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:: Intervista a Helga Di Giuseppe, responsabile della collana Monstra di Scienze e Lettere, a cura di Elena Romanello

8 luglio 2015

sireneSu Liberi di scrivere abbiamo già parlato della collana Monstra di Scienze e Lettere, che presenta libri illustrati sui miti classici rivolti ad un pubblico di bambini ma non solo. Helga di Giuseppe è autrice di questa serie, e le abbiamo chiesto alcune cose su questa interessante proposta editoriale.

Come è nata l’idea di Sirene e di Monstra?

L’idea parte dalla mia formazione di archeologa e dalle notevoli esperienze accumulate sul campo che mi hanno portata, in varie occasioni, ad incontrare esseri particolari della mitologia classica. Con lo scavo della villa dell’Auditorium a Roma, ad esempio, ho avuto a che fare con il dio-fiume Acheloo, con lo scavo delle pendici settentrionali del Palatino ho imparato a conoscere Hecate, con gli studi sulla produzione tessile Aracne, figure che hanno fortemente colpito la mia fantasia per l’attualità dei temi che proponevano con le loro storie. Così, alcuni anni fa, cogliendo l’occasione offertami dal lavoro presso la casa editrice Scienze e Lettere ho voluto dar voce a questi personaggi, creando la collana Monstra, dedicata agli ibridi della mitologia classica che uniscono in sé le caratteristiche degli uomini, degli animali e, a volte, anche delle cose. Mi sono voluta prendere cura di questi esseri, perché nonostante ‘tecnicamente’ parlando siano dei mostri, ovvero esseri inesistenti in natura, in realtà sono figure estremamente positive e interessanti e sono diventati quel che sono per via di punizioni subite per la loro ‘esuberanza’. Li ho voluti mettere in scena anche perché meno noti o mal noti rispetto al grande panorama degli dèi dell’Olimpo. Pensiamo ad Acheloo il primo ad aprire la serie, che nessuno sa chi sia e che invece è un bene che venga conosciuto, in quanto simbolo delle acque locali che scorrono e che necessitano rispetto da parte dell’uomo o le Sirene, figlie del precedente che in origine non sono affatto donne-pesce come tutti pensano, ma uccelli, alquanto cattivelli.

Perché c’è ancora tutto questo interesse per la cultura classica e secondo lei ci sono stati cambiamenti di percezione e di seguito?

Il continuo interesse per la cultura classica credo sia un fatto antropologico, legato all’innato interesse dell’uomo per il suo passato e per quello dell’umanità in genere. La cultura classica non è qualcosa di statico e inamovibile ma va scoperta e riscoperta in continuazione attraverso la lettura critica delle fonti letterarie, epigrafiche, archeologiche, buona parte delle quali attendono ancora di essere esplorate: il fascino della scoperta dunque e l’attesa di essa sono un catalizzatore irresistibile di interessi. Una volta la cultura classica e la conoscenza del passato in genere erano appannaggio delle classi più elevate della società; nel tempo l’istruzione, il benessere economico, il moltiplicarsi delle forme di comunicazione hanno generato una sensibilità verso il passato sempre più diffusa, che ora però stiamo rischiando di perdere di nuovo per molte ragioni, primo fra tutti il disagio economico che ci ricorda che la cultura è un lusso che non tutti se lo possono permettere.

Lei ha seguito un percorso accademico nella cultura classica: cosa le ha dato e come e perché lo consiglierebbe a dei giovani?

Il mio percorso accademico mi ha lasciato moltissime belle acquisizioni che non smetto mai di scoprire, come l’elasticità mentale, la disciplina, la tolleranza nei confronti del diverso, la capacità di analisi e di giudizio, l’affinamento della sensibilità. Studiare il passato in tutte le sue forme e geografie è come vivere più vite e uscirne ogni volta più ricco. Per non parlare del fatto che gli studi classici in sé implicano il confronto continuo con altre discipline, con studiosi di tutto il mondo, insomma aprono la mente come pochi altri campi del vivere quotidiano. Lo consiglierei certamente ai giovani, ma con un’accortezza oggi fondamentale: affiancare gli studi classici con qualcosa di pratico che consenta la sopravvivenza. un corso di taglio e cucito, di cucina, di grafica, di informatica, di idraulica ecc. Infatti gli studiosi di scienze umanistiche non sono minimamente riconosciuti dalla società: un ingegnere che progetta ponti o un architetto che progetta case e monumenti viene pagato moltissimo, uno studioso che progetta collane editoriali, scavi archeologici, iniziative di ricerca, programmi di comunicazione, allestimenti museali, mostre non ha nessun tipo di riconoscimento se non, raramente, nei ristretti ambienti in cui opera.

Come la cultura classica può migliorare la vita?

La cultura classica, ti migliora la vita come te la migliora la cultura in genere, fornendoti una capacità di giudizio superiore che non sempre coincide con la felicità, ma certamente con una maggiore consapevolezza della storia in cui siamo. La cultura classica in particolare, ti offre l’opportunità di fare un salto nel passato che è come fare un salto nella propria infanzia, quindi sempre con un po’ di nostalgia, un mezzo sorriso, una tenerezza per le cose che sappiamo sono passate per sempre e che possiamo quindi guardare con il giusto distacco, la giusta ironia.

Prossimi progetti?

Continuerò a far parlare i ‘vulnerati’ della mitologia antica, nella speranza che suscitino l’interesse dei più giovani, ma anche degli adulti, e che facciano scattare in loro quel bisogno di combattere le ingiustizie e di difendere gli ‘abusati’ che ci renderebbero più umani, un’umanità di cui in questo momento di grandi movimenti di popoli disperati si sente particolare bisogno.

:: Un’ intervista con Bruno Ballardini, autore di ISIS®. Il marketing dell’apocalisse (Baldini Castoldi 2015)

5 luglio 2015

6221022_397431Benvenuto Bruno su Liberi di scrivere e grazie di aver accetatto questa intervista. È da poco uscito per Baldini e Castoldi il suo nuovo libro ISIS® Il marketing dell’Apocalisse, un libro di certo controcorrente, che dice le cose che gli altri non dicono. Seguendola su Fb sono a conoscenza del suo impegno per decifrare la verità dalla marea di informazioni che ha raccolto su Twitter, sui siti di informazione anche indipendenti, sull’emergenza ISIS. Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

È colpa di Gianluca Nicoletti. Durante un mio intervento a Melog, la trasmissione che conduce su Radio24, ha detto ai microfoni che occuparmi di questo tema sarebbe stata una sfida bellissima per me. Ora siccome Gianluca mi conosce bene e sa che il mio punto debole sono le sfide, proprio non riesco a sottrarmi, alla fine non ho resistito…

Nell’ introduzione dice: Sul piano mediatico l’ISIS rappresenta in un certo senso l’11 settembre di Internet, la prima grande sconfitta della rete, così come l’attacco alle Torri Gemelle e ciò che ne è seguito hanno segnato la sconfitta della televisione e la morte del giornalismo televisivo. In che senso?

Dall’inizio dell’attacco mediatico dell’ISIS, notte dopo notte, ho visto la rete sgretolarsi e collassare come le Torri Gemelle. Internet ha mostrato tutta la sua debolezza e fragilità fornendo una piattaforma potente per tutti i canali che hanno creato e usato contro di noi, da Twitter a Diaspora. E l’hanno trasformata in un’arma micidiale. Le prime vittime sono stati i giornalisti che non hanno proprio nessuna dimestichezza con l’interattività e sono rimasti ancorati ai loro modelli mediatici. Morti tutti. Non solo, ma subito dopo che sono morti si sono trasformati in zombie, cioè in pupazzi che agiscono sotto l’impulso degli stimoli elementari senza più un’anima o un cervello. In questo modo hanno ceduto al terrore e l’hanno ritrasmesso al pubblico, diventando di fatto l’amplificatore dei messaggi dell’ISIS.

E’ molto critico nei confronti della democrazia digitale e dei social network. Ci sarebbe un modo per usarli virtuosamente?

Sì certo, ma non siamo ancora capaci di farlo. Il problema è tutto qui: usiamo Internet ancora in modalità televisiva, cioè passiva. Quando il medium invece è interattivo e presuppone che il suo fruitore si faccia parte attiva nell’usarlo, cercando, collegando, condividendo. Troppo faticoso per chi è ancora abituato a sedere davanti al televisore e subire tutto quello che passa sullo schermo senza poter intervenire, senza selezionare l’informazione, senza pretendere verifiche e approfondimenti come invece è possibile con Internet.

Ricordiamoci che internet nacque come progetto del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, con funzioni prevalentemente militari. “Controllare, manipolare, deformare la realtà e, in definitiva, dominare grandi masse orientandone le scelte” in fin dei conti non rientra nel suo progetto originario?

No. Internet era, in origine, cioè negli anni ‘70, una rete di comunicazione che avrebe consentito ai centri di coordinamento dell’apparato militare americano di poter ancora comunicare fra loro dopo un attacco nucleare. Il paradosso è che dopo un attacco nucleare non rimarrebbe nessuno e quindi a chi sarebbe servita? Negli anni ’80 questa rete che si chiamava Arpanet, ormai obsoleta per l’Esercito, venne regalata ai centri di ricerca e alle università per la condivisione di documenti. Quindi la sua natura è la condivisione. Subito dopo, al CERN di Ginevra fu inventato un tipo di documento che avrebbe favorito ulteriormente la condivisione: l’ipertesto, l’Html. Questa è la sua vera natura, lo scambio, la condivisione. Invece c’è ancora gente che non la usa in questo modo, ma “sfoglia” le pagine sul monitor come se fossero pagine di un quotidiano di carta, oppure guarda Youtube come se fosse un surrogato della televisione…

Sempre nell’introduzione dice È assolutamente vero che il terrorismo è uno dei nuovi effetti dei media. Proviamo allora a considerare a cosa si ridurrebbe l’ISIS se non esistesse Internet. Sarebbe mai riuscito a fare tutta la propaganda che ha fatto senza l’aiuto della rete? Fenomeno mediatico prima di tutto? Il terrore si propaga nella rete, a che scopo, secondo lei? Portando l’inferno in terra, racchiuso in uno spot pubblicitario, pensano di vincere la loro guerra, attirare seguaci, annientare (prima psicologicamente) i nemici?

La rete è allo stesso tempo il medium più economico di cui disporre oggi e il più capillare. A che scopo si diffonde il terrore? Per una serie di motivi: da una parte orientare l’opinione pubblica occidentale verso una guerra che è voluta dagli USA prima di tutto, dall’altra far vedere che l’Islam può di nuovo realizzare l’utopia del ritorno al passato col Califfato e quindi raccogliere adesioni fra tutti coloro che vogliono che l’Islam si distacchi dall’influenza occidentale, esca dalla “schiavitù” economico/politica a cui l’Occidente l’avrebbe ridotto e, se possibile dia inizio ad una guerra estesa a tutto il Medio Oriente allo scopo di destabilizzarlo e ridisegnare la mappa dei poteri. Non fermiamoci mai alla propaganda. Il terrorismo è propaganda. Gli attentati sono propaganda. Bisogna cercare di vedere a chi conviene questa situazione e allora si cominceranno a intravedere i veri registi che erano fin dall’inizio dietro le quinte.

Non pensa si sia raggiunta una sorta di saturazione dell’orrore, raggiunta una certa indifferenza. Per paradosso la distruzione di statue ha avuto reazioni forse superiori all’uccisione di bambini. Ebbene, il vero orrore non è lo spettacolo ma chi lo guarda. Siamo noi. Non c’è proprio uno snaturamento dell’umanità anche di chi subisce questo martellamento mediatico?

Non c’è nessuno snaturamento, siamo già “snaturati”. Siamo quelli che rallentano quando c’è un incidente, e non per portare soccorso ma solo per vedere se c’è il morto. Le notizie sui drammi dell’umanità con cui i giornali riempiono pagine e pagine non servono ad informare (perché in realtà le tragedie che capitano nel mondo nello stesso momento sono molte di più) ma solo per attirare questa nostra morbosa attenzione e consolarci del fatto che c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi e quindi, in fondo, non dobbiamo nemmeno lamentarci… È quella che definisco “funzione anestetica” del giornalismo.

L’utilizzo delle logiche del marketing a scopi di guerra, come scrive, ha origine proprio nelle tecniche di logistica, distribuzione e approvvigionamento dell’esercito americano nella Seconda Guerra mondiale, ma sembra il progetto folle di un delirante pubblicitario. Secondo lei è una cosa nata per caso, o è stata attentaemente pianificata dall’ISIS?

In questa guerra, come in tutte le guerre, non c’è niente che sia nato per caso. Basti pensare alla vera storia di al-Qaeda e alla nascita successiva dell’ISI dal ramo iracheno dell’organizzazione di Bin Laden (AQI, al-Qaeda in Iraq). Ma qui tutto è marketing, dal modo in cui promuovono l’immagine del Califfato, alla moneta che hanno coniato che si contrappone alle “false” monete occidentali, ai video, alle riviste online. E infine, le tecniche usate nella propaganda sono le stesse delle pianificazioni pubblicitarie occidentali. Sembra anzi che dietro ci sia la mano di gente che ha masticato parecchia pianificazione pubblicitaria nelle multinazionali.

Questo non è uno scontro fra culture ma una guerra di mercato fra chi riuscirà a imporre il proprio tipo di pensiero unico. […] Se non si fermerà la corsa verso la distruzione e si sostituiranno questi modelli, se non sapremo ribellarci a chi ha interesse a continuare la «guerra infinita», quella dei mercati, allora sarà l’Apocalisse, quella vera. Pessimista o ottimista in questo senso?

Pessimista. L’Apocalisse è già iniziata per noi. E non è quella di cui parla l’ISIS: è la fine del capitalismo.

Avrei davvero moltissime altre domande da farle, ma mi rendo conto di dover concludere questa intervista. Ci parli del futuro, come lei lo vede, l’ISIS sarà sconfitto o è ormai una parte irrimediabile di noi?

L’ISIS non verrà mai “sconfitto” perché è stato creato dall’Occidente per destabilizzare il Medio Oriente. Quello che verrà sconfitto sarà invece il Medio Oriente con i suoi sogni di affrancamento dall’Occidente e ritorno alla sua stagione “imperiale”. Vorrei sbagliarmi ma queste sue aspirazioni verranno “punite” lasciandolo precipitare per un lungo periodo nel caos e arretrare al medio evo. Di questo non potranno che avvantaggiarsi gli Stati Uniti e Israele. E noi siamo loro complici.

Se ci sono ancora domande, sono a vostra disposizione.

Paola Preziati: Io. Ecco la domanda. Ho sentito varie fonti in rete (una su tutte, Nicolai Lilin, autore di gioventù siberiana) che sostengono un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nell’addestramento dei membri dell’Isis come fecero ai tempi con i mujaheddin in Afghanistan. Quanto di provato c’è veramente a riguardo?

No, non ci sono prove di questo. Anzi io sostengo che l’ISIS sia una sorta di OGM rispetto ad al-Qaeda. Ovvero se al-Qaeda è nata come una sorta di “innesto” di una cultura in un’altra cultura, creando a tavolino qualcosa che prima non c’era (35.000 combattenti wahhabiti portati dall’Arabia Saudita in Afghanistan negli anni ’80, trapiantando così il fanatismo saudita in un luogo dove non esisteva), l’ISIS, che nasce staccandosi da al-Qaeda in Iraq, è realmente un OGM. Anzi, nel libro lo definisco un OCM, un “organismo culturalmente modificato”, che ormai si sviluppa da solo, fa terra bruciata intorno a sé e avanza invadendo le altre colture, pardon culture.

Enrico Pascucci: Io ne ho due. La prima: Quali sono secondo lei le principali forme di disagio dei musulmani d’occidente su cui l’ISIS si appoggia, e con quali tecniche di “corteggiamento” usa?

È ovvio che l’ISIS attiri soprattutto giovani mal inseriti nelle nostre società, possibilmente in quella fascia d’età in cui si cercano ideali forti, non trovandone (perché l’Occidente è in piena crisi di valori, fra l’altro). Notare che tutti i foreign fighters dello stato islamico hanno un’età media compresa fra i 18 e i 24 anni. È l’età in cui tutti siamo stati “estremisti”. Ma qui c’è di mezzo un’ideologia ancora più estrema del comunismo o del fascismo di cui le generazioni occidentali degli anni ’70 s’erano imbevute: qui c’è la versione nazista dell’Islam, quella wahhabita (o salafita). Le tecniche di “corteggiamento”? Dai videogame “sparatutto” ambientati in Siria, agli sfondi per il computer o per lo smartphone che incitano al martirio, collezionabili come le nostre raccolte di figurine, all’invito al Jihad come se fosse non solo un dovere ma anche un piacere, trattandolo come un gioco da adulti a cui tutti i giovani un giorno potranno partecipare, scatenando quindi la gara all’emulazione con video che mitizzano i mujaheddin caduti per la costruzione del grande sogno: il Califfato. E questi sono solo alcuni esempi di un “programma didattico” incredibilmente articolato.

Enrico Pascucci: La seconda: ho sempre pensato, senza per questo essere solidale con certe pratiche, che regimi politici fortemente integralisti si siano instaurati in medio oriente anche come forma di difesa da un sistema occidentale in cui sono i soldi a formare pensiero e opinione. Secondo lei la mia è un’idea condivisibile? Se sì, da un punto di vista collettivo, politico, quindi non individuale, esistono forme di difesa diverse che siano praticabili?

Molti hanno cominciato a capire questo fatto, ma ahimè non esistono altre “forme di difesa” se non quella di aiutare l’autodeterminazione dei popoli arabi con la cooperazione e il reciproco rispetto e favorire il dibattito sulla riforma e la modernizzazione dell’Islam che pure sta lentamente iniziando all’interno.

Davide Mana: Ho avuto notizia dell’avvio della demolizione di Palmyra. La sistematica distruzione dei tesori archeologici è uno dei tratti caratteristici dell’ISIS, e ha un ruolo centrale nella propaganda dello stato islamico. Qual è l’esatta funzione di questa attività che a tanti di noi appare insensata e inspiegabile? Cosa desiderano ottenere, in termini di marketing, oltre che in termini politici e culturali (ammesso che i diversi livelli si possano separare)?

È una delle tante forme di ricatto della guerra psicologica. Ma nello stesso tempo è un modo per cancellare le memorie del passato degli altri perché non ne resti traccia. Significa avere in programma di cancellare fisicamente e culturalmente il nemico. Lo stesso messaggio rivolto al pubblico dei potenziali sostenitori suona come un incoraggiamento a prendere le armi e cancellare tutto ciò che resta dell’Occidente nei paesi arabi, sottintendendo che l’ideologia dell’ISIS è superiore a qualunque altra cultura e solo essa ha il diritto di rimanere. Tutto il resto deve scomparire. Non vi ricorda il nazismo?

:: Un’ intervista con il professore Angelo d’Orsi

5 luglio 2015

books_002Benvenuto professor d’Orsi su “Liberi di scrivere” e grazie di avere accettato questa intervista. È ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, studioso del pensiero politico del Novecento e di Gramsci, fa parte tra l’altro della Commissione per l’Edizione Nazionale degli Scritti di Gramsci e ha ideato e dirige FestivalStoria e la rivista di storia critica “Historia Magistra” (FrancoAngeli editore). Come è nato il suo interesse professionale e umano per Antonio Gramsci?

Sono giunto a Gramsci attraverso Torino: negli anni Ottanta, fui inserito in un gruppo di ricerca sulla storia di Torino nel Novecento. Ovviamente mi sono imbattuto in questo sardo che giunse sotto la Mole nel 1911, e se ne andò nel 1922. Solo una decina d’anni, ma decisivi tanto per quello studente che non divenne dottore dell’ateneo torinese, dove si era iscritto alla Facoltà di Filosofia e Lettere, quanto per la città. A dire insomma, che Gramsci non sarebbe stato lo stesso senza Torino, ma Torino non sarebbe stata la stessa, non avrebbe potuto avere la sua identità di “città seria”, come la descrive lo stesso Gramsci.
Ovviamente conoscevo Gramsci dai tempi del liceo, quando comprai, sulle bancarelle di via Po una edizione dei Quaderni del carcere in cofanetto. Poi acquistai le Lettere. Studiando la sua biografia del periodo torinese, operai una sorta di identificazione. Ero un ragazzo del Mezzogiorno anch’io emigrato al Nord. Anche io come lui provai il desiderio di fuggire da una città che mi parve “fredda e ostile”, ma a differenza di Gramsci non sono riuscito mai a considerarla “mia”. Ma di Gramsci mi affascinò prima l’uomo, poi il pensatore. Fu, da subito, per me, innanzi tutto un maestro di vita morale e di rigore intellettuale.

Ha dedicato molti lavori alla figura di Antonio Gramsci, tra cui Inchiesta su Gramsci Quaderni scomparsi, abiure, conversioni, tradimenti: leggende o verità (Accademia University press), un volume collettivo uscito l’anno scorso da lei ideato, in seno alla Redazione centrale di “HistoriaMagistra”, e curato. Un volume chiaro e interessante anche per chi esperto gramsciano non è. Dopo la sua introduzione, che consiglio di leggere alla fine, una griglia di dodici domande, che leggendo la sua introduzione era su per giù quelle che avrei voluto fare a lei, seguite dalle risposte di poco più di una ventina di esperti e in conclusione un intervento di Antonio Gramsci Junior. In che misura era necessario un libro del genere nell’ampio panorama degli studi gramsciani?

Il libro occupa uno spazio inedito nel panorama internazionale degli studi gramsciani. Ed è un peccato che sia stato così poco recensito. Qui conta la forza dell’editore, e ovviamente Accademia University Press, che ha accolto sotto le sue insegne la collana “Biblioteca di Historia Magistra” (questo è il primo volume), non è una potenza. L’Inchiesta mira a fare pulizia rispetto a tanto chiacchiericcio giornalistico o pseudoscientifico. Troppe leggende circolano sulla vita di Gramsci, troppe insinuazioni prive di riscontri, troppa storia indiziaria. E tutto ciò ha un evidente significato culturale e talora politico, rispetto al quale l’Inchiesta ha assunto il compito di rimettere per quanto possibile le cose a posto. Credo si tratti di un volume importante anche per la qualità e la quantità dei contributi, che hanno impegnato molti dei migliori studiosi di Gramsci, di tre diverse generazioni.

Dalla sua introduzione emerge in maniera molto nitida l’esistenza di una vasta comunità gramsciana, per alcuni versi coesa, per altri terreno di aspri dibattiti e divergenze. Perchè secondo lei una personalità come quella di Gramsci ha suscitato, forse molto più di altri pensatori, questo acceso dibattito? Sono di così difficile interpretazione i suoi scritti? Mi riferisco ai Quaderni, e alle Lettere, ricordiamoci redatti in uno stato di detenzione e di privazione della libertà.

Proprio la condizione particolare in cui Gramsci ha scritto rende complesso il lavoro di decifrazione, e interpretazione. Gramsci non è autore di opere in senso proprio, ma solo di articoli, interventi politici, epistole, e appunti di varia natura e argomento (quelli raccolti nei Quaderni del carcere). In certo senso Gramsci è autore postumo, in quanto è stato scoperto sostanzialmente dopo la morte, a partire dal a1947 (era morto nel 1937). E del resto tutti i grandi autori sono oggetto di dispute ermeneutiche. Nel caso di Gramsci le dispute sono particolarmente aspre perché vi è un risvolto politico assai forte. E si tratta di qualcosa che richiama una ideologia e un movimento politico, il comunismo, che sono oggetto di attenzione tanto forte quanto contrastante.

In uno degli studi contenuti nel volume si accenna al grande merito di Togliatti di aver salvato e permesso di tramandare i suoi scritti e il suo pensiero. Condivide questo punto di vista?

Non si tratta di un punto di vista, ma di un dato storico. Sottoscrivo pienamente.

Erano più i punti di divergenza o convergenza tra Togliatti e Gramsci? In cosa erano più distanti?

Erano due personalità assai diverse: Togliatti è un politico dalla testa ai piedi, e impronta la sua azione ai princìpi del realismo fino alle estreme conseguenze, con tratti di cinismo, forse inevitabili nei drammatici frangenti storici attraversati. Gramsci è un intellettuale prestato alla politica, di cui ha una concezione etica, non esente da punte di utopismo. Ma sono concordi tatticamente, e strategicamente, fino al 1926, quando si consuma la rottura tra loro, mai più sanata, in merito al giudizio sulla situazione politica in Unione Sovietica e in particolare in seno al PCUS dove Stalin sta sgominando le opposizioni interne, e Gramsci segue questo processo con apprensione. E ciononostante negli anni della prigionia il filo tra i due non fu mai spezzato, e il rapporto fu proseguito per interposte persone.

Sempre nella sua introduzione sottolinea che molte polemiche sono per lo più strumentali e ideologiche, atte non a scoprire o difendere una verità anche non di schieramento, ma per lo più fatte per danneggiare una corrente di pensiero di cui Gramsci era ed è tutt’ora uno dei più autorevoli, soprattutto moralmente, esponenti, è esatto?

È del tutto legittimo quanto meno il sospetto che gran parte delle polemiche siano riconducibili a una precisa intenzionalità politica, sia pure duplice, ma anticomunista: da una parte, se si vuole propagandare il Gramsci buono, lo si contrappone al Togliatti cattivo, ma la bontà del primo corrisponde all’allontanamento dal marxismo, e dal suo intimo ripudio del marxismo, con una aggiunta che però solo qualcuno osa proporre: il ritorno alla fede dei padri, al cattolicesimo. D’altro canto, se si accetta il princìpio del Gramsci comunista allora la condanna è comminata a lui, oltre che alla sua parte politica, facendo dell’autore dei Quaderni un precursore delle Brigate Rosse, o comunque un politico pratico al quale non si riconosce alcuna autorità in campo intellettuale.

Si parla di un Gramsci dopo la prigionia “redento”, socialdemocratico se non liberale, addirittura soggetto di una conversione religiosa. A tutt’oggi, con gli scritti di cui disponiamo e gli strumenti metodologici attuali, ci sono più che indizi in tal senso, o sono solo travisamenti funzionali collegabili a quanto detto prima?

Ho già accennato alla questione. Le pezze d’appoggio non esistono, né per un Gramsci liberale né, tanto meno, per un Gramsci cattolico. La seconda è una vera e propria leggenda, che torna ciclicamente. Quanto alla prima si tratta di un’operazione che si basa sulla frammentazione dei testi, e un scorretto utilizzo delle citazioni, con una totale decontestualizzazione e una deliberata ignoranza delle scelte note di Gramsci, ben lontane da ogni orizzonte liberale. Non si può cambiare il suo comunismo critico, il suo umanesimo comunista, la sua stessa ansia di andare oltre il marxismo, pur senza mai rinnegarlo, per adesione al liberalismo…

E ora parliamo del fantomatico 34° e  addirittura 35° quaderno. Esistono riferimenti anche criptici della loro esistenza, in lettere di Gramsci stesso o di suoi conoscenti? Esistono anche flebili prove documentarie, o reputa tutto ciò parte unicamente della leggenda?

Proprio la questione dei quaderni scomparsi è stata la molla del libro di cui parliamo, anche se poi i temi affrontati sono numerosi, anzi tutti quelli che concernono le polemiche su Gramsci. Ho voluto affrontare in modo serio, senza pregiudizi, il problema posto da Franco Lo Piparo, con il sostegno, inusitato, di Luciano Canfora. E ho dato la parola anche a loro, anzi mi spiace che l’amico Canfora abbia all’ultimo rinunciato. Ma con tutta la buona volontà possibile, come del resto emerge da tutti i contributi raccolti nel volume, a parte Lo Piparo, naturalmente, non sussistono prove di alcun genere che esista un 34° o addirittura un 35° quaderno gramsciano. Gli indizi, peraltro, a cui Canfora dà tanto peso, sono flebili, e contraddetti da tutto ciò che della vita e del pensiero del Nostro si sa.

A parte i fantomatici quaderni, crede possibile che nei prossimi anni vengano scoperte nuove fonti documentarie (autentiche) questa volta? Da studioso se lo augura?

Negli ultimi venti-venticinque anni, grazie al lavoro avviato nella Edizione Nazionale degli Scritti, del cui staff cui mi onoro di far parte, si sono compiute più scoperte documentarie che in tutti i decenni precedenti, dopo la morte di Gramsci. Dunque è possibile, e ovviamente auspicabile, che tali scoperte proseguano. Ne trarrebbero giovamento tutti.

Grazie professore, spero che con questa intervista abbiamo potuto far luce su un dibattito di certo interessante anche per chi conosce solo superficialmente la vita e gli scritti di Gramsci. Mi piacerebbe concludere questa intervista con un suo profilo di questo intellettuale, sicuramente un gigante, tutt’oggi ancora modello di coerenza e onestà morale per le nuove generazioni.

Vede, sono anni che sto lavorando a una biografia completa di Antonio Gramsci. Ma procedo lentissimamente, il che per me è un dato inconsueto. Sono uno scrittore molto rapido. Ma con Gramsci è diverso: tale è il rispetto per la sua figura, tale il senso di inadeguatezza mia davanti a lui, che fatico moltissimo. Io credo che il suo fascino consista essenzialmente in tre elementi: l’elevatezza morale, il rigore intellettuale, la coerenza politica. Ma il fascino non basta. La grandezza di Gramsci sta nella sostanza del suo pensiero: che è un pensiero fortemente innovativo, ma olistico, che tiene insieme quasi ogni possibile approccio disciplinare, dalla filosofia all’antropologia, dalla scienza politica all’economia, e così via; un pensiero prospettico, con tracce di utopismo, come già accennato, capace di cogliere gli elementi della modernità, connettendoli alla storia: l’intero impianto del pensiero gramsciano è di tipo storico, in grado di partire sempre dal locale per traguardarlo nel nazionale e quindi nel sovranazionale. Un maestro di virtù, in primo luogo, indubbiamente; ma anche una bussola per affrontare la storia d’Italia e del mondo, e addentrarsi nel pensiero marxista dandone una chiave di interpretazione critica, innovativa, che ne dilata i confini. E molto altro ancora… Insomma, io credo che con Gramsci, senza esagerare, sia cominciata un’era nuova nella storia del pensiero.

:: Un’ intervista con Matteo Strukul

26 giugno 2015

CUBentornato Matteo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa nuova intervista. Iniziamo con una curiosità che forse molti hanno ma non hanno mai avuto il coraggio di chiederti. Che origini ha il tuo cognome?

Ah ah ah intanto grazie per accogliermi come sempre in questo porto sicuro e meraviglioso che è Liberi di scrivere. Dunque, il mio cognome è di origine Ungherese, per l’esattezza Transilvana, una terra che amo e che sto esplorando proprio in questi mesi per ritrovare le profonde radici dei miei avi. Non è un caso che il mio prossimo lavoro sia proprio ambientato lì, almeno per una parte. Comunque io sono Italiano, anzi Veneto e per un Veneto avere un cognome di origine Austroungarica è assolutamente normale, basta guardare la storia della mia terra.

E’ appena uscito il tuo nuovo capitolo della saga di Mila Cucciolo d’uomo La promessa di Mila. Ce ne vuoi parlare? Come hai avuto l’ispirazione di far incotrare Mila e un bambino risvegliando in lei un vero e proprio istinto materno. Una forma di redenzione e rinascita dopo tanta violenza?

La storia girava nella mia mente da un pezzo, in nuce, ma non riuscivo a metterla su carta. Dopo le tinte cupe e ossessive di “Regina nera” volevo che Mila avesse un momento di quiete magari addirittura di affetto. Ho sempre desiderato scrivere un romanzo che ricordasse “Leon” di Luc Besson a parti invertite, anche perché il grande regista e autore francese è una delle mie massime figure di riferimento per quanto riguarda Mila, e non solo. Inoltre avevo questo pezzo di Alanis Morrisette ”Guardian” che continuava a girare nello stereo… e se guardi come comincia il libro, tutto si fa chiaro, senza contare che il video della canzone è girato a Berlino. Insomma ho riconosciuto i segni e la storia si è manifestata. Cioè, a un certo punto, era tutto evidente, cristallino, d’un colpo ho scritto le prime quaranta pagine, roba da due giorni in fila, senza staccare gli occhi dallo schermo, otto ore al giorno in cui senti che non sbagli una parola, che quello che c’è è perfetto e non c’è una sbavatura. Con Mila è così: non puoi fare calcoli. Scrivi come e quando vuole lei ed è l’unico modo che conosco per comporre le sue storie. Forse è per questo che poi lei suona vera. L’istinto materno era latente, qualcosa che Mila voleva provare, era pronta. Dopo tanto dolore e tormento se lo meritava e poi l’amore di una madre per un figlio o di una donna per un bimbo è uno di quei sentimenti che DEVE essere raccontato in un romanzo. Il sentimento che Mila nutre per Akim è totalizzante, infinito, lei è pronta a farsi ammazzare per lui perché Mila è così: romantica e invincibile e meravigliosa… sennò non sarebbe Mila. Certo, proteggere Akim è una forma di redenzione, una catarsi, la salvezza dopo tanto orrore. Mila voleva tutto questo, e quando Mila vuole qualcosa, non ce n’è per nessuno. Per scoprirlo, basta leggere le pagine del libro. Per quanto mi riguarda questo romanzo è la cosa migliore che ho scritto in tutta la saga, è il libro che amo di più, il più sentimentale anche… sto invecchiando, lo so.

La collana Sabotage ha la perculiarità di trattare temi legati all’Italia con forti connotazioni etiche e sociali. In questo romanzo si parla di MacMafia, di traffici di bambini, del ruolo di crocevia che l’Italia ricopre. Tutto ciò non è solo frutto della tua fantasia, come ti sei documentato?

Mi sono documentato a lungo e con pazienza: monografie, articoli di giornali e riviste, molti dei quali anche in lingua inglese e tedesca, la rete, colloqui con amici nelle forze di Polizia, documentari, film, insomma alla fine ho immagazzinato una gran mole d’informazioni e ero pronto. In un certo senso quando scrivo un romanzo di Mila c’è la trama del romanzo e la sotto-trama Sabot/Age e sono due fili di diversi colori che tuttavia procedono di pari passo e s’intrecciano inscindibilmente. Tutto quello che ho scritto a proposito del fenomeno del trafficking è verificabile anche se poi alla fine della Storia scoprirete che… vi dico solo una cosa: dopo aver letto la storia e solo DOPO inserite le parole “PFIZER” e “NIGERIA” in un qualsiasi motore di ricerca e guardate cosa viene fuori.

Akim, il piccolo che Mila deve proteggere e portare a Berlino per testimoniare a un processo, nasconde un segreto e per tutto il romanzo ci chiediamo quale sia. Non può parlare, ma disegna e Mila cerca con molta sensibilità di interpretare i suoi disegni. Come hai creato il rapporto tra Mila e il bambino?

Ci tenevo molto, doveva essere dolce e appassionato, volevo che i lettori sentissero tutto l’amore che Mila prova per Akim, sarebbe stato un sentimento vero e infinito come lo è l’amore di una madre per un figlio. In questo senso “Cucciolo d’uomo” è il titolo perfetto, l’ho scelto insieme a Silvia, mia moglie, e Colomba Rossi, direttore della collana, alla fine citando Rudyard Kipling, uno dei miei grandi amori di sempre in letteratura. Non è stato semplice, naturalmente, ma osservare le mie due nipotine è stato d’immenso aiuto. Quindi sono particolarmente grato a mio fratello, eh eh. Al di là di questo, il rapporto fra Mila e Akim è stato nutrito pagina dopo pagina attraverso un dialogo costante, anche se Akim non parla perché qualcuno gli ha tolto la voce. Ma ci sono i gesti, i disegni, le parole scritte, gli sguardi. Insomma, una sfida narrativa che spero di aver vinto e che, alla fine, rappresenta il cuore del romanzo. Naturalmente una dinamica di questo tipo mi ha permesso di mostrare in tutta la sua bellezza un lato nascosto di Mila che non conoscevamo e che nemmeno lei sapeva di avere. Quindi sono particolarmente contento di essermi cimentato in questa giostra.

Come sempre nel tuo romanzo c’è tanta musica da Like a Rolling Stone di Dylan cantata da Mick Jagger a Don’t Cry dei Guns ‘n Roses. La musica ti da la carica per scrivere? Anche nei ringraziamenti citi tanti musicisti. Cosa serebbe il pulp senza musica?

Guarda, la musica per me è fondamentale. Io sono figlio del grunge e del rock anni ’90 il che vuol dire: Nirvana, The Black Crowes, Pearl Jam, Guns’n’Roses (almeno quelli di Use your Illusion 1 e 2), Stone Temple Pilots, Soundgarden, Stereophonics, insomma il meglio del meglio. Quella musica ha segnato una rinascita e anche una rivolta, io appartengo alla generazione X, quella che è stata violentata dai propri padri, la prima alla quale è stato strappato tutto… e non dite che non è vero! Però la mia generazione ha combattuto e lo sta facendo ancora ed è sopravvissuta e quella musica è un manifesto. Il pulp e Sabot/age sono anche ribellione a un sistema, per urlare forte e chiaro che il traffico di bambini e le donne vittime non sono un’invenzione letteraria. Per quanto mi riguarda sono stanco di questo Paese in cui non cambia mai un cazzo. Renzi ha un’occasione straordinaria e la sta buttando alle ortiche perciò alla fine, forse, finiremo sconfitti anche noi, come quarantenni italiani. Il problema di questo Paese è che non capisce che la crisi si risolve ponendo al centro CULTURA, TURISMO e MADE IN ITALY ma servono strumenti che molti di noi hanno smarrito e del resto se il nostro Ministro della Cultura ha idee come La Grande Biblioteca dell’Inedito, be’ capisci che ci stiamo schiantando dritti contro un muro. Beppe Sebaste ha scritto un pezzo la settimana scorsa sul Venerdì di Repubblica che dovrebbe essere mandato a memoria. Credo che gli scrittori, i muscisti, i registi della mia generazione debbano far sentire di più la propria voce per far capire che stiamo saccheggiando il nostro Paese e andando a picco e, così facendo, sprecando una grande opportunità. In questo senso, gente come Chris Robinson, Eddy Vedder e Kurt Cobain non le mandavano certo a dire. Dobbiamo provare a fare la stessa cosa. Per quanto mi riguarda Sabot/Age è il mio modo per raccontare quello che non funziona. Mila è un personaggio dirompente, ribelle, guerriero, è un personaggio che rimette la donna al centro, spero che le lettrici se ne rendano conto, lo dico sinceramente: secondo me l’Italia femminile dovrebbe scoprire Mila, magari tirerebbe fuori un po’ di fegato e imparerebbe a fare sistema, e forse – e dico forse – ci sarebbe una speranza. Io come uomo sto cercando di urlare che vorrei le donne davvero protagoniste ma so di essere in minoranza.

La BHEG, senza anticipare troppo, subirà diversi cambiamenti, perchè questa scelta così radicale?

Non voglio scrivere una serie ma una grande saga. Non mi fa impazzire il concetto di serie, mi sembra di prendere in giro i lettori con tutto il rispetto per tutti quegli autori che scrivono serie. Il mio personaggio evolve, cambia, ogni romanzo ha un colore diverso e mostra un lato differente di Mila. Le trame si differenziano, non c’è uno schema uguale con le opportune variazioni: sono proprio storie completamente diverse. Per me è fondamentale: ogni romanzo dev’essere una sfida per me e per il lettore non l’episodio di una routine. Per questo amo anche cambiare genere e per questo i giornali mi hanno definito un autore irregolare, avvicinandomi a Joe R. Lansdale. Ovviamente la cosa mi ha lusingato, così come mi ha sorpreso che Joe apprezzasse “La ballata di Mila” fino al punto di scrivermi un blurb. Il fatto è che non sono un autore pulp o noir: sono un romanziere e scrivo storie. Poi sicuramente, troverete sangue e tormento anche nel mio prossimo lavoro, ci sarà il mio stile, certo, e di sicuro il pulp e il noir saranno suggestioni fondamentali per il mio lavoro – e di cui vado fiero – ma amo cambiare perchè solo in questo modo sento di poter dare il massimo ai miei lettori e questa, per me, è la cosa più importante.

Il romanzo si chiude con una scelta ben precisa di Mila. Sarà una scelta irrevocabile come per Nikita? Cucciolo d’uomo è il capitolo conclusivo della saga? E’ un po’ come vedere andare in pensione James Bond, hai programma nuove avventure per questo personaggio di bounty killer dagli occhi verdi e dai dreadlocks rossi?

Onestamente non lo penso: Mila ha sette vite come i gatti. Credo comunque che siano in definitiva i lettori a stabilire se un personaggio debba tornare o meno. Se “La ballata di Mila” non fosse stato un successo di pubblico oltre che di critica be’ non sarebbe tornata, poco ma sicuro. Volete altri romanzi di Mila? Svaligiate le librerie! Diffondete il verbo, fatele sentire il vostro affetto. Poi è chiaro, Mila comincia ad avere cammini editoriali anche in altri Paesi, c’è un’opzione per una serie TV su due romanzi e stiamo ragionando su un gioco di carte. C’è il fumetto che presto o tardi continuerà, insomma Mila non muore mai perché è semplicemente un personaggio TROPPO forte. Io ho già in mente la prossima storia per cui…

Chiude il libro l’appassionata prefazione di Victor Gischler all’edizione americana della Ballata di Mila, da esperto di pulp, che differenze e parallelismi trovo tra il pulp a stelle e strice e quello europeo?

In parte rispondo sotto ma in generale credo che nel pulp europeo ci sia una punta di amarezza e allucinazione che in quello americano manca: penso a Allan Guthrie o a Ray Banks e ancora a un autore pazzesco come Adrian McKinty che in “Dead I well maybe” tocca suggestioni pulp interessanti pur ambientando tutto a New York anche se nel giro della mafia irlandese e si sente! E lo stesso potrei dire per Stuart Neville. Se poi andiamo a scomodare Sua Maestà Tim Willocks e pensiamo a romanzi come “Il fine ultimo della creazione” oppure alla pietà per le vittime di un maestro assoluto come Derek Raymond che non rinuncia a punte di violenza ferina in “Il mio nome era Dora Suarez” be’ direi che è piuttosto chiaro quanto più amaro e tragico sia comunque il pulp europeo. Credo sia l’eredità di autori come Hoffman, Stevenson e Stoker che sono imprescindibili per un autore europeo che desideri occuparsi seriamente di pulp e crime fiction.

Gischler è stato senz’altro per te un maestro e una fonte di ispirazione, in cosa pensi il tuo stile differisca dal suo? E che effetto ti fa essere così apprezzato da un autore come lui?

L’effetto è pazzesco. Lui è uno Spirito Guida per me e sentire quello che ha scritto mi riempie di orgoglio e felicità, tanto più perché quando un grande autore americano scrive certe cose sul tuo stile pulp-noir, be’ è veramente il massimo. Certo, lui è una grande fonte d’ispirazione per il mio lavoro: dalle sequenze action a un certo tipo di dialogo, anche se poi io ho una serie di riferimenti europei che amo sperimentare e iniettare nelle mie storie e che inevitabilmente rendono la miscela diversa e – nel complesso – forse meno abrasiva e sarcastica ma più dark e cupa, specie pensando a “Regina nera” o magari a certe pagine di “Cucciolo d’uomo”… e poi io ho molti più personaggi femminili di lui eh eh.

Altri progetti per il futuro, oltre Mila?

Dunque citerei senz’altro “I cavalieri del nord”, il mio primo esperimento di fantasy storico in uscita a fine ottobre per Multiplayer Edizioni. Si tratta di una storia che racconta il viaggio – geografico e interiore – di un giovane Cavaliere Teutonico nell’Europa del 1240 fra Russia e Transilvania. Insieme a Wolf – questo il nome del personaggio – tanti co-protagonisti con due figure femminili che spaccano, almeno a mio modo di vedere, tanto che alla fine abbiamo deciso di intitolare il libro “I cavalieri del nord” perché il romanzo è diventato un affresco corale su un periodo storico poco frequentato dalla letteratura italiana. Naturalmente il Medio Evo onirico e violento di quel periodo lascia aperta la porta a notevoli commistioni fantasy di modo che ne esce un lavoro meticcio che secondo me ha una buona componente di originalità. Dopo di che, direi che Mila uscirà per Suhrkamp l’anno prossimo in Germania, Austria e Svizzera, ecco l’ho detto e francamente andare in catalogo in lingua tedesca con Don Winslow, Elmore Leonard e Joe R. Lansdale è una soddisfazione immensa, a dimostrazione di quanto poi questo personaggio abbia davvero sette vite. Adoro Mila per questo. Ho poi un progetto top secret in fase di definizione più un lavoro che dovrebbe coinvolgere anche Victor Gischler sui fumetti e che spero trovi presto il publisher giusto negli States. Dai, mi fermo qui.

:: Un’ intervista con Domenico Quirico, autore de Il Grande Califfato (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

25 giugno 2015

DoOgni giorno i mass media parlano degli orrori dell’Isis, l’esercito totalitarista islamico che minaccia vari Paesi, dall’Africa al Medio Oriente. Una situazione esplosiva e in continuo precipitare: per cominciare a capirla, è utile leggere un libro di alcuni mesi fa, scritto da un diretto testimone, il giornalista italiano Domenico Quirico, che ne Il grande califfato parte dai suoi due sequestri del 2011 in Libia e nel 2013 in Siria per raccontare una situazione che non è esplosa adesso, ma che arriva da lontano. Domenico Quirico ha parlato varie volte di questo libro, ricordando innanzitutto la peculiarità della situazione.

Ne Il paese del male, l’altro mio libro, parlavo della mia prigionia, mentre Il grande califfato racconta della nascita e dell’espansione di un progetto di impero che ricalca quelli dell’Impero ottomano e romano. Un qualcosa di cui ho sentito parlare durante il mio sequestro, ben prima che diventasse argomento delle nostre cronache”.

Ma di cosa parla questo libro, non poderoso come pagine ma efficace nei contenuti?

“Io sono un giornalista e i miei libri, compreso questo, sono sempre i libri di un giornalista. Per me il giornalismo è anche scrivere un libro, come un grido contro l’orrore. Il mio libro racconta l’orrore, in luoghi che vanno dal Vicino Oriente all’Africa, dove ho incontrato degli uomini, canaglie e eroi, puri e impuri, banditi e rivoluzionari, profeti veri e profeti finti. Lo scopo di questi uomini è costruire uno Stato totalitario islamico.  Per fare questo il califfato utilizza un nuovo tipo di uomo, che è stato costruito azzerando l’identità precedente. I vari gruppi che ho visto sono formati da ragazzi dai 15 ai 30 anni, il cui unico orizzonte è combattere, pregare, uccidere, morire. Non c’è niente al di fuori di questo, per loro la vita comincia con la guerra santa. Incontrandoli, ho ricordato le parole di George Orwell in Omaggio alla Catalogna, che ricorda che nelle Brigate Internazionali c’erano persone che avevano azzerato il loro passato e che combattevano con eroismi ma anche con crudeltà.

Ma quello che succede è dunque simile a cose già viste?

“Tutti sono al servizio di una causa totalitaria, molto diversa dalle dittature che abbiamo conosciuto, perché più grande e complessa. I totalitarismi hanno in comune la terribile semplicità di dividere gli esseri umani in base ad un criterio. Il nazismo si basava sulla razza, partendo dal fatto che esisteva una stirpe ariana, gli ebrei potevano essere eccellenti cittadini tedeschi, ma non si salvavano dall’eliminazione fisica. Lo stalinismo invece partiva dall’appartenenza di classe, i figli, i nipoti e i pronipoti dei cosacchi e dei proprietari terrieri non potevano essere puri, non erano le azioni che contavano ma quell che si era.

Il califfato traccia la sua riga in base all’appartenenza religiosa e alla religione vissuta secondo un criterio rigoristico, l’unico lecito. Fuori da questo è tutto impuro, gli ebrei, i cristiani, i turcomanni, gli yahzidi, i musulmani non rigoristi, sono tutti da eliminare ”.

Ma in che modo il califfato si pone rispetto a Bin Laden e come si differenzia?

“Qui non c’è più un discorso terroristico, ma c’è uno Stato totalitario, ricalcato su qualcosa di antico, sul califfato abasside tra VI e VII secolo. Sembra una cosa fuori dal mondo, ma nel libro si parla di Paesi in cui il califfato del XXI secolo esiste già, ci sono luoghi già amministrati da questa realtà. Da Bin Laden e dai suoi ideologi hanno preso alcune idee, di ispirazione marxista (pur detestandone il materialismo), come quella delle Basi rosse di Mao, messe in zone periferiche per destabilizzare il potere centrale, per poi unirsi e andare all’attacco. La prima cosa che fa il califfato appena conquista una zona è di obbligare i funzionari a tornare al lavoro e riaprire i forni, riorganizzare la polizia e far applicare ai giudici la Sharia. Un meccanismo per creare consenso e disgregare ordini preesistenti, se guardiamo il tutto da un punto di vista geografico, la Siria e l’Iraq non esisteranno mai più come erano prima, è stato tutto disgregato”.

Ma non è totalmente fuori dal tempo questa idea del califfato?

“Per noi occidentali sì, è come se qualcuno volesse ricostruire l’Impero romano, ma per il mondo del califfato un progetto del genere è concreto, la loro percezione del tempo e dello spazio è diversa. Il califfato si rivolge ad un mondo per cui il passato è presente, in cui cose remote, come l’Egira del 622 d.C. sono percepite come contemporanee, e in cui si cerca una rivalsa contro un Occidente che vince e fa arretrare. Anche questo contribuisce alla fascinazione che porta tanti giovani ad arruolarsi sotto queste bandiere”.

Che rischi ci sono per l’Occidente?

“La Spagna, per esempio, fa parte del progetto del califfato, mentre dire che l’esercito fondamentalista può arrivare con le barche dei migranti in Italia è assurdo, i combattenti in certi casi sono già qui, gente nata qui, cresciuta qui, come il boia di Foley, studente di informatica in Inghilterra, con modelli fino ad un certo punto occidentali. Questo è un problema della nostra società se ci sono tanti ragazzi sedotti dal totalitarismo islamico, e non poveracci, ma giovani borghesi”.

La situazione è paragonabile a quella vissuta al tempo del fascismo?

“No, la situazione ricorda piuttosto cosa succedeva ai tempi di Torquemada e dell’Inquisizione, i seguaci del Califfato non sentono comunque di essere criminali, loro sono convinti di essere nel giusto applicando la fede religiosa. Chi aderisce a questo viene spersonalizzato, e il rimorso è stato cancellato dai loro orizzonti.”

Ma esiste un Islam moderato?

“Certo, l’islamofobia è una cosa assurda. La situazione ha dei parallelismi con quella della Germania nazista, i nazisti non erano la maggioranza, ma oppressero tutti gli altri, e questo sta succedendo nel califfato, e non si può pretendere dai moderati eroismo e martirio. Sono anche loro spesso vittime degli integralisti”.

Ma da dove nasce tutto questo?

“Per decenni i movimenti politici nei Paesi islamici erano di ispirazione laica, se non atea. Poi dagli anni Settanta dall’Arabia saudita la corrente wahabista ha iniziato a finanziare progetti di diffusione di un Islam radicale: basti pensare a cosa sta succedendo in Bosnia, dove ci sono cittadine che si sono islamizzate.”

Ma non c’è davvero niente che si possa fare?

La situazione è precipitata, l’eliminazione del califfato avrebbe dovuto essere fatta quattro anni fa, se ci fosse stata una forza laica contro Assad in Siria la situazione oggi sarebbe diversa. Una soluzione sembra essere quella di aiutare chi contrasta il califfato: i curdi, gli sciiti, il governo egiziano, che per ora sembrano solo contenere il fenomeno, e comunque l’Occidente deve saper scegliere i suoi alleati. Va comunque detto che le frontiere del Medio Oriente erano artificiali, decise nel 1916 dalle potenze occidentali. In ogni caso il mio mestiere non è indicare soluzioni, ma raccontare la realtà, una realtà che cambia e mi ha cambiato quando sono entrato in contatto con lei.

:: Un’ intervista con Amélie Nothomb, a cura di Elena Romanello

24 giugno 2015

aLibri non spessi come pagine, ma pieni di contenuti, autobiografici ma universali, storie al femminile ironiche e surreali: tutto questo è la letteratura di Amélie Nothomb, un’icona della narrativa europea, di cui è uscito recentemente in italiano Petronille, mentre al cinema c’è Il fascino indiscreto dell’amore, ispirato al suo romanzo Né di Adamo né di Eva.
Amélie viene ogni tanto in Italia e l’abbiamo incontrata in una di queste occasioni, alcuni mesi fa.

Come nasce il rapporto tra Amélie e la casa editrice italiana Voland?

Daniela, la titolare di Voland, ha scoperto i miei libri in una libreria francese e mi ha contattata, ho 45 editori nel mondo che pubblicano i miei libri, ma lei resta la mia preferita, ho avuto offerte da altri in Italia, nomi grossi, ma io voglio restare con Daniela e la Voland.

Nel romanzo Petronille si parla di un’amicizia tra due autrici dove lo champagne è la cosa più importante…

Quando sono arrivata come giovane scrittrice a Parigi ho capito l’importanza di bere champagne, e che non si può bere da sole ma nemmeno con chiunque. Per cui diventa importante pensare con chi si può bere lo champagne. Il personaggio di Petronille esiste veramente, e penso che sì, si possa anche avere un’amica con cui non si beve champagne insieme, ma se lo si fa è meglio.

Quando hai capito che la tua passione per lo scrivere sarebbe diventata un lavoro?

È una risposta lunga. Scrivere per me è una cosa che viene da lontano, io appartengo ad una famiglia di letterati e amante della letteratura, e questo può essere anche un handicap. In casa mia gli scrittori sono sempre stati visti come dei. Per anni ho scritto senza pubblicare, mentre facevo altro, a 21 anni ho lavorato in una grossa azienda giapponese in cui in pratica pulivo i gabinetti. Poi ad un certo punto ho sentito di fare il grosso passo.

Nei libri citi opere di autori come Mishima, Stendhal, Marguerite Duras: quali letture ti hanno influenzato?

Ho passato la mia adolescenza a leggere, e tutti i libri che ho letto sono stati importanti. A 13 anni Mishima, con il suo Il padiglione d’oro mi colpì e mi fece stare male, parla di bellezza e bruttezza in maniera sublime. Ma potrei dire anche di altre letture.

Come autrice, sappiamo che hai un metodo di lavoro ferreo. Ce lo puoi raccontare?

Per me la disciplina è importante, in questo sono rimasta molto giapponese. Scrivo tutti i giorni dalle 4 alle 8 del mattino, ogni anno completo tre o quattro libri e poi scelgo quale di questi pubblicare. Scrivo su quaderni e non sul pc, e metto i manoscritti inediti in scatole da scarpe che poi conservo nel mio appartamento di Bruxelles. Sono entrati più di una volta i ladri in casa, ma non hanno toccato le mie scatole con manoscritti.

La scrittura è una vocazione o una disciplina?

Entrambe. Jacques Brel diceva che il talento non esiste, il talento è aver voglia e bisogna imporsi una disciplina. Non credo all’ispirazione dell’artista romantico, bisogna essere tiranni con se stessi, quando non scrivo sono tutta risate e champagne, ma quelle quattro ore sono per me ferree.

Come fai a non essere ripetitiva nelle tue storie?

L’argomento comune dei miei libri sono i rapporti tra gli esseri umani, e c’è sempre qualcosa di nuovo da dire in tema.

Nei tuoi libri torna molto il tema della solitudine. Come la vivi?

Dai 10 ai 20 anni sono stata molto sola e solitaria, e la cosa positiva è che ti confronti in continuazione con te stessa. La scrittura poi non ti fa sentire sola, e comunque il successo che ho avuto con i miei libri mi ha fatto integrare in Europa, continente dove sono arrivata dopo vari giri.

Petronille sei tu?

Petronille esiste, non sono io, e sia io che lei ci siamo ribellate al nostro ambiente, io avrei dovuto fare la diplomatica come la mia famiglia e sposarmi, mentre Petronille, che si chiama Stephanie in realtà, ha fatto la borghese dopo essere nata in una famiglia comunista e proletaria. Del resto, capita che fin da bambino non ti riconosci nei valori della tua famiglia, io fin da piccola sapevo che non avrei avuto figli e non avrei fatto quello che facevano i miei genitori.

Ma non hai mai avuto paura di fallire con la scrittura?

Tutti i giorni ho paura di non riuscire a scrivere, ma tratto il mio corpo come una macchina per scrivere. E i lettori per me sono come specchi, mi piace che mi dicano che li ho resi felici.

Quali sono i tuoi punti di riferimento tra letteratura e altri media?

Leggo di preferenza i classici, sono reduce da una maratona di Balzac, ho letto tutto quest’ultimo anno. Come registi adoro Hitchcock, ogni tanto mi dicono che sembro un personaggio di Tim Burton, e devo dire che trovo i suoi universi mostruosi, fantasiosi, gradevolissimi. Non seguo mode, nemmeno nel vestirmi, e questo manda sempre in crisi la mia editrice francese. E lo champagne con le bevute in compagnia mi ricarica poi per le mie ore di disciplina a scrivere.

:: Un’ intervista con Nicola D’Attilio

8 giugno 2015

famiBenvenuto Nicola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Grazie a te, Giulietta e grazie a Liberi di scrivere per avermi proposto questa intervista.
Dunque, che dire di me: sono nato a Genova, città dove vivo da sempre, 39 anni fa; sposato da dieci anni (nozze di stagno, pare); due bimbi. Nella vita mi occupo di progettazione di sistemi di sicurezza per le metropolitane (telecamere e simili).
Nel tempo libero (ah, ah, ah): scrivo, gioco con i miei figli, leggo, seguo il calcio (non strettamente in questo ordine).
La passione per la scrittura, è arrivata relativamente tardi: la mia formazione è principalmente (meglio: totalmente) scientifica: un diploma da perito informatico, una laurea in informatica, un lavoro nel campo informatico (che fantasia, eh?). Non ho quindi enormi basi letterarie, per essere onesti, ma sono stato fortunato e ho incontrato insegnanti di Lettere (una in particolare: grazie Raffaella!) sempre molto preparati e motivati che mi hanno trasmesso la passione per la lettura prima, per la scrittura poi. I primi esperimenti sono iniziati infatti in quinta superiore e poi avanti negli anni universitari. Dapprima con tentativi su poesia e racconti per bambini, poi dopo un periodo piuttosto lungo di astinenza dalla scrittura, il tentativo con la prosa vera e propria e romanzi per adulti.
Da qui a “Una famiglia imperfetta” il passo è di una decina d’anni, circa.

Sei di Genova, la città di Fabrizio de Andrè. Descrivicela, raccontaci i suoi caruggi, le sue piazze, i suoi borghi, il suo lungomare. E’ una città che ami?

Premetto che vivo a Genova ma, per come è fatta la città (un lungo serpente stretto tra monte e mare), abito a una mezzoretta di treno dal centro in un quartiere cosiddetto residenziale (Pegli) che ha un bel lungomare e delle ville comunali non proprio tirate a lucido, ma quantomeno sufficienti a ospitare giochi e svaghi di bambini (e salvezza per i genitori). È sicuramente un borgo meno conosciuto e famoso rispetto al centro storico, ma ha pur sempre dato i natali a De André!
I vicoli, il centro, la zona del porto: sono tutti luoghi che ho frequentato e che frequento ma solo saltuariamente; come per Clelia, anche io li conosco meno di quanto vorrei.
Mi piace la tramontana; la focaccia e il pesto; l’atterraggio in aereo (nonostante le prime volte fosse puro terrore); il tramonto sul mare nelle terse giornate invernali, con le cime innevate dell’Appennino a parziale sfondo.
E concludo dicendo che, per quanto stia attraversando un periodo difficile e di declino, per quanto all’esterno sia più nota per il fango che non per la focaccia, può contare su tanti cittadini e associazioni che lavorano caparbiamente per risollevarla e donarle un aspetto più simile a quello che così descrisse il Petrarca, nel 1358:
“Vedrai una città regale addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”.

Provieni da “La Bottega di Narrazione” di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Parlaci di questo tuo periodo di formazione e raccontaci un aneddoto divertente accaduto durante il corso.

Alla Bottega di Narrazione devo molto, se non tutto. La scoprii tramite Vibrisse, il blog di Giulio Mozzi. Dopo averci riflettuto un anno (sono anche piuttosto lento), decisi di candidarmi per due ragioni: la possibilità di avere una valutazione del mio lavoro da parte di professionisti; la possibilità, in caso di partecipazione, di lavorare al progetto che avevo in testa (e divenuto poi “Una famiglia imperfetta”). Ricordo ancora quando ricevetti la mail che accettava la mia candidatura. Ero a Bari, per una trasferta di lavoro e ricordo la gioia per essere trai partecipanti prescelti, così come il primo incontro. Ricordo l’elenco di libri che fece Giulio, libri che eravamo caldamente invitati a leggere per il bene nostro e del nostro progetto: erano tantissimi e, ovviamente, ero carente per un buon 90% dell’elenco; mi sentii spacciato. Fortunatamente non ho dovuto leggerli tutti prima di completare corso e romanzo: l’elenco lo conservo ancora e mi sono ripromesso di riuscire completarlo (ma serviranno anni, lo so).
La Bottega per me è stata una entusiasmane esperienza lunga diciotto mesi, e che mi porterò sempre dietro. Oltre all’occasione di conoscere scrittori come Cassani, Caliceti, Mari, Montanari o la Veladiano (e Mozzi e Dadati, ovviamente!), è stato fondamentale lavorare al mio progetto insieme a Giulio e Gabriele; poter ragionare sulla struttura, sulla trama; individuare e tagliare i rami secchi o arricchire dove serviva. Questo al di là del fatto di essere riuscito a esordire nella narrativa (anche se è stato un risultato importante, certo), perché mi ha dato comunque l’occasione per capire il metodo di lavoro, le comuni difficoltà e anche per prendermi un po’ più sul serio nella veste di “scrittore”.
Il bello poi della Bottega, è che continua tutt’ora, in quanto sono sempre in contatto con Giulio, Gabriele a alcuni ex compagni e “colleghi”, come Sabrina Rondinelli (che ha pubblicato “Il contrario dell’amore” con Indiana) e Giovanni Fiorina (“Masnago”, Marsilio).

Quale è stato il consiglio più prezioso di vita e di scrittura di Giulio Mozzi?

Non credo di avere un consiglio di Giulio più prezioso di altri, al contrario credo che una discussione con lui sul proprio romanzo sia una esperienza eccezionale nella sua interezza, per il modo in cui riesce a smontarne e rimontarne la scrittura, per come riesce a capire i personaggi quasi meglio di chi li ha inventati, per la capacità di individuare ingenuità ed errori, macroscopici e non.
Ma è piacevole chiacchierare con lui in generale, anche perché si spazia dalla vita e i massimi sistemi sino a Mascia e Orso (e credo stia in questo, la grandezza).
Ora metto via il violino e chiudo con un consiglio vero e proprio che tengo sempre presente: non esistono i personaggi, ma le relazioni tra i personaggi. Ah, e il conflitto! Mai dimenticarsi del conflitto!

Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro?

Citando nuovamente Giulio, sulla tecnica ci si può sempre lavorare, sino a ottenere risultati eccellenti. Il resto credo lo faccia l’immaginario e la capacità di trovare una storia da raccontare. Nel mio piccolo ho frequentato la Bottega per questo: per capire come si costruisce un romanzo, per imparare la tecnica, ma anche a migliorare l’immaginario. Farsi domande, chiedersi dove porti la storia che stiamo scrivendo, i motivi che ha un personaggio per compiere una azione, i prerequisiti che devono essere soddisfatti: tutta una serie di ipotesi e dubbi che, se opportunamente sollevati possono aiutarti ad andare avanti.
Quindi talento sì, senz’altro. Ma l’applicazione, il lavoro, la fatica, almeno per me sono stati e saranno sempre fondamentali.

Hai esordito quest’anno con il romanzo Una famiglia imperfetta, per San Paolo Edizioni. Raccontaci come è nato questo romanzo.

Era il 2008; mia moglie era incinta del nostro primo figlio: erano mesi particolari, di attesa, i tempi si dilatavano; credo sia stato abbastanza inevitabile chiedersi come sarebbe cambiata la mia vita, la nostra vita di coppia.
Così sono nati Clelia e Diego, i personaggi della storia. Però non volevo raccontare la mia vita, o di qualcuno in particolare. Volevo fosse proprio un romanzo di finzione, sullo stile delle commedie anglosassoni. Ho quindi deciso di lavorare sui contrasti, sugli opposti, sin quasi a esasperarli per creare effetti bizzarri: da gravidanza voluta a gravidanza non voluta; da coppia stabile a coppia improbabile e distante; e così via. Ma, come accennato sopra, è solo con i consigli e l’aiuto della Bottega che sono riusciti a trasformare quello che era un tentativo di romanzo, in un risultato ben definito.

Quanto tempo della tua giornata dedichi alla scrittura? Fai tante stesure, rielabori i tuoi scritti o scrivi di getto?

Nella mia giornata tipo, il tempo dedicato alla scrittura è: zero. Devo strapparlo con forza da altre attività.
Però riesco a ovviare a questa scarsa disponibilità pensando molto e spesso alla storia che sto scrivendo: si può pensare ovunque, nel tragitto casa lavoro; mentre fai la spesa alla Coop (salvo dimenticarsi qualcosa, ma è un prezzo da pagare), mentre sei a letto e fissi il soffitto aspettando il sonno. Mi immagino la scena, i dialoghi, i personaggi nello spazio, come se stessi guardando una delle mie serie tv preferite. Solo quando ho le idee piuttosto chiare, mi ritaglio una o due ore nel weekend e butto giù quella scena.
Quindi sì, tendenzialmente scrivo di getto, ma dopo averci riflettuto molto. Poi capita che, mentre scrivo, mi vengano altre idee e segua quelle nuove direzioni, arrivando in un posto del tutto inaspettato. Allora si riparte: si pensa alle nuove soluzioni, alle nuove strade e si scrive. E così via. Una volta finita la prima stesura, faccio parecchie correzioni e rielaborazioni. E ascolto i consigli di eventuali lettori. Mi pongo molti dubbi, a volte perdo delle ore se una parola o una frase non mi sembrano coerenti o in linea con il ritmo del paragrafo. Sono piuttosto pignolo e, fortunatamente, non ho grosse remore a cancellare o buttare via interi capitoli.

Clelia e Diego, i protagonisti, sono una coppia controcorrente, non potrebbero provenire da due percorsi di vita più differenti e tu decidi di farli incontrare. Cosa succede?

Clelia è una donna che ama pianificare tutti gli aspetti della propria vita; seria, senza grilli per la testa, che vive con inquietudine le novità e gli eventi non pianificati. Diego è più frivolo, più portato a cercare di godersi il presente piuttosto che a costruirsi un futuro, ma nasconde una propria morale, un istintivo senso di responsabilità che si scontra con il desiderio di una vita senza problemi. Farli incontrare è stato un modo per mettere a contatto due mondi differenti, per trovarne i punti di contatto, per integrare ciò che in apparenza sembra distante. Ecco: integrazione può forse essere la parola chiave, nell’incrocio delle vite di Diego e Clelia. In generale mi piace partire da sponde opposte e trovare i punti di accordo. Credo sia un modo interessante di raccontare le storie.

Nel tuo romanzo tratti temi seri, importanti, ma lo fai con leggerezza, con garbo, attento alle piccole cose come nelle commedie brillanti di una volta. E’ il tuo modo di essere e di scrivere o hai scelto questo approccio narrativo unicamente per la storia che volevi raccontare?

Devo ammettere che i miei primi esperimenti di scrittura erano tutti piuttosto cupi, con un alto tasso di mortalità dei personaggi. Poi, un giorno, la ragazza che sarebbe diventata mia moglie mi disse qualcosa del tipo: “sappiamo tutti quanto possa essere triste la vita; prova invece a ricordare alle persone quanto possa anche essere bella e stupefacente”.
E così ho fatto, cercando un equilibrio con gli aspetti più seri della vita; un modo leggero e vivace di raccontare il mondo per come lo vedo io.
A tal proposito prendo in prestito una frase di Nick Hornby che, in una delle recensioni su The Believer a proposito dei cosiddetti romanzi leggeri dice: sono leggeri non nel senso di usa e getta o da dimenticare, anzi: sono leggeri nel senso che non sono concepiti per opporre resistenza al lettore, all’interesse del lettore: vogliono essere letti velocemente e senza fatica, ma ricercano intelligenza, complessità, profonda partecipazione e profonde intenzioni.
È un approccio narrativo che sento mio e mi sono divertito molto a scrivere questo romanzo, perché la scrittura, almeno in questa fase è per me innanzitutto divertimento. Quindi sì, credo sia la mia strada, anche per lavori futuri.

La protagonista si trova ad avere a che fare con una gravidanza indesiderata o meglio imprevista, e valuta di abortire. Non si parla spesso di aborto nei romanzi contemporanei, quasi non si volesse prendere posizione. Perché hai scelto di infrangere questo tabù?

Non è stata una scelta consapevole, ovvero non mi sono seduto un giorno davanti al PC e mi sono detto: rompiamo un po’ questo tabù dell’aborto.
Certo, la scelta del proseguimento o dell’interruzione di una gravidanza indesiderata o inattesa è spesso affrontata ideologicamente, ma nel caso di questo romanzo ho cercato di trattarla in modo del tutto differente: non ideologico insomma; la scelta di Clelia è una scelta umana e basta. Non c’è una presa di posizione, pro o contro, nel romanzo. Solo l’esperienza di una donna, del suo singolo caso e delle sue emozioni nell’affrontarlo. Non è un romanzo sull’aborto e mi preme evidenziarlo. Anzi, direi piuttosto che si tratta di una commedia sull’imprevedibilità della vita (oltre che sulla famiglia, ovviamente); su quanto siamo in fondo foglie mosse dal vento.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Per il genere a cui mi ispiro, ovvero una commedia o comunque un testo brillante, ci sono libri e autori importanti nel mio percorso formativo e a cui più o meno mi ispiro: Nick Hornby, innanzitutto, che è forse il modello che prendo maggiormente a riferimento, Roddy Doyle, McCourt che, con “Le ceneri di Angela” racconta una storia profondamente tragica con una leggerezza e comicità tali da renderlo inarrivabile, almeno per me. Infine la Kinsella, che per tecnica, brio e ritmo dei suoi romanzi non può che rappresentare un altro ottimo esempio.
E poi ci sono i libri che hanno segnato il mio percorso, ai cui autori sono rimasto inevitabilmente legato (su tutti: Calvino, Carver, Hemingway). In V superiore, come premio di partecipazione alle olimpiadi della matematica, mi regalarono una copia di “Cent’anni di solitudine” (su iniziativa dalla mia insegnante di Lettere, sempre lei!): fu devastante, persi non so quante volte il filo del racconto, tanto da disegnarmi un albero genealogico a parte; ma fu al contempo una avventura splendida e mi piace pensare che, se qualcosa in quel periodo della mia vita si è smosso facendomi avvicinare alla scrittura, quel qualcosa sia accaduto durante quella lettura.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Non che io sappia, per il momento, ma se accadesse ne sarei ovviamente ben contento.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo esatto momento: “Primavera di bellezza” di Fenoglio. Ho però appena finito “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace; avevo iniziato “Infinite Jest” ma non sono stato in grado di arrivare in fondo (ma ci riproverò…), così ho ripiegato su qualcosa di più gestibile (almeno per le mie capacità), volendo conoscere meglio questo autore: ne è valsa decisamente la pena.

Prossimi progetti?

Qualcuno mi ha chiesto se ci sarà un seguito di “Una famiglia imperfetta”: da una parte mi piacerebbe, anche per approfondire figure che qui sono rimaste in secondo piano come Primo Maggio o Margherita; dall’altra però, i sequel sono sempre pericolosi e credo che me ne terrò alla larga.
Piuttosto, credo continuerò a scrivere sulla famiglia, esplorandone altri aspetti e problematiche, ma sempre con leggerezza. È un argomento che mi affascina, che mi piace raccontare e sul quale credo ci sia ancora tanto da dire, nonostante già se ne parli parecchio.

:: Un’intervista con Eugenio Di Rienzo a cura di Giulietta Iannone

8 giugno 2015

conflitto russo-ucrainoBenvenuto professore Di Rienzo su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. È docente di Storia moderna alla “Sapienza” di Roma e direttore della Nuova Rivista Storica oltre che membro del comitato scientifico di Geopolitica. Ci parli del suo libro, Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale, edito da Rubbettino, un testo breve se vogliamo ma denso di concetti e riflessioni. Ha sentito la necessità di fare chiarezza su un conflitto ancora in atto, nonostante la tregua, alle porte dell’Europa. Pensa abbia similitudini con la Guerra civile nell’Ex Jugoslavia?

Ormai purtroppo le similitudini sono evidenti. Siamo di fronte ad un conflitto intestino che si sviluppa in una delle aree-chiave dell’Eurasia. Una guerra fratricida aggravata dall’ingerenza di altre Potenze: Federazione Russa, Usa, Canada, il fronte nord-est dei Paesi Nato (Polonia, Repubbliche Baltiche, Danimarca, Norvegia), Regno Unito, e ora anche, potenzialmente, Nazioni non integrate nell’Alleanza atlantica, come Svezia e Finlandia. Una guerra civile che ha visto il prepotente ritorno sulla scena del combattente irregolare: guerrigliero, foreign fighter, contractor, terrorista. Una guerra che, come tutte le guerre civili, si è trasformata in una “guerra ai civili”, nel silenzio del sistema dei media occidentali.

La rivoluzione di Majdan Nezaležnosti evidenzia senza mezzi termini il tentativo degli Stati Uniti di spingere l’Ucraina verso la Nato, questa è la tesi che sostiene nel suo saggio, pensa che questo modo di agire sia vitale per gli USA e soprattutto condiviso all’interno dell’establishment governativo statunitense?

Il comportamento di Washington, per parafrasare una famosa frase di Talleyrand, è “peggio di un crimine”, è un “errore” che sarà fatale soprattutto all’Europa. Il tentativo di erigere un ordine mondiale unipolare, sbarazzandosi di un potenziale antagonista, come la Russia, prima di arrivare alla resa dei conti finale con la Cina, sembra l’unica ratio che guida l’amministrazione Obama. Si è ottenuto però l’effetto contrario: costringere Mosca ad un’innaturale alleanza con Pechino.

La deposizione del presidente filorusso dell’Ucraina Victor Janukovyč viene considerata senza mezzi termini da Putin un colpo di stato. Insomma rientra in un più ampio atto di aggressione contro la Russia da parte europea e americana. Crede possibile un ripristinarsi delle condizioni che hanno dato origine alla Guerra Fredda? A chi converrebbe davvero che si ripresentassero?

Con il sempre più forte processo di riarmo portato avanti dalla Nato, ormai in gran parte succube della strategia aggressiva degli Usa, e dalla Federazione Russa siamo ritornati apparentemente a una nuova Guerra fredda. Dico apparentemente, perché ora, diversamente che nel passato, Stati Uniti e Nato sono all’attacco, mentre la Russia è in difesa.  L’ingerenza russa nei fatti ucraini, incluso l’invio di militari “senza stellette”,  per appoggiare le milizie del Donbass, è un fatto indiscutibile ma si è trattata comunque di una reazione comprensibile e legittima, direi. Un’offensiva tattica che nasconde una difesa strategica (pensiamo al peso geostrategico della Crimea). Perché la Russia, dal crollo dell’Urss, è indubbiamente sulla difensiva nella politica mondiale. Troppo facile è accusare il revanscismo di Putin o l’imperialismo russo. A innescare il circolo vizioso della crisi e precipitare l’Ucraina in un conflitto fratricida è stato l’espansionismo occidentale. Quest’espansionismo, ingiustificato e animato più da hybris che reali necessità strategiche, rischia di portare il mondo a uno scontro tra Potenze nucleari. Cui prodest tutto ciò? A nessuno direi, e neppure all’incontrollata volontà di potenza americana. Non certo all’Europa che pagherà l’isolamento economico e diplomatico dalla Russia a un prezzo altissimo.

Uno dei punti nodali del suo saggio è l’estrema debolezza della politica estera dell’Unione Europea, ancora troppo condizionata dagli interessi e dalle decisioni USA. Si arriverà mai a un totale affrancamento, e soprattutto alla creazione di una reale politica estera condivisa, (ora sembra che la cancelleria di Berlino sia l’unico portavoce) ci sono tentativi in merito?

Esiste un fronte dialogante con Mosca, all’interno dell’Unione Europea e della Nato, costituito da Francia, Germania e Italia, che potrebbe attirare nella sua orbita anche altri Paesi dell’Eurozona (Spagna, Grecia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca), se solo Berlino si decidesse a prendere, di fatto, la guida dell’Unione. C’è urgente bisogno di un nuovo Bismarck che dica, a voce alta: “Mai contro la Russia!”. Purtroppo il ricordo dell’avventura nazista pesa ancora troppo sulla coscienza tedesca perché questo avvenga, mentre Parigi e Roma possano aspirare solo a ricoprire il ruolo di junior partner di Berlino.

L’epigrafe del libro, la citazione all’inizio del saggio, riporta le parole di Vladimir Putin espresse il 18 marzo 2014 sulla necessità di “rifiutare la retorica della Guerra Fredda” e soprattutto di considerare che la Russia  “ha i suoi propri peculiari interessi che devono essere tenuti nel debito conto e rigorosamente rispettati”, lamentandosi del comportamento di Stati Uniti e l’Europa occidentale che costringono le organizzazioni internazionali (vedi ONU) a “emettere risoluzioni che ne giustifichino le azioni, ma se queste non agiscono in loro favore, essi semplicemente ignorano le decisioni”. Affermazioni abbastanza esplicite, secondo lei quanto c’è di verità, oltre la retorica politica?

Molta più verità che propaganda.

La politica delle sanzioni in che misura danneggia realmente la Russia, o sono più le ripercussioni negative sulla gia affaticata economia europea? Gli USA da questo, secondo lei, ne traggono vantaggio?

Il crollo dell’economia russa, a causa delle sanzioni, non è avvenuto e anzi queste e le ritorsioni economiche russe hanno gravemente danneggiato l’Europa (in particolare Italia e Germania). Ciò detto, bisogna aggiungere che l’economia russa, ancora troppo dipendente dalla vendita di gas e petrolio, arretrata e sofferente nel settore agricolo e in quello dei beni di consumo, resta fragile. Per tornare ai danni subiti dall’UE a causa della politica sanzionista, è evidente che un’Europa debole, messa in stato di scacco e ostacolata dallo sviluppare tutto il suo immenso potenziale economico, da Lisbona a Vladivostok,  non può che convenire a Washinton.

La crisi ucraina è divenuta ora anche la crisi del fronte euro-atlantico, della lunga entente cordiale tra Vecchio Continente e Stati Uniti” dice in una recente intervista, può esplicitare meglio questo concetto?

Credo che i più forti e autorevoli partner politici e militari degli Usa, con l’eccezione di Londra, non abbiano nessuna voglia di “morire per Kiev”, dopo aver visto i loro uomini morire invano per Bagdad e Kabul. In Francia e in Italia, l’insofferenza degli ambienti militari per l’avventurismo statunitense è ormai è palpabile.

Nel suo saggio cita spesso Kissinger e la sua visione pragmatica e realistica dei rapporti internazionali.  Secondo il suo pensiero l’avventata profezia della “morte della storia” formulata da Francis Fukuyama si è rivelata senza fondamento ovvero la nascita di un “nuovo ordine mondiale”, improntato ai principi di una governance planetaria, democratica e partecipativa”, non si è avverata. Anzi ci orientiamo verso “un’ evoluzione della carta politica del pianeta in ‘sfere d’influenza’ egemonizzate da Stati diversi e da diverse forme di governo, ai cui margini ciascuna sfera sarebbe tentata di testare la sua forza contro altri soggetti ritenuti illegittimi”. Concludendo che c’è una differenza insopprimibile tra un ordine mondiale ‘eversivo dello status quo internazionale’, promosso oggi dal Global Democratic Revolutionary Power statunitense, e uno ‘legittimo’ che trova la sua ragion d’essere nel ripudio dell’uso della forza e che agisce nello spazio e nel tempo del possibile segnato dalla realpolitik, in nome del rispetto degli obblighi condivisi. Pensa che il suo pensiero sia tenuto ancora in debita considerazione almeno in qualche frangia dell’amministrazione Obama?

Kissinger, purtroppo, è per l’amministrazione Obama solo una fastidiosa Cassandra. A Washington sembra prevalere la lezione dei Falchi neoconservatori, troskisti in gioventù, che ora hanno rimodulato il dogma della “rivoluzione permanente” sotto il segno dell’interventismo democratico. Nell’imbroglio ucraino, me lo lasci, dire, solo i conservatori, nel campo intellettuale, hanno conservato un minimo di lucidità… e penso alle posizioni di Franco Cardini e Sergio Romano. Su quello politico di grande ragionevolezza e coraggio sono state le posizioni di Berlusconi, Napolitano, Prodi. Onore al merito!

Nel 2016 terminerà l’amministrazione Obama, si affaccia l’ipotesi Hillay Clinton. Se vincesse le elezioni pensa ci sarebbero le premesse per un reale mutamento della politica estera? O gli interessi USA sono troppo legati a un indebolimento della Russia? Che prospettive per la risoluzione della crisi russo-ucraina?

La politica Usa, come quella di tutte le Potenze imperiali, è sempre eguale a se stessa, a prescindere dagli attori che si muovono sul palcoscenico della politica internazionale. Detto questo, io temo che l’ascesa della Clinton possa portare a una politica estera ancora più assertiva di quella di Obama. D’altra parte la politica estera democratica è solo un mito, uno specchietto per le allodole inventato dalla parte più forte.

Recensione a “Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale“, Eugenio Di Rienzo (Rubbettino, 2015) qui

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2015

lore1Benvenuto Lorenzo e grazie di questa nuova intervista. È appena uscito per Spartaco Edizioni il tuo nuovo romanzo “Quando le chitarre facevano l’amore” e come tradizione delle tue interviste su Liberi scegli una colonna sonora che ci accompagni.

Grazie a voi per l’ospitalità. Come colonna sonora scelgo l’album doppio “Khantharana Valley Experience” di The Love’s White Rabbits, mi sembra la musica più appropriata.

E di musica si parla molto nel tuo romanzo, già il titolo ci suggerisce il tema, per non parlare di un gruppo rock dal nome improbabile come The Love’s White Rabbits fino a un gruppo di strumenti musicali in cerca di libertà. Che ruolo ha la musica nel tuo romanzo?

Beh, improbabile non proprio. Il nome della band è ripreso da un brano dei Jefferson Airplane e da “Alice nel paese delle meraviglie”, inoltre negli anni ’60 andavano di gran moda i nomi lunghi e complessi nel movimento della musica psichedelica. La musica ha un ruolo fondamentale in questo romanzo. Oltre a portare il lettore dentro a quella che fu la scena garage di Austin, in primis The 13 Floor Elevators e The Golden Dawn, il libro dà spazio anche a Bob Dylan, agli MC5, a The Band, a The Grateful Dead, a The Beatles e, naturalmente, a The Love’s White Rabbits, band realmente esistita in un’altra epoca, di cui io ho fatto parte, e che ho proiettato in quel decennio straordinario. La musica è presente in ogni pagina. La musica delle cavalcate selvagge, quando, appunto, le chitarre facevano ancora l’amore.

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Photo Credit Francesco Montefusco

A che genere appartiene il romanzo, o è una contaminazione di generi dal noir, alla spystory, alla satira di costume?

Un po’ tutto. Noir, spy story, psychedelic book, road book, di avventura… è un grande zibaldone lisergico ricco di colpi di scena.

Come è nata l’ idea di scriverlo, quale è stato il punto di partenza?  

The Love’s White Rabbits. Fu un’esperienza umana e musicale totale, quando si era ancora un Noi e non degli Io. Eravamo cinque amici sempre insieme, disposti a sacrificare tutto per il Divertimento, il Viaggio e la Musica. Volevo parlare di questa esperienza, e ho pensato che associarla a un’altra mia grande passione, il decennio della guerra in Vietnam, della Summer of Love, della Rivoluzione, sarebbe stato più interessante che collocarla dove realmente questa esperienza si è consumata: l’emilia degli anni ’90.

La controcultura americana degli anni ’60 e ’70 fa da sfondo al romanzo. Come non pensare a gente come Allen Ginsberg, Jack Kerouac o William S. Burroughs, e il loro popolo gli hippie, i figli dei fiori, o il Festival di Woodstock, le proteste contro la guerra del Vietnam, le marce per la pace, l’LSD, la rivoluzione psichedelica. Perché hai scelto l’America come scenario, e come ti sei documentato per raccontarla?

L’America è il luogo dove nasce tutto quello che tu hai citato. Il lavoro di ricerca è stato lungo, divertente e complesso: libri, documentari, l’ascolto delle centinaia di vinili e CD che possiedo da prima dell’idea del libro, rilettura di saggi, traduzioni, giornali dell’epoca, film, la mia vecchia tesi di laurea, le mie esperienze sensoriali. È stato un lavoro di ricerca totale.

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Photo Credit Copyright 1997 by The Love’s White Rabbits

Che tu sia un autore anticonformista, non sono io la prima a dirlo, tu scegli un tipo di letteratura di liberazione, dai gioghi imposti, dai preconcetti, da tutte le sovrastrutture che la società odierna impone. Che senso di libertà vorresti che provassero i tuoi lettori una volta finito il romanzo? È davvero possibili essere liberi, anche solo intellettualmente, nella nostra società?

Voglio che si sentano liberi, ma non posso spiegare io a un’altra persona quale possa essere il suo senso di libertà, è troppo soggettivo. Te ne accorgi se sei libero o se sei evaso, con qualche sceriffo moralista alle calcagna. Io credo che sia possibile essere liberi in questa decadente società di mediocri al timone di comando. Un libro ti libera, un disco ti libera, la penna mi libera ogni volta che la prendo in mano.

La trama è complessa, di personaggi bizzarri al limite dell’assurdo ce ne sono tantissimi, alcuni reali altri frutto della tua fantasia, e pur tuttavia riesci a reggere le fila del tuo romanzo con grande naturalezza. Si parte dalla ricerca di un gerarca nazista, scappato presumibilmente in America, per parlare di vent’anni di storia americana e non solo. In che misura è presente il resto del mondo nel tuo romanzo?

È un romanzo dove, spero, si ride molto, si piange, si rimane con il fiato sospeso. È un romanzo totale. Ed essendo, appunto, totale, il mondo è presente per definizione. I personaggi vengono dai quattro angoli del globo: abbiamo un reduce del Vietnam (e quindi ecco il Vietnam), abbiamo Singapore, c’è un sosia presidenziale cieco guatemalteco, un triestino a caccia di nazisti, due israeliani.

Partirà un lungo tour promozionale per il romanzo, proprio come una tournée di una rock band. Quali città toccherai?

Sono già stato a Milano e Piacenza, ed è andata benissimo. La prossima tappa è Ferrara, poi il Salone del Libro a Torino, Roma, Lecco, Pavia, l’Isola d’Elba, Brescia, ancora Milano, diversi festival in giro per l’Italia. Sarò in tour fino a fine anno, voglio che le chitarre facciano l’amore ovunque.

E poi a settembre uscirà la settima indagine della saga di “Indagini di uno sbirro anarchico”. Ci puoi anticipare qualcosa?

Si intitolerà “Il giorno in cui la Spal vinceva a Renate” e, come già recita il titolo, sarà un Malatesta totalmente dedicato alla squadra di calcio di Ferrara, la mia città.

Altri progetti in mente?

Un libro su una mucca e uno su un aereo un po’ particolare.

Grazie della disponibilità, e in conclusione mi piacerebbe farti un’altra domanda legata alla tua esperienza di padre, avere un figlio ha cambiato qualcosa nel tuo essere scrittore, ti ha reso una persona più responsabile? Che futuro augureresti al piccolo Pietro?

Più responsabile credo sia d’obbligo, nei suoi confronti. Come scrittore ha ridotto i miei orari di lavoro, necessariamente. Dormo poco. Gli auguro la libertà di essere se stesso, la forza di non voler emulare nessuno. Grazie a voi.

The Magician – The Love’s White Rabbits – Khantharana Valley Experience

:: Un’ intervista con Homobruno, a cura di Diego Di Dio

30 aprile 2015

indexCiao Homobruno. Ho letto il tuo libro, “Basta poco”, e mi è piaciuto molto. Per questo ho deciso di farti qualche domanda. Iniziamo dal tuo pseudonimo: come mai Homobruno?

È un soprannome che mi hanno dato i miei amici: a volte sono molto istintivo.

Pubblichi sempre sotto pseudonimo o a volte usi il tuo nome vero?

No, solo pseudonimo. Credo nei nomi e nel loro valore. Ti ricordi Alinghi? Alinghi è il nome del canotto con cui Ernesto Bertarelli e sue sorella giocavano da piccoli al mare. Dopo quarant’anni hanno dato il nome alla barca che poi ha vinto la Coppa America. Spero di essere altrettanto fortunato.

Va bene, ora passiamo al tuo libro, “Basta poco” (Cavinato Editore, 2015). Dicci da cosa nasce l’idea di una storia così particolare.

Ci sono tante piccole cose che hanno contribuito a mettere su l’idea. Quella, forse, più importante è la strana circostanza che a volte, parlando con qualcuno, quando non riesce a dare spiegazione all’esito di quel colloquio, o di un rapporto uomo-donna, o di tante altre situazioni, allora queste vanno male. Invece noi sappiamo benissimo che ciò che serve affinché una situazione vada nel verso giusto, noi in fondo lo possediamo già. Basta poco.

E la struttura particolare del romanzo da cosa nasce? Si tratta, è vero, di un romanzo unitario, che però a tratti sembrerebbe dare l’idea di una raccolta di racconti…

Non credo dia l’idea di una raccolta di racconti. È un’unica storia vista da tre punti di vista differenti. Questi punti di vista a volte viaggiano paralleli, altre volte si intrecciano. La struttura serve a far luce su come le persone giudichino in maniera diversa quello che gli accade intorno.

Adesso parlaci un po’ della tua esperienza con la Cavinato Editore.

Mi sono rivolto a un editor, e insieme abbiamo corretto il libro. Alla fine lui lo ha proposto a varie case editrici e la Cavinato International ha deciso di pubblicarlo.

Cosa consigli a un autore esordiente per approdare a una pubblicazione seria e professionale?

Serve un’idea.

Dici che basta l’idea?

Quella deve esserci, e non parlo di vecchi ricordi che sono in soffitta o di storie personali condite da situazioni piccanti. Poi, certo, bisogna saper scrivere, ma lì ci si può lavorare, mentre se non hai un’idea…

Quali libri legge Homobruno e quali sono i suoi punti di riferimento letterari?

In questo momento sto leggendo tutti i libri che ha scritto Norman Mailer. Sono andato in fissa, e devo ammettere che questa full immersion non mi sta deludendo. Il mio podio aggiornati di libri è il seguente: al terzo posto Una cosa da nulla di Mark Haddon; secondo posto, L’informazione di Martin Amis; infine, al primo posto metto Gli inconsolabili di Ishiguro Kazuo. In generale, mi piacciono Proust, Balzac, Coupland, P.K. Dick, Roth, Auster e tanti altri.

Va bene, Bruno. Grazie mille per la chiacchierata e in bocca al lupo per “Basta poco”.

Grazie a te.

:: Un’intervista con Prof. Luigi Bonanate

18 aprile 2015

luigiBenvenuto professore Bonanate su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. È docente di Relazioni internazionali presso la Scuola di Studi Superiori dell’Università degli Studi di Torino Ferdinando Rossi e la Struttura Universitaria Interdipartimentale in Scienze Strategiche. L’ho invitata a parlare con noi della crisi russo – ucraina, in un quadro internazionale piuttosto instabile, che vede l’Europa da un lato minacciata dal terrorismo islamico dell’ ‘ISIS di al-Baghdadi e dall’altro da una crisi si potrebbe definire interna in Ucraina. La storia dell’integrazione europea non è mai stata facile, ma si aspettava minacce di tale portata?

Alla luce dei fatti attuali, più che vedere l’integrazione europea sotto minaccia, direi che il processo integrativo si è fermato da tempo, in termini ideali e politico-culturali, cosicché sembra che l’accento si sia spostato sull’Unione Europea in quanto soggetto politico-istituzionale che non ha di vista, in realtà, pace, ordine e armonia, ma piuttosto interessi: non che l’UE sia insensibile, non è capace — e questa è tutta un’altra cosa. Abbiamo confuso, negli ultimi anni, l’accrescimento quantitativo dell’Unione con una sua crescita culturale e politica, ma quantità e qualità non vanno sempre (o forse quasi mai) insieme. Ci sono dei movimenti storici che hanno bisogno dei loro tempi: l’opinione pubblica europea sa pochissimo di quel che succede al di fuori dei suoi confini, così come gli statunitensi sanno pochissimo di ciò che succede fuori del loro sub-continente. E così il gioco rimane sempre nelle mani dei politici, che sono ovviamente pochissimi, e perseguono i loro obiettivi, che non sempre sono quelli migliori.

La deposizione del presidente filorusso Victor Janukovyč ha innescato una crisi piuttosto seria alle porte dell’Europa. Che quasi inevitabilmente ricorda la guerra civile nell’ex Jugoslavia. È una crisi che si progettava da tempo, per certi versi inevitabile, un colpo di stato come afferma Putin, o la situazione è come sfuggita di mano?

Nei fatti, la crisi ukraina è venuta, tanto per cambiare, dal petrolio (e/o dal gas) e quindi dal prezzo che il fornitore di questo bene prezioso pensa di poter spuntare. L’Ukraina era un cliente già da molto tempo sotto ricatto da parte della Russia che continuava a minacciare/ricattare l’Ukraina con la politica dei prezzi. Quando si ventilò l’ingresso dell’Ukraina nell’Ue, me ne preoccupai pensando che la Russia di Putin non l’avrebbe accettato: è dai tempi dello “scudo spaziale” che la Russia protesta per il modo in cui USA e Nato la circondano. Figurarsi se uno degli ultimi stati-cuscinetto scomparisse per esser sostituito da una rappresentanza del “nemico” occidentale… E non dimentichiamo, per di più, che le risorse energetiche sono l’unica risorsa che ha oggi la Russia: non industria, non agricoltura, non commercio: e quando il prezzo del petrolio scende come è successo nei mesi scorsi…

L’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea, nella Nato, sarebbe vista dalla Russia come una vera e propria aggressione, tesa a minare i suoi interessi geostrategici. Ma ha un senso far nascere le premesse di una nuova Guerra Fredda? E’ indispensabile l’Ucraina all’Europa?

L’Ukraina non è indispensabile all’Europa così come non lo è alla Russia. A voler fare le cose per bene, bisognerebbe andare a vedere la storia, i rapporti passati, gli incontri tra culture, lingue, eccetera. Ma ormai sarebbe inutile, perché dovremmo capire che tra paesi in pace le forme identitarie (che poi diventano nazionalistiche) diventano ferri vecchi che non servono più a nulla. La “conquista” è un’idea del tutto superata che dovremmo convincerci a dimenticare. Il nazionalismo — tanto russo quanto ukraino — “nuoce gravemente alla salute”!

L’ eurasiatismo di Dugin, l’integrazione eurasiatica, è il cuore della politica estera di Putin. Questa sorta di rinascita della “Guerra Fredda” non porterà la Russia ad allontanarsi sempre più dall’Europa verso est, verso la Cina? Che idea si è fatto di Putin come statista?

Direi piuttosto (rispondendo così anche alla domanda successiva) che il mio giudizio su Putin è pessimo e la sua politica estera mi pare preoccupante. Ma è il regime putiniano in se stesso che disapprovo: i russi oggi non vivono gran che meglio che prima dell’89; le diseguaglianze sociali si sono addirittura acuite; la libertà non è cresciuta che di pochissimo; la democrazia non esiste: gli oppositori politici di Putin finiscono normalmente in galera e qualcuno invece è stato anche assassinato.

Molti nazionalisti ucraini sono simpatizzanti o dichiaratamente neonazisti, di per sé quindi antidemocratici. E nello steso tempo vengono dichiarati come paladini dell’autonomia e della democrazia in funzione antirussa. Come giustifica l’ Occidente questa sorta di paradosso?

La situazione ukraina è tutt’altro che idilliaca; ma non per questo sono giustificati gli scontri armati, le violenze, le separazioni violente anti-russe (così come quelle russe anti-ukraine). I paesi europei hanno commesso molti errori (probabilmente molto più per ignoranza che per malizia) nell’esasperare le contraddizioni tra Ukraina e Russia: invece di cercare di sopirle le abbiamo attizzate. E ora tutti ne pagano il prezzo.

L’Ucraina si sta avviando verso un default economico. Se accadesse che peso avrebbe negli equilibri geopolitici? L’idea di un’Unione eurasiatica è auspicabile?

Non so dire che cosa ci porterà il futuro prossimo; ma credo assolutamente che Putin – comunque vada la questione ukraina – continuerà la politica espansiva che ha in testa: ricostruire la grandezza territoriale dell’URSS. E quindi, la prossima “vittima” (che però mi sembra abbastanza disponibile a diventarlo senza protestare) è la Bielorussia. Speriamo che Putin non si attacchi mai alle Repubbliche baltiche, perché lì la musica sarebbe tutt’altra.

Concorda con Kissinger che l’auspicata “morte della storia” formulata da Francis Fukuyama, ovvero la nascita di un nuovo ordine mondiale improntato ai principi di una governance planetaria, democratica e partecipativa, non si sia realizzata?

La storia non è mai morta, anzi — subito dopo l’annuncio di Fukuyama — ha preso una velocità inusitata. E oggi continua ad andare tanto veloce che nessuna Cancelleria al mondo ci sa dire se le cose si stiano mettendo al meglio o al peggio. La mia personale sensazione — mi dispice dirlo — è comunque la seconda.

Nonostante la fragile tregua tra Russia e Ucraina, successiva agli accordi di Minsk-2, la situazione resta comunque incerta e aperta a ogni sviluppo. Nel 2016 terminerà l’amministrazione Obama, si affaccia l’incognita Hillary Clinton. Premesso che la Clinton fino al 2013 è stata segretario di Stato dell’amministrazione Obama, se vincesse le elezioni pensa che si manterrebbe nel solco della continuità con il precedente mandato o ci sono reali premesse per un mutamento della politica estera? Che prospettive per la risoluzione della crisi russo-ucraina?

La politica estera americana è molto meno incisiva di quanto pensiamo; l’opinione pubblica americana non si interessa che minimamente degli avvenimenti in Europa. Si preoccupa nel senso che i voti non si conquistano sul dibattito in politica estera, ma sui temi di politica interna.
Dubito fortemente che potrà fare qualche cosa di più il successore di Obama, sia se sarà Hillary, sia se dovesse diventarlo, – com’è tutt’altro che impossibile – Jeb Bush.

:: Un’ intervista con Anna Castelli, scrittrice, cosplayer e non solo, a cura di Elena Romanello

17 aprile 2015

Anna2Per chi frequenta il mondo di manga, cosplay, steampunk e simili, il nome di Anna Castelli torna periodicamente come quello di una personalità eclettica, cosplayer e scrittrice, organizzatrice di eventi e studiosa del Giappone, oltre che intrinsecamente veneziana fino al midollo. Liberi di scrivere ha incontrato Anna per parlare con lei delle sue molteplici e interessanti attività.

Ti sei laureata in lingue orientali con una tesi sul teatro kabuki e ti occupi, scrivendo anche libri in tema, di una delle espressioni moderne più amate della cultura giapponesi, il cosplay. Come nasce il tuo amore per il Giappone, Paese oggi di gran moda, e come hai messo insieme il passato e il presente di questo mondo?

Il mio amore per il Giappone nasce nell’estate del 1995 leggendo Tsugumi di Banana Yoshimoto. Al tempo dovevo decidere che tipo di università intraprendere e il romanzo mi fulminò per l’atmosfera che lo permeava. Decisi che dovevo saperne di più su quella cultura così differente dalla nostra, imperniata sul mono no aware, quel senso di tristezza meditativa causato dalla consapevolezza dell’impermanenza delle cose. Così ho deciso di iscrivermi a Lingue Orientali, ho studiato giapponese e sono diventata storica d’arte orientale.

Venezia è la tua città, che celebri in romanzi e racconti: cosa vuol dire per te essere nata e cresciuta in questo posto unico al mondo e cosa secondo te continua a farla amare così tanto?

Venezia ha una caratteristica peculiare: è una foresta di legni rovesciati. Le fondamenta delle maestose costruzioni di pietra che resistono da secoli sono migliaia di tronchi portati dalle montagne circostanti, fossilizzatisi nel fango. Poi c’è una quantità enorme di trachite euganea, la pietra di cui sono fatti i masegni che vengono calpestati ogni giorno da secoli; inoltre ci sono marmi e pietre lavorate finemente per creare capolavori circondati dall’acqua dei canali. Tutti elementi naturali che il sangue e la fatica di generazioni hanno plasmato per resistere ai secoli. Venezia racconta l’energia dell’essere umano creativo, non distruttivo: chiunque abbia la volontà di aprire la mente per ascoltare può sentire forte e chiaro questo concetto come in pochi altri luoghi al mondo.

Lo steampunk è un’altra delle tue passioni: cosa vuol dire per te e cosa pensi di come questa cultura è vissuta in Italia?

Mi piace lo steampunk perché deriva da una corrente letteraria che teorizza lo sviluppo della tecnologia a partire dal vapore invece che dall’elettricità, un concetto affascinante per una scrittrice quale io sono. Inoltre il fatto di poter vedere nella realtà i personaggi che si trovano nei libri è una cosa che mi regala sempre un sorriso di meraviglia. C’è anche da dire che gli abiti steampunk sono affascinanti perché partono da una base ottocentesca e vengono integrati con materiali “pesanti” come rame e ottone (o simulazioni di questi materiali). In Italia è una subcultura che sta prendendo piede ogni anno di più, a mio parere perché si circonda di un’aura elitaria e misteriosa, quando in realtà si tratta di persone molto amichevoli che hanno una gran passione per l’artigianato. Lo dico perché li conosco e partecipo ai loro raduni.

I romanzi che hai scritto, oltre che essere ambientati a Venezia, sono storie d’amore, più o meno paranormali: perché questa scelta e cosa pensi dello stato della narrativa rosa nel nostro Paese?

Per rispondere a questa domanda ho dovuto riflettere sulla mia vita. Ho scoperto che alla fine la scelta deriva sempre dall’amore per il Giappone: chi non conosce Miyazaki? Si resta sempre affascinati dal realismo magico delle sue storie, dai suoi incredibili personaggi (maghi, streghe, animali antropomorfi) che vivono in mezzo a noi interagendo con una società che li accetta come un qualcosa di quotidiano e comune. Anche i miei personaggi sono così: in Di acqua e di pietra un essere dall’aspetto bizzarro viene accettato dalla Serenissima, in cui si rifugia per trovare pace, mentre in Di Venezia. D’amore. Di magia è del tutto normale che una coppia si ritrovi a Venezia dopo trecento anni per risolvere finalmente una maledizione. Anche sotto pseudonimo il mio ultimo lavoro è orientato verso il realismo magico: una situazione surreale di disagio e un incantesimo finito male narrati in questa Venezia contemporanea fatta di antiche e decadenti nobiltà racchiuse nei palazzi. Per quanto riguarda la situazione della narrativa rosa nel nostro Paese, devo dire che recentemente mi sono unita a EWWA (European Women Writing Association – http://ewwa.org/ ), un’associazione senza fini di lucro volta a creare una rete di solidarietà professionale e creativa tra coloro che sono impegnate nell’editoria in Europa. Ho scoperto così che esistono cinque milioni di lettrici di “rosa”, che in questo termine racchiude un variegato panorama creativo: storico, contemporaneo, paranormale, erotico, spy… Un enorme bacino d’utenza che attende solo di essere stupito con nuove storie.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Attualmente ho programmati degli eventi per la promozione di tre libri: Di Venezia. D’amore. Di magia come romanzo rosa fantasy, Guida Cosplay – Vivere Venezia come guida turistica dedicata ai cosplayers (ma non solo) e parteciperò a uno spettacolo di teatro-danza tratto dal racconto Di acqua e di pietra, per cui devo preparare un duello all’arma bianca. Nel frattempo sto curando l’ultima revisione di due manoscritti che usciranno sotto pseudonimo nei prossimi mesi; devo dire che questi ultimi progetti mi danno molta soddisfazione perché intersecano la loro esistenza con quella di altri professionisti della scrittura e della fotografia, e io ADORO mettere in correlazione varie realtà artistiche, lo trovo un impulso culturale aggiuntivo sia per chi crea sia per chi legge!

Il sito ufficiale di Anna Castelli è www.annacastelli.com