Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Zitelle, Kate Bolick (Sonzogno, 2016) a cura di Elena Romanello

30 dicembre 2016
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Il femminismo ha sdoganato molti comportamenti e modi di vivere per le donne, soprattutto qui in Occidente, ma non mancano i ritorni indietro e soprattutto resta ancora un po’ tabù il fatto che ci siano ragazze di tutte le età che non ci tengono a sposarsi e non vogliono essere bollate come infelici e incompleto.
Kate Bolick, giornalista e autrice, parte da un suo articolo di qualche anno fa in tema per costruire Zitelle, saggio gustoso che difende la scelta sua e di tante altre donne di non sposarsi, ricordando in partenza una frase che purtroppo si è ancora in molte a sentirsi dire: Chi sposerò? E quando?
Il libro è a metà strada tra un memoir personale sul come e perché l’autrice non si è sposata e un trattato sulla vita delle donne libere fuori e dentro negli Stati Uniti a partire dall’Ottocento, per arrivare a quella che oggi è una scelta condivisa da una maggioranza crescente di donne americane.
Per arrivare a questo c’è stata un’evoluzione e Kate Bolick parla dei suoi modelli, citando alcune icone protofemministe come la poetessa Edna St. Vincent Millay, di cui non ricorda purtroppo il suo impegno per far scagionare Sacco e Vanzetti, la scrittrice Edith Wharton, che nei suoi libri, a cominciare da La casa della gioia denunciò anche come fosse difficile per una donna non sposarsi, l’eclettica Maeve Brennan, che ispirò il personaggio di Holy Golightly in Colazione da Tiffany di Truman Capote, distrutto nell’adattamento filmico da un irritante lieto fine tradizionale.
Queste donne, in anticipo sui loro tempi, hanno ispirato l’autrice e possono ispirare anche chi legge il libro, molto americano negli intenti sociali e storici, ma in ogni caso divertente e godibile, per raccontare storie di tenacia, di affermazione, di avventure di vita. Un libro quindi per riflettere su come le idee e le azioni di donne che hanno precorso i tempi, ma anche per guardarsi dentro, per scoprire il modo di costruirsi una vita gratificante, assaporando la giovinezza o godendosi la mezza età e il poter finalmente farsi gli affari propri.
Ma Kate Bolick lancia anche un chiaro messaggio non solo per le single ma per tutte le donne: si può essere “zitelle” dentro. Perché vivere da sole non è una condizione imbarazzante a cui sfuggire, ma può essere una forma, esigente e appagante, di libertà.
Un libro per tutte le donne, quindi.

Kate Bolick vive a Brooklyn, insegna alla New York University e collabora con le maggiori testate americane, tra cui l’«Atlantic», il «New York Times», «Elle» e «Vogue». Qualche anno fa pubblicò un articolo memorabile in cui dichiarava di preferire una vita da single a un matrimonio mediocre. Il testo fece il giro del mondo e ispirò questo speciale memoir, diventato subito un caso editoriale. Zitelle è già stato tradotto in diverse lingue; il «New York Times» l’ha riconosciuto come uno tra i migliori libri del 2015.

Source: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’Ufficio stampa Sonzogno.

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:: L’arte non è faccenda di persone perbene di Lea Vergine, (Rizzoli, 2016) a cura di Lucilla Parisi

30 dicembre 2016
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“L’arte è il magico e il mostruoso insieme”, e quando questo accade l’opera d’arte ti lacera senza che tu riesca, a parole, a spiegare il dolore. “Ci sono immagini che toccano chissà quali nodi del nostro inconscio, per cui ciò che stai guardando ti immobilizza”. E’ ciò che accade con la bellezza, quella bellezza che “può essere un colpo al cuore, un affanno.”
Così Lea Vergine, critica d’arte e autrice di numerosi libri, ci introduce nel suo viaggio attraverso la sua esperienza con la vita e con l’arte, dal suo passato “che non passa” e dove tutto cominciò – al quinto piano di un palazzo (“il grattacielo”) di Napoli situato nell’allora piazza Matteotti, oggi piazza Carità – al fermento culturale dei salotti milanesi, passando attraverso le Gallerie d’Arte romane, come La Tartaruga di via del Babuino o la Galleria Pogliani, solo per citarne alcune.
Era la fine degli anni Cinquanta quando, diciannovenne, lasciò gli studi universitari per scrivere d’arte su riviste e giornali napoletani, cimentandosi in quella che poi diverrà la sua professione di critica, nata dalla passione per l’arte e la scrittura. Dopo Napoli vennero Roma e Milano e, soprattutto, il necessario distacco dalla famiglia.
Lea Vergine ci racconta di un’infanzia complicata, fatta di separazioni e non detti: un pianerottolo divideva la sua casa, in cui viveva con i nonni paterni, dall’appartamento della madre e dei suoi fratelli più piccoli. Un compromesso per salvare le apparenze e le fragilità di un padre, morto giovanissimo, e di una madre incapace di volerla abbastanza e lei, Lea, stretta tra il peso delle aspettative dei nonni e i sentimenti contrastanti per una madre negata: “se l’infanzia è stata dura (ne posso parlare solo da un paio d’anni), l’adolescenza e la gioventù sono state molto peggio. Alla paura si è aggiunto il dolore e non mi riesce neanche adesso raccontarlo.”
Nella delicata conversazione con Chiara Gatti che si sviluppa in queste pagine, Lea Vergine tenta di ricucire pensieri ed emozioni legate proprio a quel periodo della vita, rivivendo quelle immagini infantili come presagi carichi di significato. E vivi sono i ricordi di Napoli, come i sentimenti che ancora, la scrittrice, porta con sè: il turbamento alla vista dei colori dell’aurora sulla città, quella che – ventenne – correva ad ammirare, pescando, dal mare; la commozione per il tramonto sui muri delle case, il cui grigio e rosso pompeiano si mescolavano al viola, per compiere il miracolo; la nostalgia per i grandi spazi e l’architettura stratificata da secoli di storia, dominazioni e contaminazioni. E’ impossibile dimenticare l’esperienza di una città colma di tradizioni, profumi, suggestioni e Napoli, dal canto suo, non è una città che dimentica, anzi “è una città dove nessuno dimentica mai niente e dove tutto è successo ieri.”
Roma e Milano vennero dopo, con gli incontri importanti e i luoghi di ritrovo, le occasioni di lavoro e gli scambi in un ambiente ricco di spunti e idee:

“all’Hotel Continental, una volta alla settimana, Ettore Sottsass e Nanda Pivano tenevano banco. Erano incontri importanti per lo svecchiamento di Milano, perché Nanda arrivava dall’America e raccontava, mentre Ettore chiosava. A casa di Lalla e Gillo Dorfles esisteva l’idea di generosa ospitalità, proprio come a casa di Ottiero Ottieri e Silvana Mauri. […] La casa alternativa, oggi si direbbe, era quella di Achille Mauri, illuminata dalla presenza della moglie Diana, dove conobbi Carmelo Bene. […] Erano tutte case dove si cenava e poi si discuteva per ore, fino a notte. Tutto questo faceva di Milano una città diversa.”

E poi il matrimonio con Enzo Mari “una pietra. Indispensabile.”
L’arte è il significato e la scrittura il mezzo: Lea Vergine scrive d’arte e non solo, e lo ha sempre fatto con cura, con la dovuta attenzione ai particolari, ai vezzi e al carattere.

“Si scrive col corpo, dalla testa ai piedi. Muovo le mani sulla carta. Il tatto è imprescindibile. Devo sentire la materia della carta, devo sentire l’odore, e devo sentire la matita tra le dita, devo poter piegare il foglio in diversi modi. […] Le parole sono pietre che mi tengono ancorata alla scrivania. Sono particelle di un pensiero che prende forma. […] Butto sulla carta tutto quello che mi passa per la mente. Quando ho finito questo traffico, tra il demente e il demenziale, accendo un’altra sigaretta, prendo una forbice, ritaglio gli appunti, prendo una spillatrice e attacco gli appunti su un foglio. […] Spengo la sigaretta nel posacenere, lascio sul tavolo il testo concluso ed esco a comprare dei fiori. Fiori di stagione.”

Non si può fare a meno dell’arte, e se lo si fa sarebbe davvero un peccato: trovarsi di fronte all’ “enigma”, al metafisico, all’inspiegabile è qualcosa per cui vale la pena rischiare la caduta, la lacerazione che spesso l’abbandono alla bellezza può portare.
Ciò che si guarda è il riflesso dell’ignoto che ognuno di noi si porta dentro: l’arte non fa altro che riportare a galla l’arcano e il magnifico insieme. Certo non è per tutti e sicuramente “l’arte non è faccenda di persone perbene.” D’altronde

“chi non è intento all’ombra dell’immagine ignora il senso dell’immagine poiché è nell’ombra che l’immagine ristà, celata. L’immagine, come la persona, senza ombra è l’immagine che non ha il doppio. […] E tuttavia l’ombra resta inaccessibile perché noi siamo l’ombra, giacché siamo fondamentalmente quanto ci manca.”

Lea Vergine, critica d’arte, è autrice di numerose pubblicazioni tra cui Il corpo come linguaggio / Body Art (1974); Attraverso l’Arte / Prati-ca Politica (1976); L’Arte ritrovata (1982); L’Arte in gioco (1988); Gli ultimi eccentrici (1990); Arte in trincea (1996); Body art e storie simili (2000); Ininterrotti transiti (2001); Parole sull’arte (2008) e La vita, forse l’arte (2014).

Source: libro del recensore.

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:: Vento del sud, Elmar Grin (Marcos Y Marcos, 2016) a cura di Giulietta Iannone

23 dicembre 2016
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Non capita spesso di poter leggere un romanzo di un esponente della cosiddetta “intellighenzia sovietica”, tra censura, epurazioni e difficoltà varie che impedivano oggettivamente ai romanzi sovietici di uscire dai confini della Russia, ne sono giunti a noi molto pochi, e ancora meno sono sopravvissuti all’impietosa corsa del tempo, che tutto appiana e livella, rendendo obsolete e a volte scomode ideologie e concezioni del mondo.
Caso a parte sembra rappresentato da Vento del sud, (Veter s juga, 1946) del russo Elmar Grin, al secolo Aleksandr Vasiljevitš Jakimov, giunto in Italia già nel 1948, tradotto da Pietro Zveteremich, per l’editore Macchia.
A risollevarlo dall’oblio e dalla irreperibilità ci pensa l’editore Marcos Y Marcos, ripubblicandolo quest’anno, sempre nella bella traduzione dal russo di Pietro Zveteremich.
Il modo di scrivere del 1948 certo potrà suonare antiquato ad un lettore contemporaneo, ma sicuramente accresce il fascino di questo libro, soprattutto perché la poesia non passa mai di moda, e il registro poetico utilizzato in questo libro è senz’altro percepibile, una poesia minima, quotidiana, forse elementare, legata alla natura, ai moti dell’animo, alla crescita personale e alla presa di coscienza in questo caso di un contadino finlandese, onesto e operoso, prima schiavo e fedele al suo padrone, poi dopo un’ interiore lotta di classe, sempre povero, ma libero.
La componente ideologica è indubbia, (vinse il Premio Stalin 1947) tuttavia è evidente che l’autore, pur restando nei canoni dell’ortodossia sovietica, devia verso una concezione più spirituale di rinascita e affrancamento, che ne decreta in un certi versi la modernità e universalità, accostandosi alla grande tradizione russa ottocentesca, della rivincita dei vinti e degli oppressi.
Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi alla lenta cadenza del narrato, ad acquistare una certa attenzione per i fatti minimi che succedono della vita di Einari, voce narrante del romanzo, e di suo fratello Vilho. Certo la guerra farà da catalizzatore e punto di svolta, ma sono sempre gli episodi minimi, le sfumature, che Elmar Grin illumina con la sua prosa sobria e umile. Nessun stentoreo proclama, nessuna enfatica agiografia spiccia. Resta senz’altro un sapore vintage, anche ideologico, la Russia sovietica non è ancora passata attraverso il revisionismo e la demitizzazione di Stalin, tuttavia come documento di un’ epoca e di una mentalità non priva di derive utopistiche ed eccessivamente ottimistiche, cattura, e affascina. Potere oscuro della vera letteratura.

Elmar Grin è lo pseudonimo di Aleksandr Vasil’evič Jakimov, nato nel 1909 in una famiglia contadina nella campagna russa ai confini con la Finlandia. Poeta e autore di diversi romanzi, ha raggiunto la notorietà con Vento del Sud, vincitore del premio Stalin e tradotto in molte lingue.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio stampa Marcos Y Marcos.

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:: Morire senza salute, Gabriele Pagliariccio (Dissensi, 2016)

23 dicembre 2016
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Soldi e salute, un binomio quanto mai esplosivo, al centro di dibattiti, tavole rotonde, riflessioni di economisti e filantropi. Binomio che risolleva il dilemma etico se sia giusto lasciare la salute, la vita umana, in balia di mere regole di mercato. I ricchi si curano, e sopravvivono, hanno al loro servizio le migliori strutture ospedaliere, i più avveniristici strumenti di diagnosi e intervento, i migliori specialisti. I poveri muoiono abbandonati nelle corsie di luoghi a cui non possono accedere, privi di coperture assicurative, privi delle più elementari tutele. Questo sembra lo scenario a cui sembra condannato il nostro mondo civilizzato, globalizzato, sempre più di stampo liberista e attento ai bilanci, al profitto, al PIL, dominato da una sorta di privatizzazione selvaggia, e da un prevalere di una sorta di selezione naturale sempre più disumana, sempre più simile all’eugenetica economica. Scenario che emerge dal breve saggio Morire di salute, del chirurgo vascolare, docente universitario, volontario in numerose missioni umanitarie, Gabriele Pagliariccio. Agile volumetto che esce nelle edizioni Dissensi, con una prefazione combattiva e sanguigna di Don Luigi Ciotti. Comunque se questa è la tendenza, da cui Pagliariccio ci mette in guardia, quasi metà del libro è dedicata a un caso virtuoso, forse unico, a una lezione di civiltà medica che arriva da un paese lontano dell’America Latina, che non molto tempo fa avremmo potuto definire tranquillamente Terzo Mondo, l’Equador. Insomma il mondo sta prendendo una gran brutta piega, ma non tutto è perduto, sembra dirci Pagliariccio, con una certa veemenza, non priva della forza di chi ha imparato molto di quello che sa sul campo. Morire senza salute si compone di tre sezioni: “La salute nel mondo”, “Il quadro italiano”, e appunto “Un paese solidale: l’Equador”. Nella prima parte abbiamo un taglio di respiro storico, atta a darci un breve quadro generale, con termini tecnici, tendenze, e una focalizzazione verso i singoli sistemi sanitari: nei paesi poveri, nei paesi cosiddetti emergenti, nei paesi post URSS, negli Stati Uniti, e nei paesi con sistemi universalistici Beveridge e Bismarck. Nella seconda parte l’autore analizza più nel dettaglio il settore Italia, vittima della tendenza generale in atto nei paesi industrializzati di cui parlavo prima, ma anche vittima di suoi mali endemici, come gli sprechi, la corruzione, l’incapacità amministrativa, i partitismi, i privilegi e la grande disparità e disomogeneità dei nostri sistemi regionali, (nascere nelle regioni del nord, a volte è per i pazienti molto più “felice” che nascere nelle regioni del sud o delle isole). Nella terza e ultima parte l’autore ci presenta il sistema Equador, come una sorta di modello, non privo comunque di precise congiunture forse non ripetibili altrove come il lavoro e il seguito che è riuscito ad avere tra la popolazione, il presidente Correa, o la presenza di figure carismatiche come l’ex ministro della salute Davide Eduardo Chiriboga (di cui pubblica una breve intervista). Tra welfare “casalingo” e l’Operazione Mato Grosso, veniamo a conoscere che la presenza italiana non è marginale in questo circolo virtuoso. Di Pagliericcio colpisce la limpidezza di pensiero, sebbene si evinca una certa matrice ideologica, le sue riflessioni non sono dettate da cieco fanatismo. Vede i limiti, le cose non ancora fatte e migliorabili, non proclama lo statalismo immune da vizi e distorsioni. E questo ha reso senz’altro la sua testimonianza, viva e sentita, di maggior effetto ed efficacia. Buona lettura.

Gabriele Pagliariccio, medico italiano. Si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1988 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma, si è specializzato in Chirurgia Generale presso l’Ateneo di Ancona nel 1993 e in Chirurgia Vascolare nel 1999 presso la stessa Facoltà. Ha seguito un Corso di Specializzazione in Diagnostica Vascolare GIUV nel 1993 ed ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Flebologia Clinica e Specialistica presso l’Università Cattolica. E’ professore a contratto dell’Università Politecnica delle Marche presso la Scuola di Specializzazione in Chirurgia generale. E’ docente della Scuola di Ecografia delle Marche della SIUMB.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio Stampa Dissensi.

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:: Bookteen – Manuale del guerriero della luce di Paulo Coelho, (Bompiani, 1997) a cura di Lucrezia Romussi

21 dicembre 2016
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Il ‘’Manuale del guerriero della luce’’ è un libro scritto e pensato dallo scrittore e poeta brasiliano Paulo Coelho nato a Rio De Janeiro il 24 agosto 1947. L’autore, sin da giovanissimo, mostra una vocazione artistica ed una sensibilità assai rara. In età sbarazzina tende a rifiutare regole e dogmi comportamentali, causa questa di gravi contrasti con i genitori, i quali successivamente decidono di ricoverarlo in un ospedale psichiatrico. Qui viene sottoposto a un elettroshock poiché desidera studiare teatro, disciplina reputata dalla borghesia brasiliana come una sorgente di perversioni ed immoralità. Si cimenta, poi, nello studio dell’alchimia. Viene arrestato dalle forze della dittatura brasiliana, come sovversivo. Si sposa due volte. Successivamente, durante il 1981, nei Paesi Bassi entra in contatto con un maestro spirituale, da lui denominato “J”, che lo riconduce alla religione cristiana. Nel settembre 2007, l’ONU nomina Paulo Coelho il nuovo messaggero della pace. Pubblica diverse opere tra le quali ‘’Il Cammino di Santiago’’ e ‘’L’alchimista’’. Il testo preso in considerazione è edito da asSaggi Bompiani, con la traduzione di Rita Desti ed è stato da me acquistato in una libreria. L’opera inizia con un prologo, nel quale una misteriosa donna invita un bambino a scoprire un antico tempio edificato su un’isola. Una leggenda racconta che le sue campane, nonostante la struttura sia ormai sprofondata negli abissi del mare, continuino a suonare. L’ effetto acustico si manifesta dopo che il bimbo si abitua ai vari suoni dell’ambiente circostante come il verso dei gabbiani o il rumore del vento. Diventato adulto, torna sulla spiaggia, incontra nuovamente la figura femminile, per nulla intaccata dai segni del tempo, che gli consegna un quaderno azzurro e lo invita a prendere nota. Il libro procede come un manuale guida per il “guerriero della luce”. Tra le pagine, attraverso l’utilizzo di concetti metaforici e filosofici, lo scrittore racconta al lettore l’esistenza di un entità presente in ciascuno che crede nei sogni e nella loro realizzazione. L’essere ama la vita cercando di assaporare ogni momento concesso comprendendo la sofferenza e la gioia, sfidando le difficoltà e tentando sempre di riflettere e ragionare per vincere ogni battaglia, ma sapendo anche accettare la sconfitta intesa come fonte preziosa di miglioramento. Un vero “guerriero della luce” possiede la meravigliosa capacità di credere in Dio attraverso una fede pura ed incontaminata, l’unica forza essenziale e perfetta dell’uomo. Paulo Coelho in questo libro, attraverso un linguaggio semplice, esprime concetti determinanti per affrontare la vita in maniera giusta, onesta e vera. Per questo motivo consiglio l’opera ai ragazzi. Infatti, in questa fase della vita, ciascuno di noi deve ancora decidere cosa desidera fare della sua esistenza e siamo alla ricerca di valori, virtù e dogmi da seguire. In questo testo possiamo, infatti, certamente trovare elementi essenziali per una crescita morale ed interiore. Concludo con le parole della donna misteriosa che recitano: ‘’Un guerriero della luce non tenta di sembrare. Egli è.’’.

Paulo Coelho è nato a Rio de Janeiro nel 1947. È considerato uno degli autori più importanti della letteratura mondiale.
Prima che Coelho diventasse autore di best-seller è stato direttore teatrale, commediografo, hippy e noto autore di canzoni per alcune tra le più famose pop star brasiliane. Successivamente ha lavorato come giornalista e autore televisivo.
Dall’ottobre del 2002 Coelho è membro della Accademia Brasileña de las Letras. Inoltre è anche autore di una rubrica domenicale su “O Globo”, uno tra i quotidiani a maggior tiratura in Brasile e diffuso in tutto il mondo. Dal settembre 2007 è stato nominato Messaggero di Pace delle Nazioni Unite.
Le opere di Paulo Coelho sono state pubblicate in più di 170 paesi e tradotte in 72 lingue e hanno venduto ben 65 milioni di copie!
Ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti in molti paesi, fra cui il “Crystal Award 1999”, conferitogli dal World Economic Forum, il prestigioso titolo di Chevalier de l’Ordre National de la Légion d’Honneur, attribuitogli dal governo francese, e la Medalla de Oro de Galicia.
I lettori e i critici apprezzano in particolare il suo stile poetico, realistico e filosofico così come quel suo “linguaggio simbolico che non parla alla nostra testa ma al nostro cuore”.

Source: libro del recensore.

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:: La solitudine delle stelle lontane, Kate Ling (HotSpot, 2016), a cura di Elena Romanello

21 dicembre 2016
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Anno 84 della Missione, la nave spaziale Ventura è in viaggio infatti da ottantaquattro anni verso il sistema stellare Epsilon, da cui è arrivata una remota richiesta di contatto: ci arriverà tra duecentosessanta anni, con i discendenti dell’equipaggio di oggi, che non conosceranno mai cosa vuol dire vivere su un pianeta abitabile, sulla terraferma, ma solo il buio dello spazio.
In questa microsocietà strutturata e basata su rigide regole, dalla scuola alle unioni che bisogna fare per garantire una discendenza che un giorno arriverà forse a colonizzare un nuovo pianeta, la giovane Seren ha appena visto morire la nonna, l’ultimo essere sulla nave che ricordava ancora la Terra. Alla fine della scuola scopre che dovrà unirsi con Ezra Lomax, ragazzo che non sopporta, ma incontra Domingo Suàrez, un ragazzo con delle ombre nel suo passato per aver trasgredito alle regole di Ventura. Tra i due nasce l’amore, contro tutto e tutti, proprio mentre l’astronave arriva nelle vicinanze di un possibile pianeta abitabile, che potrebbe essere una soluzione di fronte ad un peregrinare senza fine e senza prospettive.
Sarebbe facile liquidare questo romanzo come l’ennesima storia young adult, che usa il fantastico come filtro per raccontare un triangolo: in realtà, per fortuna, nelle pagine de La solitudine delle stelle lontane c’è molto di più, e non solo una storia di formazione e di ricerca di una propria identità, ma anche una variante interessante su un genere che risorge sempre dalle proprie ceneri come la fantascienza.
I viaggi nello spazio sono, grazie a serie tv popolari come il sempre verde Star Trek, un tema principe del genere fantascientifico: in realtà, ipotizzare un viaggio nello spazio ha alcuni ostacoli insormontabili, a cominciare da quello, non risolto nemmeno nel futuro ipotizzato da Kate Ling, di non riuscire a superare la velocità della luce, e quindi dal dover pensare a astronavi generazionali di persone che dovranno per secoli vivere e riprodursi nello spazio in attesa che i discendenti di chi partì un giorno dalla Terra trovino un nuovo pianeta dove vivere.
Una prospettiva affascinante e angosciante, alla base di una distopia sull’astronave dove non si è costruita una società ideale come quella ipotizzata sull’astronave Enterprise, ma un mondo chiuso, basato su regole che alla lunga vanno strette e che forse bisogna pensare ad infrangere. La storia di una ribellione, certo, ma anche un modo per scampare a un destino ipotizzato da altri come scenario di un futuro possibile, in cerca di un mondo ideale talmente remoto da risultare impossibile.
La solitudine delle stelle lontane si rivolge ad un pubblico di adolescenti, ma non solo come del resto i libri della collana Hot spot di Castoro: gli appassionati di fantascienza più attempati troveranno tematiche e visioni che magari li hanno già affascinati decenni fa, nell’eterna ricerca di una casa e di una felicità fuori nel cosmo e nell’impossibilità oggi di realizzare in pieno questa utopia.

Kate Ling è nata e cresciuta a Londra, dove ha conseguito un master di scrittura creativa. Negli ultimi dieci anni ha lavorato come bibliotecaria nelle scuole di tre diversi continenti e come coordinatrice dei programmi di letteratura nelle scuole. Appassionata di fantascienza e viaggi, debutta con La solitudine delle stelle lontane. Il suo sito ufficiale è http://www.kateling.co.uk

Provenienza: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’ufficio stampa Castoro.

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:: I piccoli fuochi, Ben Pastor (Sellerio, 2016) a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2016
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Francia occupata, autunno 1940.
Proseguono le indagini di Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht, prestato al Abwehr, servizio di controspionaggio militare del Terzo Reich. Personaggio complesso, creato dalla scrittrice italiana, naturalizzata americana, Ben Pastor, di cui in questa avventura conosceremo nuove sfumature e sfaccettature.
L’ordine non cronologico delle storie ci permette infatti di andare avanti e indietro nel tempo, sempre nel lasso temporale che vide l’Europa trasformarsi in un cumulo di macerie durante la Seconda Guerra Mondiale, e questa volta ci consente di approfondire la psicologia giovanile di Bora, ancora non temprata da anni e anni di guerra, sempre combattuta sul fronte interno, a indagare su singoli delitti, che quasi svaniscono sullo sfondo dei milioni di morti della guerra vera, quella di trincea, quella del deserto dell’Africa, o dello sconfinato e gelido fronte russo.
Ma le storie di Ben Pastor più che essere storie belliche di grandi battaglie militari sono storie di personaggi, di tormenti interiori, di battaglie etiche e morali per la maggior parte combattute nell’animo del protagonista, Martin Bora, di cui, anche grazie all’espediente interno della scrittura del diario, stiamo imparando a conoscere ogni piega, anche la più nascosta e poco marziale.
Dopo aver recensito Il cielo di stagno, Luna bugiarda, La strada per Itaca, e Kaputt Mundi, è la volta di I piccoli fuochi (The Little Fires, 2016) edito sempre da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Credo che i romanzi di Ben Pastor creino dipendenza, e soprattutto si fanno rileggere sempre con vivo interesse data la complessità che racchiudono, che non si esaurisce con la classica scoperta del colpevole.
Finita la lettura de I piccoli fuochi, già mi chiedo quale sarà il prossimo, quale periodo tratterà quasi con la lente di ingrandimento sempre sviluppando l’evolversi del personaggio, cosa non facile se consideriamo appunto che va avanti e indietro nel tempo, creando uno svolgimento in fieri, di stampo sperimentale. Un gioco che si presta a nuove revisioni e approfondimenti e se vogliamo adeguamenti per omogeneizzare le trame passate a quelle presenti.
Questo sforzo narrativo, sempre sul filo teso del funambolo, credo faccia dei Ben Pastor una degli autori più interessanti e originali del panorama contemporaneo, sia italiano, che straniero, considerata anche la sua peculiarità di essere a cavallo dei due mondi. Ciò che colpisce, in modo netto e vivido, è la grande verosimiglianza psicologica del protagonista, che forse solo chi ha vissuto con un militare può percepire pienamente in tutta la sua portata.
Niente è trattato con leggerezza o superficialità, e questa è senz’altro la parte che maggiormente apprezzo, che quasi relega a una dimensione incidentale la parte poliziesca della trama. Sì, certo ci sono delitti, ci sono indagini, più o meno ostacolate, ci sono i colpevoli, ma soprattutto ci sono i luoghi, le atmosfere, le ricostruzioni minuziose, e certosine, e lo studio dei caratteri, dei personaggi, che fanno dei suoi romanzi non mera letteratura gialla, alla maniera classica.
Non che sia facile leggere i suoi libri, ho perso il filo parecchie volte, un po’ perché la vita di tutti i giorni ci assorbe, e i suoi libri sarebbe meglio leggerli quando si ha tempo continuativo da dedicargli. Magari in queste vacanze di Natale, perché no. Ho forse divagato troppo scrivendo questa recensione, tralasciando la trama, ma cercherò di rimediare, senza dare troppe indicazioni su chi possa essere l’assassino o gli assassini.
Dunque Bora è a Parigi, sulla strada per il quartier generale dell’ Abwehr su boulevard Raspail, in arrivo dalla Germania. Ad accoglierlo, in modo quasi dimesso, la Francia occupata dell’ottobre del 1940. Molto diversa dalla Parigi gioiosa della sua giovinezza cosmopolita.
La missione che lo porta a Parigi è da lui definita di routine, di mera sorveglianza. Deve pedinare Ernst Junger, capitano dell’esercito e famoso scrittore dell’epoca, inviso al regime hitleriano. Missione che accetta quasi controvoglia, per l’autentica ammirazione che prova per Der Krieger, (Il Guerriero), begnamino tra gli eroi della Grande Guerra.
Ma per spirito di dovere, e stanca accettazione, è lì a Parigi, senza avere ben chiara l’idea di cosa consistano davvero i suoi compiti: mera sorveglianza, raccolta di indizi, tentativo di screditarlo e ucciderlo, per lo meno socialmente?
Il primo che incontra è il colonnello dell’Abwehr Hans Kinzel, sempre in abiti civili, che lo aspetta in una libreria, e al quale dovrà riferire per tutta l’indagine, alla quale si aggiunge una missione, questa puramente investigativa, sull’omicidio della moglie bretone del commodoro della Marina Militare Arno Hansen-Jacobi, il brutto incidente di Landernau.
Prima di lasciare Parigi per la Bretagna (dove anche Junger sembra essersi rifugiato) Bora incontra un misterioso polacco (terza indagine che dovrà seguire, anche se questa più sfumata), Zawadski, rigattiere proprietario di un negozio di Strumenti d’epoca, brocantage e spartiti che gli parlerà dei fatti di Katyń.
Tanti sono i piccoli fuochi che Bora incontrerà sul suo cammino, non ve li cito, vi lascio il piacere di scoprirli durante la lettura, posso invece dire che in questo romanzo la Pastor sperimenta anche nuove vie narrative, utilizzando sfumature horror, (L’uomo di Mont Velerien giaceva nella fossa, con barba e le unghie che crescevano ancora), una punta di sovrannaturale, con gli inspiegabili rumori notturni a Les Trepasses, tra leggende bretoni, e mitologia, e una più forte connotazione erotica, specie nelle scene che vedono Bora e la cantante Mome Chouette, (al secolo Nadine Lisieux, cantante di Cabaret e informatrice della Gestapo), protagonisti.
Che dire d’altro, dicevo che sono romanzi che creano dipendenza, e io infatti, con ancora l’eco dei mondi creati da questo romanzo, aspetto il prossimo. Buona lettura.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014) e Kaputt Mundi (2015).

Nota: In copertina Acquarello e gouache su carta di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). Collezione privata.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

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:: I dodici bambini di Parigi, Tim Willocks, (Multiplayer Edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

20 dicembre 2016
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Nella Parigi in festa per il matrimonio nel 1572 tra Enrico di Navarra e Margherita di Valois, ma dove scoppierà l’eccidio ai danni dei protestanti destinato a passare alla storia come il massacro di San Bartolomeo, giunge Mattias Tannhauser, uomo che ha alle spalle una storia tormentata, di combattente tra Oriente e Occidente. Vuole ricongiungersi alla moglie Carla, incinta e quasi al termine della sua gravidanza, che è stata invitata ai festeggiamenti per le nozze, ma che sparisce nelle ore concitate successive al massacro, rapita dalla banda di pitocchi di Grymonde, mentre Mattias si trova imprigionato al Louvre, al centro di una cospirazione che vuole la sua morte, per questioni del suo passato e presente che danno non poco fastidio a vari potenti.
Mattias e Carla erano già protagonisti di un libro uscito qualche anno fa per Cairo editore, Religion, che raccontava il loro incontro sullo sfondo dell’assedio di Malta ad opera degli ottomani una decina d’anni prima dei fatti narrati qui. I dodici bambini di Parigi è godibilissimo anche senza aver letto il primo capitolo, che però aggiunge dettagli di comprensione importanti.
Tim Willocks, considerato da alcuni come l’erede di Alessandro Dumas padre e insignito a Verona del premio Salgari come migliore romanziere contemporaneo di avventura, porta in un mondo crudo e spietato, in uno dei momenti peggiori della Storia europea, durante uno dei fatti più vergognosi e intolleranti, oggi forse dimenticato ma che non è male da ricordare per non dimenticare nessuna discriminazione e nessuna vittima del fanatismo che trascinò nella follia parigini e non di tutte le classi sociali. L’autore costruisce un intreccio avventuroso e appassionante, ma realistico e non idealizzante, per raccontare quei giorni là, in una città che crollò sotto i colpi dell’integralismo religioso, non alieno a nessuna cultura. Un libro d’avventura ma anche una storia per non dimenticare, per appassionarsi tra corti corrotte e bassifondi restituiti con realismo e senza melensaggi purtroppo presenti per tanto tempo in tanti romanzi storici. Mattias e Carla sono personaggi a cui è facile affezionarsi, ma restano nel cuore anche i 12 bambini del titolo, simbolo di ogni vinto di tutte le epoche, da quella Parigi là alla Siria e ai barconi di oggi.

Tim Willocks, britannico, classe 1957, è psicologo, attivista sociale nella lotta contro le tossicodipendenze, cintura nera di karate, sceneggiatore e scrittore di thriller e romanzi storici. Ha scritto i romanzi thriller Bad City Blues (1991), Il fine ultimo della creazione (Green River Rising, 1995), Re macchiati di sangue (Bloodstained Kings, 1996) e Doglands (2011) e gli storici Religion (The religion) e I dodici bambini di Parigi (The twelve children of Paris). Da alcuni anni risiede in Irlanda.

Source: libro preso in prestito nelle biblioteche del circuito SBAM.

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:: Leonid, Frédéric Brrémaud e Stefano Turconi (Star Comics, 2016) a cura di Elena Romanello

19 dicembre 2016
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La Star Comics presenta una graphic novel che non mancherà di piacere agli amanti dei gatti, frutto di una collaborazione franco italiana tra Frederic Brrémaud e Stefano Turconi.
Nelle colorate pagine vive l’epopea di Leonid, gatto che abita in un sobborgo residenziale in mezzo al verde, dove è libero di entrare e uscire dalla sua casa e di conoscere altri gatti, sia selvatici che domestici. Il tutto sembra perfetto, tra amicizie che nascono, scorribande, pappe e coccole, finché nella fattoria in fondo alla strada alcuni agnellini vengono massacrati da qualche belva sconosciuta. Il fattore decide di liberare i suoi feroci cani da guardia, per dare la caccia all’assassino, senza tenere conto che questi animali non fanno nessuna differenza tra i gatti e sono un pericolo per tutti.
Leonid e i suoi amici a quattro zampe, felini ma non solo, iniziano a far luce su quello che è successo, scoprendo un’inquietante verità ma anche un passato tragico che torna, di qualcuno che una volta era proprio come loro, un animale coccolato e amato.
Il filone di storie con animali protagonisti, tra l’avventuroso, il fantastico e la denuncia sociale, trova in Leonid un nuovo capitolo interessante, per una storia che comprende al suo interno sia libri che graphic novel, con nomi illustri come Il vento tra i salici, La collina dei conigli e la serie Warrior Cats. Qui gli animali non sono umanizzati come avevano fatto a suo tempo due artisti come Beatrix Potter e Walt Disney, sono animali a tutti gli effetti, con le loro caratteristiche, ma nello stesso tempo sono metaforici della vita umana e dei suoi problemi e questioni.
I temi di fondo sono due: la storia di formazione e la denuncia del dramma dell’abbandono degli animali domestici. Leonid compie un processo di cambiamento, da gatto appena adulto a essere consapevole di se stesso e delle sue azioni, scoprendo realtà nascoste, che possono aver toccato i suoi simili, abbandonati, dimenticati, buttati per strada verso un destino non certo felice.
Leonid è una bella storia per i più giovani, con disegni in tinta pastello che incantano senza rinunciare al raccontare anche situazioni reali anche se restituite in toni romanzeschi, con un incontro tra mondi e modi di vita diversi sempre ricco di interesse. Ma alla fine può piacere e appassionare a tutte le età, in particolare se si amano i gatti, personaggi versatili in tanto immaginario anche fantastico e fumettistico.

Frederic Brrémaud, classe 1973, è uno sceneggiatore francese. Estremamente prolifico e versatile, ha firmato serie di successo quali, per esempio, Love (con Federico Bertolucci), Drakka (con Lorenzo De Felici) e Chats! (con Paola Antista).

Stefano Turconi, classe 1974 è un disegnatore diplomato all’Accademia di Brera e alla Scuola d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, in forza poi all’Accademia Disney come allievo di Alessandro Barbucci. Ha collaborato a varie testate come Topolino, PK e W.I.T.C.H., e dal 2001 comincia a collaborare con il gruppo di autori Settemondi Studio. Continua poi la sua collaborazione in casa Disney nsieme alla sceneggiatrice Teresa Radice con cui realizza la graphic novel Il Porto Proibito, uscito per Bao nel 2015 vincitore del premio Gran Guinigi a Lucca Comics 2015 e del Premio Micheluzzi al Napoli Comicon 2016.

Provenienza: acquisto del recensore.

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:: Blogtour – Il rituale del male, Jean-Christophe Grangé (Garzanti, 2016), ultima tappa

17 dicembre 2016

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Chiudiamo oggi questo lunghissimo blogtour dedicato a Il rituale del male (Lontano, 2015) di Jean-Christophe Grangé, che ci ha tenuto compagnia per un po’ più di quindici giorni, questa è la diciassettesima e ultima tappa. Ringraziamo i lettori che ci hanno seguito, Grangé che ha scritto il libro, (stanno traducendo proprio in questi giorni il seguito, Congo Requiem), Garzanti per averci supportato, nelle persone di Bianca e Giulia, e in ultimo ma non meno importanti i traduttori che hanno accettato di partecipare. Spero vi sia piaciuto, noi ci abbiamo messo tutto l’impegno e ci siamo anche divertiti. Nella tappa di oggi lo scrittore Stefano Di Marino ci parlerà del libro, con il suo stile inconfondibile. Buona lettura.

֎ La trama ֎

L’aria è malvagia sull’isola di Sirling, al largo della costa bretone. Un’aria salmastra, appiccicosa, in cui l’odore del mare si mescola alle immagini di un macabro rituale, al ricordo di un uomo, uno spietato serial killer dalla firma inconfondibile. L’Uomo Chiodo, però, ha smesso di colpire da più di quarant’anni. Nel 1971. A Lontano, nel cuore del Congo.
Ma i segni di quei terribili omicidi emergono ora dal limbo del tempo in una base militare di fulgida tradizione. Il corpo di un giovane cadetto, dilaniato da un’esplosione, viene ritrovato all’interno di un bunker. I rilievi del medico legale non lasciano dubbi: il corpo è stato trafitto da centinaia di chiodi arrugginiti, gli organi asportati, gli arti orrendamente mutilati. A occuparsi del caso, stranamente, non è la polizia militare, ma la prestigiosa squadra Omicidi di Parigi, guidata dal comandante Erwan Morvan. Erwan è figlio di quel Grégoire Morvan che, proprio a Lontano, aveva messo fine alla scia di sangue dell’Uomo Chiodo, quello che sulle risorse minerarie del Congo ha costruito la propria fortuna e che ora, da una posizione defilata, comanda le leve della polizia francese. E mentre le vittime si moltiplicano e gli indizi si fanno via via più evanescenti, il fantasma dell’Uomo Chiodo torna a braccare i Morvan e a scuotere dalle fondamenta il buon nome di una famiglia in apparenza inattaccabile. Ben presto l’indagine costringe Erwan sulle tracce delle più oscure gesta di suo padre in Africa, trasformandosi in una sfida che oltrepassa le leggi dello spazio e del tempo, in cui nessuno è senza colpa e nessuno conosce la verità. Una corsa sfrenata per salvare chi ama, che condurrà Erwan lontano dalla Francia, nel cuore del Congo oscuro e sanguinoso che ha tenuto a battesimo la sua stessa esistenza.

֎ L’autore ֎

Jean-Christophe Grangé è autore di romanzi di grandissimo successo che hanno ampliato i confini del thriller tradizionale: Il volo delle cicogne, I fiumi di porpora, Il concilio di pietra, L’impero dei lupi, La linea nera, Il giuramento, Miserere, L’istinto del sangue. I suoi libri, tradotti in tutto il mondo e venduti in milioni di copie, sono pubblicati in Italia da Garzanti. Spesso sono stati portati sul grande schermo, e I fiumi di porpora ha vinto il premio Grinzane Cinema 2007 per il miglior libro da cui è stato tratto un film.

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֎ Stefano Di Marino legge Il rituale del male ֎

Dopo il non riuscitissimo Il respiro della cenere (Kaiken), e un film di successo mai arrivato in Italia (La Marque des Anges preso da Miserere, con Depardieu) Jean-Christophe Grangè ci regala un altro romanzo di ampio respiro (più di 700 pagine) recuperando in maniera originale alcune delle sue tematiche più forti.
Lasciando i tentativi di esplorare troppo approfonditamente la psicologia femminile, come succedeva in L’istinto del sangue (La Foret des Manes),  si concentra con Il rituale del male (Lontano) su forti psicologie maschili all’interno di una famiglia. Fondamentalmente quelle di Gregoire ed Erwan Morvan, padre e figlio, entrambi poliziotti. Specchi di generazioni e ideologie differenti. Il vecchio ha la grinta di un Gabin e un passato di gauchista diventato uomo forte del potere nelle colonie e, a modo suo, ‘padrino’ di una famiglia disastrata. Incombono ricordi di sevizie familiari (sulla moglie Maggie) e un’inchiesta di quaranta anni prima che ha condotto a uno spettacolare arresto di un serial killer bianco nella comunità degli espatriati della remota città di Lontano, in una zona impervia del Congo. Malgrado una vita di avventure, soprusi, operazioni da ‘barbouze’[1], quell’indagine portata felicemente (si fa per dire…) a termine resta un evento epocale.
Forse la chiave di volta dell’intera vicenda umana di Gregoire, dei suoi difficili rapporti con i figli. Se Erwan è quello che più gli assomiglia, pur nell’antitetica visione della legge e della famiglia, altri risultano interessanti. Il bel Loic, bisessuale, drogato, disgraziato e genio della finanza. Un disperato angelo maledetto, almeno quanto la più giovane Gaelle che s’illude di poter sfondare nel mondo dello spettacolo e invece fa la prostituta di lusso nei circoli altolocati di Parigi. E poi c’è Sofia, figlia di un finanziere italiano, ex moglie di Loic e amore segreto di Erwan.
In questo complesso quadro familiare arriva come una meteora un’indagine su un incidente a una scuola militare in Normandia, luogo d’origine della famiglia Morvan. Subito s’intuisce qualcosa di malsano e anche il sospetto di un episodio di ‘nonnismo’ degenerato in tragedia impallidisce di fronte di fronte alla brutalità di un omicidio che ha qualcosa di rituale.
Di più, le circostanze rimandano direttamente ai delitti di quel serial killer, l’Homme-clou, l’uomo dei chiodi che seviziava e riduceva le sue vittime a feticci della magia nera Yombè. Si apre, come di consueto, un sipario su un universo lontano e tropicale, in cui la follia e la crudeltà si confondono con il mondo degli spiriti e della superstizione. In breve emerge un arazzo di depravazioni, di vizi e di follia mescolati con manovre economiche e brutalità criminali.
La famiglia Morvan è sotto attacco e, pur senza appianare le loro divergenze, padre e figli devono ricompattarsi e affrontare nemici senza volto.
Abilissimo come sempre a tessere un ordito complesso tra sentimenti, ricordi, verità nascoste, Grangè fonde azione e suggestioni di avventura esotica con il mistero, l’indagine poliziesca e l’interazione dei personaggi. Più volte siamo sul punto di svelare il mistero, ma sempre qualcosa sfugge, un dettaglio non torna. Così si arriva all’ultima pagina con una rivelazione che il lettore attento ha forse presagito, ma che non viene del tutto chiarito. Potrebbe esserci un seguito oppure no. Di fondo, al thriller più angoscioso si avvicina un ritratto familiare che, partendo da un canovaccio machbethiano, arriva a impensate conclusioni.
Come nel caso di tutte le opere di Grangé Lontano è un romanzo che è qualcosa di più di un thriller. Diciamolo, per quanto io sia un sostenitore dei giallisti italiani (e ci mancherebbe) qui ci sono anni luce di distanza. Purtroppo mi pare che sia per quanto riguardi il cinema che la produzione letteraria ci sia un pregiudizio condiviso da editori, spettatori e lettori verso la produzione francese. Forse ci siamo fatti un po’ trarre in inganno da Lelouche, da Romer e da una certa produzione che ha indotto alcuni a immaginare la Francia come fornace di storie romantiche e non a tutti gradite.
Guardiamoci un po’ intorno. Da Oltralpe arrivano prodotti filmati e scritti di grande qualità, originali, non è che si limitano a imitare Maigret per tutta la vita. Grangè (come il suo imitatore Thillez, ma anche Lemaitre) è un autore di classe, molto originale. Val la pena di conoscerlo.

[1] Barbouze è un termine gergale dispregiativo usato per i membri dei vari corpi dell’ OAS (l‘Organisation de l’armée secrète), la cui lotta veniva condotta in modi che nè la polizia e nè l’esercto potevano usare ufficialmente. Così agivano in maniera semi-clandestina (“barba finta”). Successivamente, questo termine è stato usato per descrivere gli agenti SDECEE (Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage) e gli agenti segreti tutti senza distinzione, ma sempre con una connotazione peggiorativa o burlesca.

֎ Il link a tutte le tappe ֎

:: Amy Snow, Tracy Rees (Neri Pozza, 2016) a cura di Elena Romanello

16 dicembre 2016
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Hertfordshire, profonda provincia inglese, anno di grazia 1848: l’inverno è giunto con tutta la sua carica di freddo e gelo, mentre Amy Snow, diciassette anni appena, si allontana dalla casa signorile di Hatville Court, non più desiderata nel luogo dove ha vissuto tutta la sua vita, in cerca di una nuova strada per la sua giovane vita.
Dopo la perdita dell’unica persona che lei abbia mai amato non sembra esserci del resto altra scelta: Aurelia Vennaway, la figlia unica di Lord Charles e Lady Celestina Vennaway, donna in anticipo sui suoi tempi, colta e arguta, se ne è andata a soli venticinque anni per una fatale malattia cardiaca che l’ha minata sin dall’adolescenza. Era stata Aurelia, allora bambina intraprendente e ribelle, a trovare Amy durante un’altra giornata gelida, neonata e nuda sulla neve, e a insistere perché la piccola venisse a vivere nella sua famiglia, come sguattera prima ma poi come sua cameriera e confidente. Una cosa che ai suoi genitori, provati dalla mancanza di un erede maschio, non era mai piaciuta, così come avevano digerito male le ribellioni di Aurelia ad una vita convenzionale, comunque impedita dalla sua malattia, come l’anno che aveva passato lontana da casa qualche tempo prima di andare incontro ad una rapida fine.
Amy ha ricevuto da Aurelia un piccolo lascito, ma soprattutto la prima di una serie di lettere che la accompagneranno in giro per l’Inghilterra, tra Londra e York, alla ricerca dei molti segreti dell’amica e forse di una traccia sul suo passato. Un viaggio che la aiuterà a capire meglio se stessa ma anche Aurelia, e forse a dare una nuova svolta alla sua vita.
L’Inghilterra vittoriana continua a suscitare un grande fascino in lettori e autori: Amy Snow, romanzo d’esordio di Tracy Rees, si rifà ai classici di Charles Dickens, Charlotte Bronte e Elizabeth Gaskell costruendo un intreccio di ricerca e di agnizione senza snaturare epoca e personaggi, ma nello stesso tempo creando due personaggi femminili interessanti, Amy da una parte e Aurelia dall’altra, assente e presente nei ricordi di chi l’ha conosciuta, amiche per la pelle in un mondo in cui le differenze di classe erano alla base dell’ordine sociale.
Un libro interessante per chi ama il mondo inglese dell’Ottocento, una ricerca di se stesse e del proprio posto nel mondo, condotta omaggiando la narrativa dell’epoca ma nello stesso tempo attuale e intrigante.

Tracy Rees è originaria del Galles. Si è laureata a Cambridge ed è autrice di diversi saggi. Amy Snow è il suo romanzo d’esordio, con cui ha partecipato al premio indetto dal Richard & Judy Bookclub e che è diventato un caso editoriale, segnalato anche dalla prestigiosa Historical Novel Society.

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:: La ragazza perfetta, Gilly Macmillan, (Newton Compton, 2016) a cura di Elena Romanello

15 dicembre 2016
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Fin dall’infanzia, Zoe Maisey ha rivelato un grande talento per la musica, incoraggiata dalla madre che ha visto in lei un riscatto per una vita non felice, insieme ad un suo secondo matrimonio con un uomo ricco e alla nascita di una nuova bambina. Ma una notte causa un incidente d’auto in cui perdono la vita tre suoi coetanei e deve scontare una pena detentiva.
Il discorso sembra chiuso e Zoe Maisey è pronta ad affrontare un nuovo concerto con il fratellastro Lucas, a cui è legata e che oltre alla musica ha anche velleità di sceneggiatore cinematografico. Ma qualcuno scopre la sua esibizione e non manca di rovinarle la festa e quella stessa notte sua madre muore in condizioni misteriose.
Il tema del disagio adolescenziale non è nuovo, ma l’autrice lo tratta in maniera non banale, parlando anche di un tabù come un periodo in carcere per un incidente non voluto ma accaduto (nei Paesi anglosassoni se si guida in stato di ebrezza e si provoca un incidente mortale si va in galera, anche se si è giovani), ma anche di bullismo, droga e violenze familiari, oltre che di dipendenza affettiva.
Il romanzo procede su più piani, tra il racconto delle verità dei vari personaggi fino alla rivelazione finale: il personaggio di Zoe è interessante e ben tratteggiato, una ragazza caduta all’inferno ma capace di risollevarsi e di voler essere diversa da una madre che si rivelerà l’anello debole della catena. Risulta però essere più interessante Lucas, membro di quella nuova famiglia in cui Zoe si è trovata inserita, e dove dovrebbe trovare la sua nuova strada. Lucas condivide interessi e passioni artistiche con la sorellastra, ma nelle storie che scrive, come quella della morte di sua madre Julia per un male incurabile, forse sa dire la verità su una situazione d’inferno nascosta dietro ad una casa elegante.
La ragazza perfetta racconta quindi tante storie con tante voci, in una ricerca della verità e della giustizia, parlando anche di seconde possibilità e anche di ruolo della donna nella società, tra aspettative eccessive di madri che non sono riuscite a realizzarsi come volevano e dipendenza amorosa che come insegna la cronaca nera per troppe donne risulta essere fatale.
La vita è comunque fatta di chiaroscuri e tante verità, in cerca di una soluzione per la vita di una ragazza che doveva essere perfetta e che invece è solo umana, vittima di situazioni ma forse capace anche di cambiare e andare avanti.

Gilly Macmillan è cresciuta nel nord della California, poi è venuta in Gran Bretagna, dove ha studiato Storia dell’arte alla Bristol University e al Courtauld Institute of Art di Londra. Ha lavorato al Burlington Magazine e alla Hayward Gallery, poi ha deciso di dedicarsi alla scrittura. Vive a Bristol con il marito e i tre figli e ha debuttato con un altro thriller di successo, 9 giorni.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Newton Compton.

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