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:: Fermento di luglio, Erskine Caldwell, (Fazi, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 marzo 2014
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Traduzione Luca Briasco

Uno degli impegni dell’editore Fazi è quello di rivalorizzare alcuni autori del passato poco noti o purtroppo caduti non si sa per quale ragione, nel dimenticatoio e oltre ad averci fatto conoscere John Williams autore di Stoner, tra gli altri scrittori americani di recente portati a nuova vita c’è Erskine Caldwell. La sua riscoperta da parte dei lettori italiani è cominciata nel 2011 con la pubblicazione de La via del tabacco, primo romanzo della «Trilogia del Sud» che, seguita da Il piccolo campo uscito nel 2012, si è conclusa in questo 2014 con la pubblicazione di Fermento di luglio. La prima diffusione di questo libro avvenne nel 1940, ma letta oggi l’opera di Caldwell si rivela un romanzo ancora attuale, perché la difficile convivenza con il ”diverso” è purtroppo un sintomo attuale di un mondo nel quale il colore della pelle o la cultura sono segni di inconciliabilità tra persone. La storia di Fermento di luglio è ambientata in Georgia, nell’estremo Sud degli Stati Uniti d’America, in una torrida estate durante la quale si svolge una vera e propria caccia all’uomo. Il ricercato per un presunto stupro è il giovane di colore Sonny Clark e la sua ingiusta accusatrice è la ninfomane Katy Barlow. Nessuno crede a Sonny e quando la popolazione locale sente il racconto della giovane Barlow, un po’ forzato da Miss Narcissa, la ciurma di bianchi assetata di vendetta parte alla ricerca con l’intento di stanare il colpevole. Come vuole la tradizione della produzione letteraria di uno degli autori più importanti del Novecento americano, i protagonisti sono i bianchi poveri del Sud degli Stati Uniti. Proprio come Steinbeck e Faulkner, Caldwell si occupa dell’umanità derelitta, solo che lui si concentra con particolare attenzione sulla classe dei lavoratori proletari bianchi e su come le condizioni di estrema povertà esistenziale incidano sul loro agire. L’umanità di Fermento di luglio è fatta da uomini e donne caratterizzati da un agire brutale dominato dall’istinto che li rende grotteschi e animaleschi. Questo agire irrazionale alimentato dal sospetto e dalla paura rancorosa verso il “diverso” li acceca a tal punto che tutti non si renderanno mai conto che Sonny non ha compito nessun male. Per loro è e sarà sempre colpevole e per tale ragione dovrà essere punito ad ogni costo e nulla riuscirà a fermare i disumani agricoltori inferociti. Caldwell, che qui veste i panni del suo alterego letterario, lo sceriffo McCurtain – il preciso esempio di colui che non sa proprio cosa sia il coraggio-, si affianca ad un’umanità derelitta, abbruttita, afflitta da una fame cronica e dall’odio perenne che travolge tutti quanti – colpevoli ed innocenti – portandoli a compiere gesti violenti e ingiustificabili.  Settantaquattro anni fa Fermento di luglio fece scalpore tra i benpensanti, ma Caldwell con questo scritto ha voluto porre attenzione sulla decadimento della società civile e sul pregiudizio che spesso porta le persone ad avere paure ingiustificate degli altri. Pagine cupe, dove la tensione è sempre alta e fanno da cornice ad una riflessione sulla violenza insensata della quale l’uomo diventa, purtroppo, il portatore.

Erskine Caldwell è nato nel 1903 a White Oak, in Georgia, ed è morto nel 1987. Figlio di un pastore presbiteriano, trascorse l’infanzia trasferendosi da uno stato all’altro seguendo il padre nelle diverse parrocchie che gli venivano affidate. Quando nel 1929 il suo romanzo d’esordio Il bastardo fu dato alle stampe, le copie furono sequestrate dalle autorità. Nel ’33, dopo l’uscita de Il piccolo campo, fu addirittura arrestato. Scrisse i romanzi appartenenti al cosiddetto “ciclo del Sud” (La via del tabacco, il Piccolo campo, Fermento di Luglio) povero in canna e in solitudine, in una fattoria semiabbandonata: solo più tardi ottenne i riconoscimenti che meritava, divenendo uno degli scrittori più noti, discussi e ammirati d’America. Proposto per il Nobel alla fine degli Sessanta, nel 1984 Caldwell fu eletto membro dell’American Academy of Arts and Letters.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Una poesia: sonetto XCIV, Cento sonetti d’amore, Pablo Neruda (Passigli, 2010) a cura di Laura M.

6 marzo 2014
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Questa settimana analizziamo il sonetto XCIV, racchiuso nella raccolta “Cento sonetti d’amore” di Pablo Neruda,  (Passigli, 2010) accanto alla versione originale in spagnolo  la  traduzione in italiano di Giuseppe Bellini.
Prima di analizzare il testo  tracciamo un breve profilo dell’autore. Pablo Neruda, pseudonimo di Neftalí Ricardo Reyes Basoalto, nacque il 12 luglio del 1904 nella città di Parral nell’estremo sud del Cile in una terra di frontiera. Suo padre era un impiegato delle ferrovie e sua madre un’insegnante e già dai primissimi anni di vita, vivendo in una famiglia di pionieri, percepì quanto fosse dura la lotta per la sopravvivenza in una terra ostile, fredda e piena di fango. Dopo i primi anni di vita  si trasferì a Temuco e giovanissimo iniziò a scrivere articoli giornalistici per i quotidiani locali.
Dal 1920 adottò il nome di Neruda in memoria del poeta cecoslovacco Jan Neruda. Pubblicò le prime raccolte di poesie e contemporaneamente alla sua attività poetica studiò francese e pedagogia nella Università del Cile di Santiago.
Tra il 1927 e il 1935 svolse numerose missioni diplomatiche per conto del governo del suo paese che lo portarono in giro per il mondo, così visitò il Sud est asiatico, l’Argentina, la Spagna. La guerra civile spagnola e la morte di Garcia Lorca incisero fortemente nella sua coscienza e lo portarono ad aderire al movimento repubblicano.
Nel 1937 tornò in Cile  e da questo momento in poi la sua poesia fu caratterizzata da un forte impegno politico e sociale. Nel 1939 divenne console generale in Messico e durante questo periodo di lontananza dalla sua terra riscrisse il Canto generale del Cile dandogli un respiro epico che potesse dare voce all’intera anima del Sud America.
Nel 1943 tornò in Cile e fu eletto senatore della Repubblica. Si iscrisse al Partito Comunista cileno. A causa del suo impegno politico attivo dovette vivere in clandestinità all’interno del suo stesso paese. Si trasferì all’estero e visse in parecchi paesi europei, ritornando poi in Cile solo nel 1952. Nei suoi anni d’esilio la sua produzione poetica si intensificò, si addolcì in un lirismo che mantenne intatto il suo slancio vitale.
Nel 1972 ricevette il premio Nobel per la letteratura e l’anno seguente morì  poco dopo che un colpo di stato destituì il presidente Salvador Allende .

Il sonetto XCIV, a mio avviso è uno dei più belli e più compiuti della raccolta “Cento sonetti d’amore”, fu scritto in un periodo particolare dell’autore ovvero intorno al 1960, durante il suo volontario esilio lontano dal Cile. I “cento sonetti” sono una serie di poesie che possiamo dire rispecchiano la sera della vita del poeta, la sua maturità etica, psicologica e politica. In esse è presente tutta la drammatica tensione emotiva  di un uomo lacerato da un lato dal suo incondizionato amore per la sua terra e preoccupato per  il destino del suo popolo che si apprestava ad essere governato da una feroce dittatura militare e dall’altro che sente affiorare in sé un’amore assoluto e indivisibile per una donna, Matilde Urrutia. Questa tensione si stempera nella consapevolezza che un amore non esclude l’altro ma che entrambi si alimentano e rafforzano a vicenda dando al poeta la percezione che l’amore, sia che sia impegno civile sia che sia rivolto ad una donna, è fatto di un’unica sostanza che alimenta la vita stessa e ci accomuna tutti in una fraternità autentica e scevra da ogni retorica.
L’io narrante di questo sonetto e inequivocabilmente il poeta stesso che si rivolge all’amata, senza mai citarla per nome, e limitandosi a definirla con un indeterminato “tu” eternizzando così e dando valore universale a un complesso di sentimenti che ravvicinano gli uomini di ogni epoca e paese. L’astrattezza del tu ha senz’altro una valenza specifica che ci invita a scoprire un secondo livello di lettura meno diretto e immediato. In una prima analisi è senz’altro evidente che questo sonetto può essere classificato come una poesia d’amore,  ma analizzando più attentamente ogni parola si evince che l’amore per la sua compagna non è che un canale per esprimere l’amore che nutre per la sua terra  facendo di questa poesia  un autentico testamento morale e poetico. Tutto ciò rende evidente come questo sonetto contenga numerosi temi cari a Neruda, come la visione della poesia come dovere morale, impegno e servizio; il concetto di responsabilità  e il  soprattutto il concetto di amore non solo visto come passione ma analizzato in tutte le sue componenti che lo caratterizzano ovvero la fraternità, la  solidarietà, l’amicizia e la condivisione.
Il poeta si rivolge all’amata in un primo tempo con toni decisamente autoritari, ma proprio la forza del suo amore non li rende offensivi o tirannici. Il poeta ordina all’amata di sopravvivergli dopo la morte, ponendo la vita al di là del concetto stesso di  dolore o separazione. La donna amata è così strettamente unita e identificata con la sua terra, il Cile, che non sorprende il suo accostamento a termini come il freddo, il sud, il suono delle chitarre. Il tema della morte vista come assenza, depriva quasi di ogni forza drammatica questa realtà che in ultima analisi rientra sempre nel ciclo della vita. Per esprimere questo concetto il poeta tenta di rendere l’assenza familiare definendola come una casa, realtà simbolica che trasmette emozioni di sicurezza, pace, benessere. Anche se l’assenza è di per sé un concetto puramente immateriale, riveste il ruolo di proiettare l’ amore che la sua donna gli ispira  nella vita non ostante la propria morte. Questa sorta di immortalità, l’unica che al poeta interessi, in un completo annullamento di sé, ha l’unico valore di evitare la sofferenza dell’amata e proprio in questo il poeta raggiunge il massimo livello d’amore umanamente possibile.

Linguaggio e Stile.

Neruda utilizzò per comporre il canzoniere “Cento sonetti d’amore” la forma poetica del sonetto libero. Pur rifacendosi alla tradizione poetica classica di poeti di lingua spagnola come Quevedo, a cui spesso si  ispira e omaggia con riferimenti più o meno velati, sente la necessità di liberare dalle rime il sonetto pur rispettandone la struttura formale di due quartine seguite da due terzine. La sua poesia infatti non vuole rompere definitivamente con il passato rinnegandone ogni pregio ma anzi vuole rappresentare un evoluzione, un miglioramento nella consapevolezza che la poesia è una cosa viva e sempre soggetta a mutamenti ed evoluzioni. Questa forma di sonetto originale e innovativa permette al poeta una maggiore libertà creativa che gli consente di trasmettere più fedelmente il suo pensiero svincolandolo da obblighi puramente manieristici e retorici. La poesia viene infatti esaltata per la sua spontaneità e autenticità, valori che hanno sempre accompagnato il percorso poetico di Neruda e ne hanno caratterizzato in ultima analisi la sua grandezza.

Source: acquisto personale.

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:: Il male dentro, MariaGiovanna Luini (Cairo, 2013) a cura di Irma Loredana Galgano

5 marzo 2014

il male dentroLo scorso marzo Cairo editore ha pubblicato Il male dentro di MariaGiovanna Luini. Un libro intenso. Attuale. La Luini non si è lasciata tentare dal dramma, ha narrato della vita reale, quella vera e della malattia, anche quella reale, che affligge tante persone, troppe. «Tanti puntini rossi che vagano in giro per il mondo e che sembrano una piccolissima parte di esso… ma quando varchi la soglia di un Istituto oncologico la prospettiva inesorabilmente cambia e i puntini rossi diventano la maggioranza e allora ti sembra che tutto il mondo sia cancro». Non è facile, per nessuno. Per i pazienti, ovviamente. Per i loro familiari e affetti. Ma anche per i medici che ogni giorno, ogni momento devo convivere con la malattia che ha colpito le persone che hanno di fronte o che colpisce loro. Forte anche della sua esperienza professionale la Luini narra del mondo ospedaliero in una maniera tanto realistica quanto efficace, lasciando trasparire l’operato dei medici ma anche i loro pensieri, i loro tormenti e in particolare il modo in cui cercano di esorcizzare il dolore e la paura. Alcuni lo fanno immergendosi in relazioni e rapporti extraconiugali, altri mascherandosi da cinici, altri ancora impegnandosi per dare il massimo nella speranza di ottenere un adeguato risultato. Alla fine tutti o quasi sono destinati al crollo perché la situazione è quella che è e i rimedi palliativi che hanno escogitato tali rimangono.  «Il cancro non è solo corpo, è anche mente! Il tumore è un’idea. La sua parte fisica in fondo è il meno. Il problema vero è che dal cervello, dall’anima, non te lo levi più. E io voglio un’altra anima, adesso». Non è una ricompensa quella che sta cercando Anna congedandosi da Barbara e Stefano, è una rinascita. «L’Istituto che cura i tumori. Era pronta, non sarebbe stato differente da qualsiasi altro ospedale: aveva già visto drammi e affrontato interventi a rischio altissimo, la morte non la turbava». Ma erano tanti gli aspetti che Barbara aveva sottovalutato… «La notò chiudere gli occhi. Sotto i polpastrelli il battito enorme, tumultuoso del cuore. La paura aveva rumori, il primo e più evidente quel martellare nel torace a un’intensità palpabile», poi la forza, la speranza o la rassegnazione, la dignità o la disperazione e su tutti i fronti un grande coraggio.

MariaGiovanna Luini (pseudonimo per Giovanna Maria Gatti) è nata nel 1970: scrittore di narrativa e saggistica, collabora con alcune testate giornalistiche e case di produzione cinematografica per consulenze e sceneggiatura. Grazie alla laurea in Medicina e alle due specializzazioni (Chirurgia Generale e Radioterapia) è anche divulgatore attraverso media e comunicatore scientifico (medico) all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. [fonte Wikipedia]

:: Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, Dale Furutani (Marcos, Y Marcos, 2013) a cura di Giulietta Iannone

3 marzo 2014

imagesDavvero delizioso, Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone (The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, 2011) di Dale Furutani, edito da Marcos y Marcos e tradotto da un pool di giovani traduttori[1], coordinato da Paola Mazzarelli.
Che il personaggio di Sherlock Holmes abbia ispirato schiere di apocrifi non è una novità, originale invece è senz’altro lo scenario scelto da Dale Furutani, già autore di una raffinata trilogia, edita sempre da Marcos Y Marcos, con al centro le indagini di un samurai, tale Matsuyama Kaze, sullo sfondo di un quanto mai suggestivo Giappone feudale.
Dunque siamo in Giappone, tra il 1892 e il 1893, in pieno periodo Meiji, periodo in cui era imperatore Mutsuhito, famoso come fautore della progressiva occidentalizzazione del paese. Sherlock Holmes, sotto le mentite spoglie di un quanto mai fantomatico esploratore norvegese di nome Sigerson, (nel racconto L’avventura della casa vuota sarà lui in persona a svelare a Watson, la sua identità occulta), per sfuggire alla banda del professor Moriarty, dopo l’incidente alle cascate di Reichenbach, dove aveva inscenato la propria morte, vaga per l’Asia, toccando la Persia e il Tibet. E a quanto pare anche… il Giappone, stando all’affermazione che fa Holmes su un tipo particolare di arti marziali, informazione a quanto pare confermata dai taccuini di un medico, un certo dottor Junichi Watanabe, che l’autore (espediente letterario già noto al Manzoni) dice di aver ricevuto in dono da una simpatica vecchia obaasan di Karuizawa, villaggio turistico a nord di Tokyo, in cui, singolare coincidenza è possibile trovare in un giardino pubblico vicino alle scuole superiori una statua di un uomo con indosso una mantellina e un cappello ben noti.
La segretezza quindi è la maggior priorità del nostro, che appunto giunto a Yokohama fugge grandi alberghi e luoghi pubblici e trova ospitalità nella casa del dottor Watanabe, presentato dal solerte colonnello inglese Montague Ashworth, misterioso personaggio che gravita intorno alla ambasciata britannica. Sarà l’inizio di una bizzarra convivenza, (Sigerson –san sembra affatto interessato a usi e costumi giapponesi, con grande rammarico del suo ospite, quanto ad indagini e delitti), che porterà i due molto vicini ad una vera e sincera amicizia.
In otto racconti, che vanno da L’avventura dell’henna gaijin a Il caso del cuore infranto, Sigerson –san avrà modo di mettere alla prova il suo acume e il suo talento investigativo, (tenendosi lontano dalla cocaina, a quanto pare suo unico strumento per combattere la noia), in compagnia della sua guida e traduttore, sorta di Watson con gli occhi a mandorla, che del precedente assistente di Holmes conserva la qualifica di medico, le iniziali di nome e cognome e ben poco altro.
Junichi Watanabe è un perfetto giapponese del suo tempo, affascinato dall‘Inghilterra, (ma non dalla Germania), dalla medicina “olandese”, dalle modernità portate dall’occidente, ma fedele a un codice antico, appartenuto ai samurai, e all’usanze di buona educazione e discrezione, peculiari del suo popolo. Solo un bambino rende palesi i suoi sentimenti e i suoi pensieri, un giapponese adulto e beneducato, evita la volgarità dell’esibizione di cose che debbono restare private e nascoste. E Holmes questo sembra stranamente capirlo, uniformandosi, forse grazie alla sua estrema sensibilità, a questo modo di comportarsi non del tutto estraneo al suo essere più profondo. E questa è senz’altro l’intuizione, più originale e compiaciuta, di Dale Furutani, che con uno stile semplice e pulito, ci accompagna in questo viaggio nel Giappone antico sulle tracce di un incontro che tramite la stima reciproca e la curiosità, si trasforma inaspettatamente in qualcosa di più, capace di avvicinare oriente e occidente.
Per chi già conosce lo stile di Furutani, sicuramente una piacevole conferma, per chi come me si avvicina per la prima volta a questo autore, una scoperta davvero gradita.         

Dale Furutani. Originari dell’isola di Oshima, a sud di Hiroshima, i Furutani si stabiliscono alle Hawaii quando Dale è ancora in fasce. L’esercito americano confisca al nonno — sospettato di essere una spia — il peschereccio di famiglia, e i Furutani si trovano in condizioni precarie. A cinque anni, Dale viene adottato da una famiglia americana e si trasferisce in California. Nonostante i pregiudizi razziali di cui è vittima durante gli anni scolastici, Dale si mette in luce e si laurea brillantemente. Fonda una propria società di consulenza, poi entra nella grande industria, diventando un alto dirigente della Nissan Motors Usa. Passa più tempo che può in Giappone, intanto: la terra d’origine di cui cerca di cogliere l’essenza rendendola materia delle sue storie. Nel 1993, pubblica con successo Death in Little Tokyo, è finalista in numerosi premi, ed è il primo scrittore asiatico a vincere il prestigioso Anthony Award. Con Marcos y Marcos ha pubblicato la fortunata trilogia che ha per protagonista il samurai Matsuyama Kaze: Agguato all’incrocio, Vendetta al palazzo di giada e A morte lo shogun.


[1] Traduzione dall’inglese realizzata dagli allievi della scuola di Specializzazione in traduzione editoriale Tuttoeuropa, Torino – corso 2012- 2013, lingua inglese: Flora Arone, Alessia Borin, Paolo Cocco, Chiara De Bernardi Simona Depaoli, Serena Fabris, Marta Formagnana, Ilaria Gentile, Chiara Longo, Sofia Mangano, Manuela Mastroianni, Sara Monsurrò, Roberta Sapino, Agnese Scarpa, Mariangela Scrimaglio, Elisabetta Spediacci, e Angela Tursi.

:: Blanca, Patrizia Rinaldi, (edizioni E/O, 2013) a cura di Natalina S.

3 marzo 2014

blanca2013“Pochi anni di vista possono restare ordinati: se ne stanno larghi, hanno spazio. A difenderli, a lasciarli nella memoria imperturbabile e senza novità, c’è tutto il buio che è venuto dopo”.

….e con il buio il dolore che anch’esso è venuto dopo.

Conosce bene quel buio e quel dolore Blanca Occhiuzzi, la quale a causa di un tragico incidente, dall’età di 13 anni, vive sospesa tra ombre e solitudine a forgiare la forza di una ferrea promessa. Sovrintendente di polizia, specializzata nella decodifica dei suoni e nell’interpretazione delle intercettazioni telefoniche, Blanca è stata assegnata al commissariato di Pozzuoli, tra le zuffe e la velata complicità dell’ispettore Arcangelo Liguori e il commissario Vincenzo Martusciello, nonché la teatrale goffaggine dell’agente scelto Peppino Carità. A squarciare la morbosità di giorni privi d’identità è la violenza. La morte che giunge quatta quatta ai margini di un marciapiede e agli angoli di una radura, la scomparsa o il rapimento di due giovani vite, appese a chiodi poco saldi,  ci  conducono a indossare lenti da presbite per mettere a fuoco microcosmi famigliari ammorbati dal male e/o sentimenti discordanti che attanagliano l’uomo nella morsa dell’effimero.
Blanca nasce dalla creatività di Patrizia Rinaldi, scrittrice napoletana, da tempo sullo scenario letterario con gialli e libri per ragazzi. Inizialmente, nel 2009, il romanzo è stato pubblicato da un piccolo editore, Flaccovio, di cui E/O ha acquistato i diritti, nel 2013, integrando il testo con le pagine conclusive dopo aver pubblicato, nel 2012, il seguito “Tre, numero imperfetto”.
A Blanca mi sono avvicinata, una prima volta, con lo sguardo distratto di chi è abituato a vedere e, una seconda volta, con lo sguardo attento di chi è abituato a sentire. Un esercizio di cui solo chi non vede o percepisce ombre indistinte è capace, come Blanca. Blanca sente l’alito delle parole appena accennate, con la forza di chi sa leggere le vibrazioni dell’aria; fiuta l’essenza delle persone, per riconoscerne odori e identità; accarezza le ruvidità della vita come solo mani d’operaio sanno fare   e ubriaca le papille gustative dell’amaro che essa stessa si trascina appresso. Blanca avverte sé e gli altri, presta ascolto al suo e all’altrui dolore; quel dolore di donna che analizza in tutte le sue sfumature attraverso l’anima lacerata e, spesso, sottomessa dei personaggi femminili di cui racconta fragilità e drammi e, a cui, accorda i suoi vuoti e le sue ferite ma in chiave decisamente più propositiva. Conduce nel suo sentire, nel suo deserto coloro i quali mostrano una pena simile alla sua, maschi  e femmine non ha importanza, se il sentire è condiviso e condivisibile come il dolore ed il suo graffio di gatto selvatico. Qui colloco il mio sentire, e la mia gratitudine, tra le parole di questo romanzo, accostate le une affianco alle altre senza urti e ammaccature, ebbra di suggestioni e sensazioni e un’elegante autorevolezza stilistica. Somma di elementi, questi, che conquistano dalla prima all’ultima pagina con la consapevolezza e il desiderio che, Patrizia Rinaldi, la leggeremo ancora.

Patrizia Rinaldi: vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1960. È autrice di diversi gialli, tra cui ricordiamo Il commissario Gargiulo (Stampa alternativa 1995), Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 (Flaccovio editore 2007), Ninetta Ridolfi e gli oggetti affettuosi (Mondadori 2008, primo premio al concorso Profondo giallo 2007). È anche autrice di libri per ragazzi, tra cui Rock sentimentale (El 2011), E poi domani guarisco (Oscar Mondadori 2011, prefazione di Miriam Mafai). Nel 2012 è uscito per le Edizioni E/O Tre numero imperfetto.

Spigolature letterarie: novità in libreria

28 febbraio 2014

la_bionda_dagli_occhi_neriscritto nel ventolewiscon_rispetto_parlando_01indexLa morte necessaria di Lewis Winter di Malcom MacKay
La bionda dagli occhi neri. Un’indagine di Philip Marlowe, di John Banville
Non parlare di Brian McGilloway
Scritto nel vento di Beatriz Williams
Con rispetto parlando di Ana Nobre De Gusmao

Ecco guardandomi in giro alcuni titoli che hanno attirato la mia attenzione. Non li ho ancora letti, mi sono limitata a dare una sbirciata alle trame, per cui mi limito a dirvi qualche notizia che ho raccolto, aggiungendo qualche mia estemporanea riflessione. La morte necessaria di Lewis Winter edito da Mondadori nella collana Strade Blu, tradotto da S. Tettamanti, è un noir, per la precisione un tartan noir, primo episodio di una trilogia ambientata a Galsgow che sembra aver raccolto numerosi consensi in Scozia e in Gran Bretagna. Killer, trafficanti di droga, malavita, insomma una storia a tinte forti. La bionda dagli occhi neri. Un’indagine di Philip Marlowe, invece edito da Guanda, collana I narratori della Fenice, previsto in uscita per il 6 marzo, è uno dei tanti (vabbè tanti, mi viene in mente Poodle spring di Robert B. Parker) apocrifi legati alla figura dell’investigatore privato losangelino più celebre dell’hardboiled e dintorni. Accolto da giudizi più che lusinghieri, sarà all’altezza di Chandler? Per i nostalgici come me la tentazione di leggerlo è alta. Brian McGilloway, irlandese classe 1974, autore di Non Parlare, edito da Newton Compton, invece lo conosco per il pregevole Terra di confine, portato in Italia da Revolver, per cui vado abbastanza sul sicuro, e a meno che non abbia affidato il lavoro ad un ghost writer e sia scappato a godersi le royalties nei Mari del Sud, (scherzo eh, l’autore ha un gran senso dell’umorismo, so che apprezzerebbe), dovrebbe essere una piacevole conferma. Poi c’è Scritto nel vento edito da Nord, meno noir dei precedenti, una storia d’amore e d’amicizia sullo sfondo dell’America degli anni Trenta. E infine Con rispetto parlando, una commedia brillante, una storia di personaggi che ruotano attorno ad una bizzarra donna delle pulizie, scritta da un autrice portoghese che non conosco, ma che pubblica in Italia con Neri Pozza, casa editrice che ha sempre titoli interessanti e ben tradotti. Ecco per ora è tutto, alla prossima.

:: Patrimonio. Una storia vera, Philip Roth, (Einaudi, 2007) a cura di Michela Bortoletto

27 febbraio 2014

978880619080GRATraduzione di Vincenzo Mantovani

Herman Roth ha ottantasei anni. È un uomo forte, affascinante e vigoroso nonostante l’età. Una mattina si sveglia con metà faccia paralizzata: è una cosa temporanea, gli dicono i medici. Passano i mesi e non solo la paralisi rimane, ma ad essa si aggiunge la sordità ad un orecchio. Non può essere nulla di buono, teme Herman. E infatti sarà così purtroppo. La diagnosi che lo attende è implacabile: tumore al cervello. Due sono i casi: operarsi e rischiare di morire, oppure lasciare tutto così com’è e vivere i pochi mesi rimasti.
La decisione davanti alla quale si trova Herman Roth è difficile. Ma non è solo. Accanto a lui c’è il figlio, Philip, la voce narrante che seguirà Herman in questo lungo calvario.
Attraverso gli occhi di Philip non solo vediamo Herman alle prese con questa tragica lotta ma ne scopriamo la lunga vita. Ebreo, figlio di genitori immigrati a Newark, Herman è uno di quegli uomini “che si sono fatti da soli”. Pur non avendo avuto la possibilità di ricevere una degna istruzione, Herman è riuscito a far carriera nel ramo delle assicurazioni e a garantire ai suoi due figli una vita felice. Rimasto vedovo, ha rifiutato l’invito dei figli a trasferirsi in uno di quei nuovi quartieri per anziani che hanno costruito nella sua città. Herman, infatti, ha preferito rimanere nella sua casa, con i suoi amici, pronto ad affrontare la sua nuova vita solitaria, finché non inizierà una nuova relazione con Lil, una donna più che paziente che sopporta in silenzio e per amore di Herman di non esser mai all’altezza.
Patrimonio è  il racconto degli ultimi mesi di vita del padre di Philip Roth ma non solo. È il ritratto di un uomo che ha sempre combattuto contro le avversità, che non si è arreso di fronte a nulla, e che è intenzionato a non mollare nemmeno davanti alla malattia.
Patrimonio  è la sofferenza di un figlio che non può far nulla per trattenere il padre con sé.
Patrimonio sono le centinaia di ricordi che riaffiorano dai racconti di Herman: la vecchia Newark, il suo essere ebreo nel secondo dopoguerra, le vie piene di botteghe che ora sono sparite. I colleghi e gli amici di un tempo che sono invecchiati, che hanno cambiato città, che sono morti.
Patrimonio è l’eredità che Herman lascia a Philip. Un’eredità che non è fatta di soldi, azioni in banca, case.
Un’eredità composta da ricordi, persone e personaggi, aneddoti e lezioni di vita che Philip potrà usare nei suoi libri. Un patrimonio fatto di ricordi, determinazione e di una tazza da barba.
Cosa succede se a tuo padre diagnosticano una terribile malattia destinata a ucciderlo in pochi mesi? Ti disperi, cerchi disperatamente una cura, ti arrendi. Se ti chiami Philip Roth trasformi il tuo dolore in un meraviglioso e toccante ricordo.

Philip Roth ha vinto il Premio Pulitzer nel 1997 per Pastorale americana. Nel 1998 ha ricevuto la National Medal of Arts alla Casa Bianca, e nel 2002 il piú alto riconoscimento dell’American Academy of Arts and Letters, la Gold Medal per la narrativa. Ha vinto due volte il National Book Award e il National Book Critics Circle Award, e tre volte il PEN/Faulkner Award. Nel 2005 Il complotto contro l’America ha ricevuto il premio della Society of American Historians per «il miglior romanzo storico di tematica americana del periodo 2003-2004». Recentemente Roth ha ricevuto i due piú prestigiosi premi PEN: il PEN/Nabokov Award del 2006 e il PEN/Saul Bellow Award for Achievement in American Fiction. Roth è l’unico scrittore americano vivente la cui opera viene pubblicata in forma completa e definitiva dalla Library of America. Nel 2011 ha ricevuto la National Humanities Medal alla Casa Bianca, ed è poi stato dichiarato vincitore della quarta edizione del Man Booker International Prize.
Di Philip Roth Einaudi ha pubblicato: Pastorale americana (1998), Operazione Shylock (1998)Il teatro di Sabbath (1999), Ho sposato un comunista (2000), Lamento di Portnoy (2000), La macchia umana (2001), L’animale morente (2002), Lo scrittore fantasma (2002), Zuckerman scatenato (2004), Chiacchiere di bottega (2004)Il complotto contro l’America (2005)Il seno (2005), La lezione di anatomia (2006), L’orgia di Praga (2006), Everyman (2007), Patrimonio (2007), Il fantasma esce di scena (2008), Il professore di desiderio (2009), Indignazione (2009), L’umiliazione (2010), La controvita (2010 e 2012), La mia vita di uomo (2011), Nemesi (2011 e 2012), Goodbye, Columbus (2012), Quando lei era buona (2012), I fatti. Autobiografia di un romanziere (2013), La nostra gang (2014) e il volume Zuckerman (che raccoglie i romanzi Lo scrittore fantasma, Zuckerman scatenato, La lezione di anatomia, L’orgia di Praga, Nemesi e «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka).

:: Odessa star, Herman Koch, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

27 febbraio 2014

odessa_star_02Cos’è il male? È possibile dargli una forma, una consistenza specifica o esso si manifesta nelle nostre vite quando meno ce lo aspettiamo e con sembianze che fatichiamo a riconoscere? Il male è quello che si insidia piano piano e sotto forma umana nella vita di Fred Moorman, un cinquantenne di Amsterdam per nulla soddisfatto della propria esistenza. Fred è un lamento continuo: non sopporta l’anziana signora che vive nel loro stabile, perché ha un cane che lascia i suoi escrementi ovunque e il loro pungente odore si espande in ogni dove; non è molto in sintonia con il figlio David, che vorrebbe tanto un padre con una macchina cool, tipo una jeep, e non una sfigata utilitaria. Fred è deluso anche dall’amata moglie Cristina che non lo vede più come l’aitante giovanotto di un tempo e, nonostante lui cerchi di tenersi in forma correndo, lei lo considera una sorta di scarpa vecchia da buttare via. Fred non riesce a capacitarsi di queste critiche e quando un giorno, per caso, incontra un suo ex compagno di scuola, tal Max G., oltre a ricordare i tempi andati, scarica addosso a lui la sua completa insoddisfazione. Fred si sente più leggero ora che ha confessato il suo senso di sconfitta a Max, ed è ammaliato da quell’ex squattrinato compare perché è elegante, ha un donna fantastica, guida un macchina stupenda e per di più gira con un energumeno che gli fa da guardia del corpo. Il protagonista vede in Max quello che lui avrebbe voluto essere e la persona ideale alla quale confessare il proprio senso di sconfitta. Il problema è che il protagonista di Odessa Star non si rende conto che il suo “dire”, darà il via ad una scia di strani e macabri eventi che scuoteranno in modo irreversibile la sua vita. Leggendo il libro di Koch mi son venuti in mente alcuni film molto simili a questa narrazione. Per esempio, lo stato di insoddisfazione cronica di Fred e alcune situazioni macabre nascoste sotto una superficie di massima rispettabilità sociale mi hanno ricordato molto da vicino il film American beauty, nel quale l’immagine patinata della media borghesia cela invece  qualcosa di oscuro e impensabile. Le incomprensibili scomparse di alcuni personaggi e certi episodi dove il sangue compare quale e là all’improvviso, mi hanno invece fatto pensare ai film di Tarantino come Pulp Fiction. Non so se queste pellicole abbiano influenzato l’autore ma i personaggi letterari dal mio punto di vista richiamano quelli grotteschi e instabili presenti in questi film. Tornando ad Odessa Star, Fred è monotono, apatico e Max, con la sua perfezione, i suo misteriosi traffici è la rappresentazione del sale della vita, al quale si deve aggiungere quell’inquietante imbarcazione – l’Odessa Star del titolo- ormeggiata nel canale del Mare del Nord. Fred vuole mettere un po’ di pepe nella sua vita, ma poi si accorge che stare con Max vuol dire vivere ai limiti della legalità e punire il presunto colpevole anche se non ha colpe. Max non ha remore o pietà, anzi, per lui fare del male sembra essere una cosa del tutto normale, un atteggiamento che porterà Fred a voler uscire dall’assurda e insensata spirale di violenza gratuita che sta travolgendo lui e – anche se non se ne accorgono subito – la sua famiglia. Koch scrive un libro nel quale i continui salti temporali tra presente e passato sono fondamentali per farci capire i caratteri dei personaggi, quindi lettori non ve la predente con l’autore se continua a farvi viaggiare nel tempo. Inoltre, leggendo Odessa Star comprendiamo che sì Fred è attratto dalla vita spericolata di Max, perché l’adrenalina che la caratterizza la rende emozionante rispetto alla monotona quotidianità, ma allo stesso l’autore ci mostra il forte e – concedetemelo- opprimente stato di ansia nel quale comincia a vivere Fred quando ritrova l’amico di un tempo, ed è quello che ci fa capire che vivere “sul filo del rasoio” non sempre aiuta, perché prima o poi, come recita un famoso proverbio: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”.

Herman Koch (1953) è noto come autore televisivo, giornalista e romanziere. All’esordio Red ons, Maria montanelli (1989) sono seguiti Eten met, Emma (2000) e Denken aan Bruce Kennedy (2005). Con La cena (Neri Pozza 2010, Beat  2011) e Villetta con piscina (Neri Pozza 2011, Beat 2013) ha ottenuto uno straordinario successo internazionale.

:: Classici al femminile per Neri Pozza a cura di Elena Romanello

27 febbraio 2014

Edith_WhartonLa casa editrice Neri Pozza presenta, in occasione dell’8 marzo, la nuova collana, Le Grandi scrittrici, dedicata ai classici della narrativa femminile, per leggere o rileggere opere entrate nell’immaginario e scoprire figure di donne in anticipo sui loro tempi, sia tra i personaggi proposti che tra le autrici.
Non si può non iniziare con Charlotte Brontë e la sua Jane Eyre, prototipo dell’eroina moderna, in contrasto con le svenevoli fanciulle dell’epoca vittoriana: una ragazza non bella, molto intelligente, che lavora per vivere ma anche per affermare se stessa e che trova l’amore in maniera totalmente anticonformista. Jane Eyre, uno dei libri più amati da Virginia Woolf, viene presentato nella traduzione di Monica Pareschi, con l’introduzione di Tracy Chevalier, una delle migliori autrici contemporanee di romanzi storici al femminile, a cominciare da La ragazza con l’orecchino di perla. Jane Eyre è stato l’alter ego di Charlotte Brontë, autrice che creò scompiglio con i suoi personaggi di donne nuove nella rigida società vittoriana, tanto che dovette in un primo tempo firmare i suoi libri con uno pseudonimo maschile. Sorella di Emily e Anne, anche loro scrittrici, Charlotte volle raccontare per la prima volta di donne che cercavano la loro indipendenza dallo sguardo maschile e dai ruoli familiari tradizionali: il libro Jane Eyre ha ispirato vari adattamenti cinematografici, tra cui quello del 1996 di Franco Zeffirelli con Charlotte Gainsborough e quello del 2011 con Mia Wasikowska e Michael Fassbender.
Da leggere o rileggere La casa della gioia di Edith Wharton, ritratto di Lily Bart, ragazza di buona famiglia nella New York di fine Ottocento, che resta vittima di un mondo in cui conta l’apparire e dove è facile rimanere vittime del sistema. Una storia attuale, tradotta da Gaja Cenciarelli e con l’introduzione di Benedetta Bini, che torna dopo quasi quindici anni in libreria, da quando uscì il bel film, da riscoprire, di Terence Davies con protagonista Gillian Anderson. Edith Wharton è stata una delle testimoni più interessanti e efficaci della vita delle classi agiate tra Otto e Novecento negli Stati Uniti: per molti la sua vera eroina è proprio Lily Bart, ma non si può dimenticare nemmeno Ellen Olenska de L’età dell’innocenza , portata sull schermo da Michelle Pfeiffer.
Il terzo titolo proposto di questo primo giro è La piccola Fadette di George Sand, apologo sulla diversità e sui pregiudizi sociali, ambientato nella Francia rurale dell’Ottocento, con al centro un’eroina che lotta per affermare la sua individualità, in un mondo che la discrimina in quanto donna e perché vive con la nonna accusata di essere una strega. Un alter ego dell’autrice, intellettuale anticonformista che creò scandalo nella Francia del XIX secolo, per i suoi amori sia maschili che femminili, per le sue idee sociali progressiste e per la sua abitudine di vestirsi in abiti maschili. La piccola Fadette rivive con una nuova traduzione di Alexandre Calvanese e l’introduzione di Daria Galateria.
Grazie a Neri Pozza quindi si potrà fare un viaggio tra classici e riscoperte scritti dalle donne sulle donne e per far nascere nuove consapevolezze nelle medesime. Un discorso quanto mai attuale oggi, particolarmente qui in Italia.

:: Storia d’inverno, Mark Helprin, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

26 febbraio 2014

storia d'invernoUna raccomandazione prima di prendere in mano questo libro monumentale, oltre 800 pagine: dimenticare l’imbarazzante filmetto che ne è stato tratto, uscito in Italia per San Valentino e già dimenticato, salvo per alcune recensioni non certo tenere e favorevoli, visto che oltretutto non è riuscito ad essere nemmeno il film giusto da vedere nel giorno della festa degli innamorati, perché francamente tra passato e presente in giro c’è di molto meglio.
D’accordo, il film ha avuto il merito di spingere Neri Pozza a tradurre questo long seller, uscito nel 1983, ma per il resto centra ben poco, nonostante la scelta di usare la locandina come copertina, probabilmente sperando in un migliore traino.
Mark Helprin costruisce nelle pagine del suo Storia d’inverno un affresco affascinante intorno a New York, lontana dagli stereotipi della Grande Mela, da fine Ottocento a quello che per lui era il futuro nel 1983, l’inizio del Millennio. Una New York popolata da vari personaggi nel corso degli anni, dal ladro Peter Lake alla sua nemesi Pearly Soames, dalla giovane e sfortunata Beverly alla più moderna Virginia, agli stravaganti Mootfowl e Craig Binky, che rivive in pagine vibranti e travolgenti, a tratti complesse, perché sono tanti i fili narrativi che l’autore segue, tra salti temporali e storie diverse che poi pian piano si uniscono e vanno avanti, fino al finale, in maniera mai scontata e già vista.
Non era facile trasporre al cinema un libro di questa complessità, in cui si mescolano tanti generi tra le altre cose: il romanzo storico nella prima parte, la storia d’amore, la satira sociale, il racconto fantastico o meglio proto urban fantasy, la distopia fantascientifica, il romanzo sociologico e psicologico. Un libro in cui ogni lettore può trovare una sua strada e spunti per se stesso, difficilmente catalogabile e proprio per questo interessante. Storia d’inverno è pieno di personaggi, situazioni, storie, tra New York e i suoi dintorni, foreste e laghi fuori dal tempo e dallo spazio ancora più della città stessa e che costruisce un microcosmo unico e originale, tra passato, presente e futuro.
Detto questo, il regista Akiva Goldsman ha scelto il modo peggiore per trasporre il tutto al cinema, semplificando il tutto ad una storiella fantastica per strizzare l’occhio alle fan orfane di Twilight, semplificando e eliminando personaggi e situazioni, rendendo tutto banale e poco incisivo, e aggiungendo alcune trovate ad effetto sempllicemente imbarazzanti. E dire che la fotografia era suggestiva, così come musica ed ambientazioni, e le interpretazioni della giovane Jessica Brown Findlay e della veterana Eve Marie Saint, ma il resto è diventato tutto troppo diverso e banale, dimenticabile se non si conosce il libro e irritante invece se lo si è letto: nel libro chiunque trova una sua strada con spunti e interessi, nel film tutto rimane piatto e scontato, sfruttando solo l’elemento paranormale tra demoni e angeli (tutti decisamente da ridere e non in senso buono) e la storia d’amore resa zuccherosa e stucchevole.
Il film è stato infatti presto tolto dalle sale cinematografiche, e finirà nell’elenco degli adattamenti non riusciti di opere letterarie interessanti: non è il primo e non sarà l’ultimo. Storia d’inverno libro invece merita attenzione, considerazione e un’immersione nelle sue pagine, tante, copiose, trascinanti, a tratti confuse, ma capaci davvero di affascinare. Traduzione di Adriana Dell’Orto.

Mark Helprin è nato a New York. Ha studiato a Harvard, Princeton e Oxford, e ha prestato servizio militare nell’esercito e nell’aviazione israeliana. È ritenuto uno dei maggiori scrittori americani contemporanei. Collabora con il New York Times e vive in Virginia. Tra le sue opere: In Sunlight and in Shadows, A Dove of the East and Other Stories, Refiner’s Fire, A Soldier of the Great War. http://www.markhelprin.com/

:: La penultima città, di Piero Calò (Las Vegas Edizioni, 2013)

26 febbraio 2014

copLPC-479x700Dopo L’occhio del porco, (Instar, 2010), Piero Calò torna in libreria con La penultima città, edito da Las Vegas Edizioni, romanzo a dir poco stravagante e singolare, forse più per lo stile e il linguaggio, che per la trama (piuttosto prosciugata) che si colloca infondo sul solco del romanzo dispotico classico.
Abbiamo una società futura, proiezione della nostra, solo forse più distorta e mostrata nelle sue degenerazioni più eccessive; abbiamo nuove strutture di potere, nuove dislocazioni territoriali, maxischermi sparsi per le vie che richiamano (forse) gli schermi posizionati nelle abitazioni di 1984 di Orwell, l’abolizione del denaro sostituito da una forma di baratto che idolatra l’ oro, da accumulare per potere evadere dai confini opprimenti delle proprie città, per soggiorni, quanto mai utopici, nelle isole felici della Giolla Unita (ironico e beffardo corollario dei nostri soggiorni turistici in centri vacanza esotici e costosi).
Il tutto condizionato da una tensione continua, un pericolo incombente, che si materializza tramite bombe che esplodono ogni giorno, bombe di cui si è persa memoria della ragione e manco più ci si interroga su chi sia a posizionarle o fabbricarle. Come se la storia passata non avesse insegnato niente (rimando alla vecchia che sul finale ride) e proprio la sua inutilità sembra essere il fulcro rugginoso di questa feroce satira travestita da beffa, burla, scherzo. Non c’è progresso, in questo immaginario futuro,  solo involuzione, forse regressione, declino. Critica al decadimento della società occidentale? Chissà. Da sempre la fantascienza tende a parlarci del nostro presente, a volte mascherandolo con congegni ipertecnologici,  solo proiezione di quello che davvero diventerà parte del nostro vissuto, in uno scarto temporale quasi preveggente.
Come dicevo è comunque il linguaggio, la sua parziale destrutturalizzazione, il suo utilizzo disinvolto capace di creare una verve comica di sottofondo, (il tono beffardo è continuo) in cui paradossi, neologismi, scollegamenti logici, causano nel lettore una sorta di vertigine, che a volte si estremizza in un vero non senso. E proprio in questi blackout, che forse si rifanno alla nobile tradizione del teatro dell’assurdo, ironia e comicità a volte si intrecciano, facendo esplodere (inaspettate) sonore risate.
Ambientato a Torello, (che chissà perchè storpiavo in continuazione in Torino, oh il simbolo di Torino è proprio un toro, perdonatemi) il romanzo, coralmente inteso come una messinscena quasi teatrale di personaggi bizzarri che si incontrano e si scontrano, ha per protagonisti principali Nino Flora, disoccupato cronico protagonista di surreali colloqui di lavoro, Giona Paraponzi (ponzipo, scusate non ho resistito), tipo grezzo e che riserverà sorprese, la bella Michela Gang Bang, badassa dell’Hotel Gramsci, bordello cittadino, Serena, segretaria della Beni Vizi e Servizi, e molti altri minori, ma non meno gustosi e interessanti.
E vogliamo parlare del culto tributato a Questo, Codesto e Tale, spuria trinità? Ha molto del romanzo sperimentale, a volte di difficile decriptazione, quasi parlasse una lingua da iniziati, La penultima città, ma comunque il divertimento è assicurato e l’originalità che racchiude potrà senz’altro stupire e interessare anche i lettori più raffinati.

Piero Calò è nato il 7 maggio 1969 a Manduria di Taranto e si è trasferito a Torino nel 1992. Nel 1999 ha pubblicato il saggio Gola profonda – la pornografia prima e dopo Linda Lovelace, (Lindau) un’analisi del cinema “underground” e della rivoluzione sessuale in Italia a partire dagli anni ’70.
Il suo romanzo d’esordio, L’occhio di porco, è uscito per i tipi di Instar nel 2010. Nel 2011 ha partecipato alla raccolta di racconti Sangu – racconti noir di Puglia (Manni). A fine 2013 l’autore pubblica il secondo romanzo, La penultima città (Las Vegas edizioni).
Calò ha collaborato con varie riviste cinematografiche e musicali, e con il Museo del Cinema di Torino dove si è occupato di marketing. Attualmente gestisce EMOTICOM, una cartolibreria molto colorata.

:: Negli occhi dell’assassino, Belinda Bauer, (Marsilio, 2014)

25 febbraio 2014

indexEsce domani, 26 febbraio, Negli occhi dell’assassino (Darkside, 2011), il nuovo romanzo, edito in Italia, di Belinda Bauer. Sempre per Marsilio, sempre tradotto da Fabio Zucchella, come il precedente Blacklands del 2011, che se non l’avete ancora letto vi consiglio di recuperare. La Bauer, dopo aver raccolto premi tra cui il Gold Dagger Award e consensi sulla stampa britannica e internazionale, (“Una scrittura straordinaria, un finale stupefacente. Uno dei thriller più emozionanti che potrete leggere quest’anno” chiosa il Sunday Times), ritorna in Italia, con un romanzo a mio avviso ancora più bello del precedente. La Bauer scrive thriller psicologici di ambientazione tipicamente inglese: brughiere innevate, villaggi di campagna dove tutti si conoscono, cottage caratteristici con i centrini di pizzo. Tuttavia oltre al peso dato alla componente psicologica, aggiunge una venatura noir abbastanza insolita, che emerge per contrasto, in ambientazioni così rassicuranti e colme di bellezze naturali.
Questa volta siamo nel villaggio di Shipcott, uno dei tanti che costellano l’Exmoor nell’Inghilterra sud occidentale. Jonas Holly, il bobby della zona, un ragazzone alto un metro e novanta, con lo sguardo ancora limpido di un bambino, benvoluto, amico di tutti sta vivendo un periodo abbastanza difficile della sua vita. Ha rinunciato alla sua aspirazione di lavorare per l’antiterrorismo e si è ritirato nel piccolo villaggio circondato dalla brughiera per accudire l’amata moglie Lucy, segnata da una malattia terribile e invalidante come la sclerosi multipla.
Mentre la moglie pian piano lotta con il suo decadimento fisico perdendo pian piano l’uso delle gambe, delle mani, ed ogni seppur minima incombenza quotidiana diventa una sfida insostenibile, Jonas si accorge che difenderla e proteggerla è la sua unica ragione di vita, e quando di trova faccia a faccia con un delitto, il primo delitto della sua carriera, qualcosa scatta in lui e lo spinge a voler diventare un vero poliziotto, quello che gli altri si aspettano che lui sia. Ma non sarà così facile.
Subito il caso della morte dell’anziana Margaret Priddy, soffocata nel suo cottage da uno sconosciuto, viene infatti preso in carico dall’ispettore capo John Marvel e dalla sua task force arrivata dalla città. A Jonas, considerato da Marvel come un emerito cretino, (arriva a toccare il naso del cadavere inquinando la scena del crimine) vengono affidate mansioni assurde, come sostare davanti alla porta del cottage in attesa che l’assassino torni sulla scena del delitto.
Alla scarsa considerazione di Marvel si aggiungono i messaggi anonimi che riceve che l’accusano di essere un pessimo poliziotto. Chi sarà a mandarglieli? Chi lo tiene d’occhio sempre al corrente di cosa sta facendo? Altre morti funesteranno il tranquillo villaggio, e quando Jonas sarà certo che la prossima vittima potrebbe essere proprio sua moglie capisce che non ha scelta, deve scoprire il colpevole, a costo di fare i conti con fatti avvenuti nel lontano passato.
Se in Blacklands avevamo un ragazzino trascurato alle prese con un serial killer, in Negli occhi dell’assassino, troviamo un protagonista di circa trent’anni, un poliziotto di campagna, segnato da drammi familiari e personali, che lo portano a indagare sui delitti di un assassino, spietato e quasi invisibile. In un villaggio, dove tutti si conoscono, dove può nascondersi? Come fa a non lasciare tracce, se non un bottone che Jonas trova sul davanzale della finestra della casa di  Margaret Priddy? Poi sono morti avvenute nel suo territorio, nella zona di cui lui è responsabile, Jonas è il rappresentante della legge, il custode, che guarda con diffidenza i poliziotti arrivati da fuori, anch’ essi animati da dinamiche complesse e non così coesi come ci si aspetterebbe.
La scrittura della Bauer è fluida, scorrevole, strutturata in una sorta di conto alla rovescia che terminerà con il capitolo finale, risolutivo. Unisce a particolari di vita quotidiana,  ossessivi quelli di Peter Priddy, che cerca nella sua cucina una sottomarca dei biscotti Jaffa (biscotti rotondi tipicamente inglesi con uno strato di marmellata di arance ricoperto di cioccolato), sospettando che se li siano mangiati tutti le infermiere della madre, descrizioni di ambienti, scenari paesaggistici, e un’ attenta analisi dei caratteri dei personaggi.
Brividi non mancano, la suspense neppure, la Bauer gioca con il lettore, tesse la sua trama, fino al finale in cui consoceremo le ragioni di queste morti, conosceremo quello che è scattato nella mente malata dell’assassino come in ogni thriller che si rispetti, e solo allora la componente noir prenderà il sopravvento.

Belinda Bauer vive nel Galles. Ha lavorato come giornalista e sceneggiatrice per cinema e TV. Negli occhi dell’assassino è il suo secondo romanzo, dopo Blacklands, venduto in 28 paesi, vincitore del Gold Dagger Awards, selezionato come Exceptional Debut da «Publishers Weekly» e «Bookseller», tra i 10 titoli imperdibili per TV Book Club.