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:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni, autore di 81280JL, a cura di Giulietta Iannone

16 ottobre 2025

Benvenuto Lorenzo, e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Il tuo nuovo libro, edito da Edizioni Spartaco è un romanzo impegnativo, forse il tuo più complesso: l’affresco, seppure alternativo, di un’epoca, una controstoria underground, sotto acido si può dire. Ma non solo, un ritratto corale, con tanti e tanti personaggi, i più disparati. È difficile definire il tuo nuovo romanzo, o imbrigliarlo in una categoria o in un genere, soprattutto guardando alla letteratura italiana, pochi osano tanto. Da dove nasce l’idea? C’è stato un momento preciso che ha fatto scattare la scintilla?

Grazie a voi per l’ospitalità. Dunque, credo che la scintilla sia stato l’ascolto di A day in the life dei Beatles in un pomeriggio di parecchi anni fa, a Ferrara. Ho iniziato a chiedermi: se Mark Chapman non avesse sparato a John Lennon ci sarebbe stata la possibilità di rivedere insieme i Beatles? E se sì, avrebbero realizzato altri capolavori? Da queste domande ho iniziato a cazzeggiare con la mia testa. Cosa realmente mi abbia portato, passo dopo passo, a inserire nella storia così tanti personaggi e così tante situazioni è difficile da spiegare. Un amico scrittore durante una presentazione, anni fa, mi disse che avrebbe tanto voluto conoscere il mio pusher. Non so, se tra le righe, questo possa dipanare la matassa di come funziona il mio cervello. Scherzi a parte: sì, credo che la scintilla sia stata A day in the life… I saw a film today, oh boy/The English Army had just won the war/A crowd of people turned away/But I just had to look/Having read the book/I’d love to turn you on… e via discorrendo.

Partirei dal titolo, un po’ criptico, ma sveliamo subito il mistero: una data, 8 dicembre del 1980. Cosa successe?

Mark David Chapman, “Il più coglione dei coglioni”, come lo ha definito Paul McCartney, si è recato a New York, davanti al Dakota Building, e ha ammazzato John Lennon. Ispirato dalla lettura compulsiva de Il giovane Holden e da omini verdi dentro la sua testa che lo incitavano a compiere l’atto criminoso chiamandolo “signor Presidente”. Personalmente, credo che l’8 dicembre del 1980 sia uno dei giorni più tragici del Novecento.

Hai immaginato una controstoria degli anni ’80: quanto c’è di documentazione storica e quanto di invenzione narrativa in questa ricostruzione alternativa? Il romanzo si muove tra cospirazioni, geopolitica, CIA, droga, controllo mentale, telepatia… Quanto di quello che racconti credi sia vicino alla verità storica?

La documentazione storica è stata importante, fondamentale. È servita per ricamarci sopra la narrazione. La guerra civile libanese, le ingerenze israeliane in Libano, la compravendita di ebrei tra Romania e Israele, i campi di addestramento a Aden, gli ospiti del Chelsea Hotel, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, il South Bronx messo a ferro e fuoco: è tutto vero. Ma anche fatti minori, che apparentemente potrebbero risultare di finzione, sono reali. Per esempio, la scena che vede Asher il Depresso fuggire dall’Afghanistan a dorso di un mulo o l’idea di mettersi dentro una cassa per andarsene dall’Asia, sono tratti da un reportage d’annata sulla Via della droga. La CIA ha realmente compiuto esperimenti telepatici e non è un segreto il fatto che i servizi segreti, non solo americani, abbiano usato (e usino) Paesi in via di sviluppo come base per il commercio di droga in Occidente. Insomma, c’è molta realtà storica, seppur i personaggi siano, in parte, inventati.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere il romanzo? È stato un percorso lineare o caotico?

Ci ho impiegato circa sette anni. Ho iniziato ad accumulare materiale, a leggere testi inerenti al periodo storico, mi sono fatto lunghe sedute di Beatles e Lennon, ho guardato documentari e film, ho abbozzato diverse scalette. Nel mentre, ho lavorato anche ad altre storie. Diciamo che il percorso è stato inizialmente lineare, poi è diventato caotico nello sviluppo centrale e poi è tornato lineare nell’ultimo anno, quando mi sono concentrato a chiudere tutti i sentieri narrativi che avevo aperto.

Perché hai scelto John Lennon come figura centrale e simbolica di questo romanzo? Che cosa rappresenta per te? E, per il romanzo?

Perché la sua morte ha significato la fine di una speranza: rivedere insieme i Beatles. I Beatles, più che il solo Lennon, rappresentano una parte importante della mia vita. Non sono soltanto la colonna sonora di uno dei periodi storici per me più interessanti, ma sono stati, e sono, la mia colonna sonora. Non mi stancherò mai di ascoltarli perché mi danno continue suggestioni, mi forniscono risposte. Lennon non poteva non essere centrale e simbolico in un romanzo ambientato nel 1980, culminato appunto con il suo assassinio. Tutto ruota intorno a lui e ai Beatles e a quello che rappresentano anche per alcuni protagonisti del libro.

C’è un autore o un’opera in particolare che ti ha ispirato durante la scrittura di questo romanzo? A me viene in mente Burroughs, per esempio e le sue contaminazioni con la fantascienza.

I libri di Robert Fisk sulla guerra civile libanese e sul Medioriente in generale. Magnifici. Bellissimi. Coraggiosi. Le impalcature letterarie di Paco Ignacio Taibo II. I dialoghi taglienti di Elmore Leonard. Il giovane Holden, naturalmente. E poi Robert Stone, Barry Gifford, James Ellroy, John le Carré, Graham Greene, Tom Robbins, Jabbour Douaihy.

Cosa è rimasto secondo te dello spirito degli anni ’60-’70, e cosa invece si è perso per sempre?

Si è perso tutto perché la Storia non permette repliche, o se le permette le toglie di ogni sostanza, è solo apparenza. Oggi stanno tornando di moda i pantaloni a zampa e si vedono in giro giovani con t-shirt dei Pink Floyd e dei Grateful Dead. Forse uno su cento di quei giovani sa chi fossero. Gli piace la maglietta. Gli piace la camicetta hippie. Finisce lì. La mia generazione ha gravi colpe nel non aver lasciato nulla di quello spirito. Noi, da figli di chi ha vissuto gli anni ’60 e ’70 abbiamo beneficiato dei ricordi diretti dei nostri genitori e fratelli maggiori e abbiamo custodito con stupido orgoglio quello spirito per lasciare i nostri figli solo con l’apparenza. La creatività sta morendo, e un mondo senza creatività è un mondo vuoto. Insulso. E la colpa è solo nostra.

Come hai lavorato con Edizioni Spartaco? Il libro ha richiesto un editing lungo? A chi è stato affidato?

Con Edizioni Spartaco si lavora sempre bene. Sono stati molto onesti. Nella versione consegnata in redazione c’era qualcosa che non andava. La storia gli piaceva, ma era lunga se non il doppio, quasi. C’erano troppi riempitivi, il linguaggio, soprattutto gli slang, era estremo, c’erano fili che andavano recisi. L’editing è stato affidato a Tiziana Di Monaco che ha fatto un lavoro da perderci la testa. A tratti ho pensato che stesse facendo qualcosa che andava oltre la razionalità umana. Sarebbe bello mostrare cosa io le ho dato e come lei lo abbia migliorato senza snaturare il perché della mia storia e il mio stile. È stato un editing eccezionale, impegnativo, strepitoso. Gli sono molto grato. E sono molto grato a Edizioni Spartaco perché 81280JL è stato un investimento immane per un editore indipendente, e realizzandolo hanno dimostrato, concretamente, di credere, ancora una volta, in un mio romanzo.

Hai già in mente un prossimo progetto, o hai bisogno di una “disintossicazione” da questo universo?

Un solo progetto è riduttivo. Sto lavorando a una storia di italiani emigrati in America durante la Guerra civile, a una storia che inizia nel 1945 e finisce nel 1969 alla ricerca di un diamante blu, e a diversi inediti di Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico. Ma sto facendo tutto con molta calma. Già pronti, usciranno l’anno prossimo, una sorta di metaromanzo che verrà pubblicato da Cafféorchidea, e un testo molto particolare dedicato alle figure dei più celebri dittatori contemporanei che verrà pubblicato dai tipi di Prospero Editore.

:: Di fronte al fuoco di Aleksej Nikitin (Voland, 2025) a cura di Giulietta Iannone

16 ottobre 2025

Feliksa uscì dall’ufficio del comando militare amareggiata e scontenta di sè. Non era riuscita a spiegare a quel tenente che sulla scomparsa di Il’ja bisognava indagare immediatamente. Una persona non poteva sparire in città senza lasciare traccia, nel nulla, tanto più se si trattava di Il’ja, che a Kiev conoscevano in molti. Non è scomparso in una foresta o in una palude sperduta. Lui è stato qui ed è andato da Terent’eva, il che significa che anche altre persone potrebbero averlo visto, significa che devono cercarlo subito, al più presto, prima che i pochi che ancora sono qui si disperdano.

Dal 2014 in poi, l’Ucraina ha vissuto un vero e proprio risveglio culturale: festival letterari, editoria indipendente, rinascita della lingua ucraina nelle scuole e nei media, valorizzazione e studio della storia nazionale. La cultura, il patrimonio culturale e identitario ucraino sono diventati necessari: un bene vitale da difendere, da preservare.

Dopo l’invasione russa del 2022, ancora di più la cultura è diventata parte attiva della resistenza, nella difesa dell’integrità del Paese. Artisti, scrittori, insegnanti, registi hanno continuato a creare, documentare, educare, nonostante gli ostacoli, le privazioni, le limitazioni della guerra, nello sforzo tenacemente eroico di preservare qualcosa di sacro: lo spirito di un popolo, con dignità, coraggio e forza morale.

Lo scrittore ucraino Aleksej Nikitin è uno di questi artisti: ha scelto la penna per testimoniare la resilienza e la forza di un popolo che non si arrende, che difende la sua identità, che mostra al mondo quanto l’onestà intellettuale sia necessaria in vista di un futuro reale processo di pace, pur nella complessità.

È appena uscito in Italia un suo libro: Di fronte al fuoco, edito da Voland e tradotto dal russo da Laura Pagliara, che firma anche alcune interessanti note sulla traduzione, utili a contestualizzare il romanzo. Un’opera impegnativa, complessa, imponente per lunghezza — ben 630 pagine — ma scritta in una lingua così viva, composita, lirica, che si legge molto velocemente.

Narra la storia di un pugile ebreo-ucraino, Il’ja Gol’dinov, agente segreto dell’NKVD, che durante l’estate del 1941, dopo aver avuto successo nello sport (secondo posto nel campionato sovietico), sceglie di unirsi ai partigiani contro l’invasione nazista. Poi viene arruolato nell’esercito regolare, finisce catturato, deportato in un lager, riappare per un breve periodo nella Kiev occupata, nel febbraio 1942, quindi scompare nuovamente, lasciando dietro di sé una scia di mistero. La moglie, Feliksa, intraprende una lunga e dolorosa indagine per scoprire cosa gli sia successo.

Scritto in russo, non come adesione a Mosca ma per scelta stilistica e identitaria, e come strumento narrativo capace di restituire tutte le sfumature di un’epoca, il romanzo nasce da un’approfondita ricerca storica, basata su materiale documentario desecretato dopo il 2011, per ricostruire gli eventi dell’epoca. Intreccia al racconto elementi personali, familiari e culturali, tra tradizioni yiddish, propaganda sovietica, legami di lealtà, amore e perdita.

Ne emerge un’idea viva dell’Ucraina multi-etnica di quegli anni, con tutte le tensioni e le contraddizioni tra tradizioni ebraiche, propaganda sovietica e regime nazista, pur conservando una grande tolleranza nella convivenza tra culture.

Soprattutto, è il ruolo della memoria a rendere Di fronte al fuoco capace di parlare non solo a un pubblico interessato alla storia, ma a chiunque voglia riflettere sul rapporto tra individuo e potere, sul destino umano in situazioni estreme.

Tuttavia, è nell’uso della storia per parlare del presente che Di fronte al fuoco diventa profondamente — e dolorosamente — ucraino, consegnandoci questo affresco storico del Novecento che, da particolare, diventa universale. Perché, nonostante la nazionalità, i confini geografici e politici, l’umanità è una sola, identica a Kiev come a Mosca: capace di amare, soffrire, sperare e perdonare.

Un grande romanzo ucraino, epico come un romanzo di Tolstoj.

Aleksej Nikitin Scrittore di lingua russa nato a Kiev (Ucraina) nel 1967, è laureato in fisica e ha collaborato al progetto del sarcofago destinato a mettere in sicurezza la centrale di Černobyl’. Il romanzo Victory Park (2014) ha vinto il Russkaja Premija ed è entrato nella short list del premio National Besteller (‘Nacbest’) in Russia quando era ancora in forma di manoscritto. L’infermiere di via Institutskaja (2016), romanzo dedicato alle recenti proteste di Euromajdan, è stata la prima opera di Nikitin a essere pubblicata in Ucraina. I suoi precedenti romanzi sono Istemi (Voland 2013) e Mahjong (2012).

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:: Visioni di cinema: Era mio nemico (The Chinese Widow) di Bille August

15 ottobre 2025

Bille August, regista danese famoso per film come Pelle alla conquista del mondo, o Il senso di Smilla per la neve tra gli altri, è un regista che amo molto, da poco mi ha colpito molto favorevolmente la sua miniserie televisiva, Il conte di Montecristo (The Count of Monte Cristo, 2025), confermando la mia ottima opinione su di lui, (magari ci ritorneremo nelle prossime settimane su questo sceneggiato), per cui ho ricuperato con molta curiosità un suo film del 2017, Era mio nemico (The Chinese Widow), che non avevo ancora visto.

Un dramma bellico, con venature sentimentali, interamente prodotto in Cina, e recitato in inglese, giapponese e cinese, con protagonisti Emile Hirsch e la bella ed enigmatica Liu Yifei, (famosa in occidente per la trasposizione Disney di Mulan). Non un film forse che segnerà la cinematografia mondiale, ma pur con il suo tono pacato, quasi sussurrato, un bel film per passare un pomeriggio piovoso di relax sotto una coperta di lana con una tazza di tè fumante da sorseggiare.

Ambientato durante la Seconda Guerra mondiale, Era il mio nemico segue le vicende belliche di Jack Turner, un pilota americano abbattuto nei cieli della Cina occupata dai giapponesi, durante la missione dei Doolittle Raiders, il celebre bombardamento di Tokyo del 1942, in seguito a Pearl Harbour. Dopo essersi buttato col paracadute dal suo aereo colpito dalla contraerea, ferito, solo, affamato, Jack viene salvato da Ying (Liu Yifei) una giovane vedova cinese che vive sola con la figlia.

Mentre la guerra continua, e le truppe giapponesi cercano il pilota disperso, tra Jack e Ying prima nasce un legame di riconoscenza e rispetto, poi pian piano si trasforma in un sentimento vero e profondo, nonostante le tensioni belliche, le differenze culturali e linguistiche e il destino sempre più incerto. La narrazione è visivamente elegante e stilisticamente coerente con un dramma intimistico con un buon equilibrio tra scene girate in interni, e quelle in esterni nei bellissimi boschi cinesi circostanti.

La regia di August ha la dolcezza trattenuta di atmosfere liriche e poetiche, paesaggi immersi nella nebbia, luce naturale, e una fotografia dai toni caldi e sommessi. Il film è profondamente rispettoso della memoria storica cinese, celebra in modo sofferto e non eccessivamente propagandistico il sacrificio del popolo cinese durante l’occupazione giapponese, e si inserisce nella linea delle produzioni cinesi che univano memoria nazionale e apertura internazionale, grazie alla presenza di attori occidentali e a una narrazione accessibile a un pubblico globale.

Il film nonostante solo lo accenni con sommessa grazia, e pur nella sua semplicità, offre uno sguardo interessante sulla collaborazione tra cinesi e americani durante la guerra del Pacifico, e il coraggio delle comunità locali che aiutarono i piloti americani a mettersi in salvo, portando allo spettatore una prospettiva diversa sulla Seconda Guerra Mondiale. “Era mio nemico” ha davvero una poesia silenziosa che colpisce chi sa cogliere la delicatezza nei dettagli — nei gesti, nei silenzi, nei paesaggi che sembrano parlare da soli.

Non un dramma bellico dove le scene di combattimento sono preponderanti, e sebbene caratterizzato da una certa lentezza, e privilegi l’ambiente domestico, dove lei cucina o tesse la seta, (e coi soldi guadagnati mantiene lei la figlia a e i suoceri), è un film bello, visivamente suggestivo, dove la regia di Bille Auguste è quasi invisibile, così delicata, rispettosa e partecipe che non si sente, pure se è frutto di grande mestiere.

Liu Yifei è poi molto brava a impersonare una giovane vedova forte e resiliente, e nello stesso tempo delicata e sensibile, che conserva la memoria del marito e gli accende incensi. La scena del bacio tra Jack e la protagonista più che passione denota rispetto e riconoscenza, merce rara al giorno d’oggi. Molto brava anche la bambina spontanea e naturale. La violenza non è eccessiva, seppure presente, (nel bombardamento di Tokyo, nel tentato stupro, nella fuga finale). Un film che racconta la bellezza della gentilezza in tempi di distruzione.

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:: 81280JL Lennon, l’Iik e i topi salterini di Lorenzo Mazzoni (Edizioni Spartaco, 2025) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2025

Instant Karma’s gonna get you/ Gonna knock you right on the head/ You better get yourself together/ Pretty soon you’re gonna be dead.

John Lennon

81280JL Lennon, l’Iik e i topi salterini di Lorenzo Mazzoni, pubblicato da Edizioni Spartaco, è un romanzo che non passerà inosservato, e non certo per le 456 pagine, o perché l’autore ci ha abituato ad opere provocatorie, surreali, buffe, satiriche e nello stesso tempo tragiche come sono i nostri tempi. Forse con questo romanzo l’autore ha spostato un altro po’ l’asticella consegnandoci un romanzo visionario, provocatorio e incapace di lasciare indifferenti.

Al netto delle provocazioni e dell’eccesso – che non è mai fine a sè stesso -, un ritratto generazionale post Woodstock lisergico e contemplativo, pazzo e visionario, tenero e nostalgico. Un romanzo che davvero ci porta a fare un viaggio, in un mondo imperfetto, tragico, ma tuttavia meraviglioso, e lo fa con una forza immaginifica che si nutre tanto della storia quanto dell’utopia, tanto della cultura pop quanto del pensiero politico radicale.

Non aspettatevi una lettura facile, i personaggi sono tanti, complessi con diramazioni e legami tra loro, le strade narrative impervie, la ricostruzione storica degli anni ’80 alternativa, ma ne vale la pena. Vale la pena immergersi in questa ricostruzione lisergica dove la droga, più del petrolio, finanzia guerre, destabilizza i giovani, propaga il caos. La teoria è affascinante e nello stesso tempo agghiacciante e ci conduce a Mark Chapman: inventore dell’Iik, una cannabis geneticamente modificata (che tanto richiama al Fentanyl), prigioniero a Teheran, omicida di Lennon.

Cospirazioni, operazioni coperte, agenti della CIA, rivoluzionari, militanti, guru, teppisti, malavitosi, telepati, l’affresco è composito, la fantasia a Mazzoni non manca, ma pure con l’inquietudine che quello che dice non sono fesserie, le sue ricostruzioni, sebbene romanzate, hanno un fondo di verità, sono ricostruzioni sensate, anche coerenti per quanto pazzesche, estreme, incredibili.

E questa inquietudine alimenta la nostra curiosità di lettori, e ci sgomenta, pur facendoci anche sorridere, piangere o allarmare. E qui torniamo al titolo, quell’8 dicembre del 1980, in cui davanti al Dakota Building Lennon fu ucciso. Non da un pazzo, non un gesto isolato di un esagitato, ma qualcosa di ancora più inquietante, e oscuro, che Mazzoni costruisce ribaltando responsabilità, e non dico altro per non togliervi il piacere della lettura, ma davvero quello fu un punto di svolta, e Lennon era una spina nel fianco per troppe persone, il suo pacifismo, la sua anarchia, il suo talento visionario che entrava nel cuore di tanti giovani.

Mazzoni scrive un romanzo che è insieme un’inchiesta paranoica, un manifesto underground, un viaggio psicotropo nella psiche collettiva. Ogni pagina vibra di riferimenti pop: dischi, fanzine, canzoni, visioni, deliri, complotti, sogni infranti. La narrativa si fonde con il delirio percettivo: il ritmo accelera come un vinile graffiato, la realtà si scompone in frames da videoclip post-moderno.

E allora si torna lì, al cuore della questione: dopo Woodstock, la rivoluzione non è fallita. È stata neutralizzata, assorbita, corrotta. Gli ideali di pace e amore si sono dissolti in una polvere bianca, e gli anni Ottanta – con la loro estetica sgargiante e la loro oscurità sistemica – sono diventati il teatro perfetto per questa deriva.

Un romanzo necessario, scomodo, che farà discutere, ripeto. Ma soprattutto un romanzo vivo, come lo sono le idee che prova a raccontare. Per chi ha amato Lennon, per chi ha creduto in qualcosa di diverso, per chi ancora oggi si chiede: e se fosse andata diversamente?    

Illustrazione di copertina di Giancarlo Covino

Lorenzo Mazzoni, nato a Ferrara nel 1974, ha abitato a Londra, Istanbul, Parigi, Sana’a e Hurghada. Scrittore e reporter, ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui per Edizioni Spartaco, Quando le chitarre facevano l’amore(2015), con cui ha vinto il Liberi di Scrivere Award, Il muggito di Sarajevo (2017) e 81280JL. Lennon, l’Iik e i topi salterini (2025). È docente di scrittura creativa di Corsi Corsari e consulente per diverse case editrici. Collabora con Il Fatto Quotidiano.

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:: Visioni di cinema: L’anno del Dragone di Michael Cimino, a quarant’anni dall’uscita

11 ottobre 2025

L’anno del Dragone (The Year of the Dragon, 1985), diretto da quel genio eclettico, e per certi versi troppo visionario per l’epoca, di Michael Cimino, è un film che non smette di far discutere cinefili, appassionati o semplici spettatori. Quarto lungometraggio di Cimino, cinque anni dopo le vicessitudini di I Cancelli del Cielo, (Heaven’s Gate, 1980), con sceneggiatura oltre che sua anche di Oliver Stone, basata sul romanzo bestseller del 1981 di Robert Daley, scrittore, giornalista ed ex ufficiale di polizia di New York (che rinnegò piuttosto accesamente il lungometraggio di cui aveva venduto i diritti, soprattutto per la rappresentazione delle forze dell’ordine), L’anno del Dragone divise gli spettatori tra l’ammirazione per le indubbie qualità tecniche e la resa visiva, quasi di stampo operistico, e le criticità che hanno attirato molte opposizioni specie in America nelle organizzazioni cino-americane. Pur essendo radicato nella società americana degli anni ’80, di reaganiana memoria, conserva tuttavia un grumo di autenticità sopravvissuto integro anche ai giorni nostri, sebbene siano passati 40 anni esatti e sia il tessuto della società americana sia profondamente cambiato, sia la percezione delle comunità “altre”, in questo caso cinesi.

Protagonista principale del film è Stanley White, un invecchiato per ragioni di scena Mickey Rourke, allora al culmine della sua bellezza e della sua fama, pur non trascurando le doti recitative (da ex pugile le scene dei pestaggi sono molto realistiche), che non riesce proprio a far sembrare antipatico un personaggio che fa di tutto per esserlo: veterano reduce del Vietnam, poliziotto decorato per meriti di servizio non di scrivania, razzista, violento, intransigente, del tutto privo del senso delle gerarchie, allergico ai compromessi, insensibile verso le sensibilità altrui, ma tuttavia dolorosamente onesto (non è un poliziotto corrotto) seppure incarni tutto quello che c’è di negativo nell’idea, forse un po’ preconcetta, di uomo bianco, arrogante e prevaricatore. Comunque c’è da sottolineare che Stanley White è un personaggio che incarna perfettamente la paranoia securitaria dell’epoca reaganiana, e il film ne è uno specchio, forse distorto, e Cimino ne è ben consapevole.

Dopo l’assassinio, in un ristorante, sotto gli occhi di tutti, del boss di Chinatown a New York, Jackie Wong, White viene assegnato al Quinto distretto e subito fa capire che c’è aria nuova in città. A lui non interessano i patti, i compromessi con gli anziani della comunità cinese locale per quieto vivere, lui come un bulldozer vuole fare piazza pulita di tutto e restaurare l’ordine, il suo personale ordine di poliziotto di origini polacche, un immigrato anche lui anche se ormai completamente integrato nel tessuto sociale americano (“se mi arrendo io si arrende il sistema”, dice sconsolato a un collega).

A contrastarlo, Joey Tai, (John Lone), giovane, ambizioso elemento emergente della Triade o Tong newyorchese, genero del boss locale assassinato e probabilmente mandante del suo assassinio. Joey Tai vuole il potere, con ogni mezzo, a costo di scatenare una guerra personale con Stanley White, con tutto il dipartimento della Polizia di New York, e con tutta la società americana che relega ai margini l’etnia cinese permettendogli di farsi strada solo nella criminalità. C’è in lui rabbia, rivalsa, ambizione, sebbene sotto a una patina glaciale di gelido autocontrollo che l’attore che lo interpreta rende memorabile.

White è il suo opposto, quello che pensa dice, non trattiene commenti sferzanti né volgari o profondamente razzistici, detesta i giochi politici, non è aristocratico, non è ben educato o elegante, non è istruito, è mosso da un suo personale senso di giustizia e da un grumo di odio verso la gente asiatica che si porta dietro dal Vietnam, dove gli asiatici rappresentavano il nemico. Ma mentre in Vietnam, nella jungla, non ne vedeva il volto, qui a New York li può guardare in faccia, sfidare apertamente, affrontare in prima persona, in un processo di rozza semplificazione in cui gli asiatici sono ai suoi occhi tutti un’unica entità senza differenziazioni.

A Cimino non interessa il politicamente corretto, lui vuole opporre un ricalco della realtà, sebbene drammaturgicamente filtrata, descrivendoci una Chinatown, dove si muovono i personaggi, ricostruita nei minimi dettagli (dalle botteghe, ai vicoli, ai ristoranti, ai locali di scommesse) con tutto il folklore delle feste, delle processioni funebri, dei rituali che non sono solo un’esibizione esteriore, ma fanno parte di un senso etnico di comunità, un’adesione alle tradizioni di una cultura altra impiantata quasi a forza nel contesto urbano statunitense.

Non solo una Chinatown da cartolina, ma in filigrana una micro-città sotterranea con regole e microstrutture di potere parallele se non ostili a quelle ufficiali.

Le scene d’azioni sono veloci, sincopate, violente (se non iperviolente) e si alternano a momenti più riflessivi dove i personaggi parlano, si confrontano, si lasciano andare come nelle scene d’amore tra White e Tracy Tzu, la giornalista nippo-cinese che volente o nolente aiuterà White e di cui si innamorerà, dando vita a una relazione interetnica piuttosto insolita per il periodo, o al battibecco coniugale in cucina tra White e la moglie (una splendida e sciupata Caroline Kava).

La violenza urbana si fa strumento narrativo, come nella scena della strage al ristorante, Shanghai Palace, o nel pestaggio nei bagni della discoteca, o nell’uccisione del giovane poliziotto infiltrato cinese, Herbert, a cui è concessa una scena memorabile nell’appartamento high tech di Tracy Tzu, che esprime orgoglio identitario, dove difende con passione la superiorità della sua cultura millenaria, con orgoglio e altruismo. Ma ce ne sono altre anche meno sfumate ma piuttosto disturbanti, con i mezzi dell’epoca, con il sangue che a una visione contemporanea può risultare posticcio.

Tuttavia, ritengo che il passare del tempo non abbia scalfito eccessivamente la visionarietà del narrato, sebbene molto distante dalla sesibilità contemporanea alla luce del Stop Asian Hate, soprattutto per quanto riguarda la veridicità della dimensione psicologica dei personaggi, vibrante, autentica, necessaria seppure a tratti estremizzata ed eccessiva.

Non condivido completamente la critica che si fa del fatto che tutta la comunità cinese è vista come criminale, violenta, mafiosa, in filigrana c’è anche una dimensione onesta, laboriosa, risparmiatrice attenta ai valori familiari. Come Herbert, i lavoratori silenziosi della fabbrica, i camerieri dei ristoranti, la stessa Tracy Tzu, o il personaggio che lavora nella fabbrica di soia e chiama la polizia quando riviene i corpi dei due attentatori del ristorante, e lavora da oltre quarant’anni in quella fabbrica simile a una prigione e conserva tutti i suoi risparmi alla Chase Manhattan Bank, o anche semplicemente nel padre di Tracy Tzu che fa lo spedizioniere. Tutta una massa silenziosa a cui non si dà eccessivamente luce perchè il film focalizza l’analisi sulla criminalità, essendo appunto un noir moderno o ibrido, legato più alla tradizione del poliziesco metropolitano violento che al noir codificato degli anni ’40-’50.

Nel complesso è un film che non si fruisce come mero intrattenimento poliziesco ma invita a riflettere su veri temi morali, etici e sociali, portando lo spettatore a un livello di comprensione delle dinamiche in corso più alto e problematico. È senz’altro un’opera ambiziosa, non senza frizioni, per certi versi scomoda e conflittuale, che tuttavia porta avanti un discorso autoriale coerente, e non svenduto ai meri interessi commerciali di cassetta, grazie anche al fatto che trovò in De Laurentis un produttore illuminato, sebbene pretese alcuni tagli della sceneggiatura per limare alcuni eccessi e pretendendo un finale abbastanza convenzionale con la sparatoria al molo, ma concesse per esempio di girare in Thailandia alcune scene come chiedeva il regista. Insomma alcuni compromessi in via di produzione furono fatti, ma Cimino potè abbastanza liberamente esprimere la sua linea di pensiero.

Uno dei film più interessanti di Cimino dopo Il cacciatore (The Deer Hunter) e al netto delle polemiche che ha suscitato al tempo dell’uscita nelle sale soprattutto in America (1), mentre quando uscì a Honk Kong fu accolto appunto come un film d’azione d’autore (2) o ancora oggi, un ritratto aderente al mondo reale, o perlomeno alla percezione che in certi ambienti si aveva della comunità cinese nell’America degli anni ’80. Per il suo valore di testimonianza attuale ancora oggi.


  1. https://www.latimes.com/archives/la-xpm-1985-08-28-ca-25184-story.html
  2. https://www.upi.com/Archives/1985/11/22/Dragon-debuts-in-Hong-KongNEWLNHong-Kong-welcomes-Year-of-the-Dragon/2262501483600

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:: Mistero al profumo di cannella, i segreti di Cinnamon Falls di R.L. Killmore (Newton Compton, 2025) a cura di Patrizia Debicke

11 ottobre 2025

Tra le colline avvolte dal profumo di cannella e foglie dorate, Cinnamon Falls si presenta come un  rifugio ideale per chi fugge dal dolore, ma anche come il luogo dove i segreti, come la nebbia del mattino, non si diradano mai del tutto. Dopo una rottura umiliante, un grande amore costruito solo su una menzogna, Nia torna nella sua cittadina natale con il cuore in frantumi e l’intenzione di ritrovare un po’ di pace tra i sorrisi familiari e la gelateria di famiglia, frequentatissima e cuore pulsante della comunità. Ma la tranquillità autunnale che spera di trovare si incrina presto: un atroce delitto sconvolge la quiete della Festa d’Autunno e costringe la protagonista a fare i conti non solo con il presente, ma anche con un passato che credeva di avere sepolto.
L’autrice costruisce un’ambientazione calda e accogliente, quasi cinematografica, che ricorda le atmosfere delle serie britanniche di gialli “leggeri” o le cittadine perfette dei film Hallmark. Ogni dettaglio, il fumo che sale dalle tazze di sidro caldo, le zucche intagliate, i vicoli profumati di burro e spezie,  restituisce una sensazione di intimità domestica, di quella provincia americana dove tutti si conoscono, ma nessuno sa davvero tutto di nessuno. È proprio in questo microcosmo, apparentemente sereno, che si insinua l’ombra del mistero: un corpo ritrovato nella tavola calda di Rosie, la madre della migliore amica di Nia, morta anni prima in circostanze tragiche, e un messaggio inquietante che lascia presagire nuovi delitti.
Nia, fragile e impulsiva, ma guidata da una forza interiore che la spinge a non voltarsi dall’altra parte, si ritrova suo malgrado coinvolta nelle indagini. Non è un’investigatrice nata, e la sua curiosità troppo spesso sconfina nell’imprudenza: si muove in bilico tra coraggio e incoscienza, tra il desiderio di capire e la necessità di espiare sensi di colpa antichi. Al suo fianco ritroviamo Jesse, ex fidanzato del liceo e ora poliziotto escluso personalmente dall’inchiesta sul caso perché vecchio amico della vittima. Alto, tenebroso, segnato da un passato irrisolto, Jesse incarna la classica figura del “buono ferito”, diviso tra dovere e sentimento. Il loro rapporto è una danza di esitazioni e ricordi, fatta di battute non dette e di sguardi che parlano più delle parole: un legame sospeso tra nostalgia e un futuro forse ancora possibile.
Accanto a loro si muove una vasta galleria di personaggi secondari che contribuisce a rendere Cinnamon Falls viva e pulsante: l’amica eccentrica dai capelli viola, presenza ironica e leale; i vicini curiosi e affettuosi; i clienti abituali della gelateria, testimoni involontari di un dramma che si insinua nella quotidianità. Persino Midnight, il viziato gatto nero della famiglia di  Nia, sembra parte integrante del racconto, quasi un simbolo silenzioso della curiosità e della capacità di sopravvivere all’inquietudine.
Il ritmo narrativo alterna momenti di tensione a pause di dolcezza domestica: mentre l’indagine procede tra false piste e colpi di scena, l’autrice dosa con equilibrio mistero e romanticismo, evitando di far prevalere l’uno sull’altro. Il giallo, pur con qualche prevedibilità di troppo, mantiene viva l’attenzione con piccoli dettagli ben disseminati e un’atmosfera coerente che unisce brivido e conforto. L’elemento romantico, aggiunge calore e umanità a una vicenda che parla, in fondo, di nuove possibilità non solo in amore, ma nella vita.
La colorata Festa d’Autunno, con  la sua allegria di superficie, diventa il perfetto contrappunto simbolico al dolore e al mistero che serpeggiano sotto un’apparente calma con  la celebrazione della rinascita, della fine che prelude a un nuovo inizio. E in questo senso Nia rappresenta la città stessa, ferita, ma capace di riscoprire la propria forza.
Un mistero autunnale dal sapore di spezie e malinconia, dove il delitto serve da pretesto per esplorare i legami, le ferite e le nostalgie che uniscono una piccola comunità. Un romanzo che si legge con piacere, magari con una coperta sulle ginocchia e una tazza fumante accanto, lasciandosi avvolgere da un’atmosfera in cui ogni pagina profuma di cannella, amicizia e seconde occasioni.

Tradotto da Laura Mastroddi.

R.L. Killmore è lo pseudonimo dell’autrice statunitense Necole Ryse. Necole scrive da quando aveva quattro anni, quando incise trionfalmente l’alfabeto sul cofano della nuova Volvo della nonna. Quando non batte furiosamente i tasti del suo PC riempiendo fogli Word, piange su una pila di manoscritti incompiuti, abbandona serrati regimi di esercizio fisico autoimposti, rimprovera bambini innocenti nelle biblioteche o ascolta le conversazioni degli altri. Mistero al profumo di cannella. I segreti di Cinnamon Falls è il primo romanzo pubblicato dalla Newton Compton.

:: In memoriam: Il mostro del Casoretto. Sei storie della casa di ringhiera di Francesco Recami (Sellerio 2025) a cura di Valerio Calzolaio

10 ottobre 2025

Milano. Una casa di ringhiera in zona via Porpora, Casoretto-Re Raul (non lontano da Lambrate). Questi edifici sono tipiche case popolari diffuse nei distretti operai del Nord, qualcuna ce n’è a Roma, nessuna a Firenze. A pianta rettangolare, ormai non hanno più spazi comuni, pur mantenendo gli ingressi sui ballatoi (visibili a tutti) e dunque facilitando scene di teatro di condominio. Francesco Recami (Firenze, 1956) ha scritto una decina di deliziosi romanzi (2011-2024) di una serie ambientata in quel contesto di misfatti, personificazione della cattiva coscienza collettiva di chi vi vive. Come già per altri autori della casa editrice, Sellerio raccoglie ora in “Il mostro del Casoretto” sei racconti dell’autore, pubblicati fra il 2014 e il 2017 nelle periodiche raccolte tematiche (giallo, crisi, turisti, calcio, viaggiare, l’ottobre di un anno), con tutti i ben noti personaggi dei vari appartamenti di quel microcosmo a più piani e relazioni, in un brodo di pregiudizi ed equivoci.

:: Il vecchio incendio di Élisa Shua Dusapin (Elliot Edizioni 2025) a cura di Valentina Demelas

10 ottobre 2025

Il vecchio incendio di Élisa Shua Dusapin, pubblicato in Italia da Elliot con la traduzione di Massimo Ferraris, è un breve romanzo dalla voce sottile, profonda e molto poetica, capace di evocare un mondo interiore fatto di silenzi, ricordi e sospensioni. In poco più di centotrenta pagine, l’autrice costruisce un racconto intimo che parla di legami familiari, perdita e memoria, con una scrittura limpida e pudica, mai ridondante.

Dopo anni trascorsi a New York, Agathe torna nella quiete del Périgord per aiutare la sorella minore, Véra, a svuotare la casa di famiglia dopo la morte del padre. L’abitazione, immersa tra boschi fitti e profumati di resina, sembra trattenere i fantasmi del passato. Ogni stanza conserva tracce di un tempo rarefatto, ogni oggetto diventa eco di ciò che è stato. Véra, muta dall’infanzia, comunica solo attraverso messaggi sul cellulare: un silenzio concreto che amplifica quello emotivo fra le due sorelle, rendendo ogni gesto e ogni sguardo una fragile forma di linguaggio.

Nel corso dei giorni trascorsi insieme, Agathe e Véra si muovono tra ricordi e omissioni, tentando di riannodare i fili di un legame mai davvero sciolto, ma da sempre incrinato. La madre, fuggita anni prima, e il padre appena scomparso gravano come presenze assenti. Il vuoto lasciato dai genitori si riflette nel vuoto della casa da liberare, in un continuo gioco di specchi tra materia e sentimento. Lo svuotamento delle stanze si trasforma così in un atto simbolico: liberare la casa significa anche confrontarsi con ciò che è stato, accettare ciò che non può essere cambiato, lasciare andare.

La scrittura di Dusapin è di una sobrietà disarmante. In poche pagine accadono pochi fatti, ma ogni dettaglio vibra di significato. Le frasi brevi, essenziali, disegnano immagini nitide, quasi cinematografiche, che restano impresse nella mente. Il non detto diventa il vero motore della narrazione: ciò che non viene espresso a parole si insinua tra le righe, costruendo un tessuto emotivo di grande intensità, che stimola il lettore. A dominare è l’atmosfera, in cui la natura – con i suoi suoni ovattati, le luci filtrate tra gli alberi, il respiro del bosco – assume un ruolo quasi spirituale.

In questo paesaggio sospeso, Il vecchio incendio esplora temi universali: la solitudine che può esistere anche dentro la famiglia, il peso dei ricordi dell’infanzia, la difficoltà di esprimere l’amore quando è troppo tardi. Il silenzio, soprattutto, diventa protagonista: quello fisico di Véra e quello invisibile che separa le due sorelle. È uno spazio carico di significati, dove ancora ardono – come braci sotto la cenere – le emozioni che non trovano voce. L’“incendio” evocato dal titolo non è un evento, ma una metafora: è il fuoco antico delle passioni e dei dolori che continuano a bruciare dentro, anche quando sembrano spenti.

La forza del romanzo risiede nella sua capacità di commuovere profondamente, ma senza enfasi. Dusapin racconta il dolore e l’affetto con una grazia rara, evitando il melodramma e affidandosi a una scrittura di sottrazione. È un libro breve ma persistente, che lascia dietro di sé una scia di malinconia e di dolcezza. Alcuni passaggi restano volutamente in ombra, come ferite non completamente guarite; eppure è proprio in quelle zone d’ombra che il testo trova la sua verità più profonda.

Élisa Shua Dusapin si conferma come una delle voci più raffinate della narrativa contemporanea: la sua è una letteratura che non urla, ma sussurra. E proprio per questo riesce a farsi ascoltare.

Élisa Shua Dusapin è nata nel 1992 à Sarlat-la-Canéda in Dordogna da padre francese e madre sudcoreana, Elisa Shua Dusapin è cresciuta tra Parigi, Seul e Porrentruy (Svizzera). I suoi precedenti romanzi sono editi in Italia da Ibis Edizioni. Con il primo romanzo Inverno a Sokcho (2016) ha vinto i premi Robert Walser, Alpha, Régine-Desforges e Révélation SGDL e la sua traduzione inglese ha vinto il National Book Award. Con il secondo romanzo Le biglie del Pachinko (2018) ha vinto il Prix suisse de littérature e l’Alpes-Jura e il terzo, Vladivostok circus (2020) è stato selezionato al Premio Fémina. Il vecchio incendio è in corso di traduzione in oltre dieci paesi.

Source: libro gentilmente donato dall’editore, ringraziamo Giulia Olga Fasoli, responsabile dell’ufficio stampa Elliot Edizioni.

:: L’uomo perplesso: Viaggio negli abissi di Emil Cioran di Nicola Vacca (Edizioni Qed, 2025) a cura di Giulietta Iannone

10 ottobre 2025

Tornare a Cioran per Nicola Vacca, critico e poeta sensibile e di notevole caratura etica e morale, dopo Lettere a Cioran del 2017 edito da Galaad Edizioni, è un impegno concreto alla ricerca di una nuova chiave interpretativa che aggiunga nuove prospettive, e criteri di analisi, su un filosofo e scrittore criptico come Emil Cioran, oggi quasi ormai se non proprio dimenticato, sicuramente colpevolmente trascurato dalla critica filosofica più paludata.

Cioran dobbiamo ammetterlo e un intellettuale scomodo, di difficile comprensione e collocazione, non solo per gli studiosi accademici più ferrati, e dotati di strumenti scientifici di indagine e di conoscenza diretta dei suoi testi, ma anche soprattutto per i lettori curiosi che forse si avvicinano a Cioran per la prima volta, spaventati forse anche dall’aura nichilista che lo circonda.

Vacca in L’uomo perplesso: Viaggio negli abissi di Emil Cioran, pubblicato da Edizioni Qed, (Collana Hyle), un testo originale filosofico e nello stesso tempo letterario, torna con un secondo libro su di lui, dopo otto anni, con spirito battagliero e alla ricerca di nuove strade interpretative, come dicevo all’inizio, per proseguire un discorso iniziato con il precedente libro, già notevole e compiuto. Vacca ne sente l’urgenza, e la necessità, ci sarà riuscito? Lo scopriremo nella lettura del testo.  

Cioran è l’uomo perplesso del titolo che con le sue intuizioni ha fatto saltare il banco con una scorrettezza del pensiero che non ha eguali nella storia della letteratura. Parole definitive, deflagranti, che non ammettono compromessi, che Vacca utilizza per accompagnarci, novello Virgilio laico, alla scoperta di questo autore romeno ancora così necessario in un mondo contemporaneo che si nutre di false certezze e rassicuranti autoinganni.

Un altro tema toccato da Vacca, fin dall’inizio, è la libertà, per affrontare Cioran bisogna essere uomini liberi e non avere paura del proprio pensiero.

Libertà e verità si intrecciano contrapposte alla paura che limita il pensiero e l’azione degli uomini e li tiene in ostaggio, depotenziando tutto quello che di positivo ancora esiste e per cui vale la pena lottare anche a rischio di perdite personali. Questo ci insegna Cioran e questa lezione è chiara per Vacca che ce la consegna come un tesoro prezioso da difendere e custodire.

Da quarant’anni Vacca si confronta con Cioran, da quarant’anni ne studia il pensiero tramite la lettura dei suoi testi, delle sue lettere, dei suoi appunti sparsi, delle sue interviste, con l’obbiettivo di imparare, di crescere di affermarsi come essere umano consapevole e avveduto.

E lo studio dei suoi testi è centrale nella sua analisi, cerca le fonti dirette, si abbevera del testo originario scevro da filtri interpretativi esterni, a volte distorti. E questa caratteristica certo lo distingue.

È una lettura sofferta, si parla di sangue, di insonnia dello spirito e della carne, di abissi da colmare e padroneggiare con gli strumenti limitati dell’umano, ma consapevoli, e a prezzo del proprio tormento.

Come in un colloquio diretto, (almeno nella prima parte in cui si rivolge a un caro Emil) epistolare e intimo, Vacca si rivolge confidenzialmente a Cioran lamentando quanto sia assente il pensiero critico nelle devastanti barbarie del pensiero unico, o dando ragione a Citati quando scrive che i suoi pensieri sdegnano di essere pensieri, sono frammenti, schegge, una musica dello spirito.

Più che una frattura, un cambio di passo da Lettere a Cioran, è una continuazione, una prosecuzione con altri strumenti e una maggiore confidenzialità di chi ha fatto propri e introiettato il pensiero quasi in una dimensione amicale, se non fraterna. Poi riprende una parte più analitica abbandonando il tu, per una analisi più oggettiva, anche se sempre partecipata, e calda.

L’ammirazione è evidente, senza cadere nella palude retorica dell’agiografia, ma più che altro come una comunione di spiriti affini, un delirio di naufraghi nemici di ogni ortodossia.

Oltre a questo, si percepisce un’estraneità con il mondo coevo a Cioran, da cui trasuda tutta l’incomprensione con cui è stato sempre, e continua ad essere, accolto. Vacca la percepisce e ci soffre come si soffre per un amico il cui dolore è il proprio. Non che Vacca non citi e non conosca tutta la letteratura derivativa su Cioran, come il bel saggio di Seravalle Cioran verso la parola inzuppata di verità, ma ne inframezza le citazioni con pudore e consequenzialità, senza eccedere.

Resta perciò un’opera originale e necessaria, piuttosto inconsueta nel panorama letterario filosofico italiano, un testo breve, solo un’ottantina di pagine, come appendice di Lettere a Cioran, o meglio proseguimento di un discorso iniziato con il precedente libro che qui trova completezza.  

Abbondante ed esaustiva la bibliografia finale, anche per uno studio comparato a livello accademico, o di semplice approfondimento. Prefazione di Vincenzo Fiore, postafazione di Alessandro Seravalle. Da segnalare il ritratto di Emil Cioran di Alfredo Vacca, come contributo iconografico.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Dirige la rivista blog Zona di disagio. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena, 1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017), Lettere a Cioran (Galaad edizioni 2017), Tutti i nomi di un padre (L’ArgoLibro editore 2019), Non dare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni 2019), Arrivano parole dal jazz (Oltre edizioni 2020), Muse nascoste (Galaad edizioni 2021), Un caffè in due (A&B editrice 2022), Libro delle bestemmie (Marco Saya edizioni 2023), Mi manca il Novecento (Galaad edizioni 2024).

Source: libro inviato dalla casa editrice.

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:: Visioni di cinema: Shadow of China di Mitsuo Yanagimachi

7 ottobre 2025

Shadow of China (“China Shadow”) del regista giapponese Mitsuo Yanagimachi è un film del 1989 decisamente anomalo, e sottovalutato, sia nella produzione del regista, noto più per produzioni più intimiste, e attento all’interiorità di personaggi minimi e poco addentro con le dinamiche del potere, sia per la filmografia dei tardi anni Ottanta legata al passaggio della Cina da colonia britannica al ritorno alla madrepatria, e sia ai fatti di Tienanmen e alle rivolte studentesche atte a richiedere al governo centrale cinese più libertà e democrazia. Tratto dal romanzo giapponese di Masaaki Nishiki, Snake Head, piuttosto irreperibile e di difficile consultazione, narra la storia partendo dal 1976, anno della morte di Mao e l’arresto della Banda dei Quattro, e focalizza l’attenzione su due personaggi Wu Chang (interpretato da un carismatico e sensibile John Lone) e Moo-Ling sua compagna (interpretata da una deliziosa e sofferta Vivian Wu), due ex guardie rosse (portano la fascia nera al braccio in segno di lutto) che scelgono l’esilio a Hong Kong per sfuggire ai tumulti legati alle repressioni rivolte verso le Guardie rosse. Arrivati a Hong Kong con altri rifugiati politici, le loro strade si separano: Moo Ling diventa una celebre cantante di Club e Wu Chang, nel frattempo conosciuto come Henry Wong, per porre una distanza dal suo passato, un importante banchiere la cui ricchezza resta di origini dubbie e sconosciute. La storia riprende quando Henry Wong cerca di organizzare, tramite il suo consulente finanziario Burke, l’acquisizione dell’importante quotidiano in lingua cinese Wah Min Daily di proprietà dell’anziano signore della droga Lee Hok Chow. Avendo capito che la sua grande ricchezza può essere utilizzata come strumento politico, e che i Media possono costruire l’opinione pubblica nella formazione della Nuova Cina. Come strumento destabilizzante entra in gioco il giornalista giapponese Akira alla ricerca di informazioni su Kazuo Obayashi, un giapponese ex Guardia rossa, che poi si scopre essere lo stesso Henry Wong. La trama è davvero complessa e intricata, e non voglio spoilerare troppo della trama per coloro che non hanno ancora visto il film (segnalo che ci sono diversi rimontaggi a secondo del pubblico di destinazione) sospetto ci sia una versione estesa a cui non ho avuto ancora accesso che segnala scene tagliate, o rimontate, ma per le versioni che ho visto il materiale è degno di nota e ricco di spunti di analisi non banali, anche se è possibile che i tagli siano dovuti a un edulcorazione dei temi troppo caldi per rendere il film più commerciale e libero dai vincoli della censura. In conclusione, devo dire che è un film davvero notevole, non premiato al botteghino all’epoca, soprattutto per la sua visione innovatrice e futuristica, e può giovare vederlo oggi, col senno di poi, soprattutto dopo gli sviluppi che ha preso la storia. L’interpretazione di John Lone soprattutto si segnala come sofferta e partecipata, e frutto di un’analisi attenta del capitalismo postcoloniale, con un’attenta disanima dell’origine delle ricchezze e dei suoi legami con la criminalità o perlomeno con pratiche poco etiche. Nel finale, molto evocativo si attua la parabola morale del protagonista che decide di tornare nella Cina Continentale per continuare la lotta verso una nuova Cina, frutto dei suoi sogni anche di gioventù. Da rivalutare.

:: La figlia del drago di ferro di Michael Swanwick: un fantasy anarchico e iconoclasta, a cura di Emilio Patavini

6 ottobre 2025

The Iron Dragon’s Daughter è uscito in America nel 1993, per poi essere pubblicato come Cuore d’acciaio da Fanucci nel 1995 e con il suo seguito The Dragons of Babel (I draghi di Babele, 2007) per Urania all’interno della raccolta I draghi del ferro e del fuoco (2011). Nel novembre 2024 è stato finalmente ristampato da Mercurio Books, una nuova casa editrice indipendente. L’autore, Michael Swanwick, americano, classe 1950, ha vinto i premi Nebula, Hugo e il World Fantasy Award e ha scritto racconti a quattro mani con William Gibson e Gardner Dozois.

Prima di passare alla recensione mi si permetta una nota su questa nuova edizione. Nel colophon troviamo un trigger warning, ovvero un’avvertenza volta a indicare la presenza di un contenuto che potrebbe urtare la sensibilità dei lettori. Spero che questa pratica politically correct importata dagli Stati Uniti non diventi un’abitudine nell’editoria, e ammetto che trovarla riportata all’interno di un libro mi ha allarmato ben più del presunto elemento perturbante da cui voleva mettermi in guardia. Mi trovo quasi in imbarazzo a dover ribadire che un libro, in quanto veicolo di cultura, non ha alcun bisogno di bollini colorati come i film o di altre insensate misure affini. La traduzione di Susanna Bini qui riproposta a volte inciampa in calchi dall’inglese fin troppo evidenti, ma tutto sommato si lascia leggere con scorrevolezza.

Ciò premesso, veniamo alla trama. Jane Alderberry è una changeling, una bambina umana che nelle leggende viene scambiata nella culla con un figlio delle fate. Jane si ritrova così a vivere nella dura realtà del Mondo delle Fate e a lavorare a ritmi estenuanti in una fabbrica in cui vengono prodotti draghi meccanici. Se l’atmosfera steampunk echeggia la dickensiana Coketown di Tempi difficili (1854), qui troviamo già un aspetto innovativo del romanzo di Swanwick, in cui la figura del drago viene modernizzata traendo ispirazione dal cyberpunk: i draghi sono infatti creature meccaniche e cibernetiche, rivestite di ferro e dotate di circuiti elettrici, che vengono pilotate come caccia militari. Se Ann McCaffrey, con il suo ciclo dei Dragonieri di Pern, aveva inserito i draghi in un’ambientazione fantascientifica, Swanwick è andato ben oltre rendendoli cyberpunk.

Jane entra in contatto con uno dei questi draghi, il più potente e maligno, destinato alla demolizione. Il suo nome, Melanchton, è un chiaro rimando a Filippo Melantone, nome ellenizzato di Philipp Schwarzerdt (1497-1560), teologo amico di Martin Lutero e animatore della Riforma protestante. Il drago Melanchton è una creatura manipolatrice, astuta e subdola, blasfema e nichilista, animata dall’odio e dalla vendetta. Jane e Melanchton stringono un patto e progettano la fuga. Scappata dalla fabbrica, Jane frequenta prima il liceo e poi l’università di alchimia, stringendo nuove amicizie, sperimentando droghe, praticando sesso occasionale e dedicandosi al taccheggio e alle arti magiche. Il suo percorso non è un arco lineare di crescita bensì una continua spirale distruttiva, scandita dagli stessi errori, dalle stesse perdite e dagli stessi sensi di colpa, in cui incarnazioni diverse degli stessi personaggi tornano a rivivere in un eterno ritorno. Non è un caso che all’interno del romanzo si menzioni il nastro di Möbius, la superficie non orientabile descritta dalla topologia matematica che ha ispirato la struttura di alcuni film di David Lynch.

Un’altra innovazione che salta subito all’occhio del lettore è indubbiamente l’ambientazione. Swanwick descrive con capacità immaginativa e abilità creativa apparentemente inesauribili un universo che sovverte sia i canoni dell’high fantasy classico, di matrice tolkieniana, in cui il Mondo Secondario è sub-creazione del Mondo Primario, sia dell’urban fantasy, in cui elementi fantastici vengono trapiantati nel nostro mondo. Si potrebbe parlare di portal fantasy, quel sottogenere in cui un personaggio del nostro mondo si ritrova per qualche ragione catapultato in un mondo altro, ma La figlia del drago di ferro è un romanzo che proprio in virtù della sua natura camaleontica e ibrida sfugge a ogni tentativo di classificazione. Le etichette di science fantasy e di dark fantasy, pur se applicate con una certa ragionevolezza, appaiono riduttive se non eufemistiche. In effetti, la critica specializzata non ha lesinato tentativi di categorizzare di quest’opera con le definizioni più fantasiose e disparate: c’è chi ha parlato di elfpunk, chi di technofantasy, chi di industrial fantasy o ancora chi, come John Clute[1], ha parlato di anti-fantasy per via dell’amoralità dei suoi personaggi e in particolare della sua anti-eroina. Una definizione che potrebbe apparire calzante, ma che è stata rispedita al mittente dallo stesso Swanwick, che nel suo blog  ha affermato che «[q]uesto non è mai stato il mio intento»[2]. In un’intervista si è detto «scioccato» dalla definizione di anti-fantasy, perché «amo il fantasy e non stavo certo cercando di demistificarlo»[3].  

È anzi proprio l’ibridazione dei generi, unitamente alla complessità del testo, al gusto citazionista e alla tendenza alla decostruzione, che a mio avviso dovrebbe far pensare al carattere postmoderno di questo romanzo sui generis. Il tono oscilla tra il tecnico-scientifico alla Gibson, il colloquiale, il grottesco e il volgare, in una continua commistione di magia e cibernetica, che può essere sintetizzata in sintagmi molto espressivi ideati dall’autore come «cloruro d’ammonio e fegato di rospo» o «cornamuse elfiche e sintetizzatori». Il ricorso a visioni psichedeliche e allucinazioni lisergiche può ricordare Hunther S. Thompson, mentre tra gli scrittori che più hanno influenzato Swanwick troviamo Hope Mirrlees, autrice di Lud nella Nebbia (1926), cui l’autore ha dedicato anche una monografia[4], e naturalmente J.R.R. Tolkien. Il Wall Street Journal ha definito quello creato da Swanwick «l’universo fantastico più accuratamente immaginato dopo quello di J.R.R. Tolkien». Certo, si potrebbe pensare che si tratti di esagerazioni pubblicitarie che lasciano il tempo che trovano e da prendere con le dovute cautele; eppure va detto che Swanwick non appartiene a quel novero di autori che rinnegano Tolkien, non è affetto (come Michael Moorcock e altri) da quel complesso edipico che vorrebbe uccidere il padre putativo del fantasy moderno, ma ha ammesso il debito nei suoi confronti:

«A livello profondo e inconscio, [La figlia del drago di ferro] è una dura critica di ciò che il fantasy è diventato. Mi sono innamorato del fantasy al liceo, e ho letto La compagnia dell’anello nel corso di una lunga nottata. Finii i miei compiti alle 11 di sera, e lo aprii, pensando di leggere un capitolo o due prima di addormentarmi, e finii l’ultima pagina proprio quando suonò la campanella dell’appello nel mio liceo la mattina dopo. Dopodiché cercai e lessi tutti i grandi autori fantasy – E.R. Eddison, Mervyn Peake, Fritz Leiber, Hope Mirrlees, Amos Tutuola, e così via. Perciò la recente ondata di trilogie fantasy intercambiabili mi ha scosso quasi allo stesso modo della scoperta che i boschi in cui ero solito giocare da bambino sono stati rasi al suolo per fare spazio a mediocri complessi residenziali»[5]

Benché a mio avviso si sia lontani dalle vette letterarie e artistiche di quell’immortale capolavoro che è Il Signore degli Anelli, è possibile tracciare alcuni punti di contatto tra le due opere. Per esempio, si può notare come Swanwick mutui dall’opus magnum tolkieniano il tema della quest, volta non già alla distruzione di un artefatto magico, bensì alla distruzione dell’universo stesso e alla morte di Dio (anzi, della Dea). Parimenti tolkieniani sono l’importanza che i nomi rivestono all’interno dei due romanzi, e come la conoscenza dei veri nomi delle cose consenta di avere potere su di esse, o ancora si potrebbe vedere nella fuga di Jane dalla sua realtà un parallelo alle accuse di escapismo rivolte alla letteratura fantastica in generale e alle opere di Tolkien in particolare. Infine, The Iron Dragon’s Daughter (1993), The Dragons of Babel (2008) e The Iron Dragon’s Mother (2019) costituiscono una trilogia di romanzi autoconclusivi che condividono la stessa ambientazione, mentre – come è noto – la divisione de Il Signore degli Anelli in tre libri è stata una scelta dettata dall’editore.

Peraltro non bisogna dimenticare che Swanwick attinge a una delle fonti da cui trasse ispirazione Tolkien, la mitologia celtica. Non solo troviamo citati luoghi leggendari come Avalon, Lyonesse, Ys, Tír na nÓg, Mag Mell, Broceliande, a volte spogliati del loro significato mitico, ma anche nomi gallesi (o grafie simil-gallesi) e riferimenti alla mitologia gallese, come per esempio Caer Gwydion (letteralmente la “fortezza di Gwydion”), ovvero il nome gallese della Via Lattea; i Tylwyth Teg, nome gallese per indicare il Popolo delle Fate; Gwenhidwy, nome della moglie di Gwydion e di una sirena del folklore gallese; o l’awen, l’ispirazione poetica dei bardi gallesi. Inoltre, secondo Tom Shippey, il massimo critico tolkieniano, Swanwick potrebbe essersi ispirato ai The Denham Tracts – una raccolta di folklore britannico risalente alla seconda metà dell’Ottocento –per la lista di creature magiche che compaiono nella sua opera[6]. Nel secondo volume di questa raccolta compare un lunghissimo elenco di termini associati al folklore dell’Inghilterra settentrionale, tra cui la prima occorrenza del termine hobbits[7].

Il mondo in cui vive Jane è Faërie, il Mondo delle Fate, ma è una realtà parallela e superiore alla nostra. Un mondo popolato di ogni sorta di abitante del Piccolo Popolo e del folklore europeo: elfi, demoni, folletti, coboldi, orchi, troll, gargoyle, nani, streghe, fate, ninfe, gnomi, goblin, ma anche varie figure di spiritelli meno noti, come lutin (dalle leggende francesi), hogboon (dal folklore delle Orcadi), powrie (dal folklore scozzese), lešij (dalla mitologia slava), gwarchell (dal folklore gallese, citato anche da Grimm nel suo Deutsche Mythologie), nisse (dal folklore scandinavo), pillywiggin (dal folklore britannico). Queste creature fatate, tuttavia, non hanno nulla a che spartire con le fays vittoriane e gli alti elfi descritti da Swanwick – uomini d’affari senza scrupoli che vestono completi firmati – sono ben altra cosa rispetto agli aristocratici elfi tolkieniani. Un mondo spietato, violento, corrotto, industrializzato e consumista, in cui troviamo centri commerciali, locali notturni, catene di fast food, nani comunisti che combattono in nome della lotta di classe ed elfi dell’alta società che aspirano strisce di “polvere di fata”, ma anche reginette della scuola coinvolte in sacrifici umani alla The Wicker Man, mani di gloria e magia sessuale. L’uso di termini o elementi familiari al lettore calati in un contesto fantastico crea una sensazione di spaesamento, di dissonanza cognitiva, e questa sovrapposizione tra i due mondi contribuisce ad aumentare lo straniamento. Talvolta ci si trova di fronte ad apparenti incongruenze, come il riferimento a un «completo italiano», una «scarpa italiana» o ancora alle «sciarpe italiane» finite non si sa come nel Mondo delle Fate o al vino cecubo decantato da Orazio. In altri casi, l’autore si vale di un procedimento inverso, quello di camuffare oggetti della nostra realtà sotto nomi che ci risultano disorientanti, alieni: per esempio,  così come i draghi vengono usati come caccia militari, le auto sono dunque «cavalli di cromo» e i camion in «behemoth d’acciaio».

Come se non bastasse, ad arricchire questo chimerico calderone ribollente di spunti filosofici e contaminazioni letterarie non mancano citazioni neanche troppo velate al nostro mondo: Swanwick mette in bocca ai suoi personaggi le parole pronunciate da Neil Armstrong durante l’allunaggio, una  celebre frase di Robert Oppenheimer tratta dalla Bhagavadgītā, riferimenti all’incipit di Neuromante (1984) di William Gibson, alla poesia Goblin Market (1862) di Christina Rossettie allo pseudobiblion Culti indicibili inventato da Robert E. Howard.


[1]J. Clute – J. Grant (ed. by), The Encyclopedia of Fantasy, St. Martin’s Press, New York 1997, p. 914

[2]<https://floggingbabel.blogspot.com/2019/06/my-accidental-trilogy_25.html&gt;

[3]<https://paulsemel.com/exclusive-interview-the-iron-dragons-mother-author-michael-swanwick/>. Sul rapporto con Tolkien, cfr. anche M. Swanwick, “A Changeling Returns” in K. Haber (ed. by), Meditations on Middle-earth, St. Martin’s Press, New York 2001, pp. 33-46

[4]M. Swanwick, Hope-in-the-Mist: The Extraordinary Career and Mysterious Life of Hope Mirrlees, Temporary Culture, 2009

[5]<http://www.infinityplus.co.uk/nonfiction/intms.htm&gt;

[6]Cfr. T. Shippey, “Fighting the Long Defeat: Philology in Tolkien’s Life and Fiction” in id. Roots and Branches, Walking Tree Publishers, Zurich and Berne 2007,p. 154 e “The Faërie World of Michael Swanswick” in D. Fimi – T. Honegger (ed. by), Sub-creating Arda: World-building in J.R.R. Tolkien’s Works, its Precursors, and Legacies, Walking Tree Publishers, Zurich and Berne 2019.

[7]J. Hardy (ed.), The Denham TractsA Collection of Folklore by Michael Aislabie Denham, and Reprinted from the Original Tracts and Pamphlets printed by Mr. Denham between 1846 and 1859, Vol. II, The Folklore Society, London 1895, p. 79

:: L’onesta bugiarda di Tove Jansson (Iperborea 2025) a cura di Giulietta Iannone

4 ottobre 2025

Profondo Nord: un villaggio innevato da fiaba, e l’amicizia ambigua e inquietante tra due donne profondamente diverse, ma forse complementari, (forse addirittura entrambe specchio e riflesso dell’autrice) sono al centro di L’onesta bugiarda (titolo originale Den ärliga bedragaren, 1982), di Tove Jansson, autrice finlandese, della minoranza che scrive in lingua svedese. Edito in Italia questo ottobre in una nuova edizione da Iperborea e tradotto da Carmen Giorgetti Cima, L’onesta bugiarda è un romanzo psicologico e introspettivo, dalle insolite cadenze del thriller, che scava nelle dinamiche misteriose che legano i due personaggi principali, due donne, una anziana, e una giovane: Anna Aemelin, una sensibile illustratrice di libri per bambini che passa il suo tempo a dipingere con gli acquarelli boschi e conigli, ricevendo tante lettere dai suoi piccoli fan, e Katri Kling, una giovane donna enigmatica e scontrosa, caratterizzata da inquietanti occhi gialli da strega, nota per la sua intransigenza morale e la sua eccessiva e provocatoria sincerità, (non mente mai nemmeno per convenzioni sociali), che vive con un fratello disabile e un pastore tedesco senza nome. Anna Aemelin abita da sola in una grande casa, simile a un coniglio, che attira subito l’interesse di Katri che vorrebbe viverci con il fratello e inizia così a coltivare questa strana amicizia che Anna ricambia incapace di dire no alle persone. Anna vive ancora legata all’infanzia, ai suoi genitori, al suo mondo interiore fantastico e immerso nelle atmosfere fiabesche dei suoi disegni. Katri è invece razionale, pratica, forse anche calcolatrice, legata ai soldi e alla materialità del vivere. Due mondi psicologicamente in antitesi che si incontrano per vincere la grande solitudine che le accomuna. Abbandonata la letteratura per l’infanzia, celebre il suo mondo incantato dei Mumin, Tove Jansson ci presenta un romanzo per lettori adulti, caratterizzato da una lingua evocativa, elegante, e intrisa di sentimenti contrastanti, ma capace di suscitare interrogativi profondi sull’esistenza, sull’ambivalenza dei gesti quotidiani, sulla capacità di ferire la sensibilità altrui anche quando non lo si vorrebbe. Ma chi è l’onesta bugiarda del titolo? Forse lo sono entrambe le protagoniste in una profonda riflessione su cosa sia la verità, sempre mutevole e mai definitiva, e quanto la sincerità a tutti i costi non sia sempre un valore positivo, ma possa ferire appunto o diventare uno strumento di controllo, di manipolazione e di dominio. È una lettura lenta, sinuosa, cadenzata, priva di reali scossoni o colpi di scena, ma ricca di dettagli minimi, di impalpabile ricchezza espositiva che riflette un mondo interiore in perenne mutamento. Anche la descrizione della natura arricchisce di bellezza la narrazione con i suoi boschi oscuri e misteriosi e la sua neve perenne che congela un mondo di sentimenti inespressi, in cui le parole non sempre servono a comunicare, e di vulnerabilità. Anche fuori dalla letteratura per l’infanzia, Tove Jansson sa far sentire la sua voce, netta, precisa, autentica, forse più parlandoci di sé stessa che dei suoi personaggi. Molto amato da Ursula K. Le Guin. Da riscoprire. Postfazione di: Arianna Giorgia Bonazzi, immagine di copertina di Dee Nickerson.

Padre scultore e madre illustratrice, Tove Jansson (1914-2001) cresce tra una vivace casa-atelier di Helsinki e un solitario e avventuroso isolotto dell’arcipelago finlandese. Il mondo d’arte e fantasia dell’infanzia nutre la sua vocazione di pittrice, vignettista e scrittrice e le ispira la serie di libri sui Mumin, oggi un classico di culto noto e amato in tutto il mondo. Con lo stesso spirito, ironico e poetico, acuto e dissacrante, si è rivolta anche agli adulti. Iperborea ha pubblicato La barca e io, Viaggio con bagaglio leggero, Fair Play, Campo di pietra e il best-seller Il libro dell’estate. È inoltre in corso di pubblicazione per Iperborea l’intera serie delle strisce dei Mumin e una collana speciale di albi illustrati tratti dalle loro storie più celebri.

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