Traduzione Luca Briasco
Uno degli impegni dell’editore Fazi è quello di rivalorizzare alcuni autori del passato poco noti o purtroppo caduti non si sa per quale ragione, nel dimenticatoio e oltre ad averci fatto conoscere John Williams autore di Stoner, tra gli altri scrittori americani di recente portati a nuova vita c’è Erskine Caldwell. La sua riscoperta da parte dei lettori italiani è cominciata nel 2011 con la pubblicazione de La via del tabacco, primo romanzo della «Trilogia del Sud» che, seguita da Il piccolo campo uscito nel 2012, si è conclusa in questo 2014 con la pubblicazione di Fermento di luglio. La prima diffusione di questo libro avvenne nel 1940, ma letta oggi l’opera di Caldwell si rivela un romanzo ancora attuale, perché la difficile convivenza con il ”diverso” è purtroppo un sintomo attuale di un mondo nel quale il colore della pelle o la cultura sono segni di inconciliabilità tra persone. La storia di Fermento di luglio è ambientata in Georgia, nell’estremo Sud degli Stati Uniti d’America, in una torrida estate durante la quale si svolge una vera e propria caccia all’uomo. Il ricercato per un presunto stupro è il giovane di colore Sonny Clark e la sua ingiusta accusatrice è la ninfomane Katy Barlow. Nessuno crede a Sonny e quando la popolazione locale sente il racconto della giovane Barlow, un po’ forzato da Miss Narcissa, la ciurma di bianchi assetata di vendetta parte alla ricerca con l’intento di stanare il colpevole. Come vuole la tradizione della produzione letteraria di uno degli autori più importanti del Novecento americano, i protagonisti sono i bianchi poveri del Sud degli Stati Uniti. Proprio come Steinbeck e Faulkner, Caldwell si occupa dell’umanità derelitta, solo che lui si concentra con particolare attenzione sulla classe dei lavoratori proletari bianchi e su come le condizioni di estrema povertà esistenziale incidano sul loro agire. L’umanità di Fermento di luglio è fatta da uomini e donne caratterizzati da un agire brutale dominato dall’istinto che li rende grotteschi e animaleschi. Questo agire irrazionale alimentato dal sospetto e dalla paura rancorosa verso il “diverso” li acceca a tal punto che tutti non si renderanno mai conto che Sonny non ha compito nessun male. Per loro è e sarà sempre colpevole e per tale ragione dovrà essere punito ad ogni costo e nulla riuscirà a fermare i disumani agricoltori inferociti. Caldwell, che qui veste i panni del suo alterego letterario, lo sceriffo McCurtain – il preciso esempio di colui che non sa proprio cosa sia il coraggio-, si affianca ad un’umanità derelitta, abbruttita, afflitta da una fame cronica e dall’odio perenne che travolge tutti quanti – colpevoli ed innocenti – portandoli a compiere gesti violenti e ingiustificabili. Settantaquattro anni fa Fermento di luglio fece scalpore tra i benpensanti, ma Caldwell con questo scritto ha voluto porre attenzione sulla decadimento della società civile e sul pregiudizio che spesso porta le persone ad avere paure ingiustificate degli altri. Pagine cupe, dove la tensione è sempre alta e fanno da cornice ad una riflessione sulla violenza insensata della quale l’uomo diventa, purtroppo, il portatore.
Erskine Caldwell è nato nel 1903 a White Oak, in Georgia, ed è morto nel 1987. Figlio di un pastore presbiteriano, trascorse l’infanzia trasferendosi da uno stato all’altro seguendo il padre nelle diverse parrocchie che gli venivano affidate. Quando nel 1929 il suo romanzo d’esordio Il bastardo fu dato alle stampe, le copie furono sequestrate dalle autorità. Nel ’33, dopo l’uscita de Il piccolo campo, fu addirittura arrestato. Scrisse i romanzi appartenenti al cosiddetto “ciclo del Sud” (La via del tabacco, il Piccolo campo, Fermento di Luglio) povero in canna e in solitudine, in una fattoria semiabbandonata: solo più tardi ottenne i riconoscimenti che meritava, divenendo uno degli scrittori più noti, discussi e ammirati d’America. Proposto per il Nobel alla fine degli Sessanta, nel 1984 Caldwell fu eletto membro dell’American Academy of Arts and Letters.
Source: libro del recensore.
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Lo scorso marzo Cairo editore ha pubblicato Il male dentro di MariaGiovanna Luini. Un libro intenso. Attuale. La Luini non si è lasciata tentare dal dramma, ha narrato della vita reale, quella vera e della malattia, anche quella reale, che affligge tante persone, troppe. «Tanti puntini rossi che vagano in giro per il mondo e che sembrano una piccolissima parte di esso… ma quando varchi la soglia di un Istituto oncologico la prospettiva inesorabilmente cambia e i puntini rossi diventano la maggioranza e allora ti sembra che tutto il mondo sia cancro». Non è facile, per nessuno. Per i pazienti, ovviamente. Per i loro familiari e affetti. Ma anche per i medici che ogni giorno, ogni momento devo convivere con la malattia che ha colpito le persone che hanno di fronte o che colpisce loro. Forte anche della sua esperienza professionale la Luini narra del mondo ospedaliero in una maniera tanto realistica quanto efficace, lasciando trasparire l’operato dei medici ma anche i loro pensieri, i loro tormenti e in particolare il modo in cui cercano di esorcizzare il dolore e la paura. Alcuni lo fanno immergendosi in relazioni e rapporti extraconiugali, altri mascherandosi da cinici, altri ancora impegnandosi per dare il massimo nella speranza di ottenere un adeguato risultato. Alla fine tutti o quasi sono destinati al crollo perché la situazione è quella che è e i rimedi palliativi che hanno escogitato tali rimangono. «Il cancro non è solo corpo, è anche mente! Il tumore è un’idea. La sua parte fisica in fondo è il meno. Il problema vero è che dal cervello, dall’anima, non te lo levi più. E io voglio un’altra anima, adesso». Non è una ricompensa quella che sta cercando Anna congedandosi da Barbara e Stefano, è una rinascita. «L’Istituto che cura i tumori. Era pronta, non sarebbe stato differente da qualsiasi altro ospedale: aveva già visto drammi e affrontato interventi a rischio altissimo, la morte non la turbava». Ma erano tanti gli aspetti che Barbara aveva sottovalutato… «La notò chiudere gli occhi. Sotto i polpastrelli il battito enorme, tumultuoso del cuore. La paura aveva rumori, il primo e più evidente quel martellare nel torace a un’intensità palpabile», poi la forza, la speranza o la rassegnazione, la dignità o la disperazione e su tutti i fronti un grande coraggio.
Davvero delizioso, Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone (The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, 2011) di Dale Furutani, edito da Marcos y Marcos e tradotto da un pool di giovani traduttori
“Pochi anni di vista possono restare ordinati: se ne stanno larghi, hanno spazio. A difenderli, a lasciarli nella memoria imperturbabile e senza novità, c’è tutto il buio che è venuto dopo”.



La morte necessaria di Lewis Winter di Malcom MacKay
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Cos’è il male? È possibile dargli una forma, una consistenza specifica o esso si manifesta nelle nostre vite quando meno ce lo aspettiamo e con sembianze che fatichiamo a riconoscere? Il male è quello che si insidia piano piano e sotto forma umana nella vita di Fred Moorman, un cinquantenne di Amsterdam per nulla soddisfatto della propria esistenza. Fred è un lamento continuo: non sopporta l’anziana signora che vive nel loro stabile, perché ha un cane che lascia i suoi escrementi ovunque e il loro pungente odore si espande in ogni dove; non è molto in sintonia con il figlio David, che vorrebbe tanto un padre con una macchina cool, tipo una jeep, e non una sfigata utilitaria. Fred è deluso anche dall’amata moglie Cristina che non lo vede più come l’aitante giovanotto di un tempo e, nonostante lui cerchi di tenersi in forma correndo, lei lo considera una sorta di scarpa vecchia da buttare via. Fred non riesce a capacitarsi di queste critiche e quando un giorno, per caso, incontra un suo ex compagno di scuola, tal Max G., oltre a ricordare i tempi andati, scarica addosso a lui la sua completa insoddisfazione. Fred si sente più leggero ora che ha confessato il suo senso di sconfitta a Max, ed è ammaliato da quell’ex squattrinato compare perché è elegante, ha un donna fantastica, guida un macchina stupenda e per di più gira con un energumeno che gli fa da guardia del corpo. Il protagonista vede in Max quello che lui avrebbe voluto essere e la persona ideale alla quale confessare il proprio senso di sconfitta. Il problema è che il protagonista di Odessa Star non si rende conto che il suo “dire”, darà il via ad una scia di strani e macabri eventi che scuoteranno in modo irreversibile la sua vita. Leggendo il libro di Koch mi son venuti in mente alcuni film molto simili a questa narrazione. Per esempio, lo stato di insoddisfazione cronica di Fred e alcune situazioni macabre nascoste sotto una superficie di massima rispettabilità sociale mi hanno ricordato molto da vicino il film American beauty, nel quale l’immagine patinata della media borghesia cela invece qualcosa di oscuro e impensabile. Le incomprensibili scomparse di alcuni personaggi e certi episodi dove il sangue compare quale e là all’improvviso, mi hanno invece fatto pensare ai film di Tarantino come Pulp Fiction. Non so se queste pellicole abbiano influenzato l’autore ma i personaggi letterari dal mio punto di vista richiamano quelli grotteschi e instabili presenti in questi film. Tornando ad Odessa Star, Fred è monotono, apatico e Max, con la sua perfezione, i suo misteriosi traffici è la rappresentazione del sale della vita, al quale si deve aggiungere quell’inquietante imbarcazione – l’Odessa Star del titolo- ormeggiata nel canale del Mare del Nord. Fred vuole mettere un po’ di pepe nella sua vita, ma poi si accorge che stare con Max vuol dire vivere ai limiti della legalità e punire il presunto colpevole anche se non ha colpe. Max non ha remore o pietà, anzi, per lui fare del male sembra essere una cosa del tutto normale, un atteggiamento che porterà Fred a voler uscire dall’assurda e insensata spirale di violenza gratuita che sta travolgendo lui e – anche se non se ne accorgono subito – la sua famiglia. Koch scrive un libro nel quale i continui salti temporali tra presente e passato sono fondamentali per farci capire i caratteri dei personaggi, quindi lettori non ve la predente con l’autore se continua a farvi viaggiare nel tempo. Inoltre, leggendo Odessa Star comprendiamo che sì Fred è attratto dalla vita spericolata di Max, perché l’adrenalina che la caratterizza la rende emozionante rispetto alla monotona quotidianità, ma allo stesso l’autore ci mostra il forte e – concedetemelo- opprimente stato di ansia nel quale comincia a vivere Fred quando ritrova l’amico di un tempo, ed è quello che ci fa capire che vivere “sul filo del rasoio” non sempre aiuta, perché prima o poi, come recita un famoso proverbio: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”.
La casa editrice Neri Pozza presenta, in occasione dell’8 marzo, la nuova collana, Le Grandi scrittrici, dedicata ai classici della narrativa femminile, per leggere o rileggere opere entrate nell’immaginario e scoprire figure di donne in anticipo sui loro tempi, sia tra i personaggi proposti che tra le autrici.
Una raccomandazione prima di prendere in mano questo libro monumentale, oltre 800 pagine: dimenticare l’imbarazzante filmetto che ne è stato tratto, uscito in Italia per San Valentino e già dimenticato, salvo per alcune recensioni non certo tenere e favorevoli, visto che oltretutto non è riuscito ad essere nemmeno il film giusto da vedere nel giorno della festa degli innamorati, perché francamente tra passato e presente in giro c’è di molto meglio.
Dopo L’occhio del porco, (Instar, 2010), Piero Calò torna in libreria con La penultima città, edito da Las Vegas Edizioni, romanzo a dir poco stravagante e singolare, forse più per lo stile e il linguaggio, che per la trama (piuttosto prosciugata) che si colloca infondo sul solco del romanzo dispotico classico.
Esce domani, 26 febbraio, Negli occhi dell’assassino (Darkside, 2011), il nuovo romanzo, edito in Italia, di Belinda Bauer. Sempre per Marsilio, sempre tradotto da Fabio Zucchella, come il precedente Blacklands del 2011, che se non l’avete ancora letto vi consiglio di recuperare. La Bauer, dopo aver raccolto premi tra cui il Gold Dagger Award e consensi sulla stampa britannica e internazionale, (“Una scrittura straordinaria, un finale stupefacente. Uno dei thriller più emozionanti che potrete leggere quest’anno” chiosa il Sunday Times), ritorna in Italia, con un romanzo a mio avviso ancora più bello del precedente. La Bauer scrive thriller psicologici di ambientazione tipicamente inglese: brughiere innevate, villaggi di campagna dove tutti si conoscono, cottage caratteristici con i centrini di pizzo. Tuttavia oltre al peso dato alla componente psicologica, aggiunge una venatura noir abbastanza insolita, che emerge per contrasto, in ambientazioni così rassicuranti e colme di bellezze naturali.
























