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:: Recensione di Rosso Esperanto di Paul D. Brazill (Atlantis, 2012)

28 dicembre 2012

rosso-esperantoIn una Varsavia notturna, desolata e decadente, ma ancora vitale popolata di insegne al neon di sex shop, peep show, bar aperti 24 ore, rivendite di liquori e di kebab, che conserva malinconicamente le antiche vestigia delle grandi capitali dell’Europa orientale sopravvissute alla dittatura comunista ma ormai in mano alle mafie dell’est che ne hanno cambiato irrimediabilmente il volto e la fisionomia, Luke Case, giornalista freelance, che lavora per uno di quei giornali di merda che portano a galla ogni sorta di squallide storie relative alla Polonia e le vendono ai tabloid inglesi come sconvolgenti storie dell’orrore o per lo più scrive affascinanti articoli che parlano di magazzini e di centri commerciali, disilluso e malandato, passa i suoi giorni tra alcool e amori a pagamento. Lasciata l’Inghilterra vive da esule in terra straniera una vita sospesa frequentando i quartieri malfamati di una città in cui la criminalità ormai spadroneggia, in cui i piccoli delinquenti fanno i soldi con locali notturni di infimo ordine, smerciando  droga o rivendendo vestiti usati presi dai centri di raccolta delle ricche e opulente città del nord Europa. Ma Luke Case infondo è un sentimentale, ha un debole per Tatiana, prostituta ucraina dalla pelle bianchissima, almeno finché non incontra Jola, la bellissima e insoddisfatta moglie di un gangster “di medio livello”, ed è così preso da lei da sognare di fuggire assieme, lontano verso una nuova vita. Ma naturalmente il destino si mette di mezzo e tra coincidenze e bizzarri imprevisti, la beffa sarà ancora più amara. In questa short story dalle cupe atmosfere noir come un film americano in bianco e nero degli anni 50, Paul D. Brazill ci porta in un mondo possibile e pieno di vita, dentro una storia dalle sfumature amare e beffarde in cui i crudeli scherzi del destino incidono a sangue la vita del protagonista. Amore, violenza, crudeltà, egoismo, speranza di riscatto si intrecciano dove tutti cercano un’ occasione indifferenti e noncuranti dei destini degli altri. In questo breve racconto venato anche da un sottile umorismo, in cui il fascino maggiore sta nel potere evocativo delle atmosfere che sa creare, ci troviamo a parteggiare per il protagonista, un uomo simpatico seppur pieno di debolezze, gravato da una vita squallida e precaria ma capace anche di atti di grande coraggio, come quando si spinge a mettersi contro un gangster per amore di una donna. Sfortunato, gentile, forse anche imprudente si lascerà piegare dal destino, conservando pur tuttavia una certa dignità e un pizzico d’orgoglio. Luke Case è un bel personaggio, ben caratterizzato, dotato di un’ aura dannata e romantica ma fondamentalmente simpatico che ritroveremo in altri 4 racconti della collana Atlantis. Seppure ancora non molto conosciuto in Italia Paul D. Brazill è un autore che vi consiglio di seguire. E’ inglese e da dieci anni vive in Polonia. Ha un blog in cui intervista i più interessanti ed emergenti nomi della letteratura noir e hardboiled  http://pauldbrazill.wordpress.com/. Ha pubblicato Guns Of Brixton e The Gumshoe e le raccolte di racconti 13 Shots Of Noir e Snapshots. E’ redattore delle antologie Drunk On The Moon, e True Brit Grit e Off The Record 2: At The Movies. I suoi racconti sono comparsi in decine di riviste e antologie internazionali.            

:: Recensione di Colosseum, Simone Sarasso, (Rizzoli, 2012) a cura di Viviana Filippini

28 dicembre 2012

Sarasso“Sia sbranato al Colosseo 
sia spellato al Colosseo 
sia scannato al Colosseo 
sia squartato al Colosseo 
sia incornato al Colosseo 
sia sbudellato al Colosseo 
sia disossato al Colosseo 
in fricassea 
sia servito in fricassea 
riceva il ferro al Colosseo 
hoc habet hoc habet hoc 
hoc habet hoc habet hoc 
la legge della curva… la legge della curvaaa…”

Questa l’atmosfera che permea in ogni fibra narrativa di Colosseum. Non so perché, ma appena ha iniziato a leggere le avventure del protagonista del nuovo romanzo di Simone Sarasso mi è partita a manovella nella mente Al Colosseo, la canzone di Vinicio Capossela e così l’ho eletta come la colonna sonora ideale per questo nuovo romanzo epico di Sarasso, edito sempre per Rizzoli. L’ambientazione è nella Roma dell’80 d.C. dove il gladiatore Vero scenderà a combattere dentro ad una delle arene più famose al giorno d’oggi. Ad assistere alla scontro tra lottatori ci sarà tutta Roma, ma soprattutto, nella tribuna d’onore avrà posto l’imperatore Tito che con soddisfazione osserverà uomini forgiati a forza di allenamenti e lotta, combattere dentro al suo magnifico gigante di marmo, che i posteri conosceranno con il nome di Colosseo. Protagonisti di Colosseum sono la costruzione del noto anfiteatro, ma soprattutto Vero, un giovane deportato britanno che arrivato nell’Urbe entrerà a far parte della schiera di esseri viventi modellati e istruiti a forza di sudore, sangue e lotte per diventare gladiatori.  Quello compiuto dal giovane uomo tutto muscoli e cervello è un vero e proprio viaggio verso l’ indipendenza. Un cammino lungo, pieno di insidie e colmo di coreografici combattimenti per fare spettacolo popolare nella più nota arena dell’Urbe. In Colosseum accanto alla corsa di Vero verso la libertà, Sarasso colloca un altro importante valore, ed è quello rappresentato dall’amicizia tra il protagonista e il suo compagno-complice dei combattimenti di nome Prisco. Vero è impulsivo, è come il fuoco che scaturisce da una scintilla. Prisco, l’avversario per contratto è ghiaccio allo stato puro. I due si combattono, ma sono legati da un rapporto di stima e solidarietà che solo la presenza di una donna – Giulia- riuscirà a scalfire. Colosseum è un avvincete romanzo d’avventura in bilico tra Storia e storia, nel quale, sudore, sangue, dolere, morte, violenza e spettacolo si intrecciano in solide maglie nella trama narrativa creata ad arte da Sarasso. Ogni pagina è un tassello dell’eroica corsa verso la vita libera di un giovane britanno privato di ogni bene e affetto. Un animo coraggioso e combattivo che lotta con tutte le forze per tornare ad essere un uomo libero. Colosseum è un concentrato di suspense, di intrighi, di passione e azione che richiamano nettamente alla memoria le grandi epopee cinematografiche degli anni Cinquanta e Sessanta – ho pensato subito a Spartacus di Kubrik – con protagonisti i gladiatori.  Sarasso con il suo linguaggio contemporaneo e fluido ci racconta il viaggio di formazione di un ragazzo che lottando impara non solo a diventare un gladiatore, ma anche un uomo e allo stesso tempo l’autore ci trascina in un cammino nell’anticha Roma facendoci scoprire usi, costumi e modi di vita di un tempo passato. Colosseum vi travolgerà dalla prima all’ultima pagina raccontandovi la storia di Vero, ma allo stesso tempo conoscerete la magnificenza degli spettacoli negli anfiteatri romani con le loro scenografie, con le  fantastiche macchine teatrali e quelle lotte tra gladiatori e bestie offerte dai potenti di Roma al popolo come forme di intrattenimento. Ed è quest’ultima l’arte magica dei grandi imperatori, i quali grazie al connubio tra cibo e spettacolo riuscirono a conquistare le masse popolari garantendosi il rispetto, la fama e il potere. Un’usanza che nel corso del tempo si è spesso ripetuta e che vive ancora oggi conquistando con astuzia il favore della massa.

Simone Sarasso, classe ’78, vive a Novara. Scrive storie nere per la narrativa, i fumetti, il cinema e la TV. Ha pubblicato racconti in diverse antologie e collabora con «Carmilla», «MilanoNera Web Press», «Satisfiction», «Film TV». Ha pubblicato per Marsilio i primi due romanzi di un trittico noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangetopoli: Confine di Stato (2007, finalista al Premio Scerbanenco) e Settanta (2009). United We Stand, futuro ideale della trilogia, è la sua prima graphic novel. Per la collana Rizzoli Max è stato pubblicato Invictus. Scrive per il cinema e la tv e insegna scrittura narrativa alla NABA di Milano.

:: Un’ intervista a Daria Bignardi a cura di Viviana Filippini

26 dicembre 2012

COP_Daria Bignardi_Acustica_perfetta.inddCiao Daria è un piacere averti qui a Liberi di Scrivere per parlare del tuo terzo romanzo, L’acustica perfetta, recentemente pubblicato da Mondadori. Una storia umana di coppia e un vero e proprio pellegrinaggio alla ricerca della propria identità.

Da dove o cosa nasce il tuo terzo libro, L’acustica perfetta?

Volevo scrivere una storia d’amore ma è uscito un romanzo di formazione e ricerca di sé.

Dove lo hai scritto?

Un po’ dappertutto.

Arno Cange è il protagonista che ci racconta la storia.  Come è stato per te donna scrivere un libro attraverso l’ottica maschile?

E’ stato liberatorio e molto divertente.

C’è qualche fatto o evento che ti ha ispirato le figura dei due protagonisti?

Non direi, no.

Arno, violoncellista alla Scala, è sposato con Sara, hanno tre figli e tutto sembra perfetto. Poi, Sara scompare quattro giorni prima della festa che incarna l’amore e l’unione della famiglia: il Natale. Perché proprio in quel momento?

Non lo so, funzionava narrativamente.

Arno è italo-tedesco, quando questa mescolanza di culture e la sua dedizione al lavoro di musicista influiscono sul suo comportamento e sulla vita quotidiana?

Più di quanto lui si renda conto, credo.

Arno parte alla ricerca di Sara e scoprirà una parte della vita della moglie del tutto sconosciuta. Questo cosa determina in lui?

Scopre soprattutto una cosa: quanto il dolore possa condizionare la vita delle persone. E che non siamo tutti uguali.

Tutti i parenti e amici della coppia, figli compresi, sanno che Sara è scomparsa e conoscono il posto dove si nasconde e cosa fa. Perché Arno non riceve aiuti e viene lasciato solo nel pellegrinaggio per trovare la moglie ?

Tutti intuiscono che ad Arno serve cercarla da solo per capire davvero.

L’atteggiamento del violoncellista mi ha ricordato molto da vicino il protagonista di Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi, dove  Pietro era un giovane immaturo che non “apriva” gli occhi sulla realtà? Arno è un po’ come Pietro che vede solo quello che vuole e come lo vuole?

Non conosco l’opera, mi documenterò.

Sara vive attraverso i ricordi di Arno e gli eventi ripescati dal passato. L’immagine che ne emerge è quella di una donna fragile, molto sensibile e allo stesso tempo coraggiosa. Tra lei e Arno chi è più forte nell’affrontare la vita?

Sono forti entrambi, ognuno a modo suo. Ma Sara è più coraggiosa.

:: Lorenzo Mazzoni intervista Salvatore Bandinu autore di Sotto i ponti di Yama (Arkadia, 2012)

21 dicembre 2012

Sotto i ponti di YamaCon sottofondo di Raghupati, Ananda Shankar

Leggo nel quarto di copertina de Sotto i ponti di Yama: “La perversa logica della globalizzazione e i suoi devastanti effetti, riscontrati direttamente sotto i ponti di Calcutta, la moderna Kolkata, offrono all’autore l’occasione per una riflessione fuori dai soliti schemi pietistici o miracolistici. Un viaggio nell’India di Gandhi e Madre Teresa, in quella descritta da Tiziano Terzani, Hesse, Pasolini, Moravia, Lapierre. Ma anche l’India del popolo della strada e dei suoi silenziosi ma acuti tormenti, dell’Hi-tech, di Bollywood, delle grandi multinazionali e dei suicidi di massa dei contadini. Un lucido cammino attraverso l’indian dream contrapposto a quello della più sordida miseria, dove folle di mendicanti, senzatetto, persone denutrite, portano avanti, giorno dopo giorno una sistematica lotta per la sopravvivenza. Un libro per tutti coloro che nei supplizi e nei rantoli dei dannati della terra non identificano una precisa volontà divina, ma individuano una specifica, responsabile e scellerata scelta umana.” Puoi spiegarci il perché del tuo viaggio a Calcutta e della scelta di scriverne poi un reportage così incisivo?

Non la posso definire una “scelta”, piuttosto una necessità. Arriva un momento nella vita in cui senti il bisogno di andare a toccare con mano una realtà che hai sempre e solamente visto in televisione o letto tra le pagine di qualche libro. L’estate del 2008 per me ha rappresentato un periodo molto particolare della mia vita. Ho deciso così, all’ultimo momento, rovistando su google e cercando luoghi significativi, veri, con i quali confrontarmi. Un confronto, un esame, un’opportunità, una scommessa. Ed ecco comparire Calcutta, con le sue immagini forti, dure, terribili. Non ho avuto dubbi, sarei andato lì. Viviamo avvolti dall’apparenza, dalla finzione e dalla virtualità. Il mio è stato un bisogno assoluto di sentire l’odore dello sterco e della polvere. L’odore ancestrale dell’umanità. Un’ esigenza di verità.   Il tempo per preparare il visto e farmelo autorizzare e poi il viaggio. Un salto nel buio, un’ immersione nel profondo della mia anima. Tornato a Cagliari, dentro di me qualche cosa pulsava e premeva talmente forte e insistente che ho dovuto ascoltare. Scrivere e testimoniare questa mia esperienza è stata una cosa inevitabile. Tempo fa lessi riguardo il potere catartico e liberatorio che ha la scrittura. E’ stato proprio così anche per me. Ho preso una penna in mano e ho semplicemente rielaborato il diario che ogni giorno scrivevo chiuso nella stanza d’hotel a Calcutta. Così e nato “Sotto i ponti di Yama”.

La storia è scritta in modo molto personale e con una struttura inedita. Ci sono, tuttavia, “Cattivi Maestri” che ti hanno ispirato? Reportage di altri autori che hanno avuto qualche importanza nella stesura finale di Sotto i ponti di Yama?

No. Il bello di questa esperienza è stato che sono partito in India completamente “vergine” di conoscenze e di nozioni. Non mi vergogno nell’affermare pubblicamente che di questo continente non sapevo assolutamente nulla. Neppure che l’India fosse la più grande democrazia al mondo. E’ stato comunque un bene non conoscere nulla della realtà che stavo andando ad incontrare. In questo modo nessun condizionamento ha potuto interferire con i miei pensieri e le mie personali e profonde valutazioni. Valutazioni e sensazioni che sono venute a galla da sole, con una naturalezza davvero significativa e sconcertante. Il mio percorso di informazione circa la storia del sub-continente è avvenuta negli anni a seguire. Ho letto Giorgio Manganelli, Pierpaolo Pasolini, Moravia, Hesse, Rampini, Terzani, Roy,  e diversi altri autori che hanno vissuto l’India ognuno a proprio modo.

Sei molto critico con la visione pietistica occidentale nei confronti dei dannati della terra, visione che condivido in pieno. La tua analisi ha avuto stravolgimenti dopo il tuo viaggio in India o è un pensiero che avevi già elaborato prima della partenza?

Questa è una parte molto delicata. Non sono una persona molto avvezza ai compromessi e devo dire che ho davvero fatto uno sforzo notevole per non trasformare il libro in un manifesto contro l’ipocrisia. Anche mia, sia ben inteso.
Ho sempre pensato che il pietismo altro non è che un perverso sistema dal quale traggono beneficio altre persone o “istituzioni”. Il pietismo come alcune forme di “compassione” sono sistemi istituzionalizzati e radicati talmente nel profondo di ognuno di noi che è difficilissimo riuscire a liberarsene. Non dimentichiamo il ruolo che copre il “senso di colpa” è nato dal “peccato originale”. Nasciamo già colpevoli di colpe terribili per le quali comunque esiste il sistema di “purificazione” purché disposti a genufletterci. Per farla breve, è molto funzionale allevare figli e mantenerli emotivamente sempre dei “fanciulli”.
Calcutta è (ai miei occhi) una lavatrice di coscienze sporche oltre che un’ industria dalle risorse illimitate per chi traffica questi sensi di colpa. Devo essere sincero, mi piacerebbe credere a tutto questo. Vivrei indubbiamente più sereno. Resta il fatto che “la verità” rende liberi, per questo bisogna allenare il senso critico e resistere alla tentazione di “fuga dalla libertà”.
I diritti rendono libere le persone e non alimentano perverse forme di asimmetria spirituale dove esiste una persona che aiuta e un’altra che riceve l’aiuto. La storia ci ha insegnato cosa accade quando entra in campo la “religione”.
Chiunque a tal proposito può fare una facile esperienza. Andate su internet e digitate la parola “Calcutta+libri”. Resterete stupiti del fatto che compariranno migliaia di titoli su Madre Teresa e forse due o tre sulla reale storia di questa città. Una città di venti milioni di abitanti che riesce a “sparire” monopolizzata da un’ icona. Assurdo ma indicativo no?

Soprattutto nella seconda parte del testo analizzi e spieghi molti fattori storici che hanno fatto dell’India e di Calcutta quello che è oggi. Come ti sei documentato? Hai dovuto intervistare persone su questi aspetti prettamente storiografici e sociali?

Semplicemente ho letto moltissimo. Esiste una vasta bibliografia che tratta la storia dell’India e di Calcutta. Leggere la storia di questa città dopo averla respirata per tanto tempo è stata un’ ulteriore esperienza meravigliosa.

Citi molto spesso Jawaharlal Nehru, il Mahatma Gandhi e anche Buddhadeb Bhattacharjee, il vecchio leader del partito comunista bengalese. Cosa pensi di questi personaggi e di come si sono comportati nei confronti del popolo indiano e della Storia?

Leggendo non solo di questi personaggi principali – che hanno scritto la storia dell’India moderna – ma anche di altri meno conosciuti, ho capito quanto amore e quanta passione ognuno di loro ha messo in campo per vedere realizzato un sogno. Certamente non tutti hanno seguito un filo conduttore fatto di pace e compromesso, ma anche tra quelli più “bellicosi”, traspare una passione commovente. Stiamo parlando di personaggi che hanno pagato con la vita e con molti anni di prigione le loro idee e i loro ideali.

In certe parti il tuo libro mi ha ricordato descrizioni lette in Shantaram di Gregory David Roberts e Flash di Charles Duchaussois. Ovviamente i loro testi narrano storie completamente diverse dalla tua esperienza, forse è l’atmosfera “India” che mi ha fatto nascere questo paragone. Hai letto questi romanzi/reportage? Pensi che l’India possa influenzare un certo tipo di scrittura?

Non ho letto questo romanzo anche se mi ripropongo ogni volta di farlo. Mi hanno detto che è fantastico. Continuo ad affermare che se riuscissimo per un attimo ad uscire dalla logica che Calcutta sia solamente la città della Santa, allora scopriremmo che Kolkata è un caleidoscopio immenso e variegato dove la religione cattolica rappresenta solamente il 2%. Una babilonia di lingue, culture, tradizioni, etnie e religioni davvero sorprendente. Il paradiso della diversità.

Fra tutti gli incontri che hai avuto e che ha descritto ampiamente in Sotto i ponti di Yama, ce n’è qualcuno che ti ha colpito maggiormente e che avresti voluto analizzare più dettagliatamente?

Impossibile rispondere. E’ stato un continuo incrociare sguardi e anime. Una giostra di emozioni incessanti dove neppure per un attimo sono riuscito a staccare lo sguardo da qualcuno o da qualcosa. Ho collezionato talmente tante emozioni che sarei in grado di scrivere almeno altri tre libri sull’argomento. Tuttavia, posso citare un episodio tra i tanti. Notte fonda, solita uscita per distribuzione alimenti e vestiti sotto i cavalcavia e per le strade. Arriviamo sotto l’Hoogly, il ponte più grande della città. Ci recavamo spesso proprio per l’alta concentrazione di barboni che vivevano li. Un barbone prende il succo di frutta che gli doniamo e prima ancora di bere, aiuta il suo amico disabile. Lo fa con una tenerezza che ancora adesso che ci penso mi commuove. Indelebile nella mia mente il suo sguardo e la sua dolcezza.

L’India è il mondo hanno qualche speranza di salvarsi da questa imperante globalizzazione senza scrupoli?

Non sono molto ottimista. Lavorando da quasi vent’anni con bambini ho maturato la convinzione che gli esseri umani sono fatti per apprendere e plasmarsi. Se questo non lo si fa da subito, il rischio è che si prendano strade che poi difficilmente si possono cambiare. Credo che siamo tutti vittime di una follia generale che ci fa pensare di essere felici solo nella misura in cui riusciamo a collezionare beni e a usufruire di servizi spesso inutili. E’ una corsa folle in cui l’India (come altri paesi in pieno sviluppo) è attualmente impegnata. Basta guardarsi attorno. L’uomo non è diventato egoista, è sempre stato egotico. Guarda solamente a se’, al suo bene, al suo interesse. No, non sono ottimista. Penso che questa strada che abbiamo scelto di percorrere sia una strada che porta ad un burrone. Solo dopo la caduta sarà possibile ricominciare… sempre ammesso che si rivedano moltissimi aspetti legati alle scelte educative.

Quale è stato il metodo di stesura del libro? Hai scritto tutti i giorni? Hai un metodo di lavoro quotidiano?

Come ho già accennato, il grosso del libro l’ho scritto a Calcutta sotto forma di diario. Rientrato a casa ho semplicemente rielaborato il tutto e articolato la seconda parte fatta più di contenuti storici che di esperienze vissute. Nessun metodo. E’ come se il libro si fosse scritto da sé.

Hai in cantiere nuovi libri e nuovi viaggi? Come sta andando la promozione di Sotto i ponti di Yama? Stai avendo un riscontro positivo dal pubblico italiano.

Da qualche mese è uscito il mio nuovo libro scritto con un amico educatore (Bruno Furcas) dal titolo “I dolori del giovane bullo. Disagio e adolescenza ai tempi dei social network” sempre edizione Arkadia. Sempre in questi giorni è uscita un’ antologia di 12 racconti. Un’ esperienza intensa nella quale ho conosciuto i detenuti di una casa di reclusione e da questo incontro è nata un’ antologia.
Prossimo viaggio? Non so davvero. Aspetto che sia l’istinto a suggerirmi. Non nascondo che da anni sono attratto dalla Palestina e dai suoi “segreti”. Altro posto dove si annidano bugie e verità, interessi e nefandezze…

:: Recensione di Alla fine della strada, Björn B. Jakobsson, Newton Compton 2012 a cura di Viviana Filippini

19 dicembre 2012

978-88-541-4155-1Un bosco, un casa sperduta in mezzo ad esso, due donne che cercano di ricominciare a vivere e in inquietanti pericoli che destabilizzeranno la ricerca dell’armonia. Il tutto permeato in modo costante da un’atmosfera di ansia e di pericolo imminente. Una sensazione di angoscia che si percepisce dalla prima all’ultima pagina di questo romanzo proveniente  dal Nord  Europa – per la precisione da Gröndal – dove vive Björn Jakobsson, autore di Alla fine della strada. Questo è il thriller mozzafiato d’esordio dell’autore svedese che con la sua penna trascina noi lettori dentro ad un inquietante mondo e nelle menti dei diversi personaggi presenti sulla scena (pochi, ma accuratamente definiti). Suspense, tensione, colpi di scena spiazzanti e improvvisi mantengono sempre viva l’attenzione di noi lettori, suscitando forte emozioni e un timore continuo per la sorte delle due protagoniste capitate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una è Polly, ragazza profondamente segnata dalla scomparsa del padre morto a causa di un terribile incidente. L’altra è Ivona, la sua matrigna. Il tragico evento che le ha toccate da vicino non le ha unite, anzi le ha allontanate sempre più. Ivona non demorde e vuole recuperare il rapporto con la figliastra, sperando allo stesso tempo di far rinascere la voglia di vivere in Polly, la quale non ha fatto altro che chiudersi sempre più in se stessa, recidendo i rapporti con il mondo esterno. Il soggiorno forzato – niente tv, niente accesso ad internet, niente telefoni- nella casa nel bosco si trasformerà ben presto in un vorticoso incubo di paura, quando le due donne verranno a conoscenza dei brutali omicidi avvenuti in zona. Quello che incuriosisce in questo romanzo oltre a certe atmosfere tetre e claustrofobiche che richiamano Stephen King è la fine indagine introspettiva che ci porta alla scoperta dell’ambiguità costante delle persone. I personaggi presenti accanto alle prime attrici sono inquietanti, perché a livello superficiale si atteggiano in un certo modo, ma in realtà nel loro io più profondi nascondono  impulsi e istinti primitivi impensabili e pure incontrollabili. Indefinibili sono l’ottantenne Karsten e suo figlio Adrian, il giovane ex galeotto al quale Polly e Ivona chiedono – per cause di forza maggiore – aiuto. La coppia di nemiche-amiche desidera fa ripartire quel catorcio di  automobile con il quale sono arrivate, perché è l’unico mezzo che hanno per fuggire da quella prigione di ghiaccio nella quale si sono ficcate. Oscuro è anche Conny, il poliziotto che dovrebbe rappresentare per le due donne il gancio giusto per la via di fuga e invece con quello che dice e fa, mette in discussione la sua figura di uomo impegnato a far rispettare la legge. Ma allora di chi si dovrebbero fidare Polly e Ivona? Questo non posso svelarvelo per non togliervi il piacere della lettura, ma di sicuro il primo giallo di Jakobsson è ben costruito nel suo impianto narrativo e la storia scorre via veloce pagina dopo pagina tenendo chi legge con il fiato sospeso sempre. L’altro aspetto che ci tengo a sottolineare è che Alla fine della strada sarà sì un thriller a tinte fosche, ma allo stesso tempo ha un po’ del romanzo di formazione psicologica, perché oltre all’evoluzione del rapporto tra donne – per la precisione tra una figliastra e la sua matrigna- prima nemiche, poi amiche, espone il difficile cammino di rinascita di un’adolescente molto provata dai traumi esistenziali subiti nella sua giovane esistenza. Da leggere per provare un brivido di tensione in questo gelido inverno e capire un po’ cosa si nasconde nell’animo umano. Traduzione di Mattias Cocco.

Björn B. Jakobsson è nato nel 1956; vive a Gröndal, fuori Stoccolma, con la moglie e due figli. È traduttore e giornalista e tiene una rubrica fissa sulla rivista «Konsult». Alla fine della strada è il suo primo romanzo.

:: Segnalazione Nero italiano – Collana Noir di Fanucci TimeCrime

19 dicembre 2012

CopCasaDiavoloNERO ITALIANO

Una nuova collana noir tutta a firma italiana

Fanucci Editore continua a credere e ad investire su autori italiani esordienti

Nato più di un anno fa come costola di Fanucci Editore, il marchio TimeCrime, dedicato alla narrativa di genere noir e thriller, forte del successo ottenuto con 300.000 copie vendute in soli otto mesi, si arricchisce a gennaio 2013 di una nuova collana che parla italiano: italiani gli autori, spesso esordienti, e italiane le storie in cui la caratterizzazione di luoghi e personaggi è fondamentale, come in ogni buon romanzo che si rispetti. Nero Italiano, in libreria da giovedì 3 gennaio, conferma il desiderio dell’editore di investire sulla narrativa italiana, autori giovani e scoperti in rete come Carlo Callegari e Romano De Marco accanto a penne ben rodate come quella di Remo Guerrini, per un progetto che sa già di successo assicurato.

I primi tre titoli targati Nero Italiano in libreria dal 3 gennaio 2013:

Carlo Callegari
La banda dei tre
TimeCRIME – Collana Nero Italiano
Pagine 256 – €9.90

In libreria dal 3 gennaio 2013

Una storia che stravolge i canoni classici del noir e che gioca sempre sul filo del grottesco e dell’ironia, travolgendo il lettore con la sua freschezza e le sue continue trovate.
Claudio Bambola è un agente della narcotici infiltrato a Padova. Dopo due anni di duro lavoro sta per portare a termine una retata di quelle che fanno notizia e che finalmente gli permetterà di cambiare vita. Il sequestro di una partita da venti chili di cocaina purissima. Ma nello scambio della partita di droga che fa parte della retata si intromette una gang di mafiosi russi, i fratelli Makarovic, e tutti i piani saltano. Dopo aver ucciso durante una sparatoria uno dei tre fratelli, Bambola per sopravvivere si vedrà costretto a chiedere aiuto alle stesse persone che prima doveva incastrare.
Tony Piccolo, un nano spacciatore e pistolero, e Silvano Magagnin detto il ‘Boa’, ex tossicodipendente convertitosi ai furti in appartamento e in perenne crisi misticoreligiosa, diventeranno i suoi nuovi quanto improbabili compagni d’avventura.
In un vorticoso susseguirsi di avvenimenti e colpi di scena, la banda dei tre si vedrà coinvolta in inseguimenti e sparatorie al limite del grottesco. Una Padova notturna e di ‘confine’, che porterà Claudio Bambola a conoscere persone come le ‘gemelle biologiche’, Bit la salma, il Banana, ma soprattutto Patrizia, donna che cercherà di conquistare in ogni modo.

Carlo Callegari, nato a Padova nel 1972, ha da sempre la passione per la scrittura e la musica. Dal 2009 scrive racconti brevi per il movimento letterario Sugarpulp. Nel 2011 esce il suo primo romanzo Che Dio ti aiuti, Bambola! edito da La Case Books. In pochi mesi il romanzo è arrivato a vendere 500 copie su e-book e ha raggiunto il primo post nella classifica Gialli di iTunes. Nel 2012 il racconto Romeo tra le nebbie della Romea viene inserito nella raccolta di racconti Sugarpulp A manetta in contromano edito sempre da La Case Books. Sempre con La Case production è di prossima uscita una raccolta di dieci racconti brevi. A tempo perso ama suonare il pianoforte accompagnandosi con un buon sigaro.

Remo Guerrini
Strega
TimeCRIME – Collana Nero italiano
Pagg.320 – €9.90

“Le streghe son tornate. E alla grande.”Mario Paternostro, Il Giornale

Con Strega Remo Guerrini, penna acuta del giornalismo italiano da oltre quarant’anni, dà vita a una lettura incredibilmente coinvolgente, un thriller storico sapientemente costruito in costante equilibrio fra fantasia creatrice e fedeltà delle ambientazioni e dei personaggi.
Chi è Battistina? Una strega di appena dodici anni, capace di compiere prodigi e fatture e di convincere i rovi a fiorire, oppure una povera contadina ignorante, che conosce solo le virtù inebrianti delle erbe e delle piante di montagna? A chiederselo sono in tanti, in un remoto angolo dell’Italia del 1587. A inerpicarsi fino all’antichissima e oscura rocca di Triora, nell’entroterra ligure, sarà una spedizione organizzata dalla Repubblica di Genova, composta dal lucido e crudele Giulio Scribani, Commissario straordinario incaricato di debellare la stirpe delle streghe; da Juan Ferdinando Centurione, storpio e coltissimo, che con la sua logica sfiderà i vicari dell’Inquisizione; e dal giovane Niccolò, segretario e scrivano, che finirà per legarsi alla giovane strega nella vita come nella morte…

Remo Guerrini, nato a Genova nel 1948, è giornalista da quasi quarant’anni. È stato direttore di Epoca, Il Giorno, Focus, Primo Piano e dell’edizione italiana di Selezione dal Reader’s Digest. Attualmente dirige il mensile Meridiani. Nei primi anni Ottanta è stato, con Andrea Santini, il primo italiano a pubblicare spy-story nella collana Segretissimo di Mondadori. È autore di numerosi romanzi, racconti gialli, thriller e libri di fantascienza, diversi dei quali tradotti in Francia e Germania.

Romano De Marco
A casa del diavolo
timeCRIME – Collana Nero italiano
Pagg. 208 – €9.90

In libreria dal 3 gennaio 2013

“Un nuovo maestro del noir italiano capace di tenere in scacco le vostre paure.” Luca Crovi

Un thriller mozzafiato che esplora le contraddizioni e gli abissi dell’uomo, con La casa del diavolo Romano De Marco si conferma voce originale e tagliente del panorama noir italiano. Giulio Terenzi è un trentenne ambizioso e un impenitente seduttore: ma proprio quando ogni cosa sembra andare per il meglio, la sua promettente carriera di bancario viene stroncata dall’improvviso trasferimento a Castrognano, un borgo sperduto tra i monti dell’Abruzzo dove si ritrova a gestire, da solo, la piccola filiale della sua banca. L’impatto con il paese si presenta a dir poco scoraggiante. Il vecchio direttore della filiale, Rinaldi, muore in un misterioso incidente stradale subito dopo aver passato le consegne al giovane collega; esaminando i depositi e i conti correnti della filiale, Terenzi nota poi delle gravi anomalie che fanno pensare a una truffa architettata ai danni della baronessa De Santis, una ricchissima ottuagenaria che vive nel palazzo situato di fronte alla banca. Col passare del tempo, gli eventi misteriosi si moltiplicano: strani simboli appaiono all’ingresso di abitazioni i cui proprietari sono scomparsi nel nulla; un bambino inizia a seguirlo come un’ombra, mostrandogli disegni che rappresentano allucinate scene di morte; si vocifera di strani rituali celebrati nei boschi, cui Terenzi non può e non vuole dar credito.

Romano De Marco, classe 1965, è nato e vive a Ortona, in provincia di Chieti. Alla sua professione di chief security officer per un istituto di credito alterna l’attività di scrittore. Ha esordito nel 2009 nella collana Il Giallo Mondadori con il noir Ferro e fuoco – poi ripubblicato da Pendragon nel 2012. Nel 2010 un suo racconto è stato inserito nell’antologia digitale Natale in noir – accanto ai racconti, tra gli altri, di Sandrone Dazieri e Marco Vichi. Ha pubblicato inoltre il romanzo Milano a mano armata (Foschi, 2011) nella collana diretta da Eraldo Baldini. Dal 2011 è direttore artistico della rassegna Estate Letteraria che si svolge a Ortona.

:: Liberi di Scrivere Award terza edizione

18 dicembre 2012

A gennaio si terrà la terza edizione del Liberi di Scrivere Award. Ogni lettore del blog potrà segnalare i migliori libri, massimo tre,  letti nel 2012 (che siano stati anche pubblicati nel 2012)  per decretare alla fine il vincitore. Più che altro sarà l’occasione di segnalare libri interessanti e confrontarci sulle nostre letture. Quest’anno mi piacerebbe introdurre alcuni cambiamenti. Mi piacerebbe per esempio fare delle preselezioni, per stilare l’elenco dei candidati,  introdurre un piccolo commento associato al voto o mettere anche una menzione speciale per la migliore traduzione. Segnalate anche libri di piccoli editori, ebook, in formato da edicola, anche fumetti e graphic novel. Per le candidature c’è tempo fino al 31 dicembre.  Ah, diementicavo, il mio libro perferito 2012 fino ad oggi è: Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012). Grazie.

I candidati:

  • Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) Traduzione di Valeria Galassi
  • Pessime scuse per un massacro di Enrico Pandiani (Rizzoli, 2012)
  • Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby&Work, 2012)
  • Nero Criminale – Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012)
  • Roma per sempre di Marco Proietti Mancini (Edizioni della Sera, 2012)
  • Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (Mondadori, 2012) Traduzione di Beata della Frattina
  • Stoner – John E. Willimas (Fazi, 2012) Traduzione di Stefano Tummolini
  • Qualcosa di più dell’amore– Orlando Figes (Neri Pozza, 2012) Traduzione di Serena Prina
  • I falò dell’autunno– Irené Nèmirovsky (Adelphi, 2012) Traduzione di Laura Frausin Guarino
  • La stretta del lupo di Francesca Battistella (Scrittura & Scritture, 2012)
  • La puntualità del destino di Patrick Fogli (Piemme, 2012)
  • Alle radici del male  di Roberto Costantini (Marsilio, 2012)
  • Occhi viola di Fabio Mundadori (Ego edizioni, 2012)
  • Sherlock Holmes e la morte del Cardinale Tosca, di Luca Martinelli (UR Edizioni, 2012)
  • Chiunque io sia, di Biagio Proietti (Hobby&Work, 2012)
  • I Boschi dell’Odio, di Sara Bovolenta (Foschi, 2012)
  • Angel Heart di William Hjortsberg (Tre Editori, 2012) Traduzione di Anna Cascone
  • Più alto del mare – Francesca Melandri (Rizzoli, 2012)
  • Fai bei sogni – Massimo Gramellini (Longanesi, 2012)
  • Tre settimane a dicembre – di Audrey Schulman (EO, 2012) Traduzione di Nello Giugliano
  • Amnesia, Jean Christophe Grangé, (Garzanti, 2012) Traduzione di Doriana Comerlati
  • L’avvoltoio di Tom Franklin, (Piemme, 2012) Traduzione di Sebastiano Pezzani
  • La notte alle mie spalle, Giampaolo Simi, ( E/O, 2012)
  • Il prossimo sarai tu,  Gregg Hurwitz, (Giunti, 2012) Traduzione di Mauro Boncompagni e Luca Conti
  • Respiro corto, Massimo Carlotto, (Einaudi, 2012)
  • Il metodo del coccodrillo, Maurizio de Giovanni, (Mondadori, 2012)
  • The prestige – Christopher Priest  – (Miraviglia ed., 2012) Traduzione di Fabio Gamberini
  • Uccidere il padre – Amélie Nothonb ( Voland ed., 2012) Traduzione di Monica Capuani
  • Il circo della notte – di Erin Morgenstern – (Rizzoli, 2012) Traduzione di Marinella Magrì

:: I miei libri preferiti 2012 a cura di Giulietta Iannone

18 dicembre 2012

Le liste non sono poi così il male, questo è l’elenco che stilai a suo tempo nel 2012 con i miei libri preferiti letti in quell’anno, forse è ancora attuale e vi può servire da spulciare per recuperare qualche bel libro.

Rigorosamente in ordine sparso.

  1. Il giorno della locusta di Nathanael West (Mattioli1885, 2012)
  2. Cogan di George V. Higgins (Einaudi, 2012)
  3. Il ragazzo senza storia di Ross Macdonald (Polillo – collana I Mastini, 2012)
  4. Atto di morte di Joseph Hansen (Elliot, 2012)
  5. I lupi di Ray Banks (Collana Revolver – Ed. BD, 2012)
  6. Il museo dell’inferno di Derek Raymond
  7. Hollywood Detective di Loren D. Estleman
  8. Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby&Work, 2012)
  9. La borsa e la vita di Anders Bodelsen (Iperborea , 2012) Traduzione di Karen Tagliaferri
  10. I fuochi del nord di Derek Nikitas
  11. Pessime scuse per un massacro di Enrico Pandiani (Rizzoli 2012)
  12. Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico di Lorenzo Mazzoni
  13. Sinfonia di piombo di Victor Gischler
  14. Incidenze di Philippe Djian
  15. Stoner di John Williams
  16. L’impiccato di Russel D. McLean (Revolver, 2012)
  17. La società degli animali estinti di Jeffrey Moore (Isbn, 2012)
  18. Scomparso di Joseph Hansen (Elliot 2012)
  19. Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012)
  20. La fabbrica delle vespe di Iain Banks (Meridiano Zero, 2012)
  21. I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012)
  22. Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008)
  23. Viva la muerte! di André Héléna (Aisara, 2012)
  24. Mala Suerte di Marilù Oliva (Elliot Edizioni, 2012)
  25. La vicina di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2012)
  26. Assassini di Philippe Djian (Voland, 2012)
  27. Madreferro. Saga familiare minima di Laura Liberale (Perdisa, 2012)
  28. Nella carne di Sara Bilotti (Termidoro Edizioni, 2012)
  29. Quando chiama una sconosciuta di Margaret Millar (Polillo editore, 2012)
  30. Una notte di Natale a New York di Henry Kane (Polillo – I Mastini, 2012)
  31. Alle radici del male di Roberto Costantini (Marsilio, 2012)
  32. Nero criminale – I segreti di una città corrotta di Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012)
  33. Il guardiano dei morti di Giuseppe Merico (Perdisa, 2012)
  34. Esercizi sulla madre di Luigi Romolo Carrino (Perdisa, 2012)
  35. Cul-de-sac di Alberto Custerlina
  36. Il respiro del buio di Nicolai Lilin
  37. Respiro corto di Massimo Carlotto (Einaudi, 2012)

:: Segnalazioni Collana 99 diretta da Diego Bortolozzo a cura di Barbara de Carolis

18 dicembre 2012

imagesSegnaliamo tre ebook appartenenti alla Collana 99 curata da Diego Bortolozzo.
Tre storie brevi, scorci di vita che si consumano in poche pagine… in bilico tra reale e immaginario.

Il Ginepro di Daniela Barisone

Una stanza piena di spettri appare, in breve, ben più sicura della propria amabile famiglia. Visioni di morte e un’amara consapevolezza accompagnano la giovane protagonista riga dopo riga, trasmettendo un’incalzante inquietudine. In un mondo che potrebbe essere il nostro ma anche no, una casa cela segreti malsani riposti nel cuore di chi ormai conosce il proprio destino. Il finale non delude…

La Racchia di Fiorella Rigoni

Del corpo sgraziato di una bambina il mondo sceglie di percepire solo la sua disarmante bruttezza, una disarmonia che percuote i sensi, filtrando superficialmente tutto ciò che di buono vive in lei e lasciando il vuoto nell’animo di una creatura abbandonata a se stessa. La solitudine genera rancore e dal rancore non può che scaturire una dolce vendetta, da gustare al pari del dolore covato. Una spietata descrizione di come la società troppo spesso definisca dei canoni estetici al di là dei quali non resta più spazio per l’integrazione. Tuttavia, le vittime del giudizio appaiono in qualche modo esse stesse schiave di quell’idea di bellezza che le condanna  all’emarginazione, confermando, forse, il bisogno di appartenenza che un po’ tutti custodiscono e che confluisce in un unico e imprescindibile senso estetico.

Sussurri di Tanja Steel

La paura ha il suono di un sussurro o di una voce rubata alla follia. Un uomo, i suoi spettri e una rivelazione alla quale è impossibile sfuggire. Sussurri è una storia di morte e sangue, un percorso verso la presa di coscienza di poter essere ciò che nessuno vorrebbe mai. L’animo umano è debole e l’autrice sfrutta questo elemento per colpirlo e affondarlo.

Di seguito il link della Collana
http://www.diegobortolozzo.com/collana-99-sogno-edizioni/

:: Recensione di Cogan di George V. Higgins (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

17 dicembre 2012

cogan rStoria criminale, realistica e violenta, retta da un flusso interminabile di dialoghi e quasi totalmente priva di descrizioni di ambienti o personaggi, fatta eccezione forse per le scene della rapina alla bisca, del pestaggio di Trattman, o dell’arresto di Russell da parte della narcotici, Cogan (Cogan’s Trade, 1974) del procuratore distrettuale del Massachussetts prestato alla letteratura George V. Higgins, già autore del ben più celebre Gli amici di Eddy Coyle, tradotto per Einaudi da Cristiana Mennella a cui è toccato il difficilissimo e oserei dire improbo compito di rendere in italiano il linguaggio gergale della malavita bostoniana degli anni 70, è un romanzo narrato in terza persona, in cui si alternano le voci dei personaggi che di volta in volta accrescono il tessuto narrativo facendo cambiare prospettiva e profondità all’azione e dando vita ad un quadro di insieme sempre più focalizzato.
La trama scarna ed essenziale, infatti, la si ricostruisce estrapolando stralci di conversazione di gente che ama parlare o meglio sentirsi parlare, di piani da attuare per fare il colpo che darà una svolta alla vita, dei loro anni in carcere, delle loro donne, delle persone da pestare, delle malattie degli amici, intercalando parolacce continue che col tempo si trasformano da folklore gergale in impotenza e fallimento.
Jackie Cogan, personaggio che da il titolo al romanzo, è un vero duro, un gangster al servizio della mafia di Boston, decisamente più sveglio e intelligente della maggior parte dei delinquenti di mezza tacca che lo circondano. A lui toccherà il compito di riportare l’ordine “mafioso” in città quando tre balordi, avanzi di galera con il quoziente intellettivo di una gallina, Amato, Frankie e Russell, avranno la malaugurata idea di rapinare la bisca di Mark Trattman, sotto il controllo dei boss. In un mondo dove ognuno deve stare al suo posto, è inammissibile che qualcuno voglia infrangere le regole mettendosi contro al consolidato potere criminale che governa la città, gerarchicamente strutturato e da tutti i delinquenti accettato.
Jackie Cogan comunque ha i suoi metodi per far rispettare la legge del più forte e grazie ai suoi informatori ci mette ben poco ad individuare il terzetto, anche se prima ritiene saggio e giusto eliminare Trattman, per avere anni prima commissionato una finta rapina ad una sua propria bisca. Questa volta è pulito, non centra affatto ma dargli una lezione serve di esempio, di monito per tutti gli altri e permette all’ organizzazione di continuare i suoi traffici indisturbata.
Cogan frutto dell’esperienza diretta di Higgins, che ha avuto modo di conoscere bene il sottobosco criminale bostoniano grazie al suo lavoro di procuratore distrettuale, è un romanzo che unisce un’ iperrelaistica oggettività narrativa, quasi di stampo documentaristico, al suo contrario, ogni punto di vista è soggettivo e personale, ogni personaggio parla di sé, di come vede il mondo, di come percepisce i rapporti di forza, la sfortuna che si abbatte inesorabile e mai è percepita come stupidità, l’incapacità di svincolarsi dalle leggi del gruppo che sovrastano tutti come una cappa nera di fato omerico.
Higgins da narratore esterno, registra ogni dialogo, con freddezza quasi con distacco, senza esprimere pareri morali o critiche sociologiche, si limita a riportare le voci stonate quasi un sottofondo esasperato fatto solo di rumore, a volte denso di nonsense, dei piccoli delinquenti che si muovono sulla scena alle prese con la fatica del vivere, alle prese con la loro moralità, il loro senso di giustizia distorto, sicuramente strettamente correlato all’utilità e agli affari, ma tuttavia presente, (l’avvocato chiede a Cogan perché uccidere Trattman se questa volta non ha fatto niente), con la loro percezione del crimine e della violenza come ineluttabile necessità.
Anche Cogan, il sicario a cui Dillon subappalta il lavoro per motivi di salute, non ha una valenza epica o leggendaria, è solo uno che il suo lavoro lo sa fare meglio degli altri, uno che eredita e subentra al precedente uomo di fiducia dei boss e alla fine pretende di essere pagato di più.
Crime novel scevra di ogni sentimentalismo, dal ritmo asciutto, trova il suo punto di forza nella capacità di descrivere un mondo attraverso le voci dei personaggi, in dialoghi, certo immaginati, ma che riflettono, con aderente autenticità, la violenza, la meschinità, la pochezza, e la quotidianità di vite davvero vissute.
Senza il film, che ha come star Brad Pitt, probabilmente questo romanzo non avrebbe trovato mercato, almeno in Italia, ma consola pensare che sarà forse l’occasione di conoscere l’intera produzione di George V. Higgins, bene 27 romanzi e 2 raccolte di racconti oltre alla produzione non fiction, autore sottovalutato e oscuro, maestro addirittura di Elmore Leonard.

George V. Higgins (1939-1999), giornalista di nera poi procuratore distrettuale, ha scritto una trentina di romanzi e due raccolte di racconti. È entrato nella storia della letteratura poliziesca con il romanzo Gli amici di Eddie Coyle, da cui è stato tratto l’omonimo film di Peter Yates con Robert Mitchum. Da Cogan, originariamente pubblicato nel 1974 (e pubblicato da Einaudi Stile libero nel 2012) Andrew Dominick ha tratto l’omonimo film con Brad Pitt.

:: Le regole del formicaio, Salvo Barone, Todaro editore 2010 a cura di Viviana Filippini

16 dicembre 2012

le-regole-del-formicaio1“Hai mai osservato un formicaio? Può essere uno spettacolo molto istruttivo. Si accorgerebbe che il punto di osservazione da tenere è quello generale. Capirne il funzionamento, le azioni e le strategie, senza perdersi nel dettaglio. Certamente esiste un ordine ben preciso nei movimenti delle singole formiche sul piccolo territorio che occupano (…) La forza dell’azione sociale di quella comunità sta nella capacità operativa della sintesi, la capacità di imporsi a tutte le formichine presenti sul territorio. Per una fine dei utilità comune. Ciò che lei chiama Legge, o magari Governo, altro non è che una sovrastruttura successiva.”

Sarà anche stato scritto nel 2010, ma Le regole del formicaio, primo romanzo di Salvo Barone e prima avventura del commissario sardo Efisio Sorigu è molto attuale. Perché? Per il semplice fatto che dalla trama emerge una situazione socio-politica italiana molto somigliante a quella che sta scuotendo la nostra penisola in questo periodo. Nel giallo nostrano di Barone ci sono alcune  tematiche che anche oggi, in questo finire del 2012, sono a tutti noi note: dal clima di tensione preelettorale, passando alla necessità dei cittadini di avere un’adeguata sicurezza sociale e quotidiana per arrivare all’elevato potere di manipolazione che i media e chi detiene il potere esercitano nei confronti delle masse. Queste sono le fondamenta sulle quali prende forma la storia de Le regole del formicaio. Il commissario Efisio Sorigu è appena arrivato a Milano e la sua compattezza emotiva è da subito messa sotto pressione da una serie di drammatici eventi che lo porteranno a sviluppare la prima indagine nella città della Madoninna. Un giorno, mentre Sorigu aspetta il treno della metropolitana, un uomo incrocia il suo sguardo e poi si getta sulle rotaie finendo sotto il treno in arrivo ed è lo scempio. Sorigu è il testimone di una morte improvvisa attorno alla quale in contemporanea scoppieranno altri tafferugli, come dei comizi di protesta popolare e delle violente rapine. Un caso? Sorigu all’inizio crede di sì, ma quando nei giorni seguenti si susseguono in serie vari eventi che hanno la stessa dinamica alla quale lui ha assistito, il commissario comincia a credere che nulla di quello che gli accade nell’articolato capoluogo lombardo sia il frutto del caso. Le regole del formicaio è il romanzo d’esordio del siciliano Salvo Barone che grazie ad un linguaggio curato e fluido trascina da subito il lettore dentro all’indagine del commissario sardo, facendoglielo conoscere sia dal lato lavorativo, che da quello umano. Sorigu indaga, raccoglie informazioni e prove in una Milano dominata dal caos e dalla frenesia, arrivando ad intuire una verità sconcertante che purtroppo il protagonista non riuscirà a far accettare alle altre persone coinvolte nella risoluzione del caso, perché troppo impegnati a perseguire i loro scopi e interessi per accorgersi di quello che accade attorno. Efisio Sorigu è l’isolano trapiantato al Nord dove la sua dedizione così profonda e diligente nel lavoro lascia basiti i colleghi. La voglia di verità desiderata dall’ispettore di polizia lo spingerà a prendere coscienza dell’esistenza del marcio nella società dove vive, ma il suo essere atipico e diverso dai collaboratori e dalle persone che incontra nella vita (l’amico bancario La Duca e la fidanzata Carlotta) non gli renderanno facile l’esistenza, tanto è vero che ad un certo punto con amara consapevolezza anche l’eroico commissario creato da Barone subirà, come gli altri suoi simili, le regole del sistema. Oltre ai drammi personali delle vittime, la narrazione ha in sé delle tematiche collettive molto importanti che portano chi legge a rendersi conto di quanto questo libro rispecchi il mondo contemporaneo. Finita la lettura de Le regole del formicaio ho avuto l’impressione che la Storia sia una grande ruota che gira. Un sorta di trottola  in movimento continuo formata da elementi che si manifestano in maniera più e meno simile, ripentendosi nel corso degli eventi. E poi forse è vero, tutti noi siamo un po’ formichine, tanto impegnati a svolgere il nostro lavoro e a farlo con così tanta attenzione, da non accorgerci realmente di quello che ci accade attorno e di chi – citando l’attore Martin Landau nei panni di Bela Lugosi nel film Ed Wood di Tim Burton- muove i nostri fili.

Salvo Barone è nato a Palermo nel 1956. Bancario, ha vissuto in Sardegna per una decina d’anni e da altri dieci risiede a Como. Laureato in Scienza Politiche con una tesi sui Mezzi di comunicazione di massa, è sposato e ha due figli.Ha tanti difetti, a cominciare dalle tibie martoriate e inappellabilmente storte. Eppure lui è convinto che questa sia una qualità, se è vero che per camminare dritto, nella vita, è anche importante saper deviare. Tra i suoi desideri irrealizzabili, possedere la vena umoristica di Petros Markaris, quella lirica di Leonard Cohen, e la timbrica di Tom Waits. Vivere nell’antica Atene di Margaret Doddy e soprattutto fare ritornare in vita Falcone e Borsellino. Se poi il Palermo vincesse lo scudetto, sarebbe un trionfo. Oltre a Le regole del formicaio sempre per Todaro ha pubblicato nel 2012 Una giustizia più sopportabile.

:: Recensione di Il ragazzo senza storia di Ross Macdonald (Polillo Editore – collana I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

15 dicembre 2012

Il ragazzo senzaIl ragazzo senza storia (The Galton Case, 1959) di Ross Macdonald, traduzione di Giovanni Viganò, è l’ ottavo libro della serie dedicata all’investigatore privato Lew Archer, personaggio che compare in altri diciassette romanzi e nella raccolta di racconti Il mio nome è Archer (The Name is Archer, 1955) pubblicata nel 1978 nella collana Oscar del Giallo Mondadori con il numero 29 e tradotta da Lia Volpatti.
L’investigatore privato Lew Archer viene assunto dall’ avvocato Gordon Sable per mettersi alla ricerca di Anthony Galton, l’erede di una grande fortuna ancora nelle mani della madre Maria Galton, una vecchia signora un po’ eccentrica tormentata dai sensi di colpa per aver scacciato il figlio tanti anni prima per avere sposato una donna di bassa estrazione, giudicata un’ arrampicatrice, dalla quale aspettava un figlio. Prima di morire la donna vuole fare pace con il suo passato così proprio lei incarica il suo avvocato Gordon Sable di assumere Archer, ostinatamente convinta che il figlio sia ancora vivo.
Archer pur convinto che sia un caso senza speranza e che dopo tutti quegli anni Galton sia probabilmente morto o nella migliore delle ipotesi non voglia farsi trovare, accetta e interrogando Cassie Hildreth, una lontana parente e dama di compagnia dell’anziana signora Galton, un tempo innamorata di Anthony Galton, scopre delle tracce che lo conducono a San Francisco dove l’uomo viveva con la moglie e il figlio a Luna Bay. Qui ad attenderlo un mucchio di ossa di uno scheletro decapitato e un ragazzo che afferma di essere il figlio di Anthony Galton.
La somiglianza straordinaria con Galton padre, la testimonianza del medico che l’ha fatto nascere, il certificato di nascita, tutto conferma che il ragazzo sia davvero il nipote ed erede di Maria Galton, ma se fosse un impostore? se ci fossero implicati nel raggiro degli autentici criminali? questi sono i dubbi che assillano Archer quando consegna il ragazzo alla vecchia signora, che lo accoglie con grande calore pronta a cambiare il testamento in suo favore.
Così quando il Dr. August Howell, medico di famiglia di casa Galton e curatore testamentario del patrimonio, vedendo la figlia Sheila infatuata del ragazzo, e giudicandolo senza dubbio un impostore, gli propone di smascherarlo Archer accetta e prosegue le indagini che lo porteranno ad accorgersi di essersi sbagliato, che la verità è ben più assurda e contorta di qualsiasi ipotesi formulata dalla sua intuizione investigativa.
Considerato da Macdonald stesso il suo romanzo migliore, Il ragazzo senza storia, gìà pubblicato in Italia nel 1960 con il titolo A un passo dalla sedia nella collana Il Giallo Mondadori con il numero 581, è senza dubbio uno dei grandi capolavori della letteratura hardboiled, che trae ispirazione da Sofocle, come lo stesso autore afferma e alcuni critici hanno rilevato, vedendo la tragedia di Edipo come nucleo centrale di molte sue opere. Anche in Il ragazzo senza storia troviamo un ragazzo alla ricerca della propria identità e coinvolto, non del tutto innocente, in una storia in cui il passato sembra deciso a non restare sepolto per sempre, e gli atti, i crimini commessi anche parecchio tempo prima si ripercuotono sul presente.
A mio avviso non solo Sofocle ha influenzato Macdonald ma anche Shakespeare, soprattutto se consideriamo i parallelismi tra l’Amleto e questo romanzo in cui la componente psicologica determina un gioco di specchi e un ribaltamento dei ruoli dove quasi nessuno è chi si crede che sia, per lo meno non solo il presunto impostore John Brown / Theo Fredericks, ma anche l’avvocato Sable e sua moglie Alice, o l’ex-moglie di Peter Culligan, il cameriere dalla faccia patibolare di Sable, trovato ucciso quasi all’inizio del romanzo e la cui morte si collega strettamente con la vicenda principale.
La complessità della trama non deve spaventare perché la storia fluisce del tutto logicamente, non essendo intenzione dell’autore ingannare il lettore, ma semplicemente dimostrare che spesso i personaggi apparentemente innocui nascondono un volto oscuro ben peggiore dei delinquenti dichiarati, come possono essere i fratelli Roy e Tommy Lemberg.
Una curiosità, il romanzo diventerà presto un film, avendone la Warner Bross acquistato i diritti cinematografici  e avendone affidato la sceneggiatura a Peter Landesman. Dopo Detective’s Story (Harper del 1966) e Detective Harper: acqua alla gola (The Drowning Pool del 1975) in cui un spiegazzato e ironico Paul Newman portò Lew Archer per la prima volta sullo schermo, avremo così modo di vedere ricostruita la California dei tardi anni 50. Spero che la regia l’affidino a Curtis Hanson, con LA Confidential fece un buon servizio al romanzo di James Ellroy.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Oltre a The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., i suoi romanzi più celebri sono The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre – I Mastini n. 4), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.