, io ho un ranch il che significa che ho delle responsabilità per prima cosa quando mi alzo al mattino. Allora posso iniziare a scrivere a metà del pomeriggio, poi torno ad essere un rancher per alcune ore e poi scrivo ancora un po’, mi lavo e mi preparo per la cena. Ho una vita molto piena e non sono il primo scrittore a scoprire che barcamenarsi tra lavoro intellettuale e fatica fisica è un ottimo modo di vivere.

Hai molti fan. Che legame hai con i tuoi lettori?

Ho un legame molto stretto. Ho un sito web http://www.craigallenjohnson.com in cui i lettori possono semplicemente scrivermi direttamente. Rispondo a tutte le mie e-mail che ricevo e penso che sia fantastico avere una bella e stretta relazione con le persone che leggono i miei libri. Poi c’è Longmire Days in Buffalo, Wyoming dove giriamo lo show televisivo, io e circa quattordici mila persone partecipiamo – è molto divertente.

Parlami del tuo prossimo romanzo.

Quando Rosey Wayman della polizia stradale del Wyoming viene trasferita nel bellissimo e imponente paesaggio del Wind River Canyon, una zona che gli agenti di polizia chiamano terra di nessuno a causa della mancanza di comunicazioni radio, lei inizia a ricevere chiamate di assistenza. Il problema? Stanno arrivando da Bobby Womack, un leggendario poliziotto Arapaho ferito a morte nel canyon quasi mezzo secolo prima. In un’ indagine che abbraccia questo mondo e il prossimo, lo sceriffo Walt Longmire e il buon amico Henry Orso in Piedi si occupano di un caso che li mette a confronto con una leggenda: The Highwayman.

:: Blogtour, le tappe – La Mappa della Città Morta (Newton Compton, 2016)

26 febbraio 2016 by

index1

I Blogtour mi sono sempre piaciuti, un po’ ne ho organizzati, un po’ ho partecipato essendovi invitata. Oggi presento ai lettori di Liberi questo nuovo Blogtour organizzato da Newton Compton per il libro di avventura La Mappa della Città Morta di Stefano Santarsiere. Se volete dare un’ occhiata da ieri è online il sito http://www.santarsiere.it/. Noi di Liberi lo inugureremo il primo marzo con un’ introduzione al romanzo, scritta da un esperto di avventura come Davide Mana, e una breve intervista all’autore. Qui potete vedere tutte le varie tappe, i blog che parteciperanno, gli argomenti trattati. Enjoy!

:: Il futuro sarà di tutta l’umanità. Voci dal carcere, Antonella Speciale e Emanuele Verrocchi (Dissensi, 2015)

25 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Non sempre si finisce in carcere per avere davvero commesso un crimine, molti ci vanno da innocenti. Ma innocente o colpevole, chi subisce la privazione della libertà cambia, non è, e mai sarà, più lo stesso. Riflettevo su questo leggendo Il futuro sarà di tutta l’umanità. Voci dal carcere scritto da Antonella Speciale e Emanuele Verrocchi, edito da Dissensi. E questo sottile libretto di poco più di 100 pagine, formato piccolo, invita a riflettere, sulla pena di morte (nel mondo), sul fatto che in Italia non ci sia una legge che regolamenta il reato di tortura, che il sovraffollamento delle carceri impedisce il minimo rispetto dei diritti umani, che ci potrebbero essere forme alternative alla detenzione, forse più efficaci, forse più umane. Insomma questo libro scritto da una volontaria e da un rappresentante sindacale, ci spinge a pensare a cose che di solito preferiamo ignorare, perché sono temi che ci riguardano tutti, perché tutti un giorno potremmo essere accusati ingiustamente di qualche crimine, e finire in carcere. E perché i diritti umani dovrebbero essere un tema di tutti, anche quando si tratta di colpevoli. Il dibattito è senz’altro delicato, ed è difficile che leggendo questo libro si cambino le proprie radicate convinzioni, ma è una lettura che consiglio, un testo che merita attenzione. Ci pone in un punto di vista differente, ci permette di vedere le cose con gli occhi dei volontari che tutti i giorni hanno a che fare con i detenuti, che siano adolescenti, che siano terroristi o mafiosi, o semplici “delinquenti” comuni, (avremo anche modo di leggere le loro testimonianze, vedere le cose dai loro punti di vista). Per quanto possa sembrare paradossale un crimine ha in sé la sua pena, lo stato ha il dovere di tutelare la collettività e la stessa Costituzione lo prescrive, più che punire il compito della giustizia, del diritto, del sistema penale è quello di riabilitare il condannato, dandogli gli strumenti per ridiventare un cittadino attivo, che lavora, che paga le tasse, che non è un pericolo, o una minaccia, per la collettività. E tutto ciò è affidato ai volontari, alle cooperative sociali, agli stessi direttori di strutture detentive, alle guardie carcerarie. Suicidi, violenze, solitudine, separazione dai propri cari, sono pene accessorie, superiori al semplice isolamento e alla privazione della libertà ovvero all’impossibilità di delinquere ancora. La strada sarà lunga, solo l’anno scorso hanno abolito gli ospedali psichiatrici giudiziari, (se vogliamo l’inferno nell’inferno), e forse arriverà il giorno in cui sarà abolito il carcere ostativo, fine pena mai, o il carcere stesso. Si dovranno trovare delle alternative, sarà necessario trovarle. E nel suo piccolo anche questo libro avrà contribuito a questo.

Antonella Speciale, vive in Sicilia e da anni si occupa di Laboratori di scrittura autobiografica e creativa negli Istituti penali per minori e adulti. Laureata in Lingue e letterature straniere, ha pubblicato opere di poesia e narrativa, articoli inerenti alla questione carceraria, ed ha partecipato ai seminari del Progetto Memoria di Sensibili alle foglie sugli anni ’69- 89 (lotta armata, nascita del 41 bis, tortura ecc.). Destini Dentro, 2013, edito da Sensibili alle foglie, è la sua ultima opera di narrativa.

Emanuele Verrocchi, vive a Sulmona, in Abruzzo; sindacalista della CGIL, da novembre 2012 è Segretario Generale della Fillea Cgil della Provincia dell’Aquila. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche, si occupa, per il sindacato, anche di immigrazione e di politiche per la legalità.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Dissensi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cercami nel vento, Silvia Montemurro (Sperling & Kupfer, 2016)

24 febbraio 2016 by
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

Cose da fare: combattere il fottuto bastardo, con tutte le mie forze.
C’è un mondo a parte, tra i corridoi bianchi dell’ospedale. Si entra in un tunnel fatto di camici e termini che uno nella vita normale, non usa mai. Stadio tre. Stadio quattro. Stadio terminale. Allettato. Bende, garze, flebo, aerosol. E’ come essere in un’altra dimensione, come vivere fuori dal tempo. Non importa più che sia domenica, o Pasqua, o festa nazionale. Ci sono i ritmi lenti degli esami di routine, le inservienti che fanno e disfano i letti e puliscono il culo ai pazienti che non sono più in grado di farlo da soli. C’è qualcosa che mi sfugge, in tutto questo vivere lontana dalla realtà. Una volta che ci sei dentro, la normalità sembra una condizione per privilegiati. Non mi sento sfortunata. Faccio parte di quella schiera di persone che ha smesso di guardare verso il basso. Non mi interessano i vestiti che indosso e non voglio sapere che tempo farà domani. Cerco solo di sopravvivere.

Dopo una laurea con tesi in criminologia e un esordio letterario nel noir, (per Newton Compton ha pubblicato L’inferno avrà i tuoi occhi, storia basata su fatti realmente accaduti legati all’omicidio rituale di una suora, più altri racconti in antologia) Silvia Montemurro si confronta con il new adult, genere se vogliamo lontano dal precedente, ma non privo di spunti interessanti se si riescono a evitare i cliché più abusati. E l’anima noir della Montemurro sembra emergere anche quando si parla di una storia d’amore tra due ragazzi ventenni. Se non amate il genere new adult, (sono romanzi che narrano storie appunto per un pubblico più maturo dei young adult – lettori dai 14 ai 21 anni -, non prive di contenuti sessualmente espliciti) forse non lo accluderete alle vostre letture, ma è interessante vedere l’evoluzione di questo genere contaminato con il sick lit, genere assai diffuso in questi ultimi anni che vede se mai il suo capostipite cinematografico in un film di grande successo degli anni ’70 come Love Story, con una splendida Ali MacGraw e un allora giovanissimo Ryan O’Neal. Gli ingredienti c’erano tutti: le differenze sociali, l’amore, la malattia, le lacrime, il dramma. Da allora come si suole dire di acqua ne è passata sotto i ponti, ma il meccanismo narrativo a lungo rodato è stato riproposto in numerose varianti sempre con discreto successo trovando nuova linfa e nuove possibilità espressive. Tutto dipende naturalmente dalla sensibilità dell’autore che tratta questi temi, dall’evitare con cura la pornografia del dolore, e la Montemurro si dimostra un’ ottima indagatrice della psiche, specialmente dei ragazzi alle prese con il primo o per lo meno i primi amori. Il libro di cui parlo è Cercami nel vento, edito da Sperling & Kupfer, romanzo arrivatomi su consiglio dell’addetta stampa che me l’ ha proposto. Ammetto che non è una lettura che avrei scelto spontaneamente, non leggo di norma new adult, pur tuttavia a volte il genere a cui un libro appartiene passa in secondo piano rispetto alla qualità della scrittura, alla capacità di intrattenere e far anche riflettere (e perché no, sorridere), all’ originalità con cui si trattano alcuni temi per certi versi anche usurati. E queste ultime qualità sembrano presenti in questo libro insolito e anche perché no, commovente. Cercami nel vento ci narra la storia di due ragazzi, Teo e Camilla, che casualmente si incontrano, si innamorano, e insieme affrontano le prove della vita (prove che mettono a dura prova il loro amore e la fiducia reciproca). Una storia semplice quindi, classica per molti versi, unita all’amore per la musica, la ragazza studia al Conservatorio (e chiama per nome il suo violino), e a un pizzico di eros, sempre nei limiti del buon gusto e scevro di volgarità. Un libro che tratta argomenti molto dolorosi con sensibilità e dignità, trasmettendo sensazioni e sentimenti positivi: il coraggio e la lotta contro la malattia, l’amicizia, l’amore, la voglia di felicità, la meraviglia, e molto altro.

Silvia Montemurro è nata a Chiavenna la notte di San Lorenzo del 1987. Si è laureata nel 2011 con una tesi in Criminologia, riguardante l’assassinio di suor Maria Laura Mainetti. Ha partecipato nel 2010-2011 alla XIV edizione del corso RAI Script Fiction per sceneggiatori. Oltre ai libri, ama la danza, gli asini e i viaggi: è ancora alla ricerca di un posto da chiamare casa. Insegna teatro nelle scuole, fa la correttrice di bozze e scrive romanzi brevi per una rivista femminile. Il suo romanzo d’esordio, L’inferno avrà i tuoi occhi, pubblicato nel 2013 da Newton Compton, è stato segnalato dal comitato di lettura del Premio Calvino.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Fiammetta Biancatelli

23 febbraio 2016 by

unnamedBenvenuta Fiammetta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Sei nata a Roma, ti sei laureata in Lingua e Letteratura spagnola, per alcuni anni hai fatto la traduttrice, sei stata una dei cinque fondatori di nottetempo, per più di sei anni sei stata responsabile dell’ufficio stampa della Newton Compton Editori, da poco hai fondato l’agenzia letteraria Walkabout Literary Agency insieme a Ombretta Borgia e Paolo Valentini. Insomma hai “giocato” in quasi tutti i ruoli dell’editoria, che bilancio ne trai, cosa ti ha dato più soddisfazione?

R- Sono state esperienze diverse ma complementari tra loro, tutte molto formative sia da un punto di vista umano che professionale. Impossibile dire quale mi abbia dato maggior soddisfazione. Anzi proprio in virtù di aver operato nei diversi ruoli dell’editoria, ho potuto scommettere su una nuova avventura. La somma di quelle esperienze diverse mi ha portato a a fondare l’agenzia letteraria dove le competenze necessarie sono molto variegate. Tutte le esperienze del passato si sono rivelate preziose e importantissime. Dall’esperienza che un traduttore fa nella profondità di un testo letterario, alla conoscenza a 360 gradi di come opera una casa editrice, fino ad adattare le strategie di addetto stampa alle politiche di un editore molto aggressivo e capace nella promozione e nel marketing. Ciò nonostante, il progetto di Walkabout literary agency non sarebbe stato possibile senza le sinergie con Ombretta e Paolo, siamo un team complementare e affiatato che ci sta permettendo di dare all’agenzia un’identità specifica e solida.

Data la tua variegata esperienza (traduttrice, editore, addetto stampa, agente letterario) si può dire che i libri sono al centro della tua vita e così gli autori. Che legame deve crearsi tra tutte le varie componenti perché un libro sia un successo, o è solo merito del caso? Quando mi faccio questa domanda io penso sempre alle varie Sfumature.

R- Parlare oggi di successi editoriali è un terreno minato, stiamo assistendo a casi letterari che di letterario hanno davvero poco. Lavorando nel settore ne dobbiamo prendere atto senza smettere di lavorare con passione nei libri in cui crediamo. Come agenti siamo molto attenti a intercettare quelle originalità che hanno il potenziale del successo, ma sempre secondo un nostro criterio che non trascende mai dalla qualità. Non riusciamo a innamorarci di un testo che non abbia una forte autenticità nella trama o nello stile, e siamo sempre alla ricerca di voci narrative nuove, declinate naturalmente nei diversi generi destinati a lettori diversi.

In questo particolare periodo perché aprire una nuova agenzia letteraria, in cosa si differenzia la vostra da tutte le altre?

R- Quando due anni fa abbiamo fondato l’agenzia letteraria era un momento delicatissimo, l’editoria stava attraversando una crisi importante e con consapevolezza, abbiamo corso dei rischi. La nostra decisione però si fondava esattamente su un ragionamento che interpretava la crisi come una opportunità. Proprio perché l’editoria attraversava una fase di grande incertezza, con snellimenti di personale all’interno delle case editrici, tagli radicali, ridimensionamenti di ogni genere, abbiamo voluto conformare la nostra agenzia tenendo conto delle molte esigenze che sarebbero emerse tra gli autori, ma anche tra le case editrici. Infatti, non ci occupiamo soltanto di intermediazione dei diritti in Italia e all’estero, ma il nostro lavoro con gli autori comincia molto prima, spesso nelle prime fasi di ideazione, stesura ed editing del testo, lo affianchiamo e ci lavoriamo, spesso anche a contratto già chiuso, e lo seguiamo nei diversi passaggi fino alla pubblicazione, senza trascurare la fase promozionale, attraverso il lavoro di ufficio stampa e promozione.

Il compito dell’agente letterario come è cambiato negli anni? Come selezionate i vostri autori? Prediligete legami più personali, o unicamente professionali?

R- In Italia la figura dell’agente letterario ha faticato a radicarsi e fino a pochi anni fa ancora molti scrittori affermati non avevano un agente, per non parlare degli scrittori emergenti. A torto si è creduto che un agente servisse nel momento in cui uno scrittore si affermava o riscuoteva un certo successo di vendite. Un errore di valutazione che ha pregiudicato e danneggiato molti autori senza esperienza che, pur di essere pubblicati, hanno firmato i loro primi contratti molto sbilanciati a favore dell’editore o hanno esordito con editori che non hanno saputo sfruttare al meglio il loro potenziale. I nostri autori li selezioniamo a partire da un unico criterio: noi dobbiamo credere in loro, nelle loro potenzialità, che siano autori letterari, commerciali, di narrativa o saggistica o varia. Ci dobbiamo credere. Le nostre scelte sono sempre il frutto di un confronto tra noi tre soci e di attente valutazioni.

L’agente letterario, generalizzando vende diritti e tutela l’interesse degli autori. Nella tua esperienza ci sono autori da evitare, così come case editrici?

R- Il rapporto con gli autori è uno degli aspetti più belli del nostro lavoro, perché il sostegno e la tutela che un agente garantisce all’autore non può essere soltanto professionale. Noi rappresentiamo gli autori e le loro opere quindi interagiamo con la loro creatività e con il loro ingegno. E dato che l’obiettivo dell’autore coincide perfettamente con l’obiettivo dell’agenzia, è fondamentale che si crei un legame di fiducia reciproca e di stima. In ultima istanza il nostro è sempre un lavoro di squadra.
Come nella vita, capita sempre qualche brutta esperienza.

Immagina che un esordiente ti mandi in valutazione un testo molto letterario, con una spiccata voce personale, oggettivamente bello, ma di nicchia e poco commerciale. Cosa fai?

R- Ci è capitato naturalmente di ricevere testi molto letterari con poche possibilità di trovare un editore. Ma quando un testo ci seduce, ci scommettiamo comunque, senza mai nascondere all’autore le difficoltà che dovremo fronteggiare. A volte abbiamo fatto centro, a volte no. Non vogliamo abbandonare questa linea, è il nostro stile e non potremmo lavorare diversamente.

In che misura varia il mondo letterario italiano da quello estero? Trovi in realtà grandi differenze? C’è più professionalità all’estero, per meglio dire ognuno è più specializzato nel suo settore?

R- Una delle maggiori differenze che avvertiamo quando ci confrontiamo con gli editori stranieri riguarda proprio il coraggio di scommettere su nuove voci che si discostano dai generi di recente successo. In Italia ci è capitato che ci abbiano detto “questo genere non vende” e dall’estero ci annunciano un nuovo caso editoriale proprio di quel genere. Sicuramente il nostro mercato oggi così compresso è molto condizionato dal risultato economico e chi sceglie i libri deve poter garantire un successo di vendite. Così proliferano libri che imitano i successi. Ovviamente anche in Italia ci sono editori che cercano di tenersi distanti da queste logiche e continuano ad offrire ai lettori testi di qualità con una certa dose di innovazione, ma ovviamente l’obiettivo del profitto è quello che predomina sopratutto nella grande editoria.
Certo, se pensiamo agli editori che hanno fatto l’editoria italiana dagli anni ’50 in poi, e ai grandi scrittori italiani della seconda metà del ‘900 – che oggi faticherebbero a trovare un editore – ci accorgiamo dell’enorme differenza. Ma queste trasformazioni rispondono a una società che ha cambiato ideali, linguaggi e stili di vita a grandissima velocità, e non possiamo non tenerne conto.

Hai appena lanciato una nuova iniziativa editoriale dell’agenzia, ce ne vuoi parlare?

R- In occasione del secondo compleanno di Walkabout literary agency abbiamo aperto un canale di Amazon-Kindle: e-Walkabout nasce con 5 collane in formato digitale a prezzi accessibili. Per tutti i gusti. Dalla narrativa di genere a quella letteraria, dalla saggistica alle short stories. Un catalogo di autori e autrici su cui scommettiamo. Usciranno con cadenza mensile a € 2,99. I primi tre titoli sono già online.

La serietà, l’esperienza, la professionalità sono elementi sempre più difficili da trovare, c’è molto pressappochismo e incompetenza. Questo queste ultime danneggiano l’editoria, e c’è un modo per difendersi?

R- Come nella vita, anche nel settore dell’editoria credo che l’unico modo per difendersi dall’incompetenza è imparare a riconoscere dove c’è veramente onestà e professionalità. E riferendomi agli autori emergenti, consiglierei di non avere fretta di raggiungere l’obiettivo di pubblicare, ma cercare vie e professionisti in grado di contribuire costruttivamente al loro progetto, anche se a volte significa andare incontro a rifiuti e delusioni.

Cosa pensi del mondo dei blog letterari, è un universo che in parte conosci, per i tuoi anni in Newton Compton, che idea te ne sei fatta?

R- Come ufficio stampa ho sempre collaborato volentieri con i blog letterari, anche negli anni in cui non avevano la forza promozionale che hanno adesso. Ora per promuovere i libri è imprescindibile occupare anche questi spazi, spesso in mano a persone competenti e attente. La rete come sappiamo è diventata un luogo di primaria importanza per raggiungere i lettori, così come i social network.

Quando parlano di crisi dell’editoria, testimoniata da studi, sondaggi e statistiche, ci credi completamente? Quali sono i mali maggiori, le cose a cui si può porre ancora rimedio?

R- Come ho detto in una risposta precedente, la crisi, che è innegabile, ha contribuito a tagli e ridimensionamenti, sovraccaricando di conseguenza i professionisti che lavorano nel settore. Gli spazi per le scommesse letterarie si sono notevolmente ridotti, così come la capacità per un editore di promuovere e seguire un libro nei mesi successivi alla sua pubblicazione. Noi nel nostro piccolo cerchiamo di colmare queste mancanze.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R- Walkabout literary agency ha soltanto due anni e sta camminando di buon passo. Non ho altri progetti se non far crescere e avanzare l’agenzia. Parafrasando il significato del nome che abbiamo scelto per l’agenzia, direi che continueremo a cercare, per e con i nostri autori, “le vie del canto…”.

:: Girl gang – Ashley Little (Unorosso, 2016) a cura di Micol Borzatta

23 febbraio 2016 by
ash

Clicca sulla cover per l’acquisto

Mac, Mercy, Z, Kayos e Sly Girl sono quattro ragazzine di quindici e sedici anni. Tutte con una storia particolare alle spalle. Mac e Mercy sono appena uscite da una gang che voleva farle prostituire, Sly Girl è un’ex tossica pelle rossa con il volto sfigurato da un colpo di pistola, Kayos madre di una bimba di tre anni il cui padre biologico è il suo patrigno e Z una cinesina di buona famiglia che non accettano il fatto che sia una writer, ovvero colei che fa murales in giro per la città.
Insieme però sono una famiglia, insieme sono una banda, insieme sono le Black Roses.
Tutto sembra andare per il meglio, fanno i loro colpi, i loro spacci, non pestano i piedi a nessuno e nessuno sembra dar loro fastidio, fino a quando la vecchia gang di Mac e Mercy non entra nel loro rifugio e si porta via tutto quanto.
Le ragazze si sentono perdute, Mercy decide di compiere un colpo che le farà recuperare tutti i soldi persi, rapire la figlia di Kayos e chiedere un riscatto al patrigno che è ricchissimo.
Purtroppo le cose non vanno come programmate e un triste epilogo aspetta le ragazze. Solo Sly Girl riesce a dare un cambio alla sua vita.
Un romanzo molto intenso che anche se ricorda molto i film Diamante Nero e Foxfire – ragazze cattive riesce a raccontare le vicende di strada con uno stile tutto nuovo.
Appena si inizia la lettura si può notare subito la suddivisione della storia; infatti ogni capitolo è raccontato in prima persona da una delle ragazze, facendo uscire così allo scoperto il loro pensiero, il loro carattere, la loro personalità e la loro psiche. Ogni tanto, tra una serie di capitoli e un’altra, c’è un capitolo dove la voce narrante è Vancouver. Esattamente, proprio la città, che narra alcuni fatti importanti, alcune scenografie utili per capire il mondo in cui si muovono le ragazze, come se vivesse di vita propria.
Il tema raccontato è un tema sempre molto odierno e presente, il tema della violenza delle strade, la vita nei sobborghi americani, la droga, la delinquenza. Un mondo spesso invisibile anche se molto presente. Un mondo che tutti sfuggono e a cui nessuno interessa, un mondo a cui voltiamo sempre le spalle e spesso con aria schifata, ma un mondo che purtroppo esiste.
La narrazione all’inizio del libro sembra quasi lenta, si inizia a conoscere le ragazze, iniziano a conoscersi tra di loro, ma sembra che non avvenga nulla di avvincente, sembra come se il tutto non avesse fine, ma è solo una sensazione errata causata da un pregiudizio intrinseco in ognuno di noi, che ci porta a pensare subito che trattandosi di ragazze perdute allora deve scapparci subito il morto o qualche altro guaio. Invece niente di tutto questo, per lo meno all’inizio, ma la lettura è comunque avvincente proprio perché ci porta ad avvicinarci piano piano e sempre più intensamente alle ragazze, ci porta ad amarle, a conoscerle, quasi fossimo anche noi una parte di loro e loro una parte di noi.
Un romanzo assoluto, appassionante, commovente, che sa rapire e lasciare alla fine un amaro e un vuoto accompagnati a un’estenuante voglia di piangere.

Ashley Little è nata in Canada, Calgary, Alberta, nel 1983. E’ un’autrice di libri per bambini e adulti. Ha conseguito una laurea in scrittura creativa e cinematografia presso l’Università di Victoria. Il suo primo romanzo , PRICK: Confessions of a Tattoo Artist (Tightrope Books, 2011) è stato finalista per il ReLit award e opzionato per il cinema.  The New Normal ( Orca , 2013) ha vinto il Sheila A. Egoff Children’s Literature Award. Terzo romanzo di Ashley, Anatomy of a girl gang ( Arsenal Pulp Press , 2013 ) , ha vinto il Premio Fiction Ethel Wilson, è stato finalista nell’importante Vancouver Book Award 2014 ed è stato opzionato per la televisione. Ashley vive attualmente nella Okanagan Valley (British Columbia, Canada) dove sta completando i suoi studi. Ambientato nelle strade della downtown East Side di Vancouver, Anatomy of a Girl Gang  segue le tragiche gesta di un gruppo di ragazze di strada, profondamente turbate.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Unorosso.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.