:: Stella, babbo e papà, Miriam B. Schiffer (Gallucci editore, 2016) a cura di Viviana Filippini

22 febbraio 2016 by
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Di prossima uscita per Gallucci editore, Stella, babbo e papà, scritto da Miriam B. Schiffer, illustrato da Holly Clifton-Brown, è un libro che con delicatezza e intelligenza spiega le unioni civili ai più piccoli. La trama ha per protagonista la piccola Stella, una bambina dai capelli tra il biondo e il rosso, simpatica, vivace e spensierata che vive con il suo babbo e il suo papà. La coppia le dà tutto l’amore di cui lei ha bisogno, ma per la piccola la situazione si complica quando nella sua classe si organizza la Festa della mamma. Carmen, Leo e Jonathan sono certi che le loro mamme saranno felici di partecipare all’evento ma, Stella è un po’ triste, perché lei la mamma non ce l’ha. Questo scatena la curiosità dei compagni di classe che le domandano chi la aiuta a fare i compiti, chi le rimbocca le coperte, chi la accudisce quando è malata e chi le legge le fiabe della buona notte, visto che una mamma lei non ce l’ha. Grazie alla simpatica combriccola di parenti, formata dai nonni, dagli zii e dai suoi due bei papà, Stella riuscirà a far capire a tutti quanti i suoi compagni di scuola che, accanto alle famiglie “tradizionali” dove ci sono una mamma e un papà, esistono altri nuclei familiari, dove i genitori possono essere due mamme o, come nel suo caso, due papà. Il libro della Schiffer racconta con una purezza cristallina e garbo il tema della diversità e lo fa attraverso la vicenda di una bambina – Stella – che con intelligenza e simpatia dimostra come anche nelle famiglie dove i genitori sono dello stesso sesso, c’è tanto amore. La cronaca italiana di questi giorni ci racconta gli infiniti dibattiti e accese discussioni, dentro e fuori dal Senato della Repubblica Italiana, sul disegno di legge riguardante le unioni civili, presentato dalla relatrice PD Monica Cirinnà. Questo primo libro l’infanzia della Schiffer è importante, perché vuole raccontare ai lettori bambini e, aggiungerei, anche agli adulti, come si vive in una famiglia dove i genitori sono dello stesso sesso, nell’intento di aiutare a comprendere e a rispettare la diversità del prossimo. Stella, babbo e papà, grazie anche alle immagini di Holly Clifton-Brown, è un libro che vuole guidare le persone alla tolleranza e al rispetto del prossimo diverso da noi, e lo fa dimostrando che l’amore donato alla piccola Stella dai suoi due papà è identico a quello che riceve ogni altro bambino, nato e cresciuto in una famiglia dove ci sono una mamma e un papà.

Miriam B. Schiffer, scrittrice newyorkese, si è laureata in Scrittura creativa alla Columbia University. Vive a Brooklyn con il marito Simon, dal quale ha avuto due gemelli. Stella babbo e papà è il suo primo libro per bambini.

Holly Clifton-Brown è cresciuta nella campagna inglese. Da piccola amava guardare i disegni nei libri. A un certo punto ha messo in valigia le matite colorate ed è andata a studiare Illustrazione alla University of West England. Oggi vive a Londra e pubblica libri per l’infanzia.

Source: libro inviato al recensore dall’editore, ringraziamo l’Ufficio stampa Gallucci Editore.

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:: Omicidio in Darsena, Fiorenza Giorgi e Irene Schiavetta, (Fratelli Frilli, 2016) a cura di Micol Borzatta

22 febbraio 2016 by
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Savona. Vigilia di Ferragosto. Un cadavere viene ritrovato in mare mentre la popolazione immerge i tradizionali lumini. Poche ore dopo una Mercedes in retromarcia, guidata da un uomo e una donna, finisce sulla pensilina di uno yacht. A causa dell’urto il bagagliaio si apre e si scopre un cadavere, mentre i due conducenti spariscono subito dopo l’impatto. L’auto risulta a noleggio e il nome a cui è stata noleggiata è quello del primo cadavere: Miguel Espinoza, un noto trafficante di cocaina.
Il sostituto procuratore Ludovica Sperinelli, insieme al tenente dei Carabinieri Niobe Bassani e al Dirigente della Squadra mobile Giulia Rosello, si ritroverà a indagare su entrambi gli omicidi.
Un romanzo che ha tutte le caratteristiche del noir, anche se le autrici hanno avuto l’ottima inventiva di non usare la canonica scaletta.
Gli eventi infatti non sono raccontati nel solito modo a cui siamo abituati, il ritrovamento dei cadaveri avviene subito all’inizio, insieme alla scoperta dell’identità e del collegamento tra i due casi. Subito nelle prime pagine si scopre anche chi è il colpevole del primo cadavere, ma questo non toglie assolutamente la curiosità del lettore e la voglia di andare avanti nella lettura. Tutto questo grazie ai misteri nascosti che le autrici hanno mantenuto, pur dando subito molte informazioni che normalmente verrebbero alla luce solo a fine libro.
Le descrizioni sono talmente dettagliate che sembra di essere fisicamente a Savona e nella Costa Azzurra, anche senza esserci mai stati davvero.
L’escalation di suspance e colpi di scena rendono la lettura avvincente, rapendo il lettore a tal punto che gli risulta difficile staccarsi dalle sue pagine, e la scelta di formato avuta dagli editori, ovvero un formato tascabile, aiuta il lettore che può portarselo sempre con sé e approfittare di ogni momento per immergersi nella lettura.

Fiorenza Giorgi nasce e vive a Savona. Da molti anni lavora in magistratura e attualmente ricopre l’incarico di Giudice per le Indagini Preliminari. Appassionata di musica lirica e tradizioni liguri, ha al suo attivo tre raccolte di modi di dire savonesi. Insieme a Irene Schiavetta ha già scritto Morte al Chiabrera e La sala nera.

Irene Schiavetta vive a Savona. Musicista e pianista ha svolto attività concertistiche per poi approdare come docente al Conservatorio. Ha al suo attivo diverse commedie brillanti, racconti e libretti. Ha scritto libri di didattica pianistica e opere di letteratura italiana. Insieme a Fiorenza Giorgi ha già scritto Morte al Chiabrera e La sala nera.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Fratelli Frilli.

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:: La via oscura, Ma Jian (Feltrinelli, 2015) a cura di Andrea D’Angelo

19 febbraio 2016 by
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Ricordo che da bambino mi spiegarono che scientificamente, o per meglio dire, secondo una certa visione scientifica, lo scopo della vita sarebbe la riproduzione, in altre parola la conservazione della specie stessa.
In questo senso, se l’uomo è visto nel suo essere anch’esso animale, condividerebbe con tutte le altre specie lo stesso unico scopo. Per chi invece vede l’uomo diverso dalle altre specie l’esistenza dell’essere umano sarebbe votata ad altro, un qualcos’altro di indefinito, che quasi si definisce nel divenire stesso.
Quale sarà allora poi veramente il quid che identifica l’importanza per l’uomo di avere figli e quanti se ne vuole? La vicenda di Meili e Kongzi ne La via oscura (Feltrinelli 2015) di Ma Jian mi è sembrata articolarsi su questa domanda. Lo spirito bambino che li guarda da fuori non sembra voler sapere altro.
Il contesto è la ben nota politica del controllo delle nascite nella Repubblica Popolare Cinese. Su questo sfondo si scontrano i bisogni materiali di un Paese dal pugno duro, che propaganda la necessità di essere di meno per essere tutti più ricchi e quelli dell’uomo in quanto uomo, oltre tutte le sue specificazioni e desideri del singolo. È un’entità singola e plurale allo stesso tempo, che a volte si avvale degli ideale della tradizione confuciana e a volte solo delle idee di un presunto buon senso, che a volte predilige il bisogno di un figlio maschio e a volte di un figlio, che anche se figlia, realizzi il sogno di un appagamento presente e futuro. La via oscura è però anche la storia di un viaggio, pieno di riferimenti simbolici tra antico e moderno, che finisce spesso per trasfigurare inferni d’inquinamento in paradisi artificiali.
Sul finire della politica del figlio unico Ma Jian si interroga, attraverso questo viaggio, sul senso materiale e astratto dei bisogni umani, lasciandosi dietro di sé più domande che risposte.

Ma Jian è nato in Cina, a Qingdao, nel 1953. Ha lavorato come riparatore di orologi, pittore di poster di propaganda e fotoreporter per una rivista diretta dallo stato. A trent’anni, abbandona il lavoro e viaggia per tre anni attraverso la Cina, un viaggio poi descritto nel suo libro Polvere Rossa (Neri Pozza, 2002). Nel 1987 pubblica la raccolta di racconti sul Tibet Tira fuori la lingua (Feltrinelli, 2008), libro che gli costa la condanna pubblica del governo cinese, il bando delle sue opere e lo spinge all’esilio a Hong Kong. Dopo la restituzione dell’isola alla Repubblica Popolare Cinese, si trasferisce in Europa, prima in Germania e poi a Londra dove vive tuttora. Malgrado le sue opere non possano essere pubblicate in Cina, Ma Jian ci torna regolarmente. Per Feltrinelli sono usciti: Spaghetti cinesi (2006), Tira fuori la lingua (2008), Pechino in coma (2009) e La via oscura (2015).

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Chiara dell’ Ufficio stampa Feltrinelli.

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:: Era la Milano da bere – Morte civile di un manager, Alessandro Bastasi (Fratelli Frilli, 2016)

18 febbraio 2016 by
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Che Milano non sia più la Milano da bere della pubblicità dell’Amaro Ramazzotti, emblema dei craxiani e rampanti anni Ottanta, sembra un dato di fatto, quasi un mantra da ripetere in questi anni di recessione e di crisi economica, che sembrano travolgere tutto e tutti, diffondendo la povertà in strati sociali un tempo immuni. Disoccupazione, licenziamenti, ditte che falliscono, imprenditori che si suicidano, ormai non si contano sui giornali episodi di questo tenore, che a ben vedere non fanno neanche più notizia tanto sono la normalità. E proprio da quel vecchio slogan pubblicitario entrato nell’uso comune  Alessandro Bastasi ha preso spunto per il titolo del suo nuovo noir, Era la Milano da bere – Morte civile di un manager, edito da Fratelli Frilli editore.
Un noir insolitamente duro, cattivo, per certi versi anche sgradevole nel caratterizzare gli aspetti sgradevoli di una società sempre più gretta e in declino. Il materialismo edonista, il carrierismo rampante, l’usare come trofei i beni di lusso di una società vuota e patinata, tutt’apparenza come uno spot pubblicitario di Adrian Lyne, sembrano realtà che continuano ad esistere nei loro aspetti più deleteri, deprivate e svuotate dalla ricchezza e dall’ottimismo che tali cose ancora possedevano negli anni del boom, nell’Italia degli yuppie, modello sociale rubato oltre oceano.
La crisi ha lasciato in piedi solo i fondali di carta pesta della Milano da bere, le ombre di un’ impalcatura ormai arrugginita, come in un’ immensa terra desolata senza speranza di riscatto. E Bastasi in questo scenario mefitico, e per certi versi tragicamente grottesco che è ormai la realtà di tutti i giorni, ambienta la storia tragica e disperata di Massimo Gerosa, ex-manager in carriera, pieno di quei vecchi sogni e valori, anacronistici e ormai inutili. Vive in una Milano che non c’è più Massimo Gerosa e quando un tragico giorno la sua azienda, un colosso dell’informatica, lo mette alla porta, licenziandolo senza motivo apparente, per lui è la fine, l’inizio di una discesa, non solo economica, verso il baratro, perché non si limitano a licenziarlo ma mettendo in circolazioni un video in cui fa uso di cocaina, gli pregiudicano ogni possibilità di trovare lavoro altrove.
Perderà quindi il lavoro, la casa, la famiglia (moglie e figlia), le illusioni di ricchezza e di successo, finirà a dormire nel suo SUV (un tempo status symbol per eccellenza) come un barbone, finirà per diventare tutto ciò che aveva sempre disprezzato, l’ultimo ingranaggio della scala sociale, il fallito per eccellenza. Poi un giorno una specie di ancora di salvataggio gli arriva da chi non se l’aspetta, un’ offerta di lavoro come guardiano notturno nella sede di un movimento di estrema destra. Finalmente un tetto di nuovo sulla testa e un odio condiviso fatto di razzismo e di antisemitismo. Vendicarsi, già vendicarsi sarebbe una buona ragione per vivere ancora se lui fosse un guerriero, ma già fatica a capire come tutto ciò sia potuto succedere, fatica a capire chi possa averlo odiato tanto da architettare la sua morte civile e soprattutto perché Roberto Modigliano, il padrone della sua ex azienda, si sia prestato a questa farsa del licenziamento. Scoprirà tutto Massimo Gerosa, anche le ragioni più inconfessabili, i ricatti, il marcio dietro le reputazioni più irreprensibili, e naturalmente gli servirà a poco.

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore teatrale, a Venezia ha recitato al teatro Ridotto con il mitico Gino Cavalieri, ha continuato in seguito a calcare le scene fino all’ultima partecipazione nell’atto unico Virginia (2010) di Giuseppe Battarino e altri. Nella seconda metà degli anni ’70 ha scritto numerosi articoli di argomento teatrale per riviste del settore (“Sipario”, “La Ribalta”). Tra il 1990 e il 1993 ha vissuto a Mosca. Gli avvenimenti di quegli anni – di passaggio dall’URSS alla nuova Russia – gli hanno dato materia per il suo primo romanzo La fossa comune, pubblicato nel 2008 e ambientato nella capitale russa. In seguito ha dato alle stampe: La gabbia criminale (romanzo, Eclissi Editrice 2010), Città contro (romanzo, Eclissi Editrice 2011), Ologrammi (racconto, MilanoNera Edizioni 2012), La caduta dello status (racconto pubblicato sul quotidiano “Il Manifesto” 2012), Cronaca di un’apocalisse annunciata (racconto, nell’antologia Cronache dalla fine del mondo, Historica Edizioni 2012), La scelta di Lazzaro (romanzo, Meme Publishers editore 2013), Milan by night (racconto, nell’antologia Una notte a Milano, Novecento Editore 2014). Altri racconti sono presenti in vari siti letterari.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampa Fratelli Frilli.

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:: Aenigma, Lorenzo Beccati (Nord edizioni, 2016) a cura di Micol Borzatta

18 febbraio 2016 by
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Milano. In una banca quattro persone apparentemente normalissime, clienti abituali che tutti conoscono da anni, allo scoccare delle ore 15:00 tirano fuori mitragliette e iniziano a sparare ai poliziotti e a rapinare i cassieri. Dopo essersi fatti dare tutto il bottino lo consegnano a un uomo vestito tutto di nero con una riga bianca verticale sul torace, che invece di scappare di fa arrestare, però la macchina della polizia non arriverà mai in centrale.
Davide Ganz, commissario di polizia, viene incaricato di risolvere il caso.
Mentre inizia le indagini altri furti, perpetrati nello stesso modo, vengono portati a termine. Alla fine di ogni furto un solo messaggio: X FAM.
Con l’aiuto di Rabiaa, una ragazza berbera, Davide scopre che tutti i furti e il messaggio indicano dei collegamenti con Mesmer, colui che scoprì il sonnambulismo ipnotico.
In un alternarsi tra passato e presente Ganz e Rabiaa arriveranno a scoprire il colpevole.
Un romanzo entusiasmante, che ricorda un po’ Il circo fantasma di Barbara Ewing, romanzo in cui troviamo anche lì riferimenti al mesmerismo e a Mesmer.
Lorenzo Beccati, come prima di lui la Ewing riesce a trattare un argomento davvero molto complesso, con connotazioni storiche risalenti al 1700, usando uno stile narrativo molto leggero che riesce ad arrivare a qualsiasi lettore, insegnando molto della storia, raccontando fatti reali del passato, anche se molto romanzati, unendoli a fatti di pura fantasia ambientati nel presente, ma collegati con tale maestria da sembrare il normale continuum.
Descrizioni fatte dal punto di vista dei protagonisti permettono al lettore di immedesimarsi maggiormente, come se fosse lui in prima persona a vedere gli avvenimenti, portandolo così a vivere gli eventi con un’intensità da impedirgli di lasciare la lettura.
Un romanzo insolito e che pur unendo trame e argomenti già sfruttati in molti noir e thriller, sa essere rivoluzionario e stravolgente.

Lorenzo Beccati nasce a Genova nel 1955. Fin dagli anni ’80 è il più stretto collaboratore di Antonio Ricci, creando con lui i più celebri e trasmessi programmi televisivi di tutti i tempi. Con NORD Edizioni ha già pubblicato un altro libro Pietra è il mio nome. Aenigma è il suo secondo romanzo.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Barbara e Laura dell’ufficio stampa Nord.

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:: Né di Eva né di Adamo di Amélie Nothomb (Voland, 2008) a cura di Giulia Gabrielli

16 febbraio 2016 by
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Con uno stile sempre leggero, ironico, frizzante e coinvolgente Amélie Nothomb ci racconta del suo ritorno in Giappone una volta diventata adulta.
Amélie è una ragazza belga, nata in Giappone ma dal quale deve andare via a cinque anni, che ha deciso di tornare in quella che considera la sua patria; Rinri è un silenzioso ragazzo giapponese che studia il francese all’università e che ha un gran bisogno di lezioni supplementari.
La relazione tra i due è l’incontro di due culture diverse, l’una affascinata dall’altra, che trova subito la sua definizione nelle parole della lingua dell’altro:

«Quello che provavo per lui non aveva un nome in francese moderno, ma in giapponese sì, perché il termine koi gli si addiceva. Koi in francese classico si può tradurre con “diletto”. Mi procurava diletto. Lui era il mio koibito, colui con il quale condividevo il koi: provavo diletto in sua compagnia.»

Ed allo stesso modo Rinri usa il francese per le sue dichiarazioni di amore appassionato: «lui giocava all’amore, inebriato da questa novità, e io mi dilettavo del koi».
A legarli poi è anche il rapporto di amore profondo che entrambi hanno con le loro sorelle maggiori che vivono lontane, in Belgio quella di Amélie, in America quella di Rinri.
La vita di coppia dei due ragazzi si intreccia con la scoperta del Giappone da parte di Amélie: la scalata del monte Fuji, i quartieri di Tokyo, la gita sull’isola Sado e quella ad Hiroshima, i film del cinema classico giapponese e il cibo che le riporta i sapori dell’infanzia, in piena tradizione proustiana.
Il Giappone descritto dall’autrice è un mondo di cui anche lei è stata parte, ma non è il suo mondo; il suo è uno sguardo attento, ironico e consapevole, che non cade nella denuncia o nell’esaltazione di una cultura tanto diversa ed allo stesso tempo tanto familiare per lei.
In questo romanzo la Nothomb ci svela così un altro pezzetto della sua biografia, ma distinguere esattamente quale sia il confine tra la realtà e la licenza poetica, come sempre, non è  facile.
Né di Eva né di Adamo comunque è solo uno dei tre libri dedicati al sua rapporto con il Giappone: è successivo a Metafisica dei tubi, che racconta dell’infanzia dell’autrice in questo paese, e complementare a Stupori e Tremori, che invece racconta dell’orribile anno trascorso a lavorare in una grande azienda giapponese.
Dal romanzo inoltre è stata tratta una versione cinematografica nel 2014: Il fascino indiscreto dell’amore (Tokyo Fiancée) di  Stefan Liberski.

Amélie Nothomb è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967, figlia di un diplomatico belga, ha seguito il padre nel suo lavoro in Cina, America, Bangladesh e molti altri paesi. Oggi vive tra Parigi e il Belgio.
Ha debuttato come scrittrice nel 1992 con Igiene dell’assassino, suscitando l’entusiasmo del pubblico e conquistando milioni di lettori in tutto il mondo in pochi anni.
Vincitrice di numerosissimi premi letterari e tradotta in tutto il mondo, ha scritto a tutt’oggi ventidue romanzi, tutti tradotti in Italia da Voland, e prosegue nel suo intento di pubblicare un libro all’anno.

Source: acquisto del recensore.

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:: Imago Mortis, Samuel Marolla (Acheron Books, 2016) a cura di Micol Borzatta

16 febbraio 2016 by

indexMilano 2013. Augusto Ghites è un detective privato, il suo settore però è molto particolare. Lui infatti non risolve i casi indagando come tutti i poliziotti e i detective sono abituati a fare, ma lo fa sniffando o iniettandosi le ceneri dei defunti. Questa pratica letale per ogni essere umano, ad Augusti permette di incontrare gli spiriti dei defunti in modo da poterci dialogare e scoprire così ogni segreto che nascondono.
Il suo vecchio maestro però un giorno lo avvertì che il viaggio nel mondo dei morti però è a doppio senso, come lui poteva entrare, loro potevano uscire.
Capita proprio questo un giorno, mentre sta indagando sulla morte di una prostituta morta 65 anni prima, Rosa Colombo, detta Nanà.
Un caso che porterà Augusto a interrogarsi se sia il caso o meno di continuare con quella vita.
Un romanzo davvero fuori dai generi. Non molto lungo, con le sue 101 pagine lo si legge abbastanza velocemente, ma intenso.
Marolla sa in effetti come coinvolgere il lettore mischiando alla perfezione colpi di scena con momenti di suspance.
I personaggi sono descritti molto approfonditamente, dando quella sensazione di concretezza, come se si potessero toccare, e lo stesso avviene con gli ambienti.
L’atmosfera descritta è abbastanza lugubre, ma non eccessivamente, così che Marolla riesce a tenere il lettore in perenne stato d’animo di ansia e attesa, ma non lo terrorizza al punto da impedirgli di continuare la lettura.
Un romanzo travolgente che pur trattando un argomento lungamente sfruttato, i medium e i fantasmi, sa gestirli in modo totalmente nuovo creando un noir spettacolare.

Samuel Marolla nasce a Milano. Dopo essersi diplomato in sceneggiatura alla Scuola del Fumetto di Milano inizia a occuparsi di fumetto avventuroso e narrativa.
Nel 2007 inizia a lavorare con Edizioni XII.
Nel 2008 pubblica L’altalena, nel 2009 Archetipi e nel 2010 Carnevale.
Nel 2011 Edizioni XII pubblica la raccolta di racconti La mezzanotte del secolo.
Ha pubblicato anche con Mondadori nel 2009 Malarazza e nel 2012 Onryo, e ha iniziato come sceneggiatore con Sergio Bonelli Editore.

Source: ebook inviato dall’editore, ringraziamo Samuel dell’ufficio stampa Acheron Books

:: Orm il rosso. Le navi dei vichinghi (vol II), Frans Gunnar Bengtsson, (Beat 2015) a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2016 by
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Orm il rosso. Le navi dei vichinghi di Frans Gunnar Bengtsson è il seguito de Le navi dei vichinghi uscito nel 2014, sempre per Beat edizioni. Nella prima parte della saga Orm, figlio di Toste, aveva abbandonato, dietro forzatura, la propria terra danese finendo prigioniero in Spagna e, dopo la fuga, arrivando in Irlanda. Da qui il ritorno nelle proprie amate terre nordiche con una nuova fede, quella cristiana. La seconda parte dell’epopea di Bengtsson è ricca, come vuole il suo stile narrativo, di epiche avventure che Orm vivrà un po’ per mare e un po’ sulla terra. Questa volta Orm, per sfuggire all’ira funesta del re Sven, si recherà verso le terre nordiche di confine con tutta la sua famiglia. Accanto a lui la moglie Ylva, il religioso cattolico Vilibaldo, che durante la narrazione riuscirà a convertire molte persone al cristianesimo, gli amati cavalli e i cani della Scania. Nella nuova terra Orm costruirà una casa, dove la moglie darà alla luce le loro gemelle, e lui farà innalzare una chiesa per accogliere i fedeli. La prima parte del romanzo è abbastanza stanziale, nel senso che Orm è presentato mentre sta costruendo e dando forma al suo regno. Oltre alla vita della sua famiglia, al suo nascente reame, compaiono alcuni personaggi strani che vengono a fare visita al signore. Tra di loro due strambi giullari irlandesi e un prete molto tormentato, in fuga da se stesso e dai propri problemi. La seconda parte delle avventure di Orm è molto più dinamica, perché il guerriero parte per un lungo viaggio con il fine di recuperare l’oro bulgaro del fratello Are, rimasto vedovo e senza figli. Una volta compiuta questa missione, Orm tornerà a casa, ma al posto della tranquillità tanto desiderata, troverà altri problemi e spinosi grattacapi da risolvere, come nuovi nemici da affrontare, tra i quali figura pure quel prete che aveva perso se stesso e che ricomparirà sulla scena, ancora più traumatizzato e senza più fede in Dio. Orm il Rosso. Le navi dei vichinghi (vol II) di Bengtsson narra di un mondo e di epoche lontane, e lo fa attraverso la storia di un ragazzo – Orm il rosso- diventato un uomo potente e saggio, che ha sì combattuto, ma che ha anche saputo trovare pace e stabilità, grazie all’amore per la famiglia e alla fede in Dio. Il protagonista è maturato e questo essere diventato uomo completo è quel valore aggiunto che gli permetterà di affrontare con sicurezza le difficili situazioni che la vita privata e pubblica gli riserveranno. La saga dello svedese Frans Gunnar Bengtsson è curiosa, affascinate e di piacevole lettura, perché i due volumi (Le navi dei vichinghi e Orm il Rosso. Le navi dei vichinghi)trascinano il lettore in un passato lontano nel quale, grazie alle fantastiche avventure, si scopre che la convivenza tra culture, usi e costumi diversi era possibile. Traduzione Ada Arduini.

Frans Gunnar Bengtsson è stato uno dei maggiori poeti e scrittori svedesi. Saggista, si occupò di François Villon, Walter Scott e Joseph Conrad e scrisse una imponente biografia di Carlo XII, il re svedese. Il libro che gli diede la fama fu però Le navi dei vichinghi, pubblicato in due parti nel 1941 e nel 1945.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’ufficio stampa BEAT.

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:: Fiabe in rosso, Lorenzo Naia, Roberta Rossetti (Verba volant, 2015) a cura di Elena Romanello

15 febbraio 2016 by
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Quante volte si è sentito dire che certi stereotipi sessisti contro le donne nascono proprio dalle fiabe classiche, o meglio da come sono state tramandate, che presentano l’altra metà del cielo come sottomessa, passiva e in cerca sempre e solo di un Principe azzurro che la salvi? Tante, troppe volte.
Per fortuna, molte fiabe sono state rilette in tal senso, ma si è trattato praticamente sempre di progetti rivolti ad un pubblico adulto, come il lavoro che fece per esempio Angela Carter nel suo Le fiabe delle donne.
Fiabe in rosso, uscito per Verba Volant con i testi di Lorenzo Naia e i disegni di Roberta Rossetti si rivolge invece ad un pubblico di bambini e bambine, anche se non fa male leggerlo se si ha qualche anno in più. Tra le pagine del libro si ritrovano una serie di fiabe della tradizione, con protagoniste femminili e da sempre icone di sottomissione e conformismo, rivisitate nel finale. Per cui Mignolina troverà qualcosa di meglio di un principino come lei, Cappuccetto rosso si salverà senza l’intervento del Cacciatore, Biancaneve salverà lei il principe, Rosaspina, cioè la Bella Addormentata, si sveglierà con l’aiuto di qualcuno di imprevisto e Raperonzolo non attenderà in eterno chiusa nella torre.
1Un modo efficace per scardinare gli stereotipi di genere e per rappresentare eroine che dicano ai bambini e alle bambine che non ci sono ruoli preordinati e che ognuno è padrone del proprio destino e di cosa vuole essere e diventare. Il tutto aiutato dai testi di Lorenzo Naia, che ha ideato il progetto la Tatamaschio, in cui vuole lottare contro luoghi comuni che perpetuano violenza, sopraffazione e stereotipi.
Interessanti anche i disegni di Roberta Rossetti, lontani dall’iconografia che vuole le principesse delle fiabe tutte perfette nella loro eterna attesa, con disegni più vicini alla sensibilità dei bambini e bambine più piccoli, con all’interno inserti di carta di giornale come aggancio alla realtà e alla cronaca.
Il richiamo al rosso, non certo un colore zuccheroso, rende omaggio ad uno dei più importanti progetti per i diritti delle donne portato avanti in questi anni, Zapatos Rojos di Elina Chauvet, per non dimenticare le donne morte in Messico nella zona di Ciudad Juarez e con loro tutte le donne vittime di violenza, una cosa che non è certo una fiaba.
Fiabe in rosso è un libro doveroso per i più piccoli e piccole, ma da leggere anche se si è più grandi, anche perché certi stereotipi inculcati a forza sono duri a morire, e anche in età adulta possono creare non pochi problemi.

Lorenzo Naia è educatore e parent coach e coordina un centro educativo per bambini e ragazzi dai 2 ai 16 anni. Ha conseguito una laurea in psicologia della comunicazione ed ha approfondito le tematiche della psicologia dell’educazione e del disegno infantile.

Roberta Rossetti è illustratice e scenografa, laureata presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, con anche un diploma presso la sabauda Accademia Pictor in Illustrazione per l’infanzia. Gestisce laboratori di educazione all’immagine per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Verba volant.

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:: I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews (Marcos y Marcos, 2015) a cura di Federica Guglietta

15 febbraio 2016 by
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Finito di leggere più di un mese fa, questo libro che pare “scritto per dare forma a un dolore vero”- come si può chiaramente leggere in quarta di copertina -, ma non riuscivo proprio a parlarne, ad esternare tutto il bagaglio di emozioni, smarrimento ed empatia che mi aveva lasciato dentro.
Così me lo sono trascinato dietro per un po’ di tempo, presenza fissa sul mio comodino, nella borsa e persino nella valigia. L’ho spiegazzato, come si fa con qualcosa che non si capisce, l’ho trascurato per esorcizzarne il dolore, l’ho ripreso quando ho capito che potevo parlarne. Ma andiamo per gradi.
Vincitore del Premio Sinbad 2015 come miglior libro straniero, è il mio primo Toews. Esatto, prima di avere tra le mani I miei piccoli dispiaceri, io, Miriam Toews, non la conoscevo. Eppure ne ha scritti di libri prima di questo.
La mia personale iniziazione alla sua scrittura è avvenuta insieme a una trafila di dolori, come se gli amabili uccellini rappresentati su quella copertina neutra e pulita lasciassero in qualche modo presagire, con l’apparente calma, i loro colori vivaci e l’essere rivolti verso direzioni tutte diverse, un lieto fine per quei (già annunciati) piccoli dispiaceri. Titolo che è, tra l’altro, una citazione dotta, ripresa da un verso della poesia di Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem, in cui si legge appunto All My Puny Sorrows.
Come se, ammettiamolo, il dolore possa essere qualitativamente e quantitativamente piccolo, poi.
La piacevolezza della copertina, invece nasconde e tutela un racconto duro che vi rimarrà nel cuore con un tonfo secco e vi aprirà gli occhi: non sempre c’è una spiegazione agli eventi della vita, alcune cose sono così inspiegabilmente assurde da sembrare irreali, quando poi sono le più reali di tutte. Facevo male, eccome se facevo male, a non conoscerla, ma non quanto ne faccia questa storia. Ve l’assicuro.
I miei piccoli dispiaceri parla di tante cose. Di famiglia, una in particolare, quella di Elf e di sua sorella Yoli, legatissime seppur così diverse. Fanno parte di una comunità mennonita, hanno una grande famiglia, ma sono diverse. Di un amore, il loro, fraterno ed immenso che farà da contrappeso a scelte difficili. Di un dolore, unico e multiforme, totalizzante.
Elf, la sorella maggiore che di mestiere è pianista di successo con intelligenza fuori dal comune, è stanca. Elf vuole morire e vuole farlo proprio a sole due settimane da un tour molto importante. Yoli, che ci racconta la sua storia, è la sorella minore e problematica, con due figli avuti da due uomini diversi senza che sia mai stata sposata con nessuno dei due e una vita decisamente sopra le righe.

“Smettila soltanto di mentirmi su cos’è la vita, dice Elf.
Benissimo, Elf, smetterò di mentirti quando tu smetterai di cercare di ammazzarti.
Allora Elf mi dice che dentro di sé ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettere che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata.”

Elf vorrebbe essere portata in Svizzera, per finire lì i suoi giorni, lì c’è la possibilità di morire in pace, c’è l’eutanasia. Invece resta in Canada, a Toronto. Yoli vorrebbe solo strattonarla e portarla via, lontano dall’inquietudine che la sta dilaniando e annichilendo. Cerca di farlo consolandola e canzonandola, a volte la sgrida, spesso finisce per dirle: “Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?
Elf giace su un letto d’ospedale: ha tentato per la prima volta di togliersi la vita, ma non ce l’ha fatta.
Yoli ed Elf sono solo i tasselli principali di questa storia dalla trama esile, ma con un apparato di personaggi collaterali ricco e variegato, che dà perfettamente l’idea di quella che dev’essere la vita in una comunità che segue determinate regole e che probabilmente, non ha nel proprio codice comportamentale quell’insoddisfazione che caratterizza il presente di Elf. Difatti nessuno la comprende.
I miei piccoli dispiaceri è nato da un’esperienza autobiografica dell’autrice e racconta perfettamente il dolore e il nero della depressione, il male vero che si prova, senza giri di parole e inutili metafore. Il dolore è vero e percepito proprio perché è vissuto.
Un male raccontato in modo crudo e drammatico, ma che finisce per essere solo buffo e paradossale, inesorabilmente attaccato alla vita. Una scrittura che dà vita a personaggi veri quanto la loro sofferenza, nati dal ricordo personale e dalla voglia di farlo rivivere per trarne un insegnamento che sia utile ad altri, alla società, al mondo.
Consigliato a chi crede che non ci sia scampo, che finirà schiacciato dal peso della propria esistenza tanto da non poterci fare nulla. Perché, se è vero che si parla così tanto di morte, non ci si ritrova a fare altro se non desiderare di voler vivere ancora.
Traduzione di Maurizia Balmelli, immagine di copertina di Lorenzo Lanzi.

Miriam Toews nasce in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua ribellione. Il regista Carlos Reygadas la tenta con il cinema, nominandola sul campo protagonista di Luz silenciosa; la sua interpretazione è memorabile, ma il suo vero terreno rimane la scrittura. Un tipo a posto, il secondo romanzo, è pieno di tenerezza e comicità; Un complicato atto d’amore, best seller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue. In fuga con la zia si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize; Mi chiamo Irma Voth evoca la sua esperienza sul set di Luz silenciosaI miei piccoli dispiaceri è già un caso letterario: acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore o finalista dei più prestigiosi premi letterari, è segnalato tra i libri più belli del 2014 da The Globe and Mail, American Library Association, New Republic, iTunes Fiction Books, BuzzFeed, The Washington Post, Slate, KirkusReviews, The Daily Telegraph.

Maurizia Balmelli, nata e cresciuta a Locarno, ha studiato all’École Lecoq a Parigi e alla Scuola Holden a Torino. Collabora con varie case editrici italiane tra cui Einaudi, Adelphi, Rizzoli. Dal 2003 è titolare del corso di Traduzione dal francese presso la Scuola di specializzazione per traduttori editoriali gestita dall’Agenzia Tuttoeuropa di Torino. Tra gli autori tradotti Cormac McCarthy, Romain Gary, J.M.G. Le Clézio, Agota Kristof, Emmanuel Carrère, Jean Echenoz, Aleksandar Hemon, Martin Amis.

Source: acquisto personale in occasione di Più Libri Più Liberi – Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria (Roma, 4/8 dicembre 2015).

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:: Il fiume ti porta via, Giuliano Pasini (Mondadori, 2015) a cura di Federica Belleri

14 febbraio 2016 by
index

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Pontaccio è un piccolo paese nella Bassa emiliana. Siamo in agosto.  Il fiume con i suoi argini, grande e piccolo, lo minaccia ogni volta che si ingrossa. Fa rumore, ha una voce cupa, gorgoglia. Il suo suono entra nella testa e non se ne vá. Il commissario Roberto Serra è stato sospeso dal servizio. Il suo rapporto con Alice è ormai compromesso e la piccola Silvia gli manca terribilmente.  Il paesino è un luogo semplice.  Ci si divide fra bar, chiesa e trattoria. Esiste ancora una cabina del telefono! Fra alluvioni, zanzare, afa e nebbia, i pochi abitanti rimasti cercano di sopravvivere. Gli anziani giocano a carte, si cucina e si beve alla grande, il maresciallo gioca a fare lo sceriffo e i giovani sono colmi di rabbia e risentimento. In questo posto che sembra dimenticato dai più,  viene ucciso il dottor Gardini, detto “il re dei matti” e il commissario Serra si mette a indagare sulla sua morte, anche se non sarebbe autorizzato a farlo. Nonostante le ferie previste in agosto, si muovono i RIS di Parma e il piccolo agglomerato di case si trova i riflettori puntati addosso.

Giuliano Pasini,  dopo Venti corpi nella neve e Io sono lo straniero, ci ripropone il personaggio di Roberto Serra. Uomo particolare, fragile e complicato. Uno che mette “dopo”il lavoro,  affetti e sentimenti. Capace, per un brutto scherzo del destino, di vivere le vite degli altri, di rivedere omicidi e violenze, con gli occhi dell’assassino. Una “Danza” la sua, che spaventa e gli fa terra bruciata intorno. Serra si ritrova a scavare nella vita del dottor Gardini e di tutti i “matti” che aveva curato nel manicomio di Colorno. Cosa lo aspetta? Una sorta di percorso per essere accettato, visto che non è della zona. L’incapacità di fare una distinzione tra sani e matti, se non cercando di immedesimarsi. La paura di non riuscire a trovare un confine fra odio e amore. L’angoscia di dover affrontare una malattia o un ossessione.  La voglia di scoprire documenti del passato, custoditi nel buio, sottoterra. Il terrore dell’elettroshock. Chi uccide? Qualcuno ha bisogno di essere protetto? E da chi, forse anche da se stesso? Quanti vuoti affettivi da colmare, quante responsabilità evitate. Per quale motivo? Perché non ci si lascia andare in direzione della corrente, come fa il fiume? Perché vivere nel dubbio di essere stati ingannati? Il dolore non si allontana con l’alcol. Non serve coprire gli occhi con le mani per far finta di non vedere o per non essere scoperti. Il “brutto” va affrontato, prima o poi. Tanto arriva, ci presenta il conto, proprio come una piena, lasciando emergere quello che non ci piace, quello che non ci sembra giusto. Trovandoci impreparati, disarmati, ma più consapevoli. Buona lettura.

Giuliano Pasini è nato a Zocca (Modena) nel 1974 e vive a Treviso. Ha esordito nel 2012 con il romanzo Venti corpi nella neve (TimeCRIME) che ha ottenuto un notevole successo di pubblico. ‘Nuova stella del thriller italiano’ secondo Antonio D’Orrico del ‘Corriere della Sera’, ha pubblicato con Mondadori la seconda avventura di Serra Io sono lo straniero e partecipato all’antologia Alzando da terra il sole. I suoi romanzi, tradotti in Germania, Austria e Svizzera, si sono aggiudicati i premi Mariano Romiti, Massarosa, Provincia in giallo, Sapori del giallo, Lomellina in giallo.

Source: acquisto del recensore.

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:: Ellroy Confidential – Scrivere e vivere a Los Angeles, a cura di Tommaso De Lorenzis (minimum fax, 2015) a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2016 by
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Se amate James Ellroy è difficile che vi sia sfuggito Ellroy Confidential – Scrivere e vivere a Los Angeles, uscito lo scorso novembre per minimum fax a cura di Tommaso De Lorenzis. Beh se vi è sfuggito siete ancora in tempo per rimediare e farvi una full immersion nella vita, scritti e miracoli del demon dog della crime fiction statunitense. Ellroy Confidential contiene il meglio o per lo meno una selezione molto ragionata delle interviste che il nostro ha concesso negli anni a vari scrittori e giornalisti, partendo dalla prima che leggenda metropolitana vuole se la sia fatta da solo. James Ellroy è un buon soggetto da intervista, generoso, loquace, affatto refrattario a concedersi ed esporsi. Quanto gli piaccia essere intervistato non è dato sapere ma quello che è certo se serve a promuovere il suo culto maledetto ben venga, non si tira indietro, anzi collabora molto attivamente. Un po’ ingrandisce qualche episodio, stando a lui dovrebbe essere stato arrestato in gioventù una quantità spropositata di volte, quando la realtà ci indurrebbe alla prudenza e a ridimensionare un po’ le cifre. Ma se anche colorisce un po’ la realtà, e molte cose vanno prese col dubbio di inventario, più che un mentitore seriale è un ricordatore creativo, e soprattutto divertente. E’ piacevole leggere le sue interviste, quanto i suoi libri, solo che qui appunto ci sono due voci a confronto la sua e quella di un presunto antagonista, che quasi mai veste e calza il ruolo dell’inquisitore molesto. Ellroy porta l’intervistatore dove vuole lui, e raramente capita il contrario. Le parti più sincere e spontanee sono senz’altro quelle dedicate alla madre e alla sua morte. Ne parla senza reticenze, quasi come se avesse elaborato un lutto durato una vita, che continua tutt’ oggi ed è il carburante di cui si nutre la sua stessa creatività. Spesso si ha la sensazione che non sia così pazzo come il suo mito narra, e che si diverta piuttosto a spiazzare, disorientare e stupire i suoi interlocutori, sia che siano lettori storici dei suoi libri, che occasionali conoscenze da una notte e via. E’ molto più razionale e rigoroso di quanto gli piaccia far credere, come se un’anima d’acciaio lo sorreggesse e spingesse a un’autoanalisi feroce, strumento privilegiato che utilizza spavaldamente per migliorare sé stesso e il suo essere scrittore, a quanto pare la sola cosa che davvero lo interessi. Di aneddoti ce ne sono numerosi, alcuni gustosi, altri grotteschi, alcuni straconosciuti, altri che non avevo mai sentito, insomma ce ne è per tutti gusti e per tutti i gradi di conoscenza dell’autore. Non ci si annoia in sua compagnia, e soprattutto in controluce si vedono le ombre dei suoi libri che si muovono come fiamme. James Ellroy è un personaggio altrettanto stravagante quanto i suoi personaggi di carta e non è detto che non ci dedichi altrettanta cura nel costruirlo. Chi sia davvero Ellroy forse non lo sapremo mai, ma in fondo saranno pure affari suoi. Il ruolo del lettore voyeur dopo tutto ci sta stretto, come sta stretto a lui.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alessandro dell’Ufficio Stampa minimun fax.

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