Sheyda è solo all’inizio di un lungo esilio. Non era pronta per vivere in Francia. Deve imparare tutto, la lingua – che un po’ conosceva già – ma anche il tartufo, che deve imparare ad apprezzare, così come il vino di Saint- Emilion, il roquefort, il discorso di de Gaulle alla liberazione di Parigi, Arletty, Gabin e le sue battute famose: “ Atmosfera, atmosfera!” e “I suoi occhi non sono niente male, sai”, il Tour de France, il maggio del Sessantotto, la Nouvelle Vague e una sfilza di nomi, mamma mia nomi di attori, cineasti, scrittori, (Proust, mai dimenticare Proust, mi raccomando) sportivi (da Anquetil a Yannick Noah), ristoranti, hotel, città, scadenze elettorali, (le cantonali, le regionali) festività, (Assunzione, o Ascensione? Lunedì di Pentecoste?) Ah, quanto lavoro per te, che non hai neppure idea di chi diavolo sia Dominique Strauss-Khan! […] Tra noi decenni di Repubblica islamica e lo stesso dolore. Lo stesso esilio, o quasi.
L’attrice di Tehran, (Elle joue, 2012) di Nahal Tajadod, edito in Francia da Editions Albin Michel – Paris, e in Italia da e/o con traduzione di Federica Alba, è un romanzo ispirato alla vita di due donne, due artiste, un’attrice e una scrittrice, unite dall’esilio e separate da trent’anni, trent’anni fondamentali per la storia dell’Iran, trent’anni in cui tutto è cambiato, non solo politicamente.
Dalla monarchia costituzionale dello scià Mohammad Reza Pahlavi alla repubblica islamica dell’Ayatollah Khomeini, dalla modernizzazione forzata al più intransigente tradizionalismo religioso e sociale, alla guerra con l’Iraq, l’Iran di Nahal Tajadod, moglie dello scrittore e sceneggiatore di Luis Buñuel, Jean-Claude Carrière, sinologa e scrittrice, ha poco o niente di simile all’Iran di Sheyda (personaggio ispirato all’attrice Golshifteh Farahani). Niente più collegi francesi, minigonne, musica occidentale, relativa libertà di pensiero, di religione, di autodeterminazione. Tutto spazzato via dalla rivoluzione del 1979.
E proprio questi mutamenti emergono in filigrana in questo libro raro e prezioso, che si legge davvero con interesse, grazie anche alle doti narrative della Tajadod. La questione femminile nei paesi islamici per quanto in modo sommerso è una questione aperta, esiste il femminismo islamico, in molti paesi vige una sorta di matriarcato almeno familiare, esistono le lotte per la rivendicazione di diritti, per la propria presa di coscienza. A volte queste lotte possono essere condotte nel paese di origine, nei paesi islamici più progressisti, a volte l’unica strada è l’esilio, come succede alle protagoniste di questo romanzo.
La libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione, l’uguaglianza sono tematiche fondamentali spesso negate, ma mai completamente trascurate, e la realtà è così complessa e variegata, che è bene sentire la voce di tante donne per farsi un quadro più veritiero della situazione. E questo libro, la cui sincerità impressiona e a volte sgomenta, aiuta ad aggiungere tessere al puzzle, tenendo presente che la questione femminile è comunque aperta anche in Occidente.
L’attrice di Tehran nasce come uno scambio di esperienze, di racconti di vita, anche dolorosi, anche scomodi. Sheyda la giovane e bella attrice che sceglie un abito occidentale invece del chador alla presentazione di un suo film a New York, non conosce solo il successo, l’adorazione dei fan, la possibilità di lavorare con artisti stimati e brillanti, nel suo passato ci sono ombre, un’infanzia abusata, un’ aggressione con l’acido, l’espropriazione della propria casa, gli interrogatori feroci da parte dei Guardiani della Rivoluzione, l’accusa di essere una spia della CIA.
Tutto scorre davanti ai nostri occhi fino al finale, quel volo che la porterà in Occidente, cadenzato dalla speranza che succeda qualcosa, che qualcuno la fermi, perché la sua identità culturale e l’amore per la sua terra sono più forti, della censura, della paura, dell’infelicità. Sheyda partirà, il destino ha per lei in serbo altre sfide, altri traguardi, e noi lettori in fondo ammiriamo il suo coraggio e ci domandiamo se davvero la sua esperienza possa in qualche modo aiutare a cambiare le cose per le nuove generazioni.
Come le protagoniste di questo libro, ce l’auguriamo.
Nahal Tajadod è una scrittrice iraniana, dal 1977 stabilitasi in Francia. Sinologa ed esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi su buddismo e manicheismo e ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico Rumi. In lingua italiana è apparso, per Einaudi nel 2008, il romanzo Passaporto all’iraniana. Ora è nelle librerie un altro suo romanzo, si intitola L’attrice di Teheran ed è pubblicato da E/O.
La poesia è un genere letterario sicuramente complesso che merita all’interno della critica letteraria un discorso a parte. Io in questa sede mi limiterò a porre l’attenzione sul ruolo della lingua, ruolo fondamentale, tanto che molto spesso al testo tradotto viene posto accanto quello originale, per l’ovvia ragione che per quanto la traduzione sia fedele al testo, ritmo, rime e giochi di parole vengono inevitabilmente perduti o più che altro interpretati e ricreati. Tenendo presente questa premessa analizzerò un testo tradotto dal russo da Evelina Pascucci di uno dei poeti, ancora viventi, più significativi del Novecento, e cercherò di delineare gli elementi creativi che lo animano, affidandomi alla mia personale sensibilità e interpretazione.
Benvenuto Patrick, e grazie di averci concesso questa intervista. Parleremo del tuo ultimo libro, appena edito da Piemme, Dovrei essere fumo. Sarà un’intervista difficile, perché ti farò domande difficili, innanzitutto perché la natura umana molto spesso è crudele. Non si pensi che gli uomini che portarono avanti il sistematico sterminio di milioni di ebrei civili, durante la Seconda Guerra Mondiale fossero un’ anomalia, erano uomini, uomini comuni, forse plagiati da un’ideologia, ma sempre mossi da interessi personali, egoismi, gretti calcoli in cui la vita umana non aveva alcun valore. E ancora oggi ci sono persone così, sparse nel mondo. Forse solo in molti casi non si presenta loro l’occasione, gli strumenti di portare avanti un piano così sistematico, l’opportunità di farla franca. Il tuo libro parla di perdono e vendetta. In che misura la giustizia si colloca tra questi due estremi?
Il prossimo 27 marzo uscirà per Edizioni Anordest il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi: L’inganno della memoria, ancora una volta ambientato a Roma, città dove l’autore vive e lavora, svolgendo la professione di avvocato penalista. Lo abbiamo intervistato cercando di scoprire qualcosa di più sul nuovo libro, sulla sua vita come scrittore ma anche su quella privata.
Le donne che pensano sono pericolose, (Frauen, die denken, sind gefährlich und stark, 2012) di Stefan Bollmann, edito in Germania da
Esce oggi, per Einaudi Stile Libero, Giochi Criminali, un’ antologia di racconti a tema. Il gioco d’azzardo sembra infatti il comun denominatore di queste quattro storie che vedono Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni, Diego De Silva, e Carlo Lucarelli alle prese con i loro personaggi storici: la professoressa Emma Blasi, ll commissario Ricciardi, l’avvocato Malinconico e l’ispettore Grazia Negro. Per ora ho solo letto Febbre di Maurizio de Giovanni, per cui rimando la recensione dell’intero libro e mi limito a segnalarne l’uscita, comunque posso anticipare che mi il racconto mi è piaciuto, un piccolo anticipo del nuovo romanzo di Ricciardi che dovrebbe uscire quest’ estate. Per darvi un’ idea del libro, ecco a voi il lancio di stampa.







Marco Milone, attore, poeta e scrittore ha accettato di rispondere alle nostre domande sulle sue opere poetiche Anime nude e Dove va il mondo e di raccontarci gli studi e la ricerca interiore ed esteriore che hanno fatto da preludio alla loro composizione.
Ambientato nella periferia romana, L’Alibi della Vittima, di Giovanna Repetto, è un romanzo corale, che segue le vicende di un gruppo di personaggi – su ambo i lati della legge – e costruisce come un mosaico una intricata vicenda di droga, malaffare, corruzione quotidiana, che sfocia in un omicidio.
Al posto del sangue, nelle vene, Patrizia Rinaldi tiene l’inchiostro. Dopo la lettura di Blanca, romanzo che ha sancito il suo debutto nel giallo, mi sono cimentata in “Tre, numero imperfetto”, edito da E/O di cui anche di Blanca ha acquistato i diritti. In Tre, numero imperfetto rivivono personaggi seriali dal tratteggio tanto divertente quanto profondo. I parapiglia dell’ispettore Liguori e il commissario Martusciello, le commediole dell’agente scelto Carita (Carità o Càrita), incerto nella vita come il nome che lo identifica, e l’acuta sensibilità della sovrintendente Blanca Occhiuzzi portano il commissariato di Pozzuoli a risolvere il delitto efferato del cantante neomelodico Gennaro Mangiamento in arte Jerry Vialdi a cui, probabilmente, è legato un altro omicidio. Un macigno troppo pesante per il commissariato di Fuorigrotta che chiede collaborazione “a puteoli” per portare avanti le indagini. Qualcuno ha definito Patrizia Rinaldi una poetessa prestata al giallo per la sua scrittura impastata di metafore, elementi morfologici e pillole di napoletanità che fanno della lettura una carezza per l’intelletto e lo spirito di cui il giallo rappresenta, solo, lo strumento per aprire una finestra su Napoli, e più in generale sul mondo, e analizzare sentimenti e passioni che muovono fila tanto sottili, come l’amore, come l’odio.
























