:: Quello era l’anno, Dennis Lehane, (Piemme, 2009) a cura di Serena Bertogliatti

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given-day1The Given Day di Dennis Lehane
Pubblicato in Italia come Quello era l’anno, Piemme, 2009

Lehane è Lehane.
Irlandese, cattolico, malinconico come un irlandese cattolico trapiantato negli Stati Uniti. Sa di pioggia che batte su ferite aperte, vecchie e nuove, che dolgono sempre e si finge che non dolgano mai. Sa del profumo lieve e innocente di una donna accarezzata con mani ispessite da una vita dura. Sa di enormi nel cuore di persone apparentemente minuscole, schiacciate da un mondo ingiusto, dove è il Giusto a pagare per tutti gli altri.
Non sto ovviamente parlando dell’uomo Dennis Lehane, ma dello scrittore, di quell’istanza che decide di che cosa scrivere e come descriverlo, di quell’elemento comune ai diversi romanzi firmati “Dennis Lehane”, istanza che si incarna in personaggi così simili tra loro da farmi pensare:
Lehane è Lehane.
Lehane è Lehane a partire dalla prosa.
The Given Day (pubblicato in Italia con il titolo Quello era l’anno da Piemme) è scritto in terza persona, con un ben dosato uso del discorso indiretto libero: Lehane ci fa entrare nelle teste dei protagonisti quanto basta per immedesimarci in loro, ma senza con ciò rallentare la narrazione dei fatti. Il risultato è una prosa scorrevole ma non asettica, facilmente approcciabile da qualsiasi tipo di lettore ma non didascalica.
(Unica nota negativa per il pubblico italiano che leggesse il romanzo in lingua: Lehane fa parlare alcuni personaggi in italiano, ma i loro dialoghi sembrano frutto di una pessima traduzione.)
The Given Day è la storia di due destini che s’intrecciano nella Boston del 1918-1919.
Uno è Danny Coughlin, poliziotto proveniente da una più che rispettabile famiglia irlandese che ha fatto propri gli ideali della borghesia americana bianca. Perché, va ricordato, gli irlandesi non erano esattamente “bianchi”: lo erano solo dopo essere irlandesi. Il patriarca Coughlin lo sa bene, e si tiene ben stretta la nuova rispettabilità tutta borghese abbracciando il nazionalismo americano dell’epoca: bianco ai limiti del razzismo e anticomunista ai limiti della paranoia.
L’altro protagonista è Luther Laurence, che oggi definiremmo “afro-americano” ma che nel libro è un negro dell’Oklahoma. Alla rispettabilità non punta neanche, cercando invece di conquistarsi perlomeno una vita decente. Nel farlo, esce dalla retta via e s’inserisce nell’affare sbagliato, ritrovandosi con degli omicidi alle spalle e la fuga come unica via per tutelare sé e la moglie incinta.
Danny e Luther hanno molto in comune, a partire dall’essere in piccolo l’incarnazione di un grande ideale. Sono due falliti con la stoffa dell’eroe. E Danny lo diventerà, un eroe, nel quadro degli eventi che porteranno allo sciopero della polizia di Boston. È un paladino degli ideali perdenti in partenza, e lo sa – anche se sarebbe più corretto dire che lo sente, perché ciò che lo rende unico non è l’intelligenza, ma un sesto senso da bestia furba – e pur sapendolo decide di consacrarsi all’ideale. Ne uscirà – e sente anche questo – come l’opposto di un eroe, odiato anziché amato. Similmente, ciò che ha reso Luther un assassino costringendolo a scappare a Boston è una buona causa.
Ma nel mondo di Lehane le buone cause sono destinate a perdere, perché il mondo di Lehane è ingiusto e condanna i Giusti, che ne escono stigmatizzati come Ingiusti. E mi chiedo quanto questa retorica, che giustifica nel particolare (ossia nel caso di Danny e Luther) azioni che nel grande sarebbero condannate da quella stesso quadro morale che Lehane tratteggia, sia il riflesso di quella parte di cultura statunitense che giustifica le singole deroghe al diritto umanitario in nome di un ideale più alto.
Lehane assume una posizione ambigua nei confronti della questione “terrorismo”, che è una delle parole-chiave del romanzo. In questi 1918 e1919, in cui il Comunismo riecheggia negli Stati Uniti unendosi al discontento degli immigranti e della sottopagata polizia, c’è la tendenza – sempre attuale? – di fare di tutta l’erba un fascio, chiamando “terrorista” chiunque si opponga all’ordine vigente (includendovi, nella fretta, chi non è bianco, perché solo i bianchi possono essere veri Americani). Questo fanno i conservatori, e questo Lehane critica usando i due protagonisti. Luther, personaggio afro-americano e positivo, è la dimostrazione vivente di quanto tale stigmatizzazione sia erronea. Danny, pur essendo ormai potenzialmente integrato (è un bianco e un poliziotto), è però un progressista, che si converte alla causa dei reietti: gli immigranti, le minoranze e, non da ultimi, i poliziotti sottopagati di Boston, che rischiano la vita per paghe da miseria. Per tutto il romanzo Danny si oppone alla visione di chi fa di tutta l’erba un fascio, includendo le motivate proteste dei lavoratori nella categoria “terroristi”, ma alla fine è proprio contro i terroristi – quelli “veri” – che Danny lotta, anima e sangue.
Cos’è un “terrorista”? Chi è il Nemico? Lehane rimane vago. Il Nemico, nell’ottica di Danny, è colui che uccide innocenti con l’intento di farlo – più o meno. Una definizione chiara nel romanzo non c’è, e quindi rimane aperta la domanda:
Come capire se una persona è un/a terrorista o se uccide per una buona ma malintesa causa?
La seconda parola chiave del romanzo è, anche se non menzionata esplicitamente, “nazionalismo”. Le storie dei Coughlin e dei Laurence sono storie d’integrazione in quegli Stati Uniti che tutt’oggi si fregiano di essere il Paese multietnico per eccellenza. La “Nazione della libertà”, come mito, ha radici lontane: fondato da reietti europei sfuggiti all’intolleranza europea, ha progressivamente funto da serbatoio per ogni genere di immigrazione. Lehane punta la lente d’ingrandimento sul razzismo soggiacente al mito, mostrando come gli afro-americani nel 1918-1919 non fossero che dei “negri”, trattati con meno tolleranza di quella riservata ai Padri Fondatori dagli europei. C’è una critica, quindi, ma il mito non viene sfatato, anzi. Quel che viene criticato è il modo in cui l’ideale viene interpretato, non l’ideale stesso.
Danny, progressista, combatte perché il mito dell’uguaglianza e della libertà divenga fatto, includendo non solo i bianchi (che, nel 1918-1919, includono da poco anche alcuni irlandesi), ma anche gli italiani, i russi, gli afro-americani, etc… Luther, che in questi Stati Uniti ricolmi di razzismo non ha voce, ha lo stesso sogno di Danny: si sente americano e da americano vuole tutelare la propria patria. Danny e Luther sono cittadini americani odierni ante litteram, che già hanno in sé (o profetizzano) il modello di libertà e uguaglianza che dovrebbe essere incarnato dagli Stati Uniti.
Ma, anche qui, come nel caso del terrorismo, viene portata solo una vaga idea di cosa significhi “essere americani”. È qualcosa di più ampio di una questione razziale ma non ampio abbastanza da includere visioni politiche estreme come il comunismo originale. Una definizione manca, e l’unica cosa che sappiamo è che Danny e Luther si oppongono il “giusto”, quel “giusto” bastante a renderli americani ideali. Rimane aperta la domanda:
Come capire se una persona è un/a americano/a nel cuore, progressista per amore della patria, o se è un/a comunista travestito/a da americano/a?
Lehane ha intuito lo Zeitgeist dell’epoca (il 1918-1919 come il 2014): lo stretto legame tra nazionalismo e terrorismo, il come il primo si scagli sul secondo, si costruisca in opposizione al secondo. Lo ha intuito e ha puntato il dito contro gli effetti collaterali del mito americano, le cui guerre per la libertà così spesso coinvolgono civili che nulla hanno a che spartire con il “Nemico”, siano queste vittime alcune minoranze stigmatizzate o passanti uccisi da una bomba. Eppure, in The Given Day questa critica viene portata assieme al proprio antidoto: se in generale è sbagliato uccidere, nel particolare Danny e Luther lo fanno avendo dalla loro ragioni che portano il lettore a “perdonarli”.
Certo, la morale (cattolica) sottostante non può assolverli del tutto – e, infatti, le loro sono storie di redenzione: Danny deve pagare il prezzo di essere stato un ipocrita borghese, Luther quello di aver ucciso. Ma la morale (sempre cattolica) non li condanna neanche all’Inferno in via definitiva. E così Danny e Luther vivono in un Purgatorio caotico (come la vita?), combattuti tra il bene e il male. Così, entrambi hanno una donna che li attende a casa, che attende che loro compiano le giuste azioni, angelo del focolare che paziente attende che il marito divenga un Giusto per raggiungerla in Paradiso. E questo perché entrambi, per motivi diversi, hanno errato, uscendo dalla retta via, trovandosi catapultati all’Inferno. Entrambi dovranno combattere i propri demoni, interiori ed esteriori, per tornare a quella vita ideale tutta cattolica fatta di una moglie devota e di, nel caso di Luther, un figlio. La ricompensa per cui lottano è interiore, non esteriore. Il mondo esterno, come detto, li stigmatizzerà, ma non è per vivere bene nel mondo che i personaggi di Lehane si sottopongono alle intemperie della vita: è il Paradiso per cui espiano.
Così, sotto la scorza hard-boiled dei personaggi lehaniani, sotto questi “finti dannati”, troviamo una visione estremamente cattolica. Non è il cattolicesimo italiano, ma quello statunitense, che va a intrecciarsi al mito americano creando questi due eroi delle cause perse. Il mondo li rende dei reietti, ma è Dio che deve assolverli. Nel mondo si sporcano le mani (e si sente, di sottofondo, sussurrare che è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo), ma interiormente tendono alla Giustizia.
Chi è il vero terrorista? Chi è il vero americano? Chi è il Giusto?
Sembrerebbe stare a Dio, e non al romanzo, dare queste risposte – con tutte le pericolose conseguenze di un’ottica che giustifica le singole deroghe al diritto umanitario in nome di un ideale più alto.

Dennis Lehane, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, ha lavorato come educatore per bambini affetti da handicap e vittime di abuso, come cameriere, parcheggiatore, autista di limousine, libraio, scaricatore di camion. Il suo unico rimpianto è di non aver mai fatto il barista. Ha scritto dieci romanzi, tutti bestseller, tradotti in oltre trenta lingue. Tre di questi hanno ispirato alcuni dei maggiori registi contemporanei: Clint Eastwood (Mystic River. La morte non dimentica), Ben Affleck (Gone Baby Gone. La casa buia), Martin Scorsese (Shutter Island. L’isola della paura). Anche La legge della notte – che ha dominato per settimane le classifiche americane e si è aggiudicato i prestigiosi Edgar© Awards come Miglior romanzo dell’anno – è destinato a diventare un film, con Ben Affleck alla regia e Leonardo DiCaprio nei panni del protagonista. Dennis Lehane è anche sceneggiatore di serie tv (The Wire, Boardwalk Empire). Vive tra Boston e la Florida.

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