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:: Un’intervista con Heike Koschyk a cura di Giulietta Iannone

14 dicembre 2012

pergamena_maledettaGrazie Heike per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Sei nata a New York, ma ora vivi in Germania con la tua famiglia. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Heike Koschyk? Punti di forza e di debolezza.

Molte grazie per il tuo interesse!

Chi sono? Una persona con una passione incredibile per la storia e le storie. Mi piace ascoltare ed entrare in empatia con le persone, al fine di comprendere le loro motivazioni. Questa è anche una debolezza. Chi può comprendere tutti i punti di vista spesso ha problemi a vedere il proprio punto di vista.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho trascorso la maggior parte della mia infanzia a Travemünde, un villaggio costiero nel quale non succedeva niente tranne che nei mesi estivi. Così mi sono trasferita a Monaco di Baviera subito dopo essermi diplomata (“Abitur”), per studiare letteratura tedesca e la lingua cinese.

Quando hai capito che avresti voluto essere una scrittrice? Qual è il momento in cui hai capito che la passione per la scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Volevo scrivere da quando ero bambina. Ma ci sono voluti anni per capire che questo avrebbe potuto essere il mio vero lavoro. Un giorno, quando ormai i miei libri erano già stati pubblicati regolarmente da noti editori, ho preso la decisione di seguire il mio cuore. Sapevo solo che non avrei voluto fare altro che scrivere.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

In quel periodo lavoravo come istruttore medico. I miei seminari prevedevano tali estese documentazioni, che decisi di pubblicarle in un libro. Questo fu l’inizio. Il libro successivo fu un thriller – un genere in cui mi sono sentita subito a casa.

Hai esordito in Italia, grazie alla Newton Compton, con La pergamena maledetta (Pergamentum, 2009). E’ il tuo primo romanzo? Hai scritto altri romanzi?

Ho già scritto due romanzi polizieschi e una biografia di Ildegarda di Bingen. “Pergamentum” è stato il mio primo romanzo storico, seguito da un altro: “Die Alchemie der Nacht” un thriller che si svolge nel 18 ° secolo e conduce il lettore agli inizi della medicina moderna, in un mondo tra superstizione e scienza.

La pergamena maledetta è un thriller storico ambientato nel Medioevo che si basa su una storia avventurosa e di investigazione. Tutto avviene tra le mura di un monastero in cui si nasconde un segreto che potrebbe mettere fine alla Cristianità. In una misteriosa pergamena, scritta in un codice da decifrare, è nascosta una profezia che lascia dietro di sé molte morti misteriose. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Durante le ricerche per la biografia di Ildegarda di Bingen ho notato che una parte molto importante del suo lavoro era stata quasi ignorata dagli storici: la Lingua Ignota. La Santa ha usato questo linguaggio segreto per comunicazioni confidenziali? E perché? Appena ebbi finito la biografia, scrissi la trama di Pergamentum  e immediatamente mi trovai nel bel mezzo della storia.

Ad indagare la giovane nobildonna Elysa da Begheim. Parlaci della tua protagonista.

Elysa è una donna molto volitiva, all’inizio forse un po’ superficiale. Grazie a suo zio, che è un insegnante presso la cattedrale di Mainz, ha ricevuto una eccellente educazione. Per questo motivo si ritrovata involontariamente nel ruolo di investigatrice. Nel corso della storia impara ad essere attenta e sviluppa una comprensione per le suore e la vita nel monastero. E solo grazie all’ intuizione che sarà in grado di scoprire il segreto della pergamena maledetta.

Raccontaci qualcosa anche degli altri personaggi del libro.

Oltre a Margherita, che è molto compassionevole, e Jutta, la suora del monastero versata nell’arte Medica, mi piace il personaggio di Ida – una suora che ci insegna che il primo parere non è sempre quello corretto.

Inoltre Clemente di Hagen è una persona molto importante. Egli è l’iniziatore delle indagini e prosegue la ricerca al di fuori delle mura del monastero. E’una persona che svolge un ruolo importante nella vita Elysa.

Forse il più famoso giallo storico ambientato nel Medioevo è Il nome della rosa di Umberto Eco. L’hai letto? Ti ha influenzato nella stesura de La pergamena maledetta?

Umberto Eco è uno dei miei autori preferiti. E, naturalmente, ho letto “Il nome della rosa.” Sono rimasta colpita da come intreccia magistralmente i simboli all’interno della trama. E mi ha ispirato soprattutto riguardo alla semiotica (la scienza dell’uso dei segni). Così ho esaminato l’ opera di Ildegarda di Bingen,  a proposito dei segni nascosti e li ho inseriti all’interno della storia di Pergamentum. Chi legge con attenzione noterà che le descrizioni, il ruolo degli elementi o il gioco di superstizione e di religiosità, fanno notare che i segni corrono come un filo conduttore attraverso il libro, ed infine conducono alla soluzione.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di La pergamena maledetta?

Incluso il lavoro di ricerca per la biografia, circa un anno.

La ricostruzione di eventi reali e storici nelle tue storie è prevalente, o preferisci utilizzare la fantasia?

Lo sfondo è autentico e storicamente corretto. Ma la storia stessa è nata dalla mia immaginazione, anche se comunque si basa su una supposizione, che fino ad ora nessuno aveva presentato in questo modo. Ma oltre  alla correttezza: io amo mostrare la storia – come avrebbe potuto essere – in un modo da intrattenere e pittoricamente.

La mistica Ildegarda di Bingen è un personaggio realmente esistito e fu una delle donne più importanti del Medioevo. Ho avuto modo di leggere La sognatrice di Anne Lise Marstrand- Jorgensen, ma so che anche tu hai scritto una sua biografia. Vuoi parlarci di questa affascinante e leggendaria donna.

Hildergard era una donna davvero notevole e moderna nel suo modo di pensare. In quei tempi, mentre tutti avevano paura dell’ inevitabile destino, e tutti pensavano, che non c’era nulla che rendesse la vita migliore se non pregare, chiese alla gente di agire in modo responsabile. Herefor la paragonò all’interazione tra uomo e natura come in un’orchestra in cui ogni suono –  distorto o armonioso – ha un effetto sulla composizione nel suo insieme. L’uomo al centro della creazione, con la libertà, ma anche la responsabilità, deve contribuire ad ottere una vita felice e soddisfacente per l’intera umanità. Questa affermazione è valida ancora oggi – la questione della sostenibilità è più attuale che mai.

Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo libro?

Ho avuto la fortuna di avere accesso diretto alla Biblioteca Universitaria di Amburgo. Negli archivi ci sono informazioni eccellenti sul Medioevo, come ho ben scoperto per le fonti su Ildegarda di Bingen. Ho lavorato molto con i vecchi libri e i documenti e non appena il romanzo fu quasi finito, visitai i siti storici per verificare le descrizioni.

Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film in generale o un film in particolare che ha influenzato lo stile o la sostanza del tuo lavoro? Ci sono attualmente in corso progetti di film tratti dai tuoi libri?

Ogni volta che scrivo, voglio che il lettore si crei un cinema mentale al fine di dargli anche una esperienza visiva. E sarebbe il mio più grande desiderio vedere le mie storie su uno schermo reale. Mi chiedo spesso per esempio come un regista o un produttore immaginerebbero la mia storia. Per Pergamentum una società cinematografica aveva già manifestato il suo interesse, ma non è riuscita a causa del costo.

Nel 2008 hai vinto l’Agatha Christie Krimipreis, il più importante riconoscimento tedesco per i racconti gialli. Che ricordi hai di questo premio?

E ‘stato quasi come un suggerimento del cielo, perché in quel momento mi trovavo di fronte alla decisione di accrescere la mia attività di naturopata e smettere di scrivere. Ho pregato per un segno – e c’è stato. Ora scrivo e ho abbandonato la pratica.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena iniziato il nuovo libro di Carlos Ruiz Zafon (“Il prigioniero del cielo”). Mi piace il suo stile di scrittura – una miscela di mistero, emozione e umorismo, e sono felice che Daniel Sempere e il suo amico Fermin siano ancora una volta presenti in questa storia.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Sì, certo. Solo allora so se ho raggiunto il lettore. Le critiche giustificate mi incoraggiano costantemente a migliorare il mio lavoro . Le recensioni entusiastiche mi rendono felice, perché scrivo per intrattenere i miei lettori.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Fino ad ora non ci sono piani.

Infine, nel ringraziarti per la disponibilità, vorrei concludere questa intervista chiedendoti a cosa stai lavorando ora, e quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Sto scrivendo un thriller storico ambientato in Italia alla fine del 19 esimo secolo. Ma in questo momento non posso darti ulteriori dettagli …

:: Intervista a Lisa Ballantyne, autrice de Il colpevole, Giano 2012 a cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2012

colpevoleBenvenuta Lisa piacere di averti qui in Italia  e soprattutto ospitarti tra le pagine di Liberi Discrivere per parlare del tuo primo romanzo, Il colpevole, che sarà protagonista con te anche al “Courmayeur Noir Festival” nei prossimi giorni. Parliamo del tuo primo romanzo e di come ha preso vita.

Quando è nata la tua passione per la scrittura?

A me è sempre interessato molto scrivere fin da quando ero bambina e da giovane scrivevo più testi di poesia. Che di narrativa. Ho vissuto oltremare, in Cina, ed è stato in quel periodo che ho cominciato a scrivere romanzi. Daniel e Minnie, i personaggi protagonisti de Il colpevole, erano presenti dentro alla mia mente come altri personaggio, ma loro due e le loro storie hanno continuato a vivere e svilupparsi dentro alla mia mente.

Perché come evento che da’ il via alla storia hai scelto l’omicidio di un bambino?

Ho deciso di esplorare la storia di Daniel e Minnie partendo da Daniel adulto che racconta il suo passato in veste di avvocato patrocinante di successo residente a Londra. Ho capito che per conoscere meglio il suo vissuto e la sua infanzia difficile sarebbe stato utile avere come imputato di omicidio un ragazzino. Sabastian è nella storia come una sorta di concetto elevato utile a Daniel è per raccontarci la sua storia umana e il suo passato.

Cosa ha di particolare in sé la vicenda narrata nel tuo primo romanzo?

Rispetto ad altre fiction letterarie che hanno come assassini dei bambini, la storia narrata ne Il colpevole vuole dimostrare che c’è la possibilità di redenzione e una potenzialità di cambiamento. Ciò che accade a Sebastian non soddisfa in modo completo il suo stato di colpevolezza o innocenza, per questa ragione il suo stato non è rilevante, perché leggendo ci si accorge che tutti sono colpevoli.

Quanto influiscono gli errori compiuti da Daniel e  Minnie sul loro agire e sul loro comportamento?

Gli errori compiuti dai personaggi principali non hanno una eccessiva influenza sull’agire dei protagonisti, ma dire che gli sbagli di Daniel e di Minnie hanno valore diverso per i due protagonisti. Gli errori compiuti sono più delle conseguenze dell’agire dei personaggi. Per esempio, Minnie compie errori verso Daniel per offrigli una redenzione, anche se Daniel non comprende subito l’importanza di questi sbagli compiuti da Minnie per aiutarlo. La mancanza di una figura come Minnie nella vita di Sebastian non gli permette di trovare la giusta via di redenzione. Minnie con il suo agire vuole solo proteggere Daniel, ma lui non comprende che questo è un atto di amore verso di lui. La mancata comprensione delle azioni di Minnie da parte di Daniel determina un profondo dolore emotivo per la donna ed avrà gravi conseguenze anche fisiche portandolo alla morte.

Il senso di colpevolezza aleggia in tutto il romanzo e su tutti i personaggi, come se fosse un elemento presente in ogni essere umano. Quanto la colpa è presente nella realtà di ogni giorno?

A livello personale tutti noi siamo un po’ colpevoli. A livello sociale tutti siamo colpevoli e allo stesso tempo responsabili degli altri. In rapporto alla società c’è quella che definirei una condivisione di colpe e responsabilità e in particola modo come ho voluto dimostrare ne Il colpevole essa si riferisce ai bambini.

A fine processo Daniel scoprirà un verità sconvolgente, questo cosa scatena in lui?

Penso che l’esito finale del processo crei in Daniel uno shock profondo, perché lui capisce che non c’è una possibilità di soluzione o risoluzione per Sebastian a causa di troppi buchi presenti nel sistema giudiziario e nella famiglia del ragazzino. Queste due mancanze non forniscono a Daniel  gli elementi per un soluzione adeguata e definitiva.

Perché la scelta del thriller psicologico e non di quello cruento?

Non è stato mia intenzione creare un thriller cruento perché non amo in particola modo la scrittura che ha tematiche e modi di raccontare violenti. Sono interessata alle persone e desidero capirle nel profondo come ho fatto con la storia di Daniel e Minnie, perché il mio obiettivo era comprendere la natura della colpa. La storia narrata ne Il colpevole è un viaggio intrapreso da Daniel adulto alla comprensione del suo passato. È lui il mio centro di attenzione, l’assassino è un elemento che serve solo a muovere la storia. Un monito e niente più.

Che cosa rappresentano il gheppio e la farfalla blu?

Penso che l’uccello non sia un semplice volatile,il gheppio è un predatore e nel libro è la rappresentazione metaforica dello spirito selvaggio presente nell’animo di Daniel. La farfalla blu è un oggetto d’amore per Minnie perché è appartenuta a sua figlia, ma allo stesso tempo la farfalla è anche il segno della trasformazione e del cambiamento e il poter  cambiare è un valore ad alto potenziale per tutti i singoli soggetti.

Dove hai scritto Il Colpevole?

In primo luogo, come ho detto prima, Daniel e Minnie erano già presenti da tempo nella mia mente e pian piano hanno preso forma sulla carta tra il 2010 e il 2011. Mi ci è voluto quasi un anno per scrivere il mio primo romanzo, perché la scrittura è stata rallentata dai miei impegni di lavoro e dai viaggi internazionali che ho svolto. Ogni volta che tornavo a casa, la sera scrivevo sempre danti al mio computer e anche durante le vacanze o lavorato molto a Il colpevole, perché la storia di Daniel e Minnie è diventate sempre più coinvolgente da raccontare. Questo mi ha appassionato e trascinato sempre più dentro alla loro vicenda fino a quando ho terminato il libro.

Lisa, un ultima domanda prima di salutarci. Hai pensato di scrivere altri romanzi con protagonista Daniel Hunter?

Ora come ora non ho in progetto nessun altro scritto con protagonista Daniel, ma per il futuro non si sa mai. Adesso sono al lavoro  con un nuovo libro un po’ simile al Il colpevole per l’analisi psicologica dei personaggio, ma qui i protagonisti sono una intera famiglia, che sto analizzando in profondità, perché quando scrivo mi piace esplorare con cura le relazioni umane la dimensione psicologica dei diversi protagonisti.

:: Recensione di Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino (Perdisa, 2012)

13 dicembre 2012

carrino per aspMadre devi dirmelo che non sono un bambino guasto, rotto, una cosa brutta, una cosa cattiva. Dimmelo una volta, una notte, un anno in un sogno, un anno in un letto, mentre mi vieni in mente in un giorno qualunque, in un parco, in una casa nel parco dell’ospedale, davanti ad Allocca, insieme all’infermiera Anna e io seduto sulla panchina davanti alla quercia, mentre vivo l’infanzia dei suoi rami appena nati, vedo che arrivi all’improvviso e me lo dici tutto il bene ca ‘ e voluto a mme, dimmelo Madre, e io te lo giuro, Gesù Giuseppe Maria, ti giuro che io stavolta ci crederò.

Potremmo definirlo un romanzo sperimentale, Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino, un tentativo di plasmare il linguaggio destrutturandolo da impalcature logiche e grammaticali, per raggiungere un livello di coscienza superiore, prossima al delirio della follia. Già potremmo, ma perché parlare difficile quando ci si può avvicinare a questo libro per altre vie che esulano la sterile e fredda logica. Ci si può per esempio lasciare attraversare dalle sensazioni, dalle percezioni, dal disagio che ti assale alla gola e non ti lascia nemmeno all’ultima pagina, dopo aver letto l’ultima chiarificante parola. Per parlare di follia con pudore e sensibilità bisogna essere un poeta, e Carrino questo onere, questa condanna la possiede e ci fa partecipi, senza privarci della sensazione di annegare in un mare di dolorosa angoscia, in un mare di strazio senza fine, del suo dono. Non è una lettura per animi distratti o incostanti, leggere Esercizi sulla madre è un impegno serio con i propri limiti, con la propria capacità di empatia, con il proprio coraggio. Ebbene sì bisogna essere coraggiosi per leggere questo libro, e privi di pregiudizi o venefiche preclusioni intellettuali ed etiche. Si parla di follia, di un bambino, poi uomo, che deve confrontarsi con l’abisso che si porta dentro, che si scortica, sanguina nel tentativo di polverizzare l’amnesia che l’affligge e fare i conti finalmente con la realtà, la verità, nuda e cruda. L’esito di questo processo di regressione e immersione, mi perdonino gli esperti della materia che passassero di qui se non uso le parole appropriate e scientifiche, è terrificante, non c’è altro modo per definirlo. Il legame, l’amore, l’edipico rapporto tra una madre e un figlio viene distorto dall’inenarrabile. L’origine della follia viene portata alla luce come una gemma preziosa su uno scrigno di velluto, viene osservata, analizzata, metabolizzata. E Carrino per farlo usa la sua anima di poeta appunto, esponendosi ben oltre i limiti usuali di uno scrittore. Ci sono persone che tra sé e la realtà non frappongono barriere, difese, impalcature, la sensibilità di questo autore le spazza via e ci presenta un personaggio capace di ricoprire il ruolo di uno specchio, di un riflesso, lontano dalla nostra vita comune, dalla nostra sensibilità eppure misteriosamente vicino. L’immagine potente di un bambino di otto anni, seduto ad aspettare la madre che non tornerà più, il dolore dell’abbandono, della perdita, dell’atto mancato, ci accompagna nella vita di adulto del personaggio nel suo ricovero in una struttura psichiatrica giudiziaria per un fatto che non ricorda. Non voglio depistarvi, per impedirvi di vedere il finale, di solito si dice così, a sorpresa, ma io l’avevo percepito netto e inquietante già molto prima. Che dire di più non è una lettura usa e getta, non sarete più gli stessi alla fine del libro, sarete passati oltre. Magia delle parole, magia della scrittura quando si incarna e si trasforma in verità su noi stessi e sugli altri. Uno dei romanzi più sinceri e laceranti che abbia letto.

:: A Maurizio De Giovanni, per Il metodo del coccodrillo, il premio Scerbanenco 2012

13 dicembre 2012

COP_De Giovanni_Cocc def“Per aver saputo coniugare il senso di appartenenza al romanzo nero napoletano con la creazione di personaggi complessi pur nella loro riconoscibile quotidianità. La conferma di una brillante voce letteraria”.

Questa è la motivazione della giuria composta da Cecilia Scerbanenco (Presidente), Valerio Calzolaio, Luca Crovi, Loredana Lipperini, Cesare Martinetti, Sergio Pent, Sebastiano Triulzi, John Vignola e Lia Volpatti che assegna a Maurizio De Giovanni, per il romanzo Il metodo del coccodrillo, il Premio Scerbanenco 2012.

La Giuria ha inoltre deciso di assegnare una Menzione Speciale a

Il male quotidiano di Massimo Gardella edito da Guanda

con la seguente motivazione:

“Per aver rappresentato con efficacia un mondo disperato e criminale in cui l’Italia si incrocia con l’Europa di oggi, attraverso lo sguardo già disilluso di un poliziotto figlio di migranti”.

Giuria popolare e giuria di esperti finalmente concordi!

http://www.noirfest.com/newsdettaglio.asp?id=644

La nostra recensione: qui

:: Un’intervista con Adrian McKinty a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2012

1704421_0Grazie Adrian per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Adrian McKinty? Punti di forza e di debolezza.

Sono tutte debolezze, ho paura. Sono distratto, disordinato, pigro con un’etica del lavoro molto povera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Carrickfergus, Irlanda del Nord, nel 1968 e sono andato alla scuola media locale. Sono cresciuto in un complesso residenziale pubblico durante il periodo della storia dell’Irlanda del Nord conosciuto come “The Troubles”: era un momento piuttosto interessante con un sacco di attentati, dirottamenti, sequestri di persona e omicidi a caso. Ho studiato giurisprudenza presso l’Università di Warwick in Inghilterra e poi, dopo sono andato a studiare filosofia presso l’Università di Oxford.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura poteva diventare un vero lavoro?

Si tratta di un vero e proprio lavoro? Non sono ancora convinto di questo.

Scrivi a tempo pieno? Oppure dividi il suo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Ho fatto vari lavori: insegnante, postino, camionista, barman ecc… Sono tra un lavoro e l’altro al momento.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

I demoni nella mia testa.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Oh merda si ‘. Molti, molti rifiuti. Solo la stupidità mi ha fatto andare avanti. Se fossi stato un individuo più centrato, con un miglior senso di prospettiva avrei smesso, ma io sono un pessimista ottimista così ho continuato a inviare il mio libro.

Hai scritto dodici libri, sei dei quali formano due trilogie. In Italia è uscito solo Ballata Irlandese con Rizzoli Editore. Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Penso che uscirà un libro l’anno prossimo. Una traduzione di The Cold Cold Ground (ma non sono sicuro di questo)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Amo l’Italia quindi mi piacerebbe tornare.

Parlami della tua routine di scrittura. Descrivimi una  tua tipica giornata di lavoro?

Purtroppo per me non è routine. Ho una grande ammirazione per quegli scrittori che scrivono 1000 parole prima di colazione ogni giorno, ma non sono mai stato uno di quelle persone. Scrivo quando posso, durante il giorno. Un’ora qui o là, talvolta nel mezzo della notte. Il mio non è il sistema migliore ad essere onesti.

Puoi dirci qualcosa della casa editrice che pubblica i tuoi libri?

Sono stato pubblicato da Scribner che è abbastanza famoso per aver pubblicato i primi libri di Hemingway e F. Scott Fitzgerald quindi sono molto onorato di essere pubblicato da loro.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Tanti. Cormac McCarthy, James Ellroy, Evelyn Waugh, JG Ballard, Angela Carter ecc ecc

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Molto spesso. Dead I Well May Be  era vero all’80%. The Cold Cold Ground una percentuale simile.

Sei un autore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Stai scherzando? Mi hanno gettato merda addosso per tutto il tempo. Se vuoi leggere alcune recensioni terribili puoi leggere quello che hanno detto del mio libro Deviant su Good Reads. Wow.

Parlami del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni  che il tuo stile sia cinematografico?

Sono stato influenzato molto dal cinema. Soprattutto dal cinema europeo d’essai. Mi piacciono le scene dei film che non hanno musica o dialogo. Alcuni film recenti che ho ammirato sono Fish Tank, Mulholland Drive, In The Mood For Love

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No.

Sei stato criticato per l’uso esplicito della violenza nei tuoi romanzi. Cosa rispondi a queste critiche?

La violenza fa parte della vita, in particolare la mia vita quindi se voglio dire la verità bisogna che ne parli.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Mi piace incontrare i miei lettori. Mi sento come se fossi in una cella di prigione quando sto scrivendo un romanzo quindi è fantastico per me uscire e incontrare qualcuno che abbia letto i miei libri. Non ho mai avuto una brutta esperienza con un fan. Ho fatto piuttosto poche letture pubbliche, alcune dove nessuno aveva voglia di vedermi. Questo mi rende triste.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo Zadie Smith che non è altro che brillante.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, George V. Higgins, Ross Mc Donald, Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Ken Bruen, Declan Hughes e John Connolly.

Ellroy: brillante; Woolrich: grande, Goodis: cool; Crumley: cinetico; Thompson: Il Maestro; Willeford: buono; Higgins: sottovalutato; McDonald: sopravvalutato; Chandler: Il Re; Dashiell Hammett: Dio; Bruen: il mio padrino; Dec Hughes: una cosa superba, John Connolly: in realtà non mi piace questa roba soprannaturale, ma apprezzo la sua abilità …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad una storia vera di un omicidio avvenuto tra un gruppo di nudisti tedeschi emigrati in un’isola in Nuova Guinea nel 1906, in modo da poter costruire una comune lì.

:: Segnalazione di Le brigate fantasma di John Scalzi (Gargoyle, 2013)

12 dicembre 2012

Senza titolo1Torna l’autore di Morire per vivere
LE BRIGATE FANTASMA
JOHN SCALZI

Gargoyle, collana Extra,

titolo originale The Ghost Brigades, traduzione Benedetta Tavani, pp. 320, euro 14.90, in libreria dal 17 gennaio 2013)

«Si dice vengano creati dai morti, che il plasma germinale umano dei morti venga mescolato e rimescolato con materiale genetico di altre specie, per vedere cosa ne viene fuori.
Si dice che alcuni di loro non somiglino neanche agli umani, in cui comunque si riconoscono, e che nascano già adulti con abilità e competenze, ma privi di memoria. Non solo; sono anche privi di un sé. Senza moralità. Senza freni. Senza… umanità […]Guerrieri bambini nel corpo di adulti. Abomini. Mostri. Strumenti che la vostra Unione Coloniale sfrutta per missioni che non può o non vuole affidare a soldati con esperienza di vita e moralità, soldati che potrebbero temere per la loro anima in questo mondo o nell’altro».

L’Universo è in guerra. Le Fdc, Forze di Difesa Coloniale, sono impegnate a sventare l’attacco di una pericolosa alleanza di razze aliene ma ormai per la sopravvivenza della specie umana si rende sempre più indispensabile il contributo delle Brigate Fantasma. Sono questi guerrieri superumani dalle menti completamente vuote creati in laboratorio dal Dna di militari morti.
Già adulti, privi di infanzia, sono dotati di un bagaglio esperienziale preconfezionato; i loro percorsi neurologici vengono forzatamente accelerati dall’impianto di un dispositivo, detto BrainPal, in grado di fornire tutte le indicazioni e le notizie necessarie. Per questo sono considerati amorali.Quando le Fdc scoprono che un loro scienziato, Charles Boutin, le ha tradite, alleandosi con le popolazioni aliene per poi fuggire inscenando un maldestro suicidio, la situazione precipita; per scongiurare l’annientamento bisogna adottare delle soluzioni drastiche e forse proprio un errore commesso dallo scienziato può consentire agli umani di salvarsi. Boutin infatti, prima di scappare facendosi credere morto, era riuscito a trasferire una copia della sua coscienza in un computer, ma poi aveva dimenticato di cancellarla. Il piano delle Fdc è dunque quello di creare un soldato, Jared Dirac, che abbia non solo il Dna di Boutin, ma anche la sua stessa coscienza, così da recuperare i ricordi del traditore, scovarlo e sconfiggere l’alleanza aliena.

Inizialmente il piano non sembra funzionare, ma a poco a poco la coscienza di Boutin comincerà ad affiorare e Dirac dovrà fare i conti non solo con i ricordi di una vita che non ha mai vissuto, ma soprattutto con la nascita inaspettata di una propria coscienza, che lo spingerà – e fino alle estreme conseguenze – a compiere scelte molto diverse da quelle dello scienziato.

Anche in questo secondo romanzo John Scalzi torna a riflettere sui temi dell’identità, della libertà di coscienza e del libero arbitrio Il progressivo processo di consapevolezza del soldato Dirac diviene uno spunto per alcune considerazioni di carattere bioetico: il limite fra ciò che è umano e ciò che non lo è, davvero è così invalicabile e definitivo come siamo abituati a credere? In un’epoca in cui le applicazioni nanotecnologiche prendono sempre più piede, qual è il discrimine tra scienza e moralità? E quali possono essere le conseguenze?
Tali riflessioni etico-filosofiche, sapientemente intessute in una narrazione fantascientifica, rendono il romanzo di Scalzi avvincente e suggestivo: uno stand-alone che può essere apprezzato anche da chi non ha letto le opere precedenti dello scrittore.

Nessuna pretesa, se non una formidabile maestria vecchio stile“. San Francisco Chronicle
Una combinazione tra Fanteria dello Spazio e Universal Soldier Le Brigate Fantasma rievoca il risveglio. il tradimento e il conflitto della migliore tradizione militare di fantascienza“. Entertainment Weekly
John Scalzi dissipa ogni dubbio di poter essere una meteora… Le Brigate Fantasma è un grandioso racconto di battaglie, contese e intrighi diplomatici“. Flint Journal

John Scalzi (1969) dopo un esordio come giornalista, si è dedicato alla scrittura e ha vinto il John W. Campbell Award 2006 come miglior scrittore esordiente. Il suo primo romanzo Morire per vivere pubblicato da Gargoyle nel 2012 è stato nominato al premio Hugo Award come miglior romanzo dell’anno e i diritti sono stati venduti in più di quindici Paesi. Della produzione successiva, oltre a Le Brigate Fantasma, ricordiamo The Last Colony e Zoe’s Tale. Scalzi è stato consulente creativo per la popolare serie televisiva di fantascienza Stargate Universe; dal 2010 è presidente della Science Fiction and Fantasy Writers of America, prestigiosa organizzazione che assegna il Nebula Award. Attualmente vive in Ohio. Il suo blog, http://whatever.scalzi.com, è seguitissimo.

Il motivo per cui scrivo fantascienza è creare nuovi mondi, partendo da un’idea folle… è qualcosa di molto divertente.  John Scalzi

:: Recensione di Ai piani bassi di Margaret Powell (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2012

Ai pianiPrima dello sceneggiato televisivo inglese girato tra il 1971 e il 1975 Upstairs, Downstairs, molto prima di Gosford Park e di Downton Abbey uscì in Gran Bretagna, nel 1968, un libro di memorie scritto da una cuoca di nome Margaret Langley Powell, dal titolo emblematico Ai piani bassi (Below Stairs, 1968).
Ritratto impietoso di un mondo rigidamente diviso in classi contrapposte, da una parte gli aristocratici ricchi e privilegiati, dall’altra la servitù, Ai piani bassi ci permette di gettare un’ occhiata su quanto accadeva dietro le quinte della grande recita che si ripeteva ogni giorno nelle case della classe dominante in cui l’etichetta, le tradizioni, il ferreo cerimoniale congelava e mascherava un intrecciarsi di vizi e tensioni sotterranee.
L’ingiustizia  e l’insita immoralità di un sistema sociale in cui ad alcuni era permesso di non lavorare, di vivere in case riscaldate, eleganti, nutriti con pasti vari e abbondanti ed altri erano gravati dall’amaro compito di fungere da servi, sottopagati, umiliati, senza tempo libero da dedicare a se stessi, emergono netti ancora più grazie al fatto che l’autrice non utilizza toni drammatici o cattivi. Margaret Powell infatti si limita a descrivere il mondo dal punto di vista della servitù, dal basso, dalle cucine, permettendole di avere una visuale personale e nello stesso tempo obiettiva. La sua analisi è lucida, a tratti ironica o divertita come quando per esempio riporta la bizzarria di essere costretta a stirare le stringhe delle scarpe dei suoi padroni, a tratti impietosa e anche dura.
Oltre al valore oggettivo di documento storico e sociologico, di affresco di un mondo, quello degli anni Venti e Trenta e poi Quaranta dello scorso secolo, di testimone dei cambiamenti, Ai piani bassi è un libro scritto sorprendentemente bene, con un linguaggio colorito e spontaneo, saporito e dotato di verve e di umorismo. L’immediatezza e la facilità con cui il lettore si trova a condividere i pensieri e a parteggiare per l’intraprendente testimone silenziosa di un mondo che infondo non disprezza ma di cui non ignora le debolezze e le disuguaglianze elevate a rango di privilegi acquisiti, è sicuramente la dote maggiore di questo libro, breve ma ricco di umanità.
Non è un manifesto politico, la Powell non sogna una rivoluzione cruenta che spazzi via ingiustizie e disparità, sebbene per un attimo fantastichi al riguardo, e pur tuttavia la sua voce emerge autentica e personale, e la forza silenziosa con cui espone le sue riflessioni con limpida oggettività, non è priva di una potente carica critica e accusatoria. La giovane sguattera, che prima di diventare cuoca e poi scrittrice di successo ha dovuto provare sulla sua pelle le più dolorose contraddizioni e fatiche dell’ultimo scalino della classe sociale, emerge da questo ritratto come una vittoriosa eroina capace di piegare la sorte facendo emergere  e trionfare i suoi meriti. Un bellissimo ritratto femminile.
Einaudi ha vinto l’ asta per acquistarne i diritti in Italia soprattutto dopo il grande successo della serie tv Downton Abbey di cui il romanzo è stato fonte di ispirazione per Julian Fellowes nella stesura della sceneggiatura. Traduzione di Carla Palmieri e Anna Maria Martini.

Margaret Powell, nacque a Hove, in Gran Bretagna, nel 1907. A quattordici anni ottenne un posto nella lavanderia di un albergo, poi lavorò come sguattera e dopo come cuoca presso alcune famiglie dell’ alta società inglese. Il suo Below Stairs, uscito nel 1968, divenne un caso editoriale in patria. Alla morte, nel 1984, la scrittrice lasciò un ricco patrimonio.

:: Recensione di L’amore che ti sceglie di Patrizia Cadau

11 dicembre 2012

l'amoreSuccedono nella vita cose strane, ma strane davvero, non sto esagerando. Succede per esempio di rincontrare dopo anni una ragazza, una giovane donna direi, per pudore non chiamerò amica perché non ci siamo mai incontrate di persona, e scoprire che finalmente il suo talento di scrittrice sta iniziando ad emergere come è giusto che sia. Un po’ di giustizia esiste, dopo tutto a questo mondo. Io e Patrizia Cadau, che ai tempi era conosciuta come Avreskida, ci siamo conosciute anni fa in una palestra di scrittura online e tra un racconto e l’altro ci siamo scambiate confidenze, consigli, restando sveglie fino a  tardi a chattare mentre la vita ci scorreva intorno. Poi ci siamo perse per un po’, Scrivi.com ha chiuso, le gare di scrittura, condite da commenti taglienti, appassionati, sempre sinceri, che improvvisavamo tra amici hanno smesso di occupare il mio tempo, a favore di questo blog. Infine da qualche mese l’ho ritrovata su Facebook grazie a un commento in calce ad uno status di Luigi Romolo Carrino e da allora sono successe cose bizzarre. L’improvvisa popolarità, con tanto di servizi sulle riviste, interviste da parte di scrittori come Lara Cardella, le è giunta improvvisa grazie ad un suo commento in difesa di Alessandra Marcuzzi. Di colpo il mondo si è accorto di Patrizia Cadau, ed è buffo soprattutto perché Patrizia è una scrittrice, decisamente di talento e per averne la conferma basta che leggiate il suo primo libro autoprodotto intitolato L’amore che ti sceglie. Senza un editore alle spalle, senza campagne di promozione e di marketing, ma unicamente grazie al passaparola sta iniziando ad essere letta, sta iniziando a diventare un piccolo caso letterario. La scrittura di Patrizia Cadau si inserisce nella nobile tradizione della letteratura al femminile, non perché abbia senso separare la letteratura maschile da quella femminile per motivi unicamente antagonistici, ma perché i temi da lei trattati sono squisitamente di genere: la maternità, l’essere donna, l’essere moglie, i pregiudizi con cui si a che fare quando si infrangono le regole granitiche di un mondo solo apparentemente emancipato e libero. Patrizia Cadau è femminista nella misura in cui rivendica il diritto ad utilizzare l’intelligenza, l’ironia, la dialettica a favore di una idea di femminilità scevra da preconcetti e limitazioni, e tutto ciò è chiaramente evidente in L’amore che ti sceglie lettera di una madre alla figlia appena nata o più che altro lungo monologo con cui una donna si racconta, forse più che altro a se stessa, cercando di capire, cercando di capirsi. La separazione, il viaggio verso altri luoghi in cui ci si sente estranei e ospiti, per poi appropriarsene e farli diventare casa; l’amore che ha un modo tutto suo di sceglierti, di coinvolgerti in storie spesso difficili, spesso minate dall’egoismo, dalle menzogne, dalle violenze psicologiche e verbali se non fisiche; l’amore tra un padre e una figlia di cui si rispettano le scelte, di cui si soffre del dolore che dovrà soffrire, che non si giudica; l’amore di un madre per la sua creatura appena nata, non voluta dal padre, desiderata nello stesso tempo vista con sincerità e senza lo zuccheroso luccichio vagamente ipocrita con cui si accolgono i bambini, per poi trascurarne le esigenze primarie; questi sono tutti temi che la Cadau tratta con lievità e umorismo, senza far sì che la protagonista si pianga addosso o si senta vittima, esponendo molto di sé, dandole sue riflessioni, parte del suo coraggio, della sua forza interiore, della sua simpatia. Che dire ancora, auguro a Patrizia di continuare a scrivere ed essere notata finalmente dagli editori che fino ad oggi l’hanno stranamente ignorata. Spero anche che abbia conservato i vecchi racconti, sono certa che alle sue lettrici e ai suoi lettori farebbe piacere leggerli.

:: Recensione di Il baule nella prateria, di Stefano Jacurti (Serel International, 2012)

10 dicembre 2012

ilIl mito del West, l’epopea della frontiera americana per quanto descrivano e siano figli di un luogo ben delimitato nel tempo e nello spazio racchiudono in sè qualcosa di universale che in un certo senso ci permette di appropriarcene, anche se non siamo americani, anche se non siamo pionieri, pistoleri, bari con i gilet damascati e le camicie inamidate e piene di pizzi della fine dell’ Ottocento.
O non si spiegherebbe la grandezza e l’autenticità con cui registi come Sergio Leone nel cinema o Emilio Salgari nella letteratura siano stati in grado di far rivivere quegli uomini e quelle donne che hanno trasformato il West da mondo reale a luogo dell’immaginario odoroso però del cuoio della sella dei cavalli o della polvere da sparo, bagnato da fiumi di whiskey, sferzato dal vento e dalla polvere, saturo dei rumori dei treni che arrivano in città fantasma, in cui rotola l’ennesimo tumbleweed.
Il West bisogna amarlo per capirne il fascino, bisogna amare la libertà, l’avventura, gli spazi sconfinati e i cieli azzurri senza nuvole, la polvere, il sudore, il sole accecante dei confini con il Messico, le praterie in cui si muovono mandrie rumorose, le città di legno e fango con le sue banche, i suoi saloon, i suoi sceriffi con la stella d’oro appuntata al petto, i suoi ladri di cavallo o banditi con tanto di manifesto della taglia in bianco e nero con l’importo della ricompensa per chi li cattura vivi o morti.Il West è la terra del futuro, delle opportunità, senza regole scritte, senza codici morali inviolabili, tutto si costruisce giorno per giorno, ognuno la sua morale se la fa da sé, ognuno si costruisce il suo domani con le sue mani a volte sporche di sangue, a volte capaci di atti di grande coraggio ed eroismo.
Stefano Jacurti, italianissimo westerner oltre che regista del premiato Inferno bianco, ha cercato di far rivivere quel mondo perduto anche sulla pagine di un libro, un libro di racconti western dal titolo Il baule nella prateria, uscito per i tipi della Serel International – EEditrice, che io ho avuto modo di leggere nella seconda edizione del 2012 con l’aggiunta di due racconti inediti Sotto una porta del White Buffalo e Una voce nel vento, rispetto all’edizione del 2008.
Jacurti grande appassionato e vero e proprio cultore ed esperto del vecchio West, autore anche di Avrei voluto essere ucciso da Clint Eastwood e Bastardi per stirpe, ci porta così nel suo West, un West dolente e amaro, velato di malinconia e nello stesso tempo vivido e vitale, per nulla rassegnato a scolorire come l’immagine di un dagherrotipo color seppia.
Il baule nella prateria contiene nove racconti brevi la cui dote principale e saper ricreare in pochi dettagli un’atmosfera, un’ epoca, un mondo lontano eppure così reale. Ogni racconto è impreziosito da un finale efficace, a volte spiazzante a volte malinconico, ma sempre capace di insegnare qualcosa, di far riflettere e qualche volta sorridere.
Il libro e la colt, ribalta le parti, riassegna i destini con un gusto un po’ bizzarro e irriverente per lo scherzo e l’ironia della vita.
In Indian Marshal,  gli ultimi, gli emarginati si trasformano in eroi in una rivisitazione apocrifa di Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann.
In My apologies Miss Eleonor, sullo sfondo della Guerra Civile americana un soldato del 5° Ohio prima di gettarsi in una missione suicida esprime un ultimo desiderio.
Dove arriva quel treno, getta un ponte tra i film di Sergio Leone e la fantasia senza tempo di un appassionato del West, facendo rivivere Armonica e Jill e facendogli dare appuntamento a Sweet Water.
Il vecchio e il puma, è il racconto più onirico, dolente e ricco di metafore, in cui un vecchio non si rassegna alla fine di un sogno.
In Vajas con Dios Frank arriva in un paese dimenticato del Messico, ultima tappa prima di tornare a casa.
In Kansas 1900, il nuovo che avanza e la fine di un’ epoca è accettato con perplessità da chi ha conosciuto un mondo che tende a scomparire.
In Sotto la porta del White Buffalo un messaggio giunto col telegrafo, cambia le cose.
E poi c’è l’ultimo racconto Una voce nel vento in cui Pablito vendica il padre prima di diventare anche lui un fantasma sepolto sotto una croce. Buona lettura.

:: Un’ intervista con Romano De Marco

10 dicembre 2012

romanoGrazie Romano per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Romano De Marco? Definisciti in tre aggettivi e presentati ai nostri lettori.

Ciao Giulia e grazie a voi per l’ospitalità. Definirmi in tre aggettivi? Beh, come lettore direi “appassionato”, come autore “rispettoso” e come persona… “sincero”.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato e cresciuto in Abruzzo, ho un percorso di studi prevalentemente tecnici e ho lavorato per dieci anni nel campo dell’edilizia come progettista e direttore di grandi cantieri. A metà degli anni novanta il passaggio in una banca, dove mi sono occupato del settore tecnico, per poi diventare esperto di sicurezza. Attualmente sono Chief Security Officer in un Istituto di credito collegato a un grande gruppo bancario. La mia infanzia è stata un lungo, ininterrotto viaggio nella fantasia, coltivata dalla lettura di libri e fumetti e dalla visione di tanti film, in un continuo elaborare di storie che non avrei mai immaginato, un giorno, di poter raccontare.

Quando hai capito che saresti voluto diventare uno scrittore?

Sinceramente fatico ancora a definirmi tale. L’attimo in cui ho deciso di misurarmi in qualcosa che potesse essere rivolto a un ipotetico pubblico di lettori, è stato quando un grande scrittore contemporaneo, Raul Montanari, ha espresso apprezzamento per un mio racconto. Un testo nato quasi per gioco, nell’ambito di un esperimento condotto da me e altri amici su un forum di lettori che frequentavo una decina di anni fa. Il forum si chiama Emozionalia e, anche se non lo frequento più, rimane una tappa fondamentale del percorso che mi ha condotto fino a qui.

Parlaci del tuo debutto. Raccontaci come sei arrivato alla pubblicazione. Hai fatto fatica a trovare un editore?

Tutto sommato devo dire di non aver fatto molta fatica, perlomeno al debutto. Mandai il mio primo romanzo (in realtà era il secondo, perché il primo finì dritto in un cassetto dove ancora si trova…) al premio Alberto Tedeschi, il concorso che il Giallo Mondadori organizza ogni anno in memoria del fondatore della storica rivista. Non vinsi, ma ricevetti, dopo un paio di mesi, la telefonata di Sergio “Alan D.” Altieri, all’epoca editor delle collane Mondadori da edicola. Sergio era ed è uno dei miei autori preferiti e inizialmente pensai a uno scherzo di qualche amico… Invece era proprio lui. Mi disse che aveva letto e apprezzato il mio romanzo e mi propose di pubblicarlo nel Giallo.

Hai esordito nel 2009 nel Giallo Mondadori, con il romanzo “poliziottesco” Ferro & fuoco, ripubblicato proprio quest’anno da Pendragon. Cosa hai provato appena hai firmato il tuo primo contratto?

La firma del contratto fu una esperienza indimenticabile, una emozione grandissima, soprattutto per un lettore “forte” come me (all’epoca leggevo almeno 50 libri l’anno). Provai la sensazione tangibile di passare “dall’altra parte”, peraltro in una collana che aveva ospitato, negli anni, tutti i più grandi autori mondiali di genere. Fu  davvero una gioia indescrivibile

Affronti un genere molto particolare che mischia l’action più pura, tipica di tanta letteratura americana, con influenze tipicamente italiane come il poliziottesco anni 70, un genere più cinematografico ma anche letterario, mi viene in mente Giorgio Scerbanenco e il suo I milanesi ammazzano al sabato e non solo. Quali sono le tue influenze letterarie, gli scrittori da cui hai più imparato?

Per molti anni ho letto moltissimi romanzi di genere “mistery” (una definizione che, all’estero, raccoglie tutti i nostri “noir”, “giallo”, “thriller” ecc..) prediligendo gli stranieri. Oggi le mie preferenze di lettura sono cambiate completamente, ma devo riconoscere che autori come Harris, Crais, Child, ma anche classici come Stark, Spillane, Chandler, hanno   avuto una fondamentale influenza sul mio immaginario e sul mio modo di raccontare.

Molto devi anche al cinema, ad una parte della produzione televisiva che privilegia una angolatura molto realistica dell’azione, un ritmo sincopato, dialoghi secchi e incisivi, una certa durezza ma priva di volgarità. Cosa hai imparato dalle sceneggiature cinematografiche?

Sono un grandissimo appassionato di serie televisive (soprattutto quelle americane dell’ultimo ventennio, ma anche i “cult” degli anni 60 e 70), nonché cultore del cinema poliziesco, italiano ed estero. I miei romanzi nascono più da suggestioni visive che narrative, forse per questo spesso mi sento dire che leggere le mie cose equivale a guardare un film. Qualche addetto ai lavori mi ha anche assicurato che i miei romanzi sembrano vere e proprie sceneggiature, già belle e pronte per essere trasformate in fiction…

Per esperienza che differenza c’è tra le pubblicazioni da edicola e da libreria? Hai la percezione che gli scrittori che pubblicano in edicola siano ghettizzati o penalizzati?

Sicuramente poter esordire nel Giallo Mondadori è stato per me un vantaggio. La tiratura (mai inferiore alle quindicimila copie) e la distribuzione pressoché capillare in tutta la penisola, assicurano una immediata popolarità. D’altra parte, c’è l’handicap che il romanzo resta visibile per un solo mese, dopodiché scompare e lo si può reperire solo al servizio arretrati o, magari, su qualche bancarella. Conosco personalmente alcuni bravissimi autori italiani che sono tuttora effettivamente penalizzati dal pubblicare abitualmente in edicola. Per alcuni editori, infatti, l’eccessiva identificazione dei lettori in un circuito diverso da quello delle librerie, costituisce un limite.

Nel 2011 è uscito Milano a mano armata, per Foschi Editore (premio Lomellina in Giallo 2012), con la prefazione di Eraldo Baldini. Ce ne vuoi parlare?

Beh, un romanzo che, senza falsa modestia, definirei particolarmente ispirato. Rispetto a Ferro e fuoco ho voluto dare più spazio alla psicologia dei personaggi, cercando di esplorare la cosiddetta “seduzione del male” intesa come spinta, da parte del lettore, a immedesimarsi con un personaggio negativo. Un romanzo che deve molto a una serie televisiva statunitense di grande successo, THE SHIELD, andata in onda dal 2002 al 2007 e che ha cambiato profondamente il mio modo di intendere il genere poliziesco.

Il romanzo è stato scelto da Eraldo Baldini per la collana di narrativa da lui diretta per l’editore Foschi di Forlì. Ho avuto l’onore di avere la prefazione di questo grande autore e di ricevere personalmente da lui parole di grande apprezzamento. Un riconoscimento che mi porterò per sempre dietro come un bagaglio prezioso nella mia esperienza di narratore.

Purtroppo la distribuzione del romanzo è stata molto scarsa (ne sono state stampate solo mille copie) e la promozione praticamente nulla. E’ un limite della micro editoria che penalizza spesso opere che meriterebbero un maggior risalto. Una bella soddisfazione, comunque, è stata vincere il premio Lomellina in giallo, nella sua seconda edizione svoltasi a settembre del 2012.

Partecipi a numerose presentazioni, incontri, rassegne. C’è un aneddoto particolarmente curioso legato a questi avvenimenti che ti va di raccontarci?

Per un autore alle prime armi, abituato a misurarsi con gli scarsi mezzi delle piccole case editrici, impegnarsi in prima persona nella promozione è praticamente un dovere. Per questo partecipo a qualsiasi evento mi propongano girando l’Italia in lungo e in largo a mie spese. Lo considero una sorta di investimento su me stesso.

Riguardo all’aneddoto… beh, forse quella sera che, dopo il lavoro, partii alla volta di Forlì per una presentazione di Milano a mano armata condotta da Eraldo Baldini. Tre ore di macchina per arrivare e scoprire che… Baldini aveva dato forfait. Nonostante la delusione, la presentazione, condotta dalla editor della Foschi,  andò ugualmente molto bene. E le tre ore di macchina del ritorno furono, tutto sommato, accettabili…

Collabori con il blog Thriller Magazine. Cosa pensi del fenomeno dei blog letterari? Quali segui più spesso?

Considero i blog una bella occasione di confronto e di informazione e una valida alternativa ai canali “istituzionali” (stampa e TV) a disposizione degli autori che vogliano farsi conoscere e propagandare le proprie cose. Seguo Thriller Magazine da anni e ho accolto con grande piacere la proposta di collaborazione avanzata, circa un anno fa, dall’amico Lucio Teini, grandissimo esperto di letteratura di genere e cinema (praticamente una enciclopedia vivente).

Ci sono degli autori esordienti che segnaleresti e che ti hanno particolarmente colpito?

L’anno scorso rimasi folgorato dal romanzo Tiratori scelti di Emmanuele Bianco (Fandango) consigliatomi dall’amico Mauro Marcialis. Quest’anno ho molto apprezzato Una brutta storia di Piergiorgio Pulixi, che ho trovato molto nelle mie corde. Ma in questo caso, la garanzia del laboratorio di scrittura Sabot age e di Massimo Carlotto lasciavano già presagire un prodotto di grande qualità.

Romano De Marco e il mondo del fumetto. Cosa leggi? Cosa ti infastidisce?

Quello col fumetto è un amore nato quando ancora frequentavo le elementari. Ho letto e collezionato di tutto, da Topolino a Zagor a Diabolik, a Skorpio e Lancio Story che portarono in Italia i grandi autori sudamericani. Ma la mia passione è stata e rimane quella per i supereroi statunitensi. Al top delle mie preferenze ci sono il Nick Fury di Jim Steranko, lo Shang Chi di Paul Gulacy, il Batman di Neal Adams e il Punisher di Garth Ennis.

Una cosa che sopporto poco è il tipo di serialità della Bonelli (con tutto il rispetto per quello che questo editore ha fatto e fa per il fumetto in Italia). Penso che, alla lunga, molti personaggio interessanti siano stati “fagogitati” da una visione limitata della continuity che ha impedito di innescare un meccanismo di sana evoluzione che forse avrebbero giovato a “mostri sacri” come Tex, Zagor  o Dilan Dog

Il 7 gennaio 2013 sarà la volta di A casa del diavolo per Fanucci, che, tra l’altro, inaugura una nuova collana che si chiamerà Nero Italiano. Puoi anticiparci qualcosa della trama?

A casa del diavolo è la mia grande occasione. E’ il passaggio dalla micro editoria a un editore medio grande molto intelligente e lungimirante, ovvero Sergio Fanucci, che investe sugli autori e sui romanzi in cui crede. La storia si discosta da quelle che ho raccontato fino ad ora perché non è poliziesca. Si tratta di un “noir”, ma forse è più giusto definirlo una sorta di “thrilling” Argentiano. Un giovane bancario in carriera subisce un trasferimento punitivo in un piccolo paese di montagna dove dovrà gestire, da solo, la filiale più piccola della sua banca. Ben presto, quello che sembrava un paese tranquillo e sonnolento, si rivelerà essere un vero e proprio covo di vipere che cela inquietanti misteri e spaventosi segreti. Segreti che il protagonista della vicenda proverà a svelare, ritrovandosi irrimediabilmente invischiato in una trappola mortale. E’ un romanzo che riserva sorprese clamorose che sfido qualunque lettore ad anticipare prima dell’ultima pagina…

Nella primavera del 2013 uscirà con Pendragon Codice di ferro, il seguito Ferro & fuoco. Ce ne vuoi parlare?

Codice di Ferro è nato nel 2008,  come secondo capitolo di una serie che avrebbe dovuto soggiornare stabilmente sul Giallo Mondadori, secondo un progetto dello stesso Altieri. Purtroppo le cose andarono diversamente, le collane da edicola della Mondadori subirono  vistosi tagli, molti titoli esteri già acquisiti furono dirottati sul Giallo e, a farne le spese, furono una ventina di titoli italiani fra i quali il mio. Nel 2011, l’editore Pendragon di Bologna ha voluto acquisire entrambi i romanzi per rilanciare la serie in libreria. Codice di Ferro, quindi, uscirà questa estate, anche se a  Ferro e Fuoco non sono stati riservati la promozione e la visibilità che speravo.  Dal riscontro che avrà la pubblicazione di Codice di Ferro dipenderà il proseguimento o meno di questa serie che amo molto ma che preferisco interrompere piuttosto che relegare a un semi-anonimato.

Hai pubblicato anche alcuni racconti su antologia, l’ultima è Le prince noir di Aìsara dedicata allo scrittore André Helena. Ispirarsi a Helena per uno scrittore deve essere un esperienza affascinante e nello spesso tempo impegnativa e che incute un po’ di paura, almeno a me l’ha fatta quando mi sono cimentata. Tu come ti sei regolato per il tuo racconto? Quale romanzo di Helena hai scelto?

Il romanzo di Helénà, in realtà, mi è stato assegnato. Si tratta di Divieto di soggiorno che ho letto in due giorni e molto apprezzato. Il curatore della raccolta, Alessandro Greco, ha scelto di lasciare ampia libertà di “manovra” agli autori coinvolti, non ponendo limiti di collocazione spazio-temporale ai racconti, chiedendo solo di salvaguardare lo “spirito” e alcune suggestioni di base presenti nei romanzi originali. Grazie a questa premessa, ho potuto muovermi in un ambito a me molto congeniale, ovvero quello del poliziesco d’azione ambientato a Milano nell’attualità. Ciò che ho riportato fedelmente, nel mio racconto, è stata la visione di Hélenà del rapporto fra poliziotto e informatore, un legame che nasce da un presupposto negativo, quello del ricatto, e che spesso sfocia in conseguenze drammatiche.

Anticipo, comunque, che i personaggi del racconto mi sono rimasti talmente nel cuore da diventare i protagonisti del mio prossimo romanzo (quello che, se tutto va bene, vedrà la luce nel 2014). E la storia narrata in  Divieto di soggiorno fungerà proprio da antefatto al romanzo stesso.

Scrivi articoli per le riviste Action, diretta da Stefano Di Marino e Writer’s Magazine Italia, diretta da Franco Forte, entrambe edite da Delos Books. Ci vuoi parlare di queste esperienze?

Oltre ai romanzi, provo molta soddisfazione nello scrivere articoli e brevi saggi sugli argomenti dei quali mi ritengo esperto, ovvero il cinema, le serie televisive, la narrativa di genere, i fumetti.  Per Action grazie all’amico Stefano Di Marino, ho scritto un saggio sull’attore Maurizio Merli, indimenticata icona del genere “poliziottesco”, mentre su Writer’s Magazine intervisto gli autori dopo aver recensito i loro ultimi romanzi. Fino ad oggi è stata la volta di Mauro Marcialis, Raul Montanari e Enrico Pandiani. Collaboro anche con le collane del Giallo Mondadori, sulle quali, fino ad ora, sono stati pubblicati tre miei articoli. Il primo sullo scrittore Richard Stark (pseudonimo di Donald Westlake) il secondo sulla nascita del genere cinematografico poliziesco in Italia e il terzo sulle differenze fra la serie di romanzi di Dexter, di Jeff Lindsay e la omonima serie televisiva.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito Esercizi sulla madre di Carrino e sto per iniziare Chiamate telefoniche di Roberto Bolano.

Infine per concludere questa intervista, ringraziandoti della disponibilità, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena ultimato l’editing del romanzo di cui ti accennavo sopra. Ora sto scrivendo un racconto per una antologia che uscirà a marzo della quale non posso anticiparti nulla, se non che tratterà un tema di grande e drammatica attualità e che conterrà contributi di scrittori veramente importanti (cito solo De Cataldo, Montanari, De Giovanni, Verasani, ma i nomi illustri sono davvero tanti!). Grazie a te, di cuore  e  a presto!

:: Recensione di Qualcosa di più dell’amore, Orlando Figes, (Neri Pozza, 2012) a cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2012

qualcosa di più dell'amoreQuella di Lev e Sveta Miščenco è un storia che è riuscita a trionfare sulla guerra, sulla deportazione e sulla crudeltà, durando nel tempo. La coppia è la rappresentazione concreta di quanto possa essere potente e invincibile il sentimento d’amore che unisce due persone. Lev e Sveta sono il segno concreto dell’eroismo quotidiano, del coraggio, della brama di vivere e di essere liberi. Questa non è fiction, ma è la magnifica scoperta fatta da Orlando Figes nel 2007, quando recatosi agli archivi del KGB comincio a leggere i documenti presenti in tre vecchi bauli appena consegnati al Memoriale. Le casse erano piene zeppe di lettere. Non atti o trattati politici, ma migliaia e migliaia di lettere private che i Miščenco si scambiarono tra il 1946 e il 1954. In realtà la storia tra Lev e Svetlana incominciò con il loro incontro all’università di Mosca nel settembre del 1935, dove tra i due studenti fu subito attrazione sincera e rispettosa. I due giovani cominciarono a trascorrere le loro giornate dividendosi tra gli studi, i pranzi in mensa, le lunghe passeggiate per le vie di Mosca e la lettura delle poesie della Achmatova e di Blok. Sveta fu una delle poche donne ad essere ammessa alla facoltà di fisica presso la prestigiosa università dell’Unione sovietica negli anni Trenta del Novecento e questo scatenò l’orgoglio di Lev. Lo stesso sentimento riempì l’animo di lei, quando Lev venne nominato assistente dell’Istituto di Fisica Lebedev nel 1940. Poi, lo scoppio della Seconda guerra mondiale e il precipitare convulso degli eventi li allontanerà. Lev arruolatosi volontario sarà catturato dai militari tedeschi e internato a Buchenwald. Nel 1945 finita la guerra il protagonista maschile di questa storia sarà liberato, ma le forze militari di Stalin lo arresteranno. Lev verrà processato con l’accusa di spionaggio e alto tradimento verso lo Stato e condannato a 10 anni di prigione da trascorre nel gulag di Pečora. La lontananza non riuscirà a scalfire il sentimento che lega Sveta e Lev e tra i due comincerà un fitto scambio di lettere e azzardate incursioni segrete della donna dentro al campo di lavoro forzato. Le lettere tra Lev e Sveta sono ricche di particolari sulla vita nel campo di lavoro dove in inverno le temperature arrivavano fino a – 47°C, dove si lavorava a contatto con la neve e l’acqua gelida e dove, a causa di un alimentazione non corretta, c’era il proliferare di malattie di vario genere. La lunga prigionia, le sofferenze fisiche e psicologiche – frequenti nei deportati era il manifestarsi di gravi stati depressivi dovuti all’impossibilità di sapere con precisione la data della liberazione- non scalfiranno mai e poi mai il misterioso sentimento, che è un qualcosa in più dell’amore tanto è intenso e tenace, che porta Lev e Sveta a rimanere vicini e uniti nonostante la separazione forzata. La vicenda – e tengo a precisare che è vera- che emerge da Qualcosa di più dell’amore è una reale testimonianza dei sentimenti, delle paure, dei dolori e delle gioie che hanno animato la vita di Lev e Sveta. Ogni pagina racconta le emozioni e i sentimenti che hanno travolto i due protagonisti, ma allo stesso tempo ci permettono di conoscere le grandi tensioni socio-politiche che animavano la Russia negli anni di governo stalinista. Qualcosa in più dell’amore di Orlando Figes è un importante documento storico grazie al quale la piccola storia quotidiana della duratura passione tra Lev e Sveta vince sulla crudeltà e sulla sopraffazione che hanno caratterizzato spesso la Storia.

Orlando Figes è professore di Storia presso il Birkbeck College dell’ Università di Londra. E autore di sette libri a tematica storica tradotti in 27 lingue. Tra le sue opere oltre a Qualcosa di più dell’amore (Neri Pozza), si ricordano La tragedia di un popolo (vincitore nel 1997 del “Wolfson History Prize”, del “Wh Smith Literay Award”, del “Longman/ History Today book of the year”, del “NCR Book Award” e del “LA Time Book Prize”), La danza di Nataša edito da Einaudi(finalista nel 2003 del “Samuel Johnson Prize”), Sospetto e silenzio edito da Mondadori (finalista nel 2008 del “Royal Society of Literature Ondaatje Prize e del “Samuel JohnsonPrize”) e di Crimea. L’ultima crociata. Per saperne di più www.orlandofiges.com .

:: La ragazza del Sunset Strip di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2012

ragazza sunset“Vuoi dire che sono stati loro a ucciderlo?” chiese Amanda sbigottita.
“Non loro, la loro rispettabilità. Sai che cos’è? No, sei troppo giovane, non puoi saperlo. Un tempo tutti tenevano in grandissimo conto la rispettabilità, oggi invece la parola è quasi priva di significato perché un concetto troppo lontano dalla realtà. Ormai se ne sono accorti quasi tutti: questa scoperta, che è già costata la vita a Gerald Dawson, adesso distruggerà anche quella di sua moglie e di suo figlio”.
“Il senso del decoro” azzardò Amanda.
“No, non decoro, ma rispettabilità”. Dave rimase un attimo ad osservare Delgado che toglieva dal fuoco le fette di bacon e buttava in padella le uova sbattute. “L’importante non è quello che sei, ma quello che i vicini pensano di te. Solo che adesso i vicini di casa non esistono più, e , anche quando esistono, non si occupano certo di te, ma dei fatti loro”.

La ragazza del Sunset Strip (Skinflick, 1979), traduzione dall’inglese di Maria Luisa Vesentini Ottolenghi, 5° romanzo della serie Dave Brandstetter Mysteries, fu pubblicato a New York da Holt Rinehart & Winston. In Italia arrivò pochi anni più tardi, nel 1981, grazie a “Il Giallo Mondadori” con lo stesso titolo scelto da Elliot edizioni che, dopo Scomparso e Atto di morte, ci porterà tutti i dodici romanzi dedicati da Joseph Hansen al suo più celebre investigatore assicurativo.
Joseph Hansen, a mio avviso uno tra i grandi maestri del genere hardboiled, scelse la California e prevalentemente Los Angeles come scenario per le sue storie che vedono come indiscusso protagonista Dave Brandstetter, investigatore privato dichiaratamente gay al servizio di una agenzia assicurativa, ricco quando basta da poter vivere senza lavorare, se solo lo volesse, o abitare in una mega villa di quelle che scintillano al sole di Los Angeles. Sobrio, sbarbato di fresco, educato, sempre con una camicia pulita, moralmente onesto, amante degli uomini, sembra infrangere uno ad uno gli stereotipi che caratterizzano l’investigatore classico e proprio per questo con caparbia originalità si è conquistato un posto di assoluta unicità nel genere. Dave Brandstetter è indubbiamente una persona più che un personaggio, e questo poche volte avviene nella storia della letteratura. Joseph Hansen oltre che romanziere è soprattutto un poeta, la cui liricità mai sentimentale, mai sdolcinata, arricchisce le sue pagine “poliziesche” di una eleganza e di una bellezza evocativa e profonda.
La ragazza del Sunset Strip ci porta nel lato più buio, e ben poco glamour, della Los Angeles fine anni Settanta, fatto di droga, pornografia, prostituzione, motel di second’ordine pieni di piatti sporchi, cinematografi a luci rosse, set di film porno dove si girano pellicole senza valore per campagnoli senza il senso dell’umorismo, sexy shop e locali equivoci, un mondo in cui squallore e corruzione fanno da contraltare al lato rispettabile ed edificante, ai surfisti abbronzati e atletici che popolano le dorate spiagge affacciate sull’oceano, ai probi uomini e donne frequentatori delle innumerevoli chiese che popolano la città che a volte si trasformano in vigilantes contro il vizio e la depravazione. Ed è a quest’ultimo genere che appartiene Gerald Dawson, commerciante di materiale cinematografico, trovato ucciso con il collo spezzato davanti al portico di casa.
Accusato dell’omicidio Lon Tooker, proprietario di una libreria per adulti Keyhole, oggetto dei raid punitivi contro il vizio proprio di Dawson. Il dubbio che a commettere il delitto siano stati proprio i beneficiari della polizza assicurativa sottoscritta da Dawson chiama in causa Dave Brandstetter, che inizia a indagare sentendo che niente è quello che dovrebbe essere. Gerald Dawson non è l’integerrimo paladino della probità e moralità, Lon Tooker non è un depravato violento, assetato di vendetta, moglie e figlio non sono così limpidi come sembrano arrivando a considerare la rispettabilità ben più importante della ingiustizia di vedere pagare un innocente per un delitto che non ha commesso. Poi, anche grazie all’aiuto di Randy Van, un travestito che sembra aver fatto breccia nel cuore di Dave Brandstetter, a cui Hansen dedica una scena di grande tenerezza, le tracce portano verso una prostituta scomparsa Charleen Sims, probabile testimone del delitto, l’unica che sa veramente come le cose siano andate.
Forse il più violento dei romanzi dedicati a Dave Brandstetter letti da me finora, e per i temi trattati decisamente il più amaro e crudo, La ragazza del Sunset Strip conferma le doti narrative di Hansen, su tutte la capacità di ricreare l’atmosfera anni Settanta, la cura per i dettagli delle ambientazioni, la scrittura poetica e dolente, l’abilità di caratterizzare i personaggi da piccoli particolari, non solo i principali, come per esempio il vecchio guardiano che offre il caffè a Dave Brandstetter con le sue dita artritiche e i gesti lenti ma precisi, o il vecchio padre di Charleen Sims che fa il rappresentante Avon e mangia purè di patate in una casa povera e spoglia.
Tra scambi di persona, rapimenti, orge a base di sesso e droga, ricatti organizzati da soci di affari, la storia si dipana alternando brutali aggressioni a sprazzi di umorismo, caratterizzati da una vena di tristezza che fa arrivare il protagonista alla dolente consapevolezza che gli anni migliori sono alle sue spalle. Ormai Hansen si sta conquistando un posto tutto suo tra le mie letture preferite di sempre.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.