Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Everlasting Il nuovo mondo, di Anita Book (Golem, 2016) a cura di Elena Romanello

14 gennaio 2017
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La Golem edizioni propone un nuovo titolo per la sua collana dedicata alla narrativa fantastica con Everlasting Il nuovo mondo, di Anita Book, nome già noto come blogger letteraria e autrice di altri romanzi del genere.
Nelle pagine di Everlasting Anita Book ci porta in una Norvegia fredda e magica, dove vive il giovane Henrik Pedersen, costretto a crescere di colpo per occuparsi della sorellina e della mamma in preda alla depressione dopo la morte del padre. La vita di Henrik prosegue in maniera non esaltante nella cittadina di Trondheim, finché non cominciano ad emergere misteri dal fitto di un bosco eterno, esseri selvaggi che girano in quelle notti lunghissime e qualcuno gli offre una cura per far stare meglio sua madre, ad un prezzo altissimo.
Henrik dovrà lasciare la sua casa e andare nel mondo di Everlasting, abitato da creature fantastiche e non sempre benevole, per cercare di salvarlo: sulla sua strada incontrerà la bella principessa Frida, con segreti nascosti, a cui non resterà indifferente mentre la sua situazione in un mondo non suo diventerà sempre più critica e si chiederà anche perché è stato scelto.
Il fascino delle leggende del nord Europa, componente dell’immaginario che ha valicato i confini, affascinando gli autori Marvel e un’autrice come Joanne Harris, rivive nelle pagine di un libro che è un romanzo fantasy ma anche una storia di formazione, una ricerca di sé, una rielaborazione di un lutto, una riflessione sulle difficoltà di crescere e trovare un posto nuovo nel proprio mondo.
Everlasting Il nuovo mondo apre una nuova saga tra mondo reale e mondo alternativo, archetipi antichi e problemi moderni, presentando di nuovo ma in maniera non scontata il tema dell’eroe per caso che si confronta con peripezie al di sopra di sé, per salvare il suo mondo e un altro e trovare un nuovo scopo nella vita. Un libro divertente e non banale, di cui si aspetta il seguito.

Anita Book è una bookblogger/booktuber di ventotto anni. Il suo blog, L’Ora del Libro, racconta di lettura ai piccoli e grandi lettori innamorati. Adora le cupcakes e l’inglese; è segretamente innamorata di Stephen King e la sua musa ispiratrice è J.K. Rowling. Crede nell’esistenza di draghi, fate, sirene e altre creature fantastiche e ha un debole per le velette e l’oggettistica fandom. Suzie Moore e il nuovo viaggio al centro della Terra è il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Dunwich Edizioni nel 2015. Ad oggi scrive articoli come giornalista freelance per la rivista letteraria Leggere:Tutti. Everlasting. Il nuovo mondo è il primo capitolo di una nuova saga fantasy. Il suo blog ufficiale è loradellibro.blogspot.com/

Source: dono della casa editrice, si ringrazia Francesca Mogavero dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Harry Potter e la Maledizione dell’Erede (2016, Salani), basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, a cura di Daniela Distefano

13 gennaio 2017
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“Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di affermare di essere perfettamente normali, e grazie tante”.

E’ questo l’incipit della saga di Harry Potter, cioè del primo libro: Harry Potter e la Pietra filosofale (1998).
Con molta circospezione mi accingo a dire la mia su un bestseller che ha conquistato il mondo, e che è diventato un must per i lettori di ogni età. Una vera e propria industria del piacere per affetti da libridine mai sazi di trottole mentali, guizzi linguistici, girandole di avventure stregate.
Non chiedetemi perché proprio Harry Potter abbia raggiunto una platea vasta quanto il pianeta nel disegnare la parabola di un ragazzo che diventa uomo pagina dopo pagina, libro dopo libro, magia dopo incantesimo…
Accade spesso quando un romanzo dosa gli ingredienti senza lasciar trasparire la ricetta dei loro miscugli.

“Il signor Dursley fabbricava trapani, era un uomo corpulento, nerboruto. La signora Dursley era magra, bionda, passava il tempo a spiare i vicini. Avevano un figliolo di nome Dudley, e secondo loro non esisteva al mondo bambino più bello. (..)Possedevano anche un segreto: odiavano i Potter. La signora Potter era sorella della signora Dursley, ma non si vedevano da anni. I Potter avevano un figlioletto ….”

E’ una famiglia – quella del piccolo Harry – che surroga quella vera: l’assenza di affetto genitoriale, la vita priva di entusiasmo e prospettive. Harry cresce come una ginestra solitaria e mal tollerata dal terreno sassoso che la racchiude.
Da queste premesse tristi a aride, nasce il virgulto di un successo letterario senza precedenti. Ma come si è evoluto il percorso narrativo della scrittrice
– J.K.Rowling – che ha dato vita ad un cult? Il nuovo capitolo – che è l’ottava storia della serie di Harry Potter e la prima a essere rappresentata a teatro (la première si è tenuta nel West End di Londra il 30 luglio 2016) – regge il confronto col primo in termini di coinvolgimento, novità, leggerezza stilistica?
Ora Harry è impiegato al Ministero della Magia, è marito e padre di tre figli.
Albus, suo secondogenito, deve combattere con il peso di un’eredità famigliare che non ha mai sopportato.
Assieme al suo amico Scorpius intraprende un trip che lo porterà a scoprire rivelazioni sorprendenti sulla scia di peripezie, avvicendamenti, tortuosi camminamenti nel passato.
“Albus e Scorpius non stanno sparendo e riapparendo, stanno viaggiando . Nel tempo” (..)
E’ stata rubata una GiraTempo. Ho rubato una GiraTempo. Con Albus” , dice Scorpius.
Questo libro è un agenda promemoria, un riassunto, un ripasso per chi
‘si è perso qualcosa’ della vicenda toccata ad un ragazzo sfortunato e predestinato.
Vorrei poter dire altro di questo ultimo tassello aggiunto ad un puzzle studiato e minutamente predisposto, invece mi trattengo e lascio che la Harry- Potter-mania faccia il suo corso: non c’è critica nel voler incanalare l’avidità di esseri ipnotizzati.

J.K.Rowling nasce il 31 luglio 1965 a Chipping Sodbury, un piccolo paesino nei pressi di Bristol, in Inghilterra. Già durante l’infanzia aveva dimostrato capacità e fantasia nello scrivere racconti. A soli 6 anni scrive “Rabbit”, la storia di un coniglietto con il morbillo. Dopo il liceo studia Francese all’Università di Exeter. Dopo l’università è a Londra dove lavora per Amnesty International. E’ durante questo periodo, tra un viaggio in treno e la pausa pranzo, che inizia a prendere forma il personaggio di Harry Potter. A 26 anni si trasferisce in Portogallo per fare l’insegnante di inglese. Qui conosce il marito, con il quale divorzierà poco dopo la nascita di una bambina. Dopo il divorzio, si trasferisce con la figlia ad Edinburgo, dove, essendo disoccupata, vive grazie ai sussidi statali. Per far fronte allo stato depressivo che la attanaglia, cerca conforto nella fantasia, continuando a scrivere con passione. Nel 1997 la piccola casa editrice Bloomsbury pubblica il suo romanzo, dal titolo “Harry Potter e la pietra filosofale“, avviando uno degli eventi letterari più importanti degli ultimi anni. Il successo travolgente del primo romanzo ha spinto l’autrice a proporre altre nuove avventure di Harry Potter, le quali sono state trasposte per il grande schermo. “Harry Potter e i Doni della Morte”, settimo e ultimo episodio della serie, uscito nel luglio 2007, ha venduto 72 milioni di copie in tutto il mondo solo nel primo fine settimana, diventando il libro più venduto nella storia dell’editoria. Dalla necessità di ricevere sussidi statali, l’autrice è diventata più ricca della Regina, grazie ai diritti d’autore, cinematografici e d’immagine. Joanne Rowling è inoltre nota per il suo impegno nelle opere di beneficenza in aiuto dei poveri.

Jack Thorne scrive per il teatro , il cinema, la televisione e la radio.

John Tiffany è un regista teatrale pluripremiato e di grande successo sia nel West End che a Broadway.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa “Salani”.

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:: Il sogno di Keribe, Ilaria De Togni (Gargoyle, 2016) a cura di Elena Romanello

12 gennaio 2017
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La casa editrice Gargoyle, specializzata in narrativa di genere fantastico, è tornata nelle librerie, proponendo come primo titolo di questa sua rinascita Il sogno di Keribe, romanzo di un’autrice italiana suggestivo e pronto a dare una nuova visione di un genere amato ma a tratti forse inflazionato come il fantasy.
In un mondo alternativo insolito dove ci sono varie forze in gioco, esiste una dimensione oltre questo mondo, Keribe, un luogo onirico dove le coscienze ritrovano corporeità dopo la Prima Morte. Questo mondo è celato allo sguardo normale da quattro confini invalicabili: da uno di essi, Orlo, oscuro mare innavigabile, emerge Erinke, una ridestata, appartenente ad una stirpe sterminata secoli prima per i loro poteri. Tutti temono ancora le persone come lei, e il suo arrivo non passa inosservato, così come il fatto che è e resta profondamente umana come emozioni e sogni. I Guardiani dei Confini e la Resistenza, due forze in aperto contrasto, la cercano e Erinke sceglie di affidarsi a Nimpha, l’unica istituzione in grado di proteggerla.
Ruben la deve catturare per la Resistenza, ma il loro incontro sconvolgerà le vite di entrambi, scoprendo di essere uniti in ideali che porteranno Keribe sull’orlo di una guerra tra i mondi.
Una storia tra leggenda e interiorità, con un nuovo personaggio femminile interessante e insolito e una riflessione non da poco sulla paura per il diverso e l’insolito, che ha creato nella realtà e nella fantasia non pochi problemi e tragedie. Il mondo ideato da Ilaria De Togni è dominato da forze naturali che sono giudici insindacabili dei conflitti interiori e esteriori, con al centro di tutto chi combatte per sopravvivere e chi combatte per costruire un mondo per cui valga la pena sacrificare se stessi.
Più onirico di altri titoli ma non privo di azione e di suggestioni, Il sogno di Keribe svela una nuova voce del fantastico italiano, capace di creare un mondo che resta dentro: la storia può sembrare autoconclusiva, solo il tempo ci dirà se ritroveremo questo universo o altri della stessa autrice, mentre si attendono altri titoli in tema Gargoyle.

Ilaria De Togni è nata all’ombra delle mura medievali di Montagnana (Padova). Creativa per vocazione, fin da giovane si interessa di arte e simbologia, mito e psicologia. Si forma sulla letteratura pulp degli anni ’90 e 2000, incontra sulla sua strada le visioni oniriche di Alejandro Jodorowsky. Suona e canta in alcune band gothic metal locali, quindi si forma in comunicazione pubblicitaria e graphic design e diventa art director di un’importante azienda organizzatrice di eventi live. Il Sogno di Keribe è il suo romanzo d’esordio.

Source: dono della casa editrice, si ringrazia Sergio Vivaldi dell’ufficio stampa.

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:: I signori della cenere, Tersite Rossi (Edizioni Pendragon, 2016) a cura di Micol Borzatta

12 gennaio 2017
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Una grande battaglia sta affliggendo il mondo quasi dalla sua creazione. Il tutto inizia con il Grande Ordine, una setta monacale fanatica, con sede nei Pirenei, e la sua antagonista, la Grande Madre, con sede nell’Isola di Creta e che predica la rinascita della pace e dell’uguaglianza dei sessi, abolendo le gerarchie e le autorità.
Con la modernizzazione del mondo, anche i seguaci delle due parti si sono evoluti, così i Globocrati diventano i leader dei maggiori istituti finanziari del mondo e governano con le loro banche e le multinazionali, imponendo morte e distruzione.
Proprio per questo la Grande Madre si è sempre rifiutata di sottostare al Grande Ordine, creando piano piano un nuovo mondo, governato da una società matriarcale e non gerarchica, società vigente dal 7 mila fino al 3 mila e 500 anni prima di Cristo, quando purtroppo il patriarcato ha preso il soppravvento.
In un lungo cammino che parte dalla Creta del XII secolo a.C. fino ai giorni nostri si vedrà come i Globocrati, detti anche Signori della Cenere, saranno i potenti delle varie ere, trasformando tutto in cenere, da qui il loro nome, e come la società matriarcale fu sepolta sotto alla distruzione.
Romanzo abbastanza complesso, ma di facile e veloce lettura, grazie al suo stile narrativo di facile comprensione, pur trattando argomenti anche complessi come la finanzia speculativa e la crisi economica.
Il lettore si sente protagonista del romanzo, come se ci interagisse direttamente, e questo grazie alle molteplici domande che gli autori lo portano a porsi capitolo dopo capitolo.
Un romanzo quasi didattico e contemporaneamente libro denuncia, che unendo fantasia alla realtà dà molti spunti a cui pensare facendo capire come l’uomo ha ridotto la visione del bene e della felicità a concetti chimerici.
Un romanzo profondo e toccante adatto a qualsiasi target.

Tersite Rossi pseudonimo usato per indicare un collettivo di scrittori formato da Mattia Maistri, insegnante, e da Marco Niro, giornalista, entrambi trentini.
Esordiente nel 2010 con il romanzo È già sera, tutto è finito entra nel panorama della Narrativa d’inchiesta.
Nel 2012 pubblica Sinistri che parla dei mali della Capitale.
I Signori della Cenere chiude la trilogia.

Source: pdf inviato al recensore dall’autore, ringraziamo il collettivo Tersite Rossi.

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:: Lanark. Una vita in quattro libri (Vol. 2), di Alasdair Gray (Safarà Editore)a cura di Lucilla Parisi

10 gennaio 2017
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Definito dal Guardian come “uno dei pilastri della narrativa del XX secolo” e da Anthony Burgess come “il miglior romanziere scozzese dai tempi di Walter Scott”, Alasdair Gray, autore, drammaturgo, scenografo e pittore riesce con l’ambizioso progetto Lanark. Una vita in quattro libri (pubblicato in Italia da Safarà Editore; traduzione di Enrico Terrinoni) a uscire dallo schema di narratore etichettabile in qualche genere, creando una sorta di biografia surrealista, gotica, e a tratti distopica, del personaggio di Duncan Thaw, antieroe enigmatico sulle strade di una Glasgow al contempo antica e futurista.

Si trovava ai piedi di una rupe di granito quattro volte la sua altezza, con un pendio formato da uno strato più basso che finiva per proiettarsi oltre quello più alto. Man mano che si arrampicava, la paura dell’altitudine raffinava la sua eccitazione. Il pendio era eroso e pieno di ghiaia, e a ogni passo sassolini crepitavano per poi rimbalzare nel cielo oltre la scogliera.

Scritto in un periodo di quasi trent’anni e considerato un classico della letteratura, Lanark. Una vita in quattro libri fonde elementi provenienti dai più diversi generi letterari, in cui il realismo si unisce all’elemento fantastico, la satira sociale al dramma e lo humour è sempre al servizio della verità della narrazione. Nei primi due volumi già pubblicati assistiamo alla formazione di Duncan Thaw, bambino e poi ragazzo, dal carattere difficile, nato precocemente da genitori indigenti dell’East End di Glasgow. Le vicende narrate iniziano con l’evacuazione del quartiere in tempo di guerra, l’istruzione scolastica di Duncan fino all’ottenimento della borsa di studio per la Glasgow School of Art, dove la sua incapacità di stringere relazioni con le donne e la sua ossessiva e visionaria concezione dell’arte lo condurranno verso un percorso di follia e nichilismo, fino al tentativo di suicidio per annegamento.

L’angoscia lo attirò a sé da un angolo della mente di cui era quasi inconsapevole, come un cucciolo che prova a catturare l’attenzione del padrone, strattonandolo per l’orlo del cappotto.

Con influenze che vanno da Franz Kafka a Aldous Huxley, l’opera può essere vista come una trasposizione letteraria degli incubi e dei presagi dell’autore nei confronti di una certa società massmediatica e contemporanea. Bizzarre, oniriche, le riflessioni di Duncan Thaw, alter ego di Alasdair Gray, rimandano continuamente a una catastrofica visione di una disgregazione umana totale, devastata dai conflitti politici, dall’avarizia, dalla paranoia e dall’endemica crisi economica mondiale.

A volte mi fai paura, Duncan. Le cose che dici non sono di uno che ci sta con la testa. Tutto perché vuoi essere superiore alla vita normale.

Lanark è parte del progetto editoriale di narrativa con il quale Safarà Editore è risultata tra le quattro case editrici italiane vincitrici del programma di finanziamento europeo EACEA, un bando che intende favorire la circolazione di opere letterarie in traduzioni di alta qualità.

Alasdair Gray (Glasgow, 28 dicembre 1934) è un eclettico scrittore, artista, poeta e drammaturgo scozzese. Personalità poliedrica del panorama artistico europeo, nelle sue opere fonde elementi provenienti dai più diversi generi letterari, in cui il realismo si unisce all’elemento fantastico, la satira sociale al dramma, e lo humour è sempre al servizio della verità della narrazione. L’opera più nota è il suo primo romanzo Lanark – Una vita in quattro libri. Scritto in un periodo di quasi trent’anni e oramai considerato un classico della letteratura, è stato definito dal New York Times Book Review «La Divina Commedia del cripto-calvinismo anglosassone». Il suo romanzo Poveracci! ha vinto il Whitbread Novel Award e il Guardian Fiction Prize.

Source: libro inviato al recensore dall’editore.

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:: “Dimmi che c’entra la felicità” di De Filpo e Corraro (Edizioni Ensemble, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

10 gennaio 2017
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Dimmi che c’entra la felicità di Margi de Filpo e Vincenzo Corraro è una silloge di 18 racconti, alternati per autore, che in punta di piedi e con un linguaggio pacato e misurato accompagnano il lettore nei mille mondi descritti. Piccoli universi di storie di vita ordinaria. Infiniti microcosmi di una quotidianità a volte struggente altre accompagnata da una profonda leggerezza che comunica, in ogni caso, una vocazione alla parola come narrazione di fatti sentimenti riflessioni e denuncia.
Il libro si apre al lettore con un testo di Corraro. La collina davanti al mare racconta la parabola di un uomo del Sud che le ha provate tutte, compresa l’emigrazione, prima di gettare la spugna e arrendersi. Una resa che nel protagonista equivale a una rinascita, una voglia di riscatto che si concretizza nel desiderio di azzerare tutto e ripartire, cercando di non sprecare di nuovo ciò che la vita offre o che a questa si riesce a strappare.
Una riflessione amara, quella condotta da Corraro, sulle psicosi e nevrosi della vita moderna. Sul desiderio sfrenato di “possedere”: una casa, una famiglia, dei figli, del denaro, una posizione sociale… Sul ruolo che in questa vorticosa giostra viene dato agli affetti e all’amore. Sulla vita che può essere un rettilineo oppure una curva mal progettata dove basta un attimo, un granello di brecciola, un rivolo d’acqua o una piccola distrazione per farti precipitare nel vuoto.
Se Corraro descrive la “periferia” dello Stato nella sua marginalità di luoghi dimenticati, per certi versi, dal progresso e dalla modernità, la De Filpo racconta invece quella di una grande metropoli come Roma dove “combattono” per sopravvivere giovani e meno giovani formatisi in tutti i gradi (lauree, dottorati, master…) e che lottano per un misero posto in qualche anonimo call center sempre in bilico tra il rinnovo del contratto e il licenziamento, spesso dovuto alla “necessità” di una delocalizzazione dell’azienda per ridurre i costi e poter restare sul mercato. Assurdità e contraddizioni di luoghi dove invece il progresso e la modernità sono entrati a gamba tesa e hanno manifestato il loro lato più nero. Questo raccontano i protagonisti di L’ultima chiamata al call center.
Diego de Silva ha sapientemente sintetizzato in poche battute ciò che il lettore trova in Dimmi che c’entra la felicità quando ha descritto gli autori «pazienti e sapientemente incostanti» in grado di comprendere da soli quando è il momento giusto per “affacciarsi” al pubblico, ovvero quando il loro lavoro è abbastanza maturo.
Non si trova alcunché di “acerbo” nei racconti di De Filpo e Corraro. Anzi la narrazione scorre fluida, i personaggi sono ben caratterizzati al punto che nei racconti successivi più volte chi legge spera di rincontrarli.
Il tema centrale del libro è naturalmente la felicità. Questa chimera che ognuno rincorre a proprio modo e che in pochi riescono a intuire che «non è un accidente come la tragedia, che quando la eviti arriva da un’altra parte». La felicità si nasconde «lungo la strada, dietro l’ultima curva prima del mare».

Margi de Filpo: Di origini lucane, vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Nero di lacrime e luoghi comuni e Liza, oltre alla short story Sensation.

Vincenzo Corraro: È nato e vive a Viggianello, in Basilicata. Ha scritto i romanzi Isabella e Sahara. Vincitore del premio “Nati 2 volte” per l’opera prima, i suoi racconti sono apparsi anche in varie antologie e su testate giornalistiche.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Cristina della Sala stampa Ensemble.

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:: Manuel el Negro, David Fauquemberg (Keller, 2016) a cura di Viviana Filippini

9 gennaio 2017
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Manuel el Negro, protagonista dell’omonimo romanzo di David Fauquemberg, pubblicato in Italia da Keller, è un fenomeno del canto e del ballo. Lui viene dal luogo dove cantare, suonare e ballare il flamenco, sono l’essenza dell’esistere delle popolazioni gitane. Manuel el Negro e il suo travolgente talento lasceranno ben presto la terra natia per farsi conoscere al mondo. Per raccontare la vita del cantante ballerino di fama mondiale partito dal Sud Ovest dell’Andalusia, dalla terra vicina al fiume Guadalquivir e racchiusa tra le città di Cadice, Siviglia e Jerez de la Frontera, l’autore ha scelto la voce narrante di Melchior, chitarrista e grande amico del personaggio principale del libro. Melchior, soprannominato Gordo, accompagnerà in giro per il mondo Manuel.  I due amici lavoreranno gomito a gomito per far conoscere il flamenco, ma il successo e la fama cambieranno Manuel, a tal punto che dopo una tourneè a New York, tra le due “M” i rapporti si incrineranno e ognuno seguirà la propria strada. Melchior sarà attraversato da una profonda crisi personale e artistica, così grave da indurlo a smettere di suonare la chitarra, per ricominciare solo più tardi e a piccoli passi. Poi, il ritorno di Manuel porterà Melchior ad accettare di collaborare, ancora una volta, con lui per far risuonare e vibrare, con ritmo e calore, l’anima pura del flamenco. Il romanzo di Fauquemberg è la storia di un’amicizia profonda tra ragazzi diventati uomini e di una cultura – quella gitana- che scaldano il cuore e le viscere di chi ascolta il flamenco e di coloro che lo suonano. Quello che si percepisce durante la lettura è la possente forza che unisce la voce narrante e il protagonista e si ha come la sensazione che Melchior e Manuel siano le due metà diverse di una stessa moneta. Melchior è un animo solitario, è molto tecnico e riflessivo nell’esecuzione musicale e nella vita. Non a caso per lui l’unico modo per raggiungere la perfezione è il massimo esercizio. Manuel è l’opposto. È impulsivo, irregolare nel modo di vivere, non segue le regole condivise da tutti. Lui ha le proprie “leggi personali” che lo portano anche ad eccedere, pur di ottenere quello che vuole. Questo farà attorno al cantate terra bruciata. Manuel sarà lasciato a se stesso dagli amici, dai colleghi e, elemento più drammatico, dalla moglie Rocio e anche da Manolito, suo figlio. Il ragazzo, non trovando un punto di riferimento stabile nel padre, si rivolgerà a Melchior per imparare a suonare la chitarra. Il giovanotto si avvicina al Gordo non solo per la musica, forse percepisce nell’amico del padre  quella persona equilibrata capace di fornirgli l’affetto e i valori esistenziali che il genitore sembra aver dimenticato.L’autore trascina il lettore dentro alle trame di un universo di vita dove la musica è la linfa vitale che alimenta l’esistenza di Manuel el Negro e di Melchior. Manuel el Negro di David Fauquemberg non è solo la storia di due amici, in essa si percepisce la parabola di un uomo (Manuel el Negro) che ha avuto tutto dalla vita, ma non è contento di nulla. Inoltre, il romanzo è un’interessante resoconto narrativo sulla cultura gitana, sulla sua  lingua e sul come gli usi e i costumi della tradizione vengano mantenuti vivi e tramandati da chi in essa ci è nato. Traduzione dal francese Beatrice Parisi.

David Fauquemberg è nato nel 1973 e vive nel Cotentin. Ha studiato Filosofia e ha viaggiato in diversi paesi: Cuba, Patagonia, Lapponia, Andalusia, California, Europa dell’Est e solcato l’Atlantico con la barca a vela. Per due anni ha soggiornato in Australia dove un periplo tragico nell’isola- continente gli ha ispirato il suo primo romanzo Nullarbor (Hoëbeke, 2007; Folio, 2009) che nel 2007 ha vinto il premio Nicolas-Bouvier. Tornato in Francia è diventato critico teatrale, autore di guide Dakota e Gallimard, scrittore e traduttore e reporter per le riviste “XXI” e “Gèo”. Per Keller è già uscito Mal tiempo.

Source: inviato al recensore dall’ editore.

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:: Cerniera lampo, di Luca Raimondi e Joe Schittino (Il Foglio, 2016) a cura di Federica Belleri

9 gennaio 2017
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Una cittadina di provincia e il suo istituto alberghiero. Due ragazzi, Teo e Dino. Diversi, nel carattere e negli interessi. Si ritrovano nella stessa classe a partire dalla quarta. Questo è l’ultimo anno, quello della maturità. È il 1994. I due giovani non si parlano mai, occupano i lati opposti nella classe, ma le loro vite sono destinate a incrociarsi. Gli anni novanta ci ricordano gli 883, il programma Non è la Rai, le discoteche aperte di pomeriggio e le paninoteche viaggianti. Ci si trova a discutere di comunismo e di fascismo, di ragazze, di materie da studiare e di come superare al meglio un’interrogazione di Storia dell’Arte. Si affrontano gli attriti fra genitori e figli adolescenti. Si parla di insegnamento convenzionale e anticonformista. Ci si interroga sugli sbocchi professionali una volta usciti da scuola. Ci si muove attraverso l’istinto, fra una risata e un attacco di gelosia. Si vive nell’inquietudine, covando rancore. Il tutto è miscelato a dovere, con personaggi che paiono delle caricature e scene grottesche, pur nella loro semplicità.
L’esercizio di scrittura dei due autori è ben strutturato. Dalla prima alla terza persona, ad una voce fuori campo che sembra riprendere alcune scene dopo un “ciak, si gira”. Per un risultato che crea movimento alla trama.
Il finale è assolutamente inaspettato e invita alla riflessione sull’equivoco, sull’imprevedibilità degli eventi, sulle debolezze degli uomini.
Davvero una lettura interessante che vi invito ad affrontare.

Luca Raimondi, nato ad Augusta (Sr) nel 1977, è bilaureato in Filosofia e in Scienze dell’educazione. Ha pubblicato diverse opere narrative, tra cui i romanzi Marenigma (Aracne, 2009), Se avessi previsto tutto questo (Il Foglio, 2013) e Tutto quell’amore disperso (Il Foglio, 2014). È autore anche di alcuni saggi, tra cui Nient’altro che un sogno. Pasolini e la Trilogia della vita (Bastogi, 2005), Il pensiero pedagogico di Pier Paolo Pasolini (Sampognaro & Pupi, 2006) e Comunicare la cultura (Bonanno, 2007). Collabora con il notiziario on line “Diorama”.
Blog: lucaraimondi.blogspot.it

Joe Schittino, nato a Siracusa nel 1977, si è diplomato all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma. Tra i suoi collaboratori e interpreti: Maison d’Éducation de la Légion d’Honneur, Novosibirsk Philharmonic Chamber Orchestra, Orchestra Filarmonica Italiana, Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari, Delta Saxophone Quartet, Ensemble Algoritmo, Klaus Rohleder, Steve Martland, Claudio Saltarelli, Angelo Cavarra, Mario Ciaccio. La sua musica. pubblicata da Suvini Zerboni, Edition Gamma, Ebert Musik Verlag e BAM, è stata eseguita e radiotrasmessa in undici Paesi europei, Russia, Taiwan e USA.

Source: omaggio dell’editore

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:: Il maestro delle ombre, Donato Carrisi, (Longanesi, 2016) a cura di Federica Belleri

4 gennaio 2017
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Piove senza sosta su Roma e il Tevere fa paura. Viene programmato un black out. La città non è mai stata al buio, lo intimava anche Leone X nella sua bolla papale. Perché questo ritorno alle origini, all’uomo privato di ogni comodità? Ventiquattro ore anomale, che spaventano. Perché l’ignoto può arrivare da ogni dove. La luce è sicura, consente di orientarsi e di prevedere il pericolo. Il buio no. Il buio nasconde, inganna, illude. Modifica dimensioni e sensazioni. Un pugno di ore per distruggere la capitale della storia e della cultura. Un pugno di ore per morire annegati o vittime di un’aggressione. Come se fosse “the day after”, come una moderna apocalisse, fra macerie, fuoco e atti vandalici. Nel buio ci sono ombre che si muovono, silenziose. Ombre pericolose e calcolatrici, portatrici di morte. Marcus deve trovarne una in particolare. Fa parte dell’Ordine dei Penitenzieri del Tribunale delle Anime. È nudo, ammanettato, in una stanza circolare che sembra ricavata nel tufo. Non ricorda come e perché si trova lì. Ha memoria solo del suo nome. La sua missione comincia proprio da quel luogo di prigionia, o forse no? Passa attraverso orribili omicidi e il mistero di un bambino scomparso nove anni prima. È costellata di segni premonitori e simboli strani, da riordinare e legare nella giusta sequenza. Tutto deve essere interpretato, in nome della verità. Il romanzo è animato da personaggi che sono antagonisti di se stessi. Nel peccato ad esempio, e nel desiderio di essere perdonati per poi peccare di nuovo. Nella solitudine, dove rifugiarsi per dare libero sfogo alle pulsioni del corpo. Nel lusso, lasciando da parte la missione apostolica. Nelle bugie, per coprire il male, nella dimensione più inaspettata. Anima e carne. Buoni e cattivi. Luce e buio. Come cambia la prospettiva delle cose dal giorno alla notte? Come si riduce l’essere umano quando non può essere identificato e può dare vita a una guerra personale? Quanto si lascia influenzare dagli eventi e dall’illusione di conoscere veramente se stesso? Nemmeno l’amore può aiutare, quando si ha un obiettivo preciso. Forse il male nascosto nell’ombra si lava con altro male. Forse i segreti più infamanti si possono utilizzare per il proprio tornaconto … Fin dove può arrivare la cattiveria? Quali sono le conseguenze quando si viene plagiati? Forse è meglio non ricordare, come nel caso di Marcus. Oppure ricordare è un’espiazione della colpa?
Donato Carrisi mantiene alta l’attenzione e la tensione per tutto il romanzo, portandoci in una Roma surreale e claustrofobica. La trama stimola le emozioni che ovviamente strindono fra di loro. Il Maestro delle ombre domina, in silenzio. Nessuno sa chi sia. Eppure …
Bentornato Marcus. Buona lettura.

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo aver studiato giurisprudenza, si è specializzato in criminologia e scienza del comportamento. È sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. È una firma del Corriere della Sera ed è l’autore dei romanzi bestseller internazionali Il suggeritore, Il tribunale delle anime, La donna dei fiori di carta, L’ipotesi del male, Il cacciatore del buio e La ragazza nella nebbia, tutti pubblicati da Longanesi.

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:: Gli amori di Frida Kahlo di Valeria Arnaldi – (Bizzarro/Red Star Press, 2016) a cura di Lucilla Parisi

3 gennaio 2017
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Y aunque te amo con locura ya no vuelves
Paloma negra eres la reja de un penar
Quiero ser libre vivir mi vida con quien yo quiera
Dios dame fuerza que me estoy muriendo por irla a buscar

Così recita la canzone popolare messicana Paloma Negra, interpretata tra l’altro da Chavela Vargas, cantante messicana talentuosa e appassionata, amica e amante di Frida Kahlo.
Versi di un’intensità disperata, come disperato è l’amore dell’uomo innamorato e tradito dalla sua “colomba nera.” Il cuore tradito, però, è quello della Kahlo, che Valeria Arnaldi ci racconta nelle pagine del suo libro a lei dedicato, ripercorrendone la vita attraverso i molti incontri di amicizia, amore e passione.

Frida era sedotta da bellezza e personalità, ovunque si trovassero.

La poliedrica artista messicana che ha saputo incantare con il suo fascino e la sua forza generazioni di uomini e donne, rimase prigioniera di un amore doloroso e complesso, quello per il due volte marito Diego Rivera, il pittore e muralista della Rinascita messicana (1920-1960).
Nonostante l’indole ribelle e il profondo desiderio di libertà che la contraddistinsero, Frida non riuscì mai a riscattarsi dalla sofferenza che quel legame intenso – nato quando, ormai pittrice ventenne, rivide l’artista già incontrato in passato – le procurava.
Traditore per vocazione, Diego Rivera ebbe numerose e spesso celebri amanti, relazioni mal celate e spesso scaturite nella stravagante decisione di portare la terza incomoda nella casa coniugale, nel diabolico tentativo del pittore di ottenere l’approvazione di Frida che, per compiacerlo, ne diventava amica, confidente e forse anche amante.

Rivera era affascinato da quel gioco di allacci che vedeva le sue amanti godere insieme a lui di una sorta di piacere diffuso e, come tale, moltiplicato. Era un solletico erotico e perfino una lusinga. Sapeva, infatti, che erano proprio le attenzioni che lui dedicava a quelle donne il primo motivo di interesse di Frida.

Se l’elenco delle amanti di Rivera fu degno di nota (la pittrice Irene Bohus, l’attrice messicana Maria Felix, solo per citarne alcune), quello di Frida Kahlo non fu da meno.
Le mancanze del controverso matrimonio spinsero la pittrice messicana a ricercare l’appagamento e la tenerezza tra le braccia di amanti (donne e uomini) appassionati, avvenenti e disposti ad accettare di condividere il cuore dell’amata con l’insensibile Rivera.
Nonostante, infatti, le fughe e gli strappi (significativo fu quello causato dal tradimento di Diego con la sorella di Frida, Cristina Kahlo), il legame tra i due non si spezzò mai definitivamente, fino alla morte della pittrice, venticinque anni dopo il loro primo matrimonio celebrato il 21 agosto del 1929.
Gli amori di Frida Kahlo è un percorso interessante e raffinato tra le numerose pieghe di una relazione amorosa per nulla semplice, ma destinata a sopravvivere anche per la stima e il rispetto che – nonostante i tradimenti – Frida e Diego Rivera nutrirono per il rispettivo lavoro e lo straordinario talento che li contraddistinsero. Diego fu per Frida un modello, un maestro e sicuramente un punto di riferimento anche nei momenti di maggiore difficoltà. Erano le sue attenzioni che, in preda al dolore fisico – eredità dell’incidente che la devastò a soli diciotto anni – e alla disperazione che ne seguiva, la pittrice anelava, nonostante il suo letto e il suo cuore furono spesso scaldati da altri corpi e da altri amori.

«Se soltanto avessi vicino a me la sua carezza», scrive sul suo diario la pittrice. «La realtà della sua persona mi farebbe più felice, mi allontanerebbe dalla sensazione che mi riempie di grigio […] Ma come gli spiego il mio enorme bisogno di tenerezza! La mia solitudine di anni».

Celebri furono gli intrecci amorosi con Leon Trotsky, Josephine Baker e Georgia O’Keeffe, incontri che – in alcuni casi – si trasformarono in relazioni profonde e durature come quella con il fotografo Nickolas Murray, che la immortalò in scatti meravigliosi, o quella con l’illustratore catalano Josè Bartoli, arrivato in un momento di grande solitudine e con cui accarezzò nuovamente il pensiero di una gravidanza ancora possibile e sempre negata dal suo fisico provato dai numerosi interventi (ben trentadue) alla spina dorsale e alla gamba. Furono tuttavia relazioni destinate a esaurirsi nella distanza e nel tempo, se non soffocate sul nascere dall’ingombrante presenza di Rivera nel cuore come nella vita di Frida.
Valeria Arnaldi pone l’accento sulla donna e sull’artista eccentrica, energica e talentuosa e si sofferma sugli eventi, gli incontri e gli intrecci che resero la vita di Frida Kahlo decisamente straordinaria, complice il grande fermento culturale e politico del Messico postrivoluzionario, che attrasse nel Paese artisti da tutto il mondo, molti dei quali incrociarono la strada di Frida Kahlo.
A questi intrecci e all’arte messicana del XX secolo è dedicata la mostra in corso presso Palazzo Albergati (Bologna) sino al prossimo 26 marzo, in cui sono esposti – insieme a opere della Kahlo e di Rivera – anche lavori di David Alfaro Siqueiros e di Marìa Izquierdo, la prima pittrice messicana a esporre negli Stati Uniti.
Della stessa autrice Valeria Arnaldi, consiglio la lettura di Tina Modotti hermana, dedicato – per chi ancora non la conoscesse – alla fotografa, attivista e attrice di origine italiana, vissuta in Messico e amica di Frida Kahlo.

Valeria Arnaldi, giornalista professionista, critica d’arte e scrittrice. Scrive su testate italiane e straniere. Cura mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero. Per l’etichetta editoriale Bizzarro! ha già pubblicato, tra gli altri, Tina Modotti hermana e Chi è Banksy? E perché ha tanto successo? 

Source: libro del recensore.

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:: Un trascurabile dettaglio, Anne-Gaëlle Balpe (Terre di mezzo, 2016) a cura di Viviana Filippini

31 dicembre 2016
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Il protagonista di Un trascurabile dettaglio libro della Balpe, edito da Terre di Mezzo, è un bimbo nato con una piccola differenza, così piccola che quasi, a dire la verità, in un primo momento non la si nota nemmeno. Poi quello che sembra un particolare marginale comincia a rendere un po’ complicata la vita del protagonista il quale, purtroppo, non riesce a fare le cose al meglio. Tutte le persone che lo circondano si accorgono di questa sua difficoltà, ma al posto di aiutarlo, cominciano a prendere le distanze da bimbo disegnato da Csil, che si ritrova senza amici e solo in compagnia di quel piccolo trascurabile dettaglio che rischia di fagocitarlo. Poi, l’incontro con uno specialista (anche lui affetto da un piccolo trascurabile dettaglio) che fornisce al nostro piccolo eroico protagonista la giusta formula magica per una nuova vita. L’albo della Balpe, illustrato da Csil, è un libro per bambini dai 5 anni in su, ma direi che è interessante anche per gli adulti, per un lettura di gruppo, per dimostrare come a volte i piccoli difetti che ognuno di noi ha, sono imperfezioni che possono crearci problemi e impedirci di vivere bene con noi stessi e con il prossimo. La soluzione, come fa il protagonista di Un trascurabile dettaglio della Balpe, è imparare a conoscere i propri difetti per controllarli, per non lasciarsi sopraffare da loro e per far capire a chi ci sta attorno che non sono così mostruosi come sembrano.

Anne-Gaëlle Balpe è nata nel 1975 e vive a Parigi. Autrice di libri per bambini e ragazzi, si divide tra la scrittura e l’insegnamento in una scuola materna.

Csil è nata nel 1977 nelle Ardenne. È illustratrice e art-director di libri per bambini.

Source: acqusito del recensore.

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:: Cicerone, Stefan Zweig, (Castelvecchi,2016), a cura di Daniela Distefano

31 dicembre 2016
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“La scelta più saggia, per un uomo intelligente ma non particolarmente coraggioso che si trovi alle prese con qualcuno più forte di lui, è di evitarlo e restarsene in disparte senza vergognarsi, in attesa di una svolta che possa sgombrargli nuovamente il campo. Marco Tullio Cicerone, il primo umanista dell’Impero romano, il maestro dell’Oratoria, il campione del diritto, per tre decenni si è dedicato alla difesa delle leggi dei padri e alla tutela della Repubblica (…) Ma ora è arrivato qualcuno più forte di lui: Giulio Cesare”.

Cosa può fare un monumento umano di tale grandezza di fronte al pericolo incombente rappresentato da un’altra statua vivente di eguale magnificenza? Il pensatore si allontana da un ambiente indegno di lui per ritirarsi nella propria inviolabile interiorità. Ogni forma di esilio per lui è una spinta al raccoglimento personale. Cicerone ha condotto processi nel Foro, ha comandato legioni sul campo di battaglia, da console ha governato la repubblica e da proconsole alcune province, milioni di sesterzi sono passati per le sue mani liquefacendosi in debiti. Solo a una cosa non si è potuto dedicare, la più importante: l’esame della sua stessa vita.
Adesso è arrivato il momento di riappropriarsi del suo spirito. Cicerone lascia  così Roma, la metropoli caotica, e fa ritorno a Tusculum, l’odierna Frascati, nella sua casa circondata da uno dei più bei paesaggi italiani.
Nuovamente sconfitto e amareggiato, farà ritorno ai suoi libri nell’isolamento della villa Pozzuoli sul golfo di Napoli.
E’ qui che redigerà il suo testamento politico e morale, vale a dire il “De officiis”, la dottrina dei doveri che l’uomo libero e onesto ha verso se stesso e verso lo Stato. Si tratta di un capolavoro letterario in cui prevale il sentimento di humanitas : la cooperazione tra gli uomini è l’ideale più importante e alto.
In questo opuscoletto di pochissime pagine, Stefan Zweig incanala il lettore verso la comprensione di scelte fatali che – per metà frutto del destino, per metà effetto dell’arbitrio dell’ànthropos – hanno accompagnato il tragitto di un letterato eccezionale e poliedrico.
Cicerone ha abbandonato strada facendo i bagagli ingombranti delle ambizioni smodate, le bramosie del Potere, gli appetiti di gloria, ha abbracciato la morte per non vivere da semplice spettatore del disastro di un mondo che oramai non gli apparteneva più.

Stefan Zweig (Vienna 1881- Petròpolis 1942) è stato  poeta, drammaturgo, romanziere, tra gli scrittori più popolari del primo Novecento e maestro del genere biografico.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Enzo dell’Ufficio Stampa “Castelvecchi”.

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