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:: Quello era l’anno, Dennis Lehane, (Piemme, 2009) a cura di Serena Bertogliatti

25 marzo 2014

given-day1The Given Day di Dennis Lehane
Pubblicato in Italia come Quello era l’anno, Piemme, 2009

Lehane è Lehane.
Irlandese, cattolico, malinconico come un irlandese cattolico trapiantato negli Stati Uniti. Sa di pioggia che batte su ferite aperte, vecchie e nuove, che dolgono sempre e si finge che non dolgano mai. Sa del profumo lieve e innocente di una donna accarezzata con mani ispessite da una vita dura. Sa di enormi nel cuore di persone apparentemente minuscole, schiacciate da un mondo ingiusto, dove è il Giusto a pagare per tutti gli altri.
Non sto ovviamente parlando dell’uomo Dennis Lehane, ma dello scrittore, di quell’istanza che decide di che cosa scrivere e come descriverlo, di quell’elemento comune ai diversi romanzi firmati “Dennis Lehane”, istanza che si incarna in personaggi così simili tra loro da farmi pensare:
Lehane è Lehane.
Lehane è Lehane a partire dalla prosa.
The Given Day (pubblicato in Italia con il titolo Quello era l’anno da Piemme) è scritto in terza persona, con un ben dosato uso del discorso indiretto libero: Lehane ci fa entrare nelle teste dei protagonisti quanto basta per immedesimarci in loro, ma senza con ciò rallentare la narrazione dei fatti. Il risultato è una prosa scorrevole ma non asettica, facilmente approcciabile da qualsiasi tipo di lettore ma non didascalica.
(Unica nota negativa per il pubblico italiano che leggesse il romanzo in lingua: Lehane fa parlare alcuni personaggi in italiano, ma i loro dialoghi sembrano frutto di una pessima traduzione.)
The Given Day è la storia di due destini che s’intrecciano nella Boston del 1918-1919.
Uno è Danny Coughlin, poliziotto proveniente da una più che rispettabile famiglia irlandese che ha fatto propri gli ideali della borghesia americana bianca. Perché, va ricordato, gli irlandesi non erano esattamente “bianchi”: lo erano solo dopo essere irlandesi. Il patriarca Coughlin lo sa bene, e si tiene ben stretta la nuova rispettabilità tutta borghese abbracciando il nazionalismo americano dell’epoca: bianco ai limiti del razzismo e anticomunista ai limiti della paranoia.
L’altro protagonista è Luther Laurence, che oggi definiremmo “afro-americano” ma che nel libro è un negro dell’Oklahoma. Alla rispettabilità non punta neanche, cercando invece di conquistarsi perlomeno una vita decente. Nel farlo, esce dalla retta via e s’inserisce nell’affare sbagliato, ritrovandosi con degli omicidi alle spalle e la fuga come unica via per tutelare sé e la moglie incinta.
Danny e Luther hanno molto in comune, a partire dall’essere in piccolo l’incarnazione di un grande ideale. Sono due falliti con la stoffa dell’eroe. E Danny lo diventerà, un eroe, nel quadro degli eventi che porteranno allo sciopero della polizia di Boston. È un paladino degli ideali perdenti in partenza, e lo sa – anche se sarebbe più corretto dire che lo sente, perché ciò che lo rende unico non è l’intelligenza, ma un sesto senso da bestia furba – e pur sapendolo decide di consacrarsi all’ideale. Ne uscirà – e sente anche questo – come l’opposto di un eroe, odiato anziché amato. Similmente, ciò che ha reso Luther un assassino costringendolo a scappare a Boston è una buona causa.
Ma nel mondo di Lehane le buone cause sono destinate a perdere, perché il mondo di Lehane è ingiusto e condanna i Giusti, che ne escono stigmatizzati come Ingiusti. E mi chiedo quanto questa retorica, che giustifica nel particolare (ossia nel caso di Danny e Luther) azioni che nel grande sarebbero condannate da quella stesso quadro morale che Lehane tratteggia, sia il riflesso di quella parte di cultura statunitense che giustifica le singole deroghe al diritto umanitario in nome di un ideale più alto.
Lehane assume una posizione ambigua nei confronti della questione “terrorismo”, che è una delle parole-chiave del romanzo. In questi 1918 e1919, in cui il Comunismo riecheggia negli Stati Uniti unendosi al discontento degli immigranti e della sottopagata polizia, c’è la tendenza – sempre attuale? – di fare di tutta l’erba un fascio, chiamando “terrorista” chiunque si opponga all’ordine vigente (includendovi, nella fretta, chi non è bianco, perché solo i bianchi possono essere veri Americani). Questo fanno i conservatori, e questo Lehane critica usando i due protagonisti. Luther, personaggio afro-americano e positivo, è la dimostrazione vivente di quanto tale stigmatizzazione sia erronea. Danny, pur essendo ormai potenzialmente integrato (è un bianco e un poliziotto), è però un progressista, che si converte alla causa dei reietti: gli immigranti, le minoranze e, non da ultimi, i poliziotti sottopagati di Boston, che rischiano la vita per paghe da miseria. Per tutto il romanzo Danny si oppone alla visione di chi fa di tutta l’erba un fascio, includendo le motivate proteste dei lavoratori nella categoria “terroristi”, ma alla fine è proprio contro i terroristi – quelli “veri” – che Danny lotta, anima e sangue.
Cos’è un “terrorista”? Chi è il Nemico? Lehane rimane vago. Il Nemico, nell’ottica di Danny, è colui che uccide innocenti con l’intento di farlo – più o meno. Una definizione chiara nel romanzo non c’è, e quindi rimane aperta la domanda:
Come capire se una persona è un/a terrorista o se uccide per una buona ma malintesa causa?
La seconda parola chiave del romanzo è, anche se non menzionata esplicitamente, “nazionalismo”. Le storie dei Coughlin e dei Laurence sono storie d’integrazione in quegli Stati Uniti che tutt’oggi si fregiano di essere il Paese multietnico per eccellenza. La “Nazione della libertà”, come mito, ha radici lontane: fondato da reietti europei sfuggiti all’intolleranza europea, ha progressivamente funto da serbatoio per ogni genere di immigrazione. Lehane punta la lente d’ingrandimento sul razzismo soggiacente al mito, mostrando come gli afro-americani nel 1918-1919 non fossero che dei “negri”, trattati con meno tolleranza di quella riservata ai Padri Fondatori dagli europei. C’è una critica, quindi, ma il mito non viene sfatato, anzi. Quel che viene criticato è il modo in cui l’ideale viene interpretato, non l’ideale stesso.
Danny, progressista, combatte perché il mito dell’uguaglianza e della libertà divenga fatto, includendo non solo i bianchi (che, nel 1918-1919, includono da poco anche alcuni irlandesi), ma anche gli italiani, i russi, gli afro-americani, etc… Luther, che in questi Stati Uniti ricolmi di razzismo non ha voce, ha lo stesso sogno di Danny: si sente americano e da americano vuole tutelare la propria patria. Danny e Luther sono cittadini americani odierni ante litteram, che già hanno in sé (o profetizzano) il modello di libertà e uguaglianza che dovrebbe essere incarnato dagli Stati Uniti.
Ma, anche qui, come nel caso del terrorismo, viene portata solo una vaga idea di cosa significhi “essere americani”. È qualcosa di più ampio di una questione razziale ma non ampio abbastanza da includere visioni politiche estreme come il comunismo originale. Una definizione manca, e l’unica cosa che sappiamo è che Danny e Luther si oppongono il “giusto”, quel “giusto” bastante a renderli americani ideali. Rimane aperta la domanda:
Come capire se una persona è un/a americano/a nel cuore, progressista per amore della patria, o se è un/a comunista travestito/a da americano/a?
Lehane ha intuito lo Zeitgeist dell’epoca (il 1918-1919 come il 2014): lo stretto legame tra nazionalismo e terrorismo, il come il primo si scagli sul secondo, si costruisca in opposizione al secondo. Lo ha intuito e ha puntato il dito contro gli effetti collaterali del mito americano, le cui guerre per la libertà così spesso coinvolgono civili che nulla hanno a che spartire con il “Nemico”, siano queste vittime alcune minoranze stigmatizzate o passanti uccisi da una bomba. Eppure, in The Given Day questa critica viene portata assieme al proprio antidoto: se in generale è sbagliato uccidere, nel particolare Danny e Luther lo fanno avendo dalla loro ragioni che portano il lettore a “perdonarli”.
Certo, la morale (cattolica) sottostante non può assolverli del tutto – e, infatti, le loro sono storie di redenzione: Danny deve pagare il prezzo di essere stato un ipocrita borghese, Luther quello di aver ucciso. Ma la morale (sempre cattolica) non li condanna neanche all’Inferno in via definitiva. E così Danny e Luther vivono in un Purgatorio caotico (come la vita?), combattuti tra il bene e il male. Così, entrambi hanno una donna che li attende a casa, che attende che loro compiano le giuste azioni, angelo del focolare che paziente attende che il marito divenga un Giusto per raggiungerla in Paradiso. E questo perché entrambi, per motivi diversi, hanno errato, uscendo dalla retta via, trovandosi catapultati all’Inferno. Entrambi dovranno combattere i propri demoni, interiori ed esteriori, per tornare a quella vita ideale tutta cattolica fatta di una moglie devota e di, nel caso di Luther, un figlio. La ricompensa per cui lottano è interiore, non esteriore. Il mondo esterno, come detto, li stigmatizzerà, ma non è per vivere bene nel mondo che i personaggi di Lehane si sottopongono alle intemperie della vita: è il Paradiso per cui espiano.
Così, sotto la scorza hard-boiled dei personaggi lehaniani, sotto questi “finti dannati”, troviamo una visione estremamente cattolica. Non è il cattolicesimo italiano, ma quello statunitense, che va a intrecciarsi al mito americano creando questi due eroi delle cause perse. Il mondo li rende dei reietti, ma è Dio che deve assolverli. Nel mondo si sporcano le mani (e si sente, di sottofondo, sussurrare che è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo), ma interiormente tendono alla Giustizia.
Chi è il vero terrorista? Chi è il vero americano? Chi è il Giusto?
Sembrerebbe stare a Dio, e non al romanzo, dare queste risposte – con tutte le pericolose conseguenze di un’ottica che giustifica le singole deroghe al diritto umanitario in nome di un ideale più alto.

Dennis Lehane, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ha lavorato come educatore per bambini affetti da handicap e vittime di abuso, come cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion. Il suo unico rimpianto è di non aver mai fatto il barista. Ha scritto dieci romanzi, tutti bestseller, tradotti in oltre trenta lingue. Tre di questi hanno ispirato alcuni dei maggiori registi contemporanei: Clint Eastwood (Mystic River. La morte non dimentica), Ben Affleck (Gone Baby Gone. La casa buia), Martin Scorsese (Shutter Island. L’isola della paura). Anche La legge della notte – che ha dominato per settimane le classifiche americane e si è aggiudicato i prestigiosi Edgar© Awards come Miglior romanzo dell’anno – è destinato a diventare un film, con Ben Affleck alla regia e Leonardo DiCaprio nei panni del protagonista. Dennis Lehane è anche sceneggiatore di serie tv (The Wire, Boardwalk Empire). Vive tra Boston e la Florida.

:: Un’ intervista con Rosa Liksom, autrice di Scompartimento n° 6 a cura di Giulietta Iannone

24 marzo 2014

scompartimento 6Benvenuta Rosa, e grazie di aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Rosa Liksom? Punti di forza e di debolezza.

Sono nata in Lapponia, regione a nord della Finlandia proprio vicino al confine svedese, nella zona di lingua Meän. I miei genitori erano agricoltori e allevatori di renne. Ho 4 fratelli e una sorella. A 17 anni mi sono trasferita a Helsinki. Ho fatto vari lavori e studiato antropologia all’università. Ho trascorso la mia giovinezza (occupando edifici) e vivendo in squat e comuni in tutta Europa. Ho vissuto e lavorato come barista per quattro anni a Christiania, un quartiere di Copenhagen, e ho trascorso molte estati a Parigi lavando i piatti in un ristorante. Ho anche vissuto e lavorato in una fishfactory sia nella Norvegia settentrionale, che in Islanda, e ho studiato a Mosca durante l’era di Breznev. Ho scritto i miei primi tre libri a Christiania dove lavoravo in una panetteria e davo una mano in un negozio locale. Mi sono trasferita di nuovo a Helsinki, in Finlandia nel 1987. Oltre a scrivere libri, sono anche un’ artista e ho fatto numerose mostre in Europa e ho girato cortometraggi dal 1985. Ho fatto libri a fumetti, un libro da colorare e libri per bambini. Sto anche progettando una linea di prodotti per bambini chiamata ECo HeloU per il negozio Kiasma (nel Museo di arte moderna di Helsinki). La scrittura e la creazione di tutti i tipi di arte sono un modo di vita per me. Faccio tutto questo perché (semplicemente ) mi piace così tanto (enormemente).
La mia forza è che amo il mio lavoro di scrittrice e di artista. Sono una persona molto laboriosa e non ho problemi a portare avanti molti progetti allo stesso tempo. Sono una buona organizzatrice. La mia debolezza è che mi piace dormire e quando gli altri vanno ai party, io vado a dormire.

Cosa ti ha spinto a diventare una scrittrice? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Non scrivo libri commerciali, scrivo libri belli e di facile lettura. Scelsi di scrivere in Christiania, Danimarca, forse perché l’atmosfera era molto creativa. Tutti avevano a che fare con l’arte, il teatro, la scrittura, le riviste alternative. Era il tempo del Punkrock ed anche io ero una punk. Facevamo di tutto, suonavamo musica, facevamo spettacoli, happening …

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

La cosa più importante è essere in grado di lavorare per lunghi periodi da solo, poiché uno scrittore passa molto tempo da solo. E’ anche un bene avere buona memoria e occhi acuti. Uno scrittore poi deve essere curioso della vita ed è importante che abbia qualcosa da dire.

IMG_8970Sei una scrittrice acclamata dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?

Sì, certo, ma così va il mondo. A qualcuno piace un libro, ad altri quel libro… così io da scrittrice tendo a meravigliarmi di cosa i critici letterari dicono dei miei libri. Molte volte leggo quei critici che possono vedere le cose che io come scrittore non riesco a vedere. A volte ho imparato molto dalla lettura critica dei miei libri. La cosa principale è questa: lo scrittore scrive libri e il critico letterario li analizza.

Compartment number 6 (Titolo originale: Hytti nro 6), è ora edito in Italia da Iperborea Editore con il titolo Scompartimento n ° 6 . Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho fatto questo viaggio dalla Siberia alla Mongolia nel 1986. Il vero viaggio è stato il punto di partenza di questa storia.

Mosca, anni 80, due sconosciuti, una studentessa finlandese timida e taciturna e un rude e violento russo, condividono lo stesso scompartimento. I capitoli di apertura presentano i protagonisti . Potresti dire ai lettori cosa succede?

Per raccontare questa storia ho provato a immaginare cosa accade quando due persone totalmente estranee sono messe in una cabina ferroviaria per due settimane, senza che possano scappare. Quindi questa storia è anche un esperimento di come la vita comune si svolge in una cabina. Che tipo di processi si verificano e come questi processi si sviluppano …

Quale è la tua scena preferita in Scompartimento n° 6 ?

Amo la natura siberiana e tutte quelle scene dove descrivo la natura, gli animali, l’architettura e le cose che la Siberia mi ispira. Mi piacciono anche le scene liriche del libro.

Quale è stato il personaggio più difficile da raccontare e perché? Il più semplice e perché?

La cosa più difficile era trovare le parole adatte da far pronunciare al personaggio maschile. Voglio dire, quando un lettore finisce di leggere il libro, sia una lei o un lui, deve capire che l’uomo sta veramente parlando della Russia. Comunque mi è veramente piaciuto scrivere questa storia, ciò che l’uomo dice alla ragazza in treno. Sono storie di russi, storie folli, di persone che vivono in campagna. E mi è anche piaciuto descrivere il personaggio di Arisa. Forse era la cosa più difficile da creare è stata proprio il personaggio della ragazza finlandese, che viveva e studiava a Mosca proprio come ho fatto io, ma lei non era me.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

La mia scrittrice preferita è Hertha Muller, è nata a Romania, ma adesso vive in Germania. Mi piace anche molto l’americana Annie Prouloux.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto un sacco di libri di saggistica. Amo la storia e la sociologia.

Ti piace fare tour promozionali?

Mi piace viaggiare.

Verrai in Italia di nuovo per presentare i tuoi romanzi?

Certamente. Questo è il mio terzo libro tradotto da Delfina Sessa e pubblicato in Italia . Ho fatto in precedenza due tournee letterarie in Italia. Il pubblico italiano è fantastico. Ho ricordi particolarmente affettuosi di Sorrento, dove sono stata due anni fa. Napoli e Firenze sono anche città fantastiche, e naturalmente Roma.

Infine, l’ inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto scrivendo un nuovo romanzo.

:: Un’ intervista con Richard Lange

24 marzo 2014

angel baby2Benvenuto Richard, e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Richard Lange? Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Oakland, California, e sono cresciuto in alcune piccole città della Central Valley, che è piena di aziende agricole, pozzi di petrolio e lavoratori migranti. E’ la vera California, non quella che si vede in TV. Ho avuto un’infanzia infelice, ma non ero un bambino infelice. Ho lasciato la mia casa a 17 anni per frequentare la scuola di cinema a Los Angeles, mi sono reso subito conto che il film non era il mio medium, troppo collaborativo, così mi sono concentrato sulla fiction, soprattutto sui racconti brevi. Dopo il college ho trovato lavoro da Larry Flynt, il famigerato editore della rivista Hustler. Ho lavorato per una rivista di musica heavy – metal chiamata RIP. Quando l’esperienza si è conclusa, ho fatto altri lavori editoriali. Per tutto il tempo scrivevo di notte racconti. Per anni e anni. Li spedivo alle riviste, ma li rifiutavano, li rielaboravo, e li spedivo di nuovo. Infine, quando avevo 32 anni, sono riuscito a pubblicarne uno su una piccola rivista universitaria da qualche parte in Louisiana. Sono passati dieci anni da allora. Ho pubblicato altre storie in diverse piccole riviste, sempre lavorando di giorno. Poi un agente mi ha chiamato di punto in bianco chiedendomi di mettere insieme una raccolta di racconti. Quello fu il mio primo libro, Dead Boys (Come morti, in Italia). Sto scrivendo a tempo pieno ormai da otto anni.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Scrivo da quando ero bambino. E ‘sempre stata una parte naturale della mia esistenza, non ho dovuto sforzarmi. E’ il mio modo di comunicare meglio con le altre persone.

Raccontaci una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?

Cerco di scrivere cinque ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Lo considero un lavoro, proprio come quando ancora andavo in ufficio. Si tratta di un lavoro, in realtà. E’ come mi guadagno da vivere. Lavoro due ore al mattino e due ore al pomeriggio e un’ora circa di notte. Scrivo tutto a mano, poi, quando è vicino alla perfezione, lo trascrivo al computer.

Angel baby è ora pubblicato in Italia da Einaudi. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho letto un articolo del Los Angeles Times che parlava di un uomo bianco di San Diego che conduceva clandestinamente le persone negli Stati Uniti attraverso il confine, per un contrabbandiere messicano. E ‘diventato il personaggio di Malone in Angel Baby, e il resto dei personaggi  sono nati intorno a lui.

Potresti dirci qualcosa sulla trama di questo libro?

E’ la storia di Luz , una giovane donna messicana, sposata con un trafficante di droga di Tijuana, che la tiene come una prigioniera. Un giorno decide di tornare a Los Angeles, dove ha lasciato una bambina di pochi anni. Ruba dei soldi e una pistola al marito e tenta la fuga. Il libro racconta le sue avventure mentre cerca di attraversare il confine e tornare a Los Angeles. Si tratta di un inseguimento, dall’inizio alla fine, molto frenetico ed emozionante, ma si impara anche a conoscere tutti i personaggi, sia i buoni che i cattivi.

Presentaci i personaggi principali del libro.

C’è Luz , la giovane donna che non si fermerà davanti a nulla per tornare dalla figlia. C’è il marito, il signore della droga El Principe, che non si fermerà davanti a nulla per riavere indietro Luz . C’è Malone, un contrabbandiere alcolizzato, con un desiderio di morte e un terribile segreto. C’è Jeronimo , un ex- gangster tirato fuori di galera da El Principe e poi costretto a inseguire Luz. E c’è Thacker, un corrotto poliziotto di frontiera che insegue i soldi che Luz sta trasportando. Il libro è una danza complessa tra questi cinque personaggi.

Chi ti ha influenzato?

All’inizio sicuramente Hemingway, Raymond Carver, Jack Kerouac e Charles Bukowski. Poi più tardi, Denis Johnson, William Vollmann, Richard Price, ed Elmore Leonard. Sono stato anche influenzato dal cinema e dalla musica. Bruce Springsteen, Warren Zevon, Tom Waits, Neil Young, tutto il punk rock, particolarmente il Los Angeles hardcore. Il film Taxi Driver è stato per me importantissimo. Ha cambiato la mia vita e la mia scrittura. The Deer Hunter, Apocalypse Now, Badlands, Sonatine. Le commedie di David Mamet sono state anche importanti.

Il Messico e gli Stati Uniti d’America fanno da sfondo al romanzo. Puoi descriverci questo scenario?

Angel Baby è ambientato a Tijuana e a Los Angeles, che sono luoghi molto particolari. Tijuana non è il Messico, e LA non sono gli Stati Uniti. Sono entità a sé, molto specifiche. Questo è ciò che rende interessante il libro. Gli Stati Uniti e il Messico hanno tra loro un rapporto complicato. Abbiamo bisogno di manodopera a basso costo che otteniamo dal Messico, ma allo stesso tempo rendiamo difficile la vita per gli immigrati clandestini che vengono a fare quel lavoro. La cultura latina, in particolare la cultura messicana, è pervasiva nel sud della California. Il cinquanta per cento della popolazione è Latino. Come nativo californiano, non credo sia così. In realtà, mi sento strano quando vado da qualche parte dove non ci sono messicani, nessuno che parla in spagnolo, senza musica ranchero.

Parlami del rapporto tra cinema e letteratura. Ritiene che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono progetti di film tratti da questo libro?

Come ho detto prima, il cinema ha sicuramente influenzato la mia scrittura. Io sono un fanatico di film, e spesso mi immagino parti dei miei libri come fossero scene di film. Credo che ciò renda il mio stile cinematografico, a volte. Ho appena finito la sceneggiatura di Angel Baby, per un film per la Warner Bros. Le probabilità di fare poi veramente un film non sono grandi, ma tengo le dita incrociate.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Non leggo molti scrittori contemporanei. Sono troppo occupato a recuperare i grandi classici. Il miglior libro” contemporaneo” che ho letto, davvero in un istante, è stato 2666 di Roberto Bolano. Questo è davvero volato via. Altri libri che ho apprezzato di recente sono True Grit di Charles Portis, Absalom, Absalom di William Faulkner, e McTeague di Frank Norris.

Cosa stai leggendo in questo momento?

The Corrections di Jonathan Franzen, Nightfall da David Goodis , e un grande libro sui miti greci .

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, Joseph Wambaugh, Ross Mc Donald, Dashiell Hammett, Raymond Chandler, Don Winslow.

Ellroy: vivo, Woolrich: morto, Goodis: morto, Crumley: morto, Thompson: morto, Willeford: morto, Wambaugh: vivo, McDonald: morto, Hammett: morto, Chandler: morto, Winslow: vivo.

Ti piace fare tour promozionali ? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri.

Mi piace uscire e promuovere i miei libri e fare letture, ma a volte mi stanco di parlare di me stesso e del mio lavoro. Non succede mai niente di divertente durante questi eventi, solo al bar dopo!

Parlaci del tuo rapporto con i lettori. Come possono mettersi in contatto con te?

Sono molto grato a chiunque legga i miei libri. A volte non riesco ancora a credere che ci siano sconosciuti a cui piace la lettura dei miei libri che in realtà, scrivo per me stesso, per soddisfare i miei gusti. Chiunque voglia mettersi in contatto con me mi può mandare una e-mail all’indirizzo Richard@richlange.com.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe. Comprami un biglietto! Posso dormire sul tuo divano ?

Quando arriverà in Italia il tuo prossimo romanzo?

Dovresti chiedere a Einaudi. Angel Baby è in realtà il mio secondo romanzo, e Einaudi ha acquistato anche il primo, This Wicked World, ma non l’ha ancora pubblicato.

Grazie per la tua disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri.

Ho un nuovo libro di racconti in uscita negli Stati Uniti nel mese di febbraio del 2015. Si chiama Sweet Nothing. Sto lavorando ad un nuovo romanzo, e sto anche cercando di fare più film e TV, perché è lì che c’è il denaro vero!

:: Un’intervista con Dale Furutani a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2014

imagesBenvenuto Dale e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Dale Furutani? Punti di forza e di debolezza.

Sono probabilmente la peggiore persona al mondo capace di dare una descrizione oggettiva di me stesso. Se costretto, direi che sono una persona comune, benedetta con opportunità eccezionali.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia biografia puoi trovarla sul sito DaleFurutani.com. In breve, sono nato nel 1946 a Hilo, Hawaii. La famiglia di mia madre era di Suo- Oshima nel Mar interno di Seto, in Giappone. I miei nonni emigrarono alle Hawaii nel 1896, dove è nata mia madre. Quando avevo cinque anni, mia madre ha sposato un caucasico che poi mi ha adottato. Ci siamo trasferiti in California, dove sono cresciuto e sono stato educato. Ho una laurea in scrittura creativa presso la California State University di Long Beach. Ho anche un MBA presso la Graduate School of Management presso l’ UCLA.
Oltre a scrivere, ho avuto una carriera imprenditoriale di successo negli Stati Uniti e in Giappone. Ho visitato il Giappone più di 30 volte e vi ho vissuto per periodi che vanno dai tre mesi ai tre anni. Oltre a svolgere consulenze, ho avuto incarichi di Marketing Manager per la Yamaha Motorcycles negli Stati Uniti e sono stato Direttore dei Sistemi Informatici di Gestione per la Nissan negli Stati Uniti. Diversi anni fa ho iniziato a dare maggior spazio alla scrittura fino a quando la malattia ha interrotto definitivamente il mio lavoro.

Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Che cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere romanzi?

Il mio patrigno, che mi ha adottato, aveva un QI di 75. Nonostante queste doti intellettuali limitate leggeva sempre. Lottava duramente anche solo per leggere una rivista, impiegando un grande sforzo per capire quello che stava leggendo. Il suo sforzo mi ha fatto capire che la scrittura era un’ attività molto importante.
Ho iniziato a scrivere in quarta elementare. Ero solito stilare una lista delle parole della settimana  che poi usavo per scrivere una storia. Il mio insegnante mi ha permesso di leggere queste storie in classe e mi ricordo le reazioni positive dei miei compagni.
Quando ero al liceo ho scritto alcune poesie e alcuni testi di saggistica, e ho avuto la fortuna di vendere alcuni testi di saggistica e vincere alcuni premi locali per la poesia.
In realtà, ho scritto per la maggior parte saggistica. Ho pubblicato più di 300 articoli e tre libri.
Dopo il college ho scritto un breve racconto per vedere se riuscivo a venderlo. L’ho inviato ad una rivista e ho ricevuto una lettera di tre pagine da un editor piuttosto famoso. Era una dettagliata analisi della mia storia con suggerimenti per migliorarla. Ero così ignorante che non sapevo che questa era una cosa straordinaria per un editor che aveva ricevuto una storia non sollecitata da uno scrittore del tutto sconosciuto. Non mi rendevo conto che avrei dovuto riscrivere la storia facendo tesoro anche dei suggerimenti dell’editor. Tutto quello che invece vidi era che la mia storia non era stata acquistata, così smisi di scrivere romanzi e mi concentrai sulla saggistica e nella mia carriera di affari .
Quando mi sono avvicinato ai 50 sono diventato amico dello scrittore Michael Nava. Mi piaceva parlare con lui di scrittura e dei problemi tecnici legati ad essa. Michael mi suggerì di provare a scrivere un mistery. Dal momento che questa era una cosa che avevo sempre voluto provare, l’ho fatta. Sono stato fortunato e il mio primo romanzo giallo ha avuto un agente nel giro di poche settimane, è stato venduto quasi subito, e ha vinto diversi premi (sono stato il primo scrittore asiatico-americano a vincere importanti premi di scrittura gialla), e ha ricevuto diverse recensioni positive. Non so se il mio successo nella narrativa possa essere definito lento o veloce. Dopo tutto, mi ci sono voluti quasi 30 anni per sviluppare sufficienti capacità di scrittura, acquisire abbastanza esperienza di vita, e sviluppare le conoscenze del business necessarie per diventare un autore pubblicato di narrativa.
Sono stato molto felice quando Marcos y Marcos ha deciso di pubblicare in Italia i miei libri della serie del Samurai e di Holmes. Marcos y Marcos ha una reputazione per la fiction di qualità, e vedere da parte loro tanto entusiasmo per il mio lavoro è stato davvero incoraggiante. Dovrai chiedere a Marco y Marcos, se vuoi sapere che cosa pensano di me, ma so che hanno trovato divertente che io abbia sviluppato una dipendenza dal Chinotto quando ero in Italia!

Sei il padre del personaggio di Matsuyama Kaze, un detective samurai sullo sfondo del Giappone feudale. Come ti sei avvicinato al personaggio?

Il personaggio di Kaze è motivato da tre fattori fondamentali nella cultura giapponese. Il primo è il Bushido, che è la via del guerriero. E’ una filosofia di vita dura e violenta. Il secondo è il Buddismo Soto Zen. Come tutti i tipi di Buddismo, si basa sulla compassione e serve a temperare l’asprezza del Bushido. Il terzo è l’ ideale confuciano della struttura e dell’ ordine. Kaze è spesso motivato a cercare di ristabilire l’equilibrio con il mondo intorno a lui, che gli dà un senso di giustizia. Questi tre fattori sono tutti combinati con l’amaro, e sardonico senso dell’umorismo di Kaze.

The Curious Adventures of Shelock Holmes in Japan, ora edito in Italia da Marcos y Marcos Editore con il titolo Strane avventure di Sherlock Holmes in Giappone, è una raccolta di racconti in cui i protagonisti sono Sherlock Holmes e un medico giapponese, il signor Watanabe. Ho avuto l’opportunità di recensirla (questo è il link: qui) Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Ho avuto un decennio di gravi problemi di salute, durante i quali non ho scritto. Alla fine di questo periodo, quando pensavo che la mia salute fosse tornata alla normalità, ho scoperto di avere una forma molto aggressiva di cancro. Durante la convalescenza dal trattamento per il cancro non mi sentivo di scrivere un romanzo, così ho iniziato a scrivere una serie di racconti collegati tra loro. Per queste storie ho voluto tornare alle mie radici del romanzo poliziesco (proprio come i miei libri di Matsuyama Kaze esploravano le mie radici giapponesi). Così ho riletto tutti i racconti e  i romanzi di Sherlock Holmes e ho capito che c’era un periodo mancante nella cronologia di Holmes, durante il quale fingeva di essere un norvegese di nome Sigerson che stava esplorando l’Asia. Da lì è stato un attimo portare Holmes in Giappone.

Crimini, indagini, avventure, l’incontro dell’Occidente con l’Oriente sono i temi principali. Ma c’è anche una storia di amicizia, tra due persone non così diverse. Potresti dirci qualcosa di più riguardo le trame di questi racconti?

Ho cercato di mantenere lo spirito delle storie originali di Holmes, ma facendo sì che ogni mistero avesse in sé qualcosa di tipicamente giapponese, per cui Holmes non può risolvere i vari misteri senza l’aiuto del Dott. Watanabe. Le storie coinvolgono fantasmi, il concetto giapponese del galateo, e l’umorismo che può sorgere quando culture così diverse entrano in contatto.

Cosa hai aggiunto di tuo al personaggio di Sherlock Holmes?

Holmes è un grande eccentrico. Ho cercato di immaginare come queste eccentricità potessero essere viste attraverso gli occhi dei giapponesi del 1890. Questo porta ad alcune situazioni davvero divertenti. Per quanto possibile, ho cercato di non cambiare Holmes o il suo carattere.

Ci sono progetti cinematografici tratti da questo libro? Guy Ritchie è magari interessato? Quale attore contemporaneo vedresti bene nel ruolo del Dottor Watanabe?

L’ unico interesse cinematografico per i miei libri è stato quello di cambiare i miei libri sui Samurai in western (proprio come “Seven Samurai” divenne ” The Magnificent Seven ” ). La mia esperienza con Hollywood è stata come un petardo inesploso – un sacco di emozioni quando la miccia viene accesa, senza il botto alla fine!

E per quanto riguarda il tuo stile di scrittura?

Cerco di scrivere con uno stile pulito. Ho passato un sacco di tempo nel fare in modo che ogni parola fosse la parola esatta, necessaria a descrivere quello che volevo trasmettere. Questo è probabilmente un retaggio della mia formazione di poeta . Sono sempre alla ricerca di quello che io chiamo ” il dettaglio rivelatore” che fissa una scena in luogo o nel tempo. Per le sequenze d’azione ho coreografato ogni movimento, così i personaggi si muovono da una posizione all’altra senza problemi e con grande grazia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Ho letto tonnellate di saggistica e molto poca narrativa. Se uno scrittore di fiction è migliore di me, ho paura che possa influenzare il mio stile. Se uno scrittore è peggiore di me, non finisco neanche il libro, perché è difficile che me lo goda ed è impossibile che possa imparare qualcosa ( tranne, forse, le cose da non fare). Amo le biografie, la storia (soprattutto la storia romana e in particolare la guerra civile americana), l’aviazione, e le auto da corsa. Uno scrittore di fiction da cui non posso stare lontano è Tony Hillerman, e ho anche riletto alcuni autori classici di fiction.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Caesar: Life of a Colossus di Adrian Goldsworthy. Mi interessa molto il periodo compreso tra Silla e Augusto.

Hai un agente letterario?

Sono stato con Sterling Lord Literistic, una grande agenzia di New York, per quasi 20 anni.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente avvenuto durante questi incontri.

Mi piace andare in un posto e starci un po’, ma non mi piace il tipico tour dove trascorri solo un giorno o due in ogni città. Viaggi troppo e non hai abbastanza tempo per vedere le cose. Mi piace incontrare i lettori e parlare con loro (soprattutto se sono miei lettori)!
I miei libri vengono spesso regalati nelle comunità giapponesi- americane. Una volta durante una presentazione alla firma dei libri un uomo prese un mio libro e lo guardò intensamente. Pensando che potevo aiutarlo a decidere se il libro fosse un regalo adatto, dissi: ” Questo libro non contiene né violenza né sesso gratuito.” L’uomo disse: “Grazie” e prontamente mise giù il libro. Credo che avesse idee molto precise su ciò che voleva in un romanzo.

Verrai in Italia per promuovere i tuoi libri?

Nel 2013 mia moglie ed io abbiamo trascorso un mese in Italia. Era la nostra prima visita e abbiamo viaggiato in diverse città grandi e piccole. La gente era molto gentile e ci siamo trovati benissimo. Il cibo italiano è il nostro genere di cibo preferito e abbiamo assaggiato molti deliziosi piatti regionali.
Ho fatto presentazioni a Roma, a Milano, a Piacenza e a Fidenza e le ho apprezzate molto. Marcos y Marcos anche organizzato una lettura di una troupe professionale di attori di ” Strane Avventure di Sherlock Holmes in Giappone ” per il suo evento del 2013 “Libri a Teatro”.
Ho trovato i lettori italiani molto intuitivi e interessati a cose che andavano al di là della trama o dei personaggi. Spesso mi facevano domande sulla cultura, sulla filosofia e sull’etica. Spesso ricevo questo tipo di reazione da parte dei lettori accademici, ma in Italia questo tipo di commenti arrivava da lettori di tutti i tipi. Nel 2014 trascorrerò due mesi in Francia, ma probabilmente non arriverò in Italia. Io e mia moglie comunque abbiamo adorato l’Italia e non vediamo l’ora di avere la possibilità di ritornarci.

Come è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Apprezzo chi usa parte del suo tempo per leggere il mio lavoro. Cerco di rispondere a tutti, a seconda della mia salute, ma di solito non riesco a impegnarmi in una lunga corrispondenza. Eppure, apprezzo moltissimo ricevere lettere e mail. Un indirizzo email è incluso nel mio sito web, DaleFurutani.com, in alternativa i lettori possono chiedermi l’amicizia e seguirmi su Facebook (“Dale Furutani”).

Grazie per la tua gentilezza. Mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti se c’è una nuova avventura di Sherlock Holmes in programma o altri progetti.

Ho altri progetti in cantiere. Ma non so quando sarò in grado di farli. In questo momento sono felice che il mio libro di Holmes sia disponibile in Italia.

:: Un’ intervista con Francesca Bompadre, direttore editoriale Edizioni della Sera Junior

20 marzo 2014

edizionidellaseraBenvenuta Francesca su Liberi di scrivere. Il prossimo maggio debutterà per Edizioni della Sera una nuova collana dedicata alla letteratura per ragazzi, Edizioni della Sera Junior. A te il compito di dirigerla. Puoi raccontarci come è nata questa collana?

Da sempre ho coltivato una vera e propria passione per i libri per bambini e ragazzi. Poi come spesso accade questo amore l’ho trasformato in lavoro. Ho incontrato Stefano Giovinazzo, l’editore di Edizioni della Sera. Si è dimostrato da subito interessato a questo mondo e se ne è innamorato tanto da decidere di inaugurare una collana di narrativa: “Edizioni della Sera Junior”.  Il progetto editoriale prevede la pubblicazione di classici del Novecento dimenticati o poco conosciuti accanto alla pubblicazione di opere di autori contemporanei per un pubblico di riferimento compreso tra i dieci e i tredici anni.

Oltre al lavoro di editor, svolgerai un vero e proprio lavoro di scouting editoriale, alla ricerca di testi adatti a un pubblico di lettori tra gli 11 e i 13 anni di età. Nell’era degli smarthphone, dei video giochi, dei computer, come pensi siano cambiati i gusti dei lettori di questa fascia di età, rispetto anche solo a vent’anni fa?

Le cose nel panorama editoriale sono molto cambiate, ma io non parlerei di gusti diversi perché ai ragazzi l’avventura, il mistero, il fantasy piacciono ancora molto. Quello che è cambiato però è il loro approccio alla lettura. Le nuove generazioni sono abituate a “vedere” le cose, molto meno a leggerle. Quindi è stato e rimane compito degli autori e degli editori offrire ai ragazzi delle letture che abbiano un linguaggio per loro comprensibile, immediato vicino alla loro realtà.

I ragazzi comprano prevalentemente in libreria, nelle bancarelle o preferiscono gli store on line? Comprano libri autonomamente o si affiancano ancora ai genitori? Avete linee guida in merito?

Per quanto riguarda le abitudini di acquisto, i negozi on-line sono sempre più forti, costituendo un vero e proprio pericolo per tutte le nostre belle librerie. Per quanto riguarda i piccoli lettori nello specifico loro seguono quello che fanno i genitori. Dipende dalle abitudini di acquisto della mamma e del papà. L’affiancamento dei genitori è ancora fondamentale, ma molto importante è anche il ruolo degli insegnanti.

Quanta importanza ha la scuola nell’educazione alla lettura? Pensi che attualmente si stia facendo abbastanza rispetto all’estero, che suggerimenti avresti da dare a insegnanti, genitori, operatori culturali, anche a politici?

La diffusione dell’amore per la lettura nelle scuole è nella maggior parte dei casi nelle mani di insegnanti capaci e volenterose. Portare i ragazzi in libreria, come se fosse una gita, potrebbe essere un modo carino per avvicinare tutti gli studenti ai libri. Incontrare un autore in classe e farsi raccontare come nasce l’idea di scrivere un libro può rappresentare una esperienza unica.

Per quanto riguarda lo scouting come ti orienterai, hai già un piano di azione? Hai già lettori, scout, persone di riferimento?

La nostra casa editrice è una piccola realtà, io leggo tutti i manoscritti che arrivano e li valuto tutti con estrema attenzione. L’importante è che la storia sia avvincente, con una buona struttura e che segua un preciso arco narrativo.

Sceglierai solo classici da riscoprire, so che il primo volume sarà “I Corsari delle Bermude” di Emilio Salgari, o anche opere di autori contemporanei?

Stiamo valutando anche opere di autori contemporanei.

Prima pubblicazione dunque “I Corsari delle Bermude” di Salgari. Ce ne vuoi parlare?

Salgari è un autore eccezionale, intramontabile. I suoi romanzi hanno appassionato intere generazioni. La sua produzione letteraria poi è molto vasta. Abbiamo pensato di  scegliere “I Corsari delle Bermude”, primo romanzo del ciclo omonimo, perché è proprio uno di quei titoli di Salgari poco conosciuti.
Nel primo volume del ciclo dei “Corsari delle Bermude” il protagonista è il Corsaro Sir William, impavido pirata che deve affrontare battaglie per mare e per terra per riuscire nel suo intento di liberare la sua bella dalle grinfie del perfido fratellastro. Questo titolo appartiene all’ultima fase della produzione di Salgari, e proprio qui, in questo ultimo periodo l’autore ritrova la sua vena avventurosa dei  primi periodi, e ci regala un romanzo non solo pieno di avventura e di coraggio, ma anche ricco di ironia e comicità. Alcuni suoi personaggi sono veramente molto spassosi.

Puoi anticiparci alcuni titoli che avete già selezionato per la pubblicazione?

Perchè rovinare la sorpresa?

Dirigere una collana editoriale è sicuramente un posto di responsabilità, ancor più quando ci si rivolge a ragazzi così giovani. Come donna, come pensi di gestire questo ruolo? Scegliere i collaboratori è altresì importante per la riuscita di un progetto. Nel tuo team siete sia uomini che donne?

Come ho già detto la nostra realtà editoriale è molto piccola, siamo pochi ma con tanta passione. Spesso il tempo non basta mai ma ce la mettiamo davvero tutta.

Ringraziandoti della disponibilità, noi di Liberi ti facciamo un grande imbocca al lupo per il tuo progetto e diamo appuntamento ai lettori a maggio in libreria.

:: Una terra senza fine, Jo Lendle, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

20 marzo 2014

978-88-89767-53-5Traduzione Franco Filice

Spesso mi è capitato di sentire nominare Alfred Wegener, ma in tutta sincerità di lui conosco, anzi, conoscevo poco e nulla. Le uniche cose che sapevo su Wegener fino a poco tempo fa erano i tentativi di realizzare alcune spedizioni (tre) in Groenlandia; il suo lavoro di meteorologo e, nei primi anni del Novecento, la teorizzazione della deriva dei continenti uno studio accettato solo molto anni dopo la sua morte e dal quale gli studiosi successivi presero spunto per la stesura della teoria della tettonica a placche. Un giorno mi è capitato tra le mani un libro con in copertina la foto di un uomo con in bocca la pipa, tutto imbacuccato in un cappuccio di pelo bianco e cominciando a leggere Una terra senza fine di Joe Lendle, ho scoperto in modo completo la vita e la sete di conoscenza di Alfred Wegener. Questa biografia romanzata è stata di recente pubblicata in Italia da Keller editore e permette a noi lettori di conoscere la vita di un uomo che aveva sì grandi sogni, ma che allo stesso tempo dimostrò di essere consapevole delle difficoltà di proporre e far accettare alla comunità di scienziati a lui coevi nuove teorie. Jo Lendle porta chi legge dentro ad un’epoca passata, ma soprattutto dentro alla vita da una persona, ripercorrendola dal momento della nascita fino a quello della drammatica scomparsa. Ecco quindi il piccolo Alfred, ultimo di cinque figli nato in un freddo lunedì del 1880, dimostrare una forte curiosità per i fenomeni del mondo naturale e una strana attrazione per le formiche che, in più di un’occasione, torneranno ad essere protagoniste dei suoi esperimenti e di deliranti visioni. Wegener fin da ragazzino, dimostrò un profonda passione per lo studio, ma soprattutto per la messa in pratica delle sue teorie. Spesso e volentieri questo suo voler fare lo portò a compiere imprese che più volte misero a dura prova la sua resistenza fisica e quella dei compagni di avventura, come quando con il fratello Kurt volarono in mongolfiera per più di 50 ore. All’arrivo i due erano infreddoliti, stanchi, affamati e stremati, ma quelle ore di volo ininterrotto, messe in atto per l’osservazione meteorologica, permisero ai fratelli Wegener di entrare nel guinness dei loro tempi. Wegener era laureato e insegnava meteorologia, ma la sua passione per l’indagine del mondo naturale circostante lo portò spesso a scontarsi con il padre – teologo e fervente religioso – e con l’intera comunità scientifica dei colleghi che mal sopportava i suoi interventi giudicandoli assurdi e campati per aria. Alfred soffri di questi attacchi, ma nonostante tutto dimostrò coraggio e tenacia continuando  i suoi studi sostenuto anche dalla moglie e dalla piccole figlie. Wegener trovò nella gelida e pura Groenalndia il luogo ideale per quelle missioni conoscitive sul campo, dove compiere in totale liberà i proprie indagini. L’immagine che Lendle ci da’ di Alfred Wegener è quella di un uomo padre e marito affettuoso, e allo stesso di studioso innamorato del suo lavoro. Quello che mi ha impressionato in questa vita narrata con equilibrio e scorrevolezza è il duplice senso di sfida con la natura e con se stessi. Una lotta messa in atto da Wegener e compagni nelle tre spedizioni verso il Polo Nord, durante le quali i pionieri hanno lottarono contro il candido e immenso gelo, le intemperie, la fame, la precarietà scoprendosi fragili e fallibili.                         

Jo Lendle è nato nel 1968 a Osnabrück. È stato caporedattore del giornale letterario «Edit» e insegnante presso l’Università di Monaco, Lipsia e  Hildesheim. Ha diretto la casa editrice DuMont e da quest’anno è a capo della  Hanser Verlag. Per i tipi della Keller  ha già pubblicato La cosmonauta (2013).

:: Un’intervista con Stefania Nardini a cura di Giulietta Iannone

17 marzo 2014

alcazarBenvenuta Stefania, è un piacere ospitarti su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te, del tuo lavoro di giornalista e poi di scrittrice. Racconta ai nostri lettori qualcosa che ti piace condividere.

Grazie dell’ospitalità! Parlare di me qualche volta mi risulta difficile. Il mio percorso esistenziale e professionale ha subito diverse mutazioni. Ed è visibile nel mio lavoro. Come giornalista iniziai giovanissima, era l’iter di quegli anni, quando il mestiere si doveva imparare, qualche volta rubare, prima di raggiungere i primi risultati. E’ una professione che ho amato molto e che ho avuto la fortuna di praticare negli anni in cui non mancavano i grandi maestri, ma anche gli anni in cui per le donne l’accesso non era affatto scontato. Dalla macchina per scrivere al computer si sono verificati dei cambiamenti all’interno delle aziende editoriali che hanno giocato un duro colpo al giornalismo italiano, un giornalismo al quale va il merito di avere avuto il coraggio di arrivare là dove la verità era scomoda ma formativa.
Poi è cambiato tutto. E sono cambiata anch’io. Tant’è che ho deciso di lasciare l’ultimo giornale dove ho lavorato per andarmene, in cambio di nulla, in Umbria per ricominciare. E lì è successo che recuperando la lettura ho scelto di confrontarmi con la scrittura. Perché il desiderio di raccontare non si è mai spento. Non sempre un buon giornalista può essere un buon scrittore, però il giornalismo che ho vissuto ha aperto sicuramente una porta. E’ la porta sul mondo, sulle storie. Anche se poi il passaggio dallo scrivere un reportage a un romanzo richiede impegno, pazienza e umiltà. Non è la stessa cosa.
Poi Marsiglia, dove vivo dal 2002, a parte vari rientri in Italia, e dove ho posato la valigia travolta dall’innamoramento letterario per Jean Claude Izzo di cui ho poi pubblicato la biografia.

E’ uscito da poco per le edizioni E/O, collana Sabot/age, il tuo ultimo libro, Alcazar ultimo spettacolo. Un noir “vintage” ambientato tra Roma, Napoli e Marsiglia durante la Seconda Guerra Mondiale. Un periodo storico, relativamente recente, che ancora, si può dire, lascia strascichi nel nostro mondo contemporaneo. Come ti sei documentata per ricostruire la vita di allora, piena di dettagli dalla brillantina Linetti, alle canzoni che si sentivano alla radio?

E’ stato un lungo lavoro di ricerca in cui sono stati preziosi gli archivi francesi, i racconti che mi faceva mia madre, la rete e tanti libri ormai non più editi.

Un noir polveroso, granuloso, che lascia trasparire la polvere del tempo: le luci di un passato glorioso, quello del teatro Alcazar e le ombre di un periodo di guerra, segnato da fame, miseria, ristrettezze. Come hai affrontato questa parte della scrittura?

Con naturalezza. Cedendo alle emozioni e cercando di stare dentro quella storia immaginandola nei minimi particolari.

La Marsiglia di allora, che evochi nelle tue pagine, ha un che di luminoso, poetico: il Mistral che la sferza, la luce del cielo e del mare, il calore e la solidarietà della gente. Come è la tua Marsiglia?

La mia Marsiglia,  è il tramonto che dipingeva ieri pomeriggio Vieux Port, è un argot aperto alle parole del mondo, è la passione del bene e del male, è il mediterraneo…

Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti, è un personaggio realmente esistito, anche se poco noto. Io almeno non ne avevo mai sentito parlare. Come hai scoperto la sua missione, la sua opera?

Qui a Marsiglia gli hanno anche intitolato una piazza, c’è un’associazione, e poi su Fry in Italia è uscito recentemente il suo diario. Fry è nella storia di Marsiglia, quando la città divenne il porto della speranza per fuggiaschi, clandestini, ebrei braccati dal nazismo. E’ un personaggio straordinario Fry, con la sensibilità del giornalista raffinato e la tenacia del cronista, altrimenti non avrebbe mai potuto salvare 5000 persone dai campi di concentramento.

Il romanzo si ispira alla vita di tua madre, un’artista, unica donna trasformista in Europa, erede di una tradizione artistica tutta al maschile.  Alcazar ultimo spettacolo è un modo di ricordarla, con affetto, con pudore, con grande tenerezza.  Che ricordo hai di lei?

Il romanzo non si ispira alla vita di mia madre ma alla sua particolare arte. Anche se il personaggio del romanzo è lei in tutte le sue sfaccettature. Il ricordo è vivo. Mia madre è volata via qui a Marsiglia la notte di Natale del 2003. Mi aveva accennato, nella sua imprevedibilità, che era stata a Marsiglia nel 39 e all’Alcazar. Mi aveva promesso che mi avrebbe raccontato il suo ricordo con calma davanti a un caffè. Ma non andò così. Allora decisi di farlo io, a mio modo. Attraverso un racconto infarcito di ricordi e pezzi di memoria.

Le venature noir del romanzo sono date dalle pagine dedicate al Milieu marsigliese. Alfred Morello, il Chevalier è un “fuorilegge”, assassino suo malgrado, glielo impongono e lui non può rifiutare, anche se non è un violento, né un uomo crudele. Come hai costruito il suo personaggio?

Ho immaginato un uomo non banale. Dalla parte del male eppure con una grande umanità. Talvolta il male nasce dalla mortificazione dei sentimenti.

La compagnia che porterà all’Alcazar lo spettacolo Pioggia di stelle, fugge dall’Italia e dal fascismo. Le leggi razziali, le persecuzioni verso gli omosessuali, gli zingari, gli antifascisti, fanno parte di un regime oppressivo e violento. L’Ovra agiva a Marsiglia, le spie agivano nell’ombra, i campi sull’isola di San Domino rinchiudevano gli invisi. Uno scrittore americano, Alan Furst, mi ha detto che è curioso che la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia sia stata trattata da ben pochi scrittori, lui lo ha fatto nei suoi romanzi. A cosa pensi ciò sia dovuto?

Su questo argomento c’è molta diaristica e forse poca letteratura rispetto a ciò che invece merita la vicenda degli esuli. Probabilmente per un lungo periodo c’è stata la tendenza a localizzare le storie in Italia per dare loro una forza storica, di rivendicazione. Credo che sugli anni della guerra c’è ancora molto da raccontare, da ripercorrere.

Anche il Milieu, la mafia marsigliese, si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo, mi ricorda ciò che lessi dei mafiosi americani che aiutarono l’esercito per lo sbarco in Sicilia . Durante le tue ricerche ti sei imbattuta in aneddoti, racconti curiosi  che non hai inserito nel tuo romanzo?

Certamente basti pensare a un personaggio come Lucky Luciano, ai fratelli Guerini a Marsiglia considerati dei resistenti e fregiati con la medaglia d’oro per aver collaborato alla liberazione della città.

L’intervista è finita, ringraziandoti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti quali sono i tuoi prossimi progetti letterari.

Per il momento sto vivendo una fase di assestamento. L’ennesima nuova fase. Ma una cosa ho in testa, e spero trovi un editore capace di capirne il valore: una guida di Marsiglia, una vera guida per conoscere l’anima della città. Qui è pieno di Italiani e non c’è un testo del genere a parte qualche depliant. Poi nel cassetto c’è un’altra storia in cui, neanche a dirlo ci sarà Marsiglia. Anche se ora il mio obiettivo primario è che almeno “Alcazar” venga tradotto in Francia. Mi sembra paradossale essere chiamata, io italiana, a raccontare la città negli incontri organizzati dalle biblioteche piuttosto che dai gruppi di lettura, e non poter essere letta.

:: Rubaiyyat, Umar Khayyam, (Newton Compton, 1973) a cura di Laura M.

17 marzo 2014

ritrattoQuesta traduzione delle Quartine (Rubayyat) di Umar Khayyam fu la prima traduzione in lingua italiana condotta direttamente dal testo originale in lingua persiana. Ne è autore, Francesco Gabrieli,  uno dei massimi studiosi italiani e del mondo della civiltà araba e del mondo mediorientale.

V Rubayyat

Giacché nessuno dà garanzia del domani,
allieta oggi tu codesto cuore malato d’amore.
Bevi il vino alla luce della luna, o Luna, ché la luna
molte volte ancora spunterà, e noi non troverà più.

Khayyam fu  innanzi tutto un uomo di scienza, profondo conoscitore d’Astronomia, Matematica, Filosofia e Teologia, dal carattere difficile e complesso.  La sua vocazione di poeta  fu sempre da lui stesso messa in secondo piano per pudore e reverenza e perciò anche in Occidente giunsero prima i suoi testi di Algebra e Matematica.  Esponente di una civiltà antichissima e colta piena di finezze espressive e nobiltà di sentire, Khayyām ci presenta un essere musulmani, vero autentico, non inquinato dalla vanità di credersi giusti quando bene o male tutti abbiamo difetti e commettiamo errori.

I Rubaiyyat

Benché io non abbia mai infilato la gemma
dell’obbedienza a Te,
benché mai abbia io deterso dal volto la polvere
del peccato,
con tutto ciò non dispero della generosità Tua,
poiché mai , l’Uno, io l’ ho chiamato “Due”.

La poesia di Khayyām è piena di perle di saggezza che si rivelano e si scoprono leggendo i suoi versi con attenzione e senza fretta. Non dimentichiamoci che era un saggio studioso di matematica e filosofia che si dilettava  nella scrittura di poesie, e da profondo conoscitore del Corano cercava di esprimere la sua condizione di uomo peccatore di fronte all’assoluto, al Dio unico che nella sua perfezione incute timore, ma per la sua bontà e mansuetudine ci invita a scegliere sempre il meglio nella vita anche quando si è deboli e facilmente pieni della “polvere del peccato”.

VII Rubayyat

Amico non muovere più rimproveri agli ebbri;
se Dio mi da di pentirmi, a Lui mi pentirò.
Tu non farti illusioni (di virtù) perché non bevi
vino,
chè cento cose commetti, rispetto a cui il ber
vino non è che una ragazzata.

Di queste tre Rubayyat (I, V, VII) colpisce la delicatezza e insieme la forza del suo sentire. La sensazione che l’uomo sia davvero poca cosa con tutti i suoi difetti, le sue mancanze, il suo “cuore malato”  ma il bene non manca. C’è l’amicizia, la generosità, la fede tutte armi potentissime contro il male.

:: Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, (Mondadori, 2013) a cura di Natalina S.

16 marzo 2014

il male ero ioRaffaella Regoli, giornalista di cronaca nera, era a caccia di notizie su Pietro Maso, il quale dopo aver scontato ventidue anni di carcere per l’omicidio dei suoi genitori, ritorna in libertà, il 15 aprile del 2013. Uno sguardo, una coincidenza, una sincronicità le fanno deporre le armi, abbassa la telecamera, spegne il microfono, è così che nasce questo libro e, più in profondità, la storia di un’amicizia. Nel “Il male ero io”, edito da Mondadori, Pietro Maso, in prima persona, racconta con lucidità e consapevolezza, quanto accaduto quel diciassette aprile del ’91. Scava tra le piaghe del suo dolore, una fitta lancinante con vesti di onnipotenza che quotidianamente lo restituisce alla sua condanna morale. Non nascondo di essere stata male, per precauzione di chi volesse accingersi a leggerlo. La narrazione è cruda come la verità che queste pagine consegnano senza veli e orpelli e non può che mordere lo stomaco fino a farti provare angoscia. Pietro Maso racconta il tortuoso cammino che lo ha condotto ad essere un uomo che non ha paura di mostrare le sue fragilità.  Ma “Il male ero io”  non è solo questo. È uno spaccato di storia personale e sociale. L’adolescenza di Pietro Maso è uno scorcio sulla sua piccola realtà di paese e quel microcosmo famigliare, agricolo, in cui non c’è spazio per il riposo e la serenità; una lente che ci permette di osservare più da vicino le problematiche psico-sociali tra genitori e figli nonché  le dinamiche che possono instaurarsi nel gruppo dei pari. E scavando, ma neppure tanto, “Il male ero io” ci addentra nello squallore in cui versano le carceri italiane, realtà che invece di restituire al mondo un uomo migliore, insegna ad essere, prima di tutto, bestia in cui il territorio è delimitato da piscio e muffa e il suicidio di qualche detenuto è, spesso, l’unico protagonista delle giornate in cella. Una voce gli sussurrerà che Pietro Maso dovrà morire per poi rinascere e, grazie all’aiuto di Don Guido, Pietro muore e rinasce; forse nel giorno in cui chiede perdono ai genitori nel cimitero di Montecchia di Crosara, o forse ogni giorno che, con perseveranza e pazienza, cerca di essere, oggi, ogni giorno, migliore di ieri.

Pietro Maso: (San Bonifacio, 17 luglio 1971) è il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo famigliare della cronaca italiana. Aiutato da tre amici, uccise entrambi i genitori. Arrestato il 19 aprile del 91, ha trascorso in carcere ventidue anni della sua vita. Oggi è un uomo libero.

Raffaella Regoli: (Isola del Liri, 21 gennaio 1970), giornalista, autrice televisiva, inviata di cronaca prima in Rai, poi per Mediaset, ha curato per anni la trasmissione “Mattino 5” su Canale 5.
Oggi è ideatrice e responsabile del programma “Quinta colonna” di Retequattro. Ha un figlio e vive a Milano.

:: Il mondo non mi deve nulla, Massimo Carlotto, (e/o, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2014

mondo non mi deve nullaLise e Adelmo sono gli improbabili protagonisti di questo breve romanzo (quattro capitoli e un epilogo) di Massimo Carlotto, dal titolo Il mondo non mi deve nulla, edizioni e/o. Definirlo romanzo forse è inesatto, sarebbe meglio definirlo racconto lungo, o ancora meglio canovaccio teatrale, perché appunto contiene in sé la struttura e le caratteristiche del soggetto di una breve piece: dialoghi predominanti, tempi cadenzati, scene al chiuso, prevalentmente nel salone di una ricca ed elegante casa di vacanze di Rimini, città quanto mai sullo sfondo, sappiamo solo che la stagione non è ancora iniziata e non c’è ancora la ressa dei turisti.
E solo volendo esaminare a fondo le pagine, scopriamo una Rimini di viali alberati, e case da ricchi, da una parte e dall’altra case di ringhiera, balere, bar dove giocare a carte e farsi un bianchetto, oltre alla Stazione, a Rimini gente in arrivo e in partenza ce ne è sempre, dove è facile essere scippati dai ladri locali o più che altro da sudamericani e gente dell’Est “si muovono in gruppo, alcuni distraggono la vittima altri la ripuliscono”.
Racconto noir? Direi di sì, anche se non ci sono poliziotti, investigatori, sangue sparso, violenza o efferatezze. Tutto è giocato in uno scontro di volontà cadenzato da dialoghi in punta di penna, con qualche affondo che a volte graffia il lettore stesso, nello stile tipico di Carlotto. Una battaglia combattuta da due personaggi, un uomo e una donna, diversi in tutto, incontratisi per caso, complice una finestra aperta in un elegante palazzo che si affaccia su viale Principe Amedeo.
Lui, Adelmo, superati i quaranta, è un ladro per necessità, licenziato dalla fabbrica in cui lavorava, c’è la crisi, in Italia licenziano tutti, per pagare mutui e bollette e mantenere la moglie, Carlina, che si spezza la schiena facendo le pulizie, si è ritrovato a fare il delinquente con poco successo, lo conoscevano tutti, in giro per Rimini con la sua bicicletta.
Lei, Lise, sessant’anni, ancora una bella donna, piena di fascino, elegante e di classe, tedesca, una vita in giro per il mondo sulle navi da crociera come croupier. Una donna abituata a convivere con le menzogne, la sua intera vita è una menzogna, anche se ha sempre vissuto nel lusso, prendendosi gli uomini che voleva, libera, senza legami o obblighi, ora si trova truffata e derubata dai risparmi di una vita dalla sua banca, la sgualdrina. Già per colpa dei derivati, solo dal nome il saggio Adelmo sentiva puzza di fregatura, ora le sono rimasti solo più 120 mila euro, tutto il necessario per vivere un anno con il tenore di vita a cui è abituata,  ma ha un’altro progetto, un progetto che potrebbe fare di Adelmo un assassino.
Una storia d’amore? Forse. Il legame che si crea tra i due protagonisti non è esente da una sottile tensione erotica, che si stempera nelle contingenze della vita, nelle sue necessità economiche, nella consapevolezza di fallimenti e sconfitte. Lise non ha più tempo per l’amore, ha preso una decisione irreversibile, consapevole che il mondo non le deve nulla, frase che ripete come un mantra. Adelmo vorrebbe costruirsi un futuro con Lise, ma non ne ha la forza, non è all’altezza di competere con i demoni interiori della donna, che sì si concede a lui, ma una volta per trattenerlo e esporgli il suo piano, una seconda volta per dare vita ad un’illusione, un sogno che da solo non basta. La voce caustica di Lise, le sue battute sferzanti, capaci di ferire e umiliare Adelmo, non trovano un contraltare della stessa forza. E in questo sbilanciamento di prospettive si gioca l’intera narrazione fin verso l’epilogo, colpo di scena compreso, in cui si sciolgono, finalmente, tensioni e drammi.
Racchiude una morale questo racconto? Difficile dirlo senza svelare il finale, posso solo dire che al dunque ogni personaggio ottiene ciò che vuole. Buona lettura.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Sco­perto dalla scrittrice e critica Grazia Cher­chi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fug­giasco, pubblicato dalle Edi­zioni E/O e vincitore del Pre­mio del Gio­ve­dì 1996. Per la stessa ca­sa editrice ha scritto: Ar­ri­ve­­derci amo­re, ciao (se­con­do posto al Gran Pre­mio della Let­­te­ra­tura Po­­li­zie­sca in Francia 2003, finalista al­l’Ed­gar Al­lan Poe Award nella ver­sione inglese pubblicata da Europa Edi­tions nel 2006), La ve­rità del­l’Al­li­ga­tore, Il mi­stero di Man­­­giabar­che, Le ir­re­go­­lari, Nes­suna cortesia al­l’u­sci­ta (Pre­mio Des­sì 1999 e menzione speciale del­la giu­­ria Pre­mio Scer­­ba­nen­co 1999), Il corriere co­lom­­­bia­­no, Il mae­stro di nodi (Pre­mio Scer­­ba­­nen­co 2003), Niente, più niente al mondo (Pre­mio Gi­ru­là 2008), L’o­scu­ra im­men­sità della mor­te, Nord­est con Mar­co Vi­det­­ta (Pre­­mio Se­le­­­zio­ne Ban­ca­rella 2006), La ter­ra del­la mia ani­ma (Pre­­mio Grinzane Noir 2007), Cri­stia­ni di Al­lah (2008), Per­das de Fogu con i Ma­ma Sa­bot (Pre­mio Noir Eco­lo­gista Jean-Clau­de Izzo 2009), L’amore del bandito (2010) e Alla fine di un giorno noioso (2011). Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sce­­neggiatore e collabora con quotidiani, riviste e mu­sicisti.

:: Segnalazione di Scrivo dunque sono, Elisabetta Bucciarelli (Ponte alle Grazie, 2014) a cura di Natalina S.

13 marzo 2014

scrivosonograndeE’ straordinario pensare di poter spiegare verità tanto solide come quella di Cartesio, Penso dunque sono, in modi diversi, attraverso parole nuove che oltre a sposarne il significato originario lo ampliano o addirittura ne creano di altri. E così, Elisabetta Bucciarelli, “prende in prestito” l’assioma del noto filosofo francese per raccontare, con passione, quanto la sua esistenza sia connaturata all’atto dello scrivere, momento che non può prescindere dall’atto del pensare. Lontano dall’essere un romanzo, “Scrivo dunque sono”, edito da Ponte alle Grazie, è un interessantissimo manuale in cui sono delineati i passaggi fondamentali per avvicinarsi alla parola come strumento fondamentale di espressione; una sorta di iniziazione al processo di scrittura e/o di lettura che conduce il lettore-apprendista ad un approccio più analitico e critico. In Scrivo dunque sono, la “nostra” autrice raccoglie e compone, come tessere di un puzzle, le sue esperienze di vita personale e professionale, per restituirci domande, spunti di riflessione, metodo, testimonianze (filmiche, letterarie e teatrali), esempi, esercizi e tanto altro ancora da poter sperimentare e riproporre a scuola o, adeguatamente, in qualsiasi ambiente che promuove la scrittura come forma di libertà e conoscenza di sé e del mondo circostante. Ognuno, nell’officina del proprio cuore, può forgiare parole e costruire, attraverso l’esercizio continuo e la conoscenza di sé, storie nuove, che parlino o meno di noi poco importa, l’importante è che ci aiutino a stare al mondo e ci permettano di trovare la chiave per non rimanere ingabbiati dentro un sé in cui non ci riconosciamo.

Autrice: Premio Scerbanenco 2011 per il miglior romanzo noir italiano al libro Ti voglio credere (Kowalski-Coloradonoir), Premio Franco Fedeli 2010 per Io ti perdono (Kowalski-Coloradonoir), Elisabetta Bucciarelli vive e lavora a Milano. Di formazione teatrale presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, ha firmato testi di stampo marcatamente sociale, tra cui Tempo da buttare e Amati Matti. Ha partecipato alla scrittura collettiva del corto Fame chimica e ha scritto soggetto e sceneggiatura di Liberi tutti. Ha collaborato con RaistaArt per una serie di corti noir ambientati nel mondo dell’arte. Tra i suoi romanzi Happy Hour (Mursia), che inaugura la serie dell’ispettrice Maria Dolores Vergani, Corpi di scarto (Edizioni Ambiente), un noir di ecomafia, accolto con grandi consensi dal pubblico e dalla critica e Dritto al cuore (Edizioni e/o). È autrice dell’Etica del parcheggio abusivo(Feltrinelli), che inaugura la serie di audiodrammi «AutoreVole» di Salani Editore. Elisabetta collabora con alcune testate giornalistiche italiane e straniere, occupandosi di filosofia, arte, libri e manie. I suoi testi sono tradotti in Germania, Francia e Spagna.

:: Nostalgia, Eshkol Nevo, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini e Valeria G.

13 marzo 2014

nostalgia_02Viviana Filippini:

Traduzione dall’ebraico Elena Loewenthal.
Revisione di Raffaella Scardi sulla base delle indicazioni apportate al testo originale dall’autore.

A volte ci sono dei luoghi che racchiudono in loro le storie degli uomini che li hanno abitati nel passato, che li vivono nel presente e nel futuro, facendone memoria dentro ai loro muri di mattoni. Questo è quello che fa la località di Maoz Tzion, soprannominata il Castel per via di un fortino abbandonato in cima ad una collina. Tutto questo è presente nel nuovo libro Nostaglia dell’israeliano Eshkol Nevo uscito di recente per Neri Pozza. La cornice storica di fondo è quella degli anni Novanta, quella dell’assassinio di Yitzhak Rabin e delle guerriglie continue tra Palestinesi e Israeliani, ed è proprio in questo mondo che prendo vita  le vicende di persone tra loro diverse, ma allo stesso tempo simili per i tormenti umani che le assillano.  All’inizio della narrazione Nevo ci presenta nuclei familiari che vivono in uno stesso posto, nel quale si mescolano, senza nessuna separazione, case e baracche, strade ordinate e vicoli luridi, ordine e caos totale. Qui ci sono i fidanzati Amir e Noa, entrambe studenti, che hanno preso casa al Castel; accanto a loro c’è la coppia di ebrei, Moshe e Sima con i loro due piccoli figli. Lì vicino c’è la casa del silenzioso Yotam, un ragazzino che deve convivere con il dolore della tragica morte di Ghidi, il fratello maggiore deceduto sul fronte del Libano. Nei paraggi gironzola Saddiq, un muratore mussulmano giunto sul posto non solo per lavorare, ma per recuperare qualcosa che sua madre nascose in una di quelle case. Tante piccole entità umane che si concatenano tra loro come i pezzi di un puzzle che è la vita, all’interno della quale litigi, incomprensioni, voglia di riscatto e la necessità di trovare il proprio posto nel mondo si uniscono al bisogno comune di avere un po’ di pace e tranquillità dopo tanto dolore e sofferenza. Un traguardo che a tratti sembra irraggiungibile per ognuno dei personaggi presenti all’interno del libro di Nevo, perché tutti son sempre in lotta con sé stessi e con il mondo circostante, tanto che gli effetti di queste diatribe non tarderanno a manifestarsi mettendo in crisi gli equilibri di ogni famiglia. Amir, studente di psicologia a Tel Aviv, sempre più immerso nella sua attività, vedrà allontanarsi sempre più l’amata Noa. Lei, studentessa di fotografia a Gerusalemme, prenderà la distanza dal compagno di vita, non perché non lo ama più, ma per il semplice fatto che la relazione con lui sta diventando claustrofobica, tanto che la ragazza si è accorta che da quando sta con Amir non riesce più a dare libero sfogo alla propria inventiva artistica. Tra Sima e Moshe il dissidio sarà caratterizzato dal troppo coinvolgimento religioso di lui e da un affetto eccessivo di lei per Amir. Yotam si sente spaesato, perché dopo la morte del fratello maggiore Ghidi, per i suoi genitori è come se lui non esistesse più e ogni gesto che compie per attirare la loro attenzione sembra cadere nell’indifferenza totale della coppia, assorbita dal mondo del lavoro (il padre) e dal culto (la madre) delle fotografie del figlio morto. Saddiq è un lavoratore onesto e diligente, ma questo non gli impedisce di portare a termine la sua missione per dimostrare che una casa di quella zona era dei suoi antenati. Una scelta che determinerà per lui conseguenze inaspettate. Ognuna delle vicende presenti in Nostalgia è la dimostrazione di quanto i conflitti non sono solo quelli raccontati dei media, ma essi spesso si nascondono dentro alla vita quotidiana dove la convivenza  tra culture e caratteri umani diversi tra loro è una sorta di impresa titanica alla quale i protagonisti cercando di porre rimedio attraverso il confronto e il dialogo. In tutto il libro di Nevo, caratterizzato da una alternarsi fluido dei punti di vista di ognuno dei protagonisti, c’è poi un personaggio – Modi- che non è a Maoz Tzion, ma è dall’altro capo del globo alla ricerca di sé stesso e del proprio destino. Questo giovane, amico di Amir, è fuggito dal luogo d’origine per cercare la propria via e solo alla fine compirà un gesto importante. Un netto segno che non è possibile recidere in modo completo il legame con le radici della propria esistenza.

Valeria G.:

“Non c’è dolore più grande della perdita della terra natia” Euripide

E’ molto complicato comprendere a fondo la storia dello Stato di Israele e della sua recente nascita, i fatti storici e le numerose guerre hanno causato profonde fratture, pericolose tensioni e  una continua diaspora dei  popoli originari della zona.
E’ invece facile comprendere come la parola nostalgia, e il significato più profondo del termine, si adatti perfettamente al popolo ebreo, nonché al popolo palestinese. Entrambi i popoli si sono trovati a dover vivere lontano dalla propria terra natia, molto spesso sono stati obbligati ad affrontare delle vere e proprie fughe.
La perdita della propria casa  –  nel senso di luogo di appartenenza  quello che gli inglesi chiamano “home” -è un sentimento doloroso che genera solitudine, rabbia e rassegnazione; la mancanza delle proprie origini da luogo ad una confusione interiore che rende infelici e genera grande inquietudine.
Questi sentimenti vengono espressi egregiamente dallo scrittore, attraverso la storia di Saddiq, muratore arabo, che ritrova l’appartamento nel quale ha vissuto da bambino con i genitori. Riconosce la sua casa e questo scatena in lui una forza tale da andare contro ogni restrizione e obbligo morale tanto da presentarsi alla porta degli attuali proprietari.
Altro protagonista del libro è Yotam, bambino che a causa di una nuova e devastante guerra, perde il suo adorato fratello.  Yotam , con la leggerezza e l’innocenza tipica dei bambini, si aggrappa alla vita, tiene a bada la nostalgia dell’amato fratello e cerca di sopravvivere al lutto, mentre i suoi genitori si abbandonano al silenzio,  rassegnati al dolore devastante che la perdita ha generato.
Yotam cerca una figura che possa sostituire il rapporto speciale che aveva col fratello e che possa, in qualche modo, sconfiggere la nostalgia che ha di lui.
Trova  in Amir, altra figura chiave del libro, un amico, un confidente, un nuovo compagno di giochi.
Amir è uno studente di psicologia che ha da poco iniziato una convivenza con Noa, studentessa prossima alla tesi di laurea.
Amir  e Noa si sono conosciuti, si sono scoperti, si sono convinti che la loro è una relazione sufficientemente matura per poter affrontare una vita insieme.
Amir e Noa si amano,ma il loro amore è un sentimento talmente forte da non avere alcun filtro, nessuna protezione. Vivono in simbiosi, le loro emozioni si sfiorano e convogliano in un unico grande abbraccio, Questo sentimento è talmente coinvolgente da confondere le loro menti e i loro sentimenti . I conflitti che vivono nel piccolo appartamento  è causa di una separazione temporanea, ma, la nostalgia di casa sarà la svolta nel loro rapporto.
Poi ci sono Moshe e Sima,  marito e moglie, proprietari dell’appartamento occupato da Amir e Noa. La nostalgia per loro si trasforma in quotidianità, le loro vite sono intrecciate indissolubilmente ma una divergenza tra loro mette a dura prova il loro sempre stabile rapporto.
E ancora Modi, personaggio marginale del romanzo. Modi è un amico di Amir che ha deciso di concedersi una lunga pausa lontano da tutto e tutti. Anche per lui tuttavia la nostalgia di Israele si fa sentire a gran voce e sebbene le numerose e interessanti esperienze, asseconda la voglia di casa.
Questo è un romanzo ricco di vita e di profondi significati.
Con grande capacità l’autore ci accompagna in un viaggio speciale nella terra di Israele, a Gerusalemme e a Tel Aviv, luoghi magici e mistici.
L’autore narra le storie dei suoi personaggi attraverso  esempi di vita quotidiana, miscelando fatti storici rilevanti come l’assassinio del Primo Ministro Rabin e i frequenti attentati terroristici. Attraverso le voci dei protagonisti si apprende come la società israelo-palestinese sia sempre in uno stato di tensione e non riesca a trovare un equilibrio di vita comune.

Eshkol Nevo è nato a Gerusalemme nel 1971. Dopo un’infanzia trascorsa tra Israele e gli Stati Uniti e ha completato gli studi a Tel Aviv. Ha intrapreso la carriera di pubblicitario, abbandonata in seguito per dedicarsi alla letteratura. Oggi insegna scrittura creativa in numerose istituzioni. Nostalgia ha vinto nel 2005 il premio della Publishers’ Association e nel 2008 a Parigi il FFI-Raymond Wallier Prize. Con Neri Pozza Nevo ha pubblicato La simmetria dei desideri (2010) e Neuland (2012).