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:: L’attrice di Teheran di Nahal Tajadod, (e/o, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2014

attrice teheranSheyda è solo all’inizio di un lungo esilio. Non era pronta per vivere in Francia. Deve imparare tutto, la lingua – che un po’ conosceva già – ma anche il tartufo, che deve imparare ad apprezzare, così come il vino di Saint- Emilion, il roquefort, il discorso di de Gaulle alla liberazione di Parigi, Arletty, Gabin e le sue battute famose: “ Atmosfera, atmosfera!” e “I suoi occhi non sono niente male, sai”, il Tour de France, il maggio del Sessantotto, la Nouvelle Vague e una sfilza di nomi, mamma mia nomi di attori, cineasti, scrittori, (Proust, mai dimenticare Proust, mi raccomando) sportivi (da Anquetil a Yannick Noah), ristoranti, hotel, città, scadenze elettorali, (le cantonali, le regionali) festività, (Assunzione, o Ascensione? Lunedì di Pentecoste?) Ah, quanto lavoro per te, che non hai neppure idea di chi diavolo sia Dominique Strauss-Khan! […] Tra noi decenni di Repubblica islamica e lo stesso dolore. Lo stesso esilio, o quasi. 

L’attrice di Tehran, (Elle joue, 2012) di Nahal Tajadod, edito in Francia da Editions Albin MichelParis,  e in Italia da e/o con traduzione di Federica Alba, è un romanzo ispirato alla vita di due donne, due artiste, un’attrice e una scrittrice, unite dall’esilio e separate da trent’anni, trent’anni fondamentali per la storia dell’Iran, trent’anni in cui tutto è cambiato, non solo politicamente.
Dalla monarchia costituzionale dello scià Mohammad Reza Pahlavi alla repubblica islamica dell’Ayatollah Khomeini, dalla modernizzazione forzata al più intransigente tradizionalismo religioso e sociale, alla guerra con l’Iraq, l’Iran di Nahal Tajadod, moglie dello scrittore e sceneggiatore di Luis Buñuel, Jean-Claude Carrière, sinologa e scrittrice, ha poco o niente di simile all’Iran di Sheyda (personaggio ispirato all’attrice Golshifteh Farahani). Niente più collegi francesi, minigonne, musica occidentale, relativa libertà di pensiero, di religione, di autodeterminazione. Tutto spazzato via dalla rivoluzione del 1979.
E proprio questi mutamenti emergono in filigrana in questo libro raro e prezioso, che si legge davvero con interesse, grazie anche alle doti narrative della Tajadod. La questione femminile nei paesi islamici per quanto in modo sommerso è una questione aperta, esiste il femminismo islamico, in molti paesi vige una sorta di matriarcato almeno familiare, esistono le lotte per la rivendicazione di diritti,  per la propria presa di coscienza. A volte queste lotte possono essere condotte nel paese di origine, nei paesi islamici più progressisti, a volte l’unica strada è l’esilio, come succede alle protagoniste di questo romanzo.
La libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione, l’uguaglianza sono tematiche fondamentali spesso negate, ma mai completamente trascurate, e la realtà è così complessa e variegata, che è bene sentire la voce di tante donne per farsi un quadro più veritiero della situazione. E questo libro, la cui sincerità impressiona e a volte sgomenta, aiuta ad aggiungere tessere al puzzle, tenendo presente che la questione femminile è comunque aperta anche in Occidente.
L’attrice di Tehran nasce come uno scambio di esperienze, di racconti di vita, anche dolorosi, anche scomodi. Sheyda la giovane e bella attrice che sceglie un abito occidentale invece del chador alla presentazione di un suo film a New York, non conosce solo il successo, l’adorazione dei fan, la possibilità di lavorare con artisti stimati e brillanti, nel suo passato ci sono ombre, un’infanzia abusata, un’ aggressione con l’acido, l’espropriazione della propria casa, gli interrogatori feroci da parte dei Guardiani della Rivoluzione, l’accusa di essere una spia della CIA.
Tutto scorre davanti ai nostri occhi fino al finale, quel volo che la porterà in Occidente, cadenzato dalla speranza che succeda qualcosa, che qualcuno la fermi, perché la sua identità culturale e l’amore per la sua terra sono più forti, della censura, della paura, dell’infelicità. Sheyda partirà, il destino ha per lei in serbo altre sfide, altri traguardi, e noi lettori in fondo ammiriamo il suo coraggio e ci domandiamo se davvero la sua esperienza possa in qualche modo aiutare a cambiare le cose per le nuove generazioni.
Come le protagoniste di questo libro, ce l’auguriamo.

Nahal Tajadod è una scrittrice iraniana, dal 1977 stabilitasi in Francia. Sinologa ed esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi su buddismo e manicheismo e ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico Rumi. In lingua italiana è apparso, per Einaudi nel 2008, il romanzo Passaporto all’iraniana. Ora è nelle librerie un altro suo romanzo, si intitola L’attrice di Teheran ed è pubblicato da E/O.

:: Il palazzo di Evgenij Evtušenko, Poesie d’amore di Evgenij Evtušenko (Newton Compton, 1986) a cura di Laura M.

12 marzo 2014

vassilissaLa poesia è un genere letterario sicuramente complesso che merita all’interno della critica letteraria un discorso a parte. Io in questa sede mi limiterò a porre l’attenzione sul ruolo della lingua, ruolo fondamentale, tanto che molto spesso al testo tradotto viene posto accanto quello originale, per l’ovvia ragione che per quanto la traduzione sia fedele al testo, ritmo, rime e giochi di parole vengono inevitabilmente perduti o più che altro interpretati e ricreati. Tenendo presente questa premessa analizzerò un testo tradotto dal russo da Evelina Pascucci di uno dei poeti, ancora viventi, più significativi del Novecento, e cercherò di delineare gli elementi creativi che lo animano, affidandomi alla mia personale sensibilità e interpretazione.
Il palazzo di Evgenij Evtušenko è una poesia tratta da una antologia poetica in tre volumi che raccoglie la produzione poetica di quest’autore dal 1952 al 1983. Sobranie Socinenij v trech tomach- Stichotvorenija i poemy: 1952-1964- 1965-1972 1973 –1983, Moskva, “Chudozestvennaja Literatura” 1983-1984. La poesia è datata 1952 e quindi appartiene al periodo giovanile di Evtušenko.
Prima di analizzare il testo, tra l’altro esteticamente di enorme impatto visivo, traccerò un breve profilo dell’autore per nulla esaustivo, rimando per chi volesse approfondire all’Autobiografia, Flegon Press, London, 1964. Evtušenko nacque in Siberia, a Zima, nel 1933. Sin da giovane si trasferì a Mosca e divenne uno di più conosciuti poeti russi contemporanei. Temi centrali della sua poesia la derisione dei carrieristi e burocrati e l’amore. Il suo impegno civile e politico trasmesso dalle sue poesie non esclude il fatto che abbia scritto poesie d’amore di notevole lirismo.
Il personaggio centrale di questa poesia è un umile e povero contadino a cui lo zar ordina di costruire sull’acqua un palazzo e un giardino. Il contadino si tormenta perché sa che con le sue sole forze umane in una notte non potrà riuscire nell’impresa e al mattino lo zar gli chiederà conto con la vita. La salvezza gli giunge inaspettata tramite l’apparizione di Vassilissa la Saggia, personaggio fatato delle antiche fiabe popolari russe. Il palazzo è senz’altro una dichiarazione d’amore, non a una persona, ma alla poesia stessa, che permette in una notte di creare palazzi, verdi giardini, facendoli apparire dal nulla.  E il poeta accoglie con umiltà questo dono

La gente non sa, dal prodigio abbagliata,
che non io sono di esso il reale creatore,
che non io li ho piantati i verdi giardini,
né il palazzo ho innalzato, di pietra bianca…

consapevole che il suo merito è ben poco e si trova a essere celebrato per qualcosa che supera la sua umana abilità. In prima persona il poeta si rivolge alla poesia stessa ricordando un sogno fatto: si trova vicino al mare e si dispera vedendo la limitazione del suo essere e l’incapacità di essere lui stesso origine di tanta bellezza. La poesia è la vera dispensatrice di bellezza e meraviglia,  il principio creatore da cui potrà sorgere appunto il palazzo del titolo.
Il ruolo fondamentale della memoria, della favola, si associa a quello del sogno, della fantasia e l’effetto è di una bellezza antica e struggente. Il tono è sognante, melanconico, lievemente ironico. Evoca sentimenti di pace, di meraviglia, di rimpianto per la poesia che come un’ombra subito svanisce e abbandona il poeta. L’apparente struttura di una fiaba (mantiene la struttura di 13 quartine) nasconde significati più profondi che spaziano dall’amore per la bellezza, la poesia, la natura, fino all’amore stesso canale di ogni percezione.

I temi principali.

Innanzitutto l’arroganza del potere, simboleggiata dallo Zar, che dispone della vita della gente con ben scarsa benevolenza e dispone di servi che eseguono i suoi ordini inderogabili. Strumenti di potere le promesse di ricchezza, e i successivi meccanismi spietati di controllo e punizione.
Poi il potere della poesia, simboleggiata dalla Saggia Vassilissa, ombra leggera che subito scompare, calma, quieta, crea isole con un sorriso. E infine l’elaborazione poetica, che stupisce il poeta stesso che osservando la poesia all’opera  rimane sbigottito e meravigliato mentre contempla la sua opera e la gente che lo considera non meritatamente il creatore.

:: Un’ intervista con Patrick Fogli – Dovrei essere fumo

12 marzo 2014

dovrei essere fumoBenvenuto Patrick, e grazie di averci concesso questa intervista. Parleremo del tuo ultimo libro, appena edito da Piemme, Dovrei essere fumo. Sarà un’intervista difficile, perché ti farò domande difficili, innanzitutto perché la natura umana molto spesso è crudele. Non si pensi che gli uomini che portarono avanti il sistematico sterminio di milioni di ebrei civili, durante la Seconda Guerra Mondiale fossero un’ anomalia, erano uomini, uomini comuni, forse plagiati da un’ideologia, ma sempre mossi da interessi personali, egoismi, gretti calcoli in cui la vita umana non aveva alcun valore. E ancora oggi ci sono persone così, sparse nel mondo. Forse solo in molti casi non si presenta loro l’occasione, gli strumenti di portare avanti un piano così sistematico, l’opportunità di farla franca. Il tuo libro parla di perdono e vendetta. In che misura la giustizia si colloca tra questi due estremi?

La giustizia non dovrebbe collocarsi in nessun modo, fra questi due estremi. Dovrebbe occuparsi di assegnare una pena commisurata al reato, ricordandosi di agire in rappresentanza di uno stato democratico. Il perdono è qualcosa di personale, ha a che fare con la propria etica, la propria visione della vita, la propria religiosità, se vuoi. La vendetta è un istinto, difficile non provarla, in determinate circostanze. Ma che non deve in nessun modo influenzare la giustizia.

Il tuo libro nasce, ho letto sul tuo blog, da un documentario Shoah di Claude Lanzmann che hai visto alla fine degli anni Ottanta.  Il regista per nove ore mette davanti a un microfono i sopravvissuti ai campi nazisti e qualche SS. Le loro voci si sono fissate così profondamente nella tua coscienza da portare alla scrittura di un libro così tanti anni dopo? Come è avvenuta questa elaborazione, questa gestazione?

Difficile darti una risposta che abbia un senso. Assomiglia a una stanza in cui hai stipato oggetti per molti anni e alla fine ti accorgi che non riesci nemmeno ad aprire la porta. Sedimentazione, più che altro. La prima ipotesi di storia di Emile è nata prima ancora che scrivessi il mio primo romanzo, poi è rimasta da una parte ancora a lungo e alla fine ha trovato compiutezza in questo libro.  Le voci di quel documentario fanno parte del periodo della mia vita in cui è nato l’interesse per la Shoah e la testimonianza di quelle voci e di quei volti era così forte che l’impatto è stato quasi conseguente.

Ci sono altri libri, diari, documentari che ti hanno aiutato a elaborare il tuo pensiero, a scrivere il tuo romanzo?

Ho ancora qui accanto, mentre ti rispondo, La distruzione degli ebrei d’Europa, di Hilberg, un testo che chiunque abbia interesse sull’argomento deve leggere. Insieme a I sommersi e i salvati e, per esempio, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, di Leon Poliakov. O alla Storia del Terzo Reich, di Shirer. Ma i testi sono molti.

Pochi giorni fa, il 27 gennaio, si è celebrato, il Giorno della Memoria, un rito quasi collettivo che unisce ebrei e non ebrei. Bene o male tutti siamo chiamati a riflettere su quello che è successo, nel cuore dell’Europa, un mondo che dovrebbe essere civilizzato, educato, colto, umano. Come è stato possibile che succedesse quello che è successo? Che idea ti sei fatto? Tutto è nato solo da ragioni economiche, o c’è dell’altro secondo te?

È accaduto perché le condizioni storiche hanno fatto sì che accadesse. Non si può isolare un fenomeno dimenticando quello che c’è stato prima. La guerra mondiale, la sconfitta della Germania, l’identità nazionale così forte messa alla prova dalla crisi economica, dai governi di Weimar, il desiderio di riscatto. E un antisemitismo che non ha inventato Hitler, ma che era molto forte nella società europea del tempo, non solo tedesca. Situazioni che si sono saldate. In più tendo per indole ad avere una visione pessimista dell’uomo, sempre più spesso mi viene da pensare che la nostra vera natura sia la clava, la sopraffazione, non la convivenza.

Ormai il tempo sta passando, i superstiti dei campi di sterminio sono sempre meno, fra un po’ di anni non ce ne sarà più nessuno. A chi spetterà il compito di tramandare questa memoria? I giovani di oggi, che visitano Auschwitz, che nelle scuole sentono parlare di Shoah secondo te ne saranno in grado? I documentari, le foto, i libri come il tuo, saranno una traccia?

Il problema della testimonianza diretta è molto forte, importante e di difficile soluzione. Restano i documentari, le registrazioni, alcuni progetti molto importante come la Shoah Foundation, ma soprattutto occorre che la memoria smetta di essere fine a se stessa. Raccontare il nazismo cattivo, frutto della follia collettiva di qualche milione di persone è rassicurante, ma falso. Ai giovani devi raccontare quello che accaduto, trovare un modo per spiegare che quel mondo lì non è preistoria, non è un foglio ingiallito da abbandonare in un cassetto, ma fa parte e ha creato la realtà in cui viviamo, nel bene e nel male. E’ un compito difficile e faticoso, ma è un compito da cui non si può prescindere. Fa parte di quella cosa tanto trascurata che si chiama educazione.

Emile e Alberto, i tuoi personaggi, come si collocano sullo sfondo della Storia? Come hai costruito i loro personaggi? Ti hanno ispirato, almeno in parte, persone reali?

Alberto è completamente inventato. Volevo un personaggio che portasse su di sé le conseguenze della guerra, per come è concepita e combattuta oggi. Emile, invece, è completamente vero. Nel senso che non è esistito un Emile Riemann, ma tutto quello che gli accade nel Sonderkommando di Auschwitz è realmente accaduto a qualcuno. Una singola vita che diventa testimonianza di tante altre.

Emile Riemann arriva a Auschwitz nel 1942. Entra nel Sonderkommando e lui ebreo diventa parte di quegli ingranaggi di morte. Condannato a sopravvivere, come affronta tutto ciò?

Restando vivo, è l’unica risposta che ha. Usando, anche contro la volontà, quel retaggio della nostra dimensione animale, l’istinto di sopravvivenza. In fondo lo stesso che continua a dirti che guarirai da un cancro terminale, contro tutto il ragionamento. Emile resta lì un giorno dopo l’altro, un momento dopo l’altro, un dolore dopo l’altro, assorbendo per forza di cose tutto quello che gli capita, sperando di morire e poi sperando di vivere. Finché la guerra finisce.

Alberto è un soldato dei corpi speciali, un uomo che conosce la guerra contemporanea, che ha visto in faccia la morte. Come il suo destino si intreccerà con quello di Emile?

Questo non posso dirtelo. Ma non è un caso, nulla. Nemmeno quello che, nel romanzo, sembra esserlo.

E il quaderno azzurro, cosa contiene?

Il quaderno azzurro è una vita.

La frase che sento più spesso, collegata alla memoria, al ricordo di quei fatti così atroci è: perchè non accada di nuovo. Rwanda, Congo, Ex Jugoslavia, potrei continuare l’elenco, e stare a discutere se sono genocidi, se sono paragonabili o no alla Shoah, penso sia una riflessione sterile. Dopo tutto: Chi salva una vita, salva il mondo intero dice il Talmud. Quindi anche una sola morte è una tragedia infinità. La memoria aiuterà davvero a far sì che non accada di nuovo?    

Finora non è accaduto. Viviamo in una società ignorante e senza memoria, vale a maggior ragione per l’Italia. E se la memoria non riuscirà a diventare patrimonio condiviso, conoscenza comune, fondamento della nostra vita quotidiana, il rischio che accada esisterà sempre. Per il semplice motivo che non saremo in grado di riconoscerne i segnali. Siamo i figli di un’epoca che, dopo le due guerre, ha visto un progresso tecnologico impressionante, accelerato ancora di più negli ultimi quindici anni. Ma allo stesso tempo sta mettendo in discussione tutti i diritti acquisiti che ci hanno reso una comunità, come se la sicurezza, la pace, la salute, fossero sufficienti per ritenersi in salvo. Ma non lo sono.

:: Un’ intervista con Gianluca Arrighi a cura di Irma Loredana Galgano

12 marzo 2014

Cover_l'inganno_della_memoriaIl prossimo 27 marzo uscirà per Edizioni Anordest il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi: L’inganno della memoria, ancora una volta ambientato a Roma, città dove l’autore vive e lavora, svolgendo la professione di avvocato penalista. Lo abbiamo intervistato cercando di scoprire qualcosa di più sul nuovo libro, sulla sua vita come scrittore ma anche su quella privata.

Definisci la scrittura un caos di sensazioni contrastanti: passione, odio, amore, rabbia, gioia, impegno, commozione, fermento… perché?

Per raccontare una storia non è sufficiente narrarla, ma bisogna anche farla propria e immedesimarsi nelle vicende, nelle situazioni, nei personaggi. Chi scrive romanzi “vive” necessariamente tante vite e ognuna di esse trasmette, prima ancora all’autore che al lettore, una serie infinita di emozioni.

La tua professione ti pone quotidianamente in contatto con il crimine, con i delitti, le violenze eppure sembra che tu riesca a non farti schiacciare dall’ovvio e vai avanti, vai oltre a cercare sempre il lato umano anche in chi sembrerebbe averlo perduto. Cosa ti spinge in questa direzione?

La voglia di conoscere a fondo la natura dell’animo umano, anche se non è semplice vivere a stretto contatto con il crimine. L’amore per la professione e la passione per il diritto e la procedura penale spesso non sono sufficienti, soprattutto quando ci si trova di fronte a delitti molto efferati. Devo ammettere che scrivere per me ha un effetto terapeutico, mi consente di lavorare meglio e con maggiore serenità. Non bisogna mai dimenticare come anche il migliore degli esseri umani abbia dentro di sé una “parte oscura” e come il male sia un pezzo possibile della nostra vita. Cerchiamo di tenerlo lontano da noi, ma al tempo stesso ne subiamo il fascino perverso e seduttivo ogni volta che lo vediamo impossessarsi di un nostro simile. In qualche modo è come se, guardando il male, percepissimo una visione astratta di un qualcosa che, in modo latente, è presente nella nostra anima.

Il tuo primo romanzo, Crimina romana, è stato adottato come testo di narrativa ed educazione alla legalità in alcuni licei della capitale. È una bella responsabilità.  Come hai vissuto questa esperienza?

Crimina romana piacque molto al presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti che, insieme ad alcuni assessori, decise di adottarlo nei licei come testo di narrativa e di educazione alla legalità. Presentammo il libro nelle scuole superiori, dove io tenni alcune conferenze di cui conservo ancora un ricordo meraviglioso. A ogni incontro le aule magne dei vari istituti erano colme di studenti tra i sedici e i diciotto anni, assetati di giustizia e pieni di domande alle quali cercavano risposte.

A breve uscirà il tuo nuovo romanzo, sempre genere legal thriller, intitolato L’inganno della memoria. Anche questa volta lo scenario di sfondo sarà Roma, la tua città, che sembra anche essere un po’ la tua musa. Quali sono le sensazioni e quali le aspettative in merito al tuo nuovo libro?

Secondo me è venuto un buon lavoro, ma, si sa, ogni scarrafone… Lo scenario anche stavolta è quello della mia amata Roma, con i suoi vicoli, le sue chiese e i suoi palazzi. Ne L’inganno della memoria ho dato vita al personaggio di Elia Preziosi, un enigmatico e indolente pubblico ministero che dovrà indagare su una serie di inquietanti omicidi collegati tra loro da una misteriosa e indecifrabile logica. Sullo sfondo di una Capitale assolata e distratta, Preziosi dovrà affrontare i demoni del suo passato prima di poter giungere alla scoperta della sconvolgente verità. Quanto alle aspettative, spero solo di non deludere quelle dei tanti lettori che mi seguono con stima e affetto sin da quando, nel 2009, è iniziata questa mia parallela vita di scrittore.

:: Le donne che pensano sono pericolose, Stefan Bollmann (Piemme, 2014)

11 marzo 2014

donne pericoloseLe donne che pensano sono pericolose, (Frauen, die denken, sind gefährlich und stark, 2012) di Stefan Bollmann, edito in Germania da  Elisabeth Sandmann VerlagMünchen, e in Italia da Piemme con traduzione di Cristina Proto e prefazione di Lella Costa,  già dal titolo, che si ricollega ad altri titoli dello stesso autore come Le donne che leggono sono pericolose, edito per Rizzoli nel 2007, ironizza con una certo teutonico pragmatismo sul fatto che pensare sia un’ attività rivoluzionaria, ancor più quando a farlo siano le donne (ma anche gli uomini che pensano fanno paura). Pensare spinge a prendere coscienza di sé, spinge a prendere coscienza dei propri limiti, delle proprie potenzialità. Chi pensa può arrivare a rivendicare diritti, a pretendere considerazione; pensare è dunque un’ attività che può spaventare i detentori del potere, dell’ordine sociale. Pensare inoltre è contagioso, chi pensa da l’esempio, si crea adepti, rende evidente che pensando si può raggiungere mete, obbiettivi concreti come hanno fatto le 25 donne di cui Stefan Bollmann traccia i profili in questo libro. Donne che se notiamo bene non hanno qualcosa di davvero eccezionale, donne comuni forse, donne come Margaret Thatcher che paradossalmente vedono nella casalinga con le sue doti di parsimonia, praticità, buon senso, l’ esempio migliore del saggio e assennato politico. Donne comunque anche dotate di doti eccezionali, donne coraggiose, come la giornalista russa Anna Politkovskaja, che pagando con la vita, (un killer l’aspettò davanti all’ascensore del suo palazzo e le scaricò addosso numerosi colpi di pistola) ha svolto l’incarico di corrispondente di guerra in una terra come la Cecenia, unica a farlo. Il saggio si divide in cinque capitoli: il primo intitolato Precorritrici di una nuova epoca, (Bertha von Suttner, Lou Andreas-Salomé, Ayn Rand, Simone de Beauvoir, Alva Myrdal, Margaret Mead, Hannah Arendt), presenta studiose della pace, psicanaliste, filosofe, sociologhe, antropologhe, politologhe, che con le loro scelte e con la forza e la determinazione del loro impegno hanno svolto un ruolo rilevante nel gettare le basi di una nuovo modo di concepire la donna e le sue potenzialità; il secondo capitolo Donne coraggiose nella scienza (Marie Curie e Lise Meitner, Emmy Noether, Rachel Carson, Cicely Saunders, Jane Goodall) presenta fisiche, matematiche, biologhe, medici che hanno appunto svolto un ruolo fondamentale nella scienza; il terzo capitolo Combattenti per i diritti delle donne (Olympe de Gouges, Emmeline Pankhurst, Simone Veil, Alice Schwarzer) presenta tre femministe e una politica che hanno lottato per i diritti delle donne, ma non solo, spesso non si considera che i diritti della donna, sono strumento di un’ estensione dei diritti di tutto il genere umano, senza distinzioni di genere; il quarto capitolo, Testimoni ribelli del tempo, (Oriana Fallaci, Susan Sontag, Anna Politkovskaja, Arundhati Roy, Marjane Satrapi), presenta alcune donne che nel giornalismo, hanno fatto la differenza; infine il quinto e l’ultimo capitolo Ascesa al potere (Indira Gandhi, Margaret Thatcher, Angela Merkel, Aung San Suu Kyi) presenta quattro donne che hanno ottenuto risultati a dir poco sorprendenti impegnandosi in politica (stranamente molte in partiti conservatori), a volte per caso come la stessa Merkel afferma. A ognuna di queste donne Bollman dedica qualche pagina, un breve sunto delle loro vita. In appendice per approfondire ci sono l’elenco di testi più specifici. Ma comunque il colpo d’occhio è notevole, ci presenta un sguardo panoramico sulle vite di donne così diverse, accomunate solo dalla convinzione che farsi limitare da preconcetti e luoghi comuni fosse inutile, tanto valeva scoprire dove con le loro forze sarebbero arrivate. E a quanto pare ben pochi traguardi sono davvero impossibili. Che sia di monito e d’esempio.

Stefan Bollmann ha studiato germanistica, storia e filosofia, con una tesi di dottorato su Thomas Mann. Insegna all’Università di Monaco. Tra le sue pubblicazioni, il bestseller Le donne che leggono sono pericolose (Rizzoli).

:: Segnalazione di Giochi criminali, De Cataldo, De Giovanni, De Silva, Lucarelli, (Einaudi, 2014)

11 marzo 2014

140311 GIOCHI CRIMINALIEsce oggi, per Einaudi Stile Libero, Giochi Criminali, un’ antologia di racconti a tema. Il gioco d’azzardo sembra infatti il comun denominatore di queste quattro storie che vedono  Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni, Diego De Silva, e Carlo Lucarelli alle prese con i loro personaggi storici: la professoressa Emma Blasi, ll commissario Ricciardi, l’avvocato Malinconico e l’ispettore Grazia Negro.  Per ora ho solo letto Febbre di Maurizio de Giovanni, per cui rimando la recensione dell’intero libro e mi limito a segnalarne l’uscita, comunque posso anticipare che mi il racconto mi è piaciuto, un piccolo anticipo del nuovo romanzo di Ricciardi che dovrebbe uscire quest’ estate. Per darvi un’ idea del libro, ecco a voi il lancio di stampa.

Quattro personaggi per quattro scrittori. Giancarlo De Cataldo, “Medusa”: il barone Stefano Mallarmé viene trovato ucciso. Brutta notizia per Emma Blasi, professoressa attempata, sguardo di pietra, e un lungo ostinato amore per il barone. Maurizio de Giovanni, “Febbre”: è stato ucciso un assistito, uno che parlava con le anime del purgatorio, ricevendo i numeri del lotto. Che cosa può accadere se Ricciardi, che i morti li vede davvero, è costretto stavolta a guardarsi dentro? Diego De Silva, “Patrocinio gratuito”: la legge prevede lo stalking telefonico tramite canzoni? E perché il persecutore sceglie Parole parole di Mina? Vincenzo Malinconico coinvolto, da par suo, in una impresa titanica, dall’esito quanto mai incerto. Carlo Lucarelli, “A Girl Like You”: “Questa volta no”. Il crimine, il gioco e la pazzia si stringono in un nodo delicato e allucinato, nella piu sorprendente delle indagini di Grazia Negro.

:: La vita non è in ordine alfabetico, Andrea Bajani, (Einaudi, 2014) a cura di Lucilla Parisi

9 marzo 2014

ordine alfabeticoGli anni sono passati, e non hai più pensato al braccialetto […] Ogni tanto qualcuno, nel tempo, ti ha fatto notare questo braccialetto stinto e ormai ridotto a un filo. Tu tutte le volte hai risposto che prima o poi si sarebbe finalmente rotto. Poi di colpo, un martedì mattina, sotto la doccia, si è staccato. Senza nemmeno uno strappo. E a te, che l’hai visto precipitare, ti si sono spalancati gli occhi. E ti sei inginocchiata, sotto l’acqua, e la tua era una specie di supplica – sgomenta- che quei desideri di allora – che ormai non ricordavi più e che però ora andavano a esaurirsi dentro il buco nero dello scarico – fossero gli stessi di oggi, e non una bomba che tra poco, finita la doccia, asciugati i capelli, aperta la porta, avrebbe fatto saltare tutto in aria”.

La vita ha i suoi tempi e il suo modo di spiegare le cose. Certo è che non c’è un ordine e tanto meno un elenco per sistemarle, le cose. Succedono e non rimane, forse, che dare loro un nome.
Così ci prova lo scrittore Andrea Bajani a raccontarci 38 parole, 38 passaggi di vite vissute con “amore” o “nostalgia”, attraverso una “confessione” che si fa “imbarazzo” o “nudità”. Dipende, a volte è solo una questione di punti di vista o di tempi, come il fatto di vivere la “mattina” in modo diverso a seconda dell’età e delle aspettative o di desiderare qualcosa che nel presente non esiste più o non è mai esistito. Altre volte, invece, è una mancanza: un “quasi” uguale o un “senza” che non pensavi tornasse.
Una lettera per ogni parola, una parola per raccontare la vita. Dalla A alla Z, le storie di Bajani tratteggiano, sussurrano, stupiscono senza mai definire, chiudere, catalogare.
Si tratta di spicchi di poesia nella quotidianità del vivere. 38 individui in cerca d’autore, in cerca di parole, quelle giuste per esserci, in poche righe, ma esserci per ricominciare. Un dialogo con se stesso, quello di Andrea Bajani, e con i pensieri che affollano la mente dei suoi personaggi, capaci di parlare al lettore a cuore aperto, nel tentativo, umano, di trovare un senso a ciò che accade.

Da quegli occhi il bambino capisce che dentro la sua scatola c’era un pezzo di meno, anche se sua madre è stata bravissima a fare stare in piedi il mondo lo stesso. E’ così che, di colpo, il bambino conosce la nostalgia delle cose che non sono mai state”.

Andrea Bajani è nato a Roma nel 1975 e vive a Torino. Presso Einaudi ha pubblicato Cordiali saluti (2005 e 2008), Se consideri le colpe (2007 e 2009), il reportage sul lavoro precario Mi spezzo ma non m’impiego(2006), Domani niente scuola (2008), Ogni promessa (2010), Presente(2012, con Michela Murgia, Paolo Nori e Giorgio Vasta) e La vita non è in ordine alfabetico (2014).
Per il teatro è coautore di Miserabili, uno spettacolo di Marco Paolini. Collabora con Rai Radio 2, con i quotidiani «La Stampa», «l’Unità», «Il Sole-24 ore» e con la rivista «Lo straniero».
Se consideri le colpe ha vinto il Premio Super Mondello, il Premio Recanati e il Premio Brancati. Ogni promessa ha vinto il Premio Bagutta 2011.

:: Henry Charles Bukowski – Hank – Don’t Try – 1920-1994

9 marzo 2014

Caleido_Bukowski_rev3ELa-Rossa-di-BukowskiVent’anni fa, cavolo son già passati vent’anni, il 9 marzo del 1994 moriva  all’età di 73 anni, a San Pedro (Los Angeles), Charles Bukowski. Per celebrare (degnamente) questa ricorrenza, sono molti i libri usciti in questi giorni,  vi farò un piccolo elenco, con qualche riga di descrizione. Il consiglio migliore naturalmente è dare un’ occhiata alla vostra libreria, chi non ha un libro del vecchio Hank nei suoi polverosi scaffali, e leggere il primo volume che vi capita sottomano, ma comunque chi fosse impossibilitato dal farlo (non avendone), può fare un salto in libreria e scoprire:

FRBFRB2La Rossa di Bukowski (Edizioni WhiteFly Press, 2014) di Pamela “Cupcakes” Wood, la Tammie del romanzo Donne, che ci racconta un inedito Bukowski attraverso le memorie della sua tormentata storia d’amore col famoso scrittore. Prefazione di Dan Fante.

Taccuino di una sbronza, (Morellini, 2014) di Paolo Roversi, un omaggio a Hank, a Fernanda Pivano, ripubblicato per l’occasione.

taccuinoFRB3Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski, (Bietti, 2014), di Roberto Alfatti Appetiti,  una biografia “alternativa” di uno scrittore irriverente, lontana da stereotipi e luoghi comuni.

Una torrida giornata d’agosto. Testo inglese a fronte (Guanda 2014) di Charles Bukowski, una raccolta di poesie dove l’autore prova a racchiudere in versi il mondo degli emarginati d’America, dei bar, delle scommesse all’ippodromo.

Il sole bacia i belli. Interviste, incontri, insulti (Feltrinelli) di Charles Bukowski, la vita di Hank ricostruita attraverso una raccolta di interviste rilasciate lungo tutta la sua carriera, dalla prima fatta al Times Literary di Chicago nel 1963, all’ultima del 1993, sette mesi prima della sua morte.

Goodbye Bukowski – Flavio Montelli (Coconino Press) una biografia a fumetti firmata da Flavio Montelli.

:: La bionda dagli occhi neri, Benjamin Black – John Banville (Guanda, 2014)

8 marzo 2014
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“Non andartene” dissi.
Lei mi guardò e sbattè in fretta le palpebre, come se avesse dimenticato che ero lì o non sapesse più chi ero. Si alzò. Tremava un poco. “E’ tardi” disse. “Ho un appuntamento.”
Era una bugia, naturalmente. Non aveva importanza. Si era allenata fin da giovanissima a dire quel genere di bugie, le blande bugie sociali, quelle che tutti danno per scontate, o quantomeno tutti quelli del suo mondo. Io mi alzai in piedi, le mie costole scricchiolarono sotto il loro involucro di carne ammaccata. “Mi chiamerai?” dissi.
“Sì, certo.”
Non pensavo che mi avesse sentito; neanche quello aveva importanza.
Si girò per andarsene. Avrei voluto tendere una mano per fermarla, trattenerla lì, tenerla con me. Vidi me stesso allungare il braccio e prenderla per il gomito, ma solo nella mia immaginazione; sussurrando qualcosa che non colsi, lei si voltò del tutto e se ne andò, facendosi strada tra i tavoli, ignorando i molti occhi maschili che si alzarono a guardarla passare.
Mi risedetti, anche se fu più un crollo che altro. Sul tavolo era rimasto il suo martini intonso, con un’oliva solitaria immersa dentro. La sua sigaretta schiacciata nel posacenere aveva uno sbaffo di rossetto. Guardai il mio bicchiere mezzo vuoto, un tovagliolino di carta appallottolato, una scaglia o due di cenere sul tavolo che un respiro avrebbe fatto volare via. Sono queste le cose che rimangono; queste le cose che ricordiamo.

Fermi tutti, Philip Marlowe è tornato!
Beh certo John Banville non è Raymond Chandler, (ma dopo tutto anche Robert B. Parker non lo era e terminò Poodle Springs Story, attività che mi divertii a fare anche io, ma questa è un’altra storia)  c’è una certa eco, un piccolo sfasamento che accompagna specialmente la letture delle prime pagine di questo romanzo, ma l’effetto è senza dubbio affascinante. La bionda dagli occhi neri (The Black-Eyed Blonde A Philp Marlowe Novel, 2014) edito da Guanda e tradotto da Irene Abigail Piccinini,  è un buon apocrifo chandleriano, forse di più è un buon hardboiled all’americana tutto donne fatali, risse e cazzotti, messicani pugnaci, delinquenti da quattro soldi, amicizie tradite e poliziotti burberi e incattiviti. E’ naturalmente un hardboiled post James Ellroy, si sente la sua lezione, in sfumature definiamo moderne, che Chandler non avrebbe mai osato dare ai suoi romanzi. E in questo sta la bellezza e l’originalità di questo libro, non una copia sbiadita di un classico, una imitazione piatta di stile, tono, cadenze, ma un’ interprestazione, una rivisitazione che pur si impegna a restare fedele allo spirito originale del personaggio, alla sua malinconia virile, alla sua onestà di fondo in un mondo di mafiosi, delinquenti e mezze calzette. Credo che da queste mie parole si capisca che mi è piaciuto e molto, per una volta le entusiastiche fascette (si sono scomodati anche Stephen King e Richard Ford) non sono fuori luogo. Conosco il Philip Marlowe chandleriano, l’ho letto, riletto, studiato, amato moltissimo, imitato nello stile in alcuni miei racconti, per cui diciamo ero una cliente difficile per il buon Banville, che almeno per conto mio l’esame l’ha superato, la diffidenza iniziale (dai un altro imitatore di Chandler!) si è stemperata in ammirazione. Cosa dire della trama. L’attacco è un dejavu. Una cliente entra nell’ufficio di Marlowe e gli espone il suo caso: il suo amante, Nico Peterson, un mediocre agente di starlette, è scomparso e lei vorrebbe che l’investigatore lo ritrovasse. Un classico, dei classici, insomma. Poi naturalmente la cliente, Clare Cavendish, erede della Langrishe Profumi, è una bionda bellissima e fatale, piena di soldi e di classe, sensuale quanto basta perché il nostro accantoni nel suo cuore e nella sua mente Linda Loring e si ritrovi innamorato come un ragazzino. Già si sente il rumore di vetri infranti del suo cuore in frantumi, ma naturalmente Marlowe, lungi dall’ascoltare la voce del buon senso, si getta a capo fitto nell’indagine, prendendo botte da orbi, rischiando la vita, imbattendosi in un buon numero di cadaveri, finendo incidentalmente a letto con la bella Clare (come la contea irlandese, non come il nome femminile con la i), collaborando con poliziotti non proprio ostili ma quasi, per poi scoprire… bè non vi tolgo certo il divertimento, ma vi do un indizio: una valigia sarà rivelatrice. Ecco, penso sia sufficiente per darvi un’idea della storia, ambientata in una Los Angeles anni 50, (il nostro andrà pure al cinema a vedersi un film dei fratelli Marx, preceduto da spot pubblicitari vintage), una città da ricchi, con le loro ville immense ad un passo dall’oceano, i loro club esclusivi frequentati anche da mafiosi e gangster per dare un tocco di esotico pericolo alle loro noiose vite, una città dove le ragazze sognano di diventare dive di Hollywood, e la droga scorre a fiumi, una città con il Messico troppo vicino, una città dove si muore con grande facilità. Marlowe incontrerà la madre di Clare, in un grande albergo, e per un attimo ho rivisto la madre di Grace Kelly/Frances Stevens, in Caccia al ladro, forse un’ ispirazione, forse la stessa Grace Kelly è stata un’ ispirazione per Clare Cavendish, chissà, bisognerebbe chiederlo all’autore. Marlowe da questa storia ne esce, un po’ malconcio, col cuore a pezzi, ma vivo. E noi ci auguriamo che Banville, abbia voglia di farlo vivere ancora a lungo.

John Banville è nato a Wexford, in Irlanda, nel 1945. Ha pubblicato il suo primo libro, Long Lankin, nel 1970. Altri suoi titoli sono Doctor Copernicus e Ghosts; con Il mare ha vinto il Booker Prize nel 2005.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Paola dell’ufficio stampa Guanda.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Un’ intervista con Marco Milone a cura di Irma Loredana Galgano

8 marzo 2014

Marco Milone 1Marco Milone, attore, poeta e scrittore ha accettato di rispondere alle nostre domande sulle sue opere poetiche Anime nude e Dove va il mondo e di raccontarci gli studi e la ricerca interiore ed esteriore che hanno fatto da preludio alla loro composizione.

Sia nella raccolta Anime nude che in Dove va il mondo il filo che lega le tue opere sembra essere quello di una profonda ricerca interiore rapportata, a volte contrapposta, al mondo che ci circonda. Cosa cerca l’Io esploratore delle tue poesie?

È difficile condurre un viaggio dentro se stessi senza percepire come improprio il mondo intorno. Tutte le forze vitali si basano su un costante processo di creazione e distruzione, proprio perché la demolizione di determinate parti risulta fondamentale per permettere una piena rinascita. E così la poesia diventa un luogo libero dove potere esprimere le proprie percezioni,  lasciarle libere di vagare fuori da me stesso e accogliere nuove energie più favorevoli alla mia consapevolezza interiore.

E cosa si aspetta l’Io autore?

L’autore si aspetta di condurre un mitico viaggio alla ricerca del recondito significato delle strutture che appaiono intorno, di acquisire la capacità di discernere meglio che cosa trattenere e  che cosa accogliere. Ogni giorno è come una rinascita: nell’illusione di un percorso temporale orizzontale la vita sembra scorrere velocemente come se tutto fosse uguale, eppure tutto diventa diverso quanto più si coglie la bellezza dietro il mondo delle illusioni. Voglio semplicemente imparare ad abbandonarmi con fiducia verso i nuovi lidi dove gli eventi mi trascineranno, e così viaggiare alla scoperta di me stesso.

A tratti emerge dalle rime la considerazione che l’anima di ognuno abbia sempre un’origine buona, pura, contaminata dal rapporto con se stessi e con il mondo esterno, incattivita dalla necessità di interagire in una società dove spesso, troppo spesso, si è costretti a indossare delle maschere, interpretare dei ruoli. Ritrovare se stessi è la direzione per ritrovare la purezza?

Come fai a condurre il sentiero se non diventi il sentiero stesso? Viviamo in un contesto sociale in cui l’uomo viene privato della propria naturalezza, proprio perché investito di ruoli che gli vengono presentati come assoluti e necessari. L’effetto di ciò è che il bambino che muove i primi passi, contestualmente va perdendo il fascino dell’esplorazione, e con esso anche la capacità di distinguere l’effimero dall’imperituro e abbandonarsi alla propria immaginazione, che rimane la maggiore abilità umana. Sapere sognare permette di trovare la forza interiore di spingersi oltre le proprie forze, di riscoprire capacità latenti: nessuno sforzo scompare mai dal mondo delle cause, tutto permane e diventa realizzabile se si diventa il sentiero stesso. Come fai a diventare il sentiero se dentro di te non risplende la fiamma dell’audacia?

È prevista l’uscita di un’ulteriore raccolta di componimenti poetici o stai impegnando la tua penna in altre produzioni?

Tra le pubblicazioni future ci saranno altre raccolte poetiche, ma al momento sono maggiormente concentrato sulla stesura di un libro sulla storia del go, un gioco da tavolo cinese, fortemente intriso di concetti della filosofia taoista, le cui origini si perdono tra leggende mitologiche e connessioni esoteriche con l’arte divinatoria. Si dice che la partita a go rappresenti la lotta contro se stesso, e questo è un concetto che mi affascina molto soprattutto nell’ottica di saper riequilibrare le parti di se stesso che non sono state ben bilanciate. Il go aiuta ad affinare le capacità meditative, e forza il giocatore a prendere delle decisioni, rivalutando il concetto di materialismo e forzandolo a distaccarsi da tutto ciò che lo appesantisce.

Cosa rappresenta per te la poesia nel panorama culturale? E all’interno del tuo universo personale?

Oggi vedo una forte contaminazione commerciale nel panorama culturale, soprattutto nel cinema e nella narrativa. La poesia è una forma letteraria che per definizione ha la doppia funzione di veicolare un messaggio sia informativo che emotivo, e dunque è rimasta più pura rispetto ad altre espressioni culturali.
Personalmente prediligo la poesia perché capace di accogliere in sé alcune qualità della musica, permettendoti di giocare sul significato semantico delle parole insieme al suono. Come capace di auto-rigenerarsi la poesia ispira altra poesia: qualsiasi verso cambia significato decontestualizzato e assume un nuovo significato semantico. Scrivere poesia non è tanto dissimile dalla magia: consente l’accesso a mondi inesplorati, evocando stati d’animo soppressi.

L’alibi della vittima, Giovanna Repetto, (Gargoyle Books, 2014) a cura di Davide Mana

8 marzo 2014

Alibi vittima altaAmbientato nella periferia romana, L’Alibi della Vittima, di Giovanna Repetto, è un romanzo corale, che segue le vicende di un gruppo di personaggi – su ambo i lati della legge – e costruisce come un mosaico una intricata vicenda di droga, malaffare, corruzione quotidiana, che sfocia in un omicidio.
Il meccanismo poliziesco è ben costruito ed efficace – per quanto non originalissimo – ma è forse nel cast, composto da personaggi tutti, chi più chi meno, corrotti o corruttibili, imperfetti per necessità o per scelta consapevole, che si identifica l’elemento critico della narrativa, sul quale probabilmente ruota il successo del romanzo.
Se la descrizione di una umanità fallibile ed impegnata in una disperata ricerca della gratificazione istantanea è nelle corde del lettore, allora questi non mancherà di restare profondamente soddisfatto dalla lettura.
Se invece un panorama umano tanto desolante dovesse apparire monocorde e manierato ad un osservatore esterno, è probabile che la lettura si chiuda con una certa irritazione.
Non quindi un titolo per tutti, ma comunque interessante per chi volesse farsi un’idea della direzione nella quale stia andando la letteratura poliziesca nel nostro paese.

Giovanna Repetto è nata a Genova, risiede da tempo a Roma dove svolge la professione di psicologa, e in questa veste si occupa da trent’anni di problematiche legate alle dipendenze patologiche. È da vent’anni redattrice della rivista letteraria online Il Paradiso degli Orchi. Le sue opere di narrativa hanno ricevuto diversi riconoscimenti, fra cui il premio Selezione Bancarellino  conferito nel 2000 al romanzo per ragazzi La banda di Boscobruno (Mobydick 1999) e il premio Navile Città di Bologna per Palude, abbracciami! (Mobydick 2000). Ha pubblicato inoltre i romanzi L’ agente immobiliare e Cartoline da Marsiglia (Mobydick 2002 e 2004).

:: Segnalazione di Tre, numero imperfetto, Patrizia Rinaldi, (E/O, 2012) a cura di Natalina S.

8 marzo 2014

indexAl posto del sangue, nelle vene, Patrizia Rinaldi tiene l’inchiostro. Dopo la lettura di Blanca, romanzo che ha sancito il suo debutto nel giallo, mi sono cimentata in “Tre, numero imperfetto”, edito da E/O di cui anche di Blanca ha acquistato i diritti. In Tre, numero imperfetto rivivono personaggi seriali dal tratteggio tanto divertente quanto profondo. I parapiglia dell’ispettore Liguori e il commissario Martusciello, le commediole dell’agente scelto Carita (Carità o Càrita), incerto nella vita come il nome che lo identifica, e l’acuta sensibilità della sovrintendente Blanca Occhiuzzi portano il commissariato di Pozzuoli a risolvere il delitto efferato del cantante neomelodico Gennaro Mangiamento in arte Jerry Vialdi a cui, probabilmente, è legato un altro omicidio. Un macigno troppo pesante per il commissariato di Fuorigrotta che chiede collaborazione “a puteoli” per portare avanti le indagini. Qualcuno ha definito Patrizia Rinaldi una poetessa prestata al giallo per la sua scrittura impastata di metafore, elementi morfologici e pillole di napoletanità che fanno della lettura una carezza per l’intelletto e lo spirito di cui il giallo rappresenta, solo, lo strumento per aprire una finestra su Napoli, e più in generale sul mondo, e analizzare sentimenti e passioni che muovono fila tanto sottili, come l’amore, come l’odio.

Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1960. È autrice di diversi gialli, tra cui ricordiamo Il commissario Gargiulo (Stampa alternativa 1995), Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 (Flaccovio editore 2007), Ninetta Ridolfi e gli oggetti affettuosi (Mondadori 2008, primo premio al concorso Profondo giallo 2007), Blanca (Flaccovio editore 2009). È anche autrice di libri per ragazzi, tra cui Rock sentimentale (EL 2011), e ha inoltre pubblicato numerosi racconti e novelle in diverse antologie.