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:: La Signora degli Inferi, Filippo Fornari, Todaro editore, 2012 a cura di Viviana Filippini

15 aprile 2013

la-signora-degli-inferiOk è vero vero non si chiama Dan Brown e non ha scritto il Codice Da Vinci, e nemmeno la Biblioteca dei morti e seguenti come Glenn Cooper, ma Filippo Fornari, chimico piacentino ha creato con La Signora degli Inferi un avventuroso giallo avvincete, nel quale presente e passato si mescolano lasciando in chi legge alcune stimolanti curiosità da approfondire. La struttura è quella classica dell’omonimo genere che comincia con un morto assassinato – il bibliofilo Augusto Maria Orsini trovato cadavere con due antiche monete sugli occhi -, seguita dall’indagine del detective di turno – Marco Visconti- con la conseguente identificazione del caso come il fine tragico di un illecito traffico di monete false. Un’ipotesi che non convince Visconti, maggiore dei Carabinieri tornato da un missione estera e assegnato alla sezione omicidi, il quale vista la scia di morti presenti un po’ ovunque in Europa e molto simili a quella romana decide di fare di testa propria, dando il via ad un’indagine del tutto personale per capire quale mistero si nasconda dietro i brutali assassinii. Accanto a lui l’affascinante Lavinia Alibrandi, esperta di monetazione antica e un intelligente e simpatico docente in pensione di Storia delle Religioni. Chi leggerà La Signora degli Inferi non sarà trascinato solo in rocamboleschi inseguimenti nelle viuzze all’aperto e dentro al ventre di Roma, dove la tensione rimarrà sempre fior di pelle, ma sarà introdotto all’affascinante mondo della numismatica, alla scoperta del significato celato nei disegni incisi sulle antiche monete in circolazione tra le pagine della dinamica storia di Fornari. Accanto alla tipica azione del thriller, quella che ti tiene con il fiato sospeso pagina dopo pagina, si innestano le vicende personali di Visconti e di  alcuni suoi comprimari, a dimostrazione del fatto che i protagonisti creati dall’autore piacentino superano i classici stereotipi del giallo (non sono attori narrativi imbrigliati in rigide qualità o categorie comportamentali) per assumere una natura più umana, che li rende simili a noi lettori. Ed ecco Visconti alla prese con il difficile rapporto con la ex-moglie e pienamente consapevole di non essere un buon padre per la figlia. Poi, tocca a Lavinia, che è sì bella e tenace, ma nasconde un passato drammatico e doloroso segnato da un grave lutto in famiglia e da un brutale violenza subìta. Un evento che le ha lasciato profonde ferite nell’animo, tanto dolorose da non riuscire a chiuderle. La coppia lotterà con le proprie questioni private, dimostrando di avere due anime sensibili e umane, ma nello stesso momento i due neodetective combatteranno contro il tempo per fermare  la lunga inspiegabile scia di omicidi. Morti misteriose, dove le vittime possono essere importati personalità pubbliche o sconosciuti campagnoli. Decessi  attuati seguendo rituali precisi che nascondono una realtà contorta, cupa ed inquietante, che portata a compimento potrebbe cambiare il destino dell’umanità. Il tutto è narrato da Fornari con un linguaggio schietto, rapido tipico della cronaca, che non si perde in inutili fronzoli descrittivi trascinando noi lettori nelle avventure di questo contemporaneo – concedetemi il paragone- Indiana Jones in fase di formazione!

Filippo Fornari, chimico, piacentino ritornato alle sue colline dopo molti anni di esilio a Milano, si occupa di marketing di sistemi di diagnostica molecolare. In precedenza ha fatto il ricercatore e l’imprenditore nel settore biomedico e, soprattutto, ed è la cosa su cui più ama soffermarsi, lo skipper di imbarcazioni a vela. È stato istruttore al Centro Velico di Caprera e per un lungo periodo, quando non teneva famiglia e poteva scialare il proprio tempo, ha fatto regate, trasferimenti (oceano compreso) e insegnato ai corsi della Lega Navale di Milano. Ora è sposato e ha una figlia tredicenne: non può più permettersi di sprecare tempo, denaro e energie, ma, grazie a Cecilia, può guardare al mondo d’oggi con lo sguardo di un adolescente.Prima di cimentarsi con i thriller, ha scritto di chimica clinica e di nautica. Ecco, questo è quello a cui vorrebbe dedicarsi in un futuro non tanto lontano, lo studio delle tecniche di navigazione e delle rotte dei marinai dell’antichità. In effetti ha già cominciato: ha in cantiere un romanzo storico, ambientato nel Mediterraneo del IV secolo a.C., che ripercorre gli itinerari degli antichi navigatori e riprende, come una sorta di prequel, i medesimi miti che compaiono ne La Signora degli Inferi.

:: Un’intervista con Paul French, autore di Mezzanotte a Pechino a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2013

mezzanotte a PechinoSalve Mr French. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Paul French? Punti di forza e di debolezza.

Sono fondamentalmente, suppongo, quello che oggi viene chiamato un “Old China Hand”. Ho studiato la lingua, la storia e la società cinese all’ Università e ho vissuto e lavorato in Cina, soprattutto a Shanghai, per quasi 20 anni. Di giorno lavoro come Chief China Strategist per una grande azienda di ricerche di mercato, la Mintel, scrivendo emozionanti relazioni sulla vendita al dettaglio e il mercato dei consumatori cinesi. Di notte scrivo libri sulla storia moderna della Cina, sono specializzato nel periodo pre-1949, e mi occupo di quali erano il ruolo e la vita della popolazione straniera che visse a Pechino, a Shanghai e altrove.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono un londinese al 100% – nato e cresciuto – e nonostante quasi due decenni e mezzo di studio e lavoro in Cina, la mia storia d’amore più antica e più lunga rimane con Londra! Non c’era alcuna buona ragione per me di sviluppare un profondo interesse per la Cina – i miei genitori non hanno quasi mai lasciato l’Inghilterra e mai hanno viaggiato oltre la Francia o il Belgio, quindi non sono molto sicuro da dove sia nato questo amore per i viaggi in Estremo Oriente! Ma so che quando sono arrivato per la prima volta a Shanghai, e ho passeggiato lungo il magnifico lungo fiume del Bund e poi mi sono perso nei vicoli e nelle strade della Ex Concessione Francese, è scoccata la scintilla!

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Prima di tutto volevo solo trovare uno sbocco per le grandi storie che avevo scoperto quando avevo fatto ricerche sulla Cina del 1920 e del 1930. Ho scritto una biografia di un grande americano di nome Carl Crow che è venuto in Cina nel 1911 e l’ha lasciata nel 1937 – era un grande giornalista, avventuriero, commentatore di tutte le cose cinesi e ha aperto la prima agenzia di pubblicità in stile occidentale a Shanghai. Poi ho deciso di scrivere una storia sui corrispondenti esteri in Cina – chi erano, perché sono venuti, quello che hanno scritto e pensato sulla Cina. Ma poi mi sono imbattuto nella storia di Pamela Werner e lei è diventata la mia ossessione per circa 5 o 6 anni …

Midnight in Peking, ora pubblicato in Italia con il titolo Mezzanotte a PechinoOvvero il Torbido Omicidio della Torre della Volpe, è basato su una storia vera. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho letto una piccola nota in una biografia del famoso giornalista americano in Cina Edgar Snow, che ha scritto Red Star Over China nel 1936, il libro che in realtà ha introdotto il mondo al Presidente Mao. La nota diceva che Snow e sua moglie vivevano in un vicolo tradizionale (un hutong) a Pechino nel 1937, accanto ad un vecchio inglese, un ex diplomatico e a sua figlia adolescente. Nel gennaio del 1937 la figlia, Pamela, è stata orribilmente assassinata e si iniziò una indagine della polizia che fu un caso unico nella storia cinese – un detective cinese lavorò con un detective britannico addestrato a Scotland Yard. Questo era incredibile e, anche se non ha risolto l’omicidio, ha rivelato gli scandali e lo sporco della comunità straniera di Pechino in quel momento.

Parlaci di alcune delle fonti che hai scoperto durante la scrittura Mezzanotte a Pechino.

Le prime fonti più importanti sono state i giornali, che hanno seguito da vicino l’omicidio e la successiva indagine. Poi ci sono state le note della autopsia e alcune note ancora dei poliziotti. È importante sottolineare che, dopo il luglio 1937 (quando i giapponesi invasero Pechino e occuparono la città), l’inchiesta ufficiale è stata interrotta. Ma il padre di Pamela, un grande diplomatico britannico in Cina e un noto sinologo, ha continuato a dare la caccia agli assassini di sua figlia. Ha trovato un sacco di nuove prove e testimoni e ha inviato tutte le informazioni a Londra, sperando di riaprire il caso. Ma c’era la guerra, Pechino era stata occupata dal Giappone, Londra combatteva Hitler – nessuno era interessato a una ragazza che era morta nel 1937. Trovare queste carte è stato il mio momento “eureka” – quando una storia interessante è diventata una missione per portare giustizia a Pamela (dopo 76 anni!) E risolvere il suo omicidio.

Che cosa ti è piaciuto di più scrivendo il libro?

E’ stato il periodo, il tempo – la Cina nel 1937 era sull’orlo della guerra, sull’orlo del caos. Ciò che noi oggi chiamiamo “Vecchia Cina” stava per finire – questi fatti accaddero nelle ultime settimane e mesi di una vecchia Cina che avrebbe poi combattuto una guerra contro il Giappone fino al 1945 e poi avrebbe affrontato una rivoluzione e il maoismo e non sarebbe mai più stata la stessa. E ‘un momento incredibile nella storia della Cina.

Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

La prima metà del libro descrive realmente l’omicidio e l’inizio delle indagini della polizia. Anche se lavorarono duramente gli agenti di polizia cinesi e inglesi non furono in realtà in grado di risolvere il crimine – in effetti sia il governo britannico che quello cinese interferirono nelle indagini. Quello che è stato affascinante fu che l’inchiesta era incentrata su un territorio di Pechino denominato “Badlands” – questa era una piccola zona che è stata quasi del tutto dimenticata dal 1949 ed era il luogo dove andavano gli stranieri di Pechino, a consumare i loro vizi. Era un labirinto di bordelli, bar, fumerie d’oppio ed era in gran parte gestita da apolidi russi bianchi che erano fuggiti dalla rivoluzione bolscevica del 1917. Poi, nel luglio del 1937, i giapponesi invasero Pechino e l’inchiesta fu interrotta. La seconda metà del libro segue l’ indagine non ufficiale  del padre di Pamela attraverso le Badlands di Pechino. Poi ho cercato di ricostruire quello che è successo la notte di gennaio tra il 7 e l’8 del 1937, quando Pamela è stata uccisa.

Parlaci un po’dei tuoi protagonisti principali?

Beh, il padre di Pamela è un grande personaggio – un tipico inglese della classe superiore – freddo, apparentemente impassibile, ossessionato dal suo lavoro, non eccessivamente affettuoso con sua figlia. Eppure, mentre il libro si sviluppa diventa più simpatico, si vede in che modo ha sacrificato la sua salute, i suoi risparmi di tutta una vita e la sua sicurezza per cercare di trovare gli assassini di sua figlia. Entrambi i poliziotti principali sono interessanti – il Colonnello Han era il detective più alto in grado a Pechino, il capo degli investigatori e di grande esperienza. L’ispettore capo Richard Dennis era un eroe della Prima Guerra Mondiale che aveva poi servito nella polizia metropolitana di Londra e come detective di Scotland Yard, prima di diventare il capo della polizia britannica nel Concessione britannica di Tientsin (oggi Tianjin), una città, non lontano da Pechino. Ci sono una serie di sospetti – i possibili assassini – ma io non ho intenzione di parlarvi di loro e dirvi troppo della trama – non vi resta che comprare il libro! E, naturalmente, Pamela, la ragazza di 19 anni assassinata, è un personaggio importante nel libro, di fatto si aggira per tutta la storia e tutti i soggetti coinvolti cercano di scoprire chi l’abbia uccisa.

Pamela Werner era la figlia di un ex console britannico in Cina. Che impatto ha avuto l’omicidio di Pamela nella Pechino di fine anni Trenta?

Era una storia apparsa su tutti i giornali. Tutti erano molto spaventati. Nel gennaio 1937 i giapponesi avevano circondato Pechino – non era una questione di “se” avrebbero attaccato, ma di “quando”. Tutti in città, cinesi e stranieri, si interrogavano sul fatto che se una giovane, privilegiata, bella ragazza bianca poteva essere orribilmente uccisa e i suoi assassini sfuggire alla giustizia, allora qual era il destino di chiunque altro, di Pechino o, anzi della stessa Cina?

Pechino nel mese di gennaio del 1937, è un’ ambientazione straordinaria per un romanzo. Puoi descriverci questo scenario esotico?

Pechino era una città di 3 milioni di persone, con forse 3.000 stranieri. Non era la capitale della Cina, che era Nanchino nel 1937. Era circondata, gli abitanti erano spaventati, tutti sapevano che la guerra e la devastazione stavano arrivando. Ma era anche una bella città a quel tempo – una città di antiche mura e templi, la Città Proibita e il centro della storia della Cina imperiale. Era una città di tradizione e di cultura, ma era anche, purtroppo, nel posto sbagliato al momento sbagliato e proprio il luogo dove l’esercito giapponese era determinato ad entrare dalla Manciuria per invadere tutta la Cina.

E finalmente hai dato una soluzione al caso, una soluzione che era stata negata a suo tempo. Come hai fatto a scoprire la verità?

Ho preso i documenti che il padre di Pamela aveva inviato a Londra (documenti ora conservati negli Archivi Nazionali inglesi di Londra), li ho confrontati con il giornale della polizia, i referti medici e le altre carte al momento delle indagini della polizia ufficiale – I riferimenti incrociati mi hanno permesso di arrivare a quello che io credo sia la verità dell’omicidio di Pamela Werner. Sono anche, incredibilmente, riuscito a trovare circa 6 persone, ti parlo della fine degli anni ’80 e ’90, che sono andati a scuola con Pamela e che si ricordavano di lei quando era viva.

Quale è la tua scena preferita in Mezzanotte a Pechino?

C’è una scena – nel capitolo intitolato L’Elemento del Fuoco – che mi piace molto. Si trova alla fine delle indagini ufficiali quando i poliziotti sono depressi per non aver ottenuto nulla e non essere riusciti a risolvere il crimine. Succede anche che fuori stiano avvenendo le celebrazioni cinesi per il Nuovo Anno. Credo che il contrasto della depressione del poliziotto, con l’ultima celebrazione del Capodanno cinese prima che la guerra scoppi in Cina, evoca bene la vecchia Pechino. E ‘quasi impossibile, credo, per uno scrittore essere sempre soddisfatto al 100% di tutto ciò che ha scritto, ma quel capitolo è quanto di più vicino a questo che abbia mai raggiunto!

Quanto tempo ci hai messo a scrivere Mezzanotte a Pechino?

La scrittura vera e propria è stata veloce – 6 o 7 mesi. Tuttavia, c’erano anche i 5 o 6 anni di ricerca per arrivare al punto in cui ho potuto dare un senso alla storia e, infine, iniziare a scrivere!

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Abbiamo un accordo con la TV Kudos, la brillante compagnia televisiva britannica che ha fatto Spooks, Hustle, Life on Mars, e altri grandi spettacoli. C’è uno script in fase di scrittura al momento e penso che potrebbe essere davvero incredibile – sarà certamente sorprendente per me vedere ricreati sullo schermo la vecchia Pechino e tutti quei personaggi, e soprattutto Pamela.

Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Tendo a leggere i grandi scrittori inglesi degli anni Trenta – e poi li rileggo! George Orwell, Evelyn Waugh e soprattutto Graham Greene sono i miei favoriti. Meno noti, ma ora popolari sono gli scrittori modernisti degli anni Trenta come Patrick Hamilton e Henry Green. Sto cercando di capire meglio l’età del jazz e il 1920 per un libro sulla Shanghai degli anni Venti e Trenta, per un romanzo che ho intenzione di scrivere quindi sto leggendo i grandi di quel periodo – Djuna Barnes, Hemingway, Scott Fitzgerald. Sto anche leggendo i grandi scrittori cinesi, i modernisti tra le due guerre – Lao She, Mu Shiying e Eillen Chang (Zhang Ailing).

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto molto – fiction / non-fiction, classici. Di recente ho letto e amato Trilby di George Du Maurier (Bohemians a Parigi nel 1890) e The Heat of the Day di Elizabeth Bowen sulla Londra del tempo di guerra. Mi piacciono le biografie e recentemente mi è piaciuta la biografia La vita privata di Somerset Maughan di Selina Hastings, e Among the Bohemians di Virginia Nicholson. Tuttavia, se c’è uno scrittore che ammiro molto in questo momento e leggo avidamente e rileggo per le sue incredibili descrizioni dei luoghi e della storia, nonché per i personaggi e le trame: è lo scrittore di spy story Alan Furst. Sorprendentemente i suoi romanzi sono tutti impostati in Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale ma sono così preso dalla vita dei personaggi e dalle speranze per la pace, anche se so che la guerra verrà. Furst ha una capacità incredibile di evocare i luoghi e il tempo passato.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Mi piace visitare e incontrare i lettori. I Festival letterari sono i luoghi ideali per incontrare altri scrittori e le persone che amano i libri, mentre mi piace anche parlare in piccole librerie indipendenti, perché, spero, che durante le mie presentazioni possano vendere qualche libro in più e che ciò li aiuti a rimanere in attività. Sono egoista – Amo le belle librerie e non voglio che falliscano! Il problema più grande che provo quando vado in giro è che, per qualche motivo che non capisco, il personale di molte librerie e il pubblico si aspettano che io sia molto più vecchio. Io non sono giovane – ho 45 anni – ma molte persone sembrano pensare che stia scrivendo di un tempo che ho vissuto – il 1930! Mi credono di circa 90 anni! A volte sono un po ‘delusi perchè non sono vecchio! Tuttavia mi auguro che, quando avrò 90 potrò ancora scrivere un buon libro e andare in tour per Festival e librerie in tutto il mondo.

Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

I lettori amano entrare in contatto con me – tramite e-mail, e lettere vecchio stile (che amo molto) e vengono e chiacchierano con me in occasione di eventi. Per lo più vogliono raccontarmi le loro teorie sull’omicidio di Pamela, che io sono sempre interessato a conoscere e mi sorprendo di vedere con quanto interesse abbiano letto il libro, tanto da conoscere tutte le informazioni ed essere diventati essi stessi “detective dilettanti”. Inoltre, ho incontrato persone che sono cresciute e vissute a Pechino nel 1930 – mi hanno mandato le foto, aneddoti e storie di quel tempo che hanno migliorato la mia conoscenza. Ho raccolto di recente il materiale in un piccolo e-book legato a Mezzanotte a Pechino che è in corso di pubblicazione intitolato Badlands: Decadent Playground of old Peking – le 8 storie raccolte in questo breve libro sono fondamentalmente le storie che mi sono state raccontate da persone con cui sono entrato in contatto a partire dalla pubblicazione in inglese di Mezzanotte a Pechino.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Se qualcuno in Italia mi invita a visitarla prometto di correre all’aeroporto e prendere il prossimo volo …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho finito le ricerche e ora sto scrivendo il prossimo libro – si tratta di una storia ambientata un paio di anni dopo Mezzanotte a Pechino e questa volta nelle Badlands di Shanghai del 1940/1941. Spero che si intitolerà City of Devils e seguirà le vite e le carriere di due stranieri – uno un ebreo viennese gestore di sale da ballo e casinò a Shanghai e l’altro un prigioniero americano appena sfuggito che gestiva una banda dedita al gioco d’azzardo a Shanghai – le due più grandi operazioni criminali straniere in Cina – ancora una volta sullo sfondo dell’attacco incombente di Pearl Harbour e la guerra totale in tutto il Pacifico tra la Cina e gli alleati e il Giappone. Spero che i lettori avranno tutti gli ingredienti che tutti si aspettano per un libro sulla Shanghai di quel periodo – jazz, oppio, belle ragazze, gangster, pistole, locali notturni …

:: Recensione di Se niente importa di Jonathan Safran Foer (Guanda, 2010) a cura di Michela Bortoletto

11 aprile 2013

se niente importaSe niente importa di  Jonathan Safran Foer non è un romanzo, non è un racconto né tantomeno una favola. Non è una lettura che una persona decide di intraprendere per passare qualche ora in un mondo diverso e migliore. Leggendo Se niente importa non si prova quella speranza che il racconto non abbia mai fine; quella voglia di protrarre la lettura all’infinito che si prova leggendo i grandi romanzi. Al contrario, non si vede l’ora che arrivi la parola fine! Non è una lettura piacevole. È anzi ricca di dettagli dolorosi e di immagini forti. Ma è una lettura che secondo me andrebbe comunque fatta e spero di riuscire a farvi capire il perché.
Si comincia a leggere le prime pagine che parlano dei ricordi di infanzia di Foer, della nonna scampata all’Olocausto, della loro baby-sitter, dei suoi anni all’università, poi dell’incontro con sua moglie e della nascita del loro bambino. Poi, dopo una ventina di pagine tutto cambia. Dai ricordi ovattati del passato si precipita negli orrori della contemporaneità. Dalla nonna che si rifiutò di mangiare maiale perché non era cibo Kosher nonostante stesse quasi morendo di fame, Foer passa a raccontarci come il pezzo di carne che abbiamo nel piatto è arrivato fino a noi.
Se niente importa è dunque un’analisi attenta, dettagliata e cruda di tutto quello che avviene a un animale prima di arrivare ad essere semplicemente un pezzo di cibo.
Si parte dalla nascita di un pulcino, di un maiale e di un vitello fino ad arrivare alla sua macellazione. Foer non lesina sui particolari e ci propone descrizioni vivide di quanto succede negli allevamenti intensivi d’America.
La sua opera è il risultato di un’indagine durata tre anni durante la quale Foer ha visitato allevamenti intensivi e a conduzione familiare (i pochi rimasti!), ha parlato con allevatori, addetti alla macellazioni e animalisti attivisti, ha letto documenti ufficiali e si è perfino intrufolato di notte in capannoni sovraffollati di polli assieme a degli animalisti. Foer ha fatto tutto questo per darci il maggior numero di informazioni possibili, per farci capire cosa sia quello che abbiamo nel piatto.
Foer racconta di animali stipati in pochi decimetri, imbottiti di antibiotici, di tacchini che non riescono a reggersi in piedi, di scrofe costrette a partorire in gabbie strettissime, di animali macellati ancora vivi.
Ma Foer ci parla anche di allevatori più coscienziosi, che offrono carne di qualità migliore, che non “drogano” i loro animali, che danno loro ampi spazi per crescere e vivere, che cercano di dar loro una morte dignitosa, pur con tutte le contraddizioni che sono presenti anche nelle loro attività.
Il libro di Foer non vuole essere un manifesto a favore del vegetarianismo, e tantomeno lo vuole essere la mia recensione.  Sulla copertina della mia edizione J.M. Coetzee sostiene che: “Gli orrori quotidiani dell’allevamento intensivo sono raccontati in modo così vivido..che chiunque, dopo aver letto il libro di Foer, continuasse a consumare i prodotti industriali dovrebbe essere senza cuore o senza raziocinio”  Io sono vegetariana (da poco) ma credo nella libera scelta delle persone. Non credo che una persona sia una cattiva persona perché mangia la carne. Pretendo che le mie scelte vengano rispettate e per questo rispetto quelle degli altri.
All’inizio della recensione ho scritto che secondo me Se niente importa è una lettura che va fatta. Va intrapresa per essere informati, per conoscere e sapere da dove arriva quello che mangiamo. Poi, se una persona vuole continuare a mangiare carne la scelta è sua e va rispettata. Io sono per il diritto ad essere informati, non per l’indottrinamento. E questo vale sia per le scelte alimentari, che per quelle etiche fino ad arrivare a quelle politiche. L’importante è essere consapevoli della scelta che si fa e avere tutti gli strumenti necessari per poterla fare pienamente in libertà.
Per questo motivo non concordo pienamente con l’affermazione di Coetzee ma piuttosto con quella dello stesso Foer:“Noi non possiamo addurre come scusa l’ignoranza, ma solo l’indifferenza.[..] Siamo noi quelli a cui chiederanno a buon  diritto: tu che cos’hai fatto quando hai saputo la verità sugli animali che mangiavi?”[1]  Trad. di Irene Abigail Piccinini.


[1] J. S. Foer, Se niente importa, Parma, 2010, pag. 270

:: Recensione di Nemmeno il tempo di sognare di Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2013) a cura di Stefano Di Marino

10 aprile 2013

nemmeno il tempoCi sono diverse ragioni per cui la seconda opera di Pierluigi mi ha appassionato, imponendomi una lettura in tempi stretti (che da sola è già garanzia di qualità). Prima di tutto la scrittura, che è agile, rapida, procede per traguardi di lettura brevi che stimolano  ad andare avanti, a non fermarsi sino alla fine. Scrittura da vero noirista, con le giuste pause d’atmosfera e riflessione ma schiva da velleità d’auteur. O uno ha qualcosa da trasmettere (le emozioni in particolare) o non ce l’ha. Qui siamo chiaramente nel primo caso.  Le sensazioni emergono dai fatti, dai comportamenti ma anche dalla scelta dei termini che è scorrevole e non sciatta. Poi c’è Udine, città di cui ho ottimi ricordi e che diventa palcoscenico di un nero criminale ben inserito in una realtà verosimile e, al tempo stesso, comprensibile per ‘immagini e situazioni’ a chi non vive in quel luogo, ma in altre metropoli simili, affette dagli stessi mali. Italia come perfetto sfondo per un thriller, quindi. Fa bene ricordarlo. Poi la Storia, che cito per ultima ma solo in senso temporale. Da uno spunto di cronaca famoso, passiamo a una vicenda che Pierluigi rielabora secondo canoni suoi che, una volta tanto nel filone italico, non rimandano al solito commissario dal volto umano. Alex e Raul sono poliziotti. O forse ex poliziotti. O forse poliziotti con un cuore oscuro.  A voi scoprirlo. Come a voi il piacere di trovare l’assassino ma anche di smascherare una rete di corruzioni che non risparmia nessuno. E se una vecchia volpe come il sottoscritto che di storie ne ha viste a migliaia alla fine un po’intuisce come andrà a finire, è solo perché il thriller ha dei codici precisi, rivelatori per il lettore attento. Che si compiace magari di poter dire ‘l’avevo detto io’, piuttosto che (come purtroppo accade) arrivare a fini sconclusionate e imprevedibili di altri romanzi. No, qui c’è conoscenza del genere e dei suoi meccanismi.  E il piacere di narrare, una e tante storie che s’intrecciano disegnando un quadro variopinto senza che il pennello sfugga di mano con sbavature indesiderate. Grande Taipan… Da ultimo, anche se parzialmente alcuni ambienti e personaggi tornano dal precedente romanzo, la storia non è una ripetizione ma una variazione. Anche questo è un merito. Una storia di frontiera… da Borderfiction, appunto… una linea invisibile sulla quale camminano storie di tensione e autori di valore.

:: Un’ intervista con Barbara Cinelli direttore di Triskell a cura di Viviana Filippini

10 aprile 2013

Triskell-EdizioniCiao Barbara, benvenuta a Liberi Di Scrivere, felici di ospitarti qui per di parlare della casa editrice digitale Triskell.

Ciao a tutti e grazie per questa opportunità!

Come è nato il progetto della casa editrice web Triskell Edizioni e dove avete sede?

Il progetto della Triskell è nato dopo la mia esperienza come coordinatore italiano di una casa editrice americana che pubblica esclusivamente romance. Ho iniziato collaborando con loro come traduttrice e man mano mi sono ritagliata uno spazio all’interno della casa editrice, fino a diventare coordinatrice italiana. Essendo a capo di un’associazione culturale che, al momento, era ferma e inattiva, ho pensato che partire con questo progetto fosse il modo giusto per riportarla in azione.
E poi ci piaceva l’idea dare un po’ di spazio al romance, un genere che, in linea di massima, viene un po’ sottovalutato e poco curato. La sede della Triskell è Montirone (BS). Al momento non c’è una vera e propria sede fisica, se non un piccolo ufficio dedicato. Non avendo la necessità di gestire la parte cartacea, non c’è bisogno di molto spazio.

Perché la scelta del formato ebook e non anche del cartaceo?

Per vari motivi. Primo fra tutti è che ci piace essere all’avanguardia. L’Italia, purtroppo, in questo settore, è rimasta indietro rispetto ad altri Paesi che sfruttano appieno le potenzialità degli e-book. So che molte persone sono restie ad abbandonare il libro cartaceo per paura di perdere il piacere della lettura, ma non è così, non se è la lettura la vera passione. Sì, manca l’odore delle pagine, o l’atto dello sfogliarle, ma di certo, potersene andare in giro con un lettore e-reader e 3000 libri caricati in esso, credo che possa scalfire anche le convinzioni dei tradizionalisti più incalliti.
Inoltre, c’è sicuramente un risparmio nelle spese gestionali per una piccola casa editrice che avvia un progetto così nuovo.

In quante persone lavorate attualmente?

Siamo in tre a essere impegnate quotidianamente con la Triskell, ma abbiamo anche qualche collaboratore occasionale che ci aiuta e ci dà suggerimenti su vari aspetti.

Triskell è nata da poco tempo, quanti sono gli autori che per ora hanno pubblicato con voi?

Per ora abbiamo 5 autrici pubblicate. Quattro di loro ci hanno donato un loro racconto/novella da pubblicare gratuitamente, mentre Francesca Borrione, ripubblicherà con noi il suo romanzo L’uomo che attraversò il tempo per me  che è in uscita questa settimana e della quale abbiamo già pubblicato L’amore è un rito. Abbiamo poi altre tre scrittrici e uno scrittore che hanno partecipato all’iniziativa dell’antologia gratuita, che pubblicheremo prossimamente.

Vi inviano più scritti donne e uomini?

Donne, anche se gli ultimi due manoscritti che abbiamo accettato per la pubblicazione sono di due autori maschi.

Oltre alla pubblicazione di libri, quali altri servizi offre Triskell?

Offriamo a ogni autore sia la correzione delle bozze del manoscritto (controllo ortografico, punteggiatura, refusi) che un vero e proprio editing del testo.  Provenendo da un’esperienza di traduzioni dall’inglese, inoltre, stiamo valutando l’opportunità di portare in Italia autori non ancora pubblicati e offrire loro quindi un servizio di traduzione del testo a scopo pubblicazione con la nostra casa editrice.

Quali sono le modalità per acquistare i vostri libri?

I libri possono essere acquistati sul sito  e sulle principali piattaforme di distribuzione. Per esempio, potete trovare L’amore è un rito su Apple Store, biblet.it, bookrepublic.it, deastore.com, ebook.it, ebookizzati.com, ebooklabitalia.it, excalibooks.com, facebook.com/ultimabooks, hoepli.it, ibs.it, ie-online.it, ilgiardinodeilibri.it, Kindle Store, lafeltrinelli.it, libramente.it, libreriaebook.it, libreriarizzoli.corriere.it, libreriauniversitaria.it, librisalus.it, librouniversitario.it, mediaworld.it, Nokia Reading, omniabuk.com, ultimabooks.it, unilibro.it.

Una delle cose che mi ha stupito guardando il vostro sito  (www.triskellevents.org/edizioni/) è che pubblicate solo libri che hanno il “lieto fine” e nella trama una storia d’amore. Perché questa scelta?

Come già accennato prima, credo che sia perché è un’idea un po’ controcorrente. In una realtà quotidiana piena di drammi, cronaca nera, morbosa curiosità verso fatti di sangue, precarietà in troppi ambiti e soprattutto in una realtà editoriale che premia e apprezza maggiormente una storia con finale amaro se non drammatico che non una con un lieto fine, abbiamo deciso di dare un po’ di spazio al ‘rosa’.  Riflettendo, mi sono resa conto che a tutti gli effetti non c’era una casa editrice specificamente dedicata a questo genere letterario (romance M/F, M/M, F/F). Subito dopo, però, mi sono detta che non avrei mai voluto leggere romance non a lieto fine. Inoltre, credo che il lieto fine sia un po’ ‘caduto in disgrazia’, così ho deciso di fare di queste idee dei punti fermi nella creazione della casa editrice.

Quante sono le collane della vostra editrice?

Al momento abbiamo Rainbow (Arcobaleno), che è la nostra collana dedicata ai romanzi M/M e F/F, Sepia(Seppia), dedicata ai romanzi storici. Pink (Rosa), è la nostra collana di  romance ‘puro’, Fantasy, dedicata appunto al genere fantasy,  Mistery, dedicata ai romanzi gialli, Young Adult, dedicata alle storie che parlano ai giovani adulti, ai ragazzi che si innamorano proprio come gli adulti. Prossimamente prevediamo di inserire anche una collana noir.

A che tipo di pubblico si rivolgono i vostri ebook?

A tutti i tipi di pubblico. Per ogni pubblicazione specifichiamo se il libro è per tutti o per adulti. Essendo romance, non disdegniamo l’erotismo, quindi indichiamo assolutamente il rating per i lettori.

Potrebbe sembrarti banale come domanda, ma che significato ha Triskell, il nome scelto per l’editrice?

Triskell ha tanti significati. Innanzitutto, è legato a me, in quanto ‘mancata’ irlandese. Seriamente, prima o poi espatrierò, lo so. E poi il Triskell rappresenta molte cose: le 3 fasi solari (alba, mezzogiorno, tramonto), le 3 età dell’uomo (infanzia, maturità, vecchiaia), i  3 aspetti del tempo (passato, presente, futuro), i  3 elementi dell’uomo (spirito, anima, corpo). E di certo la lettura, a mio avviso, può essere la compagna ideale di ogni fase, in ogni aspetto.  Inoltre noi siamo in tre, quindi direi che richiama anche la nostra organizzazione.

Barbara tu sei il direttore della Triskell, cosa ti piace leggere?

Sono cresciuta a pane e Stephen King. Lo so, non ha niente a che vedere con il romance, ma i miei gusti in fatto di letture sono un po’ particolari. Jeffrey Deaver, Ken Follett, Isabel Allende, William Shakespeare, Giorgio Faletti.  Amo i libri storici (sia romanzi che non) e ho una particolare predilezione per il romance M/M.

Quale è il libro che ti ha più colpito e che secondo te tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita?

Sono troppi, davvero. Posso citare i miei preferiti: L’ombra dello Scorpione di Stephen King, Lo scheletro che balla di Jeffrey Deaver, Mille splendidi soli di Khaled Hosseini, La casa degli spiriti della Allende, Amleto, Il diario di Anna Frank, L’amico ritrovato di Fred Uhlman e tanti altri.

Un ultima domanda, prima di lasciarci. Hai mai pensato di scrivere qualcosa di tuo?

Sì, in effetti io scrivo, ma sotto pseudonimo, per il momento. Con il mio nome ho pubblicato un breve racconto tempo fa per la raccolta 365 storie cattive. Potrei tornare a farlo a breve.

:: Segnalazione di La tana dell’odio di Giovanni D’Alessandro (San Paolo Edizioni, 2013)

9 aprile 2013

tanaQuanto le guerre e gli odi nazionalistici possono creare una profonda tana d’odio nel cuore delle persone? Quanto possono cambiare, anche a distanza di anni, i progetti e le esistenze di chi ne è stato vittima? Giuseppe Vergnani, che un tempo si chiamava Jusuf Samirovic, è un giovane medico adottato da una coppia italiana, dopo essere sopravvissuto alle atrocità delle guerre che portarono alla divisione nella ex Iugoslavia. La sua crescita e la consapevolezza umana, di persona profondamente ferita, passano attraverso la riscoperta delle proprie radici, divenuta, a un certo punto della sua vita, necessaria. Per ritrovare pienamente se stesso, Peppe torna sui luoghi in cui ha visto, bambino, i genitori massacrati da un odio assurdo quanto violento. La riscoperta di sé e il bisogno di fare verità sugli assassini, lo trascinerà dentro un vortice di passioni in cui amore, odio, tenerezza e vendetta si daranno appuntamento in un unico e fatale luogo. Un romanzo forte, etico, dalle cupe tinte shakespeariane e con un finale che è un inno alla speranza e alla memoria. “L’odio dorme in una tana di neve. Temi ogni giorno che si leva il sole”.

Giovanni D’Alessandro è nato a Ravenna nel 1955. Laureato in legge, vive e lavora a Pescara. Il suo esordio nella narrativa è del 1996, con il romanzo Se un Dio pietoso (Donzelli), finalista al Viareggio ’97, vincitore dei premi Penne-Mosca e Maria Cristina ’98. Nel 2004 ha pubblicato I fuochi dei kelt (Mondadori), Premio Scanno 2005 e in seguito La puttana del tedesco (Rizzoli). È autore di saggi e racconti e collabora con il quotidiano abruzzese «il Centro».

:: Recensione di I soldi di Hitler, Radka Denemarková , Keller editore 2012 a cura di Viviana Filippini

9 aprile 2013

I_SOLDI_DI_HITLE_4ffae94acb614Dalla prima all’ultima pagina si ha la sensazione che i temi fondamentali de I soldi di Hitler, pubblicato da Keller siano il senso di colpa, il castigo e il difficile cammino di concessione del perdono. Questi elementi si tramandano dalla fine della Seconda guerra  mondiale fino al presente recente, ad indicare che gli uomini nonostante siano muniti di razionalità rischiano di compiere nel corso della storia sempre gli stessi errori. Siamo nel 1945 in Cecoslovacchia e Gita è una sopravvissuta. Gita è una ragazzina uscita indenne dall’internamento nei campi di sterminio (questa volta però sono quelli russi e non nazisti). Gita torna a casa, a Pucklice, e la trova occupata da un famiglia che non è la sua, anzi da subito l’incolumità della giovane viene messa a repentaglio, perché lei è figlia di sospettati collaborazionisti tedeschi e per tale ragione non ha diritto a nulla e deve essere punita. Una doppia pena per lei ebrea cecoslovacca di lingua tedesca. Sessant’anni dopo Gita è ancora viva, è una donna adulta segnata dai dolori della vita che torna nel paese di origine per cercare di mettere ordine nella sua vita passata. Una volta giunta Pucklice, Gita Lauschmann incontrerà alcuni dei suoi aguzzini (la Donna che la maltrattava, ma che la aiutò a fuggire) e i loro discendenti (Nataša e Denis), scoprendo nuove agghiaccianti verità sul suo passato familiare. Tra i tanti personaggi che sfileranno al fianco di Gita nel presente, un ruolo importante sarà quello di Denis, con il quale si creerà un legame di profonda amicizia e rispetto. Un rapporto che spingerà la protagonista de I soldi di Hitler a mettere per iscritto in un diario tutto il proprio tragico vissuto. Le pagine del libro di Radka Denemarková raccontano sì la storia di una donna, delle violenze psicologiche e fisiche subìte che l’hanno tormentata per tutta la sua esistenza, ma allo steso tempo il romanzo della scrittrice ceca è un’attenta riflessione sul male perpetrato cinicamente nei confronti degli altri colpevoli o no che siano. L’autrice con un linguaggio scorrevole, dove ogni singola parola è carica di significato importante, porta il lettore a riflettere sulle gravi conseguenze derivanti da un travisamento della realtà e ci fa notare quanto gli effetti delle azioni compiute in passato si riflettano sul presente. Tra le pagine dei I soldi di Hitler quel poco amore che c’è (il sentimento di Gita per i due fratelli, quello per il figlio e per il primo marito) è sottomesso e straziato dalle tremende violenze che Gita ha incassato nel suo io e nel suo corpo, esperienze che l’anno portata ad avere ossessioni e paure tali, da impedirle di trovare la pace anche attraverso nuove gioie. Ed ecco l’onnipresente senso di colpa che tormenta Gita per quello che è accaduto alle persone che ha amato nella sua vita, unito al senso di colpa di chi l’ha aiutata. Poi c’è il castigo dato per non essere riusciti a compiere il proprio dovere tenendo lontano il male dai propri amati. Accanto ad esso si innesta la ricerca e il bisogno del perdono per riabilitarsi e affrontare il futuro con nuove consapevolezze. La Denermarková ci racconta una storia umana di dolore e tentativo di rinascita, ma allo stesso tempo la lucidità con la quale descrive il male insensato perpetrato verso deboli ed innocenti, portano chi leggere a riflettere sul senso delle azioni compiute  e delle parole pronunciate dall’uomo nella storia  e nella quotidianità, per farci capire che spesso «Non veniamo a sapere l’essenziale della vita delle persone. Non perché la storia finisce, ma perché finisce la riserva delle parole utilizzabili. Già, certo, perché si può commettere molto male con le parole. Non c’è niente che possa difenderci da esse». Traduzione dal ceco Angela Zavettieri.

Radka Denemarková è nata nel 1968, ha conseguito il dottorato in germanistica e boemistica nel 1997 presso l’Università Karlova di Praga. Ha lavorato per l’Istituto di letteratura ceca dell’Accademia delle Scienze della Repubblica Ceca, come lettrice e drammaturga presso il teatro Na zábradlí. Dal 2004 si dedica  esclusivamente alla scrittura. Ha pubblicato la monografia di Evald Schorm Sám sobě neprítelem (1998), e curato la raccolta Zlatá šedesátá (2000). Nel 2005 è uscita la sua prima opera in prosa, A já porád kdo to tluce. Il suo secondo romanzo I soldi di Hitler (2006) ha ottenuto il premio ceco «Magnesia Litera» nel 2007 per la prosa, i premi letterari tedeschi «Usedomska»nel 2011 e «Georga Dehia» nel 2012 ed è stato nominato al premio polacco «Angelus» nel 2009. Fra il 2010 e il 2012 è stato adattato e rappresentato al teatro Švandovo. Nel 2009 Radka Denemarková ha ricevuto ancora il premio «Magnesia Litera», questa volta per la pubblicistica, con la monografia romanzata Smrt, nebudeš se báti aneb Príběh Petra Lebla.Nel 2011 ha ricevuto il premio «Magnesia Litera» per la traduzione in ceco di L’altalena del respiro di Herta Müller. Del 2011 è il suo ultimo romanzo Kobold (Prebytky něhy. Prebytky lidí).

:: Recensione di Barbablù di Amélie Nothomb (Voland, 2013) a cura di Michela Bortoletto

9 aprile 2013

barbablùSaturnine è una giovane ragazza belga che insegna all’ École du Louvre. Vive sul divano-letto di una sua amica d’infanzia in un monolocale ben lontano dal centro.
Un giorno trova un annuncio su un giornale: “Cercasi coinquilina per una stanza di 40 metri quadri con bagno, accesso  libero a una grande cucina attrezzata per un affitto di 500 €”.
Saturnine pensa ci sia un errore, ma la curiosità ha la meglio e si presenta al colloquio di selezione. Con suo grande stupore si accorge che oltre a lei sono presenti solo altre donne. Nessun uomo.
Saturnine scopre così che molte di loro sono lì solo per curiosità: si dice che il proprietario della grande casa abbia avuto in passato altre otto coinquiline, tutte misteriosamente sparite. Il mistero attorno al proprietario e alla scomparsa delle otto donne sono i motivi della presenza di così tante donne al colloquio. Solo Saturnine, che nulla sapeva, è lì perché vuole davvero quella stanza. E proprio Saturnine sarà la prescelta.
Saturnine incontra così il Grande di Spagna Don Elmirio Nibal Y Milcar, l’eccentrico proprietario della grande casa. Elmirio ha quarantaquattro anni e da ormai vent’anni non esce da quella casa. Passa la sua esistenza tra quelle mura cucinando, cucendo magnifici abiti per la coinquilina del momento, leggendo gli atti processuali del tribunale della Santa Inquisizione, e comprando indulgenze da un prete amico di famiglia.
Secondo il contratto d’affitto Saturnine ha la libertà di fare qualsiasi cosa e entrare in qualsiasi stanza della casa ad eccezione della camera oscura di Don Elmirio: “Non è chiusa a chiave, è una questione di fiducia. Va da sé che questa stanza è proibita. Se ci entrasse, io lo saprei, e lei se ne pentirebbe.”
Saturnine intuisce immediatamente che la camera oscura è il motivo della scomparsa delle precedenti otto donne e comincia a interrogarsi sulle parole pronunciate da Elmirio. Che il suo proprietario le abbia assassinate? Perché? Cosa nasconde nella camera oscura? E perché in casa non c’è nessuna foto nonostante Don Elmirio si professi fotografo?
Saturnine lascia da parte ogni dubbio: è intenzionata a vivere in quella casa e se non deve entrare in quella stanza allora non ci entrerà!
Comincia così un rapporto intenso e burrascoso tra Saturnine e Don Elmirio. I due imparano a conoscersi, a influenzarsi e persino ad amarsi in un loro modo tutto particolare, fino all’inaspettato epilogo finale.
Barbablù è un breve romanzo sulla tentazione. La tentazione di profanare un segreto, la tentazione di amare un uomo che potrebbe essere pericolsoso, la tentazione di diventare la sua nona vittima. La tentazione di essere l’unica donna a resistere. Ma è anche un romanzo d’amore. Di un amore impalpabile, di un amore fatto di parole, gesti e soprattutto di colori. E il finale della storia non è per nulla scontato.
In Barbablù sono presenti tutti gli elementi caratteristici dei romanzi di Amélie Nothomb: la brevità, l’incisività dei personaggi, l’essenzialità, le citazioni letterarie, una vicenda surreale attraverso la quale analizzare uno dei numerosi tratti di noi umani.
Seppur in poche pagine, Amèlie Nothomb riesce ancora una volta ad indagare a fondo l’animo umano regalandoci anche questa volta dei personaggi degni dei protagonisti dei grandi classici. La Nothomb è l’esempio di come un libro non debba avere per forza mille pagine per approfondire un particolare tema ed essere incisivo: poche decine di pagine sono sufficienti, se si ha il talento e il dono dell’essenzialità che ha lei. Una volta scoperto il mondo di Amèlie, non se ne può più fare a meno! Traduzione di Monica Capuani.

:: Recensione di La notte non dimentica, Pamela Hartshorne, Nord 2013 a cura di Viviana Filippini

5 aprile 2013

la notte non dimenticaIl proverbio dice “una mela al giorno toglie il medico di torno”, ma credo che per Grace Trewe protagonista di La notte non dimentica, le mele siano l’ultimo frutto da prendere in considerazione per tenere alla larga i guai che la tormentano. Grace è appena approdata a York per occuparsi della casa lasciatele in eredità da Lucy morta tragicamente. Nel momento in cui la protagonista metterà piede nell’appartamento cominceranno a manifestarsi eventi strani che destabilizzeranno della sua già problematica esistenza. Grace comincerà a sentire delle voci, il suo olfatto percepirà un costante odore di mele marce e lo stesso frutto mezzo putrido le comparirà davanti agli occhi lasciandole un perenne senso di nausea e malessere ai quali non riesce a dare spiegazioni. Fossero solo queste le sue preoccupazioni Grace non avrebbe nulla da  temere, ma il tutto peggiora quando oltre alle voci che chiamano di continuo una certa Bess, lei comincerà a fare strani sogni nei quali si troverà a vivere nei panni di una certa Hawise, nella città di York nel 1577.  Il romanzo della Hartshorne ha un ritmo ben costruito e gioca sul labile confine tra passato e presente, dove la vita di Grace e quella di Hawise si compenetrano sino a diventare una sola. Grace rivive sulla propria pelle e nel proprio animo la drammatica vicenda esistenziale e le emozioni vissute da Hawise nella York elisabettiana. Le due donne sono lontane sì nel tempo, ma in comune hanno un profondo dolore causato dalla convinzione di non essere riuscite a salvare delle vite innocenti. Un senso di colpa che attraversa i secoli e che tormenta in modo ossessivo entrambe. Grace- Hawise o Hawise-Grace sono l’esempio del coraggio e della forza di volontà che si nasconde nell’animo femminile, quell’energia che le spingerà ad affrontare un destino avverso e pieno di insidie e che metterà a repentaglio la vita di entrambe e di coloro che le due donne amano. Allo stesso tempo la Hartshorne sviluppa, giocando sempre sul parallelismo tra presente e passato, una serie di tematiche che affondano le loro radici sul conflitto generazionale tra genitori e figli incarnato nel romanzo dallo scontro tra il razionale studioso di storia Drew e la figlia ribelle Sophie. E che dire della fine riflessione sul tema della manipolazione mentale attuata nei confronti di persone sensibili, in particolare questo emerge nel tempo presente dal viscerale interesse di Sophie per la setta guidata dallo pseudosantone Ash, un ex studente di Drew, che riesce a condizionare in maniera incisiva l’agire dell’adolescente mettendone a repentaglio la vita. Nel passato lo stesso tema è affrontato nel momento in cui le donne che attorniano Hawise – compresa la sorella Agnes – istigate dal malefico Francis, si convinceranno che  la donna è l’incarnazione del maligno, dimostrando in questa maniera la loro completa ottusità mentale e incapacità di giudicare in libertà le persone. La simmetria tra l’oggi e lo ieri è molto forte anche tra i vari personaggi, perché è facile mettere in relazione gli attori della vicenda del presente con quelli che sono esistiti nella York del Cinquecento. La notte non dimentica è un romanzo avvincente e ricco di suspense, dove il coinvolgimento del lettore nella trama narrativa è così efficace che ad un certo punto non si riuscirà più a distinguere i sottili passaggi temporali tra il presente e il passato e allo stesso tempo la storia simbiotica tra Grace e Hawise evidenzia che imparando ad evitare gli errori del passato è possibile migliorare il presente. Traduzione di Paolo Falcone.

Pamela Hartshorne oggi vive a York, ma prima di approdare qui l’autrice ha viaggiato in tutto il mondo facendo i lavori più disparati: l’interprete in Camerun, l’insegnante d’inglese a Giacarta, e anche la cuoca in una fattoria australiana. Si è avvicinata la mondo della narrativa collaborando saltuariamente con l’«Observer», per pagarsi il Dottorato in Storia. Un passione quella per l scrittura che continua nel tempo come l’amore per la storia. La notte non dimentica è il suo primo pubblicato in Italia.

:: Recensione di L’ultima volta che l’ho vista di Charlotte Link (Corbaccio, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 aprile 2013

ultima voltaL’ultima volta che l’ho vista (Im Tal des Fuchses, 2012) di Charlotte Link, traduzione dal tedesco di Alessandra Petrelli, edito da Corbaccio nella collana Top Thriller, collana dedicata agli psico- thriller, è un romanzo che consiglio senz’altro agli appassionati del genere. La fama dell’autrice, una vera e propria icona del thriller in Germania, è per una volta pienamente meritata e i suoi libri donano realmente quello che promettono: suspense, brividi, continui colpi di scena, il tutto impreziosito da una scrittura davvero ricca e piacevole, un buon approfondimento della psicologia dei personaggi, una trama complessa ma non cervellotica. Anche grazie alla traduzione della Petrelli, L’ultima volta che l’ho vista, è dunque il tipo di libro che ci accompagna nelle giornate di pioggia, e in questa primavera bizzarra non ci sono certo mancate, con una tazza di cioccolata fumante. E’ sempre letteratura di svago, ma come in questo caso quando è fatta con intelligenza e spirito, rappresenta decisamente il tipo di letteratura capace di avvicinare alla lettura anche i lettori così detti “non forti”. Sebbene tedesca Charlotte Link ha la peculiarità di ambientare i suoi thriller in Inghilterra, come questa volta in Galles, e per chi temesse la piuttosto invadente pesantezza teutonica, posso dire che questa autrice ne è piacevolmente immune. Estate del 2009. Una coppia di coniugi sta tornando in auto verso casa. Sono Matthew e Vanessa Willard. In compagnia del loro cane, Max, un bellissimo pastore tedesco dagli occhi dolci. Uno scambio divergente di opinioni, forse per stanchezza o incomprensione si trasforma in un vivace litigio, così quando la loro auto si ferma in una piazzola di sosta, Matthew si allontana con il cane lasciando la moglie sola in auto a rimuginare sul perché il marito voglia trasferirsi a Londra, costringendola a seguirlo e ad abbandonare il suo lavoro di insegnante. Passano pochi minuti e al ritorno di Matthew, Vanessa è scomparsa. Subito scopriamo il motivo di questa sparizione, non ve l’anticipo, ma è solo l’inizio di una serie di coincidenze e di bizzarri scherzi del destino. E’ davvero difficile riassumere la trama senza svelarne i nodi cruciali per cui per questa volta mi limiterò a dire che diversi personaggi si susseguono nelle pagine: Ryan Lee, un sfigato a cui la vita non ha dato grandi possibilità, Nora la donna che lo ama e che lo ospita una volta uscito di prigione a causa delle lesioni inferte a un ragazzo di 19 anni in una rissa. Poi c’è Jenna, la protagonista se vogliamo di questo romanzo che racconta la sua storia in prima persona e che conosce una sera da amici Matthew ancora incerto sul destino della moglie, ma desideroso di farsi una nuova vita. Poi c’ una coppia di amici Ken e Alexia, quest’ultima scomparirà misteriosamente con le stesse modalità della sparizione di Vanessa. Sembrano tutti personaggi slegati, ma un filo conduttore li unisce e li porta a interagire, mentre sullo sfondo il piano davvero malvagio di un autentico delinquente, che non stentiamo a credere alla fine sarà l’unico a farla franca, complica ancora di più le cose in un groviglio di coincidenze. E se Vanessa fosse ancora viva e volesse vendicarsi? Buona lettura.

:: Recensione di Regina Nera di Matteo Strukul (EO, 2013)

3 aprile 2013

milaL’Alto Adige è uno stato dell’anima, ancor prima che un luogo.
Ma dietro questa calma apparente si nasconde un mondo duro e crudele. Fatto di lavoroche spezza la schiena, di tradizioni da preservare, ma anche dei fiumi di alcol che scorrono dentro i Gasthof la sera, di razzismo pronto ad esplodere, di masse di denaro che fluiscono nelle tasche dei residenti grazie agli affitti estivi e ai proventi della stagione invernale. La Provincia a statuto speciele foraggia gli altoatesini, incentiva gli albergatori e prospera grazie al turismo.
Guardare e non toccare.
Ma c’è anche una realtà per molti aspetti legata al passato, fatta di segherie e di distillati che bruciano la gola, di caccia al capriolo e raccolta di funghi. C’è ancora una vita governata da ritmi primitivi e sacri, i ritmi della natura. Sono sacche che resitono, nonostante la cortina di denaro che fodera tutto: l’Alto Adige ha ancora un cuore, perso da qualche parte.

Dopo due anni da La ballata di Mila, che aveva inaugurato nel 2011 la collana Sabot/age di EO, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, torna, sempre per la stessa collana, il personaggio creato da Matteo Strukul, Mila Zago, cacciatrice di taglie per la BHEG, in un sequal dal titolo significativo Regina Nera – La giustizia di Mila e sembra ormai che questa fortunata trilogia sia destinata a varcare i confini nazionali e trovare fortuna dagli USA all’Australia passando per il Sudafrica, notizia che penso debba far felice non solo l’autore ma l’intero mondo editoriale nostrano, data la difficoltà congenita di farci conoscere all’estero, ancora di più in un genere come il pulp noir in cui i precursori e maestri incontrastati parlano inglese. Per chi ha già letto La ballata di Mila forse le ragioni di questo successo sono più comprensibili, ma analizziamole assieme, prima di parlare del secondo episodio della trilogia da me appena letto. Matteo Strukul influenzato da tutto un magma di letteratura, cinema, fumetto pulp ha creato innanzitutto un’ eroina decisamente non convenzionale, simile a tante eroine ormai classiche, da Lara Croft, a Nikita, da O-Ren Ishii a Sema Gokalp dell’Impero dei lupi di Grangè, ma identica a nessuna: Mila Zago ha infatti una sua propria identità definita e una sua iconica rappresentazione molto peculiare, già i suoi lunghi dreadlocks rossi di per sé servono allo scopo, che la caratterizzano rendendola umana e nello stesso tempo invincibile. L’aspetto onirico non è da sottovalutare e lo scardinamento della realtà e della logica – ricordiamoci che è sempre una ragazzina che armata di katana taglia teste e scorrazza per il Veneto o prende a pugni tizi nerboruti che dovrebbero a rigor di logica farne strazio –  si accompagna ad un tentativo di sublimazione e di riscatto. Non dimentichiamoci che è un uomo che parla, un uomo che osserva le donne, si immedesima, fa sue le battaglie di emancipazione e liberazione che loro vivono. Soprattutto in questo secondo episodio la forza femminista è predominante. Una donna Laura Giozzet, la prima candidata premier italiana, leader di un immaginario partito delle Donne, rimane vittima di un attentato, un uomo le spara riducendola in fin di vita e le rapisce la figlia Giulia.  Cosa lega Laura Giozzet ad una donna ritrovata cadavere nella neve, brutalmente torturata e privata degli occhi? Mila Zago, incaricata dal BHEG di trovare la figlia scomparsa di Franz Rainer, lo scoprirà presto e la sua missione di giustizia la porterà a far chiarezza in tutta questa intricata faccenda e anche in se stessa. Tra politici corrotti, bande di bikers, musicisti heavy metal, fanatici di vecchi culti germanici, e tutta una fauna umana variegata e colorita, Mila Zago in compagnia della sua katana emerge come una vendicatrice coraggiosa e spietata, ma capace di gesti e sentimenti di grande umanità. La violenza iperrealistica delle scene di combattimento (scene curate da ogni angolatura, come se fossero fotogrammi di un film al rallentatore) sprigiona una carica vitale che infonde all’intera narrazione un ritmo anfetaminico e dilatato, come se di colpo la protagonista fosse catapultata in un caleidoscopio di suoni e colori dal quale esce trasfigurata. Sebbene il realismo spesso è posto in secondo piano, la componente di critica sociale che accomuna per esempio l’autore con Carlotto, e non mi stupisco che abbia scelto questo libro per la sua collana,  è molto marcata e da spessore e profondità all’ intera vicenda non facendola debordare in una fracassona e rumorosa saga da Luna Park. Mila Zago è un personaggio con una sua profondità: ha sentimenti e ricordi, ha un passato doloroso che getta crepe nella sua corazza di eroina invincibile, è sexy e affascinante, coraggiosa e generosa, sa essere spietata e dura ma solo per un suo senso personale di giustizia che la connota come un’eroina positiva, non ostante tutto. Strukul sta affinando lo stile, e per esempio quando parla di musica emerge il suo passato di critico musicale con piacevoli descrizioni che si capisce sono fatte da un intenditore ed un appassionato. La scrittura è diretta, veloce, frasi brevi, accelerazioni improvvise e vertiginose ricadute. Consigliato.

:: Segnalazione di Un uomo da marciapiede di James Leo Herlihy (Beat, 2013)

2 aprile 2013

fJames Leo Herlihy
Un uomo da marciapiede
Traduzione di Andreina Lombardi Bom

Una potentissima storia di solitudine esistenziale e perdita dell’innocenza nell’America degli anni Sessanta.

«Un romanzo che si muove con il fascino irresistibile di un serpente a sonagli».
Sunday Times

«James Leo Herlihy scrive con un’ironia tagliente che Steinbeck ormai ha perso, con autentica indignazione verso le umiliazioni dello spirito umano».
Nelson Algren

«Una storia agghiacciante, raccontata con grandissima maestria».
The Saturday Review

«La prosa è sia durissima che piena di fantasia. I dialoghi sono impeccabili».
The New York Review of Books

Quando nel 1969 John Schlesinger portò sul grande schermo la storia del giovane texano Joe Buck, aspirante cowboy che si trasferisce nella grande metropoli sperando di fare fortuna come gigolò, e del suo compagno, il vagabondo Rizzo che vive di espedienti, le interpretazioni indimenticabili di Jon Voight e Dustin Hoffman confermarono la straordinaria potenza del romanzo, uscito quattro anni prima, che aveva ispirato il film. Lo strepitoso successo della pellicola (vincitrice di tre premi Oscar, come miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura non originale – caso unico nella storia del cinema, per un un’opera vietata ai minori di 18 anni) ha trasformato il romanzo in un vero e proprio libro di culto.
Le disavventure rocambolesche e drammatiche dei due protagonisti si susseguono nella New York degli anni Sessanta fra alberghi squallidi e appartamenti lussuosi, ragazzi di vita e signore viziose, predicatori strampalati e pseudo artisti pop, ma soprattutto una galleria di personaggi lacerati più o meno consapevolmente da una solitudine feroce.
La rappresentazione arguta e compassionevole di un mondo popolato di outsider si affianca a una penetrante e poetica comprensione del «grottesco umano», per la quale Herlihy è stato accostato ad autori come Sherwood Anderson, Nathanael West e J.D. Salinger.

James Leo Herlihy (1927-1993) è stato scrittore, drammaturgo, attore e regista. Oltre a Un uomo da marciapiede (1965) ha scritto altri due romanzi ( E il vento disperse la nebbia, 1960, e Season of the Witch, 1971) e due raccolte di racconti.