Archivio dell'autore

:: Il palazzo dalle cinque porte, Stefano Di Marino (Mondadori, 2014) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2014

3100Cigolii, passi affrettati nel buio, ombre, presenze inquietanti, delitti, misteri, di questo si nutre Il palazzo dalle cinque porte, romanzo che segna il passaggio da Segretissimo al Giallo Mondadori, di un autore versatile e non scontato come Stefano Di Marino.
Un autore che ama sperimentare e sorprendere, tanto da tentare la strada del thriller soprannaturale, quel genere di giallo fantastico, con sfumature horror, contaminato da suggestioni cinematografiche e letterarie che ci portano lontano nel tempo, agli sceneggiati italiani anni settanta, come non pensare a Il segno del comando, con Ugo Pagliai nei panni del professore Edward Forster, o anche ai successivi gialli all’italiana, di registi come Argento, Lenzi, Bava, per citarne alcuni, ed ancora prima ai personaggi letterari di Arsene Lupin di Maurice Leblanc, o Rocambole di Alexis Ponson du Terrail o le atmosfere irreali e ricche di pathos di Fantômas, capisaldi della narrativa d’avventura.
Da scrittore di razza, perché Di Marino ha una naturale fluidità narrativa che gli permette di essere forse il più prolifico autore italiano di action, ama contaminare generi e rielaborarli aggiungendo suoi personalissimi tratti distintivi, sopratutti l’amore per l’oriente e le arti marziali per esempio, e in questo romanzo la ricerca legata all’occulto, e alle arti legate alla magia, all’illusionismo, alla prestidigitazione (arrivando a spiegare i meccanismi che svelano i segreti di un delitto nella stanza chiusa, o i congegni nascosti che circondano una seduta spiritica organizzata da imbroglioni).
Dunque suggestioni horror, declinate più nelle sue componenti di inquietudine e di minaccia incombente, ma anche caratterizzate da derive slasher, (armi da taglio sono le armi preferite dal nostro misterioso assassino, che anche non disdegna le pale di un motoscafo per smembrare e fare a pezzi una delle sue vittime), unite ai temi più cari al romanzo classico d’avventura, più l’occulto e le leggende esoteriche legate a personaggi maledetti prigionieri del passato come il pittore cinquecentesco Betto Angiolieri o il capitano di ventura della Serenissima Radu Salieri detentore di un codice misterico capace niente meno che di aprire un porta, (la fantomatica quinta porta), sull’Occulto, il celebre Oculus Diaboli.
In una Venezia tardo autunnale, labirintica e crepuscolare, si muove dunque il protagonista Sebastiano “Bas” Salieri, personaggio forse destinato ad iniziare una nuova serie di romanzi parallela a quelli del Professionista. Giovane, affascinante, amato dalle donne, uomo di spettacolo e nello stesso tempo smascheratore di ciarlatani e impostori che avvelenano la sua arte, l’illusionismo. Con un passato doloroso, che gli ha forgiato l’animo e il corpo. Forse soldato di professione in epoche passate, (riconoscendo un suo simile un po’ si lascia andare a ricordi di zone di guerra) ma tutto sfuma nel mistero e le similitudini con il Professionista si perdono definitivamente.
Tutto ha inizio con la morte, apparentemente accidentale, di suo zio, Mattia Salieri, che inaspettatamente lo lascia erede di uno storico palazzo, il palazzo dalle cinque porte appunto. Che di porte ne ha solo quattro, e questo naturalmente è solo uno dei misteri che il nostro Bas cercherà di risolvere. Il vicequestore Sauro Panitta non crede alla morte accidentale e subito coinvolge il protagonista nelle sue indagini parallele. Ma questa non sarà l’unica morte, un assassino misterioso infatti si aggira per Venezia, tessendo la sua trama di morte intorno a Bas Salieri.
Aiutato dalla bella fotografa Martina, che presto diventerà la sua amante veneziana, la ricerca della verità diventa per Bas essenziale e anche legata al vero motivo che l’ha portato a Venezia. Non ve lo anticipo, lo scoprirete leggendo il libro. Ah poi c’è un fantasma, già un mistero nel mistero, che spingerà a chiederci se Bas creda veramente al soprannaturale. Illusione, suggestione ipnotica, anima dolente che cerca giustizia, se non vendetta? Tocca a voi scoprirlo assieme all’identità dell’assassino o degli assassini. Come da tradizione, tutto o quasi sarà spiegato negli ultimi capitoli. Ah dimenticavo, segnalo in conclusone un’ interessante intervista all’autore concessa ad AD su architettura e scenari narrativi.  Tutto febbraio in edicola, poi solo in ebook. Buon divertimento.      

Stefano Di Marino si occupa della narrativa d’intrattenimento in tutte le sue forme da oltre vent’anni. Con lo pseudonimo Stephen Gunn firma per Segretissimo la serie Il Professionista dal 1995. Ha pubblicato il saggio C’era una volta il thrilling nell’antologia Il mio vizio è una stanza chiusa (Supergiallo Mondadori, 2009) da lui stesso curata, e Paura sul piccolo schermo in Cripte e incubi (Bloodbuster editore 2012). Nel Giallo Mondadori presenta ha pubblicato la trilogia hard boiled Montecristo. Dal 2009 scrive romanzi e racconti thriller per la rivista Confidenze (Io sono la tua ombra, Sortilegio, Appuntamento a Madrid, Maschere e pugnali, la Finestra sul lago, Il mare degli inganni e La casa con i muri rosa). Nello speciale Giallo 24 ha pubblicato Donna con viso di pantera.

:: Un’ intervista con Italo Bonera a cura di Viviana Filippini

24 febbraio 2014

04.+250x250Benvenuto qui a Liberi di Scrivere a Italo Bonera, prima di parlarci del tuo ultimo libro, Io non sono come voi (Gargoyle editore), raccontaci un po’ di te e di come è nata la tua passione per la scrittura e quali sono i tuoi punti di riferimento letterari?

R. Le mie prime passioni sono state la fotografia e la lettura, a dire il vero. Poi, mi è capitato anche di scrivere, trascinato dall’amico Paolo Frusca, col quale ho firmato il romanzo di storia alternativa Ph0xGen!, uscito nel 2010 tra i Millemodi Urania di Mondadori. Devo ringraziare soprattutto la spinta di alcuni amici: scrivere, all’inizio, non mi appassionava più di tanto, poi ho ceduto, anche perché nel 2003 avevo vinto un premio per racconti brevi. Una volta pubblicato il primo romanzo e avendo ottenuto riscontri positivi ho deciso di proseguire, restando sempre nell’ambito della narrativa di genere, dove trovo anche i miei riferimenti. Non solo fantascienza (gli Urania sono stati tra le mie prime letture), prendo molto anche dal noir. In coda a Io non sono come voi cito gli autori dai quali ho rubato frasi, espedienti, metafore, stile. Sono soprattutto Andrè Helena e Leo Malet, ma anche altri.

D. Cosa ti ha suscitato gli elementi per la costruzione della storia di Io non sono come voi?

R. Il primo capitolo è nato da un fatto di cronaca, la fuga di un ergastolano che, a quanto pare, aveva simulato uno stato comatoso per approfittare dell’occasione propizia. L’episodio mi aveva colpito, così mi sono trovato a scrivere alcune pagine in forma di narrazione, immaginandomi al posto dell’ergastolano, in un contesto ancor più esasperato. In seguito si sono sovrapposti altri elementi: riflessioni, discorsi con amici, persino un episodio di Dexter. Quando ho capito che da tutti questi materiali poteva emergere un personaggio – e la sua storia – ho iniziato la scrittura vera e propria. Confesso di aver ripreso anche pagine scartate da lavori precedenti che, rielaborate, hanno funzionato benissimo, contribuendo a strutturare il protagonista.

D. Il tempo del romanzo è nel 2059, un futuro non tanto lontano, perché hai scelto di proiettare in avanti nel tempo, una vicenda la cui trama è molto contemporanea?

R. Ambientare una storia nel futuro significa godere di una grande libertà narrativa. Ci si può inventare un universo, purché si rispettino una certa plausibilità e le leggi della termodinamica. Il Polialcaloide Viola, la Divisione Terza, il Distretto Cinese, la diffusione dei sintocarburanti, sono alcuni degli elementi immaginari che contribuiscono a comporre lo sfondo di una vicenda nella quale alcune tendenze della contemporaneità vengono portate all’estremo. In alternativa al futuro, potevo immaginare un presente fantastico e distopico. In ogni caso, è un futuro non molto lontano dal nostro quotidiano, è un riflesso del presente.

D. Il protagonista è un giovane professore, un uomo che compie un atto di altruismo (prende le difese di un extracomunitario) e per questo viene arrestato e condannato a scontare la sua pena. Perché la sua bontà e azione in nome della giustizia viene punita?

R. “Se sei un uomo buono, è probabile che facciano di te una vittima”: è una frase che ho letto in un articolo alcuni mesi fa. Una riflessione che riconosco, e credo che ciascuno ne abbia esperienza. Nulla di nuovo.

D. L’ex professore è costretto ad arruolarsi nella Terza Divisione, che ti confesso mi ha ricordato un po’ la Legione Straniera, come influirà su di lui questa esperienza?

D. Chiunque si trovasse a passare in un tritacarne come quello che descrivo ne uscirebbe segnato. Il protagonista è colto, consapevole, critico, ma quando esce dall’esperienza della Terza è anche spietato. Un personaggio magari poco plausibile, ma interessante. La Legione Straniera è in effetti un modello cui ho pensato, ma non solo. La Francia concedeva la cittadinanza agli algerini che si arruolavano per combattere sul fronte della prima guerra mondiale – a quelli che ne uscivano, almeno: per gli altri, lapidi con la mezzaluna in cimiteri affollati di croci.

D. Il mondo di Io non sono come voi è immerso in una Totaldemocrazia, ma la libertà vera esiste?

R. Non credo che la libertà sia un tema del mio romanzo. Forse lo è il Potere, che non è mai buono. L’Italia che immagino è gestita da un consiglio di amministrazione che svolge in maniera molto snella le funzioni di governo e parlamento, senza tanti vincoli e con grande efficienza. Molto moderno, no? Si rinuncia a un po’ di diritti, a un po’ di libertà, ma il PIL sarà soddisfacente. E le consultazioni elettorali sono una liturgia inutile; tanto, si sa, non cambia mai nulla, sono tutti uguali e rubano tutti allo stesso modo. Allora, meglio limitarsi a verificare la stabilità del consenso popolare con agili sondaggi. Butteremo via tempo e soldi per le elezioni solo quando la statistica rileverà una varianza significativa.
Ecco, questa è la Totaldemocrazia. La libertà è un’altra cosa.

D. Leggendo il tuo libro ho pensato molto alle riflessioni degli anni ’70 del secolo scorso di Pier Paolo Pasolini sul ruolo dei mezzi di comunicazione di massa nella società. Ti ha un po’ influenzato per la creazione del mondo apparentemente libero del tuo libro?

R. Ho letto poco di Pasolini, ma mi ha colpito, e in effetti avevo presente una sua riflessione – non sul ruolo dei media però. Gli italiani, scriveva, sono “un popolo storicamente incapace di dissentire”. La società che ipotizzo, infatti, non è costruita sulla repressione dall’alto, ma sulla mediocrità di un popolo che non vuole essere protagonista delle decisioni, che trova più comodo subire piuttosto che prendere coscienza, un popolo che non è nemmeno tale, ma è solo un insieme di persone chiuse nel proprio particolare, una massa disomogenea, priva di tessuto connettivo e relazioni autentiche. Il protagonista non è tanto vittima del potere, quanto della mediocrità diffusa.

D. Che ruolo hanno i media in questa storia, ossia comunicano il vero o sono gli strumenti del potere per controllare la massa e tenerla buona?

R. La stampa indipendente è un’illusione da tempo. Gli editori, i produttori, devono assecondare non solo gli interessi dei gruppi finanziari di riferimento, ma anche le esigenze degli inserzionisti pubblicitari – che sono i veri utenti dei media. È una situazione tanto palese che nemmeno la consideriamo aberrante. Difficile pensare a un futuro in controtendenza.

D. Accanto al protagonista ci sono tanti personaggi e mi ha colpito la coppia della giornalista con il suo operatore, due persone molto diverse caratterialmente. La freddezza calcolatrice di lei è dovuta al lavoro che svolge?

R. Già oggi nell’informazione c’è molto news-show: è questo che la brava gente vuole, no? Jennifer Micheletti non è una giornalista vera, nel 2059 il giornalismo autentico è estinto, soppiantato dallo spettacolo delle news. Ma lei è solo uno dei tanti personaggi che, in “Io non sono come voi”, si muovono perseguendo unicamente i propri interessi: il giudice, il poliziotto, l’assessore, l’avvocato… Tutti funzionali alla “società” in cui vivono. L’operatore, Rachid, è invece una figura diversa, e infatti il suo ruolo sarà emblematico.

D. Un altro elemento che impera è la corruzione presente ovunque. Spiegaci il senso del suo diffondersi in modo capillare in ogni dove, ossia nelle istituzioni e nelle persone.

R. È uno dei tanti aspetti del presente che ho esasperato – questo, in particolare, neanche tanto, almeno secondo la percezione che ho.

D. Quale è tra i personaggi di questo libro quello a cui sei più affezionato e perché?

R. Markus è forse il mio preferito. Malgrado il suo passato, malgrado il suo cinismo, incarna la solidità, la fedeltà agli affetti che si scelgono – non una fedeltà carnale, ma sostanziale. E poi è molto fuori dagli schemi, i rapporti che instaura sono autentici, anche se non inquadrabili in categorie. Infatti, il protagonista fatica ad accettarli. Un altro bellissimo personaggio secondo me è Nadija, che riflette una personalità simile a quella di Markus.

 

D. Quello invece che ami di meno o che ti è stato più difficile creare e perché?

R. Davvero non saprei. Ogni personaggio ha qualcosa di “difficile” nella sua costruzione. Per me è importante che ognuno di essi sia riconoscibile al lettore, abbia una “voce” che lo distingua, e su questo ho cercato di fare del mio meglio.

D. Ho avuto la sensazione che il tuo libro voglia invitare noi lettori a riflettere e osservare meglio la realtà dove viviamo, perché non sempre l’apparenza delle cose corrisponde al vero. È questo il messaggio?

R. Mi rendo conto che è difficile non trasferire nella scrittura la propria visione del mondo, però il mio intento era meno ambizioso: narrare una storia, far sentire una voce senza sottotesti. Ho cercato di scrivere un romanzo che coinvolga il lettore, che trasmetta la voglia di scoprire cosa succederà nella pagina seguente, sino a un finale che non deluda – tutto qui.

D. Sei già alle prese con un nuovo lavoro?

R. Insieme all’amico Paolo Frusca sto completando un’antologia di racconti e contiamo di autopubblicarla in formato elettronico. Un lavoro più impegnativo – un nuovo romanzo – è anch’esso in corso d’opera, ma ci vorrà tempo. Intanto, il disegnatore Angelo Bussacchini e lo sceneggiatore Christian Bisin stanno dando vita a una graphic novel tratta da Ph0xGen!, che dovrebbe uscire nel 2015 insieme alla riedizione del romanzo, un lavoro dal quale ci aspettiamo un buon riscontro.

:: Bambina mia, Tupelo Hassman (66thand2nd, 2013) a cura di Lucilla Parisi

23 febbraio 2014

tupelo_bambina_scheda-sitoTraduzione di Federica Aceto

Gli uccelli nascono da uova e sono sempre a forma di uovo. Forse è impossibile sfuggire allo stampo che ti ha plasmato, non si può sfuggire allo stampo iniziale, anche se ci si prova”.

Rory Dawn ha un nome da alba ruggente, ma un’esistenza che nel deserto del Nevada non lascia sperare nulla di buono.
Figlia di Johanna Ruth Hendrix e nipote di Sherley Crum, il destino di Rory o R.D. è impresso nella terra polverosa di una Contea che ha poca voglia di farsi carico dei casi disperati.
Reno è la città dei giocatori d’azzardo e dei turisti e nella sua periferia, “imbrattata di rum e sperma”, c’è il campo caravan Calle del Flores ed è lì che Rory si trasferisce con sua madre a soli 4 anni, per vivere in una casa con le ruote.
Inizia da piccola, Rory, a fare i conti con i sogni spezzati della madre e della nonna, due donne le cui vite fatte di fughe, matrimoni sbagliati e figli lontani si ripropongono identiche e fallimentari. Rory non ci sta a ripetersi. Allieva eccellente e bambina “quasi” prodigio nella mediocrità di una realtà fatta di infanzie rubate, violenza domestica, assistenti sociali e alcolismo ereditario, la piccola R.D. fatica però a riemergere dal fango della Calle e a trovare le parole giuste per dare voce al mondo che si porta dentro.

Io comunque non ho detto niente alla mamma […]. Se lei è convinta che va tutto bene, allora va tutto bene, e così io mi tengo dentro le parole che mi si annidano in gola e sotto la lingua e mi spuntano fuori dalle labbra come i germogli di soia che crescono nei cartoni delle uova sul davanzale della nonna. Mi tengo sempre le mani sulla bocca, […] per paura che una mi possa scivolare e che la verità mi scappi fuori nel sonno”.

Sarà la ricerca di una dimensione alternativa, privata e rispettosa delle regole a salvare Rory dalla caduta: il Manuale delle girl scout e la lettura in genere saranno per R.D. l’altro modo di vivere la Calle e la fonte da cui attingere consigli utili per allontanarsi quanto prima dal deserto esistenziale.
Tupelo Hassman è bravissima a raccontarci i sogni di Rory, una bambina che osserva i grandi con il biasimo e l’orrore di chi ha dovuto conoscere troppo presto i loro soprusi e la violenza endemica delle loro azioni. Il mondo che la circonda e da cui sua madre non riesce a proteggerla sarà il luogo da cui prendere le distanze e allontanarsi, da sola, per riuscire a sopravvivere.

Come può mia madre spiegarmi cos’è la sicurezza? Come fa una donna cresciuta sul manubrio di un motorino che correva a tutta velocità spiegare cosa sono le cinture di sicurezza? A mamma il manubrio del motorino della nostra vita sembrava un posto sicuro, e intanto la sua bussola girava come il tachimetro e noi correvamo all’impazzata.

La narrazione in prima persona aggredisce il lettore attraverso la cronaca fedele e impietosa della realtà: le confessioni di un diario, i resoconti di assistenti sociali o gli articoli di giornali sono lo strumento di cui la protagonista abilmente si serve per raccontare gli eventi della strada in cui vive e delle persone che la abitano.
Uno stile originale e accattivante che lascia il segno e invita alla lettura.
Il romanzo d’esordio della scrittrice americana Tupelo Hassman convince. Bambina mia è un lavoro ben riuscito e credibile, una novità originale nell’attuale panorama letterario ed editoriale.

Tupelo Hassman (1973) ha vissuto a Reno, in Nevada, dai quattro ai dodici anni. Ha conseguito un master alla Columbia University. Ha pubblicato articoli e recensioni su varie testate, tra le quali «The Boston Globe», «The Independent», «Harper’s Bazaar» e ha vinto il London’s Literary Death Match. Bambina mia è il suo romanzo d’esordio, frutto di dieci anni di lavoro. È stato definite dal «Boston Globe» il caso letterario del 2012. Sito web

:: Giuseppe – Il padre di Gesù, Gianfranco Ravasi, (Edizioni San Paolo, 2014) a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2014

giuseppeLa figura di San Giuseppe mi ha da sempre affascinato, per cui ho colto l’occasione di leggere Giuseppe – Il padre di Gesù di Gianfranco Ravasi, Edizioni San Paolo, con un misto di curiosità e aspettativa, e devo ammettere che sono tante le cose che ho appreso, alcune decisamente lontane dall’iconografia classica. Giuseppe, c’è poco da dire, è una figura misteriosa, circondata da un‘aura di riserbo e di silenziosa discrezione. Cosa sappiamo realmente di lui? Dai vangeli canonici poco, appare più come una figura dimessa, sullo sfondo della vita di Gesù, di Maria e degli apostoli. Sappiamo che era un uomo giusto e gentile, di età in un certo senso avanzata, dotato di una fede forte e profonda (messaggeri divini gli apparivano in sogno e lui non esitava a eseguire cosa gli veniva comandato) e di un certo coraggio, fidanzato e poi sposo di Maria, padre legale di Gesù, un gran lavoratore, un falegname, discendente della stirpe di Davide sebbene la sua condizione sociale fosse modesta. Ravasi comunque non si limita a presentarci la figura di Giuseppe che emerge dai vangeli canonici, e qui sta sicuramente la parte più interessante del libro, ma aggiunge anche notizie tratte dai vangeli apocrifi, quei testi anche molto antichi che non rientrano nei testi giudicati dalla chiesa di ispirazione divina. In appendice troviamo per esempio il testo integrale della Storia di Giuseppe il falegname, testo apocrifo in cui viene descritta la morte di Giuseppe, e apprendiamo per esempio che era vedovo quando sposò Maria e già padre di numerosi figli (i celebri fratelli di Gesù?). O a pagina 46, notizie tratte dal Vangelo arabo dell’infanzia, da cui apprendiamo i nomi dei due condannati che saranno crocifissi con Gesù a Gerusalemme, e le circostanze un po’ avventurose del loro incontro precedente in Egitto con la sacra famiglia. Curioso il capitolo intitolato Un falegname high-class in cui Ravasi riporta la polemica tra chi “vorrebbe continuare a classificare Gesù e la sua famiglia nella categoria della povertà e chi, invece, vorrebbe promuoverlo al rango della media borghesia”. Polemica della quale ero del tutto all’oscuro. Naturalmente è un testo scritto da un teologo, che riporta versetti e citazioni bibliche, ma con una certa leggerezza che permette anche ai meno avvezzi ai testi teologici di trovare spunti di riflessione interessanti. Curioso per esempio anche l’accostamento tra Lenin  e San Paolo di pagina 65, che non vi anticipo, lo scoprirete durante la lettura, o l’elenco di rappresentazioni pittoriche in cui appare l’effige di Giuseppe. Bella per esempio la copertina con la riproduzione di San Giuseppe con Gesù bambino, 1640-1642, di Guido Reni. Sebbene sia un testo relativamente breve, perfetto come regalo per la festa del papà, Giuseppe – Il padre di Gesù racchiude un ritratto approfondito della figura di Giuseppe, con un occhio all’universo bliblico e un altro alle tracce culturali, come sintetizza lo stesso autore nell’ introduzione. Letto in un pomeriggio, senza sforzo grazie a uno stile semplice e discorsivo, privo di asperità.                  

Gianfranco Ravasi, nato nel 1942 a Merate (Lecco) e ordinato sacerdote nel 1966, è stato per molti anni Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Nel settembre 2007, dopo essere stato nominato da Benedetto XVI Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra, è stato ordinato Arcivescovo Titolare di Villamagna di Proconsolare. A lungo docente di esegesi dell’Antico Testamento nella Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e di ebraico nel Seminario arcivescovile milanese, è membro di numerose accademie e istituzioni culturali italiane e straniere, oltre che autore di diversi volumi. Il 20 novembre 2010 è entrato a far parte del Collegio cardinalizio. Tra le opere pubblicate presso le Edizioni San Paolo segnaliamo la “trilogia” Che cos’è l’uomo? (2011), Chi sei Signore? (2011) e Dove sei, Signore? (2012), come pure il commento ai Salmi (20072) e quello al Qohelet (20085). Per il Gruppo San Paolo ha diretto opere di prestigio come la Bibbia Via, Verità e Vita (2009), i diversi volumi della Nuova Bibbia per la Famiglia (2009) e il Dizionario Temi Teologici della Bibbia (2010).

:: Ai margini della ferita, Sepp Mall, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 febbraio 2014

indexTraduzione di Sonia Sulzer
Keller editore ha cominciato il 2014 con un nuovo progetto chiamato “Confini”, che da quest’anno fino al 2018 porterà alla pubblicazione nelle due collane “Vie” e “Passi”, di autori della letteratura europea – e non solo- che hanno trattato durante la loro produzione letteraria il tema della Prima guerra mondiale. Il primo di questi romanzi è Ai margini della ferita di Sepp Mall, nato in Alto Adige nel 1955. La vicenda è ambientata nel Sud Tirolo degli anni ’60, periodo tetro durante il quale in più di un’occasione si verificarono attentati terroristici che per anni martoriarono la zona di confine. La situazione delicata che coinvolge le due famiglie di lingua tedesca protagoniste di questa storia ruota attorno alla difficile convivenza tra la popolazione di origine teutonica e coloro che invece sono italiani e vivono in quelle zone, per la precisione nell’apposito quartiere di Harlem.  Da una parte c’è la famiglia di Paul, un ragazzino che una mattina si sveglia e scopre dalla madre in lacrime che il padre è stato arrestato e portato in prigione per una ragione che a lui forse, perché ritenuto ancora troppo piccolo, non verrà mai chiarita del tutto. Paul trascorre il passaggio nell’età adolescenziale litigando spesso con la sorella infatuatasi di un militare italiano di nome Salvatore, giocando a pallone con l’amico Herbert, perdendo la testa per la bella ragazza soprannominata Kaki e domandandosi spesso quale sia la ragione che ha condotto il padre dietro le sbarre. Dall’altra parte, nella stessa area c’è la famiglia composta da Johanna e da Alex. I due fratelli hanno abbandonato la casa paterna a causa di un clima di esasperante tensione con il genitore. Motivo: Alex balbetta, anzi, non riesce proprio a parlare e questo suo modo di essere è stato fin dalla sua infanzia, motivo di accese lotte con il padre che non ha mai accettato il figlio. I due fratelli se ne vanno da casa in cerca di lavoro. Johanna studia per diventare infermiera, mentre Alex, nonostante il suo mutismo, riuscirà a trovare lavoro come elettricista. Il legame tra i due consanguinei è intenso, fatto di scambi di occhiate, di piccoli gesti che determinano la comunicazione affettiva e l’intesa tra loro. Alex non racconta mai nulla di quello che fa alla sorella, anzi si limita a farle capire che va tutto bene. Lei vorrebbe sapere di più, perché ha dei sospetti che la assillano e per tale motivo avrà verso il fratello un atteggiamento materno e iperprotettivo, peccato che tutto questo amore non le servirà a tenere il giovane uomo lontano dai guai.  Ai margini della ferita è un romanzo nel quale aleggia in maniera costante una profonda tensione e non accettazione di coloro che vengono identificati come i “diversi”, in quanto appartenenti ad una cultura differente dalla propria. Nel libro di Mall i “diversi”, visti come una sorta di minaccia alla propria integrità, in questo caso sono gli italiani che risiedono in quelle zone dell’alto Adige. Il timore verso chi viene da luoghi altri è ben espresso nella narrazione dal fatto che il padre di Paul imponga ai figli, con un monito indiscutibile, il divieto assoluto di frequentare degli italiani. Questo ordine  imposto metterà in crisi il protagonista e la sorella  che dovranno vivere con particolare prudenza e discrezione le  simpatie per il poliziotto Salvatore e per Kaki. La vita di Paul e quelle di Johanna e Alex sembrano due mondi separati e lontani tra loro, ma in realtà ci sono piccoli elementi, azioni e fatti che li uniscono e li rendono i protagonisti e testimoni di uno dei periodo più cupi e forse ancora non molto conosciuti. La bravura dell’autore sta proprio nel riuscire ad affrontare con garbo una argomento il valore dei legami e le tensioni emotive tra le persone e una parte, purtroppo, ancora poco nota della storia d’Italia.

Sepp Mall, nato nel 1955 a Curon in Alto Adige, vive e lavora a Merano. Autore, insegnante e redattore. Scrive soprattutto poesia e romanzi e radiodrammi. Ha vinto vari premi e borse di studio, tra l’altro il Meraner Lyrikpreis mentre “Wundränder” è stato nel 2005 il libro di “Innsbruck liest”.
In tedesco è pubblicato dell’editore Haymon.

:: Luna bugiarda di Ben Pastor (Sellerio, 2013) a cura di Giulietta iannone

20 febbraio 2014

8. cover SELLERIOLa BMW era parcheggiata in fondo alla via. Cominciò a percorrere il tratto di strada che lo separava dalla macchina con il passo rigido e claudicante, grato al buio e al freddo che lo circondavano, quasi fossero un liquido denso in cui poter immergersi, fuggire, sprofondare. Dall’oscurità alzò lo sguardo verso il nastro di cielo che si intravedeva a fatica tra i piani alti dei caseggiati. I suoi occhi indugiarono per una manciata di istanti su quella cintura incastonata di stelle, che si allungava da un cornicione all’altro. La luna si era assottigliata in una falce consunta, ma la sua lama scintillava straordinariamente luminosa sul colmo di un tetto. Era la stessa luna chiara e impassibile che aveva visto dal balcone dell’elegante casa dei suoi genitori a Lipsia e , più tardi, dalla sconfinata, mortale immensità della pianura russa, così densa di insidie. Luna bugiarda, pensò. Una luna bugiarda. Bora si lasciò sfuggire un sospiro. Era un soldato, senza figli, e solo.

Luna bugiarda (Liar Moon, 2001) di Ben Pastor, rieditato da Sellerio nell’ottobre del 2013, a più di dieci anni dalla prima pubblicazione in Italia, avvenuta nel 2002 per Hobby & Work, e sempre tradotto da Maria Emilia Piccone, ci porta cronologicamente subito dopo i fatti narrati in Cielo di stagno. Dalla Russia del 1943 dunque, all’Italia settentrionale del dopo 8 settembre e della repubblica di Salò, in una continuità di tematiche e suggestioni, resa omogenea da un opportuno lavoro di rivisitazione del testo, rispetto all’originale del 2002, ricco di ampliamenti e integrazioni.
L’autrice ha da sempre preferito alla progressione cronologica una personale rivisitazione dei fatti e dei personaggi, che le permette per esempio ora di lavorare ad una storia di Martin Bora, ambientata nella Creta del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Questa scelta, sicuramente legata alla complessità del personaggio principale, permette all’autrice una rielaborazione in progress dell’intera esperienza di vita del giovane ufficiale della Wermacht, ispirato alla figura storica del colonnello Claus von Stauffenberg attentatore della vita di Hitler, e nella mia esperienza di lettrice è una scelta narrativa piuttosto anomala, anche se affascinante, che seguo con interesse.
Luna bugiarda ci porta nell’Italia del Nord, in Veneto, in piena occupazione nazista, e colloca il protagonista in una delicata e dolorosa fase della sua vita di soldato e più estesamente di tedesco, che pian piano prende coscienza, non solo della drammatica situazione storica, ma proprio delle scelte morali ed etiche necessarie per conservare la propria dignità umana. E sembra proprio questo il nucleo centrale che all’autrice interessa, più ancora della dimensione unicamente investigativa, che fa appunto di Bora uno strumento della detection più classica, alle prese con indagini, morti violente e assassini.
Mai come in Luna bugiarda, molto più sicuramente rispetto a La canzone del cavaliere, Il Signore delle cento ossa, Lumen, o lo stesso Cielo di stagno, ci troviamo davanti ad una crisi umana, alla dissoluzione di certezze e speranze, al dolore non mitigato o lenito da credi religiosi, o ideologici, spogliato di ogni eroicità. Nel prologo il protagonista sopravvive a stento ad un attentato, riportando gravi ferite, tra cui l’amputazione della mano sinistra. Fatto questo che oltre al dolore fisico in sé racchiude, per chi conosce il personaggio, e il suo talento e la sua sensibilità di pianista, una sorta di condanna, di fine della bellezza sopraffatta dalla violenza e dalla brutalità della guerra.
Oltre al dolore fisico dicevamo, che Bora non vuole alleviare in alcun modo con oppiacei che ne minerebbero la lucidità, la morte del fratello, la consapevolezza che la moglie non lo ama più e il conseguente senso di abbandono (“Mia cara Nina” fu l’unica risposta che scrisse sulla pagina bianca, “chiedi a Dikta se mi vuole ancora bene”), il senso di colpa legato alla deportazione degli ebrei, di cui si fa in una certa misura strumento, sebbene non con l’ invasamento e l’ accanimento prescritto e voluto dal Reich e dalle SS suoi strumenti. (La sua caduta in disgrazia è già prossima, e Bora lacerato tra paura e coraggio, si interroga più volte sul dove i suoi doveri di soldato cessano di esistere contrapponendosi a quelli di essere umano, anche se il sacerdote che salva dalla deportazione,  assieme gli ebrei affidati alla sua custodia [l’SS senza nome arriva a lamentarsi ” Se non avese le spalle protette da certi pezzi grossi in alto loco, direi che lei maggiore Bora è un amico dei giudei“] ben diventano simbolo degli atti di coraggio che il personaggio sa comunque ancora compiere, quasi a conferma che la sua umanità non è morta del tutto). Tutto insomma contribuisce a infondere alle pagine di questo libro una patina di triste amarezza, e controllata disperazione, che infonde nel lettore una particolare empatia e compassione nei confronti del protagonista, la cui caratura umana tuttavia non viene mai meno.
Comunque Luna bugiarda è anche la storia di un’indagine, di un delitto, della scoperta di un colpevole. Seppure non morirà solo il gerarca Vittorio Lisi, investito sulla sedia a rotelle, da un auto, nel giardino davanti casa. Altri morti costelleranno la trama, alcuni legati al dramma di un assassino solitario che ruba le scarpe alle proprie vittime, che riporta Bora in Russia facendogli rivivere il ricordo di un altro pazzo, che vedeva nelle sue allucinazioni la gente scalza, poco prima della sua morte. Ben Pastor mostra la chiave per risolvere il delitto scopertamente, ma a volte proprio ciò che è più chiaramente in evidenza sfugge alla nostra vista e infatti sarà difficile collegare l’unico indizio lasciato dalla vittima morente all’assassino. Io non l’ho fatto, ma fidando nell’intuito di Martin Bora, mi sono sbagliata solo in parte. Buona lettura.

Ben Pastor è nata a Roma nel marzo del 1950. Laureata in Lettere con indirizzo archeologico presso l’università La Sapienza di Roma, subito dopo aver terminato gli studi si trasferisce negli Stati Uniti. Accanto alla sua attività di docente di Scienze Sociali presso numerose Università americane, si cimenta nel giallo storico scrivendo decine di racconti per le principali riviste di letteratura poliziesca. Nel 2000 pubblica negli USA Lumen, il primo romanzo poliziesco della serie di Martin Bora, tormentato ufficiale-investigatore tedesco ispirato alla figura di Claus von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler nel 1944. Escono poi  Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora, Il signore delle cento ossa e Il cielo di stagno.

:: Un’intervista con Arne Dahl a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2014

image001Benvenuto Jan, e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di scrivere. Jan Arnald è il tuo vero nome. (Arne Dahl è il tuo pseudonimo.) Raccontaci qualcosa di te. Scrittore, giornalista, critico e editor. Chi è Arne Dahl? Punti di forza e di debolezza.

Grazie per l’invito. Arne Dahl è una parte importante di me. E’ il ragazzo che scrive, indubbiamente. Ma non proprio. Io sono un’ unica persona naturalmente, ma scrivo con due nomi diversi, a seconda del genere. Senz’altro è vero che AD è la parte più produttiva di me. L’altra parte, Jan Arnald, appartiene al mondo della letteratura alta, e lui è molto più lento.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto a Stoccolma, ero il maggiore di tre figli, e i nostri genitori erano entrambi insegnanti. Eppure non ho ricevuto un’educazione unicamente intellettuale, per lo più era importante lo sport, davvero, così ho dovuto nascondere le mie preferenze letterarie per un po’. Forse ho iniziato troppo presto a leggere romanzi polizieschi e mi sono piaciuti molto. Comunque ho iniziato seriamente a occuparmi di letteratura – all’università a circa ventun’ anni –. Ho subito abbandonato la crime fiction e mi sono dedicato alla cosiddetta letteratura alta. Ci sono voluti quindici anni per tornare alla letteratura poliziesca.

Hai lavorato come giornalista per il quotidiano svedese Dagens Nyheter. Ho intervisto un altro scrittore svedese, Håkan Östlundh, che lavora come giornalista per il tuo stesso giornale, perciò questo nome non mi è nuovo. Cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

Ero soprattutto un critico letterario, e ho scritto davvero tanto per ricordare tutto. Ma mi ricordo chiaramente la prima intervista che feci ad un grande intellettuale. Era l’ autunno del 1989, avevo venticinque anni, ed ero estremamente nervoso quando incontrai, nella hall di un albergo di Stoccolma, il meraviglioso Umberto Eco. L’intervista con il filosofo italiano, davvero paziente e riflessivo, durò due ore e mi ricordo che pensai: quando sarò più vecchio voglio essere come quest’uomo, saggio e loquace e alla mano senza le maniere di una diva. E ‘stato anche uno dei fattori chiave che molto più tardi mi hanno trasformato in uno scrittore di crime. Non sarebbe mai potuto accadere senza ” Il nome della rosa “.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Ho scritto davvero molto in una fase molto precoce della mia vita, intorno ai 13-14 anni, quando non facevo sport, come i miei fratelli minori. Ho smesso, tuttavia, e in realtà stavo studiando per diventare un ingegnere quando improvvisamente mi sono reso conto che la letteratura rappresentava per me il senso della vita. Scherzi a parte. Avevo diciannove anni quando presi la decisione. Non più scienza, non più tecnologia, solo letteratura, arte, e filosofia.

Sei il creatore di un gruppo immaginario di investigatori svedesi, chiamato A group, protagonisti della tua prima serie poliziesca, che ti ha dato una grande celebrità internazionale. Ora Paul Hjelm, il personaggio principale, torna in una nuova serie, la serie OpCop. Un tipo di poliziesco innovativo, nell’era di internet e della globalizzazione, che verte sulla internazionalizzazione della criminalità, e sulla conseguente internazionalizzazione delle forze moderne di polizia. Pensi che la narrativa aiuti a riflettere meglio sulla realtà?

O sì. La Fiction è troppo spesso sottovalutata come strumento per analizzare più in profondità la realtà. La Fiction è troppo spesso considerata anche come una sorta di fuga dalla realtà. Ma non c’è modo migliore di andare sotto la pelle della realtà apparente che la finzione. La Fiction ti insegna come far fronte a ciò che può accadere realmente e ti permette di indossare i panni di altre persone. E ‘ il modo migliore per collegare tutti i punti della realtà e trasformarli in una storia valida. Penso che in realtà ti permetta di diventare anche un po’ più saggio. Se leggete con attenzione …

Chinese Whispers (Titolo originale: Viskleken ), ora uscito in Italia grazie a Marsilio Editore con il titolo Brama, è il primo romanzo poliziesco della serie OpCop. Ho avuto l’opportunità di recensirlo qui. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura ?

Ti sono molto grato, mi sembra una recensione molto ben argomentata. Grazie mille per questo. Il punto di partenza è stato che avevo trascorso una decina d’anni scrivendo polizieschi, in tutto undici libri, sulla criminalità svedese, e mi sono accorto che questo approccio nazionalistico non era più sufficiente. Volevo analizzare la criminalità internazionale, la criminalità europea, come è nella vita reale. Nessuna grande criminalità organizzata è più nazionale. E ‘ sempre internazionale. E il confine tra il legale e l’attività illegale è sempre più difficile da distinguere. Così ho deciso di scrivere qualcosa sui crimini che avvengono in Europa.

Tra le cose che mi hanno colpito di più: la tua conoscenza della mafia italiana, (la mafia cinese o russa è sicuramente internazionalmente più nota che l’Ndrangheta), l’uso di Twitter per piazzare una trappola, il piano per rovinare finanziariamente la Lettonia, per poi comprarla a buon mercato. Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

Fa tutto parte di un quadro più ampio, dove le grandi imprese – legali e illegali – hanno iniziato a lavorare insieme. E fondamentalmente il romanzo parla di democrazia e umanesimo. Possiamo davvero creare un’ Europa senza credere nella vera democrazia? Il punto di partenza è stato la grande crisi finanziaria del 2008-09, dove era evidente il fatto che così tante grandi banche (non solo svedesi) sono riuscite a distruggere praticamente un certo numero di paesi più piccoli. La Lettonia è sopravvissuta, e da allora i problemi si sono spostati a sud. E davvero tutto si riduce all’ avidità.

Non c’è un protagonista, ma un gruppo di dodici elementi. Quanto è difficile gestire così tanti personaggi ?

Sin dall’ A Group,  sono abituato ad una prospettiva collettiva. Penso che abbia molti vantaggi rispetto alla prospettiva singola. È possibile spostarsi molto più velocemente da un luogo all’altro nel mondo globalizzato, per esempio. Mi dà l’opportunità di fare un ritratto molto migliore di un’Europa con così tante culture diverse, rispetto a ciò che mi permetterebbe una sola prospettiva. Ma naturalmente è importante far sì che tutti i personaggi siano realmente vivi e tridimensionali. Penso comunque che si ottenga una miglior aderenza alle dinamiche del mondo contemporaneo, con più personaggi.

Il romanzo è ambientato tra l’Europa e gli Stati Uniti d’ America. Puoi descriverci questo scenario?

E’ coinvolta una banca d’investimenti americana, la mafia russa e italiana sono coinvolte; e una grande rete di crimini sono intrecciati. Quindi andiamo a Londra, a Riga, a New York, in Italia, a Berlino – per seguire il denaro. Tutto inizia a Londra, con il grande vertice dei G20, avvenuto nel aprile del 2009, quando Barack Obama fece la sua prima apparizione internazionale. Due persone tra la folla – indipendenti l’una dall’altra – stanno, per ragioni diverse, cercando di entrare in contatto con il nuovo, promettente giovane presidente americano. Questo è il punto di partenza.

Progetti di film tratti da questo libro?

I primi cinque libri della mia prima serie (compresi i quattro precedentemente tradotti in italiano) sono stati trasformati in una serie TV che è stata trasmessa in tutto il mondo, dal Giappone alla BBC in Inghilterra, e gli episodi tratti dai seguenti cinque libri saranno girati quest’anno. Tutto sommato sarà una serie di 20 episodi basata su 10 libri. Ancora niente per Brama – ma ho un contratto per un film tratto da questo romanzo, quindi c’è speranza .

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Certamente. So per certo che autori svedesi come Sjöwall / Wahlöö e Henning Mankell mi hanno influenzato, ma oggi leggo soprattutto crime fiction in lingua inglese. Alcuni tra i miei preferiti sono James Ellroy, Denis Lehane, Peter Temple, Don Winslow, Ian Rankin, Mark Billingham, Val MacDermid… E i miei buoni amici svedesi Roslund / Hellström e Håkan Nesser.

Il tuo romanzo è diverso dal tipico thriller scandinavo lento e introspettivo, è più simile ai thriller americani per ritmo e azione. E’ una scelta voluta?

Pensavo che la tradizione scandinava stesse cominciando a diventare molto omogenea. Tutto doveva essere scuro e cupo e – come tu dici – lento e introspettivo. Sentivo che avevo bisogno di altre dinamiche, e credo veramente di aver imparato molto di più dagli scrittori americani (e dalle serie TV) che dalla tradizione scandinava. Oggi mi considero più un europeo che uno svedese.

Cosa stai leggendo in questo momento?

L’ultimo di Denis Lehane.

Hai un agente letterario?

Sì, è assolutamente necessario quando si è tradotti in 30 lingue. Altrimenti non ci sarebbe più tempo per scrivere.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri .

Sì, moltissimo. Di solito viaggio con mia moglie e cerco di fare più esperienze possibile, combinandole con le ricerche per i miei libri. Un sacco di posti in cui ho viaggiato compariranno prima o poi nei miei libri. Ho fatto, per esempio, un viaggio molto particolare e bello in Giappone con giornate piene di interviste per la Tv e i Magazine, e alcuni grandi reading a Tokyo. Poi sono stato ad Osaka, dove avrei dovuto parlare all’università. Avevo preparato il mio discorso in inglese, ma quando sono arrivato nell’aula magna, mi sono reso conto che tutti i giapponesi presenti parlavano svedese! Così ho pronunciato un discorso in svedese, ad Osaka. E ‘stato un po’ surreale.

Come è  il rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Oggi ho un rapporto molto attivo con i miei lettori, soprattutto attraverso Facebook . Curo la pagina di Arne Dahl su Facebook io stesso, e i lettori possono chiedere quello che vogliono, e io rispondo sempre. È https://www.facebook.com/ArneDahl.Crimefiction

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Senza dubbio. Sono stato in Italia diverse volte come scrittore (per non parlare come turista, mi piace molto l’Italia). L’ultima volta sono stato al Festival del poliziesco un anno fa a Senigallia, e questa primavera verrò a Venezia per il Venice International Literary Festival – Incroci di civiltà –  il 3-5 Aprile. Vorrei anche venire a Cremona per il festival – Le Corde dell’Anima – dal 30 Maggio al 1 Giugno. Sarà fantastico come sempre.

Grazie per la tua disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri. Ora so che sei impegnato a scrivere il tuo quarto romanzo della serie OpCop, che  dovrebbe essere pubblicato in Svezia nel mese di giugno. Quando arriverà in Italia il tuo prossimo romanzo della serie OpCop?

Grazie per le belle domande. Sì, sto finendo proprio adesso il nuovo OpCop, è stato un lavoro complesso, un ritratto piuttosto unico (mi permetto di crederlo) della criminalità internazionale. Così ora sono un po’ perso. Ma presto inizierò un nuovo progetto, sempre un crime, ma separato dalla serie, con non tanti personaggi principali. Tornerò alle radici della letteratura poliziesca. E credo che avrete il secondo OpCop in lingua italiana entro un anno o giù di lì …

:: Buio, per i Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni, (Einaudi, 2013) a cura di Stefano Di Marino

18 febbraio 2014
131126 BUIOCosa ve lo sto a dì che Maurizio De Giovanni è bravo? Già lo sapete. Lo conoscevo, ma non di persona. Ci siamo incontrati a Suzzara e abbiamo fraternizzato, anche per amicizie comuni. Poi ha detto una cosa fulminante. Che i Bastardi di Pizzofalcone aveva in sè una scintilla in comune con l’opera di uno dei miei autori preferiti, Ed McBain. Allora mi sono preso subito il suo ultimo libro. Così, per vedere se l’aveva sparata grossa o era la verità. E mi sono divertito moltissimo. C’è Napoli che è un personaggio come Isola ma non invadente, come nessuno dei Bastardi lo è. Per inclinazione mi sento un po’ Aragona e un po’ Romano, ma ci si affeziona a tutti, li si segue, nelle indagini e nella vita privata. Ma non c’è sospetto di soap opera, di compiacimento del gusto dell’editore che vuole accontentare quello che pensa sia il gusto del pubblico. C’è invece la grande capcità di raccontare semplicemente, piccole e grandi storie, intrecciandole e, pur tenendole distinte, trovare quel colpo di coda che unisce indagini diverse, cosa che molti autori nostrani non sanno fare e lasciano un senso di incopiutezza nel lettore. I Bastardi invece no, alla fine cuciono un arazzo complesso, ragionato, eppure umanisismo. E con un twist inaspettato che più nero non si può. Una ragione in più per leggere italiano. Salvatore Lombino ne sarebbe entusiasta.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha iniziato a scrivere nel 2005 vincendo un concorso per giallisti esordienti, con un racconto avente per protagonista il commissario Ricciardi. I romanzi con Ricciardi sono tradotti in Germania, Spagna, Francia e Inghilterra e sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti. Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2011 il quinto volume della serie, Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi.  Nel 2012 è uscito Il metodo del Coccodrillo, di ambientazione contemporanea, per Mondadori. Maurizio de Giovanni ha scritto racconti a tema calcistico sul Napoli, squadra della quale è visceralmente tifoso, e alcune opere teatrali. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscita la uniform edition del ciclo del commissario Ricciardi – ambientato nella Napoli del fascismo e pubblicato da Fandango tra il 2007 e il 2010 -, composta da Il senso del dolore. L’inverno del commissario Ricciardi, La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi, Il posto di ognuno. L’estate del commissario Ricciardi, Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi. A fine 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi.

:: I mali dell’editoria. Secondo voi quali sono i principali? Cosa si potrebbe fare davvero di concreto per cambiare le cose?

18 febbraio 2014

smith12Questo era il titolo di una discussione svoltasi ieri nel Gruppo FB di Liberi di Scrivere, che ha coinvolto una decina di partecipanti e ha portato a riflessioni interessanti, forse non risolutive, ma intanto le questioni sono state poste ed è un primo passo. Unirò mie riflessioni ai punti invece sollevati dagli altri partecipanti, per andare all’intera discussione questo è il link: qui
Viviamo in un periodo di crisi mondiale che ha coinvolto tutti gli operatori economici, e sembra che l’editoria sia stata toccata in modo molto severo. Chiudono librerie, chiudono case editrici, e notizia dell’altro giorno che un editore di Padova, sommerso dai debiti, si è suicidato. La situazione è grave, come è grave il periodo che sta attraversando l’Italia (limitiamoci a considerare il nostro paese). Che non sia solo una crisi economica ma anche culturale non sono la sola a pensarlo e a dirlo, ma torniamo ai punti salienti della discussione.
La gente non legge. Le statistiche parlano chiaro. Rimando alle statistiche dell’Istat che si riferiscono all’anno 2013. qui  Analizzare le ragioni di questo fenomeno è piuttosto complesso, comunque dalla discussione sono emersi alcuni punti: la gente non legge perché la crisi ha reso  i libri se non oggetti superflui, almeno oggetti non di prima necessità; perché ha di meglio da fare (computer, televisione, serie tv al cinema in streaming, videogiochi, smartphone) questo Natale l’acquisto di gadget tecnologici sembra non avere avuto flessione anzi un incremento; per una forma di protesta, si pubblica tanta spazzatura e il lettore si ribella e non compra; perché in Italia “ci sono milioni di persone che hanno difficoltà a leggere un giornale, perché non lo capiscono, non hanno gli strumenti culturali per farlo”; perchè i libri cercati (sia in libreria che in Rete) sono irrimediabilmente fuori catalogo, e non solo libri rari, particolari e di nicchia.
Cause interne dell’editoria. Ricerca acritica del bestseller a tutti costi da parte di editori forti che impongono certi titoli sul mercato invece di altri magari di maggior qualità;  ricerca di titoli fotocopia da parte degli editori minori;  idolatria del marketing; false sicurezze (basate su veri e propri studi) su cosa la gente voglia, invece di proporre qualcosa di veramente nuovo che spesso invece viene proposto da editori indipendenti schiacciati dai più grossi; caccia al nome già “famoso” per motivi non letterari; oltre il 60% del ricavato della vendita libro spetta ad un solo anello della catena condizionando l’intero processo editoriale, (gli editori perlopiù pubblicano quello che i distributori si dicono disposti a promuovere); pubblicare troppo, 60.000 titoli all’anno, poi di conseguenza non sufficientemente promossi; tagli dei costi che vengono ad incidere sulla scarsa qualità del prodotto libro, (poca cura dell’editing, delle trduzioni, etc…); poca propensione al Social, all’interazione.
Cause esterne Responsabilità del Ministero della Cultura: “gli istituti di cultura scandinavi hanno per esempio sovvenzionato con bandi molto ricchi le traduzioni e la diffusione dei loro scrittori. Tanti editori hanno visto, grazie a questo aiuto, un rischio ridotto, visto che riuscivano a stampare romanzi, a volte di qualità, a volte no, praticamente a costo zero, se non addirittura guadagnandoci in partenza. Sovvenzioni del genere sono in uso un po’ ovunque, dall’Argentina alla Francia, alla Spagna (finché la crisi non ha impedito di proseguire). Al contrario, le politiche culturali italiane non hanno mai sponsorizzato nulla di simile, e questo è uno dei (tanti) motivi per cui i nostri romanzi sono poco tradotti”.
Sono emerse soluzioni? Innanzitutto (come per mille altre cose in Italia) sono necessarie e urgenti scelte politiche, leggi a favore e a sostegno della cultura e della scuola. (Glisso sull’infelice decorso della legge che prevedeva sgravi fiscali ai lettori).  E’ necessaria una rinascita culturale, prima che economica, e di questa rinascita principali attori sono i lettori stessi, gli operatori culturali, i critici, i giornalisti, i blogger (ebbene sì, mettiamoci in causa pure noi), i traduttori, gli editor, gli editori infine. (Utile la diffusione di alcuni nuovi bandi comunitari a sostegno di progetti culturali: qui). Tra le soluzioni per ridurre costi e sprechi l’utilizzo del “print on demand”. Questi sono solo spunti di riflessione. Lascio a voi la parola.

:: I marmocchi di Agnes, Brendan O’Carrol, (Beat, 2013) a cura di Viviana Filippini

18 febbraio 2014

indexTraduzione Gaja Cenciarelli

Brendan O’ Carrol, showman irlandese, ha creato la simpatica Agnes Browne dando vita ad una serie di romanzi che la vedono protagonista delle proprie avventure esistenziali della giovinezza, passando per la maternità fino al fatto di diventare nonna. In tutti i libri emerge l’immagine di una donna proletaria nell’Irlanda tra anni ’60 e ’70, simpatica, intraprendente, forte e allo stesso tempo protettiva verso le persone che ama. In I marmocchi di Agnes però, più che la mitica Agnes Browne, i protagonisti sono tutti i suoi figli, dal più grande al più piccolo. I ragazzi sono al centro del delicato passaggio dall’adolescenza alla vita adulta, inseriti in un arzigogolato cammino di ricerca della loro strada per il domani. Ognuno dei figli è raccontato e, aggiungerei anche, indagato con passione e profonda attenzione da parte dell’autore che riesce a restituire a chi legge lo stato psichico ed emotivo di questi fratelli. Mark, il maggiore, è quello più maturo e responsabile. È colui che pensa a studiare per diplomarsi e lavora con impegno in un’azienda che sta attraversando un difficile momento di crisi. Accanto a lui Rory, giovane parrucchiere sensibile e omosessuale che non avrà vita facile a causa dei pregiudizi sociali e di una banda di skinhead che lo prederà di mira.  Simon, afflitto da una perenne balbuzie non si lascerà intimorire da questa sua difficoltà e riuscirà a trovare un ottimo lavoro. Dermont ne combinerà di tutti i colori, ma poi metterà la testa a posto. Che dire della vivace e spericolata Cathy che, messi da parte gli sport adolescenziali, diventerà donna trovando l’amore della sua vita e Trevor il più piccolo di tutti i Browne? Coloro che lo conoscono lo considerano un po’ ritardato e invece dimostrerà di essere il genio artistico del quale la famiglia non si è mai accorta. Tra loro non manca la pecora nera del gruppo, Frankie, lo scapestrato scansafatiche sempre pronto a cacciarsi nei guai e in situazioni molto pericolose che metteranno a rischio la sua incolumità. Ognuno di questi ragazzi sta nel cuore della sempre attiva e impegnata Agnes, vedova del Rosso, donna dinamica che ogni giorno vende frutta a verdura al mercato locale per guadagnarsi la pagnotta quotidiana da condividere con i figli. Agnes è una madre affettuosa che ama i suoi pargoli, ma allo stesso tempo sa essere severa quando loro compiono degli errori. I suoi moniti e le sue attenzioni verso i marmocchi sono molte, tanto che in più di un’occasione dimostrerà di essere pronta a tutto pur di mantenere unita e compatta la sua numerosa famiglia. I marmocchi di Agnes è una vicenda ambientata nell’Irlanda degli anni’70 e l’autore oltre alla avventure della famiglia Browne ci restituisce il quadro socio-politico del tempo portandoci dentro a Larkin Court. Il posto dove i protagonisti sono nati, ma dal quale ad un certo punto della storia saranno costretti ad andarsene a causa di  un piano di recupero del centro storico. La famiglia finirà a vivere nella zona periferica di Finglas e, nonostante alcune difficoltà iniziali d’ambientazione, questo nuovo ambiente non impedirà ad ognuno della piccola combriccola di recarsi in città al lavoro o a scuola.  Il romanzo di O’Carroll ha un linguaggio ironico, spassoso, nel quale si alternano gioie e dolori che caratterizzano la vita, perché Agnes Browne e i suoi figli saranno pure personaggi, ma i loro caratteri e le situazioni nelle quali sono coinvolti rispecchiano la tipica vita quotidiana degli irlandesi e la loro coraggiosa forza di non abbattersi mai.

Brendan O’Carroll è un autore, attore, regista, sceneggiatore e commediografo tra i più celebri del mondo irlandese. Negli ultimi dieci anni la sua carriera è stata un susseguirsi di trionfi: dall’acclamato programma radiofonico Mrs Browne Boys, al best seller d’esordio, Agnes Browne mamma (Neri Pozza 2008), tradotto in numerose lingue e seguito dagli altrettanto fortunati I marmocchi di Agnes (Neri Pozza 2008) e Agnes Browne nonna (Neri Pozza 2009), fino ai grandi successi teatrali e alla fama internazionale regalatagli dal film La storia di Agnes Browne, tratto dal primo libro della serie con protagonista Angelica Huston. www.agnesbrowne.com

:: Tokyo orizzontale, Laura Imai Messina, (Piemme 2014)

16 febbraio 2014

tokyo_orizzontale_copertinaIn alcune parti di Tokyo, il passato remoto è solo pochi giorni fa.
Una moda cambia e dura solo una stagione, e anche se fa caldo le ragazze hanno già calato sulla testa il cappello di lana con il pon pon, perché la moda lo richiede e le vetrine, le idols alla tv e le riviste cantilenano così. I negozi chiudono a  mucchietti, come cicale che cadono dai rami a fine estate. In un attimo anno chiuso la gelateria Hagendatz a Shibuya, il ristorante fusion dove quella sera Hiroshi, Hideo e Masako sono andati a cena; non c’è più la sala giochi piena di macchinette per fare purikura che Carmen avrebbe voluto scattare insieme a Jun in quella notte misteriosa in cui è stato risucchiato dalla folla e poi ha trovato Sara: e in meno di due anni la Creperie davanti al MaDonald’s (anch’esso scomparso nel frattempo tra le rughe della strada)dove si sono incontrati Sara e Hiroshi diventerà prima una yogurteria, poi un negozio di boxer e in fine una succursale dei grandi magazzini Yuzakawa.

Le mille luci di Tokyo avrebbe potuto intitolarsi questo bellissimo romanzo di esordio di Laura Imai Messina. Non perché richiami tematiche e atmosfere del romanzo di McInerney, titolo originale Bright Lights, Big City, ma perché è davvero Tokyo, con i suoi quartieri, i suoi grattacieli, i suoi mercati all’aperto, le sue strade, i suoi Love hotel, i suoi Kaiten- zushi, i suoi treni superveloci, illuminata dalla luce di un cielo che sembra racchiudere le sue stesse fondamenta, la vera protagonista di questo romanzo privo di prolissità e ridondanza, caratterizzato da uno stile semplice e limpido, fatto di immagini, di colori, di gesti minimi, dalla preparazione dei cibi, all’espressione dei volti dei personaggi, imbevuto di una sacralità tutta orientale, una calma, una dolcezza che a me richiama il tintinnio dei segnavento fuori dalle porte delle case, o sui balconi.
L’autrice ha scelto invece Tokyo orizzontale, come titolo, dal nome di un blog di uno dei personaggi, Jun, in cui vengono catturate ed esposte al pubblico ludibrio immagini di gente abbandonata per la strada, ubriaca alla fermate degli autobus o della metropolitana, per poi riderne in Rete. 10,000 accessi giornalieri, un blog di successo, nato per scommessa, che ispirerà un’agenzia turistica, in cui la gente sdraiata sui lettini viaggerà sulle strade di Tokyo vedendo palazzi, luci e colori, e squarci di cielo. Un’idea folle, ma come tutte le idee in cui ci si crede fermamente, destinata ad un futuro.
E’ un romanzo breve, Tokyo orizzontale, i fatti narrati sono racchiusi in tre giorni, venerdì, sabato e domenica, e poi un lungo salto temporale di un anno per l’epilogo. E’ la storia di un incontro, tra occidente e oriente, tema che traspare in controluce e ci accompagna attraverso le pagine; è la storia di una città modernissima e supertecnologica, ma ancora capace di conservare i suoi spazi intimi, raccolti, vista da un’ occidentale che da anni ci abita e filtrata dallo sguardo di due personaggi Sara e Carmen, due straniere, due ragazze provenienti da altri paesi, e giunte a Tokyo in cerca di una nuova vita, di nuove possibilità. I protagonisti sono tutti ragazzi ci circa vent’anni, lo specchio di una generazione multietnica e luminosa, che certo nasconde angoli bui, dolori terribili, soprattutto Hiroshi, segnato da un dolore che quasi lo soffoca, ma che vede nell’amore la strada per superare barriere, per incontrarsi,  per realizzarsi.
Romanzo minimale e nello stesso profondo, caratterizzato da una scrittura davvero originale, che colpisce il lettore e lo trasporta, in un mondo parallelo fatto di parole, bellezza, e orientale leggerezza. Un romanzo per ragazzi, data l’età dei personaggi, ma non solo, se amate il Giappone, ne avrete un quadro intimo e vitale, Tokyo è fatta così, ha la faccia sporca e il bicchiere sempre pieno. Pub, ristoranti, librerie dove sfogliare manga, scale mobili, altoparlanti che diffondono musica alla moda, grandi cartelloni pubblicitari in movimento, insegne accese, il chiarore dei lampioni, immagini dalle tv delle idol, ragazzi alla moda che attraversano la strada, impiegati e impiegate nelle loro divise d’ordinanza, grandi centri commerciali, taxi, treni che scintillano fatti di vetro e di acciaio.
Immagini, schegge di luce che appaiono e scompaiono e si frammentano con le storie dei personaggi, i loro amori, le loro solitudini, la loro forza, le loro debolezze.  Sara e Hiroshi, Hideo e Masako,  Carmen e Jun, coppie che si allacciano e si separano, trasformano l’amore in amicizia, resistono, si abbandonano, e intanto il romanzo è già finito, lasciando un senso di nostalgia e di stordimento e la consapevolezza di aver letto davvero un bel romanzo, ben scritto, piacevole, con un doppio finale non lieto per tutti, ma così è la vita, c’è chi trova l’amore, chi la consapevolezza di sé, chi la morte. Consigliato.

Laura Imai Messina Nata a Roma nel 1981, si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza e si è trasferita a Tokyo a 23 anni. Insegna italiano all’università ed è ricercatrice di letterature comparate. Scrive nei caffè di Tokyo e durante gli spostamenti in treno tra le tante linee che attraversano la capitale. Abita nel quartiere di Kichijoji insieme a suo marito Ryosuke e alla cagnolina Gigia. Da qualche anno ha creato il blog Giappone Mon Amour che ha ormai un foltissimo gruppo di fedeli visitatori. Tokyo orizzontale è il suo primo romanzo.

:: La legge della notte, Dennis Lehane, (Piemme, 2014)

15 febbraio 2014

la-legge-della-notte-di-dennis-lahane-L-kGe805La legge della notte (Live by Night, 2012) pubblicato in quest’inizio 2014 da Piemme, è una classica gangster story,  (ambientata nell’arco di una decina d’anni, dal 1926 al 1935, tra Boston e Cuba), che ci porta nell’America degli anni del Proibizionismo, tra  distillerie clandestine, speakeasy, bootlegger, gangster, e famme fatale. Periodo, il Proibizionismo, che sembra aver vissuto un grande revival in questi ultimi anni, forse grazie al film, Il grande Gatsby, diretto da Buz Luhrmann, o al fatto che il periodo di crisi che stiamo vivendo ci porta direttamente nel 1929. Sta di fatto che di libri ambientati in questo periodo ce ne sono stati davvero tanti da La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant, a Unamicizia pericolosa di Suzanne Rindell, a Pieno giorno di JR Moeringer, sono i primi che mi ricordo, ma ce ne sono molti altri.
Tradotto da Stefano Bortolussi e romanzo dell’anno al Edgar Awards 2013, La legge della notte è il secondo volume di una trilogia (ma i libri potrebbero essere anche quattro) dedicata da Dennis Lehane ai Coughlin, una famiglia di poliziotti irlandesi nella Boston di inizio Novecento. Nel novembre del 2009 Piemme aveva già pubblicato il primo episodio Quello era l’anno (The Given Day, 2008), ma chi se lo fosse perso non tema, lo può recuperare anche in seguito, questa è una saga in cui ogni libro si può leggere come standalone con lo stesso divertimento.
Personaggio principale è Joseph “Joe” Coughlin, classica pecora nera, un ragazzo, e poi uomo, che decide di mettersi dall’altra parte della legge, diventando prima ladro poi vero e proprio gangster, anche se si considera più un fuorilegge che un semplice criminale, con un guizzo di orgoglio e fierezza. Le ragioni di questo suo  passaggio al lato oscuro ci riportano forse al suo rapporto conflittuale col padre, e alla sua infanzia, in una ricca e benestante famiglia della Boston bene, ma povera di affetti e caratterizzata da un vuoto e una disperazione che solo in parte il protagonista cercherà di esorcizzare prima nell’amore per la bella Emma Gould, e poi per la moglie Graciela Corrales.
L’autore di Shutter Island – L’isola della paura e Mystic River – La morte non dimentica, sembra voler dipingere un affresco di un’ epoca, sì ormai lontana, ma nello stesso tempo fondamentale nella storia americana. In fondo la parabola e l’ascesa di Joe Coughlin non è altro che il racconto di un uomo che insegue il suo sogno (americano) di felicità in un mondo in cui dominano corruzione, violenza e insensatezza, e Joe una sua morale la conserva, forse solo non piegata alle leggi comuni di rispettabilità e onestà, per cui la sua dimensione di eroe la conserva, seppure il retrogusto amaro non scompare. Tra bische clandestine, bordelli, distillerie d’alcool, fabbriche di tabacco, in compagnia di poliziotti corrotti, mafiosi italiani, guerriglieri cubani, gangster irlandesi e associazioni criminali ebraiche, il destino o chi per lui ha in serbo per Joe prove durissime, dal pestaggio da parte della polizia, al carcere, al tradimento di un amico, alla lotta contro Albert White, il boss di Boston, l’uomo con cui divideva l’amore della bella Emma Gould.
Infine, per concludere Leonardo Di Caprio ne ha comprato i diritti e Ben Affleck dovrebbe dirigere la trasposizione cinematografica. Il canovaccio è ottimo per una storia di violenza, solitudine, amore e ascesa di un gangster forse per caso, a cui il destino sembra togliere molto di più di quello che dà.          
Il suo prossimo libro World Gone By, uscirà nel marzo del 2015.

Dennis Lehane, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ha lavorato come educatore per bambini affetti da handicap e vittime di abuso, come cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion. Il suo unico rimpianto è di non aver mai fatto il barista. Ha scritto dieci romanzi, tutti bestseller, tradotti in oltre trenta lingue. Tre di questi hanno ispirato alcuni dei maggiori registi contemporanei: Clint Eastwood (Mystic River. La morte non dimentica), Ben Affleck (Gone Baby Gone. La casa buia), Martin Scorsese (Shutter Island. L’isola della paura). Anche La legge della notte – che ha dominato per settimane le classifiche americane e si è aggiudicato i prestigiosi Edgar© Awards come Miglior romanzo dell’anno – è destinato a diventare un film, con Ben Affleck alla regia e Leonardo DiCaprio nei panni del protagonista. Dennis Lehane è anche sceneggiatore di serie tv (The Wire, Boardwalk Empire). Vive tra Boston e la Florida.