C’è un uccello che ama così tanto il blu da collezionarlo. Esplora, vola, si tuffa nel blu del mare. Un elastico, un tappo, una molletta. Nel frattempo la sua collezione cresce, ma nonostante questo c’è ancora qualcosa che manca. Forse il blu del blu? E poi… eccolo qui. Non era un pezzo di blu a mancargli, ma l’amore e la compagnia di un’altra anima. Insieme volano, si abbracciano e si amano. È lei il blu più blu.
Un albo questo di Aura Parker, che parla di emozioni e di come spesso ci ritroviamo a collezionare cose apparentemente inutili. C’è una sorta di buco dentro ognuno di noi che proviamo a colmare. Tutto ci sembra perfetto, ma manca sempre un pezzo di puzzle. La vita vera comincia quando l’abbiamo trovato.
Aura Parker è un’illustratrice, scrittrice e designer australiana, nota per i suoi albi illustrati e per la creazione di stampe, dipinti e tessuti artigianali. Il suo lavoro è caratterizzato da uno stile gioioso, immaginativo e ricco di dettagli che invitano all’esplorazione e incoraggiano una profonda curiosità e passione per la natura. Le sue opere per bambini hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Vive a Sidney con la sua famiglia e ha tre figli, con i quali cerca di leggere e disegnare il più possibile.
Benvenuto sig. Reinhard su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Mi ha davvero incuriosito leggere il suo breve profilo biografico. Lei è nato e cresciuto in Alta Austria, ha studiato Agricoltura, Storia e Sviluppo internazionale a Vienna. Ha vissuto all’estero, e ora tornato in Austria gestisce l’azienda agricola di famiglia.
Oltre a questo, che immagino impegni molte delle sue energie, è riuscito a scrivere dieci romanzi e una raccolta di tre racconti lunghi. Lei è ancora giovane ma è come se avesse vissuto molte vite. Ci parli di sé, si racconti ai suoi lettori italiani.
Dopo il periodo scolastico ho vissuto alcuni anni in Sudamerica (Bolivia) dove ho scoperto il mio amore per la letteratura, per la lettura e quasi subito anche per la scrittura. E come spesso succede, se si ama qualcosa, si investe con piacere energia in tale attività, oppure non ci si accorge che tale attività allo stesso tempo comporta dei sacrifici. Riguardo all’agricoltura, è sempre stata presente nel mio ambiente, e ogni volta che ero via per un lungo periodo ne sentivo la mancanza. Tuttavia, il mio essere via, la mia distanza, il maggiore tempo libero nella mia vita, sono state le condizioni necessarie per il mio rientro, dopo sei anni, nei luoghi in cui sono cresciuto. Ciò nonostante, continuo a viaggiare molto per via dei miei libri.
Si definisce un agricoltore scrittore, o uno scrittore agricoltore?
A me piace la parola ‘e’. Sono un agricoltore e uno scrittore. E in molti aspetti la trovo una relazione quasi ideale.
Bracconieri (in italiano nel testo, tradotto da Alessandra Iadicicco), il suo romanzo ora edito con Carbonio Editore, è un romanzo molto particolare, con cui lei ha vinto il rinomato Bayerischer Buchpreis, ce ne vuole parlare?
Bracconieri è la storia di Jakob, un giovane uomo responsabile di una fattoria e molto introverso. Non ha mai imparato a esprimere con parole ciò che vive nel suo mondo interiore e quindi ha delle difficoltà in questo ambito. Quando conosce un’artista e con lei crea una famiglia, la sua vita sembra all’inizio diventare più luminosa, ma successivamente le difficoltà che si porta dietro, l’assenza di parole, l’incapacità di tendere un ponte verso l’altro, si ingrandiscono sempre più.
Naturalmente siamo molto curiosi anche di Campi ardenti (in italiano nel testo, anche questo tradotto da Alessandra Iadicicco), il suo romanzo di prossima pubblicazione.
Campi ardenti è la storia di Luisa, la sorella di Jakob, la quale a suo modo è altrettanto carente nell’esprimere parole, nonostante faccia tutt’altra impressione e non ne sia consapevole. Addirittura vorrebbe diventare scrittrice. Mentre Jakob non riesce a esprimersi, ma possiede un ricco mondo interiore, Luisa parla molto, ma ha difficoltà per via del suo vuoto interiore. Entrambi i libri possono essere letti indipendentemente l’uno dall’altro, ma gli aspetti dell’uno si rispecchiano in quelli dell’altro.
Immagino che ci siano anche molti elementi autobiografici nel suo romanzo, quanto c’è di lei, del suo carattere, in Jakob il protagonista? Immagino che sia una domanda che le hanno già fatto molte volte ma a me incuriosisce la parte legata alla gestione di un’azienda agricolo biologica. Ci sono delle somiglianze con la sua esperienza nella realtà?
Certamente nel mio romanzo sono contenute molte delle mie esperienze dirette, anzi in tutti i miei libri direi. Il personaggio di Jakob mi assomiglia ma pur essendomi spesso ritrovato senza parole da bambino o da ragazzo, Jakob non è un alter ego. A volte Jacob non riesce a controllare le sue emozioni, e questo per esempio non mi capita. Per quanto riguarda la rappresentazione dell’impresa agricola, tali aspetti sono più o meno realistici. Le condizioni metereologiche hanno un ruolo principale nel libro, e naturalmente anche nella mia vita.
Jakob è un solitario, nella solitudine esorcizza i suoi demoni interiori. Poi incontra una donna Katja, e cosa succede? Che peso ha l’amore nella sua vita?
Direi che il mio è anche un libro sulla domanda ‘che cos’è l’amore’. C’è una definizione dell’amore? Ad un certo punto Katja dice a Jakob: ‘Tu non sai cos’è l’amore!’ Ed è come se lui ricevesse un colpo in testa per via di questa affermazione. Perché lui comunque sente di sapere cos’è l’amore. Fondamentalmente è molto difficile per Jakob far entrare qualcuno nella sua vita. Quando ci riesce però non lascia alcuna porta posteriore aperta.
Senza svelare troppo della trama, in che misura Jakob cerca di fare chiarezza in sé stesso? Chi è davvero Jakob?
Jakob è un personaggio contraddittorio, ma probabilmente non lo è più di ognuno di noi. E non assume alcun ruolo, è sempre senza maschera, direi quasi come un bambino. Un’altra cosa in comune con un bambino è che non pensa a se stesso.
Lei è soddisfatto del romanzo o ci sono parti che una volta ultimato ora vorrebbe revisionare e cambiare?
Ho scritto il libro in un periodo molto difficile dal punto di vista personale, e sono ancora molto soddisfatto che sia diventato ciò che è diventato. Una storia compatta e impenetrabile che tuttavia lascia abbastanza spazio alla fantasia del lettore. No, non riscriverei niente, non cambierei neanche una riga.
Come è stato accolto dai lettori in Austria, al netto dei premi vinti, riceve lettere, mail, messaggi sui social di lettori che le parlano del libro?
Il libro ha attirato l’attenzione di molti lettori. Molti sono entrati in contatto con il mio lavoro attraverso questo libro. Ho ricevuto numerose lettere e e-mail. Molti agricoltori, uomini e donne, hanno letto il libro e hanno apprezzato che ‘uno di loro’, per lo meno come mi percepiscono loro, ha raccontato del loro mondo. Ma il libro contiene anche una scena pesante, che ha allontanato alcuni lettori. Su quella scena mi sono state spesso rivolte delle domande/ critiche, spesso da persone molto irritate.
Grazie della sua disponibilità e gentilezza. Come ultima domanda le chiederei di dirci qualcosa sui suoi progetti futuri.
Qualche mese fa ho iniziato una storia più ampia, che vorrei completare la prossima primavera. E in ogni caso il mio motto è: ‘andare sempre avanti’.
Yuan Jing è una guerriera errante, segue la Via del Ferro, e vende l’abilità nelle arti marziali e con la spada al migliore offerente. È coraggiosa, impavida, altruista, difende i deboli dai sopprusi dei potenti ma custodisce un segreto, oscuro e pericoloso che potrebbe sgreatolare le fondamenta dell’impero.
In un’epoca remota della Cina antica seguiamo le avventure di una eroina coraggiosa che si muove in un mondo spruzzato di magia.
La fede e il potere. Bonifacio VIII, il potente Papa con la spada, l’Ordine dei Templari governato da Jacques de Molay, il Re di Francia Filippo IV il Bello asceso al trono nel 1286 ad appena diciassette anni. È tra Parigi e Roma che si svolge la storia narrata da Luigi De Pascalis nel suo nuovo romanzo. Ma subdoli tradimenti, intrighi e cospirazioni lastricano la strada verso l’evento che cambierà per sempre la storia dell’Occidente cristiano: il primo Giubileo.. A.D. 1299/1300 è uno degli anni e uno dei momenti più vitali per le sorti del papato retto da Bonifacio VIII, Benedetto Caetani, il feroce pontefice della potente famiglia campana, che dal 1294 al 1303 resse con la sua spada e la sua decisa ideologia teocratica il governo di Roma e della storia della Chiesa. La storia, non ufficiale, lo vuole anche assassino (e magari ci azzecca), del suo predecessore il monaco Celestino V che dopo pochi mesi aveva rinunciato al papato con l’avviso e l’appoggio di Bonifacio VIII, esperto canonista ma in seguito proprio da lui imprigionato nella Rocca di Fumone di sua proprietà per timore dei suoi rivali. La sua esistenza in vita avrebbe potuto infatti spingerli a rimettere in gioco il sant’uomo e usarlo come antipapa. Ma Bonfifacio è anche un uomo con acciacchi. Infatti benché , dall’aprile del 1295, avesse avviato la sua prodigiosa attività di governo, di tanto in tanto era costretto a rallentare , per i suoi gravi disturbi del ricambio, soffriva di gotta, ma e soprattutto di calcoli renali che difficilmente gli concedevano tregua . Unico rimedio valido era il continuo consumo dell’acqua di Anticoli (odierna Fiuggi), che gli veniva portata espressamente a Roma con carovane di muli. Solo più tardi avrebbe cominciato a seguire alcuni rimedi suggeriti per ora a distanza e per lettera dal famoso medico catalano Arnaldo da Villanova per alleviare i suoi mali. Già verso la fine del 1299 aveva cominciato a diffondersi al di là delle Alpi e altrove la voce che il Papa aveva intenzione di promulgare un giubileo con il quale potrebbe concedere l’indulgenza plenaria a tutti coloro che nel 1300 sarebbero venuti a visitare le basiliche romane. Una voce che aveva dilagato ovunque, spingendo tanti pellegrini, anche francesi, a mettersi in viaggio verso Roma. Ma c’era un ma, per promulgare un Giubileo con disinvoltura Bonifacio VIII avrebbe preferito poterlo appoggiare su dei precedenti ecclesiastici. Ragion per cui mischiato tra questi pellegrini era partito da Parigi, viaggiando in incognito per conto del Gran Maestro anche il templare Goffredo di Charnay. Aveva ricevuto l’incarico di consegnare a Bonifacio VIII, per facilitare il suo compito, un importante documento, una pergamena che citava un dimenticato giubileo indetto un secolo prima ma di riferire anche che il tesoriere parigino dell’Ordine, nominato proprio dal papa, sottraeva importanti somme destinate ai Templari in favore di Filippo IV, sovrano da tempo in grave dissenso con il pontefice. Goffredo aveva scelto di viaggiare da solo su strade secondarie, ma poco sicure nel timore di essere seguito dai sicari di Nogaret, il perfido e diabolico guardasigilli del sovrano francese. Ciò nondimeno mettendo anche in gioco la sua sicurezza salverà sul San Bernardo da un’aggressione dei briganti tre “pellegrini”: marito, moglie e la giovane e bellissima figlia, Berenice. Da quel momento il conturbante fascino della ragazza riuscirà pian piano a conquistare i sensi e il cuore del templare che, benché abbia finora rispettato i voti di castità pronunciati tanti anni prim, finirà per soccombere alla tentazione. Al quartetto , il templare e la famiglia di pellegrini, dopo aver superato il lago di Bolsena si unirà il medico Arnaldo da Villanova, in viaggio per Roma per porre rimedio ai mali di Bonifacio. Giunto miracolosamente in tempo per portare soccorso a Charnay, caduto con i compagni in un secondo agguato di banditi e poi dopo averlo curato dalla brutta ferita riportata, caricarlo sul suo carro fino alla comune meta. Ma sulla loro stessa strada c’è anche un turcomanno, Nadir, inviato di nascosto dal Gran maestro con una copia dei messaggi affidati a Goffredo. Cosa stanno architettando i templari? Mentre nel frattempo a Roma un mercenario ex generale bizantino, Demetrio Iliades, cerca per conto di Bonifacio di scoprire cosa di orribile avviene all’Hostaria de l’oca… Un romanzo avvincente, con una perfetta ricostruzione storica, per una trama che introduce il lettore coinvolgendolo dalla prima all’ultima pagina in uno dei momenti più significativi del Tardo Medioevo. Una straordinaria ricostruzione storico ambientale di Luigi De Pascalis che, con le sua consueta bravura e grande cultura storica, affiancando i suoi ben calibrati personaggi di fantasia abilmente mischiati a quelli realmente vissuti con una coinvolgente narrazione romanzesca, ci riporta indietro nel tempo a vivere fatti e situazioni realmente accaduti.
La “fede” e il potere temporale o teocrazia era il principio irrinunciabile di Bonifacio VIII. Per il quale il papa, oltre ad essere sommo pontefice della Chiesa cattolica (e quindi a detenere il sommo potere spirituale nella cristianità), era anche sovrano e addirittura avrebbe voluto mantenere quella stessa sovranità su tutta la cristianità. Esercitando di diritto la teocrazia la dottrina secondo cui Dio è la fonte diretta di ogni potere, sia quello spirituale, cioè religioso, sia quello temporale, ossia terreno: pertanto la Chiesa deve coincidere con lo Stato o lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa. Poiché la salvezza delle anime è considerata superiore a ogni altro interesse materiale, la teocrazia presuppone la sottomissione del potere temporale a quello spirituale e, di conseguenza, dei laici all’autorità del clero (vedi Iran ai giorni nostri.)
Luigi De Pascalis è un autore di narrativa storica e fantastica. Ha pubblicato romanzi e numerosi racconti in riviste, quotidiani e antologie. Per due volte ha vinto il Premio Italia per la letteratura fantastica e il Premio Acqui Storia nel 2016. Tra i suoi romanzi ricordiamo quelli della serie di Caio Celso (La dodicesima Sibilla. Un’indagine di Caio Celso, Rosso Velabro, Il signore delle furie danzanti. La prima indagine di Caio Celso, Il collezionista di sogni), La pazzia di Dio (finalista Premio Acqui Storia), La morte si muove nel buio (finalista Premio Acqui Storia e Premio Salgari), Notturno bizantino, la lunga fine di un impero (candidato al Premio Strega e vincitore del Premio Acqui Storia 2016), Il sigillo di Caravaggio, Il pittore maledetto, La congrega segreta. Come illustratore ha realizzato Pinocchio, graphic novel sul romanzo di Carlo Collodi.
La collana Le Sinapsi, della casa editrice indipendente Camelozampa, Premio Speciale della Giuria di Legambiente nell’ambito del Premio nazionale “Un libro per l’ambiente”, si arricchisce di un nuovo albo illustrato divulgativo, interamente a colori, dal titolo quanto mai evocativo: Nessuna isola è sola, scritto da Giovanni Blandino, ricercatore ed esperto di Storia della scienza e della comunicazione e illustrato magicamente da Martina Tonello. Dagli atolli alle isole vulcaniche, dalle isole di sabbia alle isole di marea, dalle isole coralline alle oasi nel deserto fino alle isole artificiali, o a quelle immaginarie o alle isole prigioni, fino agli eremiti, uomini isola, le isole si scoprirà non sono così separate nel vastissimo ecosistema, ma ci sono relazioni e collegamenti che rendono si può dire l’intero universo un organismo unico e interconnesso. L’albo, scientificamente rigoroso ma di piacevole e scorrevole lettura, stampato su carta ecologica FSC, ci porta a esplorare non solo luoghi lontani, sparsi sul mappamondo, ma anche luoghi dell’anima. Indicato dai sette anni in sù, Nessuna isola è sola di grande formato, con ben 64 pagine, è dunque un albo ricco di sorprese che potrà interessare adulti e bambini anche per ricerche scolastiche, alla vecchia maniera quando si consultavano i libri e non si affidava tutto a internet, privilegiando l’emozione della scoperta. Le pagine finali poi ospitano un originale “isolario” con utili approfondimenti e infine c’è un “qr code”, per i più tecnologici, che rimanda all’elenco di tutte le fonti utilizzate.
Giovanni Blandino ha studiato Storia della scienza e della comunicazione a Pisa, Roma, Trieste e Berlino. Oggi lavora in un centro di ricerca a Bolzano occupandosi di comunicazione scientifica. Suoi testi e racconti sono apparsi su riviste e antologie. È papà di un piccolo Tommaso.
Martina Tonello è illustratrice e aspirante falegname. Vive a Bologna dove scrive, illustra storie e realizza laboratori per bambine e bambini. Ha pubblicato con case editrici come Camelozampa, Mondadori Electa Kids, Piemme, Editoriale Scienza, Terre di Mezzo, La Coccinella e collabora con la rivista UPPA. È stata finalista al prestigioso premio internazionale Association of Illustrators nella categoria Design Product & Packaging.
Source: albo inviato dall’editore. Ringraziamo Francesca Tamberlani di LaChicca Ufficio Stampa Specializzato in libri per bambini e ragazzi.
Nello spicchio di Alpi Pennine situato fra Piemonte e Francia viene rinvenuto il cadavere di un uomo con il viso sfigurato. Su quelle strade impervie, in passato, si avventuravano gli italiani in cerca di lavoro (i cosiddetti macaronì) o in fuga dal fascismo. Adesso sono i migranti provenienti dall’Africa a cercare di entrare in Francia. Fra loro c’è Lassane, giovane del Burkina Faso, che viene salvato, prima di morire assiderato, da due montanari, Suzanne e Fabien. Nel frattempo, in un rifugio sono state ritrovate parecchie casse di sigarette provenienti dall’Albania. A questi trafficanti dà la caccia un ispettore della polizia di Lione che si reca sulle montagne italiane. Cosa lega tutti questi avvenimenti?
Il confine della vergogna è un romanzo scritto a quattro mani dalla francese Michèle Pedinielli e dal nostro Valerio Varesi, che si sono alternati nella stesura dei capitoli, raggiungendo un enorme risultato. Il punto centrale dell’opera è la disperazione che spinge tanti “disgraziati” a cercare di varcare il confine fra Italia e Francia, senza essere scoperti e respinti. Pronti ad approfittare di loro ci sono uomini senza scrupoli, che li spogliano di tutti gli averi con la promessa di portarli dall’altra parte. Cosa che non avviene quasi mai, perché i migranti vengono abbandonati o consegnati direttamente ad alcuni funzionari corrotti e compiacenti. Non mancano, fortunatamente, le figure positive, come i già citati Suzanne e Fabien. Il confine della vergogna è dunque un’opera che mischia elementi del noir e del romanzo sociale di denuncia. La parte prettamente noir è ben delineata, nonostante le varie vicende che s’intrecciano. Sia gli investigatori italiani che quelli francesi sono dotati di grande umanità e di profondo senso del dovere: grazie alla loro tenacia riusciranno a svelare i tanti misteri. Dal punto di vista sociale, il romanzo è di grande attualità, come dimostra una significativa frase del nonno di Suzanne, pronunciata anni prima.
Questa storia della frontiera tra esseri umani che ci hanno imposto, che stupidaggine, piccola mia.
Parole che non dovremmo dimenticare mai.
Michèle Pedinielli, nata a Nizza da un mix di sangue corso e italiano, è stata giornalista per circa quindici anni. Oggi collabora al sito retronews.fr, libri di storia, della BNF e al podcast “Séries noires à la Une”. Il suo primo romanzo, Boccanera, è stato premiato con il Lion Noir 2019 al Festival del Libro Poliziesco di Neuilly-Plaisance. Nel maggio 2019 ha pubblicato Après les chiens, un nuovo caso condotto da Ghjulia Boccanera. Seguono La patience de l’immortelle (Premio speciale della giuria dell’Évêché nel 2022), Sans collier (2023) e Un seul œil (2025).
Valerio Varesi, nato a Torino nel 1959, vive a Parma e lavora nella redazione de la Repubblica di Bologna. Romanziere eclettico, è il crea- tore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti con Luca Barbareschi. I romanzi con Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo e nel 2011 l’autore è stato finalista al CWA International Dagger, il prestigioso premio per la narrativa gialla. Nel 2017 ha vinto il premio Violeta Negra per il miglior romanzo noir.
Alla morte di Alessandro Magno, figlio di Filippo II e di Olimpia, il suo immenso impero non fu affidato a un unico erede, ma fu conteso, in sei sanguinose guerre, dai diadochi, i generali macedoni che avevano aiutato Alessandro nelle sue conquiste. Morendo Alessandro diede origine infatti a faide sanguinarie al termine delle quali il Mediterraneo ebbe un nuovo ordine che perdurò fino all’avvento dei romani. Ma quali furono le donne, dietro le quinte, a orchestrare queste faide in una lotta per il potere di inaudita ferocia? A illuminarci su questo ci pensa Filippo II ormai un’ombra dell’oltretomba. Dopo tanti schiamazzi in vita ora che è nel regno del silenzio può vedere più lucidamente l’inutilità di tutto quel darsi da fare per ottenere ricchezze, potere, onori quando destino di tutti è la morte e il bilancio della sofferenza che abbiamo lasciato in vita. Tutto quell’orrore, il pianto dei feriti, il dolore di vecchi, donne e bambini, le città distrutte, erano davveo necessari? Tutta quell’immane sofferenza che l’ambizione sfrenata di alcuni ha causato. Se le guerre le combattono gli uomini, gli eroi, i soldati, dietro le quinte le donne, le principesse, le regine, le ancelle orchestrano le loro vendette, i loro piani, le loro gelosie, tessono i loro intrighi. La guerra delle regine di Aquilino narra le loro storie con cadenza epica e respiro ampio e così veniamo a conoscere la temibile Olimpia, la sfortunata Cleopatra, la bellissima Rossane moglie di Alessandro Magno, Cinane, guerriera illirica, e Adea sebbene solo adolescente temibile quanto le altre. Fedele al dettame storico, l’autore crea una storia immaginaria in cui il bene e molto spesso il male guidano i destini degli uomini (e delle donne), che capiscono sempre troppo tardi l’inutilità di tutta questa sofferenza quando si sarebbe potuto operare per il bene con maggior profitto. Ora che Filippo ha gli occhi della morte e vede più in profondità, si rammarica che l’uomo al bene dell’umanità preferisce attività più piacevoli: mangiare e bere, abitare in una casa magnifica, avere tanti soldi, fare sesso, diventare famoso, sperimentare tutti i piaceri, avere amicizie altolocate, possedere cose che suscitano l’invidia altrui. Tutti così prevedibili, tutti così simili nei desideri e nelle aspirazioni, indifferenti alla sofferenza che si reca agli altri nel perseguire i propri intenti. Ma ormai Filippo è un’ombra sullo sfondo della storia, i suoi ammonimenti, le sue preghiere si perdono nel silenzio delle ombre. La guerra delle regine si rivela un romanzo storico di piacevole lettura, che fa luce in un periodo poco noto della storia con competenza e accuratezza, e una verve di rigore morale, che ci accompagna nelle pagine e ci fa riflettere come l’uomo non sia in realtà cambiato dopo tutti questi secoli.
Aquilino Salvadore, nome d’arte Aquilino, è nato a Tradate nel 1949 e vive a Oleggio. Ex insegnante, ha pubblicato più di sessanta libri per bambini, ragazzi e adulti. Drammaturgo e regista, ha vinto numerosi premi nazionali di letteratura e di teatro. Collabora con l’associazione Tecneke e ora si diletta anche di pittura.
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Alberto dell’Ufficio stampa Bonfirraro.
La vita degli Angeli è fatta di mistero e luce. Ci sono accanto per tutta la vita, ci difendono, ci spronano, ci ammoniscono, a volte ci rimproverano, ma non cessano di amarci senza a volte un ricambio minimo di amore, di gratitudine, di affetto. Questo libro ci racconta la storia di San Michele Arcangelo come si è dipanata nel corso dei secoli tra testimonianze e doni soprannaturali.
“San Michele Arcangelo difendici nella lotta contro i nostri nemici, visibili e invisibili”.
Già, ma ci sono altre sue virtù che il mondo venera da tempo immemore.
Molti santi dotti parlano della potente intercessione di San Michele per le anime del Purgatorio, quali San Anselmo, dottore della Chiesa, quando scrive: “Il principe delle milizie celesti è potentissimo in Purgatorio…”.
Un monaco cistercense, dopo la sua morte, apparve ad un sacerdote che era stato suo amico e gli chiese di raccomandare la sua anima a San Michele durante la Santa messa, affermando che così sarebbe stato liberato dal Purgatorio. Dopo aver fatto ciò, il sacerdote ed altri videro l’anima del monaco cistercense mentre veniva accompagnata in Paradiso da San Michele.
San Roberto Bellarmino, un altro dottore della Chiesa, affermava:
“E’ riconosciuto – senza ombra di contestazione – fin dalla fondazione dellaCristianità, che le anime dei fedeli defunti sono liberate dal Purgatorio in virtù dell’intercessione di San Michele arcangelo”.
Un altro bravo sacerdote, mentre offriva la Messa per i defunti, intercedette per alcune anime defunte in particolare alle parole “Possa il principe degli angeli, San Michele, guidarle nella gloria del Cielo”. In quel momento il sacerdote vide Michele lasciare il Cielo, visitare il Purgatorio e guidare quelle anime particolari verso il Paradiso. Un Dono da considerare con onore, timore, tripudio e affidamento.
Scorrendo le pagine di questo tonico libretto, leggiamo alcune celebri apparizioni di San Michele Aracangelo.
Nel 1972 a Dozulé, in Normandia, iniziò una serie di apparizioni degne di nota, 50 delle quali sono state registrate. La prima di esse, il 28 marzo 1972, durò per un periodo di oltre sei anni, interessò Madeline Aumont (nata nel 1927) madre di cinque figli. Trentasei apparizioni di Cristo ebbero luogo davanti al Tabernacolo o all’Ostensorio. Il 28 marzo, prima dell’alba, mentre era ancora buio, un’immensa croce gloriosa apparve nel cielo. Madeline udì le seguenti parole in latino: “Ecce Crucem Domini!” – “Ecco la Croce del Signore!”. Solo pochi giorni più tardi, non conoscendo il latino, apprese il loro significato da un sacerdote.
Venerdì 3 febbraio 1978 Nostro Signore diede a Madeline un dono di discernimento riguardo Michele e anche riguardo gli spiriti maligni. Citiamo la parola di Gesù: “Quando Dio Padre invia il benedetto Michele, la Luce precede sempre la sua venuta. Vivete nel periodo in cui Satana è scatenato in tutta la sua potenza; ma si sta avvicinando il tempo in cui Io verrò a vincere il male”.
Cyndi Cain, moglie e madre, è un’importante veggente e anima vittima degli Stati Uniti di oggi. E’ nota come il “Fiore nascosto” ed è nella stima del proprio Vescovo. Ha ricevuto molti messaggi e molte delle sue locuzioni sono apparse sulla rivista mensile “A Call to Peace” (Un Richiamo alla Pace). Negli ultimi tempi non è più apparsa in pubblico. San Michele le è apparso in diverse occasioni, sempre in una chiesa. In un’occasione l’arcangelo le apparve in piedi davanti al tabernacolo. Teneva una spada nella mano destra ed uno scudo nella sua mano sinistra o sul braccio. Cyndi ricevette questo messaggio da Gesù: “Michele, Protettore del Santissimo Sacramento, è presente”. Cyndi sembrò rendersi conto del fatto che Cristo fosse dispiaciuto per gli oltraggi che avevano luogo davanti a Nostro Signore nel Santissimo Sacramento, come il parlare da parte delle persone nelle navate laterali dopo la Messa. San Michele era là per allontanare qualsiasi abuso. Cyndi, suo marito ed i bambini si soffermarono in rendimento di grazie per circa 15 minuti. Michele svanì.
Questi sono solo alcuni esempi della presenza costante di San Michele nelle nostre vite, presenza che si materializza in messaggi, visioni, apparizioni, sogni che compaiono oggi – nel nostro mondo privo oramai di sensibilità spirituale – come nel passato.
Ci chiediamo la ragione dello strano “declino” e omissione di così tanti elementi di devozione a San Michele. Per esempio, qualsiasi santo, o molti santi tra i maggiori o i minori, possono avere il loro giorno di festa particolare. Tre arcangeli tremendamente grandi, sono ora “onorati” per essere “assembrati” in una festa minore a paragone di altre. Con le molte chiese in onore di singoli arcangeli, sarebbe bello festeggiare di nuovo singolarmente ognuno degli arcangeli.
Nel IV secolo (d.C.) sappiamo dell’esistenza di chiese dedicate a San Michele. Nei primi secoli San Michele era in particolare il patrono degli ammalati e in Oriente aveva un numero considerevole di santuari e feste. In Egitto, il 12 giugno, i cristiani celebravano una festa in onore di Michele come un giorno santo. In Germania i templi montani ai falsi dèi furono sostituiti da molte cappelle-santuario a Michele. A partire dall’ottavo secolo, a Roma venne osservata la festa della dedicazione della Basilica di San Michele, il 29 settembre.
Si deve porre l’accento sul fatto che la devozione a San Michele non sorse da apparizioni, ma si basa sulle fondamenta sia del Vecchio che del Nuovo Testamento e su una lunga tradizione. Le apparizioni possono dare vigore alla devozione ma la vera base è la Fede ed una solida teologia. L’intercessione di San Michele sul Monte Gargano è testimoniata dalle grandi vittorie di Siponto sui Goti nel 490 e sui Greci Napoletani nel 663. Nel caso dell’ultima vittoria Michele apparve. I napoletani avevano deciso di muovere guerra alla popolazione di Siponto e Benevento. Il vescovo allora chiese alla gente di fare tre giorni di digiuno e preghiera mentre implorava l’intercessione di san Michele. Michele apparve al vescovo e gli disse che Dio aveva ascoltato le loro preghiere; lo invitò inoltre a dire coraggiosamente alla gente di affrontare il nemico all’ora quarta del giorno dell’attacco. All’ora data il monte Gargano fu violentemente scosso e nubi scure lo avvolsero. Lampi violenti sopraggiunsero dal monte come frecce infuocate e volarono verso i nemici disperdendoli. La festa in onore della vittoria, l’8 maggio 663,si diffuse in tutta la Chiesa Latina. Sfortunatamente non è più osservata.
A conclusione di questo itinerario sulle tracce della devozione a San Michele Arcangelo, riferiamo una storia che non tutti conoscono sul nome di Castel Sant’Angelo a Roma e la diffusione del Regina Caeli.
A nessun turista o pellegrino della Città Eterna può sfuggire la visione dello splendido angelo dorato sulla sommità di Castel Sant’Angelo. La figura angelica ricorda un’apparizione di San Michele. Nel 589 il Tevere straripò e ne seguì una peste. Nel 590 Gregorio il Grande divenne il nuovo papa. San Gregorio organizzò e guidò una processione penitenziale attraverso le strade della Città di San Pietro, con tutta la gente che pregava per la liberazione della mortale malattia. Da allora in poi il Castello fu chiamato col nome di Sant’Angelo. Mentre la processione penitenziale procedeva, san Gregorio vide in cima un angelo che rinfoderava una spada insanguinata, mentre altri angeli cantavano il Regina Caeli laetare! “Regina dei Cieli rallegrati, alleluja! Colui che hai portato nel grembo, alleluja! E’ risorto come aveva promesso. Alleluja!“. A questo canto il Santo Padre rispose, “Prega Iddio per noi, alleluja!”. Questo è diventato l’”Angelus” del tempo di Pasqua.
Una voce che resiste alla prigione, un padre che scrive alla moglie e alla figlia, un uomo politico che si interroga sul destino dell’Europa. Le Lettere dal carceredi Alcide De Gasperi — raccolte in questa nuova edizione edita da Marietti1820 in libreria da venerdì 27 giugno — restituiscono l’umanità profonda, la fede incrollabile e la lucidità di pensiero di uno dei protagonisti della rinascita democratica italiana. Come scrive Angelino Alfano nella prefazione: «Queste lettere sono un atto d’amore verso la famiglia, ma anche una straordinaria lezione di educazione civica. Sono un’eredità morale per l’Italia di oggi e di domani».
Arrestato nel 1927 per la sua opposizione al regime fascista e rinchiuso nel carcere romano di Regina Coeli, De Gasperi scrive in condizioni durissime, con pochissimi contatti con l’esterno, sotto censura e sorvegliato. Ma quelle lettere, rivolte soprattutto alla moglie Francesca e alla figlia Maria Romana, diventano testimonianza viva della sua dignità personale e della sua vocazione pubblica.«Le mie mani sono legate, ma il mio spirito resta libero. E libero vuole restare», scrive a poche settimane dall’arresto.
Il carcere non spegne in De Gasperi il senso della responsabilità. Al contrario, acuisce la sua sensibilità morale. «Non sono triste per me – scrive – ma per l’Italia che vedo addormentarsi nella paura». Nelle lettere trapela la volontà di non cedere alla disperazione, anche quando la salute vacilla e le notizie dalla famiglia si fanno scarse. «Mi mancano le tue parole, la tua voce – fa sapere alla moglie Francesca – . Ma soprattutto mi manca il tuo sguardo, che era per me come la luce del mattino».
Il tono non è mai lamento, ma riflessione. In un passo toccante scrive: «Sento che ogni ora qui dentro deve essere offerta, non sprecata – riflette – . Se non posso parlare, allora pregherò. Se non posso agire, allora penserò. Anche questo, in fondo, è un servizio».
A commuovere il lettore è la delicatezza con cui De Gasperi si rivolge a Francesca e alla piccola Maria Romana, cercando di proteggerle persino dalla propria sofferenza. «Di’ alla nostra bimba che papà la pensa ogni giorno, e che le manda un bacio con tutto il cuore», scrive in una delle prime lettere. E in un’altra: «La tua pazienza è per me come un mantello caldo in questa cella fredda. Ogni tuo pensiero mi arriva come una carezza».
Questa dimensione familiare si intreccia con la fede: «La mia consolazione è sapere che preghi con me. Quando il dolore ci separa, la preghiera ci riunisce». Le lettere diventano un vero e proprio “Vangelo laico”, dove ogni parola è pensata per custodire l’amore, l’onestà e la speranza.
La fede come forza morale
L’aspetto spirituale è centrale in queste lettere. Per De Gasperi, Dio non è una consolazione astratta, ma una presenza concreta che accompagna le giornate più dure. «Non ho paura, perché so che la mia croce ha un senso. E se anche non riesco a capirlo, continuo a portarla». In un altro passaggio, scrive: «Mi affido a Lui, e chiedo solo che mi dia la forza di non perdere la pazienza, la lucidità, la carità».
Questa fede si esprime in parole sobrie, mai enfatiche. È la fede di chi ha conosciuto il silenzio, il buio, il dubbio, e ha scelto comunque di restare saldo.«Il Vangelo non promette facilità», riflette De Gasperi «ma verità. E in questa cella, in questa solitudine, io cerco ogni giorno un po’ di verità».
Nonostante le sbarre, lo sguardo di De Gasperi resta rivolto al futuro. In molte lettere si avverte la sua visione di un’Europa nuova, libera e solidale. «L’Italia risorgerà solo se saprà ritrovare il senso del bene comune», afferma. E ancora: «La politica vera non è potere, è servizio. E anche nel silenzio del carcere, si può continuare a servire».
La sua idea di democrazia è radicata nell’esperienza personale del dolore e della dignità: «Chi ha sofferto l’ingiustizia, non potrà mai permettersi di infliggerla ad altri. Io voglio che la mia pena diventi seme di libertà per chi verrà dopo».
Lo stile delle lettere è essenziale, privo di retorica. Anche nei momenti di maggiore fatica, De Gasperi non rinuncia alla gentilezza, all’ironia, alla sobrietà. «In questa cella ho come compagni i libri, i pensieri e i ricordi. Non sono solo, perché il mio amore per voi due mi accompagna sempre». È una scrittura che consola e interroga, che illumina l’oggi attraverso le parole di ieri.
Le Lettere dal carceresono un libro necessario per comprendere l’uomo De Gasperi, ma anche per riflettere su cosa significhi davvero libertà, responsabilità, testimonianza. In un’epoca in cui la politica rischia di perdere contatto con la vita reale, queste lettere ricordano che il servizio pubblico nasce, sempre, dalla coscienza individuale.
Come scrive in uno degli ultimi messaggi: «Se sopravvivrò, sarà per continuare a servire. Se non sopravvivrò, queste mie parole siano almeno una piccola luce per chi resta».
Alcide De Gasperi (Trento, 3 aprile 1881 – Borgo Valsugana, 19 agosto 1954) è stato uno dei principali artefici della rinascita democratica italiana nel secondo dopoguerra. Deputato al Parlamento austro-ungarico e poi a quello italiano, fu leader del Partito Popolare e successivamente fondatore della Democrazia Cristiana. Oppositore del fascismo, fu arrestato nel 1927 e incarcerato a Regina Coeli. Dopo la caduta del regime, guidò il governo italiano dal 1945 al 1953, promuovendo la ricostruzione economica, l’integrazione europea e l’adesione dell’Italia alla NATO. Uomo di profonda fede cattolica e di rigore morale, è considerato uno dei padri fondatori dell’Europa unita. Il suo stile politico sobrio e il forte senso del dovere ne hanno fatto un simbolo di etica pubblica. La figlia Maria Romana ha dedicato gran parte della sua vita alla conservazione della memoria del padre.
La Fondazione De Gasperi custodisce e promuove da oltre quaranta anni gli insegnamenti ideali, morali e politici di Alcide De Gasperi, padre fondatore dell’Italia democratica e dell’Unione Europea. Questa nuova edizione delle Lettere dalla prigione (1927-1928) è stata realizzata nell’ambito dell’Anno Degasperiano, il programma di celebrazioni promosso dalla Fondazione in occasione del settantesimo anniversario del-la scomparsa dello statista e leader politico, avvenuta il 19 agosto 1954.
“La ribelle di Marineda” di Emilia Pardo Bazán è un esempio di letteratura naturalista spagnola del XIX secolo e la trama narrativa si ambienta durante la rivoluzione del 1868 con la conseguente nascita di un nuovo governo dove non ha spazio la monarchia di Isabella II (i Borbone torneranno al potere nel 1874). Protagonista la giovane Amparo che cresce e lavora nel negozio di famiglia, poi però la voglia di costruirsi da sé e di essere indipendente la spingono ad andare a cercare lavoro altrove, trovandolo in una fabbrica dove si lavorano le foglie di tabacco per fare sigari e sigarette. Questo permette alla ragazza non solo di apprendere una nuova manualità lavorativa, ma la aiuta a conoscere in modo più profondo il mondo della fabbrica, le dinamiche di lavoro in essa presenti, quali sono le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici e quanto si dovrebbe fare per migliorarle. In questo ambiente nuovo, la giovane Amparo vive una maturazione, poichè comincia a comprendere cosa si intende per lotta sociale, cosa vuole dire il rispetto dei diritti dei lavoratori per andare oltre le ingiustizie e cosa si dovrebbe fare per renderlo concreto. Le vita per Amparo però comincia a prendere una piega diversa quando la sua strada si incrocia con quella di Baltasar. Lui, aitante giovanotto, arriva da una famiglia benestante, mentre Amparo è di umili origini, ma questo non impedisce (almeno così appare all’inizio) alla passione d’amore di nascere tra i due. Ogni cosa sembra andare per il meglio, ma quando la ragazza rimarrà incinta, il giovanotto la lascerà da sola ad affrontare il nuovo percorso della vita. “La ribelle di Marineda” della Pardo Bazán, tradotto da Fabiana Chillemi, è un romanzo che affonda le radici nella storia della Spagna proletaria e in una ribellione ad un governo che non si vuole più, immergendo il lettore nel mondo della fabbrica dove gli operai non solo lavorano per portare a casa il pane, ma lottano nel tentivo di vedere migliorare le loro vite e le condizion di lavoro. Allo stesso tempo, attraverso la figura della protagonista Amparo conosciamo anche il valore dell’amore che lega due giovani nonostante le differenze sociali. In realtà, con grande attenzione e lucidità, l’autrice dimostrerà come la differenza di posizione sociale, unito al legame ad essa graveranno sulla relazione tra i due giovani con l’annuncio dell’arrivo di un figlio. L’abbandono del giovanotto verso la futura madre è la dimostrazione non solo del fatto che la differenza sociale pesa sulla loro relazione, ma è anche il segno che forse l’amore vero è solo quello provato da Amparo, mentre per Baltasar la relazione è solo un passatempo e un po’ anche una mancata volontà di assumersi le proprie responsabilità. Certo è che indipendentemente dall’allontanamento di Baltasar, Amparo de “La ribelle di Marineda” continuerà con le sue forze il suo cammino esisitenziale con maggiore maturità e consapevolezza per affrontare il nuovo domani e i cambiamenti della propria vita con l’arrivo del figlio e con i cambiamenti della società in fermento che la circonda.
Emilia Pardo Bazán (1851-1921) è stata una scrittrice spagnola di grande influenza nel XIX e XX secolo, particolarmente nota per il suo ruolo nel movimento naturalista spagnolo. Nata a La Coruña, ha prodotto una vasta opera letteraria che include romanzi, racconti e saggi critici, affrontando tematiche sociali e politiche con uno sguardo acuto e innovativo. Fu anche una fervente sostenitrice dei diritti delle donne e dell’istruzione femminile, considerata una precorritrice del femminismo spagnolo. Autrice prolifica, la sua eredità è ancora oggi celebrata in tutto il mondo, ritenuta una delle autrici più importanti della letteratura spagnola. (fonte biografia Bonfirraro)
Un sottile, ma efficace analisi psicologica, un’ ambientazione accennata quel tanto che basta, con poche succinte ma acute pennellate, e una trama lineare sono caratteristiche tipiche di Naspini, su cui poggiano di continuo sensazioni e fatti nuovi da scoprire nel corso della narrazione. Scopriamo nell’Ingrato tutti i pregi e gli innumerevoli difetti della piccola provincia dove tutti conoscono tutti (in questo caso abbiamo un paesino immaginario della Maremma toscana ) e diventano la scusa per una giusta e bene motivata denuncia della maldicenza. Questo brutto vizio subdolo, affilato, talvolta usato anche da persone insospettabili. La maldicenza è come il venticello che si accompagna come un gemello alla calunnia, ricordate Rossini?: “va scorrendo, va ronzando; nelle orecchie della gente s’introduce destramente nelle teste e nei cervelli fa stordire e fa gonfiar….” Ma può anche esplodere … Ecco infatti e anche qui nel suo primo breve romanzo, oggi rivisitato da Naspini, la maldicenza cittadina si dilata per sfogare la tensione emotiva di fronte a un nugolo di insoddisfazioni, preoccupazioni, quelle non mancano mai, fino a diventare incontrollabile. Luigino Calamaio, fiorentino d’origine, di professione maestro elementare vive ormai da vent’anni a Le Case, borgo arrampicato sulle colline dell’entroterra maremmano. Sempre gentile, riservato ed educato. in paese, è considerato una persona perbene. A parte quel “vizietto” di poco conto . Sì, perché Calamaio ha una vera e propria incontenibile passione: dipingere alla maniera di Toulouse Lautrec ma non si sente all’altezza di creare nuove opere. Ritrae le sue modelle, immergendole nell’atmosfera e nelle situazioni dei quadri di Lautrec e poi conserva i quadri in un sottoscala di casa sua, in paese. Un tempo gli piaceva guardare le bambine senza vera malizia, così solo mentre andavano in bagno, ma non per motivi sessuali solo per lasciarsi ispirare dalle loro nudità ma, dopo aver rischiato di farsi scoprire da una rossina Chiara Rambaldi, aveva smesso per sempre. La cosa era stata fatta passare dalla scuola come una crisi isterica di una bambina in lutto per la morte di un familiare. Da quel momento Calamaio aveva chiuso, limitandosi a scorrazzare per la campagna alla ricerca di idee, atmosfere ma e soprattutto, dopo aver corretto i compiti, a chiudersi a lavorar di pennello nel suo sottoscala, e a rigenerarsi catapultandosi idealmente in un’altra epoca, creando ardite riproduzioni di Lautrec. Solo, ormai prossimo alla pensione, nessuna storia d’amore importante nella sua vita ( ha avuto solo un paio di relazioni sbagliate finite presto). Ma la sua vita ripetitiva di uomo verrà interrotta dal ritorno di Chiara, Chiaretta Rambaldi la ragazzina dai capelli rossi diventata, donna arrivata a Case Nuove in compagnia di un giovane come lui e immersa fino al collo nel mondo della droga. E quando sola e senza più mezzi, avrà bisogno di sostegno e di aiuto per disintossicarsi, il maestro, il Calamaio, sarà l’unico a darglielo e ad accoglierla in casa. Da quel momento farà di lei la modella per i suoi quadri, affezionandosi a lei. Ma mal gliene incoglie perché in breve, Luigino Calamaio si troverà prigioniero di una serie di eventi e maldicenze incontrollabili in paese, mentre gli si rinfaccia l’ingratitudine, di lui, accolto proveniente dalla città, che non è si adattato alle ferree regole di una comunità contemporaneamente giudice, carnefice e vittima di se stessa. La vox populi l0 condanna per qualche cosa di non noto, addirittura inesistente ma percepito come immorale, nato da oscene fantasie che passando di bocca in bocca, si ingigantiscono trasformandosi, come in bocca a Don Bortolo nel Barbiere di Siviglia, da un venticello in temporale fino a deflagrare in un colpo di cannone. Tutto perché il povero maestro , il Calamaio, ha superato i sacri confini del conformismo, un vero delitto senza possibilità di appello per una società gretta e chiusa che può soltanto accogliere o respingere. Lui infatti, innocente vittima di quel gioco al massacro verrà emarginato e ridotto alla solitudine, solo oggetto di sgarbi ed offese , come un qualcosa di nocivo da eliminare . E quando le malelingue parlando, provocando, esasperando e ferendo, faranno tanto male al punto da causare la sua reazione , a quel punto sarà la sua fine.
Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo I sassi (2007), Cento per cento (2009), Il gran diavolo (2014) e, per la e/o, Le Case del malcontento (2018 – Premio Città di Lugnano, Premio Città di Cave, finalista del Premio Città di Rieti; da questo romanzo è in fase di sviluppo una serie tv), Ossigeno (2019 – Premio Pinocchio Sherlock, Città di Collodi), I Cariolanti (2020), Nives (2020), La voce di Robert Wright (2021), Le nostre assenze (2022), Villa del seminario (2023), Errore 404, Bocca di strega (2024) e L’ingrato. Novella di Maremma (2025). È tradotto o in corso di traduzione in quasi 50 Paesi: Stati Uniti, Canada, UK, Australia, Francia, Cina, Corea del Sud, Grecia, Croazia, Russia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Egitto (con distribuzione in tutti gli Stati arabi), Germania, Olanda, Austria, Svizzera, Catalogna, Spagna (con distribuzione in Argentina, Messico, Cile, Perù, Colombia, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Uruguay.). Naspini scrive per il cinema.
Una giovane lettrice dai Paesi Bassi, Marta Sampers, ci consiglia la lettura di un adrenalinico thriller letterario pubblicato nel suo paese nel 2015 dal titolo “De wraak van Vondel” ovvero “La vendetta di Vondel” di Frank van Pamelen, titolo che da noi in Italia non è mai arrivato, ma per originalità lo vedrei bene tra i thriller esoterici della Newton Compton. Il romanzo è il primo capitolo della serie Olivier Huizinga, per ora composta da tre romanzi, questo, il secondo De Vliegende Hollander e il terzo Het derde boek.
Siamo ad Amsterdam, il 29 aprile 2013. Diciotto ore all’abdicazione. Nella Chiesa Vecchia viene trovato un cadavere su un epitaffio di Vondel. La polizia sostiene che sia suicidio, ma la giornalista Maaike van Reede non ci crede. Inizia a indagare e prima di rendersene conto si ritrova in un labirinto di versi poetici e riferimenti criptici. Il professor Olivier Huizinga la aiuta nella sua ricerca.
Il romanzo è dunque la storia della vendetta di Vondel, (Colonia, 17 novembre 1587 – Amsterdam, 5 febbraio 1679) il più grande poeta della storia olandese. Membro di una delle misteriose camere della retorica del XVII secolo. Insieme ad altri scrittori, poeti e artisti, lasciò il segno ad Amsterdam. Vondel e i suoi seguaci ebbero una missione nascosta. Un segreto conservato nel passato. Anzi quattro missioni. Quattro percorsi rivelatori. Quattro settori di Amsterdam. Vondel si convertì alla fede cattolica. Nell’Amsterdam del XVII secolo, era praticamente un peccato mortale. L’Alteratie del 1578, (l’Alteratie è il nome dato al cambio di potere che si verificò ad Amsterdam il 26 maggio 1578, quando il governo cattolico della città venne deposto in favore di quello protestante) aveva alterato i rapporti religiosi a tal punto che i calvinisti erano al potere. Ai cattolici era permesso riunirsi solo in segreto. Anche i retori, molti dei quali provenienti dal Brabante cattolico, venivano sempre più relegati in vecchie soffitte e buie cantine. Divulgare l’arte, renderla accessibile al popolo, uno dei principi della Nederduytse Academie, non era compito delle autorità. Il fatto che Amsterdam in seguito abbia acquisito un famoso parco pubblico, intitolato a Vondel, circondato da strade frequentate da retori, che delimita il cuore artistico dei Paesi Bassi e il cui Rijksmuseum è stato progettato da un architetto cattolico, dimostra che questo settore rappresenta la vendetta di Vondel.
Grazie a Marta possiamo sapere qualcosa in più del libro: è composto di 355 pagine e diviso in tre parti con prologo ed epilogo. Sulla trama un piccolo approfondimento. Maaike van Reede è una giovane giornalista dell’NRC Next e ha in programma un’intervista con il poeta Jan Rosveld. Poco prima dell’intervista, però, viene trovato morto nella Oude Kerk. Stranamente il poeta ha con sé i primi due versi di una poesia su un pezzo di carta e un tatuaggio con la scritta WLI. Maaike pensa che sia stato assassinato e, insieme al suo collega Thijs, va alla ricerca del resto della poesia ad Amsterdam. Con l’aiuto del professor Olivier Huizinga continuano la ricerca dei versi e saranno tante le scoperte che faranno anche riguardante la stessa Maaike, e soprattutto su un grande pericolo che incombe sullo stesso principe ereditario.
Non diremo altro della trama per evitare spoiler, ma la particolarità della storia è quella di raccontare una pagina della storia olandese sconosciuta ai più.
Frank van Pamelen (1965) è uno scrittore, poeta e cabarettista. Realizza spettacoli teatrali, presenta programmi radiofonici e ha un podcast settimanale e una rubrica radiofonica sulla lingua.
Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo e unico vicino dal quale sarò infastidito. Che bella zona è questa! In tutta l’Inghilterra, non credo che avrei potuto trovare un altro posto così totalmente distaccato dal trambusto della vita sociale. Un perfetto paradiso per misantropi; e il signor Heathcliff e io siamo la coppia giusta per spartirci questa desolazione.
Che tipo interessante!
Certo non immaginava quale simpatia mi ha suscitato in cuore quando, avvicinandomi a cavallo, ho visto i suoi occhi neri ritrarsi così sospettosamente sotto le sopracciglia, e quando le sue dita, mentre annunciavo il mio nome, si sono sprofondate risolutamente sotto il panciotto.
«Signor Heathcliff!» dissi.
Per tutta risposta, un cenno con la testa.
«Sono Lockwood, il suo nuovo affittuario, signore. Mi onoro di renderle visita appena arrivato, per esprimere la speranza di non averla disturbata con la mia insistenza nel chiedere in affitto Thrushcross Grange. Ieri ho sentito dire che lei pensava…»
«Thrushcross Grange è roba mia, signore» m’interruppe, con un fremito. «Non permetterei a nessuno di disturbarmi, se potessi impedirlo. Entri!»
Quell’“entri” fu pronunciato a denti stretti, e con un tono che significava “va’ al diavolo!”. Perfino il cancello su cui si appoggiava non manifestò alcun movimento in sintonia con le parole. Credo che proprio questa circostanza mi spinse ad accettare l’invito: sentii interesse verso un uomo che sembrava ancora più esageratamente riservato di me.
Liberi di scrivere ora fa parte di una community in continua crescita di utenti Stripe impegnati nella rimozione del carbonio e nell'ampliamento delle tecnologie per combattere i cambiamenti climatici.