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:: La trama del matrimonio, Jeffrey Eugenides (Mondadori, 2011) a cura di Serena Bertogliatti

8 aprile 2014

Eugenides_lightRiassumere La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides sarebbe semplice:
Lei, Lui, l’Altro.
Ma una trama riassunta è uno spazio troppo esiguo per contenere la tridimensionalità di una vita vissuta, per non parlare di tre vite.
Lei è Madeleine Hanna ed è prima di ogni cosa una Lettrice. Madeleine legge, non importa cosa, purché possa leggere, e se all’università studia letteratura è per esclusione: non sa cosa vuole fare nella vita, non sa chi è, sa solo che ama leggere. Ingurgita libri su libri mentre, attorno a lei, nell’università degli anni Ottanta, essere lettori forti non basta più. Nelle aule è entrato lo strutturalismo: divorare acriticamente un romanzo – sia pure un buon romanzo – è ormai più un vizio che una virtù. L’imperativo è: criticare. L’imperativo è: decostruire. L’imperativo è: liberarsi dei vecchi costrutti sociali. Ma Madeleine passa attraverso tutto ciò senza esserne mutata: è, e rimane, una bambina persa in una fiaba, sia pure quella sbagliata.
Lui è Mitchell Grammaticus ed è alla ricerca del proprio Dio. Non sa che foggia abbia, quale religione l’abbia fatto proprio, ma si rende conto che c’è una piccola e immensa parte in lui che non può essere soddisfatta da nessuno dei mille strumenti che il secolarizzato Ventesimo Secolo gli mette a disposizione. E così si domanda: perché negare l’esistenza di Dio a priori? Perché quest’esigenza, propria dei suoi coevi, di togliere ogni funzione alla religione? Perché questa smania, così forte negli anni Ottanta che vive da studente, di negare l’esigenza di una sfera mistica? E, intanto, Mitchell si innamora. Fatalmente. L’amore lo inchioda a Madeleine senza chiedere la sua opinione, e soprattutto senza tenere in considerazione il fatto che nella fiaba di Madeleine non è lui – non può essere lui – il principe azzurro.
L’Altro è Leonard Bankhead ed è un genio ribelle. È intelligente quanto Madeleine non sa essere e affascinante quanto Mitchell non può essere. Ha tutte le carte per essere il principe e il rivale, e lo diviene. Eppure è l’Altro. Eugenides ci fa aspettare fino a romanzo inoltrato per darci il suo punto di vista, e ci fa aspettare ancor di più per farci entrare nel suo dramma. Non è meno protagonista di Madeleine e Mitchell, ma entra nella storia come oggetto di desiderio e invidia. Il romanzo s’intitola La trama del matrimonio, e in questa trama Leonard entra di straforo, come una comparsa che sottragga il costume all’attore principale per poi guadagnarsi a fatica il suo ruolo.
Poi c’è la trama.
Il dizionario Treccani ( http://www.treccani.it/vocabolario/trama/ ) definisce “trama” come “L’intreccio, la linea essenziale di svolgimento dei fatti più importanti che costituiscono l’argomento di un’opera”. Il matrimonio ha una propria trama, un insieme ordinato di passi da compiere per attenersi il più fedelmente possibile al copione. Il matrimonio è una fiaba ancora da realizzare, in cui, in modi diversi, i tre protagonisti credono, ed è proprio tale tendere verso l’ideale a far loro scegliere un percorso anziché un altro, delineando la trama di questo romanzo.
Il copione richiede un uomo, una donna, l’amore, ma anche un certo status – perché il matrimonio è una fiaba sociale, con principi e principesse – e Leonard lo sa. La sua vita ha troppe pecche, pecuniarie e mentali, per rientrare nella società in cui Madeleine è cresciuta. La sua esistenza imperfetta offende il buon gusto borghese. Mitchell, invece, tanto amato dai genitori di Madeleine, manca di quel nonsoche che rende un principe principesco, e non un qualsiasi ragazzo vestito d’azzurro. E Madeleine? Leggete e saprete.
La trama del matrimonio è un romanzo candidamente critico. Non c’è acrimonia, nella prosa fluida ma densa di Eugenides, ma anzi una certa sim-patia per questi protagonisti persi nelle proprie stesse trame. C’è una morale? Forse. Ma non è il narratore a esprimere giudizi, se non – raramente – con una punta di ironia compartecipe.
È un romanzo che spazia, dalle atmosfere di dibattito intellettuale estremo che caratterizzano gli anni Ottanta – in cui la critica nata nel dopoguerra è stata così tanto affilata da ritorcersi contro chi la impugna – all’indigenza, individuale e sociale, di una vita nata nella sfortuna, che sopravvive nonostante le condizioni avverse, passando poi per la Miseria con la M maiuscola, persi in un’India che vacilla tra misticismo e squallore. Eugenides non si fa mancare nulla, ritraendo vite troppo complesse e contraddittorie – squisitamente tridimensionali – per poter rientrare in una trama preconfezionata.

Jeffrey Eugenides
è uno scrittore statunitense di origine greca e irlandese. Laureato in scrittura creativa, ha ottenuto il riconoscimento internazionale con il suo primo romanzo, Le vergini suicide (1993), da cui è stato tratto l’omonimo film da Sofia Coppola. Il suo secondo romanzo, Middlesex, ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa nel 2003.

:: Recensione di Passi sull’acqua di Ilaria Mainardi (Edizioni Smasher, 2013) a cura di Alessandra Bava

8 aprile 2014

copertina_ilariamainardi_isbnCi sono libri di poesie in grado di lasciare un solco profondo con la loro meravigliosa ed originale levità. Passi sull’acqua prima raccolta poetica di Ilaria Mainardi, stupisce per la capacità dell’autrice di segnarci sfiorandoci appena con la sua penna.
Vi è un fil rouge sottilissimo ad accompagnarci in questo percorso: è il respiro del verso, che si espande sulla pagina bianca, con immagini che fanno implodere le nostre certezze ad ogni passo; quello che Mainardi stessa definisce come “l’attrazione ottusa per la gravità.” È facile sentirsi smarriti come Teseo nel labirinto, ma ne abbiamo ben ragione visto che l’autrice non ci rassicura regalandoci, come Arianna, un filo dipanatore. L’intento è volutamente quello di farci perdere ad ogni angolo, ad ogni pagina. Finiamo sempre in luoghi diversi da quelli che avevamo immaginato. Gli ultimi due versi di “Direzioni” ci regalano la chiave di volta: “se c’è ancora un posto per chi/non sa dove andare.” Perché questo è in fondo ciò che la poesia è: il luogo dello smarrimento e del ritrovamento, di noi stessi in primis
Nel percorrere questo dedalo, siamo colti dal prepotente senso di distacco, assenza, vuoto e solitudine che chi scrive cerca di riempire con un controllo sapiente delle immagini. L’amato in queste liriche è perennemente sfuggente, lontano, assente, ma la sua presenza è evocata con forza, come nelle briciole di “Incontro” che si fanno “pane di versi/fuggitivi”. “D’istinto apro la bocca”: è proprio nel verso che Mainardi cerca la sazietà, trovandola, ed è nutrendosi del “poco” che appaga la sua famelica brama di totalità.
Partendo dalle poesie della raccolta, muovendoci tra haiku e poesie giovanili di sorprendente maturità, Mainardi ci conduce per terra e per mare, ma ci insegna soprattutto che, per fuggire dal labirinto, occorre librarsi con le ali di Icaro, diventare leggeri, inseguire la levità proposta da Paul Valéry nella citazione che introduce le sue poesie: “être léger comme l’oiseau et non comme la plume.” Essere leggeri come l’uccello e non come la penna. Quando anche la protagonista delle poesie rimanga a volte ancorata al suolo, incapace di volare, è la scrittura stessa di Mainardi a riuscire nell’intento scarnificandosi, con un’aderenza tra parola e contenuto che la porta a elevarsi, e noi con lei, in modo baudelairiano.
Passi sull’acqua è poesia che ci impone il volo. Preparate dunque il vostro cappello da aviatore e allacciate le cinture prima della lettura.

Ilaria Mainardi nasce e cresce a Pisa. Parte della sua tesi di laurea è contenuta nel cofanetto “’Na specie de cadavere lunghissimo”, edito dalla BUR – Biblioteca Universale Rizzoli. Ha pubblicato, per Siska Editore, il saggio digitale “The Day Is Yours. Kenneth Branagh”, tradotto in inglese, da Kay McCarthy, per lo stesso editore. Un saggio sull’attore Michael Fassbender è stato pubblicato da Vincenzo Grasso Editore.

:: A sud del confine, a ovest del sole, Haruki Murakami, (Einaudi, 2013) a cura di Micol Borzatta

7 aprile 2014

soleHajime. Un normalissimo ragazzo, un po’ gracilino, figlio unico in un’epoca in cui i figli unici erano rari, si sentiva sempre fuori luogo. Quando inizia la scuola fa amicizia con una sua compagnia, Shimamoto, anche lei figlia unica, cosa che li ha uniti molto insieme al fatto che anche lei era quasi sempre lasciata da sola perché aveva problemi a una gamba che la portava a zoppicare.
Tra i due ragazzi si instaura un’amicizia molto profonda che piano piano inizia a trasformarsi in qualcosa di più forte che però finisce ancora prima di iniziare quando Hajime si trasferisce.
Inizia una nuova scuola, fa nuove amicizie, tra le quali una ragazza molto carina, Izumi, la sua prima ragazza ufficiale. È a Izumi che Hajime dà il suo primo bacio. La storia diventa sempre più seria, ma un giorno Hajime incontra la cugina di Izumi. L’attrazione fisica tra i due è potente e incominciano a incontrarsi di nascosto per fare l’amore. La loro relazione però non si trasforma, rimane solo a livello fisico. Hajime continua a rimanere fidanzato con Izumi, con la quale non vanno oltre a semplici baci, mentre di nascosto continua a incontrare la cugina di Izumi.
Izumi lo viene a scoprire e la loro storia finisce nel peggiore dei modi.
Passano gli anni, Hajime, che nel frattempo facendo nuoto si è trasformato e non è più il ragazzino gracilino e sempre malato, passa da una relazione a un’altra, fino a quando incontra Yukiko, con la quale si sposa e ha due figlie.
Grazie al matrimonio con Yukiko riesce, con l’aiuto del suocero, ad aprire un locale tutto suo, locale che ingrana talmente bene che gli permette di saldare il prestito al suocero e aprire un secondo locale.
I giornali iniziano a parlare di lui recensendo i suoi locali come i migliori esistenti.
Una sera, proprio grazie a un articolo sui giornali, incontra nel suo locale un suo ex compagno di classe. Iniziano a parlare dei vecchi tempi e tra i vari discorsi parlano anche di Izumi. Il suo ex compagno racconta a Hajime che quando l’ha incontrata era rimasto scioccato, non sembrava più la ragazzina spensierata dei tempi della scuola, aveva uno sguardo vuoto, senza emozioni, di cui i bambini avevano perfino paura.
Hajime rimane sorpreso di quella descrizione, ma dopo un po’ se ne dimentica.
Hajime continua con la sua vita, quando una sera vede una donna al bancone del suo locale. Le sembra familiare, ma non è sicuro, fino a quando lei non si avvicina a lui. È Shimamoto.
Tra i due si rinstaura subito una confidenza profonda, nata dal sentimento e dal rapporto lasciato a metà quando erano piccoli.
Iniziano a frequentarsi sempre più spesso anche se sporadicamente, perché Shimamoto ogni tanto spariva anche per lunghi periodi. Non parla mai del suo passato e Hajime non sa nulla di lei, ma si rinnamora subito.
Yukiko si accorge che qualcosa con il marito non funziona più e lo affronta, Hajime confessa di amare un’altra donna e proprio appena trova il coraggio di confessarlo alla moglie Shimamoto sparisce definitivamente.
Hajime e Yukiko vivono per lungo tempo separati in casa. Lui dorme sul divano ma davanti alle figlie si comportano normalemente.
Una notte Yukiko si alza e trova Hajime in cucina, si mettono a parlare, il sentimento tra di loro è ancora forte e decidono di rincominciare tutto dall’inizio.
Un romanzo spettacolare come tutti i romanzi di Murakami.
Lo stile usato dallo scrittore è semplice e lineare, non ci sono salti temporali o flash back.
I suoi personaggi sono descritti in modo minuzioso. Vengono descritti a livello fisico molto approfonditamente e il lettore riesce a trarre informazioni molto precise anche dalle loro azioni, dai loro sentimenti e dai loro pensieri, che vengono descritti nei minimi particolari senza appesantire la lettura.
Gli argomenti trattati da Murakami sono sempre molto attuali e vengono approfonditi sotto ogni angolatura.
In A sud del confine a ovest del sole vengono trattati le problematiche relazionali che vive un ragazzo dalla sua giovinezza fino all’età adulta. Le prime simpatie, le prime relazioni, i primi approcci amorosi, i primi dubbi. Ogni esperienza viene descritta singolarmente, ma vissuta sia dalla parte del protagonista che dalla controparte. Il protagonista racconta la sua vita, specialmente dal lato sentimentale, approfondendo le paure, i timori e i dubbi di un ragazzino, prima, e di un adulto, poi.
Un romanzo che si legge tutto di un fiato e che ha la capacità di trasportare il lettore nella vita di Hajime, facendogli vivere ogni suo sentimento. Traduzione di Mimma De Petra e Antonietta Pastore.

Haruki Murakami nasce a Kyoto nel 1949. Nipote di un monaco buddista e di un commerciante di Osaka. I genitori, entrambi insegnanti di letteratura, si conoscono lavorando nello stesso liceo.
Quando da piccolo si trasferisce con la famiglia a Kobe, inizia a entrare in contatto con libri stranieri, soprattutto inglesi, che lo spingono successivamente, durante il liceo, a scrivere sul giornale della scuola.
Finite le scuole superiori decide di intraprendere la facoltà di letteratura dell’università Waseda di Tokyo, dove nel 1975 si laurea facendo una tesi sull’idea del viaggio nel cinema americano.
Durante il periodo universitario Haruki partecipa molto attivamente alle lotte tudentesche.
Si sposa molto giovane e proprio per il matrimonio decide di prendere un anno di sospensione dagli studi. In quel periodo inizia a lavorare in una stazione televisiva, ma non piacendogli decide con la moglie di aprire un locale jazz.
Nel 1974 scoppia la sua vocazione letteraria. Proprio in quell’anno inizia a scrivere Ascolta la canzone nel vento che pubblica nel 1979 e con il quale vince il premio Gunzo.
Nel 1980 pubblica Il flipper del 1973, nel 1982 Sotto il segno della pecora, che gli fa vincere il premio Noma. I tre libri si possono trovare anche come trilogia dal titolo La triologia del ratto.
Nel 1985 vince il premio letterario Tanizaki con il romanzo La fine del mondo e il paese delle meraviglie.
Nel 1987 pubblica Tokyo blues, Norwegian wood, che diviene subito un caso letterario, e l’anno dopo Dance dance dance.
Nel 1992 in America, dove nel frattempo si è trasferito, esce A sud del confine, a ovest del sole.
Nel 1995 pubblica i tre romanzi di L’uccello che girava le viti del mondo che nel 1996 gli fanno ottenere il premio Yomiuri.
Nel 1997 pubblica Underground, una raccolta di interviste dei sopravvissuti all’attentato alla metropolitana di Tokyo.
Nel 1999 pubblica La ragazza dello sputnik.
Nel 2006 riceve il Frank O’Connor International Short Story Award per la raccolta di racconti brevi I salici ciechi e la donna addormentata, e vince il premio World Fantasy Award con il romanzo Kafka sulla spiaggia. Sempre nello stesso anno gli viene conferito il Premio Kafka.

:: Intervista a Tupelo Hassman, autrice di Bambina mia (66thand2nd – 2013) a cura di Lucilla Parisi

7 aprile 2014

tupelo_bambina_scheda-sitoGentilissima Tupelo, il tuo romanzo è stata un’autentica sorpresa. Era da molto tempo che non leggevo qualcosa di così coinvolgente: sono stata letteralmente risucchiata dalla lettura di Bambina mia, uno di quei libri che ti senti di dover consigliare.

D. Rory Dawn è una bambina straordinaria nell’ordinaria quotidianità della sua vita. Nonostante tutto ciò che le accade intorno, riesce a prendere le distanze dallo “schifo” che la circonda. Così piccola e così forte: è lei la vera “grande” della storia. Come nasce questo personaggio da “alba ruggente”?

R. Sento che ho avuto fortuna con Rory Dawn. Volevo tenerla intrappolata nel suo ambiente ma lei si è rifiutata di rimanervi. Nonostante quello che le accade, Rory riesce a mantenersi libera. Avevo sperato di creare un personaggio che fosse indipendente nel suo modo di pensare: era nelle mie intenzioni, perchè speravo di poter affrontare, attraverso di lei, alcune questioni come il mito del Sogno americano. Rory è diventata più di ciò che sperassi. Non è il prodotto del suo quartiere, la Calle, ma il prodotto di un Paese, gli Stati Uniti.

D. Leggo nella tua nota biografica che hai vissuto a Reno. I luoghi di Rory sono i tuoi luoghi. La tua descrizione di questa città del Nevada è impietosa. La sua periferia, scrivi, è “imbrattata di rum e sperma”. Cosa c’è di autobiografico in questo tuo primo romanzo?

R. Come la maggior parte dei primi romanzi, Bambina mia all’inizio presentava alcuni elementi autobiografici. Rory Dawn e io eravamo molto simili. Nel corso degli anni, lavorando al romanzo è affiorata la personalità di Rory. Ora siamo come care amiche che hanno alcune cose – aspetti fondamentali in realtà – in comune. Come Rory, ho trascorso diversi anni fuori da Reno e, come Rory ero “accademicamente” originale e questo mi ha creato un certo disagio. Credo che sia un aspetto importante nella storia di Rory: anche con questo dono, lei rimane “bloccata” e la sua intelligenza non è per lei un’occasione. Entrambe, infatti, la malediciamo un po’.

D. La discendenza di Rory Dawn è matriarcale. Sua nonna, sua madre e poi lei. Gli uomini della sua vita sono un nonno che conosce a malapena, un padre assente e dei fratellastri che appaiono e scompaiono come fari d’auto nel deserto. Poi c’è l’esperienza di violenza che le toglie la voce. Gli uomini sono personaggi secondari capaci però di segnare irrimediabilmente le esistenze “femminili” del tuo romanzo. E’ così?

Questo è un bel modo di spiegare le cose. E’ proprio così. Gran parte della ricerca che Rory Dawn fa è proprio diretta a trovare una voce da seguire, la sua. Lei è bombardata dalle opinioni che provengono dall’uomo della ferramenta, dall’assistente sociale, dal sistema educativo, da sua nonna e da sua madre. Ricomincerà da zero, fisicamente ed emotivamente. Gli uomini nella sua famiglia (come in famiglie come quella di Rory) non sono lì, ma ciò non toglie che ci siano stati. Vi è, in qualche modo, una grande miseria in questa realtà priva di modelli maschili e in cui si è soggiogati sessualmente prima ancora di riuscire a concepire se stessi come dei soggetti sessuali.

D. La Calle de las Flores, alla periferia di Reno, sembra non lasciare molte speranze per il futuro. Un marchio di fabbrica difficile da togliersi di dosso. I figli sembrano essere destinati a rivivere gli errori dei genitori. Un percorso forzato verso il fallimento. Senza svelare troppo del finale del tuo libro, è possibile per le persone liberarsi veramente dal fardello lasciato loro in eredità dall’ “ambiente” familiare e sociale in cui hanno vissuto?

R. Sembra che io sia pessimista, ma in realtà non lo sono affatto. Comunque la mia risposta è no. Non credo sia possibile. E ciò che speravo di scrivere in Bambina mia era proprio questo, come sia impossibile. Tuttavia credo che si possa andare avanti nella vita con il proprio bagaglio e meravigliosamente. Certo non l’ho sempre creduto. Ero frustrata dal fatto di dovermi trascinare in giro il mio passato. Un giorno, però, durante un lungo viaggio in auto lungo la costa della California ho superato un cartello che diceva: “Peacock Crossing. ” Ho iniziato a pensare ai pavoni! Ho pensato alle loro belle piume e a come servissero alla loro protezione; ho pensato a come fossero animali apprezzati e protetti fino ad avere addirittura dei segnali stradali a loro dedicati. Quindi le piume non sono più necessarie. Ho immaginato che qualcuno suggerisse loro di togliere tutte quelle piume inutili, dicendo: “Quelle appartengono al tuo passato. Ora sei al sicuro. Non c’è più bisogno di portare quelle piume pesanti”. E ho capito così che il bagaglio che odiamo portare con noi è in realtà ciò che ci rende unici e preziosi: queste sono le cose che i nostri cari amano. La domanda è: possiamo farne a meno? Non senza farci del male.

D. Il Manuale delle girl scout per Rory è un vero e proprio vademecum su come sopravvivere alla Calle. Da dove nasce questa idea?

Ho ereditato il manuale di Rory Dawn da mio padre, ma non so perché lo avesse. Non l’ho mai nemmeno aperto fino a quando mi è stato assegnato un esercizio di scrittura da Aimee Bender, una mia insegnante. Dovevamo andare a casa quel giorno e recuperare dal terzo scaffale un libro verde e aprirlo a pagina 47: quindi dovevamo scrivere per cinque minuti. Il primo libro verde sul terzo scaffale era il manuale e sono rimasta letteralmente scioccata dalla sua politica (si tratta di una versione dal 1940), e dal fatto che ogni pagina in cui erano elencate delle attività da fare era stata segnata da qualche appassionata girl scout da chissà quando. Delle bambine avevano amato quel libro. Ho iniziato a scrivere a partire da lì e alla fine quel manuale è entrato in Bambina mia.

Rory è molto brava con le parole. Partecipa a gare di spelling bee in cui riesce a primeggiare. Quello delle parole è in realtà il mondo in cui trova rifugio dal “resto”. I libri sono, in qualche modo, la sua àncora di salvezza. Quale ruolo hanno o dovrebbero avere i libri – e la lettura – nella vita e nella formazione dei più giovani?

R. Posso solo sperare che la risposta sia importante. Certo, io sono di parte, ma credo che la prosa offra più condivisione dei moderni mezzi espressivi, perché il lettore può immaginare se stesso all’interno di una storia attraverso la lettura molto più facilmente. Quando troviamo personaggi con i quali ci identifichiamo possiamo trovare speranza, compagnia o forse solo un modo per affrontare un altro giorno. Cosa potrebbe esserci di meglio?

D. Ho trovato riuscitissimo l’escamotage narrativo che alterna alla narrazione in prima persona, le annotazioni delle scout, le relazioni dei servizi sociali, le lettere e i ritagli di giornale. Come sei arrivata a questa scelta?

R. E’ molto naturale per me per includere molte voci. Forse sento delle voci?! Nel caso di Rory Dawn in particolare, però, la sua è una storia di traumi e fratture. Ci sono tante voci proprio a causa del dramma che si consuma intorno a lei e della sua impotenza di fronte a ciò che accade.

D. Bambina mia è il tuo romanzo d’esordio. Domanda doverosa: stai lavorando a un altro romanzo?

R. Sto scrivendo una biografia dal titolo The scar farmer.

[Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana]

:: Contro ogni evidenza, Gianni Simoni, (Tea, 2014) a cura di Viviana Filippini

6 aprile 2014

contro ogni evidenzaTorna la quarta indagine dell’ispettore Andrea Lucchesi scritta dal bresciano Gianni Simoni. Luogo di ambientazione dello spinoso caso di omicidio, che metterà a dura prova il protagonista e chi lavora con lui, è come vuole la tradizione di questo filone: Milano. Scena un ufficio postale dove avviene una rapina e una delle impiegate è brutalmente assassinata – quanto sembra – senza una ragione precisa. Lucchesi viene mandato ad indagare e dai primi interrogatori svolti all’ufficio e poi a casa della vittima, il protagonista intuisce che c’è qualcosa che non torna in tutta questa tragedia. Se i malviventi erano intenzionati a prendere solo il malloppo e a scappare, perché hanno ammazzato la ragazza che stava dietro lo sportello postale? Sulla base di questo sospetto o forse intuizione, Andrea Lucchesi comincia a muoversi nel dedalo della capitale lombarda alla ricerca degli indizi utili alla risoluzione del caso di quello che per lui è un omicidio premeditato. Nonostante il suo tenace impegno nel tentare di portare a galla la verità, il commissario non riuscirà ad evitare di finire per l’ennesima volta nelle mani della Disciplinare, che prenderà seri e drastici provvedenti verso di lui. Quello che colpisce di questo ispettore dalla pelle scura (per chi non lo sapesse la madre di Lucchesi è madre è eritrea, basta leggere i romanzi precedenti editi da Tea, iniziate con Piazza San Sepolcro) è il continuo muoversi in bilico tra sobrietà e perdizione dovuta all’abuso di alcol e ad una vita privata parecchio contorta. Andrea cerca di stare lontano da quello che dagli spettri della sua vita passata che continuaono a dargli il tormento e che rendono precaria la sua salute, già provata da un infarto e da un intervento al cuore. Il problema è che Lucchesi non riesce a rimanere”pulito” e appena la sua stabilità emotiva abbassa la soglia di attenzione, Andrea è travolto dal suo ossessivo attaccamento alla bottiglia. Interessante in Contro ogni evidenza è che Simoni non si limita a raccontarci un’indagine. L’autore ci porta dentro alla sfera personale di Lucchesi mettendo in evidenza sì tutta la sua sete di giustizia per i più deboli e le vittime, ma allo stesso tempo ci mostra un uomo profondamente umano e fragile, che partecipa e soffre con tutto se stesso alle tragiche morti per le quali deve smascherare il colpevole. A rendere più ardito il tentativo di sbrogliar la matassa ci pensano i colleghi di Lucchesi, i quali fanno tutto il possibile e immaginabile per chiudere alla svelta il caso, mettendo in discussione il modo di fare dell’ispettore, che riesce a trovare sostegno nell’ispettrice Lucia Anticoli: collega di lavoro, donna da amare e sua unica ancora di salvezza.

Gianni Simoni, ex magistrato, ha condotto quale giudice istruttore indagini in materia di criminalità organizzata, di eversione nera e di terrorismo. Presso la Procura generale milanese ha sostenuto l’accusa nel processo d’appello per l’omicidio Ambrosoli e ha condotto l’inchiesta giudiziaria sulla morte di Michele Sindona nel carcere di Voghera.Presso Garzanti ha pubblicato Il caffè di Sindona, in collaborazione con Giuliano Turone.TEA pubblica le sue due serie gialle (entrambe aperte): la prima è ambientata a Brescia e ha per protagonisti l’ex giudice Petri e il commissario Miceli. Finora sono usciti sette titoli Un mattino d’ottobre, Commissario domani ucciderò LabrunaLo specchio del barbiereLa morte al cancelloPesca con la mosca, Il ferro da stiro, Chiuso per lutto. La seconda è ambientata a Milano e ha per protagonista l’ispettore Andrea Lucchesi. Contro ogni evidenza è il quarto episodio di questa serie, dopo Piazza San SepolcroIl filosofo di via del BolloSezione omicidi.

:: La regina scalza, Ildefonso Falcones, (Longanesi, 2013), a cura di Elena Romanello

5 aprile 2014

scalzagrandeIldefonso Falcones è tornato in libreria con un nuovo romanzo storico: dopo la costruzione della cattedrale del Mar a Barcellona ne La cattedrale del mare e la cacciata dei Moriscos alla fine del Quattrocento in La mano di Fatima, stavolta con La regina scalza l’autore ci porta nella Spagna del Settecento, durante il cosiddetto secolo dei lumi, quando i gitani furono vittima di una vergognosa persecuzione etnica, una delle tante in un Paese che ebbe comunque non poche difficoltà a liberarsi da intolleranze e pregiudizi, diviso più ancora che altrove tra aneliti di progresso e istituzioni che lo ancoravano al passato. La Spagna del resto fu l’ultimo Paese a mettere al bando il tribunale dell’Inquisizione.
La regina scalza racconta la storia di due donne, due emarginate dal mondo di quel tempo, in quanto donne e in quanto appartenenti a due minoranze, che diventano amiche tra di loro: la prima è Caridad, schiava nera deportata dall’Africa a Cuba, liberata dal padrone moribondo sulla nave che porta entrambi verso la Spagna, la seconda è Milagros, ragazza e poi donna gitana, un animo ribelle che trova nel flamenco la sua ragione di esistere.
Il romanzo segue le loro disavventure, tra oppressione, persecuzioni, violenze soprattutto da parte maschile, limitazioni dell’epoca, fino ad un finale comunque non tragico ma realistico in un’epoca che avrebbe continuato, ancora per tanto tempo, a discriminare i diversi, soprattutto se donne.
Come negli altri romanzi, anche in questo Ildefonso Falcones svela cose poco note su un’epoca complessa, in cui voglia di cambiare e oscurantismo andavano a braccetto, in Spagna più ancora che in altri posti, come la presenza degli schiavi neri liberati in particolare nella penisola iberica, non rari in un mondo che legittimava la schiavitù nelle Americhe, e vittime comunque di discriminazioni, la condizione dei gitani, visti come sovversivi e alla base di un’icona della cultura iberica nel mondo come il flamenco, ma anche, per quello che riguarda le donne, i terribili carceri femminili intitolati alla Maddalena, omologhi delle case di correzione irlandesi, dove si poteva venire rinchiuse semplicemente se un marito si era stufato o se si era denunciata una violenza, e dalle quali era virtualmente impossibile uscire, senza che nessuno da fuori garantisse per la detenuta.
Nonostante l’epoca interessante e le tematiche ancora in parte attuali, visto che di violenze contro le donne e pregiudizi si parla ancora oggi, La regina scalza è meno coinvolgente dei due romanzi precedenti, prolisso, poco coinvolgente malgrado le cose di cui parla, poco scorrevole, e dato che l’ha scritto Falcones sarebbe lecito aspettarsi di più, soprattutto ricordando i personaggi semplici ed eroici dei suoi libri precedenti, capaci di catturare e far avanti con la lettura per ore e ore, lasciando un gran rimpianto quando si finisce.
Spiace un po’ che questo non ci sia o ci sia molto meno ne La regina scalza, romanzo storico onesto che racconta i lati oscuri del Secolo dei lumi. Però Caridad e Milagros entrano comunque nel cuore di chi legge, donne in cerca di una loro dimensione e della loro libertà in un mondo che avrebbe ancora negato all’altra metà del cielo piena autonomia per i propri sogni e la propria vita ancora per molto tempo. Traduzione di Roberta Bovaia e Silvia Sichel, titolo originale del volume: La Reina descalza.

Ildefonso Falcones de Sierra (1959) vive a Barcellona con la moglie e i quattro figli. Il suo romanzo d’esordio, La cattedrale del mare, non è stato solo un successo sensazionale in tutto il mondo, ma nel 2007 è stato anche, secondo tutte le classifiche, il romanzo d’esordio di maggiore successo in Italia, dove si è aggiudicato il Premio Boccaccio Sezione Internazionale. La mano di Fatima ha vinto nel 2010 il Premio Roma.

:: Nulla, solo la notte, John Williams, (Fazi, 2014) a cura di Viviana Filippini

29 marzo 2014

notteTraduzione di Stefano Tummolini.

Tutti conoscono Williams per il romanzo Stoner, ma in realtà prima del capolavoro sulla straordinarietà della vita quotidiana, l’autore americano scrisse Nothing but the night, da noi Nulla, solo la notte edito da Fazi. La storia venne scritta da un Williams ventenne, per la precisione quando era militare durante la seconda Guerra mondiale in India e Birmania tra il 1942 e il 1945. La pubblicazione avvenne però solo nel 1948, quando Williams era ancora alla prese con gli studi universitari. Non so se sia per la traduzione ben fatta o per il linguaggio fluido come la trama, ma dalla narrazione del primo romanzo di Williams emerge la caratteristica indagine psicologica, tipica dello scrittore americano che amava scavare a fondo negli animi dei suoi personaggi. La solitudine del protagonista, Arthur Maxley, è la sua unica e certa convivente, ed è la stessa tormentosa certezza che i lettori troveranno in Stoner e nel cowboy viandante di Butcher’s crossing (sempre diti da Fazi). Tutta la storia di Nulla, solo la notte si sviluppa nell’arco di una giornata durante la quale scopriamo che Arthur Maxley è orfano di madre, ha un padre sempre lontano per questioni di lavoro e con il quale non ha mai avuto un particolare feeling. Il ragazzo non solo ha una famiglia scricchiolante, ma non ha amici e non c’è nessuno che lo ami, forse perché è lui stesso ad essere incapace ad amare. La vicenda è incentrata sull’esistenza di questo giovane borghese della California alle prese con la monotonia della sua vita quotidiana, scossa da alcune situazioni che mettono a dura prova la stabilità psicologica e anche fisica del giovanotto. Arthur non ha ben chiare le idee sul suo futuro e non sa decidersi se continuare gli studi o cercarsi un lavoro. A smuoverlo da questo torpore arriva un suo amico che lo vuole coinvolgere in un progetto editoriale per stampare poesie. Arthur non si lascia trascinare in questa avventura tipografica, perché non hai soldi richiesti dall’amico e non è sicuro che l’iniziativa avrà esiti positivi. Dopo questa breve parentesi per Arthur arriva il momento della cena con il padre. Un incontro fatto di poche parole e dal riaffacciarsi nel presente di incomprensioni latenti tra i due. Conflitti che permangono da troppo tempo tra loro e che hanno al centro la drammatica scomparsa della madre del ragazzo. In questa notte cupa tra presente e fantasmi del passato per il protagonista arriva una sorta di luce e speranza per il domani incarnata dalla figura di Claire. La ragazza sembra l’ancora di salvezza per Arthur che in lei vede qualcuno da amare, ma le cause che scatenano l’agire incomprensibile e insensato del giovane, quando si trova nell’appartamento di lei, ci fanno capire quanto traumatizzato e sofferente sia il protagonista di Nulla, solo la notte. Arthur è un giovane che vive nel presente, però il suo animo è così tormentato dai ricordi traumatici vissuti durante l’infanzia – e qui li rivivrà in un vero e proprio flashback- che essi gli faranno visita in modo continuo nella sua vita quotidiana rendendo difficoltoso il suo relazionarsi agli altri. Accostando Arthur Maxley a Stoner non è difficile trovare tra i due personaggi nati dalla penna di Williams una profonda somiglianza non solo per la solitudine che impera in modo costante nelle loro vita, ma credo che queste creature siano gli alter ego letterari creati da John Williams per affrontare la propria fragilità d’animo e quella degli altri esponenti del genere umano.

John Edward Williams nato nel 1922 in una famiglia di modeste condizioni economiche del Texas, si iscrisse all’Università di Denver solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale fu di stanza in India e in Birmania dal 1942 al 1945. Uomo riservato e legato alla scrittura da una passione inarrestabile, fumatore accanito e forte bevitore, marito per quattro volte, Williams rimase per tutta la vita a Denver, dove insegnò letteratura inglese presso l’Università e dove morì nel 1994. Prima della sua riscoperta internazionale, Williams è stato oggetto di grande ammirazione da parte di una piccola nicchia di suoi accoliti, ex colleghi dell’Università ed ex studenti del corso di scrittura creativa in cui insegnò e a cui conferì un prestigio nazionale mai avuto prima. Poeta e narratore, pubblicò nel 1960 il romanzo Butcher’s Crossing (Fazi Editore, 2013) e nel 1965 Stoner (Fazi Editore, 2012), il suo capolavoro. Nel 1973 gli fu assegnato il National Book Award per il suo quarto e ultimo romanzo, Augustus.

:: Inverno rosso, Luca Rinarelli (Eris edizioni, 2014) a cura di Giulietta Iannone

28 marzo 2014

cover-inverno-rossoLa saga noir di Werner Hartenstein, ex agente segreto della DDR in trasferta a Torino, iniziata con il folgorante In perfetto orario, giunge al secondo episodio. Ad aprile, infatti, per Eris Edizioni uscirà Inverno rosso, romanzo che ho avuto modo di leggere nelle sue varie fasi di stesura. Doveva portare un altro titolo, che a dire il vero non mi piaceva, perciò approvo senz’altro la scelta del nuovo titolo che campeggia nella bellissima copertina disegnata da Marco Martz, che impreziosisce il libro anche di altre tavole, stilisticamente molto adatte ad esprimere lo spirito del testo.
Il personaggio di Werner Hartenstein sembra uscito da quelle saghe di Segretissimo anni ’70, prima che il muro di Berlino crollasse a causa della globalizzazione e dello sfaldarsi del vecchio regime sovietico. Poi la Germania Est si ricongiunse con la Germania Ovest, e non fu un’operazione indolore. Werner sembra portare su di sé le cicatrici di questo passaggio, una certa malinconia e nostalgia, forse per la sua giovinezza, e nello stesso tempo un vago senso di colpa, per il suo passato personale, fatto di violenza e sopraffazione. E in questo dualismo profondamente umano, dolorosamente realistico, risiede la bellezza del personaggio, che in questo episodio si arricchisce di sfumature che fanno luce sul suo passato: il suo lavoro di agente, il suo rapporto con Hans, maestro e mentore, il senso di colpa legato al padre, usato dai Servizi della DDR per costringerlo a compiere imprese che ancora lo tormentano.
Inverno rosso, romanzo profondamente noir nella misura in cui investiga nelle pieghe oscure sia dell’animo dei personaggi, sia della società, oppressa della crisi economica e morale, teatro di uno scontro di volontà in cui non è affatto irrealistico e immaginario il sorgere di organismi internazionali capaci di compiere le peggiori azioni in nome della sopravvivenza, o meglio dell’autoconservazione. Cinismo, spietatezza, corrosiva ferocia si uniscono a discorsi puramente economici, disumani quanto inutili.
La storia, ambientata in una Torino invernale molto simile a Berlino, come fa notare Pandiani nella sua puntuale prefazione, «In una Torino simile a Berlino, con le stesse nebbie e la neve che copre anche i pensieri peggiori, dove il muro non divide l’est dall’ovest ma piuttosto il benessere dal malessere, Luca Rinarelli ambienta una storia secca e gelata come la vodka che beve il suo protagonista.», ha inizio con la morte apparentemente accidentale di numerosi clochard, troppi per essere solamente un dato che rientra nelle statistiche. Ma per Werner non sono solo numeri, molti sono “amici”, che hanno diviso le stesse strade che lui percorre ogni giorno. Indagando su queste morti scopre che non sono affatto incidenti, ma morti programmate, da persone senza scrupoli con un piano strutturato e follemente sistematico. E strumento di queste morti è proprio qualcuno che viene dal suo passato, un passato che vorrebbe dimenticare, ma è presente con i suoi fantasmi e le sue occasioni perdute.
La componente sociale in questo noir non è di minor importanza della descrizione dei luoghi, degli ambienti, della geografia postindustriale di una città in cui convivono vecchie ricchezze e nuove povertà. Il grigiore della crisi, gli immigrati dell’est, i vagabondi e i senzatetto, fanno da sfondo a una realtà urbana ibrida e desolata, ma ancora capace di conservare sacche di altruismo, solidarietà, amicizia e proprio questa incongruenza crea quel senso di realismo, e autenticità che dona a questo noir un’ anima, una peculiare concretezza.
La scrittura è semplice, fluida, bilanciata, alterna parti descrittive a dialoghi immediati e schietti. Nessun fronzolo, nessuna eccessiva deriva verso il sentimentalismo, specie quando il protagonista fa i conti con il suo passato, con l’amicizia che lo legava al suo Maestro, ora materializzatosi nel suo peggior nemico, nell’uomo che lui si rifiuta di essere, non ostante l’abisso sia così vicino, quasi inevitabile. Hans potrebbe essere tranquillamente il suo doppio, l’uomo che avrebbe potuto essere. Ma Werner in fondo è una persona gentile, con un’etica, una coscienza, sentimenti ed emozioni, non la macchina per uccidere che i suoi ex capi avevano programmato. Lui non agisce per tornaconto, non si è adeguato alla legge del denaro che regola i sistemi capitalistici in cui ora vive, conserva una romantica ideologia fatta di giustizia, solidarietà, onestà, capace di redimerlo in fondo, se di redenzione si può parlare.
Come ogni noir che si rispetti le parti buie sono più frequenti di quelle luminose, ma non è la tristezza e la disperazione a prevalere, ma una ragione, la ricerca di suo padre, moto proprio che sicuramente si svilupperà nel prossimo romanzo della serie. Perché la storia di Werner non finisce qui, questa è solo una tappa. La recensione esce in anteprima, il libro uscirà il 15 aprile.

Luca Rinarelli è nato nel 1975 a Torino, strana città in cui si ostina a vivere.
Storia del Novecento, fotografia e cinema le passioni di sempre. Si è occupato per anni di persone senza fissa dimora. Ha pubblicato i romanzi In perfetto orario (Robin 2009) e La gabbia dei matti (Agenzia X 2011). È uno degli autori della biografia Dalla parte degli ultimi, (Edizioni Gruppo Abele). Ha pubblicato in e-book il racconto H, selezionato dal concorso Corpifreddi. I suoi racconti sono pubblicati in varie antologie come Un giorno a Torino – Calibro 9 (Novecento Media). Inverno rosso è il suo terzo romanzo.

:: Gin&Genio, Dan Fante (Whitefly Press, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

27 marzo 2014

cop scheda lastGin&Genio di Dan Fante è stato pubblicato in Italia lo scorso maggio dalla Whitefly Press. La traduzione dall’inglese americano è di Gabriella Montanari, co-fondatrice della casa editrice.
Ciò che il lettore deve aspettarsi da Gin&Genio ben lo sintetizza Ben Pleasants nella prefazione: “I suoi romanzi, le sue commedie e le sue poesie sono rabbiosi fili spinati contro la monotonia del conformismo”. In effetti fin dalle prime battute emerge chiaro che le composizioni di Dan Fante poco hanno a che vedere con le liriche o i sonetti d’intonazione classica o classicheggiante e parimenti hanno poco in comune anche con la produzione poetica contemporanea. Non per questo però hanno meno valore o importanza, letterariamente parlando. “Ci sono 4,6 miliardi di persone su questo pianeta e in nessun momento uno solo di quei figli di puttana pensa a te”. Traspare tutta l’amara consapevolezza del mondo che lo circonda dai versi di Fante, di Los Angeles ma anche dei posti che ha visitato, compresa l’Italia. Viviamo in un mondo di finzione, dove l’apparenza e l’apparire conta più della sostanza, tutti sono pronti a svendersi per il vile denaro, compresi gli scrittori, i poeti, e gli artisti che divengono scribacchini al servizio dei loro editori, scenografi o produttori, scrivendo ciò che viene indicato loro e non quello che sentono veramente di dire. Dan Fante invece lo fa, al pari di un altro californiano d’adozione che tanto ha fatto parlare di sé per la sua scrittura senza veli. E tanti sono i legami con Charles Bukowski, primo fra tutti l’amore per l’alcool e per le donne, ma soprattutto l’essere una nota diversa in campo editoriale internazionale, che una volta scoperta lascia indelebilmente un segno profondo nel lettore. “Non conosco nessun altro poeta vivente che scriva in questo modo. La sua visione, la sua voce, così particolari, esplodono ad ogni pagina. Leggete chi vi pare, ma sappiatelo: non sarete più gli stessi dopo aver aperto questo libro” (Joyce Fante – Prefazione a Gin&Genio). Il vissuto che emerge dai suoi scritti regala l’immagine di un uomo che i problemi non li ha solo evitati, li ha anche affrontati, superati, con la consapevolezza della caducità della volontà nonché dell’imprevedibilità della vita stessa. Contrariamente a ogni aspettativa poi emerge forte la passione per il proprio lavoro di scrittore, di poeta, di narratore. Un sentimento puro, genuino, che va oltre il mestiere, il guadagno o la notorietà, piuttosto rammenta l’immagine di un cammino verso se stesso, un ritorno al proprio essere interiore rinnovato dal contatto con il mondo esterno. “L’unica vera pace uno scrittore la trova davanti alla macchina da scrivere quando deve buttarsi di testa senza trucchi e aspettare che le dita si muovano fin quando una volta di più con il cuore come sola difesa ascolta il suono della musica”.

Dan Fante: Nasce a Los Angeles nel 1944 dal celebre scrittore John e da Joyce Smart; insegna scrittura creativa all’Università di U.C.L.A. Annualmente fa ritorno in Italia, nella cittadina abruzzese di Torricella Peligna di cui era originario il nonno emigrato in America nel 1901. In Italia ha pubblicato con la Marcos y Marcos Angeli a pezzi, Agganci, Buttarsi, con Ad est dell’equatore Mae West, con Spartaco l’opera teatrale Don Giovanni, con Whitefly Press Gin&Genio.

:: Le competenze trasversali dell’amore, Angelo Dolce (Ottolibri, 2014) a cura di Micol Borzatta

27 marzo 2014

competenze trasversaliLorenza D’Antoni è un’insegnante di cinquantadue anni, madre di famiglia, moglie ma soprattutto una donna.
La sua vita si divide tra famiglia e scuola, due ambienti da dove non riceve stimoli o ringraziamenti.
Un giorno però a scuola si presenta il supplente del professore di musica: Nicolò Grimaldi. Un venticinquenne molto attraente, musicista.
Lorenza si invaghisce subito del nuovo arrivato. Si stupisce del suo comportamento, non è da lei, sempre stata donna integerrima. Inizia ad andare in palestra per rimettersi in forma, da giovane era sempre stata una bellissima ragazza e voleva ritornare bella per il suo prof.
I giorni passano e i due iniziano una storia, Lorenza si innamora sempre di più del suo prof. e questo sentimento la fa cambiare anche nei confronti dei suoi studenti, che si accorgono del cambiamento e iniziano a portarle più rispetto e ad avvicinarsi a lei.
La storia però non è tutta rosa e fiori, Lorenza, per Nicolò, inizia a diventare troppo pressante, mentre per lei lui non è abbastanza presente.
Una sera Lorenza decide di andare a prenderlo fuori dal locale in cui suona. Nicolò si arrabbia e iniziano a discutere pesantemente, ma come succede sempre dopo la tempesta arriva il sereno, ma è un sereno illusorio perché entrambi sanno che quella è l’ultima volta.
Lorenza decide di non smettere però di prendersi cura di se stessa, continua la palestra, dove il suo istruttore le chiede di prendere il suo posto, continua a mantenere il nuovo rapporto con i suoi studenti e cerca di tornare a essere più vicina ai suoi figli.
E proprio questa sua vicinanza con i figli la porta a distruggersi. Sua figlia Martina, infatti, una sera le chiede aiuto per prepararsi per un appuntamento. Lorenza è tutta contenta di aiutarla, ma quando il ragazzo della figlia entra in casa scopre che è il suo prof.: Nicolò Grimaldi.
Un romanzo molto coinvolgente che racconta nei particolari il degrado delle famiglie di oggi, la mancanza di interesse che sempre più spesso colpisce i coniugi, un disinteresse reciproco che trasforma una famiglia in un gruppo di coinquilini estranei l’uno all’altro, causato dai problemi e dalla routine quotidiana.
Scritto in prima persona e sottoforma di relazioni periodiche coinvolge molto il lettore che segue tutti i pensieri e i cambiamenti di Lorenza arrivando a prendere le sue parti, a capirla, a sostenerla e a provare le sue gioie e i suoi dolori.

Angelo Dolce è laureato in Storia dell’Arte. Vive e lavora nella parte storica della Repubblica di Venezia. Amante delle chiese, dei concerti, delle orchestre, dei musei e dei teatri. Nel 2001 è finalista al Premio Nazionale di Narrativa a Bari con l’opera ChinOtto e nel 2013 ha pubblicato Pelle d’acciaio, note d’ottone. Vita e avventure di Lorenzo da Mestre nella Serenissima Repubblica d’Italia.

:: Con rispetto parlando, Ana Nobre de Gusmão (Neri Pozza, 2014) a cura di Valeria G.

26 marzo 2014

con_rispetto_parlando_01« Ho cinquant’anni ed ho sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me: Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà. »

(Gustave Courbet)

Può succedere, qualche volta, di trovarsi davanti ad un libro e non avere grandi aspettative in relazione al contenuto che lo scrittore ha deciso di trattare nel suo lavoro.
Questo può verificarsi, in primis , al lettore che si appresta ad iniziare il nuovo romanzo di Ana Nobre De Gusmao intitolato ” Con rispetto parlando ” pubblicato da Neri Pozza; la copertina riporta un manichino con una divisa bianca e nera da cameriera di alti livelli, una scelta evidentemente molto appropriata in quanto il libro narra la storia di Laurinda, domestica ad ore portoghese.
Laurinda è dedita al suo lavoro e ai suoi “padroni” , la fatica di un lavoro estenuante come il suo non sembra pesarle molto, anzi , è assolutamente consapevole del suo posto nel mondo, “felicemente vedova” , profondamente religiosa e decisamente pettegola.
Oltre a tutto ciò, Laurinda sostiene di avere un dono speciale e piuttosto fastidioso; è in contatto con fantasmi e spiriti, non li sente parlare ma ne avverte la presenza, vede anche le anime delle persone, quindi è convinta di sapere esattamente se una persona sta dalla parte del Bene o del Male.Tutto questo condito da un linguaggio tagliente e pensieri non sempre positivi circa gli atteggiamenti dei suoi datori di lavoro.
La storia in sé è piuttosto semplice, gli avvenimenti sono narrati attraverso i racconti articolati e personalizzati della domestica che “in confidenza” spiega ai padroni i dettagli intimi e , spesso piccanti, della vita degli altri personaggi: la signora Vanda è sempre annoiata, il marito la lascia sola tutto il giorno, i bambini sono a scuola e lei non ha niente da fare se non tentare di preparare piatti elaborati che il più delle volte finiscono nella spazzatura perché immangiabili; il signor Emanuel è un professore colto ed elegante, gay non dichiarato ma prossimo al coming-out; , la signora Celeste è una donna affascinante, separata dal marito, con una vita sentimentale piuttosto libertina che si lascia sedurre da un giovanotto ambiguo che potrebbe essere suo figlio e che Laurinda schiera subito dalla “parte del Male”; e infine la signora Ursula, nata in Svizzera, portoghese di adozione, ha abbandonato il marito per seguire quello che credeva essere il suo grande amore.
Quest’ultima viene coinvolta particolarmente nelle vicende spirituali di Laurinda, la “padrona svizzera” , infatti, possiede una copia dell’opera denominata “La sonnambula” di Gustave Coubert. La sola presenza del quadro getta Laurinda in uno stato di confusione e di visioni esoteriche tanto da convincersi che la famiglia di origine della stessa Ursula sia stata legata al pittore, nonché convincersi che il fidanzato giovane della signora Celeste sia l’immagine vivente del pittore stesso.
E’ decisamente sorprendente come, attraverso una narrazione leggera in cui le vicende trattate possano sembrare piuttosto vuote , ci siano invece spunti estremamente interessanti che permettono al lettore di affrontare i grandi interrogativi che da sempre affliggono l’Uomo: esiste davvero qualcosa oltre la morte? E ‘ Dio che ha creato l’uomo oppure è l’uomo che ha creato Dio ? E’ Laurinda , naturalmente, con i suoi discorsi prolissi e la sua irresistibile ironia a fornire lo spunto per tali riflessioni a tutti i personaggi, ognuno a modo suo si sentirà coinvolto e cercherà di trovare le risposte a tali quesiti.

Ana Nobre de Gusmão è nata a Lisbona dove ha studiato Design e si è laureata in Filosofia. Vive tra il Portogallo e la Svizzera. Il suo primo romanzo, Delitto senza corpo (Cavallo di ferro, 2006), ha vinto il premio Revelação ed è stata accolto con un grande successo di pubblico. È già stata tradotta in Germania e Spagna.

:: L’omicidio di Halland, Pia Juul (Elliot, 2014)

26 marzo 2014

Lomicidio-di-Halland-Pia-JuulPrima di iniziare questa recensione alcune premesse mi sembrano doverose: non tutti gli interrogativi che sorgeranno durante la lettura di questo romanzo avranno una risposta, molte questioni rimarranno irrisolte e pure l’identità dell’assassino, (perché questo romanzo è infondo un poliziesco pur con tutti i ma del caso), seppure un’ ipotesi verrà fatta (sia dalla polizia che dalla protagonista, voce narrante del romanzo), resterà fumosa e indistinta.
Detto questo le ipotesi sono due: o la colpa è mia, tutto è chiaro e io non sono abbastanza perspicace da cogliere rimandi e sottigliezze o l’autrice stessa ha inteso creare questo senso di sospensione e incertezza, (e avendo letto molte recensioni straniere al libro, opterei per questa seconda ipostesi).
Dunque se amate i misteri e le sfide non vi spaventano, avete occhio per i dettagli e amate mettere in moto le celluline grigie care a Poirot, avrete pane per i vostri denti.
Spoilerare è quasi impossibile, perché unicamente si possono delineare ipotesi, e almeno io mi guardo bene da darvi certezze, punti d’appiglio incontrovertibili, dati di fatto certi e rassicuranti. Leggere questo libro è un po’ come camminare sulle sabbie mobili con il dubbio che sia solo un inganno letterario, o ancor peggio la trama di un romanzo che la protagonista, scrittrice affermata, sta ideando.
Anche quest’ultima ipotesi non è da scartare del tutto, ce ne sono infatti gli indizi, ma noi li ignoreremo e considereremo il romanzo la storia di un delitto e della sua successiva indagine svolta dalla polizia, e rifiutata caparbiamente dalla protagonista che indaga sì, ma su chi fosse in realtà il marito che credeva di conoscere, ma in realtà non conosceva affatto. Se dopo quanto avete letto fin ora non vi ho spaventato, ma anzi vi ho incuriosito, bene vorrà dire che questa lettura sarà per voi interessante e soddisfacente.
L’omicidio di Halland (Mordet pa Halland, 2009) della danese Pia Juul, tradotto da Bruno Berni ed edito in Italia da Elliot edizioni, si discosta grandemente dal tipico giallo nordico, e su questo tutti i recensori che l’hanno analizzato sono d’accordo.
L’autrice è fondamentalmente una poetessa, una drammaturga, un’autrice di romanzi più “letterari” che di “genere”, differenza che fa sorgere anche qui numerosi interrogativi, anche se questo non è il luogo per trovare delle risposte.
La Juul si accosta al genere poliziesco assorbendone i temi: abbiamo un delitto, abbiamo un’ indagine poliziesca, abbiamo un misterioso assassino armato di fucile, abbiamo vari misteri legati alla vittima, e soprattutto abbiamo lo sguardo della vedova, Bess, voce narrante della storia a cui dobbiamo decidere fin da subito se credere o meno. E ragioni per dubitare su quanto dice ce ne sono parecchie, anche se da gran mattatrice assorbe tutta la luce su di sé, creando intorno simpatia e nello stesso tempo dubbi e un bizzarro senso di follia.
Il romanzo si apre con una tranquilla scena domestica: una coppia, Halland e Bess Roe, seduti in soggiorno a guardare un poliziesco alla tv. Lei scrittrice, si alza per andare a lavorare nel suo studio, lui va a letto, il giorno dopo deve partire per lavoro.
E fino a qui tutto corre nei binari del consueto.
Lei lavora tutta la notte ad un manoscritto e al mattino, una splendida mattina di primavera, si assopisce sul divano del soggiorno. Poi viene svegliata da un forte colpo, forse uno sparo. Un uomo bussa alla porta, Bjorn e le dice: In nome della legge. Sono le 7,47 […] lei è in arresto per l’omicidio di Halland. Le ultime parole del marito accusano appunto Bess dell’omicidio.
Ma Bjorn non è un poliziotto, è solo un passante che ha scoperto il corpo.
Credergli o meno? Davvero Bess è l’assassina? La polizia sembra scartare quest’ipostesi e inizia un’indagine che nelle ultime pagine del libro porterà ad un probabile colpevole.
Ma facciamo un passo indietro. Tutto il romanzo ruota intorno alle reazioni di Bess al delitto. Il personaggio di Halland svanisce sullo sfondo, la ricerca del vero assassino pure, abbiamo sì diversi candidati, diversi moventi, anche se forse quella con il movente più forte è proprio la stessa Bess, una forte somma di denaro viene trasferita sul suo conto, ma ciò che impariamo maggiormente a conoscere è il personaggio di Bess, le sue stranezze, le sue eccentricità, il suo rapporto irrisolto con la madre e la figlia, con il suo ex marito che lasciò per Halland.
E poi cosa spinge un uomo ad affittare una stanza nell’appartamento di una nipote, vistosamente incinta, che poi è davvero la nipote? E’ lui il padre di questo bambino? E perché chiude tutti si suoi conti, disattivando le utenze? Sarà la chiave di lettura di tutto il poster di La Retour de Martin Guerre che Bess trova nella stanza di Halland? Cosa contiene il suo computer? Perché Bess va a una presentazione di un suo libro e poi fugge via? Chi le telefona dal telefono di Halland? Perché la figlia la tratta con gentilezza quasi inconsapevole di tutti gli attriti che Bess ha sempre descritto?
Domande si sommano ad altre domande, e il lettore non fa a tempo di farsi delle ipotesi che la trama cambia prospettiva, fino al finale altrettanto inquietante. Un gioco di intelligenza insomma, un rompicapo, i cui echi restano anche parecchi giorni dopo la fine della lettura.

Pia Juul Considerata uno dei maggiori poeti e narratori danesi contemporanei, è nata nel 1962 e ha esordito nel 1985 con un libro di poesie.
Da allora ha pubblicato una lunga serie di opere, soprattutto poetiche, ma anche drammi e alcuni romanzi, fino alla sua ultima raccolta di racconti del 2012, Af sted, til stede, che ha avuto un grande successo.
Ha vinto molti premi prestigiosi e dal 2000 riceve il vitalizio del Fondo Statale per l’Arte, che la Danimarca attribuisce ai suoi migliori artisti.
In Italia nel 2014 la casa editrice Elliot ha pubblicato il suo romanzo L’omicidio di Halland.