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:: Sartoria Los Milagros, María Cecilia Barbetta, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 aprile 2014

sartoriaTraduzione Fabio Cremonesi

Prima di cominciare Sartoria Los Milagros ho letto la biografia dell’autrice María Cecilia Barbetta – nata in Argentina, ma residente in Germania – e mi sono chiesta quanto la cultura berlinese potesse aver influito sulla trama di questa storia, perché se penso all’Argentina, subito mi corre alle mente la passionalità del tango e della gente che sta dall’altra parte dell’oceano. Passando poi a Berlino, dove ho passato una settimana nel 1999, mi salta subito nella memoria il rigore razionale che caratterizza la capitale tedesca. In questo caso ragione e sentimento– non me ne vogliano Jane Austen e i suoi seguaci per questo riferimento- convivono in perfetta armonia, dando vita ad una stuzzicante trama. Alla base della vicenda c’è una complessa e caotica storia d’amore a tratti così strampalata e surreale che spesso ho avuto la sensazione di trovarmi dentro una tipica telenovela del Sudamerica, anche se a dire il vero non ne ho mai vista una. La storia è ambientata in una via di Buenos Aires – Calle Gascón- dove ha le sue radici la Sartoria Los Milagros. Qui lavora Marianna Nalo che apprende l’arte del creare, cucire e rammendare abiti sotto la stretta sorveglianza della zia Milagros. Mariana è giovane, bella e innamorata di un certo Gerardo Botta che la lascia così, all’improvviso per raggiungere gli Stati Uniti d’America. La protagonista cerca di concentrarsi il più possibile sul lavoro, ma la sua mente corre sempre all’amato lontano, del quale non ha nessuna notizia, se non tre striminzite cartoline dalle quali emerge poco e nulla di quello che l’aitante giovanotto starebbe, e uso il condizionale, facendo. A distrarre un po’ Mariana dalle proprie preoccupazioni l’arrivo nella bottega di sartoria di Analía Moran. Lei, appassionata di numeri, è pronta ad unirsi in matrimonio con l’amato Roberto, ma per rendere il giorno del suo “sì” perfetto Analía incarica Mariana di sistemarle il prezioso abito da nozze di fattura italiana ereditato dalla madre. Mariana mette tutta sé stessa nel lavoro commissionatole da questa coetanea, per dare forma concreta al desiderio della cliente, ma lo scambio di ironiche battute con la madre e i pettegolezzi che scopre la zia si insidiano come un tarlo nella mente della protagonista, tanto che ad un certo punto Mariana si domanderà se tra il suo amato Gerardo e Roberto ci sia qualche legame. Amore, cuore, sospetti, tradimenti, lacrime e voglia di rivalsa animano la protagonista scaturita dalla penna della Barbetta, una giovane simpatica, passionale, dedita al suo lavoro, ma anche al dono completo di sé all’altro. Una sincerità che porterà Mariana a scontrarsi con un’amara verità. Una scoperta che non le impedirà di trovare un rinnovato coraggio per architettare una piccola rivincita personale. Nel libro c’è un altro aspetto curioso e simpatico, ed è quello caratterizzato dalle tante pagine colme di inserti grafici, disegni, miniature, fotografie e fumetti, tutti da ritagliare. Appena visti mi hanno ricordato quegli album da colorare con i quali giocavo da piccola, ma nel caso del libro della Barbetta oltre al “taglia e cuci” per divertimento del bricolage, devo dire che ad un’attenta osservazione ogni immagine è strettamente collegata a quanto accade a Mariana e al mondo che la circonda. Sartoria Los Milagros è il romanzo d’esordio della scrittrice argentina trapiantata a Berlino, nel quale l’autrice riesce a far convivere i desideri d’amore e le speranze deluse dalla cruda realtà, il tutto avvolto da un fantastica atmosfera da fiction tv latinoamericana che racconta a noi lettori le sfuggenti ambiguità del genere umano.

María Cecilia Barbetta è nata in Argentina nel 1972 e vive a Berlino. Nel 2008 ha esordito con il romanzo Änderungsschneiderei Los Milagros (Sartoria Los Milagros per Keller). Il romanzo è insignito nel 2008 del premio letterario Aspekte, nel 2009 con dell’Adelbert-von-Chamisso-Förderpreis e del Bayern 2-Wortspiele-Preis. Dal 2011 è membro del P.E.N. tedesco.

:: Sette piccioni sporchi di sangue, Anthony Abbot, (Polillo, I Bassotti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

20 aprile 2014

Sette-piccioni-rossi-di-sangueNew York, vigilia di Natale. Geraldine Foster, una bella ragazza prossima alle nozze, segretaria in un rinomato studio medico in Washington Square, scompare. Dopo alcuni giorni, Betty Canfield, coinquilina della ragazza, decide di informare la polizia e si rivolge a Thatcher Colt, amico di famiglia e capo della polizia di New York. Così inizia Sette piccioni sporchi di sangue (About the Murder of Geraldine Foster, 1930) pubblicato a marzo, su licenza della Mondadori, da Polillo editore nella collana i Bassotti e tradotto da Igor Longo. Primo romanzo degli otto mystery scritti da Anthony Abbot, già editi tra il 2005 e il 2008 nei Classici del Giallo, o nei gialli Mondadori. About the murder of Geraldine Foster, fu pubblicato infatti nel maggio del 2005 con il titolo L’omicidio di Geraldine Foster – I Classici del Giallo n. 1060, poi seguirono L’amante del reverendo, La signora dei nightclub, La regina del circo, Il mistero di Madeline, forse il più famoso, L’uomo che temeva le donne, La soglia della paura, e per ultimo Killer 2.
Anthony Abbot certo è un nome meno famoso di S. S. Van Dine, creatore di Philo Vance, o Ellery Queen, o John Dickson Carr, ma è un autore da riscoprire, un degno esponente della Golden Age della Detective Story e del giallo deduttivo, in questo caso di ambientazione americana. Sette piccioni sporchi di sangue, titolo forse scelto per non anticipare il primo dei colpi di scena, evidente nel titolo originale del romanzo, presenta per la prima volta al pubblico il personaggio di Thatcher Colt, elegante e arguto capo della polizia di una New York anni ’30, toccata dalla Grande Depressione, popolata da commesse e segretarie della buona borghesia, e avvocati e medici di grido eredi di patrimoni da milioni di dollari, la cui planimetria, oltre alle vie, i parchi, i grattacieli, contiene ancora colline boscose, quasi in pieno centro.
Un giallo vintage quindi, in piena tradizione pulp, sia per i temi trattati che per le tecniche narrative, prima tra tutte la moltiplicazione delle tracce per allontanare il lettore da quelle risolutive che portano al colpevole, pur giocando onestamente come prevedono le regole di Van Dine. Dunque sappiamo che un caso di scomparsa si trasforma in un delitto, con un primo sospettato (che subirà in ordine un durissimo terzo grado – senza neanche essere arrestato, solo come testimone reticente – la macchina della verità, e il siero della verità, tutti metodi polizieschi non regolamentari, o umani, nel primo caso – si arriva a giustificare la violenza negli interrogatori con individui che considerano la violenza normale e comprendono solo il dolore fisico!), perseguito accanitamente dal procuratore distrettuale, Merle Dougherty, arrampicatore sociale che punta a diventare Governatore, quasi deciso a mandare sulla sedia elettrica il primo che passa, (ancora meglio se un ricco medico come Humphrey Maskell, capace di garantirgli le prime pagine di tutti i giornali), personaggio quasi grottesco che fa risaltare invece le doti investigative e umane del protagonista.
Gran parte del romanzo sarà occupato da questa vicenda, mentre l’intuizione che porterà il capo della polizia ad escludere tutti i sospettati e orientarsi in un’ unica direzione, resta un po’ fumosa e verrà spiegata solo nei capitoli finali, anche se va detto, ho individuato l’assassino già dai primi capitoli, quindi l’autore non fa nulla per depistare, nascondere indizi, imbrogliare il lettore.
Tornando alla trama, Thatcher Colt con l’aiuto del suo segretario e assistente Anthony Abbot, (voce narrante del romanzo, espediente narrativo già usato per esempio da Ellery Queen), inizia a indagare sulla scomparsa della ragazza e si reca nell’appartamento dove viveva. Qui scopre alcuni frammenti di una lettera scritta da Geraldine che ipotizzano un eventuale ricatto: la ragazza infatti richiede la somma di 4000 dollari (il padre della ragazza se non ricco è sicuramente benestante disponibile ad aiutarla anche economicamente) ad un misterioso destinatario per non rivelare alcuni particolari compromettenti. Poi un altro particolare incongruo, insospettisce il capo della polizia: l’inchiostro usato per scrivere questo messaggio è diverso dall’inchiostro solitamente usato dalla ragazza, e qui ad una sola occhiata Thatcher Colt capisce la marca dell’inchiostro, confermata poi da Betty Canfield, che gli porta la boccetta appena comprata da Geraldine. Inoltre cosa apre la chiave trovata in una giacca della ragazza? La Canfield non sa dare spiegazioni.
Poi altri particolari non tornano: qual è il motivo del litigio con il suo fidanzato, che ha portato alla rottura del fidanzamento? Qual è il motivo del litigio con il suo datore di lavoro avvenuto il giorno stesso della scomparsa? E chi è la donna misteriosa che il dottore dice di aver visto nel suo ufficio alla ricerca di Geraldine Foster, poi scappata via in taxi e soprattutto perché borsa e pelliccia della ragazza si trovano in uno sgabuzzino dello studio, quando sicuramente il giorno della scomparsa era una giornata fredda e la ragazza non poteva di certo uscire senza? La vicenda ha uno sviluppo drammatico quando Betty Canfield trova altri frammenti della lettera ricattatoria, che citano una misteriosa casa in Peddler’s Road. Qui Anthony Abbot e Betty Canfield fanno una macabra scoperta, anticipata dal rinvenimento di sette piccioni morti imbrattati di sangue umano.
Un libro davvero interessante, scorrevole, capace di coinvolgere il lettore nella sfida alla ricerca dell’assassino. Cercherò di recuperare anche gli altri sette di Abbot.

Anthony Abbot (1893-1952), pseudonimo di Charles Fulton Oursler, nacque a Baltimora, nel Maryland. Abbandonata la scuola in giovanissima età, svolse svariati mestieri – impiegato in uno studio legale, imballatore in un grande magazzino, prestigiatore nei night-club – prima di scoprire la vocazione per la scrittura. Dopo aver lavorato come reporter per il Baltimore American, nel 1918 si trasferì a New York dove, di lì a poco, venne assunto dalla McFadden Publications, una casa editrice di riviste popolari. Sotto lo pseudonimo di Anthony Abbot pubblicò otto gialli che risentono dell’influenza di S. S. Van Dine e del primo Ellery Queen. Nel romanzo d’esordio, About the Murder of Geraldine Foster (Sette piccioni sporchi di sangue) introdusse il personaggio ricorrente di Thatcher Colt. Nel 1949, quando ormai le sue storie poliziesche erano solo un ricordo, conquistò vasta fama con The Greatest Story Ever Told, il racconto della vita di Cristo, un bestseller da oltre due milioni di copie da cui nel 1965 venne tratto un kolossal cinematografico. Viaggiatore instancabile e uomo dai molteplici talenti, Oursler fu anche responsabile editoriale del Reader’s Digest, conduttore radiofonico, sceneggiatore, critico, ventriloquo, investigatore dell’occulto e agente sotto copertura per l’FBI. La sua autobiografia, Behold This Dreamer, uscì postuma nel 1964.

:: Black Stiletto, Raymond Benson (Centoautori, 2014) a cura di Stefano Di Marino

18 aprile 2014

black stilettoCredo che per tutti i narratori veri sia una sensazione comune. Spesso ci dimentichiamo di leggere, di trovare nuovi punti di partenza, di tornare ad appassionarci come negli anni della formazione. Per me è sempre una grandissima emozione. Una finestra che si apre su un panorama al tempo stesso familiare (quello del noir, dell’avventura e dell’azione) ma visto con uno sguardo ‘fresco’, accattivante, che ti avvince e ti stimola, coltivando la tua fantasia con sementi nuove che daranno chissà quali frutti. Per il momento resta il puro piacere di una lettura avvincente. Raymond Benson è un amico e collega di lunga data e così Andrea Carlo Cappi che me lo ha fatto conoscere ai tempi in cui scrisse gli apocrifi di James Bond (pubblicati da Mondadori e Alacràn), sicuramente tra le opere del filone tra le più riuscite. Che Raymond scrivesse poi altri romanzi di ottima qualità lo sapevo, in particolare Torment (in Italia Ossessione) che avevo trovato particolarmente coinvolgente. Nulla di tutto ciò, se non una generica fiducia nel fatto che stavo acquistando un libro di qualità, mi aveva preparato alla lettura del primo volume della avventure di Black Stiletto. Un’eroina della fine degli anni ’50. In costume ma non dotata di super poteri, abile, mortale, arguta, Una donna forte pur con le sue debolezze. E intorno a lei un mondo favoloso di gangster, spie, pugili, mafiosi. Ma non basta, perché le avventure della vendicatrice mascherata che si cela dietro la maschera di Black Stiletto ci portano a oggi, al narratore (che poi è suo figlio), uomo comune alle prese con le nostre difficoltà e che scova in un diario una chiave per stabilire un ponte con la anziana madre malata di Alzheimer. Non finisce qui perché, come in ogni grande storia popolare, il passato s’intreccia con il presente in un gioco perfetto di scacchi e tasselli. Che, come si diceva una volta, ‘ti tiene inchiodato sino all’ultima pagina’ e, naturalmente, ti costringe a d aspettare il prossimo episodio con ‘trepidante desiderio di vedere come procede la saga’. Eh sì, perché a noi piacciono le saghe, ah ah. Sulla storia di questo primo romanzo pubblicato da Centoautori e tradotto dall’ottimo Cappi con piglio e verve, non vi dico. C’è però qualcosa di profondamente umano, struggente, toccante nella vicenda di Black Stiletto. Un valore aggiunto che non si sovrappone alla vicenda che è concepita per intrattenere. Emerge tra le righe, nei pensieri dei protagonisti e nel mondo in cui vivono. La nostalgia per un tempo di avventure sognate, di eroi ed eroine, di affetti perduti. Il legame tra genitori e figli, qualcosa che, per mille ragioni sembra essere andato irrimediabilmente andato storto ma che il destino (l’autore in questo caso) ributta sul tavolo concedendo a tutti una possibilità per riplasmare la storia, il proprio mondo affettivo. È questa forse la potenza di Black Stiletto che Raymond lascia filtrare tra perfette ricostruzioni dell’America anni ’50, duelli di arti marziali, e il tratteggio di un’eroina che avrebbe molto da insegnare a quelle di oggi, così comprese di essere donne con una loro dignità da scordare cosa significhi essere realmente un personaggio femminile che unisce forza e fragilità. Non è facile per un uomo addentrarsi in un universo psicologico del sesso opposto, ma Raymond ci riesce. Lo fa con mano leggera, toccando tutti i tasti giusti ma senza pestarvi sopra, consapevole che la storia deve andare avanti. Così la caratterizzazione del personaggio, gli ambienti, gli intrecci, le corde emotiva stimolate nel lettore si fondono in un intreccio indimenticabile. Bravissimo Raymond… aspettiamo gli altri episodi, scrutando nella notte. Chissà, magari anche tra i tetti della nostra città, potrebbe volteggiare Black Stiletto.

Raymond Benson è nato nel 1955 a Midland, Texas. Nel 1979 si è trasferito a New York per proseguire la sua carriera di musicista, autore e regista teatrale. Negli anni ’80 realizza il saggio The James Bond Bedside Companion che riceve una nomination all’ Edgar Award.  A partire dagli anni ’90 scrive nove romanzi e tre racconti con protagonista James Bond, tra cui Conto alla rovescia e Tempo di uccidere. Pubblica poi numerosi mystery, alcuni dei quali editi in Italia da “Il Giallo Mondadori”, e nel 2014 esce in Italia il primo romanzo della serie Black Striletto, giunta in America al quarto volume.

:: Lingua in bocca: Storie di sesso, delitti e derelitti, Miss Seline (Amazon Media, 2014) a cura di Franco Forte

16 aprile 2014

Lingua in bocca BASSACharles Bukowski al femminile? Be’, per certi versi sarebbe facile affibbiare questa definizione alla misteriosa Miss Seline (pseudonimo dietro a cui si cela un’autrice italianissima), se non altro per il modo che ha di raccontare le sue storie, e per il piglio dei protagonisti dei suoi racconti, aggregati in questa antologia dal titolo che incuriosisce. Da’altra parte, ritengo che una definizione del genere sarebbe riduttiva, perché diversamente da Bukowski, re assoluto della trasgressione alcolico-sessuale, nei racconti di Miss Seline compare a tinte forti (ma non rosa) la componente femminile, che l’autrice non riesce a tenere a bada nemmeno quando costruisce dei protagonisti maschili. E’ una questione di sentimenti e di prospettive, più che di linguaggio e di azioni (questi sì bukowskiani), e lo capiamo fin dalla scelta del punto di vista narrativo, che viene assegnato a quello che dovrebbe essere l’alter ego dell’autrice: una donna che ogni notte posiziona il suo furgoncino Minonzio sotto i piloni dell’autostrada, nella periferia di una città che non è difficile identificare come la capitale meneghina, e mentre distribuisce panini, alcolici e Coca Cola agli sbandati della notte, ascolta i loro racconti, tragici, folli e sconclusionati, e li riporta al lettore.
Certo, a guardare la copertina di “Lingua in bocca”, quelle gambe magnifiche calzate da scarpe che ben si adattano a uno dei personaggi dell’ultimo racconto della raccolta (“Profilo di platino”), e che sappiamo essere le gambe dell’autrice stessa, non è facile credere che la voce narrante dell’antologia possa agghindarsi in quel modo, mentre serve ai tavoli del suo furgoncino (se fosse così, ditemi dov’è, che corro subito a vedere!), eppure c’è una correlazione fra tutti gli elementi che compongono questo libro, e che ci dà il quadro preciso della scrittrice con cui abbiamo a che fare: racconti tosti, senza recriminazioni, fatti di lacrime, sangue e irriverenza; belle gambe offerte in modo spavaldo al lettore; pseudonimo di garanzia per chi sa che i suoi racconti ci vanno giù pesante; una voce narrante fredda e distaccata che rappresenta l’anima indifferente della società che assiste ogni giorno al degrado delle periferie, e che non può fare nulla per invertire il processo.
Tutto questo in un ebook da 2,68 euro, una cifra più che abbordabile per chiunque voglia dedicarsi non alla solita lettura pulp da sottoscala, ma a un prodotto di rabbia e furia genuine, che si fa apprezzare per i significati profondi e per il modo del tutto inusuale che ha di parlare ai lettori, senza i filtri anemici della retorica letteraria di questi ultimi tempi.

Miss Seline è uno pseudonimo dietro il quale c’è una misteriosa scrittrice italiana. Sue sono le gambe raffigurate in copertina. L’ebook è disponibile su Amazon a questo link, (qui).

:: La giostra dei fiori spezzati, Matteo Strukul, (Mondadori, 2014)

15 aprile 2014

giostraPadova, 1888. Un serial killer ante litteram, un predatore si aggira per il quartiere malfamato di Borgo Portello e uccide senza pietà giovani donne, prostitute, mettendo in scena un personale rito quasi pagano. Ad indagare l’ispettore Roberto Pastrello, poliziotto scaltro e esperto, che intuisce quanto questo caso si discosti dalla norma, dai soliti delitti che si verificano in città. Questa volta la mente omicida da perseguire è pericolosa, oltre che disturbata. Per catturare l’assassino sono necessari due collaboratori d’eccezione: il giornalista Giorgio Fanton e l’alienista Alexander Weisz. Solo loro possono avere una possibilità. Solo unendo le forze questo predatore potrà essere individuato e catturato. E il tempo stringe, perché il killer continua a uccidere, uscendo anche dal Portello, diffondendo il terrore in tutta la città.
La giostra dei fiori spezzati di Matteo Strukul, edito nella collana Omnibus di Mondadori, terzo romanzo dello scrittore padovano dopo i due dedicati a Mila, si discosta dal pulp noir contemporaneo, marchio di fabbrica dell’autore, per virare verso il thriller storico, in un’accezione decisamente originale e surreale, contaminata da generi e suggestioni, non solo letterarie, che vanno dal gotico tardo Ottocentesco, lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle su tutti, mediato dalla trasposizione cinematografica di Guy Ritchie a cui ruba di sicuro l’ispirazione per il personaggio della zingara Erendira dalla misteriosa zigana, Madame Simza, portata sullo schermo nel 2011 da Noomi Rapace in Sherlock Holmes – Gioco di ombre (Sherlock Holmes: A Game of Shadows), alle più recenti atmosfere dark e decadenti di molta cinematografia contemporanea che prende linfa dall’immaginario fumettistico e gothic rock, di un Tim Burton per esempio.
Omaggi e citazioni, in puro spirito postmodernista, si susseguono, o apertamente menzionate, (come dimenticare I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe) o più occulte in vere sfide per il lettore, che non farà fatica invece a confrontarsi con l’ormai leggendario Jack Lo Squartatore della Londra fine Ottocento, vero serial killer di prostitute, non unica fonte di ispirazione per il personaggio maledetto dell’Angelo Sterminatore.
Al genere, riveduto e corretto da Strukul, si aggiungono venature horror, se non splatter, malsane e malate, presenti nelle raccapriccianti descrizioni dei cadaveri orrendamente sfigurati, e posti, anzi esibiti, in modo macabramente artistico, in ciò che diventa più che una scena del crimine, una rassegna di ego degenerato e aberrante. Ad alleggerire le atmosfere tenebrose, la decadente ambiguità di una Padova oscura e misteriosa, una spruzzata di ironia portata dal personaggio del giornalista Giorgio Fanton (sorta di dottor Watson) contraltare dell’altro protagonista, il criminologo Alexander Weisz, che proprio come Holmes è gravato da una dolorosa dipendenza dalla droga (il laudano), oltre che dalla tragica morte della madre (e qui più che a un personaggio letterario di fantasia non ho potuto non pensare a un vero autore di noir in carne ed ossa).
Fanton e Weisz, strana coppia di investigatori, si troveranno così uniti sulle tracce di un serial killer, spietato e senz’anima, capace dei gesti più efferati, (arriverà a sventrare le sue vittime, e mangiarne le interiora), nelle innevate vie di una Padova ottocentesca, che ancora rivive nei dagherrotipi color seppia di qualche collezionista. E così passeremo dal malfamato quartiere di Borgo Portello, zona franca per tagliagole, prostitute e derelitti, all’elegante caffè Pedrocchi, o al teatro Nuovo, in via dei Livello, dove si esibiva Eleonora Duse, sulle tracce insanguinate di questo oscuro criminale, che a capitoli alterni l’autore presenta, in un’ impersonale terza persona.
Il resto della narrazione è descritta da Fanton, voce narrante e testimone di questa indagine pericolosa e quasi impossibile. Arrivare all’assassino sarà un percorso labirintico e tortuoso che metterà i protagonisti a confronto con i loro incubi e le loro paure, illuminati da Erendira, zingara e prostituta, personaggio ambiguo ma di grande fascino e carisma, informatrice dei nostri e possibile vittima dell’Angelo Sterminatore. Ma ogni prostituta uccisa porta il nome di un fiore, questa è l’unica traccia che Weisz, con l’aiuto di Fanton, potrà seguire, traccia che porterà a scoprire il colpevole, le ragioni dei suoi delitti, ragioni oscure, che non porteranno sollievo, non porteranno vera giustizia, in un finale del tutto inaspettato (sfido il lettore a individuare il rimando ad un celebre romanzo di un noirista francese).
Il linguaggio è moderno, contemporaneo, a volte diretto, (a differenza di molti autori di romanzi storici non utilizza parole obsolete o passate di moda per dare la patina del tempo), anche la sensibilità è moderna, seppure descrive molte tecniche investigative dell’epoca e dibattiti tra luminari, forse troppo didascalici, come per esempio citando Lombroso, che arrivava a teorizzare che l’aspetto morfologico di un volto potesse determinare la propensione al crimine di una persona, teoria avversata da Weisz, più vicino alle teorie in cui ambiente, educazione, alimentazione, potessero essere determinanti.
La ricostruzione storica è accurata, non priva di accenni di denuncia sociale. La povertà, la vera e propria miseria in cui vivevano ampi strati della popolazione, è descritta in modo realistico e accurato e la sua descrizione alterna con ritmo il procedere dell’indagine. Le osterie, dove servivano vini canforati e adulterati, i bordelli, le strade popolate di ladri e scippatori, diventano scenario di una commedia umana in cui la povertà non è solo materiale, ma anche spirituale, povertà quest’ultima che non lascia indenni neanche i ricchi, in cerca di forti emozioni nelle zone malfamate.
Questa è la prima indagine del criminologo Alexander Weisz, ma sicuramente non sarà l’ultima, il personaggio si presta appunto a diventare un protagonista seriale, sebbene questa avventura sia perfettamente autoconclusiva. Non ci resta dunque che armarci di pazienza e stare a vedere cosa ci riserva il futuro.  

Matteo Strukul (Padova, 1973) è scrittore e sceneggiatore di fumetti. Laureato in Giurisprudenza e Dottore di ricerca in Diritto Europeo dei Contratti, vive fra Padova e Berlino.
Scoperto da Massimo Carlotto, ha pubblicato per le Edizioni E/O i romanzi La ballata di Mila e Regina nera, la giustizia di Mila, in corso di pubblicazione in 15 Paesi -fra cui Stati Uniti, Inghilterra, Australia e India.
Il suo ultimo romanzo, La giostra dei fiori spezzati, è uscito ad aprile 2014 per Mondadori.
Ideatore e fondatore del movimento letterario Sugarpulpe direttore artistico dell’omonimo festival, Matteo collabora con diverse testate, tra cui Tuttolibri.

:: La rossa di Bukowski, Pamela Wood, (WhiteFly Press, 2014) a cura di Irma Loredana Galgano

12 aprile 2014

cover ris mediaA febbraio di quest’anno la WhiteFly Press ha pubblicato, nella versione tradotta dall’inglese americano da Giulia Bacchi, Elisa Coppini e Gabriella Montanari, Charles Bukowski’s Scarlet. A Memoir by Pamela “Cupcakes” Wood edito nel 2010 dalla Sun Dog Press, con il titolo La Rossa di Bukowski.
Si tratta del racconto autobiografico della Wood, la quale attraverso aneddoti, foto e ricordi ripercorre, insieme alle persone che l’hanno supportata nella realizzazione del testo, e riporta alla luce un periodo della sua vita che ha profondamente segnato non solo e non tanto il suo cuore quanto la sua mente, facendola diventare la donna che oggi è.
All’età di 23 anni, single e madre di una bambina di sette, incontra quasi per gioco lo scrittore 55enne Charles Bukowski. «Si innamorò follemente di me e io lo feci diventare matto». Pamela non sa cosa esattamente sta cercando dalla vita né tantomeno ciò che sarà della sua relazione con l’uomo ma ne rimane affascinata e si lascia trascinare in questa storia attratta probabilmente più dalla sicurezza della figura paterna trovata in lui che per vero amore, almeno inizialmente. Bukowski al contrario sembra da subito molto preso da lei, incuriosito forse dal fatto che Pamela non ama e non conosce lo scrittore, non cerca in lui il mito delle sue opere. «Credo che in quel momento si fosse reso conto di avere a che fare con una vergine in materia di “Bukowski”. Non sapendo praticamente niente di lui, non avevo nessun pregiudizio. Non doveva preoccuparsi di essere all’altezza di un’immagine. Ero come una bambina che non sospettava affatto di trovarsi in una stanza insieme a un pazzo».
Fumo, alcool e pillole di vario genere sono una costante di quel periodo nella vita di Pamela, la quale sembra cercare in essi un modo per dimenticare il peso delle proprie responsabilità, per cercare di riavere un po’ dell’adolescenza perduta a causa della precoce maternità e un po’ di serenità mancata a causa, a suo dire, delle responsabilità di sua madre… «…mi lasciava prendere la macchina ogni volta che ne avevo bisogno. Penso fosse contenta di sbarazzarsi di me, o forse, inconsciamente, sperava avessi un incidente mortale che avrebbe messo fine all’inferno in cui la facevo vivere per via della mia continua e sfrenata ricerca di emozioni». Prende la relazione con questo uomo “maturo” come un segno del destino, la svolta necessaria per farle cambiare direzione, per sistemarsi e potersi finalmente occupare come si deve di sua figlia e di se stessa. In realtà poi scopre che lo stile di vita di Bukowski non è proprio l’ideale per una ragazzina e neanche per lei, se l’intenzione è quella di crearsi le basi per un futuro solido. «Per Bukowski la boxe era una specie di pratica zen, un modo per esercitarsi a vivere il presente. Penso che gli piacesse anche il lato un po’ “primario” del pugilato. Ritrovarsi gettati sul ring e cercare di sopravvivere, saltellando da una parte all’altra, appendendosi alle corde, tirando pugni ma non mollando, anche solo per arrivare ai punti. Bukowski viveva la sua vita allo stesso modo».
Emerge dalle pagine del libro un profondo senso di nostalgia che accompagna la Wood, non tanto per le scelte compiute, di cui forse non si è mai pentita, quanto piuttosto per aver compreso troppo tardi la grandiosità dell’esperienza vissuta accanto a un uomo tendenzialmente alcolista forse, morbosamente geloso anche ma indubbiamente straordinario nel suo genere e nel suo essere, tale proprio perché unico anche se imitato e criticato innumerevoli volte. «Queste sue memorie sono una riflessione sulla relazione tra due persone – entrambe alla deriva, in un certo senso – che si sono messe in comunicazione e unite, dopo essere incappate l’una nell’altra, molti anni fa, sulle strade di Hollywood» (dall’introduzione al libro di Dan Fante) «Negli anni successivi al nostro incontro, e dopo aver letto i suoi libri e quello che la gente scriveva sul suo conto, non facevo che pensare, “Ehi, questo non era il Bukowski che ho conosciuto. Non è il vero Bukowski”. Poi ho letto il libro di Pamela Wood e ho ritrovato Bukowski così come lo ricordavo, lo stesso con cui bevevo e discutevo. Era lì davanti a me, in carne ed ossa».

Pamela Miller Wood: È nata a San Francisco ma ha vissuto praticamente sempre a Los Angeles. Lavora nel settore immobiliare. Si avvicina alla scrittura fin da ragazza, complice anche il fatto di avercela nel DNA, essendo figlia di un giornalista e romanziere. La Rossa di Bukowski è la sua prima prova editoriale di ampio respiro che ha ottenuto un notevole successo di critica e pubblico in vari paesi. Sta lavorando alla sua seconda opera, sempre di stampo autobiografico.

:: Prenditi cura di lei, Kyung-sook Shin, (Beat, 2014) a cura di Viviana Filippini

11 aprile 2014

prenditi_curaTraduzione dall’inglese di Vincenzo Mingiardi

Park Sonyo ha 69 anni e un giorno mentre cammina assieme al marito per raggiungere la stazione dei treni, scompare. La donna si volatilizza senza lasciare tracce o segni che possano aiutare i suoi familiari (i tre figli e l’anziano marito) a trovarla. Park Sonyo non ha con sé documenti, soldi o altro che possa esserle utile per chiedere aiuto ed è come se fosse stata inghiottita dalla marea umana che anima e vive nella città coreana di Seul. La famiglia della donna comincia una ricerca disperata per ritrovare la madre e la moglie che per anni li ha sempre sostenuti, cresciuti ed aiutati. Nel romanzo della Shin si alternano i punti di vista di tutti i personaggi coinvolti, dai quali emergono non solo i loro caratteri, ma anche tutta una serie di domande che evidenziano quanto poco questi figli e il marito conoscessero l’amata donna sparita. A cercare Park Sonyo ci sono Chi-on la figlia scrittrice di successo e nubile, Hyong- Chol, il figlio molto preso dal suo lavoro ,la figlia più piccola, una farmacista sposata con tre bambini e il capofamiglia che per ragioni di età più che muoversi tra i meandri della città, ripercorre mentalmente la vita passata con la moglie, accorgendosi di non avere mai avuto per lei le attenzioni dovute. Ogni domanda che i quattro si pongono formerà una catena di interrogativi la cui unica risposta è la presa di coscienza che loro non hanno mai conosciuto a fondo la loro madre e moglie. Il libro si svolge tra il presente e il passato dal quale emerge la figura di una madre-moglie che ha sempre fatto di tutto per sostenere e aiutare la propria famiglia – e non solo-sacrificando le sue ambizioni personali in nome di un profondo amore per il marito e i figli. Prenditi cura di lei è un viaggio dentro alla disperazione di un nucleo familiare che ha perso una persona amata e non riesce a trovarla, ma allo stesso tempo l’autrice ci racconta il cammino introspettivo e psicologico compiuto da ognuno dei congiunti della scomparsa. Il percorso interiore sarà rivelatore per il lettore, in quanto evidenzierà i caratteri dei personaggi presenti in questa vicenda e farà capire a chi legge chi tra i quattro “ricercatori” è quello più impegnato e coinvolto nell’ indagine. In tutto il romanzo aleggia un’imperante atmosfera di angoscia e dolore, ma anche un crescente senso di colpa, perché quella donna che per i figli è sempre stata forte è disponibile ora, per la prima volta nella sua vita, ha bisogno del loro aiuto e Chi-on e i fratelli non sanno cosa fare. Prenditi cura di lei, non è solo il titolo del libro della Shin che ha commosso tutto il mondo, ma è anche la frase ripetuta più volte nelle pagine, una sorta di passaparola che va da un personaggio all’altro e che evidenzia la dolorosa consapevolezza da parte di tutti, e in particolare di Chi-on, di non essere stati capaci di curarsi dell’unica persona che li ha messi al mondo e che più li ha amati.

Kyung-Sook Shin è nata in una remota regione montuosa nella Corea del Sud.Ha esordito come scrittrice nel 1985 con il racconto Fiaba d’inverno, seguito poi nel 1993 dalla raccolta di racconti Dov’era un tempo l’harmonium. Con Prenditi cura di lei, un romanzo tradotto in tutti i maggiori paesi occidentali e pubblicato in Italia da Neri Pozza (2011) ha ottenuto uno strepitoso successo internazionale.

:: Il sapore inatteso delle cose perdute, Jessica Soffer (Piemme, 2014) a cura di Valeria G.

11 aprile 2014

saporiDevo confessare che ho qualche difficoltà a scrivere la recensione del romanzo “Il sapore inatteso delle cose perdute” pubblicato da Piemme Editore , primo lavoro dell’americana Jessica Soffer: è piuttosto difficile trovare il modo di spiegare un libro cosi intenso senza svelarne i segreti più intimi che la storia stessa nasconde; è anche piuttosto complicato affrontare i temi che la scrittrice ha deciso di raccontare: ci si trova immersi in paure, autolesionismo, indifferenza, abbandono, adozioni, tantissima solitudine, moltissima voglia di amare e di essere accettati.
La solitudine non ha età, il dolore causato dall’abbandono ha lo stesso peso, che sia vissuto da una ragazzina o da una donna anziana; il bisogno di amare, di essere accettati e di far parte di una famiglia, ha la stessa importanza che voi siate fanciulle o donne adulte; la disperazione e la paura di essere abbandonati e dimenticati, ha lo stesso peso che voi siate bambine o che voi siate vicine alla fine dei vostri giorni.
Lorca e Victoria sono le protagoniste del romanzo e sono due personaggi le cui vicende sono piuttosto complicate, ognuna delle due infatti vive una condizione estremamente difficile e di grande solitudine:
Lorca ha solo 15 anni e vuole farsi amare da sua madre, Victoria è anziana e dopo la morte del marito crede di non avere più nessuno da amare;
Lorca si convince che se imparerà a cucinare alla perfezione il piatto preferito di sua madre, lei non finirà in un collegio; Victoria aveva un ristornate e ha deciso di dare lezioni private di cucina, per combattere la solitudine e sentirsi di nuovo utile;
Lorca si fa del male, Victoria ne ha fatto tanto in passato al marito quando decise di non tenere la loro bambina;
Lorca ogni tanto pensa che se sua madre potesse conoscere i suoi genitori biologici, forse sarebbe meno fredda e arrabbiata, Victoria invece vorrebbe incontrare la figlia che diede alla luce tanti anni prima e che per scelta decise di dare in adozione;
Lorca vuole avere un futuro; Victoria desidera fare pace con il passato;
Lorca è tornata a vivere a New York con la madre dopo la separazione dal padre, Victoria è irachena ma è arrivata nella Grande Mela tantissimi anni prima con il marito per sfuggire alle violenze che la sua gente ha dovuto subire;
Il piatto che Lorca deve imparare a cucinare è il masgouf, piatto a base di pesce tipico della cucina irachena.
Lorca e Victoria non potranno più fare a meno l’una dell’altra.
Le storie delle due protagoniste si fondono, e si crea un legame indissolubile tra di loro. E il tutto avviene all’interno di una grande cucina dove i sapori si sposano con i sentimenti, gli odori si scontrano con le lacrime, le delusioni si confondono con le gioie, gli ingredienti vengono miscelati alla perfezione e creano un rapporto unico, che va oltre ogni età, ogni classe sociale, ogni paese di origine.
Il lettore non può fare a meno di amare le due protagoniste: Lorca per la sua spontaneità e personalità e Victoria per la sua ironia e fragilità.

Jessica Soffer è figlia di uno scultore e pittore iracheno emigrato in America negli anni 40. Vive a New York e insegna letteratura al Connecticut College. Il sapore inatteso delle cose perdute è il suo primo romanzo e ha avuto un’ottima accoglienza da parte della critica e del pubblico.

:: I signori dei cavalli, Irene Grazzini, (Libromania, 2014) a cura di Micol Borzatta

10 aprile 2014

i_signori_dei_cavalli_irene_grazziniMuwatalli, il grande imperatore e sacerdote del Dio del Tempesta della città di Hattusas, deve trovare una soluzione per il Morbo Nero, una malattia che ha colpito la sua città. Si rinchiude nel tempio del Dio della Tempesta per avere un segno che gli riveli la soluzione e scopre che deve trovare la Figlia della Luna, solo lei potrà far finire la pestilenza che li ha colpiti.
Ishtar è la figlia di Medea, la Strega degli Kaskas, un popolo situato a Nord. Ishtar, come sua madre, ha un dono: è in grado di entrare in trance e di Camminare con gli animali, ovvero entrare nelle loro menti e muoversi con loro.
Durante una scorribanda della banda di Ullik, mercenario fedele al Re Ittita Muwatalli, trovano Ishtar, e vedendo il suo tatuaggio a forma di luna sulla sua fronte la portano via con loro reputandola la Figlia della Luna.
La strada verso Hattusas è lunga e dura, all’inizio gli uomini e Ullik stesso non sopportano la compagnia di Ishtar, ma più passano i giorni più iniziano a rispettarla. Una notte, mentre sono fermi in un villaggio, durante la notte, Ishtar esce dalla stanza dove la tengono prigioniera e gira per il villaggio. Lì incontra un ragazzo dai capelli scuri che la vede, rimangono per un po’ a fissarsi poi lo sguardo di lei lo mette in allarme dandogli la possibilità di salvarsi da un agguato.
A Hattusas il Morbo Nero inizia a passare appena giunge la voce che sta arrivando la Figlia della Luna, così il popolo e il Re stesso sono convinti che sia merito di Ishtar.
Quando arriva a Hattusas Ishtar viene presa subito in antipatia da Arinna, la concubina del Re che sta tramando alle sue spalle per uccidere lui e il fratello, Hattusili, in modo da mettere suo figlio, Urhitesup il bastardo del Re, sul trono.
Il tempo passa, Ishtar inizia a insegnare alle ancelle del castello a tirare con l’arco e a combattere. Il Re non sarebbe d’accordo, ma la testardaggine di Ishtar lo convincono a darle il permesso.
Permesso che risulta molto utile quando, durante la battaglia contro Ramses II, Muwatalli viene tradito e si ritrova ad avere la peggio, ma l’intervento delle donne che lo avevano seguito di nascosto ribaltano la situazione e, sempre grazie a Ishtar e al suo incontro con Nefertari, riescono a creare un’alleanza tra i due regni.
Muwatalli decide di celebrare il matrimonio tra Ishtar e Hattusili, matrimonio che all’inizio non volevano fino a quando vedendosi si riconoscono, sono i due ragazzi che nel villaggio si erano guardati e innamorati a prima vista.
L’abilità nel combattere delle donne è utile anche quando ritornano a Hattusas. Arinni e suo figlio infatti uccidono Muwatalli e attaccano Hattusili, Ishtar e le sue donne però intervangono e riescono a sconfiggere i traditori.
Urhitesup però scappa, cercando rifugio da Ramses II non sapendo dell’allenanza con Hattusili.
Un romanzo dalla trama avvincente che riesce a mischiare storia e fantasia in modo realistico, tant’è che è difficile dividere il vero dal falso.
Le descrizioni sono minime, ma ben strutturate, non appensantiscono la lettura, che purtroppo è lenta di suo. Lo stile di narrazione infatti è lento nonostante ci siano molti colpi di scena.
Molto ben descritti i sentimenti dei vari personaggi, che vengono in questo modo resi tridimensionali.
Ottimo romanzo che però avrebbe bisogno di un po’ più di sprint.
Libromania è un “un progetto di editoria digitale sviluppato da De Agostini libri e Newton Compton per scoprire nuovi talenti e portarli velocemente e gratuitamente alla pubblicazione in ebook con l’ausilio di uno staff editoriale in tutte le fasi: selezione, editing, redazione e produzione.”

Irene Grazzini è nata ad Arezzo nel 1985. Medico di giorno e scrittrice di notte, ama leggere, scrivere, andare a cavallo e tutto quello che la fa sognare.
Ha già pubblicato alcuni romanzi tra cui fantasy, saggi sull’anoressia, fantascienza e racconti.
Collabora con la rivista Fantasy Magazine dove pubblica recensioni di videogiochi.

:: E l’angelo partì da lei, Pino Farinotti (Edizioni San Paolo, 2014)

9 aprile 2014

lei Milano, la città della moda, del lusso, la più internazionale metropoli italiana, all’avanguardia in molti campi, anche in quello medico, città dove è ambientata la storia narrata in questo nuovo romanzo di Pino Farinotti, scrittore e critico cinematografico. Il romanzo si intitola E l’angelo partì da lei e per quanto i temi trattati siano piuttosto impegnativi e se vogliamo anche dolorosi, bisogna riconoscere all’autore una leggerezza e una capacità di raccontare i sentimenti, le reazioni emotive, le difficoltà di una madre ad affrontare la malattia del figlio, decisamente rari e per nulla retorici o scontati. Il dolore protagonista silenzioso di questo romanzo giunge autentico al lettore e si stempera in qualcosa d’altro che ha ben poco a che fare con l’accettazione, o la rassegnazione. Innanzitutto il male, la malattia di un bambino, non è una punizione meritata inflitta ai genitori, questa verità è uno dei fili conduttori della trama (quale dolore per una madre e un padre può essere maggiore della morte di un figlio?) in alcuni passi dove un guru ipotizza questa corrispondenza secondo la legge del karma, abbiamo una reazione molto severa da parte di uno dei personaggi più miti del racconto. Elena, voce narrante del romanzo, è una donna moderna, in carriera se vogliamo, sicura di sé, sposata con un affermato professionista, sempre in giro per il mondo, e madre di Massimo un ragazzino di 8 anni dolce e simpatico, intelligente, vivace, pieno di amici, esperto di internet, un ragazzino come tanti, con tutta la vita ancora davanti, chiusa ancora in una promessa. Poi di colpo il male entra nelle loro vite, la diagnosi suona come una sentenza, tumore al cervello, certo la speranza della guarigione resiste, ma le difficoltà sono tante. La malattia del figlio innesca nella coppia meccanismi distruttivi e la separazione è quasi inevitabile. Vanni, il padre, pur non rifiutando il suo ruolo e mantenendo un legame con Massimo, va via di casa, accetta lavori che lo tengono lontano, allontanandosi sempre più da Elena e lasciandola sempre più sola ad affrontare la prova che si trova ad affrontare. Poi un giorno nella loro vita entra una donna, Maria, una volontaria, che opera all’Istituto dei Tumori di Milano (mai citato per nome). E con lei arriva una sorta di dolcezza e di consapevolezza. Elena e Maria diventano amiche, e mentre questo rapporto si rafforza, un dubbio attraversa la mente di Elena: chi è in realtà Maria? donna così misteriosa, di cui sa così poco. Una volta aveva un marito, una volta aveva un figlio, ora vive da sola in una stanza ammobiliata, ma quando passa le mani sulla testa di Elena, il mal di testa che la opprimeva quasi svanisce per magia. E se fosse davvero… Questo dubbio accompagna la protagonista durante il viaggio a Lourdes, in cerca di un miracolo, in cerca di un perché a tutto il dolore che sta vivendo. E l’angelo partì da lei è un romanzo profondo e nello stesso tempo soffuso di una grande leggerezza e delicatezza, scritto straordinariamente bene, per stile e ritmo narrativo. Il dolore non viene mai spettacolarizzato né forzato, ma con dignità e riserbo evocato in modo realistico e nello stesso tempo sincero. L’autore si immedesima in una madre gravata dalla malattia del figlio, e rivive con lei rabbia, speranza, amore, tristezza, come se vivesse tutto ciò sulla propria pelle, e questa capacità rende il romanzo interessante e umanamente ricco. Si parla anche di fede, della sua mancanza, di innocenza e di giustizia. Quando un tumore colpisce un bambino la ragione umana si blocca, e allora subentra una ragione superiore, capace di spiegare l’inspiegabile. E proprio questo tenta di fare questo romanzo. Riuscendoci a mio avviso.

Pino Farinotti, milanese, giornalista e critico di cinema, è titolare del “Farinotti”, il dizionario dei film giunto alla 12a. Già opinionista di Rai 1, è referente del Presidente e del Direttore generale della Rai per la fiction e il cinema e membro di varie commissioni fra cui la Biennale di Venezia. Scrive su Famiglia Cristiana, Avvenire e Sorrisi e canzoni TV. È direttore responsabile del quotidiano informatico Mymovies. Ha ottenuto riconoscimenti importanti, fra cui il Premio Bancarella Speciale (1991) col romanzo La grande ambizione. La sua sceneggiatura Per giusto omicidio è stata giudicata “Opera di interesse nazionale culturale”, così come il suo romanzo 7 Km da Gerusalemme. Nel luglio del 2003 il presidente Carlo Azeglio Ciampi, su proposta del ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani, lo ha nominato “Benemerito della cultura e dell’arte”, uno dei più alti riconoscimenti del Paese.

:: Boeing 777 cronaca di una strage, Ferdinando Pastori, Paolo Roversi, (Milanonera, 2014) a cura di Micol Borzatta

9 aprile 2014

cronacaThomas Walker è un ingegnere che ha appena inventato una nuova maschera antigas. Proprio durante un viaggio di lavoro per la presentazione del suo prodotto, viene coinvolto in una tragica avventura.
L’aereo su cui viaggia viene dirottato sparendo completamente da ogni radar, in un primo momento rimane l’unico superstite, ma mentre l’aereo finisce il carburante incontra due jet militari. Per Thomas non rimangono molte speranze e decide di registrare sul suo cellulare gli avvenimenti di quel viaggio terribile sperando che prima o poi qualcuno li ritrovi.
Romanzo molto breve scritto con un linguaggio semplice e uno stile particolare, sembra più un diario. Tutto in prima persona coinvolge il lettore fino alla fine dando la sensazione di essere il protagonista, di cui non si sa quasi nulla fino alle ultime pagine dove si scopre anche il nome.
Gli avvenimenti descritti pur essendo di fantasia sono narrati talmente bene che potrebbero essere veri.
Unico difetto riscontrato sono alcuni refusi rimasti durante il lavoro di editing, ma nel complesso un ottimo racconto che si legge in un soffio, ma che ha la capacità di farti estraniare e tenerti con il fiato sospeso.

Ferdinando Pastori è nato a Galliate (NO) nel 1968.
Attualmente vive e lavora a Milano e ha alle spalle la pubblicazione di quattro romanzi e due raccolte.

Paolo Roversi è scrittore e giornalista.
Ha alle spalle la pubblicazione di otto romanzi che sono stati tradotti anche in Francia, Spagna, Germania e negli Stati Uniti.
Nel 2006 ha fondato MilanoNera di cui ne è il direttore.

:: Una luna magica a New York, Suzanne Palmieri, (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

8 aprile 2014

streghePeriodicamente l’immaginario fatto di romanzi, film, telefilm e fumetti torna ad occuparsi delle streghe, figure iconiche prima profondamente disprezzate e demonizzate e poi esaltate come simbolo del femminismo e del potere delle donne. In una produzione però abbastanza massificata e uguale a se stessa spicca il romanzo di Suzanne Palmieri, Una luna magica a New York, perché le sue sono streghe decisamente un po’ diverse, non maliarde, non potentissime, non paladine contro il male, ma simili alle donne che si incontrano e che forse Suzanne ha conosciuto nella sua vita.
Le protagoniste magiche di questa storia sono infatti italo americane, come l’autrice, ma sono soprattutto donne, tra ieri e oggi, dotate di immancabili poteri paranormali ma alle prese con tanti problemi reali, nella loro casa misteriosa di New York, a metà strada tra quella della famiglia Addams e quella delle sorelle Halliwell, ma comunque accogliente per chi è in cerca di risposte e di un nido a cui tornare.
Tutto parte quando Eleanor, brillante studentessa a Yale, fugge dall’ex fidanzato violento di cui è incinta ma anche dalla madre Carmen, attrice che l’ha seguita molto poco, e si rifugia a New York, dalla nonna e dalla prozia, dove sa di poter essere felice e protetta, anche se non ricorda niente della sua infanzia. In quella casa singolare e stregata, dove sono successi fatti strani e anche tragici in particolare negli anni della Seconda guerra mondiale, Eleanor scoprirà i misteri della sua famiglia, a cominciare da quelli sconcertanti e toccanti dell’anziana Itsy, e della sua vita, con il perché non ricorda niente, e troverà un nuovo inizio, riscoprendo un vecchio amore in Anthony, un principe azzurro sui generis, ma anche in questa maternità non cercata ma voluta, che difenderà con l’aiuto di queste parenti anziane ritrovate.
Una luna magica a New York è un libro che può piacere a vari tipi d pubblico, innanzitutto a chi ama le storie al femminile, visto che qui il tema dei poteri magici, vissuti dalle protagoniste più come una maledizione che come un privilegio, è presente ma non predominante come in altre storie, e si parla dell’essere donna tra ieri e oggi, di amore, aspirazioni, maternità, sogni, strade da percorrere.
Il libro potrà anche piacere agli amanti di narrativa fantastica, magari quelli che apprezzano le mescolanze tra i generi e più il realismo fantastico (quello presente, a livelli però più alti, in tanti romanzi sudamericani), tenendo conto che qui si parla di poteri magici per parlare di cose reali, a cominciare dalla violenza sulle donne ad opera di ex, tema attualissimo, ma anche di razzismo e rapporti familiari, e non c’è l’ennesimo scontro tra Bene e Male, tra streghe buone e demoni malvagi, come ci hanno abituato negli anni altre storie, dai romanzi di Melissa Marr al serial Charmed.
Spiace forse un po’ che il finale sia leggermente confuso, visto che Suzanne Palmieri non conclude tutte le storie come meriterebbero, in questa realtà intrisa di magia, dove il paranormale si nasconde nella vita di tutti i giorni ma dove non riesce ad avere comunque l’ultima parola, perché quello che conta è la realtà, con tutti i suoi problemi, drammi, ma anche le sue gioie. Traduzione dall’inglese di Serena Lauzi, titolo originale,The Witch of Little Italy.

Suzanne Palmieri, insegnante e scrittrice, vive nel Connecticut con il marito e le tre figlie. Venduto in tutto il mondo, Una luna magica a New York, il suo romanzo d’esordio, ha ricevuto consensi entusiastici dalla stampa, dai librai e dai lettori.