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:: Recensione di Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson, Lyndall Gordon, (Fazi editore, 2012) a cura di Viviana Filippini

12 gennaio 2013

emilyHo sempre sentito parlare di Emily Dickinson. Ho visto qualche volta il suo volto nei libri di letteratura, ma di questa poetessa, considerata una dei maggiori lirici del XIX secolo, non ho mai letto nulla. Di lei ne ho sempre sentito dire come di una figura femminile depressa, reclusa dal mondo e infelice. Poi, come una luce nel buio- e meno male –  è arrivato Come un fucile carico. La vita di Emily Dickinson di Lyndall Gordon. Il volume edito dalla Fazi è un’intensa biografia dedicata alla poetessa americana e al mondo nel quale visse. Il lavoro della Gordon avvicina noi lettori alla poesia e al senso intimo dei versi di Emily. I suoi componimenti poetici sono formati da un linguaggio semplice, essenziale che non si perde in inutili fronzoli, perché nella purezza delle parole scelte la poetessa americana metteva il ribollire magmatico delle sue emozioni. Da un lato, Lyndall Gordon ci racconta la storia di una figura femminile sensibile e innovativa nel suo modo agire e pensare, un carattere umano che trovò nella poesia lo strumento più adeguato per esprimere il suo profondo sentire. Dall’altro lato, l’autrice ci accompagna nell’universo privato di Amherst, dentro agli Evergreens, per scoprire gli intricati legami di parentela, amicizia e conoscenza tra Emily e gli altri abitanti della tenuta. C’è l’intenso rapporto di Emily con il fratello Austin, accanto ad esso si sviluppa l’intima – per qualcuno anche troppo-  relazione di amicizia e confidenza con Susan, moglie di Austin, cognata della poetessa e destinataria di alcune poesie composte da Emily stessa. E che dire di Mabel Todd, una donna colta che irrompendo nella famiglia Dickinson provocherà una irreparabile crisi  tra Austin e Susan – nota anche come Sue- e seminerà zizzania tra i vari membri di casa Dickinson. Proprio Mrs Todd (ossessionata dalla clan Dickinson e dalla poetessa) riuscirà grazie al sostegno di Lavinia – l’altra sorella di Emily – a dare il via nel 1890 alla pubblicazione delle poesie della scrittrice, mettendo in circolazione interpretazioni poetiche e fatti relativi al vissuto della autrice di Amherst non del tutto corrispondenti al vero. Ciò che colpisce di Come un fucile carico è il tramandarsi nel tempo delle lotte per i diritti di pubblicazione e di possesso dell’ immensa produzione di Emily (circa 2000 poesie alle quali vanno aggiunte le lettere e i frammenti in prosa). Una vera guerra legale-editoriale che si trasmetterà di generazione in generazione, fino agli anni ’50 del XX secolo. Eventi e false dicerie architettate con una cinica furbizia, che alimentarono l’immagine di una Emily passiva, sconfitta in amore ed esclusa dal mondo. Questa nuova e ricca biografia di Lyndall Gordon riscatta Emily. Il libro è il frutto di un accurato lavoro di ricerca e indagine compiuti per fare un po’ di chiarezza e sfatare i falsi miti lasciati in eredità dalla storia. Le pagine di Come un fucile carico scorrono via veloci facendo entrare chi legge nelle intricate e continue faide tra i parenti e le persone vicine ad Emily, assumendo in questa maniera la natura di un vero romanzo giallo.  Inoltre, queste parole biografiche ci permettono di avere informazioni utili sul materiale affettivo e umano dal quale presero vita le tante poesie di Emily. Saranno anche 531 pagine, ma la lettura è così fluida e avvincente da renderci partecipi dei sentimenti che ribollivano come lava incandescente nell’animo di Emily Dickinson e che hanno riempito la sua vita di emozioni così intense da renderla simile ad un fucile carico. Prefazione di Nadia Fusini. Traduzione di Marilena Renda.

Lyndall Gordon è originaria di città del Capo. Ha studiato Storia e Letteratura Inglese nella sua città natale e Letteratura Americana del XIX secolo alla Columbia University di New York. Oggi insegna Letteratura Inglese ad Oxford. È autrice di importanti biografie letterarie amata da pubblico e critica, tra le quali si ricordano quella dedicata a Virginia Woolf (Virginia Woolf: A Wrtier’s Life) e Charlotte Brönte (Charlotte Bronte:A Passionate Life) vincitrici di premi letterari. Da ricordare anche nel 1999 la pubblicazione dedicata a T.S. Eliot dal titolo T.S. Eliot, An imperfect Life, scritta dopo aver raccolto e ricercato materiale per venti anni. Per conoscere meglio Lyndall Gordon e la sua produzione http://www.lyndallgordon.net.

:: Segnalazione di Limonov di Emmanuel Carrère (Adelphi, 2012)

11 gennaio 2013

limonovLimonov, Emmanuel Carrère
Traduzione di Francesco Bergamasco

Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell’immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» si legge nelle prime pagine di questo libro. E se Carrère ha deciso di scriverlo è perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale». La vita di Eduard Limonov, però, è innanzitutto un romanzo di avventure: al tempo stesso avvincente, nero, scandaloso, scapigliato, amaro, sorprendente, e irresistibile. Perché Carrère riesce a fare di lui un personaggio a volte commovente, a volte ripugnante – a volte perfino accattivante. Ma mai, assolutamente mai, mediocre. Che si trascini gonfio di alcol sui marciapiedi di New York dopo essere stato piantato dall’amatissima moglie o si lasci invischiare nei più grotteschi salotti parigini, che vada ad arruolarsi nelle milizie filoserbe o approfitti della reclusione in un campo di lavoro per temprare il «duro metallo di cui è fatta la sua anima», Limonov vive ciascuna di queste esperienze fino in fondo, senza mai chiudere gli occhi, con una temerarietà e una pervicacia che suscitano rispetto. Ed è senza mai chiudere gli occhi che Emmanuel Carrère attraversa questa esistenza oltraggiosa, e vi si immerge e vi si rispecchia come solo può fare chi, come lui, ha vissuto una vita che ha qualcosa di un «romanzo russo».

Emmanuel Carrère è nato il 9 dicembre del 1957 a Parigi e si è diplomato all’Istituto di Studi Politici di Parigi. È il figlio di Louis Carrère e della sovietologa e accademica Hélène Carrère d’Encausse, e fratello di Nathalie Carrère e Marina Carrère d’Encausse. I suoi esordi sono stati nella critica cineatografica, per Positif e Télérama. Il suo primo libro, Werner Herzog, è stato pubblicato nel 1982. Il suo esordio come romanziere risale al 1983: è L’amico del giaguaro, pubblicato da Flammarion. Il successivo, invece, è stato pubblicato da POL, editore con il quale da allora non ha più interrotto i rapporti. Sceneggiatore e regista, nel 2005 ha tratto un film da un suo romanzo degli anni ottanta, Baffi. Nel 2011 la sua opera biografica Limonov ha ottenuto il Prix Renaudot.

:: Segnalazione di Il sospetto di Chris Pavone (Piemme, 2013)

8 gennaio 2013

566-2238-6 fascettaIl sospetto – Chris Pavone
Traduzione di Alfredo Colitto
Piemme, 2013

I segreti sono sempre stati la specialità di Kate. Il suo mestiere. Ma ormai sono diventati un carico troppo ingombrante, un peso ingestibile. E così, quando suo marito Dexter le annuncia di avere accettato un impiego in Lussemburgo, Kate decide di dare le dimissioni e trasferirsi insieme a lui e ai figli in un altro continente. È convinta di potersi lasciare il passato alle spalle, di non dover più nascondere a nessuno – marito compreso – la verità sul suo lavoro, fatto di missioni in America Latina, false identità, messaggi in codice. Ed esecuzioni a sangue freddo. Nella vecchia Europa, le giornate trascorrono tranquille e un po’ monotone, tra incombenze da casalinga a tempo pieno e pause caffè con ricche espatriate. Intanto, Dexter brilla per la sua assenza, assorbito in quel progetto che avrebbe dovuto essere poco impegnativo, per un cliente che a Kate non è dato conoscere. E mentre lui è sempre più distante ed evasivo, nella loro vita entra un’altra coppia di americani: molto affascinanti e molto espansivi. Troppo espansivi, forse, per essere sinceri. Lentamente, il dubbio s’insinua nella mente di Kate. Il dubbio che il passato sia tornato a cercarla. O che si tratti addirittura del passato di Dexter: l’uomo che lei aveva ritenuto al di sopra di ogni sospetto e che ora sembra invece avvolto da un misterioso cono d’ombra. Kate, che si credeva maestra indiscussa del doppio gioco, si rende conto che qualcuno la sta sfidando nel suo territorio.

Leggi un capitolo gratis

Chris Pavone, cresciuto a Brooklyn, si è laureato alla Cornell University e ha lavorato per quasi vent’anni come ghostwriter e come editor. Insieme alla sua famiglia, è tornato recentemente a vivere a New York, dopo un breve periodo trascorso nella Città di Lussemburgo. È proprio nei caffè della piccola capitale europea che ha iniziato a scrivere Il sospetto, il suo primo romanzo: bestseller negli Stati Uniti, è ora in corso di pubblicazione in molti altri paesi.

:: Segnalazione di L’angelo Esmeralda di Don DeLillo (Einaudi, 2013)

8 gennaio 2013

deLilloDon DeLillo – L’angelo Esmeralda
Traduzione di Federica Aceto
Einaudi, 2013

Dopo quindici romanzi, Don DeLillo raccoglie in un unico, prezioso volume tutti i racconti scritti negli ultimi trent’anni. Nove gemme che indagano i temi a lui piú cari, con una prosa impeccabile e la capacità inconfondibile di leggere in anticipo i cambiamenti piú inquietanti della nostra società.
Nel racconto che dà il nome alla raccolta due suore fanno volontariato lungo le strade di una New York degradata e senza speranza, in cui i bambini vivono soli e muoiono prima di diventare adulti. Quando su un muro, dipinto da alcuni writer in omaggio ai bambini scomparsi, appare il volto di Esmeralda, una ragazzina violentata e uccisa, decine di persone accorrono per assistere a quello che pare essere un vero e proprio miracolo.
Con una prosa sobria e inconfondibile – come i rettangoli di colore di Rothko o gli schizzi di Pollock – i racconti di DeLillo spaziano nelle ambientazioni e nei personaggi (dal «suo» Bronx allo spazio siderale in cui orbitano due astronauti, dalla Grecia ai Caraibi), ma toccano tutte le tematiche che, nel corso degli anni, hanno acquisito l’inconfondibile gusto «delilliano»: il nostro desiderio di violenza, l’attrazione per i disastri, il potere del linguaggio di ridefinire il mondo e il cuore degli uomini. Nove pezzi brevi e magistrali che confermano DeLillo come il maestro dell’oggi.

Recensione di Martin Amis su The New Yorker

Don DeLillo è nato nel 1936 nel Bronx da una famiglia di origine italiana. Nella sua lunga carriera ha vinto il National Book Award, il PEN/Faulkner Award e il Jerusalem Prize ed è considerato il grande maestro della narrativa postmoderna americana. Presso Einaudi ha pubblicato: Underworld, Libra, Body Art, Valparaiso, Cosmopolis, Mao II, La stanza bianca, Giocatori, Running Dog, Rumore bianco, Love-Lies-Bleeding, I nomi, L’uomo che cade, Americana, Contrappunto, Great Jones Street, Punto omega, La stella di Ratner.

:: Recensione di Il libro dei sussurri, Varujan Vosganian, (Keller editore, 2011) a cura di Viviana Filippini

7 gennaio 2013

sussurriLa memoria è fondamentale. L’atto del ricordare gli eventi del tempo trascorso è un’importante azione per non dimenticare chi ha vissuto, lottato e agito. La memoria e il tramandarla ai posteri è l’essenza de Il libro dei sussurri di Varujan Vosganian, una vera  e propria perla letteraria del catalogo dell’editore indipendente Keller di Rovereto. Vosganian è uno scrittore dalle attività molteplici e oltre a quella di politico, economista e docente universitario è anche autore di vari libri. Il libro dei sussurri  è un romanzo intimo che restituisce al lettore la vita degli armeni nella Romania negli anni ’50, ma allo stesso tempo ci conduce in un salto temporale a ritroso nel tempo, grazie ai ricordi d’ infanzia trasmessi all’autore dal nonno Garabet attraverso  i tanti racconti di vita sussurrati. Il lavoro di Vosganian è una storia ricca di fatti e persone all’interno del quale si mescolano l’esistenza di un io singolo e della sua famiglia e quella di un popolo – gli armeni – vittime di una diaspora e del tremendo genocidio che li travolse nel 1915. La storia nasce nelle viuzze della piccola città rumena di Foçsani quando lo sguardo innocente di un bambino – Varujan Vosganian – osserva il mondo attorno a sé respirandone gli aromi, guardandone i colori, ascoltandone i suoni e le parole delle tante persone che frequentavano la sua casa. Senza ombra di dubbio un ruolo fondamentale nella narrazione sussurrata oltre a quello dell’autore – il cui sguardo si evolve e cresce con lo svilupparsi temporale degli anni narrati – è quello di nonno Garabet e degli anziani che con lui parlano del mondo di ieri e di oggi (nel quale i protagonisti vissero), nascosti dentro ad una cripta per potersi scambiare liberamente le proprie opinioni e giudizi sulla società dove abitavano e sul mondo a loro contemporaneo. Pareri detti sottovoce, lontano da occhi indiscreti per il timore delle conseguenze derivanti da essi. Il libro dei sussurri è la storia di una famiglia e allo stesso tempo quella di un popolo- gli armeni- alla ricerca dell’autonomia e della libertà. Una popolazione purtroppo finita vittima di raggiri e intrighi sociali, economici e politici  derivanti da alleanze che promettevano la libertà, ma che poi non la concessero mai (vedi per esempio le conseguenze dei legami con i regime bolscevico prima e nazista poi). Le voci, le storie, i personaggi dei quali Vosganian ci narra sono un vero e proprio viaggio nella Storia e nelle umili e quotidiane esistenze vissute dei tanti uomini che oltre a fare la grande storia la subirono. Nel corposo volume dell’autore di origine armena si alternano donne, contadini, commercianti, militari, generali, tutti uniti nella ricerca fervente della libertà e dell’adeguato vivere. Il libro dei sussurri è un romanzo corale e sussurrato a noi con delicatezza da Vosganian, nel quale il passato rivive con la sua umanità eroica e sconfitta (il capitolo VIII fa un elenco tragico di alcune delle vittime del brutale genocidio armeno) facendo compiere al lettore un viaggio nella sfera spirituale e pubblica di una famiglia e di un popolo che hanno vissuto, agito e sofferto in nome della libertà e della desiderata indipendendenza. Traduzione di Anita Natascia Bernacchia.

Varujan Vosganian è nato nel 1958 a Craiova da una famiglia di origine armena emigrata in Romania dall’antico Impero ottomano dopo il genocidio contro gli armeni del 1915. Personalità complessa, Vosganian è scrittore, politico, economista, matematico, professore universitario. È stato Ministro dell’Economia e delle Finanze, è presidente dell’Unione degli Armeni di Romania e primo vicepresidente dell’Unione degli Scrittori di Romania. Tra il 2006 e il 2008 è stato Ministro dell’Economia e del Commercio e, attualmente, è membro del Parlamento come senatore. Tra le sue opere si annoverano tre volumi di poesia Lo sciamano blu (1994), Il bianco occhio della regina (2001), Gesù dalle mille braccia (2004) e la raccolta di racconti La statua del Comandante (1994) che ha ricevuto il Premio dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest. Il romanzo Il libro dei sussurri, in fase di traduzione in numerose lingue, lo ha consacrato come scrittore sia per il successo di critica e vendite in libreria sia per l’interesse suscitato sul piano internazionale. Numerosi sono i riconoscimenti concessi al romanzo e all’autore tra cui il Premio Libro dell’anno (2009) della rivista «România literară», il Premio “Mihail Sadoveanu” per la prosa della rivista «Viaţa Românească» (2009), il Premio per la prosa e il Premio dei lettori della rivista «Observatorul Cultural» (2009), il Premio della rivista «Convorbiri literare» (2010), il Premio BestSeller della Fiera del Libro “Librex” di Iași (2010) e il Premio per la prosa della rivista spagnola «Niram Art» (2010).

:: Recensione di A casa del diavolo di Romano De Marco (Nero italiano – TimeCrime, 2013) a cura di Stefano Di Marino

7 gennaio 2013

CopCasaDiavoloÈ sempre un piacere scovare il libro di un amico e collega che si cimenta in un genere differente da quello che gli ha portato fortuna. Romano De Marco lo conosco sin da Ferro e Fuoco, esordio al calor bianco seguito poi da Milano a mano armata, entrambi ben inseriti  in quel filone hard-boiled italiano che in un’altra epoca, se  ancora esistesse il cinema di genere nel nostro paese, avrebbero trovato, chissà…, una trasposizione cinematografica. Forse non con Maurizio Merli che poi è il viso che viene subito in mente quando si leggono i primi capitoli ma con qualche attore più giovane e adatto al ruolo ai giorni nostri.  A casa del Diavolo si preannuncia sin dalla suggestiva cover come un passo in una differente direzione. L’influenza del cinema popolare italiano è evidente, e conferma la mia intuizione già più volte espressa, che i migliori narratori d’intrattenimento di questi anni, abbiano nella memoria il nostro cinema più che la narrativa. Restava, però, un piccolo dubbio, giustificato proprio dal mutamento di atmosfere e ritmo. Il ‘thrilling’ italiano, o forse quel gotico che sicuramente ha radici nell’opera di Pupi Avati quando (letterariamente) negli scritti di Eraldo Baldini, rifugge da sganassoni e sparatorie, inseguimenti in auto e battute a effetto simili al western. Si cammina su una lastra di ghiaccio più sottile. Ce l’avrebbe fatta Romano a mantenere le promesse’ A casa del diavolo mi ha preso, e molto anche tanto che, una volta cominciato l’ho terminato in poco tempo. Una prima osservazione. Questa volta Guido Terenzi, il protagonista, eh be’, me lo son visto proprio con il viso del suo autore. Scanzonato e simpatico, seduttore e ‘filone’ quanto basta per caratterizzare un personaggio vero, insolito, lontano dai duri del poliziottesco. Perché il thrilling  richiede un personaggio forte nel carattere ma, per sua natura, non abituato alla violenza. Il protagonista dei precedenti romanzi di Romano avrebbe trasformato una vicenda d’atmosfera in un paesino d’Abruzzo dove un giovane direttore di banca viene trasferito per scontare scappatelle di letto in una sorta di  ‘Lo straniero senza nome’. Non ci voleva un cavaliere pallido ma un uomo normale, con debolezze e fragilità, intimamente buono altrimenti non si preoccuperebbe così di Albino, l’inquietante bimbetto che disegna immagini sataniche, unico infante di un posto isolato e deprimente. Il romanzo si avvale di una trama gialla con meccanismi che lascio valutare al lettore. Recensire un libro è difficile, soprattutto se la trama riserva delle soprese. Non spoileriamo e lasciamo a chi legge il gusto di seguire la vicenda. Piuttosto mi soffermo sulla capacità di creare nel nostro territorio un microcosmo isolato, angosciante. Riecheggia di antiche leggende, di oscenità consumate dietro una verniciatura di normalità il paese dove  Giulio viene mandato  ‘in castigo’. Di chi può fidarsi? Se l’appassionato di gialli magari la sa lunga e vede lontano il racconto non è mai banale, disseminato di indizi e false piste, domande e sentimenti. Perché, non dimentichiamolo, Giulio Terenzi si definisce come uomo anche per le sue umanissime pulsioni e con il lettore l’identificazione scatta proprio nei suoi rapporti con le donne. La collega MILF, la fidanzata alla moda, il nuovo amore che, ‘malgrado l’accento’, lo coinvolge. Ma non sono decamerotiche avventure le sue. Quei segni rossi sulle porte dei vecchi scomparsi, quelle tendine che si muovono suggerendo occhi da spia dietro magioni avite e pure le precise e ottimamente raccontate manovre bancarie costituiscono tasselli di un unico mosaico. Un bel thrilling di quelli che davvero meriterebbero una versione filmata. Scritto con disinvoltura ,capacità di raccontare senza perdersi ma con la puntuale capacità di caratterizzare protagonisti e comprimari finalizzandoli al racconto.

A CASA DEL DIAVOLO- Romano De Marco-nero italianoTimecrime-218pp-9,90euro

:: Segnalazione di La deriva dei continenti di Russell Banks (Einaudi, 2012)

7 gennaio 2013

978880617877GRA«Arriverai in America, certo, e magari, proprio come me, otterrai ciò che vuoi. Qualsiasi cosa sia. Ma, se ancora non l’hai fatto, dovrai cedere qualcosa in cambio… Nulla è gratis nella terra della libertà».

Russell Banks, La deriva dei continenti

Traduzione di Paola Brusasco

Bob Dubois si guadagna da vivere riparando bruciatori a nafta. Sposato con due figli, si trascina a fatica in un’esistenza affannosa e grigia come i cieli nevosi del suo New Hampshire. Vanise Dorsinville fugge con il figlio neonato e un nipote da Haiti, dove la povertà e il terrore regnano sovrani, per cercare fortuna nella terra dei sogni. Per entrambi, la Florida dei nuovi ricchi, tra sole, spiagge e piscine, ha il profumo di un cambiamento e di un benessere che, tutto d’un tratto, sembrano a portata di mano. Banks ne segue le storie parallele e l’incontro, esplorando attraverso i loro occhi e le loro voci il retaggio di ingiustizie, illusioni e violenza che, fuori dal mito e dai falsi miraggi, accompagna ogni tappa del sogno americano.

Pochi scrittori hanno saputo fissare uno sguardo cosí umano e lucido sulle vite di chi non ce la fa. Uomini e donne incagliati alla deriva dello scintillante e spietato sogno americano. Che vivono ai margini di tutto, selvatici e inaddomesticabili, mossi solo dalla pura forza biologica di sopravvivere. In questa storia di immigrazione e miseria, di speranze e sogni, si muovono come piccoli continenti alla deriva, si incontrano e si respingono, accompagnati dallo stile sapiente, secco e carico di sofferta pietas, di un maestro del romanzo contemporaneo.

«Nelle prime pagine di La deriva dei continenti, Russell Banks paragona le migrazioni dell’umanità e quelle degli elementi: maree, venti, intere masse che compiono il loro giro del pianeta, seguendo una traiettoria prestabilita. Una delle ragioni della bellezza abbagliante di questo libro sta nella perfetta combinazione tra una prospettiva cosí aerea e disincarnata e la capacità di esplorare le vite dei personaggi nella loro concretezza». James Marcus, «The Nation»

Russell Banks è universalmente considerato uno dei piú grandi narratori americani degli ultimi trent’anni. Delle sue opere, spesso tradotte per il cinema, Einaudi ha pubblicato i romanzi Tormenta, Il dolce domani e La legge di Bone, e per Stile Libero è uscita l’antologia di racconti L’angelo sul tetto. La Dalai Editore ha pubblicato La memoria perduta della pelle. Con La deriva dei continenti, Banks è stato finalista al Pulitzer e ha ottenuto il Dos Passos Prize per il miglior romanzo.

:: Recensione di La mano destra del diavolo di Dennis McShade (Voland, 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 gennaio 2013

La mano destra del diavolo di Dennis McShadeLa mano destra del diavolo (Mão Direita do Diabo, 1967), Requiem Para D.Quixote e Mulher e Arma com Guitarra Espanhola compongono una trilogia crime che a prescindere dalle indubbie qualità letterarie è interessante soprattutto per le modalità con cui fu scritta. L’autore, Dinis Machado, giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale, e caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin”, per poter pubblicare questi tre libri, scritti su commissione mentre lavorava per la casa editrice Ibis curando la collana Rififi che traduceva autori stranieri, dovette adottare lo pseudonimo di Dennis McShade fingendo che le opere fossero state scritte e ambientate nella scandalosa e immorale America e semplicemente tradotte in Portogallo, tutto per poter sfuggire alle implacabili maglie della censura in atto durante la dittatura di Salazar. Il poliziesco, il noir con il suo potere destabilizzante che scaturisce dal raccontare i lati oscuri di una società che si vorrebbe luminosa, ottimistica e senza macchia, e invece nasconde ogni sorta di crimini, vendette, corruzioni, ingiustizie e contraddizioni, è stato sempre visto dalle dittature come un pericolo, una vera e propria aperta minaccia all’ordine costituito ed è interessante notare come la lotta, l’opposizione civile abbia assunto vie ingegnose e ricche di espedienti per manifestarsi. In questa dimensione La mano destra del diavolo è un’ opera politica, un atto di denuncia contro la dittatura europea più lunga del Novecento, che durò dal luglio del 1932 al settembre del 1968 e merita per questo un’analisi più scrupolosa e attenta ai rimandi e ai sottintesi. La mano destra del diavolo è un libro solo apparentemente semplice e lineare. L’apparente struttura narrativa mutuata dall’hardboiled americano oltre a servire da maschera per le ragioni già espresse, ovvero per puro mimetismo dettato dalla necessità, si presta a una trasfigurazione del genere contaminandolo con una ridda di influenze letterarie nobili, dai monologhi esistenziali alla Camus, come evidenzia Guia Boni nella sua essenziale e fulminante postfazione, allo stesso nome del protagonista evidente eco letterario del Pierre Menard di Borges, al fine di denunciare con più efficacia una società in cui prospera indisturbato un Sindacato del Crimine le cui spire mefitiche si diffondono fino all’interno del sistema, il poliziotto corrotto Nick Collins ne è emblema e specchio di questa violenza istituzionalizzata. E quale genere meglio dell’hardboiled può parlare con fluidità e naturalezza di violenza e crimine, di gente che si muove unicamente per denaro pronta a uccidere con una facilità che abbatte senza remore ogni scrupolo morale di sorta. Non è semplice imitazione, Dinis Machado non  produce un duplicato più o meno scadente o una parodia del genere, ma ne estrapola i temi e i meccanismi essenziali per metterli a servizio della sua visione esistenziale dandogli una profondità inusuale. Peter Maynard il protagonista indiscusso, narratore in prima persona di questa tragedia vissuta come una lungo e concatenato atto di vendetta che si trasforma in giustizia, è a differenza degli hardboiled classici, che scelgono la figura dell’investigatore privato come propulsore dell’azione, un sicario, un assassino a pagamento, un uomo per cui la morte è una necessità, che si trasforma in giustiziere per portare a termine uno dei tanti incarichi che gli vengono affidati. L’inizio ci riporta alla classica apertura e alle atmosfere chandleriane del Grande sonno quando Marlowe incontra il vecchio generale Sternwood: Peter Maynard e il suo socio Lucky Cassino incontrano il miliardario T.R. Douglas che dopo otto anni dalla morte della figlia decide che è giunto il momento di vendicarla e far uccidere i quattro uomini che la violentarono portandola al suicidio. Peter Maynard accetta e incassa la prima rata di 40.000 dollari, altrettanti ne riceverà a lavoro ultimato e si mette sulle tracce di questi “virtuali” assassini. Tracce che lo porteranno in Messico, a San Fransisco, a Chicago, di nuovo a New York in un intrecciarsi si fughe e inseguimenti perché il Sindacato del Crimine non tollera che un anarchico come Maynard vada in giro a uccidere la gente senza il suo permesso. Maynard è implacabile, efficiente come la mano destra del diavolo, trova le sue vittime, le interroga per farsi dare informazioni utili al ritrovamento degli altri e le uccide fino a che l’ultimo della lista non è esattamente chi credeva che fosse. Traduzione e postfazione di Guia Boni.

Dennis McShade pseudonimo di Dinis Machado (1930-2008). Nato a Lisbona, è stato giornalista sportivo, critico cinematografico e teatrale e autore di sceneggiature. È stato anche caporedattore della principale rivista di fumetti portoghese “Tintin” sulle cui pagine sono uscite per la prima volta le avventure di Corto Maltese. Nella sua produzione letteraria da ricordare soprattutto O que diz Molero, uscito nel 1977, libro che ebbe un successo clamoroso di pubblico e di critica.

:: Recensione di L’acustica perfetta, Daria Bignardi (Mondadori, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 gennaio 2013

COP_Daria Bignardi_Acustica_perfetta.inddLeggendo L’acustica perfetta di Daria Bignardi mi sono chiesta quanto conosciamo e ascoltiamo le persone che vivono con noi. Poi, continuando nella lettura ho cominciato a riflettere sul comportamento che spesso abbiamo verso gli altri e a quanto il nostro modo di fare ed essere possa influire sulle relazioni umane della nostra vita. L’acustica perfetta, il nuovo romanzo di Daria Bignardi è questo: una riflessione intensa sul rapporto di coppia e sul fatto che non sempre la sintonia tra le parti sia così armonica come la si crede. Dal mio punto di vista il libro coinvolge chi legge portandolo direttamente dentro alla storia, a fianco dei protagonisti, scatenando nel lettore una serie di domande che ci inducono a valutare come agiamo e viviamo nella realtà. Dopo due libri incentrati sul mondo femminile (Non vi lascerò orfani e Un karma pesante, entrambi editi da Mondadori), la giornalista e conduttrice de Le invasioni barbariche torna in libreria con una storia raccontata attraverso uno sguardo maschile. Il narratore in questione è Arno Cange, violoncellista alla Scala di Milano, figlio di una tedesca e di un toscano, impegnato nella ricerca di Sara – ma anche di sé direi – che  gli permetterà di conoscere quella parte della vita della consorte a lui del tutto ignota. Arno e Sara sono marito e moglie e genitori di tre bambini. Vivono a Milano e la loro esistenza domestica è il ritratto prefetto della felicità, ma è solo apparenza. Non a caso a spiazzare l’equilibrio di cui è convinto il musicista è l’improvvisa e immotivata sparizione volontaria della moglie. Arno non capisce perché Sara abbia lasciato lui e i loro tre figli. Non riesce a farsi una ragione dell’accaduto fino a quando incomincerà un solitario cammino di indagine alla ricerca della sua amata metà. Il “detective” Arno si muoverà in pellegrinaggio formativo alla scoperta di luoghi e persone familiari, ma anche di realtà paesaggistiche e umane a lui –ma non alla moglie Sara – del tutto sconosciute, compiendo un percorso di indagine psicologia che cambierà per sempre la sua vita e quella del loro focolare domestico. Il rancore scatenato in Arno dall’allontanamento volontario di Sara si trasforma in una nuova viscerale curiosità mai dimostrata in precedenza verso l’universo esistenziale trascorso della donna. Il motivo del disinteresse passato? Arno è sempre stato troppo assorbito dal suo lavoro di musicista alla Scala di Milano per accorgersi di quello che accadeva attorno al lui. Solo l’appassionata ricerca di Sara indurrà l’uomo a conoscerla davvero e a capire cosa lui vuole fare dalla propria vita, scoprendo durante questo tortuoso cammino di formazione in crescendo quale sarà la sua acustica perfetta. Sara – moglie, madre e amica – non è presente fisicamente, ma la sua essenza si percepisce attraverso i ricordi e le parole che fluiscono nel racconto attraverso un coro di voci che rivelano ad Arno e a noi chi è davvero la donna. Quella che emerge è l’immagine di un persona con un bagaglio emotivo ipersensibile, che si è acutizzato a causa di traumi profondi che Sara ha subìto in gioventù e dei quali Arno non sa nulla. La scoperta di questi drammi porteranno Cange a rivalutare in maniera radicale l’amata moglie, la loro vita matrimoniale e i legami con i figli. L’acustica perfetta è un romanzo appassionate da leggere perché ci induce a riflettere, dimostrando quanto l’esistere quotidiano di una famiglia possa diventare un avventuroso viaggio alla scoperta di sé nel momento in cui un calcolato evento imprevisto fa vacillare ogni presunta certezza.

Daria Bignardi è nata a Ferrara. Giornalista ha collaborato con molte testate e dal 1991 lavora per la televisione e per la radio. Ha diretto il mensile «Donna». È autrice e conduttrice del programma “Le invasioni barbariche” per la 7 e scrive su «Vanity Fair». Il suo romanzo d’esordio, Non vi lascerò orfani (Mondadori 2009), ha vinto il premio “Rapallo Carige”, Il premio “Elsa Morante” e il premio dei “Librai Città di Padova” ed è stato tradotto in diverse lingue. Nel 2010 è uscito sempre per Mondadori, Un karma pesante.

:: Liberidiscrivere Award terza edizione – Le votazioni

31 dicembre 2012

Giunto alla terza edizione il Liberi di Scrivere Award permette di  votare il migliore libro edito nel 2012.

C’ è tempo di votare fino alla mezzanotte di martedì 15 gennaio, scegliendo tra i libri candidati.

Vale solo un voto per lettore.

Menzione speciale per la migliore traduzione.

Dunque iniziate a votare lasciando un commento a questo post!

Prego i lettori di lasciare un solo commento con il voto, mi serve come verifica per il conteggio dei risultati. Grazie a tutti.

I candidati:

  • Io, Anna di Elsa Lewin (Corbaccio, 2012) Traduzione di Valeria Galassi VOTI 1
  • Pessime scuse per un massacro di Enrico Pandiani (Rizzoli, 2012) VOTI 2
  • Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby&Work, 2012) VOTI 123
  • Nero Criminale – Stefano Di Marino (Edizioni della Sera, 2012) VOTI 3
  • Roma per sempre di Marco Proietti Mancini (Edizioni della Sera, 2012) VOTI 159
  • Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (Mondadori, 2012) Traduzione di Beata della Frattina
  • Stoner – John E. Williams (Fazi, 2012) Traduzione di Stefano Tummolini VOTI 1
  • Qualcosa di più dell’amore– Orlando Figes (Neri Pozza, 2012) Traduzione di Serena Prina
  • I falò dell’autunno– Irené Nèmirovsky (Adelphi, 2012) Traduzione di Laura Frausin Guarino
  • La stretta del lupo di Francesca Battistella (Scrittura & Scritture, 2012) VOTI 19
  • La puntualità del destino di Patrick Fogli (Piemme, 2012)
  • Alle radici del male  di Roberto Costantini (Marsilio, 2012) VOTI 14
  • Occhi viola di Fabio Mundadori (Ego edizioni, 2012) VOTI 164
  • Sherlock Holmes e la morte del Cardinale Tosca, di Luca Martinelli (UR Edizioni, 2012) VOTI 64
  • Chiunque io sia, di Biagio Proietti (Hobby&Work, 2012) VOTI 1
  • I Boschi dell’Odio, di Sara Bovolenta (Foschi, 2012) VOTI 24
  • Angel Heart di William Hjortsberg (Tre Editori, 2012) Traduzione di Anna Cascone
  • Più alto del mare – Francesca Melandri (Rizzoli, 2012)
  • Fai bei sogni – Massimo Gramellini (Longanesi, 2012) VOTI 3
  • Tre settimane a dicembre – di Audrey Schulman (EO, 2012) Traduzione di Nello Giugliano VOTI 1
  • Amnesia, Jean Christophe Grangé, (Garzanti, 2012) Traduzione di Doriana Comerlati
  • L’avvoltoio di Tom Franklin, (Piemme, 2012) Traduzione di Sebastiano Pezzani
  • La notte alle mie spalle, Giampaolo Simi, ( E/O, 2012) VOTI 39
  • Il prossimo sarai tu,  Gregg Hurwitz, (Giunti, 2012) Traduzione di Mauro Boncompagni e Luca Conti
  • Respiro corto, Massimo Carlotto, (Einaudi, 2012)
  • Il metodo del coccodrillo, Maurizio de Giovanni, (Mondadori, 2012) VOTI 6
  • The prestige – Christopher Priest  – (Miraviglia ed., 2012) Traduzione di Fabio Gamberini VOTI 25
  • Uccidere il padre – Amélie Nothonb ( Voland ed., 2012) Traduzione di Monica Capuani
  • Il circo della notte – di Erin Morgenstern – (Rizzoli, 2012) Traduzione di Marinella Magrì

:: Un’ intervista a Joanne Harris a cura di Elena Romanello

31 dicembre 2012

il giardinoDopo Chocolat, il romanzo che l’ha fatta conoscere al grande pubblico, e Le scarpe rosse, è arrivato con Il giardino delle pesche e delle rose il terzo capitolo delle avventure di Vianne Rocher, alter ego e non solo dell’autrice Joanne Harris. Abbiamo incontrato la scrittrice al Circolo dei lettori di Torino, intervistata da Bruno Gambarotta.

Come mai hai voluto scrivere il seguito di Chocolat?

Non ne avevo una vera necessità, ma è come quando si va in un posto dove si mangia bene e si sente il bisogno di tornarci. Tra l’altro, nella vita reale sono passati undici anni, nel romanzo, dove il tempo scorre in maniera un po’ diversa, solo otto.

Il titolo inglese è un po’ diverso, come mai?

Chocolat è stato facile da mantenere così in tutte le lingue, mentre il gioco di parole dell’originale, Peaches for monsieur le Curé non funzionava bene tradotto.

Per poter leggere Il giardino delle pesche e delle rose bisogna aver letto Chocolat e Le scarpe rosse?

C’è chi dice di sì, effettivamente ci sono dei legami, più con Chocolat che con Le scarpe rosse, ma io penso che si possa leggere tranquillamente da solo, i riferimenti si possono dedurre e non sono fondamentali.

Siamo di nuovo a Lansquenet, dove è arrivata una comunità musulmana, c’è di nuovo Vianne: Chocolat si svolgeva durante la Quaresima, qui invece siamo durante il Ramadan. Come mai questa attenzione ai calendari liturgici?

La vita nella nostra società, anche se non si crede, è influenzata comunque dal calendario religioso, e a me interessa molto il rapporto tra digiuno e festeggiamenti, anche dal punto di vista di altre religioni. Tra l’altro una persona come Vianne, che dialoga con il cibo, incontra altre difficoltà a proporre da mangiare a gente che sta digiunando.

La vicenda è a tratti analoga a quella di Chocolat, dove Vianne apriva la sua pasticceria il Mercoledì delle Ceneri, qui arriva il giorno d’inizio del Ramadan. I capitoli, raccontati in prima persona da lei e dal parroco, François Reynaud, con come simboli alternati la mezzaluna e la croce.

La mezzaluna non è solo un simbolo musulmano, è anche associato a chiaroveggenza e potere femminile, così come la croce non è solo un simbolo cristiano, ma appartiene anche ad altre culture. Noi non siamo proprietari dei simboli, sono qualcosa di molto più grande.

Vianne è un suo alter ego?

Abbiamo entrambe una figlia, ma in realtà sono ben poche le cose in comune tra di noi. Vianne è una donna che non riesce a sistemarsi, che sente sempre il bisogno di spostarsi, mentre io, che sono costretta a viaggiare per lavoro, non vedo in realtà l’ora di tornare a casa mia. E inoltre non sono una grande cuoca come lei!

Il libro ha pezzi drammatici, ma anche umoristici. Vianne era comunque più sicura in Chocolat, qui ha qualche dubbio in più. E anche François Reynaud.

Reynaud è minacciato da un prete più giovane, che gli fa concorrenza usando Power Point nelle prediche. Vianne è più vecchia, è diventata madre di nuovo, e di una bambina con qualche problema, e si rende conto che man mano che le figlie crescono devono affrontare vari pericoli. Inoltre Vianne si trova a dover mettere in discussione alcune sue certezze, su come era stata educata da sua madre, e deve cercare di capire cosa è meglio per lei, sta facendo un viaggio per capire se stessa.

Nel primo romanzo a portare scompiglio a Lansquenet era l’arrivo degli zingari, qui la comunità musulmana. Cosa l’ha spinta a trattare questo argomento?

Io abito nello Yorkshire, dove ho avuto modo di conoscere molte persone di religione islamica, e ad un certo punto ho voluto scrivere non solo su Vianne Rocher ma sul motivo che spinge una ragazza nata in Occidente, Francia o Gran Bretagna, a voler portare il velo a tutti i costi. Vianne è comunque anche lei a suo modo un’outsider, ha viaggiato e visto tante culture, ma spesso è stata considerata come una rivale e una straniera. Ma alla fine lei cerca di capire cosa unisce le varie culture, anche perché sono più le cose in comune di quelle che dividono.

Non è un po’ troppo forzato il modo con cui Vianne decide di tornare a Lansquenet, tramite una lettera di Armande, morta anni prima, che le viene spedita dal nipote?

Vianne non ascolta nessuno, ho dovuto interrogarmi su come farla tornare a Lansquenet, e ho pensato al richiamo di una persona a cui lei voleva bene e rispettava, cioè Armande. Ho rimesso anche di nuovo l’elemento dell’incendio, come mistero per far partire la storia.

Il reietto della storia è François Reynaud…

Non ho mai pensato a lui come al cattivo, tra l’altro è in grave difficoltà per l’arrivo del nuovo prete, anche perché a lui alla fine interessa conoscere e capire le persone, non essere carismatico e tecnologico.

Cosa ne pensa del film tratto da Chocolat?

Devo dire che il paesino dove è stato girato il film per me è stato un po’ una delusione, poi in realtà è un insieme di tanti posti. Il regista andò nel paese che aveva ispirato Lansquenet, ma disse che era troppo perfetto e bello per essere utilizzato! Mi piacerebbe comunque che venisse tratto un film anche da Il giardino delle pesche e delle rose, ma vorrei che fosse un po’ diverso, meno film hollywoodiano e più film indipendente europeo.

E cosa farà Vianne alla fine di questo libro? Tornerà a Parigi sulla chiatta da compagno e figlie o rimarrà a Lansquenet?

Ho voluto lasciare tutto aperto. Senz’altro sentirà il richiamo della sua famiglia, ma anche dei suoi sogni. Comunque qualcosa lascerà di nuovo, a Lansquenet.

:: Recensione di La borsa e la vita di Anders Bodelsen (Iperborea, 2012) a cura di Giulietta Iannone

29 dicembre 2012
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Borck chiuse gli occhi e rivide la scritta rossa “panetteria cooperativa”. Il tempo della perduta innocenza, pensò. Settembre. L’insegna al neon era ancora illuminata quando si svegliava al mattino. Di solito veniva accesa circa un’ ora dopo il suo ritorno dalla banca, mentre riposava davanti al bicchierino pomeridiano, un piccolo lusso che si era concesso negli ultimi anni. Spesso accompagnato da una musica spagnola, greca, araba suonata dal suo giradischi. Una sorta di evasione mentale in paesi lontani, esotici, mentre adesso al contrario, non voleva andare in nessun posto. Avrebbe voluto soltanto tornare indietro nel tempo, a prima di avere compiuto certi passi fatali, quando avrebbe potuto ancora cambiare in meglio la sua vita, trovare la felicità, nonostante tutto.

Copenaghen, luglio 1968. I venti caldi del maggio francese giungono fino nell’algida e compassata Danimarca portando con sé contestazione, ribellione, rottura dei tabù sessuali, rifiuto delle rigide regole sociali, e proprio in questa atmosfera di radicali cambiamenti e di anarchia Flemming Borck compie le sue scelte fino a spingersi ad un punto di non ritorno.
Già protagonista di Pensa un numero, uscito sempre per Iperoborea l’anno scorso, Flemming Borck è un eroe anomalo, quint’essenza del common man, del ligio cassiere di banca banale, del cittadino rispettoso della legge anonimo, timoroso, insignificante, che diventa all’improvviso un “criminale”.
Ladro per caso, assassino per necessità Borck si ritrova al di là delle leggi morali, della normalità consueta, nella scivolosa e sconosciuta terra del crimine, ricattato da un vero delinquente, il folle e visionario Sorgenfrey, e dalla sua ex donna e complice. Alice, che per convincerlo a compiere una rapina nella sua banca rapisce David il figlio di Miriam, cassiera della stessa banca, e sua amante.
Ecco in breve la trama di La borsa e la vita (Pengene og livet, 1976) di Anders Bodelsen, tradotto dal danese da Karen Tagliaferri e pubblicato da Iperborea nella collana Ombre.
Anders Bodelsen, uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta, si guadagna assieme a Gunnar  Staalesen il mio personale podio del noir scandinavo e se leggerete i suoi libri sono certa concorderete con me che per complessità e originalità emerge chiaramente dalla folla più o meno variegata che popola le librerie.
Innanzitutto il sapore vintage, (fu scritto nel 1976), contribuisce ad accrescere il suo fascino, poi ciò che ho apprezzato maggiormente è senz’altro il rifiuto dei più triti luoghi comuni in favore di un’ originale freschezza narrativa e un pizzico di sana anarchia.
Flemming Borck, il protagonista, non è un eroe, anzi è ciò che più si discosta da come idealmente ce lo raffiguriamo un eroe. Il bene e il male per lui non comportano scelte morali di fondo. Umanamente non è irreprensibile, nè coraggioso, nè altruista, né possiede alcuna qualità ed è proprio questa sua scolorita mediocrità che lo rende reale e verosimile, pure nelle sue scelte estreme e certamente non condivisibili. Uccide un poliziotto, pur non essendo un uomo violento, beffa e deruba un rapinatore, va a letto con Alice, pur non essendone innamorato attratto dal pericolo, fugge in Tunisia, viene ricattato, minacciato, trasformato in complice, e sempre prova nostalgia per la vita di prima.

Nessun profumo si sprigionava dalla notte e Borck pensò con nostalgia alle notti di settembre in Danimarca, con il loro odore di terra, frutti e fumo di legno.

E’ proprio il dubbio e la contraddittoria incertezza se rimpiangere davvero o no la rassicurante normalità abbandonata costituiscono la chiave di volta del libro, il suo nucleo più profondo. Rilevante il passaggio in cui Anders Bodelsen scrive:

Due concetti gli si affacciarono alla mente, ma Borck preferì tenerli per sé. Uno era “la vita di ogni giorno” e l’altro “L’innocenza”. Due dimensioni che non gli appartenevano più. Due modi di vivere che non si era accorto di amare. Finché non li aveva perduti. Ma era proprio certo che avrebbe continuato ad amarli se li avesse recuperati? L’innocenza sì. Ma la vita di ogni giorno?

Tenerissimo il rapporto che lega il protagonista con David, il figlio di 4 anni di Miriam, con i quali cerca di ricreare una famiglia “normale”. Toccante e divertente quando Borck ruba l’alberello di Natale fingendo di essere inseguito dalla polizia. Bellissimo. 

Anders Bodelsen  prolifico autore danese nato nel 1937, è uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta. I suoi thriller esplorano le ripercussioni sociali del materialismo, le contraddizioni della classe media, e spesso colgono persone comuni spinte a varcare i confini della moralità. Pensa un numero (Iperborea, 2011), uscito per la prima volta nel 1968 è il suo romanzo più famoso, tradotto in un film con Bibi Andersson e poi nel remake americano L’amico sconosciuto (1978) con Elliot Gould. La borsa e la vita è un classico della letteratura danese del 1976, pubblicato in Italia due anni più tardi. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gabriella dell’Ufficio stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.